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I figli di papà se la tirano su Instagram

Rich kids of Instagram. Una degenerazione del capitalismo? No, un ritorno alle origini, quando per un nobile era normale ostentare la propria superiorità

di Davide Lombardi

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Non è che non mi renda conto che ci possano essere cinture di miglior qualità rispetto ad altre, ma alla fine la funzione è sempre la stessa: tener su un paio di brache. E per 250 euro il rapporto costo/funzionalità è del tutto sproporzionato. Per me. Forse per via di quella cultura cattocomunista di cui sono intriso, o forse, semplicemente, perché non ho mai avuto i soldi né mai li avrò per destinare a una cintura un budget simile. E nemmeno riesco a immaginare che una Roller Montblanc possa improvvisamente rendere degna di un amanuense la mia calligrafia improponibile meglio di quanto (non) riesca a fare una Bic.

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Anche se la definizione non mi piace affatto, la verità è che sono un tipico esponente della classe media. Insomma quella gente cresciuta nella convinzione che “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. Quelli che hanno escluso dal proprio vocabolario l’avverbio “troppo”. Né troppo ricchi, né troppo poveri. Né troppo colti, né caproni ignoranti. Né attenti solo al proprio orticello, né filantropi professionisti. Insomma, quelli dell’aristotelico “giusto mezzo”. Una tipologia di classe – potremmo definirla borghesia medio-piccola – che si è espansa a dismisura dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70.

Un’epoca segnata da una colossale ridistribuzione dei redditi che ha prodotto un allargamento del sottoinsieme incuneatosi tra ricchi e poveri: la nobiltà, di sangue o di censo, e l’oceano di poveracci che costituisce la maggioranza in quasi tutte le società, in ogni tempo e in ogni luogo. Un’età dell’oro, almeno per chi di quell’intersezione ha fatto parte, che ha cominciato la propria parabola discendente dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, in cui l’impoverimento della classe media è certificato da tutte le statistiche. Il punto, come spiega l’economista Thomas Piketty nel suo saggio “II capitale nel XXI secolo”, è che il recente aumento delle diseguaglianze non è un’anomalia, ma il ritorno alla normalità. L’eccezione è il quarantennio.

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In pratica il mondo sta tornando ad essere quello di sempre: gente che per defecare usa un water in marmo di Carrara, e quelli che su quel water ci passano lo straccio delle pulizie. Con la segreta speranza di potere un giorno appoggiarci le chiappe. Avete presente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino con Will Smith? Il nero sfigatissimo e sprofondato nella povertà più assoluta che, grazie alla propria capacità e determinazione, alla fine diventa milionario, raggiungendo appunto, la “felicità”? Ecco, quella roba lì.

Questo ritorno all’antico finisce per riverberarsi anche sull’estetica. E se i ricchi smaccati non sono mai mancati anche quando non si vedevano, o si vedevano un po’ meno, oggi, esibire senza alcuna remora la propria unicità certificata dagli eurodollari, non è più un problema. Anche perché nessuna etica può contrapporsi credibilmente allo svacco post-ideologico da fine della guerra fredda, alla giungla del capitalismo selvaggio che ne è seguito. Chi si è impoverito, cerca di nascondere la propria condizione in attesa di tempi migliori. Il ricco o lo straricco, non ha invece più alcun motivo per non esibirla. E perché non dovrebbe?

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E’ il caso dei “Rich kids of Instagram”. I figli di papà che da un paio d’anni a questa parte sono diventati un caso, prima sul social network più amato dai ragazzi, Instagram, e a seguire sui media di tutti il mondo. Adolescenti figli del famoso 1% dei ricchissimi del pianeta, che si autodefiniscono “funemployed”, impiegati nel divertimento più sfrenato o, ancora più chiaramente, ragazzi il cui unico merito è che “they have more money than you and this is what they do”, hanno più soldi di te e questo è ciò che fanno. Ecco, il loro massimo sforzo è esibire questa differenza nelle immagini che postano su Instagram con commenti e pose che, nelle intenzioni, dovrebbero essere velatamente autoironiche. Loro sulla Ferrari regalata da papà, loro che sfoggiano Rolex e braccialetti di diamanti, loro in partenza sul jet privato da una vacanza a Courmayeur a un’altra alle Maldive. A seconda della stagione o anche – perché no? – dello sfizio del momento. Non c’è limite in fondo se il mondo intero è a completa disposizione di un portafoglio senza limite.

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Il blog dei rich kids, ospitato sulla piattaforma Tumblr, merita un breve approfondimento, perché viene sistematicamente frainteso dai media che ne scrivono. Non è nato per celebrare le imprese planetarie di questi figli di papà, ma per irriderle. Come dimostrano anche le pacchiane cornici dorate che circondano ogni immagine pescata da vari profili Instagram, quelli sì gestiti personalmente dalle giovani star del lusso contemporaneo. Che non è che siano scemi e non si rendano conto che una simile ostentazione si presta all’ironia oltre che all’invidia degli altri, ma stanno al gioco, “perché è divertente e perché alla gente piacciono le foto che pubblico. Loro non la prendono troppo sul serio né come un insulto” come dichiarava uno di loro a Vice. Il blog è nato nel luglio del 2012, quando l’anonimo autore ha cominciato a raccogliere le immagini pubblicate su Instagram lanciando anche l’hashtag #rkoi diventato in breve popolarissimo.

Una curiosità è che anticipatrice dell’esplosione globale dei rich kids viene considerata un’immagine postata su Instagram nel gennaio 2012 da Rosinés, una delle figlie allora quattordicenne del presidente venezuelano Hugo Chavez, quello della rivoluzione socialista del XXI secolo, mentre sfoggia davanti alla fotocamera una mazzetta di dollari americani. La ragazzina, poveraccia, venne immediatamente massacrata sui vari social con parodie e vere e proprie dichiarazioni d’odio, privandola del piacere di essere tra i primi, se non la prima, a dare il via a quella che di lì a breve sarebbe diventata una moda planetaria: sono ricco, anzi straricco, e non ho alcun motivo per non vantarmene.

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Sull’onda del blog dei rich kids ne sono nati molti altri, più local. Come i rich kids di Hong Kong, quelli dell’Upper East (la East side di New York), poi i danesi, i polacchi, i serbi e altri. Nell’elenco, mancano i figli di papà di casa nostra, ma non perché – come scrive Il Foglio di Giuliano Ferrara – “in Italia tra cattolicesimo e comunismo l’opulenza non è stata mai ben vista” ed “è bene non esibirla”, ma perché nessuno si è mai preso la briga di creare una pagina dedicata ai rampolli locali. Che ci sono eccome, ed esibiscono eccome la loro travolgente ricchezza, basta cercare un po’ su Instagram, Facebook e Twitter i profili dei vari “figli di”. Il Belpaese ne abbonda. Ecco perché, per il gusto di smentire il Foglio, ne ho creato uno io. Eccoli qui i “rich kids of Italy”. Naturalmente non ho alcuna intenzione di aggiornarlo in futuro, i bimbi ricchi locali non avranno altra gloria oltre questa. Ma dubito ne soffriranno. Più probabile se ne facciano una ragione mentre sorseggiano un Moët & Chandon mollemente accoccolati in una Jacuzzi, location da cui solitamente mandano inconsapevolmente in soffitta qualsiasi residuo retorico del self-made man, mito americano per eccellenza, secondo il quale duro lavoro e perseveranza garantirebbero risultati e successo. Balle: molto meglio partire con alle spalle i milioni di papà.

Interessante il termine anglosassone – uber-rich – con cui vengono definiti questi ragazzi. E’ chiaramente ripreso dall’Übermensch di Friedrich Nietzsche, il Super-uomo o meglio, l’Oltre-uomo. Come questi kids, che sono “oltre”. Perfino oltre qualsiasi cosa noi comuni mortali possiamo immaginare associato alla parola “ricchezza”. Il rimando al grande filosofo tedesco non è casuale. Per Nietzsche la morale nasce dall’istinto di vendetta, dal risentimento provato dagli uomini inferiori invidiosi nei confronti dell’Übermensch e del suo spirito libero e grande. In definitiva, serve per tener buona la gran massa degli uomini deboli, il gregge, tanto desideroso quanto incapace di sottomettere i pochi uomini superiori, e perciò accontentandosi di uniformarli alla propria mediocrità.

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Naturalmente i rich kids possono avere al massimo una vaga idea di cosa sia la grandezza di spirito dell’Oltre-uomo nietzschiano, ma hanno certamente tutta la libertà – assoluta diciamo pure – garantita dai soldi. Che, parliamoci chiaro, comprano tutto. Proprio tutto, senza alcun limite (manca solo la vita eterna, ma ci arriveremo. Anzi, ci arriveranno). Perché con la morte di Dio – afferma sempre Nietzsche – tutte le grandi teorizzazioni, dalla morale alla religione, si riducono a flebili retaggi del passato. Oggi che controllato e controllore coincidono, che burattino e burattinaio sono la stessa persona, qualsiasi precetto altro non è che frutto della relatività e nessuna verità incontrovertibile può essere più affermata. In fondo è il pianeta intero ad essere già “oltre”, solo che quel che resta della classe media, per sua natura tendenzialmente conservatrice, non lo sa o non lo vuole accettare, ancorandosi almeno formalmente a valori senza più alcun senso. I rich kids invece, oltre lo sono per diritto di nascita.

Un aneddoto che mi piace raccontare spesso è quello del regalo dell’ex calciatore David Beckham al figlio Brooklyn per festeggiare i suoi quattro anni: una Ferrari giocattolo da 36 mila euro. Era il 2004. Oggi Brooklyn, quasi sedicenne, sta tentando di seguire le orme del padre, anche se la squadra londinese dell’Arsenal lo ha appena bocciato a un provino. Pare difficile che il rampollo di uno dei più famosi calciatori inglesi di tutti i tempi possa aspirare a una carriera folgorante come quella del padre, a dimostrazione che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono”. Magari solo per far godere un po’ anche noialtri esponenti del gregge. Che non è che condanniamo la ricchezza in quanto tale, ma ci illudiamo che sia ancora possibile distinguere tra il ricco buono e il ricco stronzo. Il ricco buono è quello alla Bono degli U2 che, a parte spostare il domicilio nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, si impegna un sacco per quei poveracci di africani. Il ricco stronzo invece è uno alla Gordon Gekko, indimenticabile protagonista di “Wall Street” di Oliver Stone. Ecco, i rich kids ce li immaginiamo così: tutti figli – legittimi, per altro – di Gordon Gekko. Anche se non proprio animati dalla stessa passione di far soldi. Anche perché essendo “oltre” non serve nemmeno più: basta spenderli. Ci sono comunque. Ormai per diritto divino, così come un tempo erano ereditari i titoli nobiliari.

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Ma davvero possiamo provare invidia per un simile stile di vita? E qui bisogna segnalare un aspetto curioso. Perché i piccolo borghesi come me difficilmente possono invidiare simili eccessi. Dai, non è proprio nella nostra natura. Ricordate? abbiamo tatuato in fronte il motto “in medio stat virtus”. Più che altro quelli come me in genere provano indignazione nei confronti di questi ragazzi che mettono su Instagram lo scontrino di una cena da 5000 dollari. Suvvia, con tutti i bambini che muoiono di fame e malattie in Africa. Suvvia, ma quanto son tamarri questi qui coi loro Rolex e le loro Ferrari, nonostante la presunta autoironia che secondo loro dovrebbe assolverli da ogni peccato?

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A provare invidia, a desiderare di imitarli sono invece, e pare quasi un paradosso, i più poveri. Il paradosso sta nel fatto che l’estetica dei rich kids è talmente simile alla parodia borgatara che ne viene data, ad esempio in un classico come “Il supercafone” del Piotta (i suoi capisaldi: “La femmina, li soldi, e la mortazza”), da sembrare copiata da quella. Del resto “esibire” è uno dei pochi diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in quest’epoca così social. E se da noi è una delle prerogative preferite dai coatti, gli Usa hanno sdoganato nel mondo l’estetica swag variante di quella rap, in cui – in nome dello stile – il catenone finto oro fa pendant con la canotta. “Hey you’ve got swag!”. Tradotto: “Hey, hai stile!”.

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Scusa e buona lettura

Se sostituiamo per un attimo ombrelloni e sdraio del litorale di Ostia con gli sfondi tropicali usuali per i rich kids in vacanza, le due celebri borgatare de ‘na bira e ‘n calippo” potrebbero tranquillamente confondersi in una compagnia di “figli di”, col solo impiccio di dover sostituire l’inglese al romanaccio. Ti piacerebbe ti regalassero un gioiello di Bulgari da milioni di euro e poi salire sul jet privato per raggiungere lo yacht ancorato alle Antille? “Ammappete!”. Forse perché al vero poveraccio dell’equità non gliene fotte niente. E se vincendo al Superenalotto facesse di colpo i milioni, si trasformerebbe in un batter di ciglia in un rich, kid o kitch fa lo stesso.

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E a noi piccolo borghesi, così tromboni, così indissolubilmente ancorati a un’idea di società possibilmente più equa, media insomma, così incapaci di andare oltre un mondo che è già “oltre” da un pezzo, che cosa resta? Niente. Nemmeno la possibilità di godere dei piaceri che i due estremi regalano: né la bira e il calippo, né lo yacht e il jet. Nemmeno l’invidia, nemmeno l’indignazione, che personalmente non provo neanche un po’, forse perché troppo scafato, troppo vecchio o troppo snob, non so. E comunque ho già usato tre volte un avverbio di troppo. Magari perché senza accorgermene, comincio anch’io ad essere oltre. E sarebbe anche ora. Che non se ne può più del livore da perdenti di noi piccolo borghesi.

Davide Lombardi

Ad eccezione della mucca di Hirst, di Rosinés Chavez e del tizio coi baffi, tutte le immagini sono tratte dal blog “Rich kids of Instagram”.

Il dottore di Van Gogh

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

di Martino Pinna

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

Il 16 maggio del 1890 Vincent van Gogh lascia la clinica di Saint-Rémy-de-Provence dove si è fatto ricoverare per farsi curare. L’anno prima, oltre ad aver dipinto molti dei suoi più noti capolavori, si è tagliato un orecchio e ha sofferto di varie crisi: allucinazioni, deliri, tentativi di suicidio. La guarigione tanto desiderata non è arrivata nella clinica di Saint-Rémy gestita dal dottor Peyron, che gli diagnostica l’epilessia e che lo cura con dei semplici bagni settimanali. Risultato? Il pittore tenta di avvelenarsi ingerendo i suoi stessi colori e il cherosene delle lampade, finché, in un momento di lucidità, capisce che il suo soggiorno in quella clinica è del tutto inutile, così decide di lasciare Saint-Remy e raggiungere il fratello Theo a Parigi, a cui chiede consiglio.

Il 21 maggio del 1890, dopo essersi consultato con lui, Van Gogh parte per Auvers-sur-Oise, un piccolo e tranquillo villaggio di campagna a pochi chilometri da Parigi, dove abita il dottor Paul-Ferdinand Gachet, il vero protagonista di questa storia.

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Medico, collezionista d’arte, è anche lui un pittore, e tra i due si instaura un rapporto di stima reciproca e amicizia. La speranza è che il dottor Gachet possa finalmente portare alla guarigione l’artista ed evitare le frequenti crisi e i tentativi di suicidio. Il medico spiega a Van Gogh che soffre di malinconia. Successivamente Vincent scrive al fratello Theo:

«[Il dottore] mi ha detto che se la malinconia, o che altro, diventasse troppo forte, potrebbe fare sicuramente ancora qualcosa per diminuirne l’intensità, e che non dovevo farmi scrupolo di essere franco con lui. Sì, il momento in cui avrò bisogno di lui può certo arrivare, comunque per adesso mi sento bene.»

Qualche settimana dopo, il 29 luglio del 1890, il pittore si spara una pallottola al petto e muore dopo varie ore di agonia. Aveva 37 anni.

“Per adesso mi sento bene” diceva nella lettera. Allora cos’è successo nel frattempo? Il dottore aveva sottovalutato la depressione del suo nuovo paziente? E che rapporto c’era tra il dottor Gachet e Van Gogh?

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Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Gachet è un personaggio molto interessante. E’ considerato il medico amico dei pittori: amico di Courbet, Manet, Pissarro, Renoir e Cézanne, che per un periodo visse proprio nel villaggio del dottore. Dipingeva e incideva, ma soprattutto collezionava tele di impressionisti, che amava follemente. Era un uomo particolare, il dottore. Un passionale, uno che quando nel 1870 scoppia la guerra contro la Prussia di Bismarck va a Parigi, rischiando la pelle come medico in prima linea, durante l’assedio alla città. Si era laureato con una tesi dal titolo “Etude sur la mélancolie”, studio sulla malinconia. Quando Vincent lo conosce il dottore ha 62 anni ed è ancora molto provato dalla morte della moglie, scomparsa 16 anni prima, nel 1874. I due quindi non hanno in comune solo l’amore per l’arte, ma anche una situazione di sconforto, di tristezza insuperabile. Tanto che Van Gogh si identifica in lui e scrive:

«[Il dottore] è scoraggiato nel suo lavoro di medico di campagna come io lo sono nella pittura.»

Si verifica una situazione paradossale: doveva essere Gachet a osservare e curare il pittore, ma probabilmente a sua insaputa, è Van Gogh ad analizzare il dottore. Nelle lettere al fratello Vincent considera Gachet come colpito “da un male nervoso” e descrive il suo volto come “irrigidito dalla sofferenza”. La diagnosi perfetta però non arriverà dalle parole, ma dai colori, in quello che è uno degli ultimi capolavori del grande artista olandese: il celebre “Ritratto del dottor Gachet”.

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Questo magnifico dipinto è stato analizzato varie volte in chiave psicologica. Diciamo la verità: non c’è bisogno di una laurea per capire che quello ritratto non è proprio un allegrone. Una descrizione e un’analisi tanto accurata quanto involontaria, arriva proprio dalle parole del dottor Gachet, scritte molti anni prima nella sua tesi di laurea sulla malinconia. Parlando dei malinconici infatti scrive:

«L’atteggiamento del malato è assolutamente particolare […] La testa china sul petto e leggermente inclinata a destra o a sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in stato di semicontrazione permanente, in specie quelli flessori; i muscoli facciali sono come raggrinziti, tormentati e conferiscono alla fisionomia un’impronta di particolare durezza; quelli sopraccigliari, sempre tesi, sembrano nascondere l’occhio e rendere l’orbita piú profonda; le arcate sopraccigliari sono prominenti e separate da due o tre pieghe verticali. La bocca disegna una linea retta, sembra che le labbra siano scomparse […]. Il solco naso-labiale è piú vistoso, le gote sono cave, la pelle è come incollata agli zigomi, la tinta è giallastra o terrea […]. Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso terra o di lato»

Provate a rileggere queste parole guardando il “Ritratto del dottor Gachet” e noterete diverse similitudini. Il dottore è ritratto come un malinconico. Perché? Il pittore vede nel dottore un suo doppio? I due dopotutto si assomigliano non solo caratterialmente – sebbene con le dovute differenze: Gachet aveva ancora entrambe le orecchie intere – ma anche fisicamente: hanno entrambi i capelli rossi. Il ritratto del dottore dunque sarebbe allo stesso tempo un autoritratto di Van Gogh. O forse è l’occhio malinconico del pittore a vedere il mondo attraverso il filtro della sofferenza che lo affligge rappresentando dunque il medico più malinconico di quello che è nella realtà?

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Il dottor Gachet infatti verrà rappresentato altre volte, non solo da Van Gogh, ma anche, successivamente, da Norbet Goeneutte, in una tela dove non sembra avere la pesante malinconia che invece mostra nel capolavoro del suo amico e paziente.

Nella descrizione che lo stesso pittore – in una delle lettere al fratello – fa del ritratto si scopre che considerava il dottore “un vero amico e in un certo senso un nuovo fratello, tanto ci somigliamo fisicamente e anche moralmente. È molto nervoso e assai bizzarro anche lui”.

Dunque l’ipotesi del doppio, del ritratto-autoritratto sembra sempre meno azzardata. In una lettera non portata a termine del giugno del 1890 (un mese prima di morire) diretta a Gaugain, il pittore scrive:

«Ho adesso un ritratto del dottor Gachet con l’espressione straziata [navrée] del nostro tempo.»

Viene da chiedersi: cosa avrà pensato Gachet riconoscendo nel suo ritratto la descrizione che lui stesso aveva fatto del paziente malinconico? Come si sarà sentito ad essere rappresentato così proprio dall’uomo che si era incaricato di curare? Erano entrambi l’uno specchio dell’altro?

In realtà leggendo una delle ultime lettere al fratello (luglio 1890) si scopre che il pittore, dopo poche settimane di permanenza nel villaggio, non considerava il medico utile per la sua guarigione, dato che anche lui, ai suoi occhi, era evidentemente malato:

«Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire.»

La situazione per il pittore è senza dubbio angosciante: la persona a cui lui ha chiesto aiuto, ha a sua volta bisogno d’aiuto. Più che aiutarsi a vicenda – pensa il pittore dimostrando grande lucidità – il rischio è i due malinconici finiscano per danneggiarsi reciprocamente. Possono forse capirsi, ma aiutarsi, questo no.

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Inoltre, come in ogni buon racconto, a un certo punto compare una donna. Si chiama Marguerite, ha 21 anni ed è la figlia del dottor Gachet. A quanto si dice lei si innamorò di Van Gogh, e lui iniziò a ritrarla. Prima mentre suona il piano, poi nel giardino con un abito da sposa. La relazione però viene impedita dal dottore, preoccupato che sua figlia possa finire con una persona che stima e a cui è affezionato, ma che resta comunque un malato. In effetti Vincent, tra abuso di alcol e assenzio, automutilazioni, allucinazioni e tentativi di suicidio, non è esattamente lo sposo ideale.

C’è chi ipotizza che anche questo rapporto interrotto o forse mai nato (di fatto, che si sappia, ci sono solo i due quadri, a cui il dottore non aveva dato il permesso) influirà sull’umore del pittore e sulla sua opinione nei confronti di Gachet (“Mi sembra che sia più malato di me”).

In quegli stessi giorni Van Gogh va ancora una volta nei campi e dipinge quello che si può considerare diagnosi e testamento del pittore: il Campo di grano con volo di corvi (luglio 1890, oggi si trova al Van Gogh Museum, Amsterdam).

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Questo dipinto straordinario nell’ultimo secolo è stato analizzato psicologicamente più di molti esseri umani. C’è chi si è concentrato sui colori, chi sulla direzione dei corvi, chi sul significato dei tre sentieri, chi ci ha voluto vedere un’allucinazione (l’ipotesi più suggestiva e paradossale, se ci pensate: voler vedere un’allucinazione). Ma ciò che rappresenta è molto più triste e semplice, anche se questo non ne scalfisce la potenza e il fascino, ed è spiegato dallo stesso pittore in una successiva lettera al fratello: tristezza. Tristezza ed estrema solitudine.

«Ritornato qui mi sono sentito molto triste, e ho continuato a sentire pesare su di me la tempesta che vi minaccia. […] Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine. Spero che li vedrete fra poco – perché spero di portarveli a Parigi il più presto possibile, perché ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire, ciò che non riesco a dire a parole, ciò che io vedo di sano e di rinfrancante nella campagna.»

La versione leggendaria vuole che Van Gogh stesse dipingendo proprio questa incredibile tela quando estrasse la pistola e si sparò al petto. In realtà questo è improbabile e non sappiamo con precisione come andarono le cose. Di recente c’è anche chi ha ipotizzato che non si sia trattato di un vero e proprio suicidio: il pittore sarebbe stato colpito da due ragazzi che giocavano con una pistola, e allora vide in quell’incidente un’occasione per morire. Non disse nulla, andò nella sua stanza d’albergo e aspettò di morire.

Si scoprirà in seguito che negli ultimi 70 giorni della sua vita passati a Auvers-sur-Oise Van Gogh realizzò 70 dipinti: una media di uno al giorno.

Ma la storia non finisce qui. Perché, come abbiamo detto all’inizio, il vero protagonista è il dottor Gachet. Infatti il primo ad essere chiamato in soccorso nell’albergo è lui, il dottore Il proiettile non si può estrarre, dunque il dottore si limita a fasciare la ferita. Alcune ore dopo arriva anche il fratello Theo al quale Vincent spiega che ha tentato il suicidio ma ha fatto cilecca. Inoltre gli confessa che la sua “tristezza non avrà mai fine” e che se dovesse sopravvivere proverà ancora a togliersi la vita. Passerà le ultime ore a fumare la pipa.

All’una e trenta del 29 luglio 1890 Vincent van Gogh muore.

Il dottor Gachet si siede a fianco al suo letto e disegna il volto di van Gogh senza vita. Il disegno reca una scritta: “Vincent van Gogh sur son lit de mort” con la firma del dottore, che ne realizzerà anche un’altra versione. Solo un mese prima era stato il pittore a ritrarre il dottore, nella posa malinconica che abbia visto prima. E ora è lui, il medico che doveva curarlo, a ritrarre il suo corpo morto. Un disegno che, secondo molti, è il suo lavoro migliore: beffarda consolazione.

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Secondo diverse testimonianze il dottor Gachet resta scioccato dalla morte del pittore. Non c’è solo il dolore per la morte di quello che era velocemente diventato un amico, ma anche – ipotizziamo – quel senso di frustrazione e di sconfitta di un medico che perde il proprio paziente. E quindi l’inevitabile senso di colpa.

Alla sepoltura, avvenuta il 30 luglio, sono presenti pochi amici, oltre il fratello Theo e ovviamente il dottor Gachet. La bara viene ricoperta di dalie e girasoli.

Uno dei pochi presenti, il pittore Emile Bernard, in una lettera descrive la scena raccontando che il dottor Gachet voleva dire qualche parole su Vincent “ma anche lui stava piangendo così tanto che avrebbe potuto solo balbettare un addio molto confuso”.

Successivamente il dottore sarà criticato per non aver in qualche modo evitato il suicidio del pittore. Eppure vanno considerati diversi fattori: quella che affliggeva il pittore era una malattia all’epoca sconosciuta. Oggi, dopo centinaia di diagnosi diverse, si tende a pensare che soffrisse di una forma di psicosi epilettica o di porfiria acuta intermittente. Inoltre il dottor Gachet poté seguirlo per sole dieci settimane, durante le quali il pittore continuò a bere, nonostante i consigli del medico.

Insomma, Van Gogh era senza dubbio un paziente difficile, forse uno dei più difficili che possano capitare a un medico e anche oggi uno psichiatra avrebbe grosse difficoltà ad aiutarlo e ad evitare una morte che ancora oggi appare inevitabile. Perché la malinconia, come la chiamavano all’epoca, va a colpire proprio quelle forze che dovrebbero aiutare a reagire.

Lo stesso Gachet nella sua tesi l’aveva descritta molto bene, fatto che fa pensare che la conoscesse da vicino, non solo come medico, da prima che incontrasse Van Gogh e da prima che perdesse sua moglie:

«Sembra che ci sia in tutto l’essere un ostacolo che rallenta, diminuisce, o perfino inibisce completamente il movimento vitale […] Di fronte a questo ostacolo, il pensiero, il movimento si urtano di continuo, si incalzano incessantemente e vanamente; l’ostacolo non può essere superato, il blocco non recede, diventa permanente: si realizza lo stato stazionario. Tutte le potenze dell’essere umano si concentrano in un medesimo punto; e cosí − vuoi che simile concentrazione sia il risultato di una lotta preesistente che ha abusato delle forze reattive, vuoi che tutte le forze vitali agiscano in senso opposto alle leggi della vita e del movimento alle quali ogni essere vivente è fatalmente sottomesso – ha luogo la quiete […]. Questo stato di incubazione costante, concentrico, permanente, indefinito, è il punto culminante, la pietra di paragone di ogni delirio malinconico. La creatura malinconica assume in alto grado tutti i caratteri dell’inerzia piú completa, piú profonda; il principio vitale, che presiede a tutto l’essere, tace, e con lui gli organi, i sensi, la mente, gli istinti, le passioni sono colpite da mutismo. L’uomo assomiglia a un vegetale, a una pietra»

Vegetable man, canterà molti anni dopo un altro artista che affogava nella follia, Syd Barrett, all’apice del suo delirio, quando si allontanerà dalla sua band, i Pink Floyd, e in un certo senso dal mondo intero. Il suo produttore, Peter Jenner, a proposito di questo brano dove si parla di un uomo vegetale e di colori, dice:

«Per me queste canzoni sono come il dipinto di Van Gogh con gli uccelli sopra il campo di grano, che poi è quello che era il cervello di Syd. Provate a guardare la confusione, l’agitazione di Van Gogh attraverso i suoi dipinti. Se volete capire Syd, se volete sapere cosa gli stava succedendo, dovete ascoltare queste tracce allo stesso modo.»

Peter Jenner

Curiosa coincidenza? Ma il dottor Gachet, quasi un secolo prima, era andato oltre ancora, scrivendo che se l’uomo malinconico assomiglia a un vegetale o a una pietra, viceversa:

«La malinconia è diffusa in tutta la natura. Ci sono animali, vegetali, perfino pietre, che sono malinconici.»

Gachet era un uomo che vedeva pietre e fiori malinconici.

Sicuramente non era un bravo pittore come Van Gogh, o un bravo musicista come Syd Barrett, ma rileggendo le sue parole non è difficile immaginare i tre andare d’accordo. Qualcosa in comune ce l’avevano.

Martino Pinna

 

Fonti: Emanuel Von Baeyer London, Wikipedia,  Artnet.net, New York Times, The New England Journal of Medicine, mentre le citazioni delle lettere di Van Gogh e del dottor Gachet vengono da “L’inchiostro della malinconia” di Jean Starobinski

Viaggio nel cuore islamico di Modena

Quanto e cosa sappiamo del Ramadan, il mese considerato sacro dai musulmani di tutto il mondo perché, secondo la tradizione, è durante questo periodo che il Corano venne rivelato al Profeta? Il nostro reportage nelle quattro comunità islamiche modenesi.

Gli ultimi giorni del Ramadan, mese di preghiera e digiuno per un miliardo e mezzo di musulmani di tutto il mondo, sono l’occasione per compiere un viaggio all’interno della comunità islamica modenese, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita, che orbita intorno ai quattro centri presenti nel territorio cittadino.

C’è una minoranza importante della città che silenziosamente compie il digiuno del Ramadan in una delle estati più torride degli ultimi 150 anni in pianura padana. Sono lavoratori, impiegati, commercianti, studenti e pensionati. Vengono dal Marocco, dalla Turchia, dal Pakistan e dalla Bosnia. Sono biondi e scuri, bianchi, neri e meticci. Durante il Mese di Ramadan non sono concesse distrazioni: senza clamore, i fedeli si organizzano per le preghiere e i riti comunitari conferendo alla città di Modena un aspetto unico, padano e mediterraneo, in qualche modo universale.

Dal 18 giugno al 17 luglio, i Musulmani di tutto il mondo hanno celebrato il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario musulmano di tipo lunare. Secondo la Tradizione Islamica è durante il mese di Ramadan che il Corano venne rivelato al Profeta Mohamed. Per i Musulmani è un periodo sacro di digiuno, preghiera e privazioni mondane. Il digiuno, “Sawm” in arabo, consiste nell’astensione dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dall’alba fino al tramonto di tutti i 29-30 giorni del mese di Ramadan e costituisce il quarto dei cinque Pilastri dell’Islam. Ciò significa che, salvo precise eccezioni, compiere il digiuno nel mese di Ramadan è una prescrizione per ogni musulmano. Anche il musulmano meno ortodosso che frequenta più le strade del centro storico e i rivenditori di alcolici rispetto alle “moschee”, con ogni probabilità, si asterrà dal bere e dal fumare, almeno in pubblico, durante il mese di Ramadan. Le eccezioni sono invece riportate nel Corano (Sura II, vers. 185) e riguardano le donne incinte e quelle con il ciclo, i viaggiatori, i malati, gli anziani, i bambini in età prepuberale, tutti esentati dal compiere il digiuno poiché, come recita il Corano:”Allah vuole per voi quel che vi è facile, non quel che vi è duro” (Sura II, vers.183).

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C’e’ una notte verso la fine del Ramadan, più sacra delle altre, che i Musulmani chiamano Laylatul Qadr: la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo. Secondo la Tradizione, la “Notte del Destino” cade in uno dei giorni dispari dell’ultima decade del mese di Ramadan. Pur non essendoci consenso unanime nel mondo islamico sulla data precisa, è consuetudine celebrare il Laylatul Qadr durante la 27esima notte di Ramadan, quest’anno nella notte fra lunedì 13 e martedì 14 luglio, in piena canicola. Per i Musulmani Laylatul Qadr è la notte in cui è iniziata la Rivelazione coranica completata poi in altri e successivi istanti della vita del Profeta Mohamed, vissuto nella Penisola araba a cavallo fra il VI e VII secolo e divulgatore dell’ultima e definitiva rivelazione all’umanità.
Un’intera Sura (la 97esima) composta da cinque versetti è consacrata alla Notte del Destino. “La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del loro Signore, per fissare ogni Decreto. E’ pace fino al levarsi dell’alba”, recita il Corano (Sura 97; vers. 3-5).

Durante il Ramadan si vive più la notte del giorno, quando al tramonto la comunità si raccoglie per celebrare la sospensione quotidiana del digiuno, “l’Iftar”, e compiere le orazioni comunitarie, fortemente consigliate nella religione islamica, soprattutto durante il Mese Sacro. Durante la “Notte del Qadr” ogni osservante è chiamato a pregare dal tramonto all’alba per espiare i propri peccati e onorare Allah. Una preghiera non-stop chiamata Tarawih che dura fino alle prime luci del giorno, intervallata soltanto dal Souhour, la cena collettiva consentita nelle ore notturne.

E’ dalla preghiera dell’Asr, quella del pomeriggio intorno alle 17:30 che nei quattro centri islamici modenesi comincia il fermento che precede i grandi momenti comunitari. Al Centro della Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è un via vai di fedeli sudati vestiti con tuniche immacolate che trasportano ampi vassoi pieni di datteri e brocche di latte, gli alimenti che compongono l’Iftar, la sospensione quotidiana del digiuno. Quando il sole tramonta, non ci si abbuffa né mai si esagera: i Musulmani mangiano in silenzio una manciata di datteri sorseggiando del latte prima di compiere le abluzioni e prepararsi alla preghiera del Maghrib, quella del tramonto, intorno alle 21.

FOTO / Notti di preghiera

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Per raccontare alcuni momenti di questo mese importantissimo per circa 1 miliardo e 800 mila persone nel mondo, abbiamo trascorso diverse ore con i membri di una delle comunità islamiche modenesi, quella di via delle Suore, in una notte – verso la conclusione della festa – che i fedeli considerato più sacra delle altre, la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo “Laylatul Qadr”, cercando di cogliere – seppur con lo sguardo inevitabilmente condizionato dalla nostra cultura occidentale – il significato profondo di questo momento per i membri di una comunità come quella modenese. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

L’Annuario del 2013 del Servizio Statistico del Comune e i dati Istat (gennaio 2014) riportano la presenza di 28,211 stranieri residenti su di una popolazione totale di 185,148 residenti nell’intero territorio comunale di Modena. Quasi un sesto della popolazione modenese è di origine straniera. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Marocco, con 3277 residenti, il Ghana con 2848 abitanti e la Tunisia con 1143 residenti. Ci sono anche 2383 residenti di origine albanese e 1120 cittadini nigeriani. Non esistono censimenti ufficiali in base al credo religioso. Una stima in base alla nazionalità dei migranti riportate nell’Annuario è però possibile: il Marocco e la Tunisia sono paesi al 99% musulmani, l’Albania è per circa un terzo islamica, il Ghana per un quinto. In Nigeria, invece, la metà della popolazione è di confessione musulmana. Fatti due calcoli, Modena conta circa 9050 residenti di confessione islamica, provenienti da più di 30 paesi: dal Maghreb ai Balcani, dal Mali all’Indonesia. Uno spaccato rappresentativo del miliardo e mezzo di fedeli di religione musulmana sparsi ai quattro angoli del Globo.

Il panorama dell’Islam organizzato modenese è frammentato sebbene non in conflitto. Esistono quattro luoghi di preghiera e di attivismo islamico in città e sono tutti dei “Centri culturali”. Non ci sono moschee a Modena: in Italia ne esistono soltanto quattro in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Si tratta di centri culturali ricavati da ex capannoni industriali, ristrutturati e adibiti a sale di preghiera, e diventati nel tempo il punto di riferimento per i musulmani del quartiere o della città. I Centri sono retti da associazioni senza finalità di lucro, i cui direttivi organizzano la vita religiosa dei fedeli e mantengono i rapporti ufficiali con la città.

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La Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è di gran lunga il centro islamico più popolato della città. Fondato da un gruppo di migranti di origine marocchina nel 1992 e ristrutturato nell’estate del 2013, l’edificio, un ex deposito per la legna, è di proprietà comunale. In un venerdì di preghiera, e in generale nei momenti più partecipati come le notti di Ramadan, il Centro riesce ad accogliere circa 3000 fedeli, grazie al suo vasto cortile ricoperto da tappeti orientali.

Questa parte della zona industriale della città si trasforma letteralmente in queste notti di Ramadan. Alle 20:45, poco prima del tramonto, ci sono ancora 35° gradi ma il Centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona. Le signore procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, seguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da station wagon dalle targhe obsolete e le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. A due passi dal Centro stazionano alcuni venditori ambulanti di frutta e verdura, immobili e in silenzio con il viso bruciato dal sole. Il tempo sembra rallentare sotto gli ultimi colpi di sole, l’aria rarefatta comincia a profumare di menta fresca e di limoni mentre le ombre degli uomini con il fez si allungano e l’Adhan, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Il contesto è molto arabo e popolare, con il piccolo suq improvvisato davanti all’entrata della “moschea”, potremmo trovarci benissimo a Fez o nella casbah di Algeri.

Nella “moschea” di via delle Suore, durante la “Notte del Destino”, non si riesce quasi a deambulare. Il ritratto del frequentatore medio è di nazionalità marocchina, di sesso maschile, intorno ai 30 anni e lavora in fabbrica. La Comunità Islamica di Modena e Provincia pur essendo visitata da musulmani balcanici e dell’Africa Sub-Sahariana è dominata da devoti di origine maghrebina, l’etnia prevalente in generale fra i migranti della città. “Ogni sera offriamo il pasto dell’Iftar a centinaia di fedeli, sono i giorni conclusivi del Ramadan ad essere i più faticosi ma sono anche i più importanti: è come quando scali una montagna altissima, gli ultimi metri sono sempre i più duri”, spiega Mustafa El Hobbi, dirigente della Comunità.

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Anche alla Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo si offre l’Iftar ai Musulmani. Più piccolo ma ben curato, il Centro di via Portogallo si trova al secondo piano di un edificio popolare ed è frequentato nei suoi momenti più partecipati da più di 400 devoti. La dirigenza è marocchina e appare composta da persone inserite socialmente e con un livello di cultura medio-alto.

Il Centro di via Portogallo è stato fondato nel 2007, a seguito di una scissione all’interno della Comunità Islamica di via delle Suore. “Una parte del Direttivo scelse di lasciare il vecchio Centro per aprire un nuovo spazio islamico in città, spazio che abbiamo regolarmente comprato”, dice diplomaticamente il presidente Adil Laamane, un padre di famiglia di origine marocchina, da oltre 20 anni a Modena, che parla un perfetto italiano tanto da usare termini quali:”Aneliamo ad una convivenza esemplare a Modena”.

Più raccolto, il clima alla Casa della Saggezza è meno caotico. Il suo interno si compone di una sala rettangolare per le preghiere, gli uffici per le riunioni, due aule per i corsi di arabo, un chioschetto con oggetti di culto in vendita e i sanitari con i classici lavabo bassi per le abluzioni, obbligatorie prima delle orazioni. Le donne hanno i loro spazi, sebbene angusti, dove pregare e riunirsi. I rappresentanti di questo Centro Islamico sembrano avere le idee chiare:”Collaboriamo da sempre con le istituzioni e le altre associazioni, lo scorso 25 aprile abbiamo partecipato alle commemorazioni per la Liberazione, insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Modena a cui siamo legati da forte amicizia. Per trasparenza e per farci capire dai non arabofoni, i nostri sermoni sono sempre tradotti in italiano, la lingua franca della nostra comunità”, dice Mohamed Riziki, responsabile culturale del Centro e sindacalista della Fiom-Cgil.

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A notte inoltrata ci rechiamo alla terza “moschea” di Modena, quella turca di via Munari, nel cuore della città, a due passi dalla stazione ferroviaria. La “Moschea Uli Cami” è un altro mondo ancora rispetto ai due Centri Islamici visitati in precedenza. I turchi hanno una forte identità nazionale e non sono un popolo arabo. Benché aperto a tutti i musulmani del multietnico quartiere che guarda alla stazione dei treni, l’impronta nazionale è dichiarata. Il Centro è infatti sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica di Turchia. E’ un istituto che esiste anche in altri paesi islamici. In Turchia il Ministero per gli Affari Religiosi si è rafforzato durante i governi guidati dall’AKP, il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” al potere dal 2002. Esso si occupa, fra le altre cose, di favorire lo sviluppo delle moschee turche e preservarne l’identità nazionale all’estero ed è molto attivo laddove la migrazione turca è forte, come in Germania per esempio.

A Modena abitano circa un centinaio di turchi, un’immigrazione regionale legata ai territori di Corum e Denizli. Una catena migratoria di stampo familiare dall’Anatolia cominciata alla fine degli anni ’70. “Il Ministero ci fornisce quasi tutto, il personale religioso per esempio: abbiamo due imam, un uomo e una donna”. Come nelle altre “moschee” della città, l’area delle donne è distinta da quella degli uomini ed esplicitamente delimitata da transenne, tendaggi o semplici cortine. Eppure in nessun altro Centro Islamico della città troviamo una imam donna, ovvero una religiosa riconosciuta che conduce regolarmente le preghiere. All’appartenenza nazionale e addirittura regionale si aggiunge anche una affiliazione politica che rende questo Centro unico nel panorama islamico modenese. E’ l’affiliazione dichiarata all’AKP, una formazione conservatrice di ispirazione islamica attualmente partito di governo in Turchia. “Il 90% dei frequentatori del Centro sono elettori o militanti dell’AKP”, dice apertamente Ozgur Ozcan, dirigente del Centro e presidente della sua costola giovanile, dal nome accattivante , “I Giovani Turchi di Modena”.

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Fisicamente la “Moschea Uli Cami” si presenta come un’abitazione privata al cui interno troviamo una piccola sala di preghiera ricavata da un grande salotto, un’aula per le riunioni, i sanitari e un piccolo cortile interno colmo di fedeli nella “Notte del Destino”. Anche qui offrono l’Iftar ogni sera a circa cento praticanti. Il Centro turco è sovraffollato, può contenere al massimo 150 persone ma la sua posizione strategica lo rende molto frequentato dai Musulmani del quartiere o di passaggio, soprattutto durante una notte di fede così sentita.

Il quarto e ultimo centro islamico della città si trova in via Alassio. Aperto lo scorso aprile e gestito da un gruppo di bengalesi e nordafricani, è poco più che una “Mussala”, una semplice sala per le preghiere.

Tutto il mese di Ramadan è pieno di benedizioni, preghiere, spiritualità e socializzazione religiosa. Ci sono, però, due momenti salienti e ravvicinati durante il mese sacro ai Musulmani: Laylatul Qadr, e l’Eid el-Fitr, la grande festa di fine Ramadan, celebrata una manciata di giorni dopo la “Notte del Destino”, quest’anno venerdì 17 luglio. La maggioranza dei musulmani sunniti, corrente maggioritaria nel mondo islamico, festeggiano fondamentalmente due grandi ricorrenze nel loro calendario: l’Eid el-Adha, la festa del sacrificio di Abramo, e l’Eid el-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

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A Modena, l’associazione “La Polivalente 87 – Gino Pini” in via Pio La Torre mette a disposizione da diversi anni il suo complesso sportivo, una struttura capace di accogliere i fedeli provenienti dalle grandi comunità islamiche della provincia, soprattutto da Carpi e Sassuolo. L’Eid el-Fitr è una festa religiosa di massa, un raduno multietinco. Oltre 3500 musulmani, donne e uomini, da Modena e provincia si sono dati appuntamento nella mattinata di venerdì 17 luglio per la celebrazione di fine Ramadan.

All’alba era già tutto pronto: la notte precedente i volontari della Comunità Islamica di via delle Suore, sede del più grande centro islamico della città, avevano allestito la sala con tappeti e predisposto all’esterno dell’edificio i banchetti di bibite, dolci e di materiale religioso. Erano in vendita anche bottiglie da mezzo litro riempite con “acqua santa della Mecca” a 2,50 euro.

Verso le 08:00 i fedeli arrivano alla spicciolata sotto i raggi del sole del mattino che anticipano una giornata di caldo tropicale. Alle 09 inizia la litania “Allahu Akhbar, la illaha illallah” ovvero “Dio è grande, non c’è Dio al di fuori di Dio”, che rappresenta la professione di fede al monoteismo islamico. L’interno della palestra è colmo di fedeli di varie nazionalità, raccolti in preghiera: fianco a fianco, spalla contro spalla, piede contro piede a rappresentare l’unità e l’uguaglianza dei credenti.

Alle 10,00 il sole produce effetto serra, il caldo dentro alla struttura si fa soffocante, non tira un filo di vento, le gocce di sudore scendono copiose solcando il viso stanco dei praticanti. Fuori dalla palestra, i salamelecchi fra fedeli abbondano con i musulmani in festa che si baciano e si scambiano doni e complimenti augurandosi a vicenda le migliori cose.

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Riconosciamo molti fedeli già incontrati durante la “Notte del Destino” presso il centro di via delle Suore, intenti a raccogliere lo Zakat el-Fitr, la tassa rituale di fine Ramadan a favore dei poveri:”La raccogliamo e la ridistribuiamo ogni anno, il senso è che almeno in questo giorno santo i poveri non siano costretti a chiedere l’elemosina”, spiega Youssef Amouiyah Vicepresidente della Comunità Islamica di Modena e Provincia.

E’ Mohamed Raoui, l’imam del Centro di via delle Suore, ad officiare l’orazione canonica che chiude il mese di digiuno. E’ interessante notare come in ogni “moschea” di Modena oltre alla separazione di genere, troviamo anche una rigida divisione di ruoli e funzioni all’interno delle comunità che richiama il principio laico di separazione fra potere spirituale e potere secolare: infatti, mentre l’imam si occupa esclusivamente di questioni religiose, di recitazione del Corano e di esegesi islamica, il presidente e i membri del direttivo dei centri islamici di Modena hanno ruoli amministrativi, di gestione e di rappresentanza davanti alle Istituzioni.

Il Ramadan e la sua festa conclusiva l’Eid el-Fitr è stata un’occasione per apprezzare da vicino la diversità insita nel mondo islamico in cui a fianco dell’adorazione nel Dio unico convivono culture e costumi nazionali specifici e ben radicati che anche qui trovano una loro versione. A fianco degli hijab castigati delle donne maghrebine con le mani dipinte di henné, c’erano i kounkhité, i foulard colorati delle donne dell’Africa nera; vicino ai kamis e ai fez del Marocco, c’erano i bazin gouba della Guinea e “il miglior vestito” di una comunità in festa.

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Un miliardo e mezzo di persone hanno celebrato in tutto il Mondo il Ramadan: hanno digiunato dall’alba al tramonto e pregato di notte per 30 giorni di fila, senza lamentarsi. Con loro c’erano anche i Musulmani di Modena, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita che orbita intorno ai quattro centri islamici presenti nel territorio cittadino. “Lo scopo ultimo del Ramadan è quello di riuscire a controllare il proprio comportamento e i propri pensieri al fine di superare l’aspetto più terreno della natura umana, finalizzando l’attenzione solo sul ricordo di Dio” spiega Hayatte Cheika, responsabile dei Giovani Musulmani di Modena, la costola giovanile della Comunità di via delle Suore.

Ma a dare un senso contemporaneo più laico e quasi politico a questa prescrizione religiosa che può apparire ai profani eccessiva, ascetica o fuori contesto, forse bastano le parole stampate in un pamphlet trovato presso la Casa della Saggezza. Un testo di “Partecipazione e Spiritualità Musulmana”, nota organizzazione islamica non profit di carattere nazionale a cui la “moschea” di via Portogallo è legata, e in cui si legge:”Il mese di Ramadan è anticonsumistico per eccellenza: si tratta di liberarsi dalle dipendenze artefatte e amplificate dalla società dei consumi, di autocontrollarsi e distaccarsi per diventare indipendenti e liberi al di là dei bisogni superficiali per volgersi ai bisogni reali, elementari, dei poveri e bisognosi”.

Gaetano Gasparini

Foto di Antonio Tomeo.

La ruspa anti immigrati è nata a Modena

Il senso di Matteo per la ruspa. Pochi avrebbero immaginato che uno dei simboli della politica di questi anni sarebbe diventata quella macchina per l’escavazione superficiale, mossa da un trattore, che compie scavo, carico, trasporto, scarico e spandimento della terra rimossa, ovvero la ruspa. “È appena passata una grossa Ruspa vicino a dove sono….Ti ho pensato, che bella Italia” dice un commento recente nella pagina Facebook di Matteo Salvini. A Ferrara l’esponente leghista aveva parlato del mezzo meccanico così: “La ruspa è un simbolo di equità sociale”. In precedenza, in visita in un campo Rom nei pressi di Firenze, aveva definito la ruspa “un simbolo di pulizia”.

Sempre Salvini, stavolta alla festa leghista di Martinengo: “Quando avremo finito con i campi rom useremo le ruspe per i centri sociali”. Dopo l’incidente a Roma, dove una donna è morta investita da una macchina guidata da un rom, il leader leghista ha commentato “una preghiera. Per il resto… Ruspa!!!” portando la ruspa perfino nell’ambito religioso.

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La ruspa dunque non solo come soluzione ai campi rom, ma come soluzione a tutti i problemi, come soluzione assoluta, addirittura come preghiera, come esclamazione e perfino come intercalare. Ruspa, ruspa, ruspa. Marketing politico, semplice e molto efficace.

Ma, curiosando negli archivi dei giornali, si scopre una notizia ormai dimenticata: il primo utilizzo di ruspa anti immigrati è nato proprio a Modena, nel 1992, quando sui giornali dell’epoca apparve questo titolo: “Modena: Immigrati, vi mando le ruspe”.

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A parlare (e agire) è don Giorgio Bellei, noto parroco della chiesa di Santo Spirito. All’epoca finì sui giornali perché, dopo aver ospitato dei tunisini in una roulotte, questi non se ne volevano più andare, e allora, dopo qualche insistenza, don Bellei passò ai fatti: chiamò una ruspa per distruggere la roulotte. “Non si tratta di razzismo: nella mia parrocchia gli immigrati sono sempre stati bene accetti” spiegò il parroco ai giornali. Ma la ruspa, inesorabile, fece il suo dovere.

Tornando ai giorni nostri, ci prendiamo pure il rischio di passare per moralisti,ipocriti e buonisti strumentali (aggiungere pure a scelta) ricordando che la ruspa è purtroppo spesso protagonista di incidenti mortali sul lavoro.

Ultimo caso in Sicilia, nel catanese, dove un uomo è morto colpito da un palo della luce mentre guidava una ruspa. Spesso, trattandosi di un mezzo utilizzato in terreni impervi, capita che la ruspa si capovolga, schiacciando il lavoratore (come in questo caso, ma gli esempi sarebbero tanti), un incidente tipico anche con i trattori, dagli esiti spesso mortali, di cui l’Emilia-Romagna, con la Lombardia, detiene il triste record.

Viscere emiliane

Il racconto del nostro inviato a Ruttosound. Una manifestazione goliardica, ma anche una rumorosa critica al presente.

Si è tenuta il 29 giugno scorso a Reggiolo la gara più irriverente d’Italia: il campionato italiano di rutti. Davanti a una platea esigente di 30mila persone si sono sfidati una ventina di concorrenti (la maggior parte uomini) nelle categorie potenza, durata, rutto parlato e rutto freestyle.
E’ stata un’orgia di emissioni gastriche, un insulto beffardo e irriverente al savoir vivre. Ci sono arrivato per puro caso dopo esserci andato l’anno scorso, quello prima e quello ancora prima. Stavolta ho pure portato quella che ho rischiato diventasse la mia ex ragazza, sul punto di piantarmi anche grazie alla mia idea – rivelatasi non brillantissima – di renderla partecipe di questa esperienza sui generis. “Ti occupi di rutti ora?” è stato il suo commento glaciale. Una dolorosa frecciata a far da sigillo al lungo elenco delle mie mancanze quotidiane e reiterate.

Ruttosound è una manifestazione ormai giunta alla sua diciottesima edizione, nata nel 1997 per iniziativa di Stefano Morselli, ideatore e direttore artistico dell’evento. All’epoca era poco più di una goliardata fra amici. Oggi è una realtà, uno spettacolo, i cui ricavi vanno a scopo benefico con tanto di musica, megaschermi, luci laser, giuria tecnica e anche un rappresentante del Guinness dei Primati.

Ecco, appunto, i primati. C’era il campione in carica di rutto di potenza Alessio direttamente dalle viscere dell’Emila. C’era il sorprendente Porco di Albinea, cieco con stampelle, parrucca e occhialoni da sole; la dolce Elisa Cagnotti, principessina di Trento, storica protagonista che anni fa aveva letteralmente polverizzato il record mondiale femminile di potenza (misurato molto professionalmente con il fonometro) con un rutto spaventoso di 107,00 decibel. Elisa era in pieno dei festeggiamenti dell’addio al nubilato ma non si è certa tirata indietro e ha emesso il rutto di circostanza.

In gara pure un ragazzino di 12 anni che pur non riuscendo a raggiungere il podio ha venduto cara la pelle nella specialità “rutto di potenza”.
Dal 2003 al 2014, in 11 edizioni, la Festa della Birra di Reggiolo ha devoluto in beneficenza quasi 1,6 milioni di euro a varie organizzazioni di volontariato attive sul nostro territorio e all’Ospedale di Guastalla.

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Le esibizioni che si susseguono a tambur battente, non danno respiro e intorno a me è un profluvio di profonde emanazioni duodenali, poiché anche il pubblico è tutto preso e si abbandona allo spirito di emulazione. Talvolta ho veramente temuto, stando sotto il palco, di rischiare la vita della mia maglietta, causa improvvisi svarioni dello stomaco dei concorrenti. Impressionante infatti vedere gonfiarsi d’aria il pancione del Porco di Albinea e sentirlo esternare il suo urlo alla vita davanti a una folla rutteggiante che lo insulta. Unico neo della gara: l’esistenza del doping anche in questa isola incontaminata e innocente. Giravano infatti coca cola e birra a fiumi fra i concorrenti.

Anche quest’anno il pezzo forte è stato Sua Maestà il Porco di Albinea (Reggio Emilia) e Rut Mysterio (con tanto di divisa da wrestler) from Modena: strabiliante il rutto di costoro di 1 minuto e tanti secondi che entra direttamente nel Guinness nella prestigiosa categoria del rutto più longevo mentre il suo rutto di potenza ha scavalcato di un soffio un altro agguerrito sfidante.

Non so perché sono andato per puro caso al ruttosound, dopo esserci stato ripetutamente nei recenti anni. Forse perché mi sono affezionato alla goliardia spinta o forse perché anch’io sono un potenziale concorrente. Sicuramente perché ho interpretato i rutti come forma d’espressività, più che d’espressione, una specie di rumorosa critica al presente.
Una forma ancestrale di manifestazione di rabbia e dissenso. Un urlo dal profondo delle viscere: “io non so far niente, ma beccati ‘sto rutto maledetto”.

In copertina: Rut Mysterio

Cacciatori di tutto il Neolitico, unitevi!

Nei colli piacentini si è tenuto un festival preistorico capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica. Ma non tutti gli studiosi sono d’accordo nel rievocare la storia trasformandola in spettacolo.

“Spettacolarizzare” un sito archeologico pur di renderlo appetibile al grande pubblico (in modo da renderlo economicamente sostenibile) magari rinunciando a un po’ di rigore scientifico? E’ questa la domanda che si pongono gli studiosi rispetto a esperimenti come la “living history”, la rievocazione storica. Intanto, nei colli piacentini si è tenuta la sesta edizione di uno dei festival culturali più originali d’Italia – Preistorica – capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica.

A Travo, 6000 anni fa, tra le verdi colline della Val Trebbia e ai piedi dell’omonimo torrente, si insediò una comunità di cacciatori e raccoglitori. Era l’età della Pietra, il Neolitico, punto di svolta dell’Umanità, periodo in cui l’uomo cominciava a diventare sedentario, a coltivare i campi e a allevare il bestiame. Quel poco che sappiamo su quell’epoca, che precede di circa un millennio l’apparizione della scrittura in Mesopotamia, lo dobbiamo agli archeologi e agli archeotecnici che in base ai ritrovamenti hanno potuto ricostruire filologicamente un habitat neolitico e rappresentare il suo vissuto quotidiano.

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All’epoca la speranza di vita era di circa 30 anni e era in uso la poligamia. Il villaggio aveva una sua sovranità alimentare basata sull’economia di sussistenza. La comunità era composta da una trentina di persone distribuite in una decina di abitazioni. C’erano anche stalle e depositi agricoli. Si suppone che vigesse un sistema di divisione dei compiti. Ognuno svolgeva una propria funzione all’interno della comunità e l’uomo andava specializzando le proprie mansioni.

A Travo, oggi, all’interno del Parco Archeologico, sorge il villaggio Neolitico di Sant’Andrea, uno dei siti preistorici più notevoli d’Italia. Caratteristica principale del Parco è la conservazione in vista di parte delle strutture preistoriche messe in luce nel corso delle campagne di scavo svoltesi nell’area dal 1995 sino ad oggi. Dal 2010 sono visibili anche le ricostruzioni di alcuni edifici neolitici in scala reale, allestiti con materiali e oggetti copie di quelli realmente ritrovati in sito. E’ la combinazione fra scavi e ricostruzioni di habitat dell’epoca che conferisce al Parco tutta la sua importanza e il suo fascino. Nell’area del Parco, a fianco degli scavi, sorgono infatti due capanne neolitiche e una stalla ricostruite grazie alla perizia di archeologi e archeotecnici, chiamati anche archeologi sperimentali.

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Ed è proprio per decrittare il mistero di quei millenni remoti che archeologi, archeotecnici e rievocatori si sono ritrovati in Val Trebbia domenica 21 giugno, nel solstizio d’estate, al festival “Preistorica”, la prima kermesse culturale d’Italia interamente dedicata alla Preistoria giunta alla sua sesta edizione.

La manifestazione si propone di animare il villaggio ricostruito con le attività che occupavano le donne e gli uomini di una comunità sviluppatasi circa 4000 anni avanti Cristo. Per attirare e coinvolgere i visitatori, gli operatori del Parco, gestito da “Archeotravo” una cooperativa composta da quattro archeologhe, si sono inventati di tutto. Dai laboratori per l’infanzia in cui cimentarsi nelle produzioni artigianali dell’epoca alle visite guidate di notte, dalle conferenze e dai workshop specifici sulle tecnologie e le tecniche di costruzione, caccia e allevamento fino alla Living History.

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La Living History è una forma di sperimentazione scientifica, un nuovo modo di concepire la visita archeologica grazie alla rievocazione storica della vita quotidiana delle popolazioni antiche. E’ una disciplina già rodata e di successo in nordeuropea sin dagli anni ’80 e significa, per gli addetti ai lavori, calarsi letteralmente nei panni del personaggio che si vuole rappresentare, in questo caso un gruppo sociale dell’Evo Antico, la vita comunitaria e le relazioni sociali dell’epoca. L’obiettivo è mostrare al visitatore come vivevano in nostri progenitori attraverso la simulazione di varie situazioni e circostanze quotidiane: dalla preparazione e cottura degli alimenti alla cura dell’orto, dalle tecniche di scheggiatura e tessitura alla fabbricazione di vasellame e di punte di freccia in selce usate per la caccia.

Un archeologo, oggi, fa di tutto. Scava e analizza i ritrovamenti prevalentemente, ma se serve, si traveste. Luca Bedini ha 35 anni è di Modena, è laureato in archeologia, specializzato in Preistoria e fa l’archeotecnico. Il suo mestiere è sperimentare. Ricostruire gli oggetti rinvenuti dai suoi colleghi archeologi cosi come le tecnologie che hanno reso possibile la fabbricazione dei reperti un tempo funzionali alla vita quotidiana. Ha quindi competenze in campo archeologico, tecnologico e artigianale. Al festival si è occupato della lavorazione dell’osso con cui riproduceva delle spatole da ceramista, degli ami e degli aghi, tutti oggetti di uso comune in epoca neolitica. Stupisce sentire un ricercatore iperspecializzato come Luca dire sommessamente:”In alcune rievocazioni in costume, persone del pubblico mi hanno dato del travestito, del clown, il mestiere dell’archeotecnico è perlopiù sconosciuto e non è ancora valorizzato qui in Italia”.

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Anche se molti fra gli archeotecnici hanno una formazione e una cultura enciclopedica, la loro modalità di divulgazione fa storcere il naso alla comunità archeologica nazionale che predilige un approccio più tradizionale e rigoroso. “Il mondo accademico considera la Living history come para-archeologia, poco più che una pagliacciata”, si rammarica Luca.

Non che manchino iniziative strettamente tradizionali legate al Parco Archeologico per il pubblico più esigente e conservatore: lo scorso maggio si è tenuta un’importante conferenza regionale sulle “Scelte alimentari nella Preistoria” patrocinata dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici. Ma è attraverso la Living history e la rievocazione storica che il Parco Archeologico di Travo riesce ad attirare più pubblico e a fornire vari gradi di approccio alla materia in base al carattere più o meno profano del visitatore. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici non ha patrocinato “Preistorica” e ciò conferma la sfiducia dei vertici nei confronti delle sperimentazioni locali nate “dal basso”.

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Così studiosi iperspecializzati con un’altissima preparazione e elevate competenze multisettoriali vestono larghe tuniche di lino o di canapa e si truccano perché bisogna saper decifrare i segni del tempo ma anche rendere accessibile ai visitatori comuni un’epoca remota. A livello prettamente estetico i resti archeologici di un sito preistorico non possono certo competere con il colpo d’occhio che offre un anfiteatro romano, una Agorà o un tempio greco: Travo non può né vuole confrontarsi con Taormina, Agrigento o Paestum, per citare alcuni siti archeologici d’epoca classica.

Il fascino del sito di Sant’Andrea deriva anche dal contesto paesaggistico in cui si trova. L’area del Parco è da incorniciare, il villaggio ieri come oggi si trova incastonato fra le verdi colline della Val Trebbia solcate da un torrente limpido e balneabile. Negli Stati Uniti avrebbero valorizzato il Parco aprendoci a fianco un McDonald’s o inserendolo in un centro commerciale aperto ventiquattro ore su ventiquattro – sette giorni su sette. In Germania avrebbero invece classificato l’area come riserva protetta naturalistico-archeologica collegata al maggiore centro urbano con un servizio di navette a propulsione elettrica ogni quarto d’ora. In Italia la disciplina cugina e un po’ bastarda dell’archeologia, l’archeotecnica e la rievocazione preistorica in particolare, si trova ad un bivio: persistere con la Living history migliorando la qualità scientifica della rievocazione o ritirarsi dalle scene lasciando Parchi così specializzati come quello di Travo morire lentamente a causa della penuria di visite e ad un interesse e ad una “fruibilità culturale” non immediata se paragonata alla visita di un’Acropoli o ad un giro a Pompei.

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Nonostante tutto, di Parchi archeologici in Italia settentrionale che trattano l’epoca preistorica ce ne sono diversi: in Veneto c’è il Parco didattico-archeologico del Livelet vicino a Treviso, in Lombarda c’è il Parco Archeologico del Forcello a Mantova, in Trentino Alto-Adige il Parco Archeologico di Ledro a Trento e l’Archeoparco di Val Senales nei pressi di Merano, in Emilia il Parco Archeologico di Montale alle porte di Modena e, appunto, quello di Travo. Molti degli archeotecnici dei Parchi sopraccitati erano presenti al festival in Val Trebbia: più che competizione, nel settore si cerca infatti di fare fronte comune, condividere esperienze e scambiarsi buone pratiche. Così il Parco di Travo conta su di una fitta rete di contatti nazionali e internazionali. Da alcuni anni è membro di Exarc, una comunità scientifica attiva nel campo degli “Open air museums” con sede in Olanda.

Durante la “Living history”, davanti a centinaia di visitatori, gli archeologi descrivono la vita comunitaria mentre gli archeotecnici si esibiscono in dimostrazioni pratiche sul sapere tecnologico dell’epoca. Quest’anno sono giunti archeotecnici dalle Università di Modena e di Ferrara oltre che dal museo di Piadena e dal museo del Castello e quello del Sigillo di La Spezia.

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Per la riuscita del festival “Preistorica” risulta decisivo il contributo dei cosiddetti “Rievocatori”. Un rievocatore non è necessariamente un archeologo o un archeotecnico, è una persona che per passione aderisce a un’associazione dedita alla messa in scena del passato. A Travo c’era il gruppo del Cardium-Cinghiale Bianco, un’associazione ferrarese specializzata in rievocazione preistorica e celtica ma che si è misurata anche nella rappresentazioni di Unni e di Lanzichenecchi. Sono una trentina, fanno i vigili del fuoco, i pasticceri, gli impiegati; ci sono pensionati e studenti medi e universitari. Hanno il physique du rôle: molti portano i capelli lunghi, hanno le unghie sporche e usano soprannomi quali Cinghio, Epos, Nahé.

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“Faccio rievocazione perché mi permette di vivere un’esperienza profonda con la natura, con i grandi boschi e i grandi spazi, fare rievocazione implica elevare il proprio rapporto con la natura e di conseguenza con se stessi. Preferisco rappresentare i Celti o i popoli preistorici, società che secondo me vivevano in relazione con la Madre Terra. Non potrei mai incarnare un romano, per esempio”, dice Fabrizio Pirani, detto “Cinghio”, fondatore e presidente del gruppo. Gli fa eco Epos, che alla disciplina marziale romana preferisce l’armonia anarchica delle comunità primitive e che suggerisce un’interessante seppur vaga contrapposizione ideologica nel mondo della Living history:“La rievocazione dell’epoca primitiva riflette in pieno la mia indole e la mia personalità. I gruppi di rievocazione romana o napoleonica, per esempio, sono pieni di militari, poliziotti e forze dell’ordine in generale”.

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Fra spettacolo teatrale in costume e esperienza simbiotica con la natura le rappresentazioni dei rievocatori sono il pezzo forte del festival “Preistorica”, capaci di catalizzare l’attenzione del grande pubblico, delle famiglie, lasciando i più piccoli a bocca aperta davanti alla drammatizzazione della dura realtà nel Neolitico. I rievocatori conoscono le regole del gioco e anche se i loro costumi non sono filologicamente perfetti e rivelano talvolta anacronismi, evitano di indossare oggetti che contraddicono platealmente l’esperienza storica che cercano di rappresentare. “Ma la pataccata è sempre in agguato – nota Luca, l’archeotecnico modenese – come nelle feste celtiche dove talvolta i rievocatori vanno in giro con il corno alla cintura e altri clichés; anche l’uso dei materiali deve essere studiato meticolosamente, ci sono oggetti fuori contesto e anacronistici che possono minare la verosimiglianza delle scene”.

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La Rievocazione storica è quindi una cosa seria, una disciplina complementare all’archeologia tradizionale. Il problema è la credibilità scientifica, la sòla dietro l’angolo, il dilettantismo. La sfida è elevare gli standard della Living history, essere riconosciuti a livello accademico e reimpostare anche in Italia il modo di fare cultura, aprendo i cancelli degli scavi al pubblico, nel senso più largo del termine. Anche a costo di allestire un’area archeologica a parco giochi. Anche a costo di sacrificare un po’ la dimensione scientifica a beneficio di quella “ludico-didattica”, come la chiamano gli addetti ai lavori in questo gioco di equilibri anche linguistici che è diventata la divulgazione scientifica di massa.

testo e foto di Gaetano Gasparini

Il morto continua a camminare

La straordinaria epopea a cavallo tra gli anni 70 e 80 di un fotoromanzo come non se ne sono mai visti. Un’opera non meno maledetta del racconto a cui si ispira, “Il morto” di Georges Bataille.

A fine anni Settanta esce in Italia in un’edizione pirata “Il morto” di Georges Bataille. Si tratta di un racconto postumo che sviluppa alcuni dei suoi temi classici: l’erotismo, la morte, la trasgressione. L’artista modenese Daniele Lugli se ne innamora subito e insieme all’amico Paolo Montanari riduce in forma di fotoromanzo l’opera dello scrittore e filosofo francese. Da qui comincia la lunga odissea tra Italia e Francia per tentarne la pubblicazione. Nonostante all’epoca goda del pieno sostegno di personaggi come Roland Topor del Movimento Panico, il fotoromanzo resta ancora oggi inedito. La vicenda de “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Dopo due anni di tentativi, Lugli e Montanari gettano la spugna e si rassegnano a lasciarlo in un cassetto. E’ la resa. Invincibile. Come quella dell’intera generazione di cui hanno fatto parte.

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Lotta Continua del 20 gennaio 1978. A firma dei compagni “Jerry e Carlo” esce una recensione del racconto postumo di Georges Bataille, “Il morto”, appena tradotto in italiano in una versione pirata edita dalle misteriose “Edizioni del Sole nero” di Amsterdam. Anche se la figura del morto che dà il titolo al racconto aleggia su tutta la vicenda, la vera protagonista della storia è Marie, che fugge nuda dalla casa dove giace il cadavere di Edouard e finisce in un bar di paese dove si lascia andare ad eccessi di ogni tipo fino a ridursi a mero oggetto sessuale a disposizione degli avventori del locale. A un certo punto entra in scena un uomo che si presenta come ‘il conte’, la cui somiglianza col morto colpisce immediatamente Marie, convinta di trovarsi di fronte al suo fantasma. Insieme, il conte e Marie tornano nella casa del morto. Nel finale Marie si suicida, tagliandosi i polsi.

“Al centro de ‘II Morto’ – scrivono Jerry e Carlo pasticciando un po’ con la punteggiatura e le parole – è una esperienza dell’erotismo fatta sul limite e con la complicità di quella della morte; un’esperienza della morte che si esprime, si realizza in quella dell’erotismo. La frenesia di Marie che caca, piscia, vomita, balla, scopa sviene, ha qualcosa di inquietante, di profondamente vicino alle convulsioni di un moribondo”.

A rimanere affascinato da “Il morto”, dal radicalismo di uno scrittore e filosofo maledetto come Bataille, è anche il pittore, fotografo e videomaker modenese Daniele – per tutti semplicemente Denny – Lugli. Uno che oggi verrebbe etichettato come “artista underground” ma, all’epoca, in grado di intercettare, e vivere in prima persona, pulsioni e tensioni di una stagione, i Settanta, che hanno avuto una lunga coda esauritasi solo alla fine del decennio successivo. Non a caso, proprio nel corso dei primi anni ’80, Lugli sarà tra i protagonisti di uno dei più importanti – e misconosciuti – movimenti artistici di quegli anni: Retroguardia (al manipolo di artisti che ne hanno fatto parte, dedicheremo un prossimo articolo).

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“Nel 1979 ho letto il racconto di Bataille e ne sono rimasto entusiasta – racconta oggi – mi aveva colpito il fatto che fosse una storia con una progressione molto fredda, implacabile, fino all’inevitabile conclusione finale. Ho pensato subito che avrei voluto riproporla a mio modo”. Ed ecco arrivare l’idea. Bataille è autore di nicchia, per pochi, ma il fotoromanzo come genere tira come mai in precedenza: nella seconda metà degli anni Settanta, riviste come Sogno, Grand Hotel, le edizioni Lancio, raggiungono in Italia tirature di quasi nove milioni di copie al mese. Un anno dopo Lugli decide quindi di trasformare in un fotoromanzo, lettura popolare per eccellenza, un racconto estremo come “Il morto”. Impresa nient’affatto scontata perfino in una Modena decisamente più aperta della città borghese e conservatrice che è ora. Bisogna trovare “attori” disposti a farsi fotografare nudi, location dove girare scene passibili di “oltraggio al pubblico pudore”. Denny si rivolge così all’amico e collaboratore di sempre, Paolo Montanari, che si incarica di svolgere opera di arruolamento tra amici e conoscenti, morose ed ex morose, nonché ricercare persone disposte a offrire i loro ambienti per degli scatti “scabrosi”.

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“Con un po’ di fatica – racconta Montanari – sono riuscito a trovar tutto: posti e persone. Le scene iniziali ad esempio le abbiamo girate in un’osteria del centro storico di Modena durante la giornata di chiusura. Il titolare, un amico, era molto disponibile anche se non gli avevamo raccontato esattamente cosa volevamo realizzare. Quel giorno, mentre fotografavamo una scena di sesso orale, lui entra tranquillo e si trova davanti uno che se la spassa in mezzo alle gambe di Marie, che era poi interpretata da una mia ex morosa. Anni dopo, il poveraccio mi ha raccontato di aver rischiato l’infarto” conclude ridendo.

In una settimana circa, seguendo lo schema del minuzioso storyboard disegnato da Denny, gli scatti sono completati. Ci vorranno altri sei mesi però per svilupparli e stamparli. Infine, tutte le foto vengono incollate su pagine di cartocino nero seguendo una struttura di vignette ispirata alle tavole di Valentina di Guido Crepax. Una spessa copertina tiene insieme tutte le tavole. L’originale del fotoromanzo è pronto per essere proposto agli editori per un’eventuale pubblicazione. C’è solo un piccolo problema: l’opera di 44 pagine, oltre ad essere in edizione unica, pesa circa sette chili. Un vero e proprio bagaglio a mano al quale, per essere trasportato, vengono applicate anche due solide maniglie.

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Da sinistra a destra, Lugli e Montanari oggi, mentre tengono in mano il fotoromanzo da “sette chili” tratto dal racconto di Bataille.

Qualche mese prima che Lugli e Montanari concludessero il loro fotoromanzo, Vincenzo Sparagna ha fondato insieme a Filippo Scòzzari e Stefano Tamburini, Frigidaire, rivista di fumetti e attualità che, grazie alla presenza di uno straordinario gruppo di talenti tanto creativi quanto trasgressivi, si caratterizza come “un contenitore in cui stivare materiali presi dai luoghi più disparati e sorprendenti, quasi alieni e perturbanti, come fosse un frigorifero”. Il successo è immediato: le vendite si stabilizzano intorno alle 20 mila copie. Tantissime. Come i problemi economici che da subito affliggono la creatura di Sparagna. Infatti, “la società filo-socialista – ovvero filo-craxiana – Quadratum, che ha messo il capitale iniziale per pagare i collaboratori e si è fatta garante presso cartiere e stampatori del credito necessario per far partire l’avventura, si accorge subito che la rivista non ha nulla a che spartire con il proprio milieu sociale e politico di riferimento”. Sparagna deve sborsare 200 milioni per liquidarla.

La parentesi è importante perché è proprio a Frigidaire che Montanari e Lugli, allora poco più che ventenni, si rivolgono in prima battuta per piazzare “Il morto”. Prendono appuntamento con Sparagna e si recano col loro malloppo in redazione, a Roma, dove assistono in diretta a una delle leggendarie litigate – per soldi naturalmente – tra il direttore e Andrea Pazienza, uno dei principali collaboratori.

“A Sparagna il nostro fotoromanzo piacque parecchio – ricorda oggi Lugli – e ci propose di pubblicarlo come supplemento di Frigidaire. Una soluzione che però, gasati dal fatto di aver incassato un sì al primo tentativo, non ci convinceva del tutto. I supplementi infatti venivano stampati sua una carta di scarsa qualità, tipo quella dei quotidiani. In più era chiaro che non avremmo visto un soldo dalla pubblicazione su Frigidaire. Quindi ci lasciammo con l’accordo di risentirci, dopo averci pensato un po’ su”. I due tornano a Modena convinti che “Il morto” è destinato a percorrere il viale del successo. Piace. Si tratta solo di trovare l’editore giusto. Provano con Gremese, casa editrice romana fondata nel 1977 e all’epoca specializzata in cinema, teatro e televisione, nonché detentrice dei diritti delle opere di Bataille. E lì si scontrano per la prima volta con quello che sarà il leit motiv di tutti i successivi tentativi: “Il morto” o è troppo porno o lo è troppo poco. Come nel caso de “Le ore” di Milano – storica rivista erotica che sempre nel ’77 ha virato decisamente verso l’hard – alla quale propongono l’opera. Che viene appunto rifiutata perché troppo casta. E troppo intellettuale.

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Tutte le porte sembrano chiudersi davanti a “Il morto”. Poi d’improvviso, la speranza si riaccende. A Modena, per presenziare a una mostra, viene invitato Roland Topor, illustratore e scrittore francese che insieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky è tra i fondatori del movimento surrealista “Panico”, caratterizzato in tutte le opere e le performance prodotte dai tre, da un taglio irriverente, violento e grottesco. I due scoprono in quale albergo è alloggiato e riescono a recapitargli un bigliettino da visita con stampato su un lato uno scatto dal fotoromanzo. Sull’altro, un messaggio. Questo: “Nous vendons cauchemars, si vous êtes intéressé venez à minuit devant de l’Academie”. Vendiamo incubi, se siete interessato venite a mezzanotte davanti all’Accademia. Che sarebbe poi la storica accademia militare di Modena che ha sede nel Palazzo ducale, in piazzale Roma, pieno centro storico. Allo scoccare della mezzanotte, puntuale, Topor si presenta all’appuntamento accompagnato dalla moglie. Lugli e Montanari sono lì ad aspettarlo con il librone in mano. Passano tutta la notte a bere, chiacchierare e a discutere de “Il morto”. Che a Topor piace. Molto. Promette loro di aiutarli a pubblicarlo in Francia. E, per quel che gli sarà possibile, manterrà la promessa fatta a questi due ragazzini modenesi “spacciatori” d’incubi.

Nell’aprile 1081, Lugli e Montanari si recano a Parigi coi loro sette chili sotto braccio. Il primo tentativo lo fanno con Dominique Leroy, libraio parigino che nel 1970 ha fondato l’omonima casa editrice specializzata in fumetti e romanzi erotici. Poi Topor li mette in contatto con Jean Jacques Pauvert, anch’egli titolare di una storica casa editrice, la quale, oltre a Bataille, è nota per pubblicare testi dimenticati, censurati e marginali. Pauvert è disposto a dare alle stampe “Il morto”, ma l’ex moglie di Bataille, Sylvia, si rifiuta di cedere i diritti. “Non tanto per il nostro fotoromanzo – spiega Lugli – che non ha mai nemmeno visto, ma perché stanca di veder ridotte a pornografia pura le opere del marito. Nonostante le pressioni di Pauvert, Sylvia non cede”. Se nemmeno Topor riesce a farli pubblicare, il destino del morto sembra segnato. Dopo due anni di tentativi andati a vuoto, Lugli e Montanari gettano la spugna, dedicandosi ad altri progetti artistici all’interno del movimento della Retroguardia.

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“Il morto” si conferma così una storia maledetta e la versione made in Modena del duo ancora oggi deve vedere la luce. Di visionabile esiste solo il video, che pubblichiamo oggi in prima assoluta, in cui gli scatti del fotoromanzo sono riprodotti in sequenza con le voci recitanti degli attori che presero parte alla realizzazione del progetto. L’unico altro tentativo compiuto di riduzione per immagini del racconto di Bataille è del 1987, ad opera della video artista sperimentale americana Peggy Ahwesh, col suo “The deadman”, anche questo visibile integralmente in rete.

La vicenda del fotoromanzo “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Ma anche, a suo modo la rappresentazione scenica della bellissima utopia di un’intera generazione: quella irriverente e trasgressiva formatasi negli anni ’70 che proprio in Emilia – a Bologna ma non solo – ha avuto uno dei suoi centri nevralgici. “Anche se la nostra riduzione è dei primissimi anni ’80 – ricorda Lugli, oggi sessantenne – è chiaro che questo lavoro, come tutti quelli successivi nella Retroguardia, culturalmente è legato ai fermenti del decennio precedente. Allora io ero vicino a Stampa Alternativa, la casa editrice romana fondata nel 1970 da Marcello Baraghini sull’esempio delle Alternative Press anglosassoni. Come in molti altri posti, anche a Modena e in tutta l’Emilia si respirava un’aria molto vivace. Si faceva controcultura, controinformazione, portavamo qui gruppi di rock alternativo fin dalla Germania. Per dire, a Rubiera, nel reggiano, nel 1974 venne organizzato un festival rock sul modello dei ‘Festival del proletariato giovanile’ promossi dalla rivista ‘Re Nudo’ di Andrea Valcarenghi. La cosa curiosa è che a darci una mano, per esempio permettendoci di utilizzare il loro ciclostile, erano i socialisti, in una città come la nostra dove il Partito Comunista era assolutamente egemone. Poi tutto quella vivacità, quel caos creativo, questo divertimento folle – perché sì, soprattutto ci divertivamo un sacco – fu pian piano inghiottito dai canali ufficiali, quelli del Comune o delle varie associazioni giovanili dell’epoca. E così venne normalizzato”.

Di quella straordinaria utopia – pornografica rispetto a qualsiasi tentativo di intruppamento ideologico o, ancora di più, alla progressiva omologazione che ha marginalizzato fino a rendere insignificante qualsiasi visione alternativa – non resta più niente. Ma è l’Italia di oggi il vero cadavere, molto di più di quanto lo sia il fotoromanzo di sette chili che riposa nella polvere della casa studio di Denny Lugli. Eppure, si sa, la storia non si ferma. E non è detto che sotto la cappa di immobilismo e grigiore che ammorbano l’Emilia e l’intero paese, qualcosa – per adesso ancora invisibile – si muova. E forse, da qualche parte sotto le ceneri, lo spirito di questi vecchi ragazzi sessantenni continua a risplendere. The king is dead, long live the king! Anche se non ce ne accorgiamo, il morto continua a camminare.

Davide Lombardi

Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via

Un lungo reportage sentimentale lungo la via che da 2200 anni racconta la storia dell’unica regione che fa da “nord del sud e sud del nord”.

Quasi due terzi degli emiliano-romagnoli abitano, vivono, lavorano, mangiano e dormono nell’area segnata dai 262 chilometri della via Emilia. “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli. La via Emilia è l’Emilia. Una regione unica – “il nord del sud e il sud del nord”- che da sempre ha fatto da collante all’Italia intera. Grazie a una raccolta di crowdfunding, grazie all’aiuto di due “esperti” incaricati di far tappa nei bar lungo la strada per stabilire quale siano #imiglioribardellaviaemilia, abbiamo ripercorso l’antica strada consolare romana da Piacenza a Rimini. Un viaggio picaresco per scoprire cosa ne è oggi, dopo 2200 anni, di una delle strade definite di recente da un quotidiano inglese (a dire il vero, più esperto di tette che di viabilità) “una delle venti più interessanti al mondo”. Un reportage che ben presto si è trasformato in un tour sentimentale, in qualche modo iniziato oltre trent’anni fa, di traverso all’Emilia – in definitiva una gran signora – e la sua via.

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FOTO / Emilia Ritrovata

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Dopo oltre duemila anni in cui è stata un’arteria pulsante di storie, persone, vite e leggende, oggi la via Emilia non è altro che un “non luogo” attraversato quotidianamente da anonimi automobilisti interessati esclusivamente a percorrere nel più breve tempo possibile la tratta da un paese all’altro? Sì e no. Il reportage fotografico di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

Un ricordo personale a mo’ di aperitivo: la mia prima Emilia, la Ducati (che si fa a Bologna) e i possibili usi alternativi di un quotidiano

Il mio primo contatto importante con la via Emilia risale a 35 anni fa. Giugno 1980: neanche il tempo che la scuola chiudesse i battenti e già eravamo pronti alla partenza su due vecchie Ducati passate di mano un’infinità di volte. Destinazione Cesena. “Dove – ci aveva assicurato un amico che la sapeva lunga – da giugno a settembre assumono tanta di quella gente per raccogliere mele che non farete neanche in tempo ad arrivare in Emilia (a parte Rimini, per chi non abita da queste parti, tutta la Romagna è Emilia) che vi trovate già con una cassetta in mano a tirar giù frutta”. Entusiasmo alle stelle per un viaggio già leggendario prima ancora di compierlo e, insieme, la possibilità di guadagnar quattro palanche. Una micro orda barbarica di quattro ragazzotti dalla profonda provincia veneta in sella a due Ducati Scrambler. Insieme alla Harley la moto sessantottina per eccellenza, bellissima e fragile.

Infatti poco dopo Bologna, alla Scrambler di Curio, sulla quale viaggiavo come passeggero, parte la biella. Giusto il tempo di uscire dall’autostrada e infilarsi sulla via Emilia dove, miracolo! sul ciglio della carreggiata troviamo una corda di tapparella. Ci attacchiamo a rimorchio degli altri due, Panetta ed Enzo, per arrivare fino a Cesena. Con quel pazzo di Panetta che in certi tratti tira anche fino a 90. Magari in sorpasso. E neanche il casco a proteggerci in caso di incidente. Ce l’avevamo a dire il vero ma, non essendo obbligatorio, non poteva assolutamente reggere il confronto con la bandana tipo gli easy rider Peter Fonda e Dennis Hopper. Così, ancora non so quale santo devo ringraziare se oggi sono qui a raccontarla, la via Emilia.

Le Scrambler sono una gamma di moto prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.
Le Ducati Scrambler sono state prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.

Comunque alla fine ci arriviamo alla meta. Pausa in un bar dove Curio si infila nel cesso – il termine non è casuale – a sciacquarsi le ascelle che nell’ultima ora in coda a Panetta gli è venuto giù un niagara di sudore; io invece lo seguo perché dalla paura c’è mancato poco me la facessi addosso. Mi libero lì di tutta la tensione accumulata e solo a missione compiuta mi accorgo che, per le operazioni conclusive, il bar mette a disposizione dei propri clienti solo il Resto del Carlino tagliuzzato in tanti riquadri di 10×10 cm appoggiati con ordine in un incavo del muro. A dimostrazione che un quotidiano, il giorno dopo, può avere altri usi oltre a quello di “incartare il pesce” reso celebre da Luigi Pintor.

L’avventura emiliana – romagnola in realtà, ma noi non lo sapevamo – fu tanto intensa quanto breve. Un tizio in un bar ci disse che per la raccolta eravamo in anticipo, bisognava aspettare fine giugno, o luglio. E avventura finita con largo anticipo: senza più soldi, dopo quattro giorni si decise per il precipitoso rientro a casa.

Del ritorno, ricordo solo una notte in una spiaggia di Cervia infilati nel sacco a pelo a mummia e zanzare grandi come tafani. Tanto da costringerci per riuscire a dormire a utilizzare finalmente il casco. Un look da bacelloni spaziali degno de “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel. D’accordo, Cervia non si trova sulla via Emilia che è la splendida protagonista di questo reportage, ma è pur sempre Emilia (Romagna, in realtà).
Trent’anni dopo, in Emilia ci sono venuto ad abitare. Ma quella strada lunga e diritta, la SS 9, resta una sconosciuta anche per chi risiede da queste parti.

La SS9? Un’entità astratta che nessuno conosce davvero, neanche gli emiliani

Non si può dire che il trasloco dal Veneto barbaro di muschi e nebbie” a una delle perle attraversate dalla via Emilia, Modena, abbia arricchito la mia conoscenza dell’antica strada romana tracciata ormai duemiladuecento anni fa dal console Emilio Lepido. Sono già sette anni che vivo da queste parti, ma la via Emilia, la Strada Statale 9, quella lunga striscia d’asfalto lunga 262 chilometri da Rimini a Piacenza, nel suo insieme resta un’entità astratta. C’è, ma né io né altri la percorriamo mai nella sua interezza. Nemmeno chi è nato e vive qui da sempre la conosce davvero, se non per brevi tratti locali.

Per spostarsi lungo l’asse emiliano-romagnolo, dal 1964 c’è l’Autostrada del Sole fino a Bologna, dal 1969 l’Adriatica dal capoluogo fino ad Ancona. Anche se la distanza è di soli 48 chilometri da un centro all’altro, pochissimi modenesi per raggiungere Bologna si avventurerebbero lungo la via Emilia. Intasata di traffico locale senza neanche un briciolo della fighetteria di una superstrada di serie A, è impercorribile nelle ore di punta e parecchio incasinata nelle rimanenti, almeno fino a notte fonda. Da Modena, più comoda da raggiungere invece Reggio, ma solo grazie alla relativa vicinanza: 33 chilometri. Ecco, 20 o 30 chilometri possiamo considerarli la distanza massima per cui abbia ancora senso scegliere la via Emilia per muoversi. Per chilometraggi superiori, c’è il casello più vicino.

Se la via Emilia è una vecchia signora decadente e un po’ bolsa, è tutta colpa degli Agnelli e della loro Fiat 600

Dopo due millenni di onorato servizio, l’autostrada ha di fatto declassato a un aggregato di segmenti locali, ad arteria di serie B, quella lunga linea retta che sarebbe la via Emilia. A posteriori, c’è da dire però che il suo destino era già segnato quando nel 1955 Fiat lanciò sul mercato la 600, la prima vera macchina popolare, capace di raggiungere i 95 km/h e venduta al prezzo di 590.000 lire, venti mensilità del salario di un operaio. Fu un successo incredibile finanziato da una montagna di cambiali degli italiani. Biciclette, vespe e lambrette cominciarono a essere sostituite dal nuovo mezzo, decisamente più impattante sugli spazi e sul traffico rispetto alle due ruote. Una preoccupazione del tutto prematura, all’epoca.

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Pur di potersi appropriare di quel simbolo di un benessere finalmente a portata di mano – racconta Enrico Menduni nel suo libro “L’autostrada del Sole” – “la gente faceva docilmente la fila davanti ai saloni dei concessionari, grandi come ministeri, si sottoponeva a lunghissimi tempi di prenotazione; si cercavano raccomandazioni autorevoli per guadagnare posti nella lista d’attesa, si pregustavano scampagnate e gite al mare con la famiglia o, magari, in più lieta compagnia. L’Italia, insomma, era pronta per le autostrade”. E ciao ciao a Emilia e alle sue sorelle consolari.

Breve storia del socialismo a trazione agricola e della sua inevitabile sconfitta

Tanto che si può datare l’inizio della sua fine al 19 maggio 1956, con la posa della prima pietra della futura Autosole. A dire il vero qualcuno tentò inconsapevolmente, al tempo, di “salvarla”, opponendosi all’onda montante di asfalto e lamiere. A storcere il naso nei confronti del nuovo sogno così “americano” degli italiani ci provò inizialmente il Partito comunista che, comprensibilmente, diffidava del consumismo ritenendolo uno spreco di risorse e una distrazione dall’impegno sociale. Alla motorizzazione individuale il PCI preferiva la superiorità sociale del trattore, elemento «che unificava città e campagna, operai e contadini», come in Unione Sovietica.

La maggior parte degli edifici della sede produttiva e amministrativa storica delle Reggiane, è attualmente in stato di abbandono. Fonte immagine: Archeologiaindustriale.net

A Reggio Emilia, la storica fabbrica metalmeccanica “Reggiane” progettò e realizzò un proprio trattore da contrapporre all’automobile – mezzo marcatamente borghese – per dimostrare di “esser pronti a un diverso modello di sviluppo”. Pragmaticamente, considerato che la 600 entrò nella lista dei desideri di operai e contadini non meno di qualunque italiano, la via del socialismo a trazione agricola fu presto abbandonata. Consegnando però la regione tutta e la via Emilia al suo fatal destino. Fatto oggi di un paesaggio segnato da orridi capannoni, molti dei quali in evidente stato di decomposizione (si sa: c’è la crisi), case coloniche diroccate, brevi tratti di campagna coltivata – sopravvissuta alla colata di cemento che ha forgiato la nuova Italia tra i Sessanta e i Novanta – a fare pendant con ciclopici parcheggi di altrettanto mastodontici centri commerciali. Infine, qualche coraggioso ancora di casa sullo stradone che, non fosse per la toponomastica, non di distinguerebbe più da qualsiasi altra Statale di qualsiasi regione della pianura padana.

Un trattore parcheggiato sulla via Emilia
Un trattore parcheggiato sulla via Emilia

Quella via Emilia che non si fila mai nessuno, oggi come tanti secoli fa

Stiamo parlando naturalmente della via Emilia extra-urbana. Perché per la via Emilia vanno considerate almeno tre tipologie viarie tra loro profondamente differenti: quella fighetta dei centro città che attraversa tutti i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Ferrara e Ravenna; la via Emilia D.E.P. – a “Degrado Estetico Progressivo” – quella della periferia urbana man man che ci si allontana dal centro; infine la via Emilia dura e pura, quella che una volta era campagna nuda dove – spiegava Francesco Guccini in apertura di un brano dedicato a Modena in un suo famoso album live del 1984 – “c’era veramente il west, il west sognato visto in diecimila film. E anche un west reale, il west dei nostri campi, dove noi andavamo a giocare agli indiani e ai cowboy e poi dopo un pochino più grandi andavamo con le nostre amichette a giocare”.

Quest’ultima, la tipologia di via Emilia un tempo campagnola, verace e popolare, è quella che non si fila mai nessun viaggiatore, irrimediabilmente catturato dalle luci sfavillanti dei centri storici delle città allineate lungo la strada romana. Da sempre. Come racconta lo scrittore François Maximilien Misson nel suo “Nouveau Voyage d’Italie” pubblicato per la prima volta nel 1702: “Lungo la strada [da Bologna verso Modena] si vedono campi coltivati e viti sostenute da alberi disposti a scacchiera. (…) La vista è sempre limitata dalle fronde degli alberi e questo rischia di diventare noioso per i viaggiatori”. Sostituite viti e alberi col paesaggio contemporaneo descritto in precedenza, e il gioco è fatto: tra una città e l’altra il viaggio, oggi come allora, potrebbe sembrare – a un occhio poco attento – un po’ una palla. A movimentarne la monotonia, poteva almeno consolarsi all’epoca Misson, “milioni di mosche luminescenti che riempiono [all’imbrunire] le siepi e i campi. Gli alberi e i campi ne sono ricoperti e tutta l’aria brilla per la loro luce. Questi piccoli insetti sono chiamati lucciole”. Magari non a milioni, ma verso sera lungo la via Emilia di “lucciole” se ne incrociano ancora parecchie, all’ingresso di Bologna pure in pieno giorno, anche se non sono esattamente le stesse tanto apprezzate da Misson e da altri viaggiatori.

Appartamenti in vendita lungo la via Emilia
Appartamenti in vendita lungo la via Emilia

La via che dà il nome a tutta la regione è un gran pezzo di strada

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente uniformità del paesaggio della via Emilia, percorrere anche oggi tutti quei chilometri da Piacenza a Rimini è un’impresa che vale ancora la pena. E non solo perché oltre il 60% degli abitanti della regione risiedono in città e paesi attraversati da questa lunga striscia d’asfalto (il dato è della metà degli anni ‘80, probabilmente la percentuale è aumentata). “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli: la via Emilia è l’Emilia. La sua sintesi, o un concentrato, se vogliamo. Per secoli l’aorta di un’intera regione. L’unica al mondo ad aver preso il proprio nome da una strada. L’unica che porta un nome di donna, e anche piuttosto diffuso: sono 121.417 le italiane a chiamarsi così, senza considerare la variante “Emiliana”. Curiosità: la regione dove il nome è più comune è la Lombardia (22,8% del totale) seguita dalla Campania. Le Emilie d’Emilia sono invece 5,1% del totale, solo al sesto posto nella classifica. Si capisce: chiamarsi così qui può risultare un tantinello ridondante.

Un vecchio casale lungo la SS9
Un vecchio casale lungo la SS9

Ma non solo. Anche senza voler minimamente piegarsi a logiche di campanile – visto che io nemmeno sono emiliano – l’Emilia-Romagna è senza dubbio una regione particolare. Che è stata giustamente definita il “sud del nord e il nord del sud”. In pratica, da oltre duemila anni a questa parte, l’anello di congiunzione ininterrotto tra il nord Italia, l’antica Gallia cisalpina, e il resto della Penisola. Ventidue secoli che hanno visto passare per questa strada consolare la cui prima pietra venne posata nel 187 a. C. per congiungere l’avamposto romano di Piacenza con Rimini e, da lì, la capitale attraverso la già tracciata Flaminia, genti e popoli da tutta Europa. Non sempre con intenzioni benevole. Questa condizione particolare, di essere “uno spazio geografico e umano” indubitabilmente padano ma anche proiettato verso il centro lungo la dorsale appenninica e la riviera adriatica, autorizza – ha scritto Edmondo Berselli in “Quel gran pezzo dell’Emilia” – “a sostenere che l’Emilia, con le sue estensioni fin verso Pesaro, è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Per dedurne poi come conclusione non fallace che gli italiani compresi nei suoi labili confini costituiscono un popolo di iper-italiani”.

Se aggiungiamo infine che l’Emilia rossa è stata per qualche decennio un mito di efficienza amministrativa coniugata alla fama, molto più antica a dire il vero, di terra parecchio godereccia, ce n’è abbastanza per dedicare tutta la nostra attenzione all’Emilia, anzi, alla strada che le dà il nome. Che nonostante i suoi tanti tormenti contemporanei, resta comunque un gran pezzo di strada.

Una delle strade più interessanti del mondo? Sì, secondo il quotidiano inglese a cui piacciono le tette

A questo punto però, è bene ribadirlo una volta per tutte: la via Emilia è caratterizzata solo in piccola misura dai centri storici delle tante città che attraversa. Come ha scritto la poetessa Giulia Niccolai a proposito della SS 9, “non è tanto la meta che qualifica il viaggiare, quanto il cammino stesso o comunque, hanno entrambi lo stesso valore. (…) Il viaggio è diventato tortura e penitenza, buco nero, vuoto che si cerca di attraversare il più in fretta possibile”. Succede tutti i giorni lungo la via Emilia: se proprio si è obbligati a percorrerla, l’obiettivo è arrivare alla meta lasciandosi alle spalle il più presto possibile il suo concentrato di brutture di cemento e gas di scarico. Quasi quasi, meglio far finta che non esista.

Una tipica pagina 3 del Sun. Non esattamente il New York Times

Come ha fatto in un recente articolo tal Lisa Minot del Sun – quotidiano inglese di Rupert Murdoch famoso soprattutto grazie alle procaci bellezze in topless ospitate in terza pagina (ancora per poco, pare) – per poter inserire la via Emilia tra le venti strade più interessanti al mondo. Per altro attribuendole, con un lapsus che sembra quasi voluto, una lunghezza di 110 chilometri: saltando da un casello autostradale all’altro, quel che rimane nello sguardo di Minot è un puzzle di immagini da cartolina. Come se la via Emilia, e perciò la regione intera, si risolvesse tutta nella prospettiva generosa offerta da piazza Maggiore a Bologna. O piazza Garibaldi a Parma. E via così.

L’altra via Emilia, quella dei capannoni smisurati e delle campagne impolverate, delle puttane e dei camionisti, dei benzinai e dei bar da un caffè al volo, non merita nemmeno la dignità di un proprio chilometraggio. Scorre via senza un punto che sia uno su cui fermare lo sguardo. Non esiste, appunto. E’ quella parte dimenticata che nessuna guida turistica segnalerebbe mai. Quella che invece siamo andati a scoprire noi.

Noi che in Emilia siamo stranieri per davvero come l’impiegato comunale Watanabe di Akira Kurosawa

Noi che siamo diversi dagli autoctoni, per cultura e formazione. Cosa significhi essere “stranieri” qui l’ho capito un giorno chiacchierando con una collega, modenese d.o.c. Per me che sono lombardo-veneto per nascita, cultura e formazione appunto, lo Stato e le sue istituzioni, giù giù fino a quelle locali, non sono altro che un Moloch distante e del tutto indifferente alla mia sorte come individuo. Un’entità kafkiana che chiede tantissimo offrendo poco o niente in cambio, una tragica e quotidiana determinazione reale della finzione cinematografica di un film come “Vivere” di Akira Kurosawa.

Eccone la trama in breve: scoperto di avere un tumore, l’impiegato comunale Watanabe, decide di rendersi utile alla collettività dedicando gli ultimi mesi di vita a un’iniziativa seria. Superando mille ostacoli burocratici, passando di ufficio in ufficio, si dà da fare per risistemare un parco giochi per bambini abbandonato nel disinteresse di tutti. Sarà questa la sua eredità. Watanabe muore prima del giorno dell’inaugurazione in cui i colleghi ubriachi giurano di vedere in lui esempio da lui. Le madri dei bambini pensano al loro benefattore. Il sindaco, abilmente, si prende tutto il merito dell’iniziativa e del suo successo. Poco cambia: il giorno dopo è tutto dimenticato. Un altro impiegato ha preso il suo posto in ufficio e di Watanabe non si parlerà mai più. Detto altrimenti: lo Stato, se non mi è nemico, certamente non mi è amico. Diffidenza e sfiducia sono la cifra del nostro rapporto. Reciprocamente.

Watanabe

Per la mia collega modenese invece, “ciò che il Comune decide di fare è nell’interesse dei cittadini. Io almeno inizialmente mi fido che il bene comune sia stato l’obiettivo primario di qualsiasi decisione. Se poi non è così, o la scelta si rivela sbagliata, sono pronta a contestarla. Ma il primo sentimento è di fiducia”. Eccola lì, la transustanziazione in carne e sangue del mito emiliano del buon governo. Che arriva – o arrivava, ultimamente mi pare decisamente appannato – fino a Bologna, alla Regione. Un’unica filiera “rossa” che dai comuni più piccoli passando per le provincie si articolava senza soluzione di continuità fino alle torri color avorio dell’architetto giapponese Kenzo Tange, sede della Regione.

Il passato: quando l’isola rossa in un mare bianco ebbe l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente

C’è una ragione storica in questa specificità tutta emiliana che a lungo ha prodotto risultati universalmente riconosciuti come eccellenti. La spiega bene Edmondo Berselli: “L’idea di un compromesso a suo modo storico tra l’egemonia comunista e la realtà delle classi borghesi nasceva dalla consapevolezza che l’Emilia era un’isola rossa in un mare bianco, la rivoluzione non era alle porte, che c’erano le condizioni per creare benessere e distribuirlo: «Compagni» disse Togliatti ai funzionari comunisti «qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente, con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al fronte reazionario che i comunisti sono capaci di far star bene il popolo.».”

Palmiro Togliatti con Nilde Iotti.
Palmiro Togliatti con Nilde Iotti

In due parole, il modello emiliano – oggi in caduta libera, inceppato in sodalizi storici tra gli eredi del PCI, fondazioni, cooperative ormai tali solo nel nome e un buon numero di imprese che sotto l’ala protettiva del partito ha prosperato – è questo qui. Un modello che però oggi ha perso il proprio smalto, assumendo semmai, il sapore della conservazione. Della difesa a spada tratta dell’esistente visto che, nonostante la crisi l’abbia toccata pesantemente, l’Emilia resta ancora uno dei pilastri economici del Paese. Per fortuna. Ci sono eccezioni a macchia di leopardo naturalmente, come dappertutto, ma pensare che il sistema-Emilia possa ancora proporsi come locomotiva d’innovazione, dai, non ci crede più nessuno. Nemmeno gli emiliano romagnoli, che infatti hanno punito alle ultime elezioni regionali del dicembre scorso gli eredi del partito egemone da sempre (e parte imprescindibile del “modello”), eleggendo sì, come accade dal 1970, il candidato “di sinistra”, ma con un’affluenza degli elettori alle urne appena del 37,71%. Una débâcle storica impensabile solo fino a qualche anno fa.

Il presente: di eccezionale in Emilia resta poco. Sic transit gloria mundi

Per quanto mi riguarda, posso dire che i sette anni trascorsi in queste lande non hanno modificato i miei giudizi, o pregiudizi, che dir si voglia. Lo Stato (anche nelle sue istituzioni locali) resta una controparte, perfino quando assume la faccia paciosa e bonaria, tanto da risultare quasi un’incarnazione di uno stereotipo, di quello che fino all’anno scorso è stato il sindaco di Modena, Giorgio Pighi.
Non dubito che in passato il modello emiliano abbia prodotto grandi risultati, e che la sua fama fosse meritata. Non so. Non c’ero. Mi fido.

L'ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons
L’ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons

Ma oggi che non esiste più alcun avversario col quale misurarsi per dimostrare la propria bravura o eccezionalità; oggi che la parola “comunista” fa venire in mente al più le quattordici scissioni vissute dalla sua nascita nel ’91 dal partito che ritiene di essere erede di quell’ideologia, Rifondazione; oggi che la socialdemocrazia non sa nemmeno da che parte girare la testa per definire un proprio modello credibile, l’omologazione, verso il basso, ha sopito qualsiasi eccezionalità emiliana. Forse verranno tempi migliori, per l’Italia e per l’Emilia-Romagna. O forse no, non torneremo mai più quelli che eravamo. In fondo, si potrebbe anche farsene una ragione: “sic transit gloria mundi”.

Il tramonto della leggendaria Emilia rossa e il ritorno collettivo a certezze prepolitiche

Proprio perché “stranieri”, per evitare in quanto tali di essere accusati di non conoscere a fondo queste terre e le loro genti, ci siamo fatti accompagnare nel nostro tour alla scoperta della via Emilia da due insider – o fixer come si dice in gergo giornalistico – due emiliani d.o.c, Ilmo Malagoli e Marco Balugani. Tappe del viaggio: i bar lungo la Statale. Uno ogni 10/15 chilometri circa. Scelta non casuale né dettata dalla faciloneria. Piuttosto, il tentativo di avventurarsi in quei luoghi dove le persone ancora si incrociano, giocano a carte, discutono, commentano le notizie dei giornali, chiacchierano, ricordano, litigano, bevono e mangiano. Attività quest’ultima che da questi parti ha valenza liturgica, tanto l’han menata e la menano sul cibo, dal maiale al parmigiano, dal cappelletto e poi giù giù, fino alla piadina romagnola.

Fino a sconfinare, a sprezzo del ridicolo, nella santificazione dello Chef Maximo del momento, Bottura da Modena. Rispetto al quale ogni volta mi domando: ma chi mai ci andrà a mangiare nella sua chiesa con i prezzi cardinalizi che c’ha, nonostante l’umiltà del nome, Osteria Francescana? Da tempo assurto all’Olimpo il divino Pavarotti, la scranna di celebrità locale la occupa oggi il papa della cucina molecolare. Una star globale per palati fini, al quale però bisogna riconoscere una notevole comprensione del genius loci e dello spirito del tempo, tanto da prestarsi a una “splendida lezione sulla cucina e sullo stile di vita italiano” in una location nazional popolare come il Grandemilia, mastodontico centro commerciale for the masses giusto sulla via Emilia, tra Modena e Rubiera, dove appena qualche settimana fa il nostro si è esibito in un “live cooking” cucinando un memorabile: “Ricordo di un panino alla mortadella”.

Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia
Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia

Un piatto – ha spiegato – “che vuole essere un ricordo dei miei quattordici anni, quando mia mamma mi correva dietro e mi metteva nello zaino il panino alla mortadella da portare a scuola. Oggi vuole essere invece un ricordo per il vostro palato”. Ad ascoltare la sua lezione (e successiva degustazione, al solito molecolare per dimensioni) una folla che agli incontri politici delle feste dell’Unità non riescono più a tirar su neanche sfondando le balle dei militanti storici a colpi di sms, nemmeno se arriva un ministro con tanto di tessera Pd appuntata in fronte. A meno che non si tratti di una vecchia gloria come Bersani, Matteo in persona (per lui, che ha i modi informali di un amico, basta il nome, come per Silvio), o di qualche gnocca del suo governo: Boschi in testa. Che col tramonto della leggendaria Emilia rossa, la sensazione è quella di un collettivo ritorno a certezze prepolitiche. Le sole rimaste a poter vantare una indiscussa fedeltà alla linea e percentuali di gradimento bulgare: “pan, parsot, figa e lambrosc”.

Gli “Emilia bar lovers” a caccia del miglior cappuccino e spritz offerti dalla via Emilia

A questo punto però, prima di addentrarci nei dettagli di questo tour sentimentale e picaresco tre decenni dopo la mia prima comparsata in terra emiliana, occorre fare una digressione sui nostri fixer, Marco e Ilmo, autoproclamatisi per l’occasione “Emilia bar lovers”. Tappa dopo tappa, bar dopo bar, assaggiando ogni volta un cappuccino e un spritz per stabilire quale sia “il miglior bar della via Emilia”, incaricati di agganciare nella nostra rete baristi e avventori. Per cercare di capire attraverso questi, che tutti i giorni sulla Statale ci bazzicano, ci lavorano, ci vivono e – immagino – ci tirino giù santi e madonne, che cos’è oggi questa via lunga e diritta. Nemmeno Ilmo e Marco come compagni di viaggio sono stati una scelta casuale. Rappresentano, la specifica è di Ilmo, “quell’altra” Emilia. Quella che con le cartoline del Sun e le brochure pro Expo non c’entra un fico secco ma che da queste parti ha storia e dignità, volendo per forza trovargli delle radici, almeno dagli indiani metropolitani bolognesi del ’77, se non da prima: Modena si fa vanto un po’ a sproposito di esser stata negli anni ’60 la capitale del beat italiano; la Romagna è storica terra d’anarchici, e via così.

Da sinsitra a destra, Ilmo e Marco
Da sinistra a destra, Ilmo e Marco, gli Emilia Bar Lovers

Ilmo presenta un curriculum d’artista underground di tutto rispetto, forte di un’intima adesione a una cultura che – son parole sue – “schifa tutto ciò che di solito piace di questi posti, i suoi innumerevoli stereotipi”, dalla passione per i motori, all’idolatria per il maiale, alla filosofia in veste festivaliera (a Modena, a settembre). Una tipologia d’emiliano che trova la propria identità nello sberleffo, nell’irrisione e nell’irriverenza rispetto a tutto ciò che viene considerato rappresentativo del genius loci e perciò, per antica consuetudine, immediatamente istituzionalizzato e incapsulato dal sistema (centri sociali e ambienti underground compresi, di solito ospitati in locali messi a disposizione dal comune): da quel totem di lardo e carnazza che è il superzampone di Castelnuovo Rangone, al recente revival del beat sempre a Modena, con concerto in Piazza Grande dell’Equipe 84 – i posti a sedere in prima fila rigorosamente riservati alle autorità – che del beat conserva un tasso di trasgressione pari a quello di Giovanni Allevi al concerto di Natale in Senato.

Insomma, Ilmo è uno di quelli per cui l’eredità di “di un panino alla mortadella”, il suo “ricordo”, si sostanzia al più in un residuo organico. Quello su cui il suo amico Federico, altro modenese dal baricentro spostato, c’ha fatto un oggetto di culto per pochi, pochissimi, adepti: il calendario della merda. Fotomontaggi creativi basati su stronzi veri fotografati in tutto il loro primitivismo materico.

Emilia paranoiaca, dove “il nemico vero è là, è là che se la spassa e inventa un’altra tassa”

Se Ilmo è l’esteta, Marco invece tra i due è quello dall’anima più politica. Insomma, a suo modo. Secondo Ilmo è un fiero rappresentante de “L’Emilia paranoica”, quella sospettosa, intimamente partigiana e istituzionalmente “contro”, anch’essa forte di una tradizione notevole. Ma soprattutto, di una base musicale di tutto rispetto. Quella dagli indimenticabili “CCCP” di Giovanni Lindo Ferretti

Emilia di notti, dissolversi stupide sparire una ad una,
Impotenti in un posto nuovo dell’ARCI.
Emilia di notti agitate per riempire la vita,
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire.
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità,
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore,
E non sei tu, e non sei tu,e non sei tu.
Emilia paranoica. Emilia paranoica. Emilia paranoica!

Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia
Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia

o della Paolino Paperino Band, gruppo punk rock modenese con la quale Marco ci ha tampinato (alternandoli ai bolognesi de “Lo Stato sociale” e ai “Ministri”, band milanese di rock alternativo) da Piacenza a Rimini nel camper affittato per il tour.

Ogni domenica è un rituale darsi pugni e farsi male siamo gente un po’ così.
Otto ore sono pese in officina con le frese per pagare la cucina…
Domattina vado in banca per pagar le rate della casa e il mutuo della Golf…
Ma mi prende troppo male mi incazzo e poi mi dico,
almeno c’ho un nemico qualcuno da pestar.
Noi abbiamo queste sciarpe blu,
arrivan quelli con le gialle son nasi rotti e calci… nelle palle.
Ci diamo i pugni sulla testa ogni domenica è una festa
ma poi torna il lunedi e la rata è sempre lì.
Ma il nemico vero è là, è là che se la spassa inventa un’altra tassa.

I due “Emilia bar lovers” ci son sembrati subito i giusti compagni d’avventura. Come noi, “frammenti di marginalità umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista” (e alla sua borghesissima variante contemporanea). Del resto, come scriveva Giovannino Guareschi da Fontanelle di Roccabianca, nel parmigiano, “quando il sole martella le zucche e il grande fiume scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire”. Pur senza giungere alle conclusioni dell’autore di Don Camillo sull’incidenza del meteo sulla salute mentale degli emiliani, del clima di queste parti – afoso d’estate e umido d’inverno – si lamentano un po’ tutti, da sempre.

“Sono alfin giunto a Bologna dopo un diabolico viaggio fra nubi di polveri e sotto la sferza di un sole cocente” appunta Lord Byron nel 1819 nelle sue “Lettere dall’Italia”. Sempre parlando di Bologna, “una delle più belle e grandi città d’Italia” scriveva invece il prete e scrittore del XVII secolo Richard Lassels: “Sarebbe una città adatta per trascorrervi l’estate, se l’aria non fosse così insalubre”. In sintesi, come recita il ritornello di “Rol”, hit in dialetto di un gruppo rock della Bassa reggiana, le “Cagne pelose”:

E se d’isté tan tir mi l’fie
e d’inveren at sela gli ungi di pé,
atse a Rol, Rol,
Rol, Rol!
Rol cl’e che in dla basa.

(e se d’estate non tiri neanche il fiato,
e d’inverno ti si gelano le unghie dei piedi,
sei a Rolo,
Rolo che è qua nella Bassa).

E buon viaggio in Emilia. Senza nostalgia, con occhio cinico e presente, ma con lo stesso “piacere di un tempo, quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia, e poi si partiva in tre o quattro, in macchina, in mezzo alla nebbia”. A noi piace così.

Marco in posa sulla via Emilia
Marco in posa sulla via Emilia

I bar da “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e quelli invece “adatti a far battute”. In mezzo: the Chinese connection

I nostri bar sulla via Emilia non sono stati quelli dei centro città. Quelli eleganti e quasi sempre “arricchiti da un tocco unico e personale”. Quelli per una clientela dello stesso livello, da centro, che schifa roba tipo la brioche scongelata per colazione anche senza scivolare sulla classica Luisona di Stefano Benni, la “decana delle paste” da bar sport. Quei locali che in alternativa a caffè e cappuccino propongono “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e “dissetanti vitaminici”. Quelli che per mantenere tirato a lucido l’intelletto dei propri clienti mettono a disposizione mica solo la Libertà a Piacenza, la Gazzetta di Parma a Parma, quella di Reggio a Reggio e via dicendo – insomma, i giornali locali – ma La Repubblica, il Corriere e perfino La Lettura, domenicale di libri e cultura del quotidiano milanese. “Perché vi trovate qui e non al bar di fronte?” abbiamo chiesto a Castelfranco Emilia a un crocchio di anziani seduti in un locale decisamente più scrauso giusto di fronte a un raffinato bar “da centro”? “Noi ci troviamo qui ogni mattina – han risposto – perché questo è un bar adatto alle battute, quell’altro è per fighetti”. E giù risate.

adesivi

E nemmeno gli “Emilia bar lovers” han potuto marchiare coi loro adesivi “bar consigliato” i locali della cintura periferica delle città. Anche se spesso i nomi sono accattivanti perfino per accalappiare eventuali turisti – “Bar Emilia”, “Bar Romagna” fino a un classicissimo “Bar Sport” – a gestirli son quasi tutti cinesi. Che, vuole la leggenda, a suon di contanti hanno rilevato i bar di periferia dagli antichi gestori, lasciando tutto intatto, perfino la clientela che dopo l’iniziale sconcerto per il cambio di gestione è ritornata a occupare i tavolini di sempre. Ma gli eredi del Celeste Impero non si fanno intervistare. Usando sempre la stessa motivazione: “non parlo bene italiano”. Una scusa probabilmente. O forse, una vendetta consumata a freddo per la storica scarsa prossimità coi compagni emiliani, che han sempre guardato più all’Unione Sovietica che alla Cina di Mao.

Via Emilia periferica
Via Emilia periferica

Emilia anno zero. E per fortuna che su tutto veglia la buonanima di quel santo di Padre Pio

No, i bar nei quali abbiamo tappa sono quelli della terza via Emilia. Quella più di strada, più popolare, più d’occasione, da outlet di cappuccini e spritz. Posti per lo più senza storia perché, a parte i locali eredi di qualche antico posto di cambio dei cavalli, l’anno zero per questi tratti della Statale 9 coincide con i ’60 o giù di lì, quando sulla sterminata campagna emiliana han cominciato a piovere milioni di metri cubi di cemento. Tanto che più d’un bar precisa nell’insegna la propria data di nascita: Bar Santi, dal 1976.

Così come accade per ogni regola, va da sé che anche questa via Emilia presenti le proprie eccezioni. Come il bar “da Romano”, dal 1936 “passione per la gente”, locale che coniuga, ci spiega il titolare, “tradizione e modernità”. Per colazione, propone la formula americana del “all you can eat”: si può mangiare tutto quel che viene messo a disposizione pagando un prezzo fisso, 5 euro, in teoria fino allo svenimento. Il posto è curato e cool, il titolare pure. Insomma, roba da centro. E infatti, è in centro anche se tra il cartello d’inizio e di fine del territorio comunale sono meno di due chilometri. Siamo a Cadeo, seimila abitanti frazioni comprese, in provincia di Piacenza. Un paese aggrappato alla sua main street come una di quelle cittadine di provincia americane che si vedono nei film. Un posto come “da Romano” non sfigurerebbe affatto anche in un centro storico di qualsiasi città capoluogo. A restituire alla location la sua dimensione pop, tra la via Emilia e il west, si incarica a pochi metri dal dehors laterale del locale una statua di Padre Pio a grandezza naturale.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

Un’icona perfetta per la via Emilia che più amiamo. Anche se giustamente Ilmo lamenta che anche la parte più fighetta, quella da guida turistica che intenzionalmente abbiamo snobbato cassando dalla nostra mappa tutte le “eccellenze” che puntellano la strada, non è meno Emilia. Disquisizioni, elucubrazioni e sottigliezze da pedanti. La giustificazione filosofica dell’esistenza stessa della via Emilia così come è oggi, delle sue trasformazioni, perfino delle sue brutture, contraddizioni e incongruenze, ce la offre su un piatto d’argento (si fa per dire naturalmente, da questi parti tira molto di più la plastica) Francesco, titolare di un anonimo bar tabacchi poco dopo Parma con tanto di forme di Parmigiano – rigorosamente in pvc – piazzate sul bancone: “Dà da mangiare a tanta gente”. Come in fondo è da sempre. E punto. Tutto il resto è pedanteria.

Totò Riina presidente del consiglio. Candidature alternative: oltre al sempiterno Mussolini, anche Hitler, Pol Pot, Stalin e Mao Tse Tung

Di Emilia rossa, sulla SS 9, se ne incrocia poca. Anzi, dovessimo basarci solo sulla nostra esperienza, fossimo marziani piombati direttamente da un’altra galassia, dovremmo pensare che l’Emilia ha un cuore nero. Non che noi la si sia buttata in politica. Ma le poche volte che è venuta fuori, su iniziativa personale di qualche cliente o barista, ha sempre assunto toni che non ti aspetteresti da queste parti. Storia a sé fa naturalmente il tratto tra Forlì e Forlimpopoli, pochi chilometri a nord di Predappio, in Romagna. Da quelle parti abbondano in più d’un bar memorabilia di Mussolini, dalle targhe di metallo vintage con frasi celebri del genere “Vincere e vinceremo” fino a un busto di Rosa Maltoni, mamma di Benito e, per ferma volontà del duce stesso, rappresentazione nel corso del Ventennio della donna italiana ideale.

Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it
Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it

Ma se è noto da tempo che da queste parti ci han fatto un business sui nostalgici del fascismo, più preoccupante è il fatto che di fronte alla crisi economica e alla sfiducia generalizzata nei confronti della classe politica, nell’aria si respiri una certa voglia di affidarsi alle presunte virtù taumaturgiche di un uomo solo al comando. “Bene che vada, siamo rovinati” attacca un anziano in un bar appena fuori Modena. Per concludere addirittura che l’Italia e gli italiani sono talmente incasinati che per risollevarci servirebbe che qualcuno creasse una specie di Frankenstein composto da pezzi “nobili” ricavati da Stalin, Hitler, Pol Pot e Mao Tse Tung.

Mentre nel corso del nostro viaggio qualcun altro invoca con scarsa fantasia il ritorno in vita dello “zio Benito”, il top lo raggiungiamo in un bar ristorante poco fuori Faenza, con un tizio, romagnolo d.o.c., che vorrebbe come presidente del consiglio Totò Riina, uno che – ci spiega – “ha fatto anche del bene”. E se sulle presunte benemerenze di Totò ‘u curtu appare un po’ confuso nelle argomentazioni, risulta inamovibile la sua convinzione che con Riina a Palazzo Chigi i vantaggi economici per il Paese sarebbero notevoli: “Lo stato è mafioso uguale, ma Riina ci costerebbe meno”. E una qualche alternativa compresa all’interno dell’arco parlamentare, no eh? Macché, “è l’ora di tirarci nella fronte a quella gente lì”. E problema risolto.

Notte sulla via Emilia 1. Quando Slot machine e puttane, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime

La via Emilia di notte sta a quella di giorno come lo yin (nero) sta allo yang (bianco). E’ abitata da popoli diversi. Se di giorno non è impossibile vedere una mamma con carrozzina uscire dal cancello di casa con comodo accesso direttamente sulla Statale per affrontare lo stretto pertugio tra il guard-rail e la carreggiata intasata da Tir e automobili; se dopo i fasti del sabato sera, la domenica mattina il traffico si placa fino quasi a estinguersi permettendo così ai ciclisti di cimentarsi nella pedalata in coppia (odiatissima dagli automobilisti), la notte è il momento in cui Slot machine e prostitute, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime. Che, dopo una giornata a farsi il culo a produrre, un po’ di svago è indispensabile. Le Slot sono presenti in molti bar, sempre rigorosamente accompagnate dal più ipocrita dei cartelli, appeso a norma di legge: “Se il gioco diventa un problema puoi chiedere aiuto”.

Fonte immagine: CougarLicious via photopin (license)

A dire il vero, anche se sono un buon affare per i gestori, non tutti i baristi le vogliono. A volte possono contenere anche migliaia di euro di giocate finendo per accendere gli appetiti di qualche delinquente, professionista o anche uno scalzacani. Può sembrare un controsenso, ma se proprio si ha la sfortuna di finire in mezzo a una rapina, meglio imbattersi nei primi. Me lo assicurava anni fa il membro di una banda di rapinatori professionisti agli arresti domiciliari nella comunità per recupero di tossicodipendenti dove lavoravo. “Se sono professionisti – mi spiegava col puntiglio dell’esperto – sanno quello che fanno e hanno interesse a fare il lavoro il più velocemente e nella maniera più pulita possibile. Tu esegui alla lettera quello che ti ordinano e non succederà un bel niente. Prelevano e se ne vanno. Invece il dilettante, il cane sciolto, magari il tossico che ha bisogno di farsi una dose, è imprevedibile, nervoso, ha più paura di te. Di quelli bisogna stare attenti” ammoniva.

Non solo ho mai vissuto una simile esperienza e spero sinceramente di risparmiarmela per tutto il resto della vita, ma non è andata altrettanto bene a più d’un barista lungo la via Emilia che, ci raccontano, dopo aver subito una rapina ha deciso di rinunciare agli introiti delle Slot. Detto questo, se è pur vero che il “crimine non dorme mai”, raccontare che di notte la Statale 9 sia una specie di Far West senza ordine né legge, per quanto narrativamente affascinante, sarebbe semplicemente falso.

Notte sulla via Emilia 2. Immancabilmente, “fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu

Invece, la nostra notte in tour lungo la Statale è stata solo divertente. Tra bar “open 24 h” in cui si praticano improbabili karaoke e sfrenate danze con qualche anziano umarell a far da spettatore dopo una giornata – immaginiamo – spesa a controllare l’andamento dei lavori in corso di qua e di là dalla via Emilia. Con giovani leoni a tentar, forse, di farsi belli esibendosi con voce stentorea sulle note di “Certe notti” del Liga, tanto per fare “un po’ di cagnara” in “quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu”. A ballare in mezzo ai tavolini però, c’è giusto un’attempata ragazza che gli “Emilia bar lovers”, con il piglio sicuro dei conoscitori della materia, battezzano subito come ‘cougar’, termine gergale per etichettare “donne mature che si comportano come predatrici sessuali nei confronti di uomini notevolmente più giovani”. E chissà se la serata è finita in gloria per tutti. Ce lo auguriamo. Per loro.

Gli Emilia Bar Lovers
Gli Emilia Bar Lovers

Naturalmente le notti in Emilia possono andare ben oltre simili esibizioni così marcatamente naif da scivolare nello sdolcinato. O nel romantico, a seconda dei punti di vista. Da almeno dieci anni a Bologna, mi spiegano Ilmo e Marco mentre ce la raccontiamo accomodati sui divanetti del camper, va sempre forte il Decadence, “estrema espressione di eleganza e diversità”. In pratica, una serie di eventi organizzati in posti sempre diversi e, a quanto pare, frequentati da un numero enorme di persone, con “concerti, musicisti, scrittori, spettacoli di burlesque e fakirismo, performance di body art, body modification e fetish, lezioni di bondage e installazioni di video estremamente rari, relativi a tematiche di nicchia”.

In sintesi, ambienti sadomaso e fetish aperti a tutti, a patto si rispetti – mi insegnano un termine nuovo che nella mia ingenuità non conoscevo – il ‘dress code’. Insomma, il look, l’abbigliamento. Esser vestiti di nero, possibilmente con capi in pelle, è il minimo sindacale per ottenere il visto d’ingresso. In jeans e camicetta si resta fuori, al palo. Confesso che la cosa mi incuriosisce e volentieri ci farei una capatina per un reportage. Salvo realizzare che l’unica cosa nera che possiedo è una maglietta in maniche corte con la scritta Sony ben visibile sul petto, una di quelle raccattate aggratis a qualche evento promozionale. In pratica, per il servizio dovrei spendere una cifra per adeguare il mio armadio al ‘dress code’ dell’ambiente. Mi sa che dovrò rinunciare.

Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia
Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia

Afa e nebbia saranno anche schifose, ma abbiamo belle donne sempre generose”, con le ossa grosse e un guizzo libertino nello sguardo

Una cosa a cui non ho rinunciato in questo tour sentimentale lungo la via Emilia, è stato ammirare almeno con lo sguardo le bellezze locali. Forte del viatico fornitomi sempre dalle Cagne Pelose da Rolo:

“Stofeg, fumana, sarani schifosi
ma gom dal beli doni semper generosi”

Circolano diverse leggende sulle emiliane. Tra le più note, vi è quella che siano costituzionalmente di “ossa grosse”. Annotazione anatomica per giustificare, penso, una certa abbondante formosità di fianchi e seno dovuta probabilmente più alla storica passione per il porco e derivati che a una improbabile peculiarità etnica. Naturalmente la faccenda vale più per il passato. O per le contemporanee belle di periferia. Quelle del centro ormai hanno del tutto perso certi tratti caratteristici. Grazie, o colpa, di una dieta globish rigorosamente bio, vegana, attenta alle combinazioni alimentari, amante delle crudité e via rinunciando, giorno dopo giorno, ai piaceri garantiti da salami e prosciutti. La fama di libertine invece, anche questa storica, resta inalterata. Almeno a dar ascolto a Manuela, la mia amica del sexy bar e dell’annesso negozio di biancheria intima, intimissima diciamo pure, in centro a Modena, a un tiro di schioppo dalla sagrato del Duomo e dalla via Emilia, che mi assicura essere rimasto costante nel tempo l’interesse delle signore della Modena-bene per i suoi prodotti. A più d’una delle quali, giura, “ho salvato il matrimonio” grazie ai giusti ritocchi all’abbigliamento intimo.

“Ci sono in Italia città – scriveva nel 1756 un certificatore indiscutibile come Giacomo Casanova – dove ci si può procurare tutti i piaceri che l’uomo sensuale trova a Bologna, ma in nessuna parte li si ottiene così a buon mercato, né così facilmente né così liberamente”. Sempre della Bologna papale, annotava Stendhal nel 1817, “i preti tollerano la libertà dei costumi, altrimenti le frecciate impedirebbero a loro stessi di goderne”. Una libertà che andava oltre i confini bolognesi fino a disegnare un caratteristico tratto emiliano, almeno a dar ascolto allo storico francese e monaco benedettino del XVIII secolo, Casimir Freschot che, a proposito di Reggio, scriveva: “Non so se sia per il clima, ma l’amore conta tanto nella città di Reggio che essa si potrebbe definire un’Isola di Venere (…). Le donne hanno sguardo vivace e così pronte ad afferrare tutte le occasioni per conquistare i cuori, che nessuno può loro sfuggire”.

VIDEO / I migliori bar della Via Emilia

Ecco che mi parte la penna in una ingiustificabile invettiva contro le donne. Ma solo quelle del centro, quelle più belle, che no, non sono le fate

Per quanto mi riguarda, an ghe gninta da fer, non c’è niente da fare, le emiliane mi piacciono così: con le ossa grossa e con quel guizzo libertino negli occhi. Caratteristiche che ormai conservano con rigore filologico solo le eredi di certi tradizioni popolari, quelle fedeli alla linea del lardo e al socialismo da balera. A dire il vero, è anche che le fighette centrine, bellissime e fatte con lo stampino, uguali a Modena come a Londra o Berlino, non soddisfano minimamente il mio gusto estetico, sempre più convinto della verità del motto proustiano che invita a lasciare “le belle donne agli uomini senza immaginazione”. Nel corso del nostro tour mi sono platonicamente innamorato almeno in un paio di occasioni. La prima volta di una cameriera di un bar incrociato nel parmigiano, attratto dal suo sguardo trasparente e dalle sue giovani mani già segnate dal lavoro. E ho tanto insistito per convincerla a farsi fotografare dal nostro fotoreporter Antonio Tomeo da riuscire infine a vincere la sua ritrosia. Posto qui qui la sua foto con tutta la delicatezza e il rispetto che le parole mi permettono di esprimere.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

La mia seconda infatuazione ha trovato l’oggetto del suo desiderio in un bar del reggiano. Una bella mora, almeno secondo i miei gusti, con lo sguardo perso nel vuoto e l’aria annoiata seduta al tavolo di una compagnia talmente ciarliera da raggiungere un volume sonoro da concerto rock. Mi ha incuriosito subito la sua scollatura da brividi immaginando che la donna del mistero potesse racchiudere più d’un segreto. E infatti a un certo punto si è alzata rivelando un minigonna mozzafiato a coprire, per modo di dire, un paio di cosce tornite delle dimensioni di due tronchi velate da una tulle nera lunga fino alle caviglie. Me l’aspettavo così, giuro. Se qualcuno volesse leggere in queste parole dell’ironia snob, si fermi subito. Trovo più verità, originalità e semplicità in questo tipo di donne che nelle tante fatine del centro, giovani e meno giovani, ma sempre così uguali l’una all’altra. Così noiose. Così prevedibili. Forse ci stiamo sbagliando ragazzi, ma così è, an ghe gninta da fer.

Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: "Gnocco fritto take away tipico"
Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: “Gnocco fritto take away tipico”. Foto di Antonio Tomeo

E la Romagna? A Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza

Il nostro viaggio a ritroso giunge al termine sul ponte di Tiberio, a Rimini, in Romagna. Che, mi accorgo, aver ampiamente sacrificato nel mio racconto. E’ sempre così quando si parte dall’Emilia. Non me ne vogliano gli amici romagnoli, ma per un emiliano – anche se d’adozione o d’accatto come nel mio caso – la Romagna è un po’ figlia di un dio minore. Al fine di evitare una crisi interregionale, premetto che dissento totalmente da ciò che state per leggere, ma devo confessare che una delle prime cose che mi hanno insegnato quando sono venuto a vivere qui è stato il coro che gli ultrà del Modena calcio cantano a quelli del Cesena in trasferta da queste parti. Un feroce sfottò che storpia così il finale del ritornello di ‘Romagna mia’ di Raul Casadei: “Quando ti penso, vorrei cagare, in quella merda che chiami mare”. Non mi pronuncio a riguardo, in Riviera non ho mai fatto il bagno perché a Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza. Col suo lungomare di bagni deserti e alberghi privi di segnali di vita. Quasi uno scenario post-atomico. Tanto che viene da chiedersi per quale miracolo possa subitaneamente rianimarsi da giugno a settembre fino a raggiungere densità umane tali da sfidare Hong Kong.

Ruota panoramica di Rimini
Ruota panoramica di Rimini

A Rimini naturalmente si conclude in bellezza: in piadineria. Poco distante, l’enorme ruota panoramica sfavillante di luci che in questa serata domenicale di maggio gira sorniona pur senza che alcun umano se la fili. La piada è salatissima per i miei gusti, e anche se ai tavoli siamo seduti solo noi e gli “Emilia bar lovers”, gli altoparlanti con volume a palla ci tormentano con la musica di Luciano Ligabue da Correggio, quella in cui – ironizzava un sito satirico – “è stato scoperto di recente un terzo accordo”. E’ chiaro che da queste parti si scaldano già i muscoli in vista dell’apertura della stagione. A noi invece, dopo due giorni di tour, al massimo i muscoli fanno male. A furia di ingollare cappuccini, Marco ha avuto seri problemi di stomaco, e fortuna che i bar si sono aggiornati sostituendo al Carlino strumentazioni più consone. Ilmo dopo una sequela di una decina di spritz al giorno, a partire dalle otto del mattino, comincia a mostrare chiari segni di cedimento. E’ ora di tornare a casa. In autostrada.

Davide Lombardi

Immagine di copertina di Antonio Tomeo.

Nota: le citazioni storiche sono tratte dal volume “Esplorazioni sulla Via Emilia. Scritture nel paesaggio” di Ermanno Cavazzoni.
La citazione “(…) quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia (…) è tratta dalle “Opere complete di Learco Pignagnoli” di Daniele Benati.

Per la realizzazione di questo reportage (del video e delle foto), si ringraziano per il sostegno morale e il contributo economico:

Alberto Franchini
Daniele Bertulu
Sandro Campani
Moira Caracciolo
Francesco So
Enrico Ruggeri
Gaia Borghi
Alice Lombardi
Paolo Battaglia
Elena Savani
Claudio Simeone
Alessandro Violi

La povertà secondo Matteo, decrittazione di un disagio sociale

Matteo non è in grado di controllare la propria vita: la colpa, secondo lui, è di due microchip che ha dentro di sé che lo controllano e lo manipolano.

Mi sono avvicinato alle tesi di Matteo progressivamente. Me lo presentò un paio di anni fa Giovanni, un amico in comune nonché mio fixer a Piacenza e provincia. “Vuoi vedere che cosa fa la disoccupazione cronica all’uomo?”, mi chiese una sera d’inverno. I posti in cui trovare Matteo erano sempre gli stessi: la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico “Rifugio Segadelli” e la biblioteca comunale “Passerini Landi”. Talvolta lo incontravo per strada, nel quartiere della stazione o in qualche bar economico del centro. Non era un vizioso ma d’inverno si riscaldava volentieri con qualche bicchiere di vino rosso a buon mercato.

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Matteo è un ragazzo piacentino di 35 anni, senza fissa dimora, disoccupato di lunga durata che conta sul mondo dell’associazionismo solidale per vivere e sull’elemosina. E’ più di un semplice disoccupato cronico. La prostrazione e le disistima per la sua condizione lo hanno portato prima alla rassegnazione e alla totale sfiducia nel futuro, e poi a una forma di auto-sabotaggio e di alienazione. Così almeno appare: Matteo afferma infatti che la sua ricerca di impiego è una causa persa “perché essi mi impediscono di lavorare, basta che premano un bottone e bloccano qualsiasi mia iniziativa personale”. Secondo il dott. Vito Antonio Scagliusi, uno psichiatra dell’Asl di Piacenza, la disoccupazione può avere “effetti psicologici devastanti, il dolore che ne deriva può portare alcuni soggetti a proteggersi, a non autocolpevolizzarsi, ad autoassolversi e a non assumersi la responsabilità del proprio fallimento per sfuggire alla sofferenza di una condizione soffocante e di un presente di miseria”.

Matteo ritiene di essere manipolato mentalmente attraverso l’inserimento di oggetti nel corpo che annichiliscono la sua volontà. La sua vita non è nelle sue mani, ma in quelle di una misteriosa setta massonico-mafiosa che gli impedirebbe di lavorare. Non è padrone del suo destino perché la sua libertà personale sarebbe stata compromessa fin dall’infanzia da due microchip che gli sono stati inseriti nell’organismo. Secondo Matteo il primo congegno è sottocutaneo “come quello dei cani” e gli è stato impiantato nella nuca in tenera età. L’altro, “più sofisticato”, sarebbe stato collocato nella sua gamba sinistra a tradimento dai medici del pronto soccorso di Piacenza, durante un intervento chirurgico a seguito di un incidente stradale quando aveva 23 anni.

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Nonostante la patina brillante della ricca e tranquilla città di provincia, l’impatto della crisi economica su Piacenza è stato violento. La città conta 100mila abitanti e secondo un recente rapporto dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro, i disoccupati a Piacenza, nel quinquennio 2009-2014, sono quadruplicati: cinque anni fa erano 3mila, oggi 12mila. Il 2014 è stato l’anno più nero per il lavoro in città e provincia: la percentuale di disoccupazione provinciale ha raggiunto il 9,4 per cento, una media superiore a quella della Regione Emilia-Romagna.

Secondo il rapporto, nel 2014 sono 8mila 356 le persone che si sono rivolte ai centri per l’impiego della Provincia, facendo registrare il massimo afflusso dall’inizio della crisi economica: il 51% sono donne, il 35% hanno meno di 30 anni e il 47% sono di età compresa tra i 30 e i 49 anni. Gli italiani rappresentano il 66% del totale, mentre gli stranieri sono il 34%.

Ad aggravare il quadro, i dati della Caritas di Piacenza relativi al 2014 esposti in un seminario ad inizio maggio. Le famiglie in difficoltà economiche sono triplicate e 50mila borse viveri sono state distribuite nel 2014 a Piacenza e provincia, un territorio che conta circa 280mila residenti. Nel 2014, solo dalla sede centrale della Caritas di Piacenza sono state distribuite 5700 borse viveri, 700 in più dell’anno precedente e alla mensa dell’organizzazione cattolica sono stati consumanti 8mila pasti in più rispetto al 2013 (38mila in tutto, a fronte dei 30mila dell’anno prima).

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Eppure la patina resiste. In una piccola città di provincia essere poveri equivale all’emarginazione: ci si batte con le unghie e con i denti per non apparire in difficoltà, per non rientrare fra i “perdenti”, “gli sfigati”, i “pescegatti” come li chiamano localmente. Non c’è un luogo deputato più di altri per farsi notare, l’intera città è un red carpet in cui gli inestetismi della miseria emergono inesorabilmente. Diventare poveri e invisibili è l’incubo sociale principale degli abitanti di una cittadina profondamente conformista, arricchitasi grazie all’agricoltura. Più che la condizione economica in senso stretto è la perdita dello status sociale che terrorizza il piacentino medio.

Nelle piccole realtà è più difficile dissimulare il proprio disagio e lo stigma della miseria rimane un’onta. Non c’è spazio per chi appare in stato di povertà. E’ come un corpo estraneo nell’armonia borghese. Anche Matteo ha un corpo estraneo dentro di lui, anzi due. Sono i microchip che ha nel cervello e nella gamba sinistra e che gli impediscono di lavorare, di invertire la tendenza, di risollevarsi dalla palude della più cupa rassegnazione.

Parla attraverso metafore, Matteo: “Un terzo dell’Umanità è nella mia stessa condizione, un terzo dell’Umanità è mentalmente manipolato: siamo stati scelti per essere impiantati e per avere o un destino radioso o un’esistenza miserabile, io faccio parte della seconda categoria”. Secondo Matteo fra le persone che sarebbero state impiantate ci sono, in ordine sparso, Adolf Hitler, Giacomo Casanova, Jim Morrison, Matteo Messina Denaro, Silvio Berlusconi e forse anche Gandhi.

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“Attraverso questi congegni, la massoneria più oscura in alleanza con alcune ‘ndrine calabresi mi controllano, inducendomi depressione e blocco motorio”. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, Matteo cambierebbe anche fisionomia, a causa dei microchip, aumentando o diminuendo in altezza e in peso nello spazio di pochi minuti. “Addirittura in certi casi sembra che io possa diventare invisibile oppure scatenare un odio immotivato nei miei confronti da parte di chi mi sta intorno”. Altra metafora dell’indifferenza generale alla sua condizione di miseria: l’invisibilità del disagio più palese.

Qualche anno fa Piacenza scoprì l’orrore dell’indigenza più totale. Un giorno di fine novembre, con le prime illuminazioni natalizie a decorare le strade, la città si è svegliata tentando di dare un nome a un “invisibile” con la pelle scura, ritrovato senza vita nei sotterranei del cosiddetto “Grattacielo dei Mille”. Un giovane uomo di origine pachistana era morto di freddo nello scantinato dell’unico grattacielo della città, un edificio di venti piani dove risiedono ricchi professionisti e esponenti della vita politica locale. Alì si chiamava quell’uomo di trentun anni, veniva dal sud-est asiatico: è morto per inedia nel sotterraneo dei ricchi.

Alì non avrebbe potuto accedere al dormitorio pubblico in quanto clandestino, nessuna struttura d’accoglienza di proprietà comunale o meno lo consente. “Avessi saputo dove dormiva gli avrei portato immediatamente del tè caldo e qualche coperta: è l’unica cosa che posso fare in questi casi. Ho sentito tanta rabbia per la morte di quel giovane, un’enorme sconfitta per la nostra società”, disse all’epoca Giovanni Bonadè, presidente dell’Associazione “La Ronda della Carità e della Solidarietà”, il gruppo che gestisce il “rifugio Segadelli”, un centro di prima accoglienza di proprietà comunale situato a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

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Aperto nel 2002, il “rifugio” è un dormitorio per soli uomini e dispone di otto posti letto. “Ogni sera devo rifiutare l’entrata ad almeno tre persone che cercano riparo, per mancanza di posti letto o perché sono irregolari. E’ durissima dire loro di no, sapendo che dovranno cercarsi qualche angolo in cui allestire il loro giaciglio improvvisato”, afferma oggi Giovanni Bonadè. Il dormitorio Segadelli ha censito circa 800 accessi nel 2014, ossia il 20% in più dell’anno prima. 800 “utenti”, termine che gli operatori sociali adoperano per definire le persone di cui si prendono cura.

Per un periodo Matteo ha frequentato il rifugio Segadelli, fino a qualche anno fa era una presenza abituale del dormitorio. Con lui c’era anche Johnny che era già un uomo di mezz’età quando è arrivato da Milano a Piacenza. Era di origine americana, del New Jersey. A quarant’anni, Johnny, uno stimato professionista nel ramo delle assicurazioni, perse il lavoro. Per un periodo lottò, cercò e trovò un impiego come portinaio, accettando il declassamento professionale pur di continuare la sua vita famigliare con la figlia piccola e la moglie, una donna di origine piacentina. Poi sbanda, comincia a bere sempre di più e a giocare d’azzardo. Sua moglie lo lascia e si trasferisce con la bambina a Piacenza dai nonni. Così Johnny, pur di stare nella stessa città della figlia e della moglie, di cui era ancora innamorato, si trasferisce anche lui qui in Emilia. Gli inutili tentativi di ricucire i rapporti con la moglie che gli impedisce anche di vedere la figlia gli danno il colpo di grazia.

L’ultima volta che ho visto Johnny, a marzo 2015, era al bar-tabacchi dietro a casa mia a bere vinaccio di domenica pomeriggio: era dimagrito, emaciato, il viso colore rosso era ricoperto di acne. Stava bevendo da solo. Era molto ubriaco, gli chiesi come stava e lui mi rispose in inglese:”I’m gonna drink all night, then I’ll kill myself”.

Gli inestetismi della miseria non passano inosservati in piccole città di provincia come Piacenza. E la povertà provoca una traformazione quasi fisica del soggetto. Forse è la trasformazione fisica di cui faceva menzione Matteo. Johnny, per esempio, è passato in pochi mesi dagli eleganti completi Armani con i pantaloni a sigaretta e le candide camicie Burberry ai jeans Carrera usurati, alle giacche sformate e ai sacchetti di plastica del Lidl con dentro tutta la propria vita.

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Matteo e altri senzatetto vivono una routine di elemosina e di lunghe giornate trascorse fra la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico e la biblioteca comunale. Frequentano la biblioteca per usare il bagno, per navigare gratis su internet, per il caffè della macchinetta a 50 centesimi e per le sigarette e gli spicci che gli studenti offrono loro con più facilità. “D’inverno è dura, la biblioteca ci offre soprattutto un riparo durante i lunghi pomeriggi freddi. Quando la biblioteca chiude è già l’ora di cena alla mensa pubblica”, mi spiega un altro ragazzo senza fissa dimora.

Secondo Matteo le persone mentalmente manipolate sarebbero un problema sociale. Ma è l’isolamento e la mancanza di relazioni umane che Matteo cerca di spiegare, a modo suo:”Le persone hanno paura di me, non mi salutano più perché giustamente spaventate e impressionate dai miei improvvisi cambi di fisionomia. Le persone vedendomi mutare di aspetto cambiano a loro volta il proprio atteggiamento nei miei confronti, alcuni hanno addirittura dei comportamenti violenti: sembra che, alle volte, possa innescare un odio in chi mi sta accanto senza che io faccia o dica niente. Vogliono aggredirmi e farmi del male: di recente, uno sconosciuto ha cercato di colpirmi con un oggetto contundente, subito dopo mi ha chiesto scusa affermando di non sapere il motivo che lo aveva spinto a tentare di picchiarmi”. Questa è un’altra metafora dell’esclusione sociale assoluta di chi è senza lavoro, senza casa, senza affetti.

Per Matteo il mondo si divide in eletti e dannati:”Con il mio impianto si potrebbe in teoria far funzionare il cervello al 40% delle sue potenzialità. E’ un privilegio di pochi che rimarranno nella Storia, diventeranno dei miti. Per chi non serve come me, invece, la vita diventa un inferno, non riesci più a fare niente”. Ogni suo progetto si scontra con forze oscure più grandi di lui.

L’unica “consolazione” è che Matteo, come l’indigenza, non è un caso isolato. Anzi, a Piacenza sono circa 12 mila le persone colpite dal suo stesso male; non è un calcolo a caso, sono i dati relativi alla disoccupazione in città oggi. Famiglie intere sono coinvolte in questa grande macchinazione:”Io non sono pazzo – assicura Matteo – sono mentalmente controllato e non posso lavorare, ma il mondo è pieno di persone come me: molti ritengono che siamo dei mostri e che dovremmo scomparire dalla faccia della Terra”.

Matteo non è lo scemo del villaggio, né un tossicodipendente o un alcolista. Espone le sue idee con molta calma e apparente lucidità. E’ l’assenza di prospettive, la lotta quotidiana per la sopravvivenza che gli sembra impari e l’emarginazione sociale che lo hanno portato a perdere le coordinate e a proteggersi, ideando un mondo ostile, colorato di tinte fosche, di complotti, di malavita e di piani massonici cospirazionisti planetari. Oppure, il mondo secondo Matteo potrebbe essere solo un’ingegnosa allegoria della violenza della nostra società.

Gaetano Gasparini

Aperitivo: tutti i bar che abbiamo visitato sulla via Emilia

Per raccontare in un reportage di prossima pubblicazione la via Emilia, abbiamo percorso tutti i 262 chilometri che collegano Rimini a Piacenza attraversando tutte le province dell’Emilia-Romagna, ad esclusione di Ferrara. Per cercare di capire cos’è diventata oggi l’antichissima strada romana, abbiamo fatto tappa ogni 10/15 km nei bar che la costeggiano. Guidati dai due “Emilia Bar Lovers”, Ilmo Malagoli e Marco Balugani, incaricati di assaggiare ad ogni fermata un cappuccino e uno spritz per stabilire quale sia il “miglior bar della via Emilia”, abbiamo intervistato proprietari e avventori di questi luoghi di aggregazione per eccellenza. Ne è uscito un lungo racconto fatto di parole, fotografie e video che pubblicheremo pezzo per pezzo su Converso. Intanto, come aperitivo, ecco tutti i bar incrociati alla ricerca de #imiglioribardellaviaemilia.

barviaemilialive

gli aggiornamenti live del nostro viaggio sulla via emilia del 16 e 17 maggio.


Il fantastico mondo di Tom of Finland: operai e poliziotti super gay

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Un berretto delle Schutzstaffel con sopra appuntanti un’aquila, una stella, un alloro. Lo sguardo sicuro, pronto a esplorare i nostri pensieri più torbidi. La sigaretta appesa all’angolo della bocca, sovrastata da un paio di baffi scuri che completano il fiero atteggiamento di chi duro lo è sempre stato.

È il volto ritagliato da un’illustrazione di Tom of Finland, uno dei più importanti e conosciuti artisti finlandesi, inglobato in un trittico di francobolli emessi dalle poste lo scorso settembre per celebrare il disegnatore.

I francobolli finlandesi dedicati all'artista Tom of Finland
I francobolli finlandesi dedicati all’artista Tom of Finland

A completare il foglietto, un paio di natiche sode che nascondono appena un volto che si staglia sullo sfondo del secondo francobollo e nell’ultimo un uomo nudo, della cui intimità riusciamo a scorgere solo un sovradimensionato capezzolo, seduto per terra proprio sotto il precedente duro a cui offre le spalle per sorreggere le robuste gambe incastonate in rigidi stivali di pelle.

Touko (in finlandese significa “semina”), questo il nome alla nascita di Tom, amava le divise: operai, poliziotti, marinai. Soldati. L’attrazione di Touko per gli uomini in uniforme si consolida nel 1939, quando Stalin invade la Finlandia dando così inizio alla Guerra d’inverno, e questo diciannovenne aspirante pubblicitario è costretto a servire la propria patria per cinque anni come sottotenente del commando antiaereo e a trovare conforto tra le braccia, ma soprattutto tra le gambe infilate negli iconici stivali di pelle, dei commilitoni della Wehrmacht.

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Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Touko riprende gli studi nella capitale Helsinki, frequentando l’accademia d’arte per studiare disegno grafico e il famoso Istituto Sibelius dove riceverà lezioni di pianoforte, strumento da lui conosciuto fin dall’infanzia quando i suoi genitori, entrambi insegnanti, lo avevano immerso in un’abitazione colma di arte, di musica, di letteratura.

[pull_quote_right]”Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini”[/pull_quote_right]Impossibile, però, contenere la continua ricerca dell’ispirazione da parte di un artista e così Touko inizia ad amare anche la selvaggia natura che circonda la piccola città in cui è nato, Kaarina, sulla costa meridionale del paese vicino Turku.

Ed è proprio uscendo allo scoperto, all’età di cinque anni, che il piccolo Touko inizia a scoprire i corpi muscolosi dei ragazzi di campagna, spiando il suo vicino di casa Urho (in finlandese il nome Urho significa coraggioso, eroico) che diventerà, letteralmente, il suo eroe.

Le prime illustrazioni del futuro Tom of Finland vedono la luce all’età di dieci anni, i primi disegni sessuali al tempo dei suoi primi pruriti. Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini. Iniziano così a prendere vita le prime strisce disegnate da Touko che dovranno attendere circa trent’anni prima di essere pubblicate.

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[pull_quote_left]L’omosessualità resterà illegale in Finlandia fino al 1971[/pull_quote_left]Nell’intermezzo, il ragazzo lavora come libero professionista, realizzando lavori grafici in ambito pubblicitario di giorno, mentre di sera mette a frutto l’esperienza acquisita al pianoforte suonando all’Helsinki Palace Hotel diventando così uno dei membri più famosi della nascente realtà bohemian della capitale. Conosciuto anche nella scena sotterranea omosessuale, Touko mantiene un basso profilo senza mostrare fuori dai circoli gay le sue preferenze sessuali, anche perché l’omosessualità è illegale e lo rimarrà fino al 1971 in Finlandia.

Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland
Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland

La ricerca della propria identità sessuale porta, per esempio, il giovane Touko a sostituire le cravatte con delle sciarpe colorate per tentare di vedersi nello specchio meno mascolino di quanto dovrebbe essere per rispondere ai canoni dell’omosessualità dell’epoca. Touko rifiuta subito questo concetto e inizia a costruire su carta una personale immagine di mascolinità, credendo che un uomo potesse essere forte, felice, e anche omosessuale allo stesso tempo.

[pull_quote_right]Disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensava fosse la più sexy di tutte[/pull_quote_right]Touko esagera i tratti fisici, dotando per esempio di improbabili peni giganti i protagonisti delle sue illustrazioni, e toglie il velo che fino a quel momento celava la sessualità degli omosessuali, rappresentando due o più uomini immediatamente impegnati in espliciti atti sessuali.

Gli uomini gay passano dall’essere strani (queers) che si sentono donne intrappolate in un corpo maschile, delle fatine (fairies), e diventano taglialegna dai muscoli scolpiti col duro lavoro o dominanti come un gendarme nazista, anche se è lo stesso Touko a spiegare che nei suoi disegni non c’è nessuna posizione politica, nessuna ideologia. Soprattutto quella nazista è la peggiore che possa esistere anche se disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensa sia la più sexy di tutte.

La rappresentazione della classe lavoratrice, i cosiddetti colletti blu, ma anche cowboy che usano il lazzo non per catturare il bestiame ma degli schiavi nudi. E forse non è un caso che in un film contemporaneo come Midnight Cowboy del 1969, il personaggio interpretato da Dustin Hoffman, Ratso, si rivolga a Joe Buck, impersonato da Jon Voight, che gira fiero per le strade di New York vestito da cowboy, dicendogli: “Se vuoi sapere la verità, quella che hai addosso è roba da froci!”

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[pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali.[/pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali. Il nuovo eroe è colui che costruisce, in tuta da lavoro e con l’elmetto rigido. Anche il marinaio riveste un ruolo importante nell’immaginario collettivo. Da sempre considerati disponibili al sesso tra uomini, per i prolungati periodi trascorsi lontani dalla terra ferma senza possibilità di avere rapporti con le donne, i lupi di mare sono inseriti nelle grandi città portuali, come Amburgo per esempio, dove la moralità è disinibita e i contatti anonimi sono più facilmente disponibili. Oggi sono qui, domani non si sa dove. Liberi di fare tutto quel che vogliono.

Nel 1951 Touko viaggia in giro per l’Europa e si trasferisce a Berlino dove conduce una vita selvaggia e finalmente libera. Viaggia molto tra Amburgo, dove comprerà il suo primo porno, e Londra. Torna a Helsinki nel 1953 e incontra l’uomo della sua vita in un parco cittadino. Con questo ballerino di nome Veli (in finlandese significa “fratello”) che sarà al suo fianco fino alla morte per un cancro alla gola nel 1981, Touko ha l’unica storia d’amore della sua vita.

Di dodici anni più giovane, Veli incrocia Touko che lo invita a bere qualcosa insieme con il solo scopo di avere un contatto fisico con qualcuno. Un bicchiere dietro l’altro e i due uomini finiscono a casa di Touko per trascorrere la notte. Al risveglio non progettano niente per il futuro e Touko pensa che quello con Veli sia stato solo uno dei tanti incontri occasionali avuti in passato. Anche se la sera successiva, quando torna a casa, Touko trova il suo nuovo compagno che lo sta aspettando e ha deciso di vivere insieme a lui.

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La neonata relazione non distrae Touko dalle sue ambizioni artistiche. Nel 1957 i suoi disegni vengono pubblicati per la prima volta su Physique Pictorial, rivista americana che mostra foto di uomini mezzi nudi battezzati Spartacus, Etienne di Chicago o Art-Bob. È proprio grazie a Bob Mizer, editore della rivista, che Touko riceve il nome d’arte di Tom of Finland che lo renderà famoso in tutto il mondo.

In vent’anni di collaborazioni Tom produrrà centinaia di immagini per la rivista, spesso pubblicate anche in copertina, che finiranno in pubblicazioni singole o raccolte. Dal 1959 Tom inizia a ricevere commissioni da tutto il mondo per produrre disegni espliciti per clienti privati e altre riviste che sbattono il fisico maschile in prima pagina. Negli anni sessanta si aprono per Tom le porte dell’editoria, soprattutto in Scandinavia dove le leggi che regolano la pornografia, al tempo ancora bandita negli Stati Uniti, sono diventate meno restrittive.

Dal 1967 Tom pubblica il suo più famoso fumetto, Kake, per la casa editrice danese DFT e per la svedese Revolt Press. Leatherman “uomo in pelle” Kake, già apparso nei primi lavori del disegnatore, diventa il più longevo supereroe di Tom. Intanto negli Stati Uniti, mentre la pubblicazione delle fotografie di uomini palestrati in costume è ormai in declino, le prime copie pirata dei fumetti di Tom iniziano a circolare negli ambienti omosessuali.

Negli anni ’70 la sottocultura gay inizia prepotentemente a uscire allo scoperto. Il porno inizia a diffondersi su entrambe le sponde dell’Atlantico e questa nuova apertura nei confronti della rappresentazione esplicita del sesso porta Tom a licenziarsi dal suo lavoro di capo del dipartimento artistico dell’agenzia pubblicitaria McCann Erickson con cui lavorava dal 1957. È il 1973 e per Tom è più economico lavorare come freelance senza l’obbligo di vestire in maniera perfetta ogni giorno, proprio lui che amava le divise anche se di un altro tipo, che presenziare alle feste, sfoggiare automobili e case al mare come status symbol.

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[pull_quote_left]Negli Stati Uniti incontra il fotografo Robert Mapplethorpe e l’artista Andy Wharol[/pull_quote_left]

Indossati i jeans, trascorrerà il resto della sua vita disegnando, potendo contare su un numero sufficiente di ordini da parte di riviste e clienti privati. Gli anni settanta si concludono con qualche esposizione pubblica, sempre nel ristretto giro degli ambienti omosessuali, e solo nel 1978 Tom può visitare per la prima volta gli Stati Uniti per la sua prima personale alla Los Angeles Gallery. È proprio qui che Tom incontra il fotografo Robert Mapplethorpe, da tempo suo ammiratore, con cui instaurerà una profonda amicizia e che ispirerà nelle sue foto.

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Qualche mese dopo, a New York, è il momento di incontrare un altro famoso ammiratore che non ha ancora rivelato la propria omosessualità: si tratta di Andy Warhol. Le stampe di Tom vanno a ruba nelle prime ore delle sue esposizioni con prezzi che variano da 1.000 ai 3.000 dollari. I giornali americani si accorgono di lui ed elevano quella che fino a pochi anni prima era stata bollata come pornografia al rango di arte.

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Piccole enclavi di omosessuali si stanno formando negli Stati Uniti, da New York a San Francisco, sviluppando un nuovo e distintivo stile d’abbigliamento che non trova impreparati i negozi, subito pronti a piazzare in vetrina jeans, camicie attillate, giacche in pelle. Proprio quell’indumento reso celebre da machi come Marlon Brando e James Deen viene reinterpretato da Tom of Finland e inserito in un contesto omoerotico.

Perché Tom non fu solo un artista gay ma soprattutto un feticista del bondage e della pelle, introdotta per cancellare la visione effeminata data fino a quel momento alla comunità omosessuale maschile e restituirle la mascolinità che ora poteva essere mostrata e conosciuta anche dal grande pubblico. Nonostante il successo, i disegni di Tom of Finland sono ancora confinati nella categoria “pornografia” da parte dei principali circoli artistici e la commercializzazione delle sue opere è ancora relegata ai margini della società e rifiutata da gran parte del mondo artistico.

Nel frattempo crescono il numero dei gruppi che promuovono la liberazione dell’identità e della sessualità omosessuale e i disegni di Tom of Finland sono alla base di questo tentativo di emancipazione da parte di quegli uomini che vogliono passare dal ruolo di reietti a quello di supereroi forti e mascolinizzati.

Negli oltre 3.500 lavori della sua carriera, esposti nelle gallerie sotterranee di Amsterdam, Berlino, Los Angeles, San Francisco, New York e Parigi, Touko Laaksonen creò un archivio di immagini erotiche con una riconoscibile estetica fatta di robusti uomini ricoperti di pelle, denim e stivali al ginocchio capaci di ispirare il gruppo dance omosessuale dei Village People, nel quale possiamo ritrovare le divise che tanto eccitavano la fantasia del disegnatore finlandese, e il cantante dei Queen Freddie Mercury, il cui volto incorniciato dagli inconfondibili baffi neri sembra proprio uscito da un’illustrazione di Tom of Finland. Testa quadrata, mento fiero, labbra sottili, naso schiacciato, capelli corti, basette.

[pull_quote_center]Secondo la fondazione Tom of Finland basata a Los Angeles che ha il compito di preservare e promuovere l’arte dell’illustratore, il processo creativo dell’artista consisteva nel “chiudersi nella sua stanza, spogliarsi nudo e accarezzarsi con una mano mentre con l’altra creava su carta le immagini che raramente riusciva a trovare nelle strade.”[/pull_quote_center]

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Rivoluzionando l’immagine degli uomini omosessuali, Tom of Finland spianò la strada verso una più grande apertura e tolleranza nei loro confronti. Enorme l’impatto dei lavori dell’artista che crearono gli archetipi che oggi formano una parte integrante nell’iconografia della cultura popolare gay.

A vent’anni dalla morte di Touko Laaksonen, avvenuta nel 1991 in seguito a un enfisema polmonare, per la prima volta una nazione pubblica dei francobolli che mostrano un’opera grafica chiaramente omosessuale. È la sua Finlandia che solo qualche mese dopo l’emissione postale riconoscerà, ultima tra le nazioni nordiche, il diritto al matrimonio per le coppie formate da persone dello stesso sesso.

Anche se il dibattito sulla questione rimane aperto, all’indomani delle recenti elezioni politiche, e diversi parlamentari minacciano battaglia affinché si possa tornare indietro per evitare l’attuazione della riforma prevista per il 2017.

Ed è notizia di questi giorni che una statua dedicata proprio a Tom of Finland verrà collocata all’ingresso della nuova libreria di Helsinki, la cui costruzione è prevista per il 2017. Il partito dei (veri) finlandesi, movimento nazionalista a tratti razzista e omofobo, secondo partito della nazione, si sta già muovendo per evitare che anche ciò accada, mostrando ancora una volta come dopo tante battaglie per conquistare diritti e possibilità per tutti, certi tabù rimangano ancora duri a morire.

Giordano Silvetti

Scarpe grosse, cervello fino

Lo jigger è un esemplare di pulce africana il cui morso puà portare infezioni anche gravi. Grazie a un giovane studente kenyota, la lotta al parassita che divora i piedi passa anche per l’alta tecnologia.

Siamo andati in Kenya. C’è un animale, ma non di quelli da Safari. C’è un kenyota ma non è un beach boy che anima le serate di un villaggio turistico. Ci sono i bambini, ma non sono quelli dell’orfanotrofio che, tra un’escursione e l’altra, fotografiamo avvolti dalle nostre toniche braccia abbronzate.

Non solo i leoni fanno paura in Kenya, esiste infatti un esserino minuscolo, una pulce di mare, grande circa un millimetro, chiamata jigger o pulce penetrante, capace di infestare a tal punto i piedi delle persone da procurare piaghe e orribili deformità. La femmina adulta del jigger scava nella pelle dell’ospite, penetrando in profondità e, se viene fecondata, inizia un rigonfiamento del corpo, fino ad aumentare il suo volume di mille volte in 2-3 giorni. Si tratta di una pulce che salta al massimo 20 cm e che si attacca, quindi, quasi esclusivamente alle dita dei piedi. L’infezione da jigger colpisce circa 2,6 milioni di persone, compresi 1,5 milioni di bambini in età scolare. Chi è colpito da questa malattia, ha enormi difficoltà a camminare, vede i piedi coprirsi di orribili tumefazioni via via più rigonfie, non può più andare a scuola e diventa improduttivo. L’infezione può degenerare in altre malattie come il tetano e, nei casi più gravi, se non si vuole andare incontro alla morte, si ricorre all’autoamputazione.

A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine:  bogleech.com.
A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine: bogleech.com.

Roy Ombatti, oggi ventiseienne studente di ingegneria meccanica di Nairobi, all’età di 23 anni insieme con un altro studente, Harris Nyali, ha ideato il progetto “Happy feet”, destinato a coniugare innovazione tecnologica, interesse per il sociale ed ecologia, allo scopo di porre un rimedio concreto alla malattia deformante provocata dal jigger. Ombatti è un innovatore sociale e dimostra il suo interesse per i bambini kenyoti, cofondando il programma Outreach FabLab Nairobi rivolto ai bambini più sfortunati per l’apprendimento di scienza, tecnologia e robotica.

Con “Happy feet” è finalista del 3D4D Challenge, per l’impiego socialmente utile della stampa in 3D, e dimostra che, grazie ad essa, oltre a creare magicamente dal nulla fantastiche statuine e mezzi busti di improvvisati fotomodelli ripresi a 360°, si può salvare una parte di mondo a costi relativamente ridotti. Con una stampante 3D e delle bottiglie da riciclare, infatti, “Happy feet” si pone l’obiettivo di creare calzature adatte a contenere le deformità causate dall’infezione da jigger, permettendo a milioni di persone di continuare a camminare e a milioni di bambini di non abbandonare la scuola.

Siamo riusciti a fargli qualche domanda a proposito dei suoi progetti, dei suoi valori e della situazione in Kenya all’indomani della recente strage al campus di Garissa del 2 aprile, in cui hanno visto la morte circa 150 persone.

Infezione avanzata da jigger.
Infezione avanzata da jigger.

Come è nato il progetto “Happy feet” e come si è evoluto fino ad oggi?
“Happy feet” è nato dal 3D4D Challenge 2012: una competizione internazionale indetta dall’organizzazione benefica “Techfortrade“, leader nel Regno Unito, con l’obiettivo di premiare il miglior progetto capace di coniugare stampa in 3D e problematiche sociali dei paesi in via di sviluppo. In quel periodo ero a conoscenza del rischio jigger in Kenya e, così, ho deciso di usare le mie competenze e la mia esperienza per trovare una soluzione a questo problema creando delle calzature personalizzate. Da allora ad oggi ho messo a punto una serie di prototipi di scarpe di forme diverse. In generale, sono arrivato alla scelta di una forma definitiva ma ho ancora bisogno di fare delle prove sul campo. Sarà questo il prossimo passo.

Il prototipo di Happy feet
Prototipo di scarpa in 3D del progetto Happy feet

Quali altri problemi del tuo paese contribuiscono ad aggravare le infezioni provocate dal jigger?
Il fattore principale di diffusione dell’infezione da jigger è la povertà. I poveri affetti da questa malattia non si possono permettere l’acqua per l’igiene personale. Né tantomeno delle scarpe per prevenire l’infestazione.

Come ti fa sentire aver trovato la potenziale soluzione per uno dei più gravi problemi del tuo paese?
In realtà la mia è una proposta di soluzione. Devo prima realizzare concretamente il progetto per poter parlare di soluzione. Quindi al momento posso dirmi davvero impaziente. Ma non lo faccio per la gloria, il mio intento è rendermi utile. Se posso, voglio aiutare. Rendere il mondo un posto migliore nel mio piccolo, a partire dal mio paese.

Pensi che la tua invenzione possa essere uno stimolo per un impegno sociale più diffuso? Come è stata accolta dal pubblico e dalle istituzioni?
Non posso parlare a nome di tutti i giovani, ma credo che in Kenya ci siano molti altri come me, pronti ad impegnarsi per aiutare il paese. Conosco vari ragazzi che stanno facendo cose straordinarie nei loro ambiti per il miglioramento del nostro paese. Certo, ce ne vorrebbero sempre di più. Per quanto riguarda l’accoglienza, poi, devo dire di aver trovato un certo supporto a livello locale anche se, purtroppo, ancora non sufficiente. È tutta colpa della burocrazia e della corruzione se in Kenya l’impegno sociale tende ad essere limitato. La maggior parte delle persone cerca il tornaconto personale prima di aiutarti. Eppure, nonostante questo, c’è quella percentuale che quando decide di aiutare il prossimo, va fino in fondo.

Come mai nessuno prima di te in Kenya ha pensato a questa soluzione, anche se più di due milioni di persone, tra cui oltre un milione di bambini, sono infestate dal jigger?
Purtroppo il Kenya ha, tristemente, problemi ancora più gravi da affrontare, senza contare le barriere politiche e socioeconomiche. Quindi non è che nessuno abbia pensato prima ad una soluzione, è più che si fanno parecchi sforzi isolati, i cui effetti possono sentirsi sul lungo periodo, solo se tutti insieme proseguiamo incessantemente verso il nostro comune obiettivo.

La stampante in 3d, come in questo caso, sembra molto adatta a trasformare i sogni in realtà ad un prezzo estremamente conveniente. Quali pensi possano essere gli ulteriori sviluppi del suo impiego?
Il futuro della stampa in 3D va al di là della nostra immaginazione. Il potenziale è rivoluzionario. Se usata per il giusto scopo, la stampa in 3D può cambiare il mondo in meglio in quasi tutti i campi, dalla salute, alla medicina, all’istruzione fino all’arte. La grande forza di questo strumento sta nel fatto che il ciclo di ideazione, produzione e realizzazione del prodotto è già nelle mani dell’utilizzatore finale! Certo bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti prodotti. Ma, anche in questo caso, la stampa in 3D può essere usata per il riciclo. Si può dire di avere davanti un circolo virtuoso che crea solo vantaggi.
Con lo sviluppo esponenziale della tecnologia, ben presto tutti potranno permettersi una stampante in 3D e produrranno da soli prodotti di cui hanno bisogno per risolvere i loro problemi.

Hai in mente altri progetti innovativi per il futuro?
A dire il vero sto lavorando alla creazione di un’impresa di supporto per la crescita del progetto “Happy feet”. Sto producendo le mie stampanti 3D, per la vendita, recuperando parti elettroniche di scarto. Contemporaneamente, sto anche producendo i miei filamenti riciclando il materiale plastico PET. Si può dire che sto mettendo su un’azienda locale di stampa 3D etica e sociale con particolare attenzione al rispetto dell’ambiente.

Hai solo 26 anni e hai ideato un progetto che mette insieme tecnologia, ecologia e attenzione al sociale. In cosa ti consideri diverso dagli ragazzi kenyoti della tua età?
Se mi considero diverso…? Bè sì… Penso che siamo tutti diversi gli uni dagli altri e unici, ma questa è filosofia. Ritengo di far parte di una piccola schiera di giovani che condividono la voglia appassionata di cambiare il mondo attraverso l’impegno sociale e la sostenibilità ambientale. Ce ne sono molti come me in Kenya e possiamo fare sempre di più per il miglioramento del nostro e paese e del mondo intero.

Roy Ombatti
Roy Ombatti

Come sei cresciuto, che educazione hai ricevuto?
Vengo da un contesto familiare modesto ma felice. Sono il secondo di tre fratelli e puoi immaginare quello che facevamo passare a mia madre. Ma lei è l’essere umano più speciale e straordinario che conosca e ringrazio Dio ogni giorno per questo. E anche per mio padre. Ho frequentato le migliori scuole private di Nairobi e ho avuto la fortuna di iscrivermi a Ingegneria meccanica all’Università di Nairobi. I miei mi hanno sempre sostenuto anche se, qualche volta, hanno temuto che il mio lavoro fosse più a vantaggio degli altri che una fonte di guadagno per me.
I miei genitori appartengono a tribù differenti del Kenya, così la mia origine è mista ed è un bene per me considerando le conseguenze tragiche del tribalismo nel mio paese.

Sei religioso o hai un orientamento politico definito?
Sono un fervente cristiano. Cattolico ad essere precisi. Il mio scopo è essere ogni giorno e in tutto quello che faccio quanto più possibile simile a Cristo. Per quanto riguarda la politica, è frustrante il caos che domina il paese. Anche i buoni alla fine diventano cattivi. Magari potessi spingere i politici a impegnarsi per cambiare la vita delle persone. Ammiro la forza di volontà e il coraggio di quelli che in Kenya combattono per difendere chi non ha voce. E, da grande, voglio essere come loro. Per ora, faccio quello che è nelle mie possibilità ma, presto, so che potrò contribuire ancora di più alle battaglie giuste.

Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria "Miglior prodotto".
Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria “Miglior prodotto”.

Cos’è che ti muove ogni giorno? Quali sono i tuoi valori morali?
Wow! Domanda impegnativa! Quello che mi muove ogni giorno è la voglia di essere uno strumento di cambiamento. Dirigo i miei sforzi verso gli altri perché non c’è nulla che sia più gratificante. Credo fermamente che dobbiamo sfruttare tutte le risorse che abbiamo a disposizione, benché misere, per aiutare il prossimo in difficoltà. Se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe davvero un posto migliore. Per il resto, sono una persona tranquilla, credo nel diritto di ciascuno a esprimere la propria opinione, anche se stupida, fino a che non viola il diritto e la libertà di un altro.
Credo, infine, che, anche se la storia è stata ingiusta con certe popolazioni, noi tutti dobbiamo fare la nostra parte per il bene del mondo. E dobbiamo farlo adesso. Perché non ammetto l’idea di un mondo sviluppato contro un mondo in via di sviluppo.
Solo quando i tuoi sogni spaventano e tutti ti credono pazzo, vuol dire che cambierai il mondo.

Il tuo paese sta vivendo un momento difficile in seguito ai recenti attacchi terroristici. Te la senti, dalla tua prospettiva, di descriverci come si vive in Kenya ultimamente, che aria si respira?
Tanto per cominciare, non dovresti credere alle notizie sensazionalistiche che vendono i media occidentali. Senza offesa, ma Tg e giornali tendono a drammatizzare quando si parla di Africa con lo zuccherino di quei pochi grandi salvatori degli ammalati e degli affamati. Il Kenya è un paese bello, pacifico e con belle persone. Nonostante quello con cui bisogna fare i conti ogni giorno, siamo felici e fiduciosi. Ti sfido a venire in Kenya e non innamorartene!
Questo non vuol dire che io non sappia che pochi individui hanno intenzione di macchiare la reputazione del Kenya. Che sia per ragioni politiche o religiose, non è ben chiaro, ma la cosa peggiore è che sono i “mwananchi” (gli abitanti) a pagarne il prezzo. Molto deve essere fatto e non solo dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, per riportare il Kenya ai suoi pacifici giorni di gloria. Anch’io mi pongo tante domande sulla questione ma non è questo il luogo giusto per discuterne. Concludo dicendo che è triste che la morte di 167 persone a Garissa valga meno di quella di 68 vittime della strage del 2013 al lussuoso centro commerciale di Nairobi. Ed è ancora più triste che tutte queste vite, insieme con quelle distrutte in aree povere della terra da Boko Haram e da altri gruppi estremisti importino molto meno di un pugno di morti parigini.
Di questo siamo TUTTI responsabili!

L’incontro con Roy Ombatti ci mette davanti alla durezza della vita in un paese che, a seguito della decolonizzazione e la ritrovata indipendenza del 1963 dalla Gran Bretagna, è funestato da una vita politica segnata da instabilità e corruzione. Inoltre, da alcuni anni, il governo di Nairobi deve fronteggiare l’ascesa del radicalismo islamico in Somalia, paese confinante ingovernabile e al cui interno imperversano feroci signori della guerra, le milizie somale Al Shabaab, i guerriglieri jihadisti autori della strage di Garissa. Eppure il giovane uomo che abbiamo davanti appare entusiasta del suo paese e pronto a impegnarsi per intervenire sulle attuali criticità.
Quanti in Italia sarebbero disposti a fare lo stesso?

Rossella Famiglietti

Pisorno, la storia del fallimento della prima Hollywood italiana

Prima della nascita di Cinecittà, il duce decide che la Hollywood italiana dovrà avere sede tra Pisa e Livorno. Nasce così Pisorno, stabilimento oggi abbandonato. Attraverso il figlio di uno dei suoi protagonisti, ripercorriamo l’epoca d’oro del primo grande studio cinematografico italiano.

Nella selva di Tombolo, in località Tirrenia fra Pisa e Livorno, nacquero nel 1934 i primi stabilimenti cinematografici italiani adatti a girare film sonori. Erano gli studios Pisorno, concepiti come una struttura all’avanguardia per curare ogni film in tutte le sue fasi, dalla produzione alla distribuzione. La storia di un (in)successo, in bilico tra potenziale da esprimere e concorrenza da fronteggiare, fra grandi nomi che ne punteggiano la storia e l’accanimento della sfortuna che, di questa storia, detta i titoli di coda. Tra un residence di lusso e un campo da golf a 18 buche.

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La targa con scritto “Cosmopolitan Film – Stabilimenti Cinematografici Tirrenia” è ancora lì, affissa alla struttura bianca dell’ex-portineria. Sopra campeggia un’altra scritta, molto più moderna: “Prossima Consegna. Appartamenti varie metrature, posto auto incluso nel prezzo”. Il cancello è aperto su un viale d’ingresso in asfalto e ghiaia, circondato da erba e sterpi, su cui passa qualche macchinone impaziente di raggiungere la strada. Imboccandolo, ci si trova davanti un altro gigantesco pannello che recita “Tennis”, con una freccia puntata verso destra. Copre un intrico di impalcature rossastre, le quali coprono a loro volta quel che resta del corpo principale degli studios Pisorno, costruiti nel 1934 e solo successivamente rinominati Cosmopolitan. Proprio come il resort e golf club che nel frattempo è stato fabbricato nelle immediate vicinanze, quello dove ci sono i campi da tennis e da dove provengono i macchinoni.

La struttura coperta di impalcature, svuotata e circondata dalla vegetazione racchiudeva un tempo gli uffici generali degli studi cinematografici, le sale di deposito pellicola e sincro-proiezione, allungandosi poi nelle aree destinate agli uffici di produzione, al trucco e ai reparti tecnici; sui lati, i due teatri di posa: la grande curva del Teatro B è ancora intatta e perfettamente riconoscibile. Qui, nel 1934, è nato il cinema sonoro italiano.

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Hollywood si trasferisce a Tirrenia
Siamo nel 1932 e per il regime fascista sono gli anni della costruzione del consenso. Tra le altre cose, vengono promosse bonifiche di aree malsane e paludose e il loro popolamento attraverso la costruzione di nuovi abitati. Una delle aree prescelte è quella che Gabriele D’Annunzio definì in “Forse che sì, forse che no” (1911) “l’amara selva del Tombolo ove forse la lonza s’aggira”: una vasta macchia di pini e tamerici su spiagge a duna e depressioni che separa – in parte ancora oggi – le due città di Pisa e Livorno. Un luogo selvatico e salmastro, una terra di nessuno nella cui zona prospiciente il mare viene deciso di costruire una piccola città balneare dal nome evocativo. Tirrenia.

Le direttive sono chiare. La nuova località deve essere costruita nel rispetto del verde circostante e viene fissato un limite agli ettari edificabili. Deve inoltre diventare il punto di partenza per una nuova valorizzazione turistica dell’area. Non basta costruire qualche edificio per renderla attraente: ci vuole una leva in più per popolare questo luogo sospeso tra mare, dune e selva, ed ecco che entra in scena il cinema.

Nei primissimi anni ’30 il cinema italiano non gode di buona salute. Sono i primi anni dei film sonori, “inventati” nel 1926 nella lontana e scintillante Hollywood e così apprezzati da spazzare via in poco tempo la filosofia del cinema muto e molti dei suoi divi. Da una parte l’Italia resta indietro. E’ sprovvista di teatri di posa adatti a girare film sonori e non può così competere sul mercato. Dall’altra parte, però, Mussolini è un grande appassionato di film, soprattutto di commedie. “La cinematografia è l’arma più forte!”, tuona, e nel 1934 fonda la Direzione Generale della Cinematografia. Ma servono altri due ingredienti per portare “l’arma più forte” proprio a Tirrenia: un regista deluso e un investitore illuminato. Il primo è il fiorentino Giovacchino Forzano, il secondo è Edoardo Agnelli, della nota famiglia torinese.

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Forzano è uno di quegli uomini vicini al potere ma non troppo, un fascista senza tessera del partito. “Era uno a cui piaceva soprattutto vivere bene. – scriverà di lui il regista Mario Monicelli, che andava a scuola con uno dei suoi figli e che vide per la prima volta un teatro di posa proprio a Tirrenia – Lui, come tutta la sua famiglia, viveva da vero e proprio nababbo. Credo che non gli importasse altro che di vivere bene e per questo a un certo punto simpatizzò per Mussolini. Ma non perché fosse fascista”.

Agnelli, invece, fiuta il business di un’industria del cinema dall’avvenire grandioso, così l’establishment suggerisce di puntare su Tirrenia poiché la neonata località è circondata da una perfetta varietà di scenari per girare anche in esterno: mare, boscaglia, corsi d’acqua, colline e montagne poco lontano, Pisa come città antica e Livorno come città moderna nelle immediate vicinanze, Lucca e Firenze a un’ora circa di distanza. Forzano si fa convincere, parte per un sopralluogo e ritorna commentando che il luogo prescelto è tutta una palude abitata solo da rospi e vipere. Ma tant’è: Tirrenia sia.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

I tempi d’oro della Pisorno
1934. Gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia vengono fondati con il nome particolare di Pisorno, l’unione simbolica – e forse impossibile – di Pisa e Livorno. Per il progetto viene scelto Antonio Valente, uno degli architetti e scenografi di punta del periodo fascista. L’impianto industriale da lui concepito è importato direttamente da Hollywood e assolutamente rivoluzionario per l’Italia. Non solo sono i primi studios italiani con la giusta tecnologia per poter girare in sonoro, ma tutti gli spazi sono progettati all’insegna della funzionalità, per poter curare in sequenza tutte le fasi di lavorazione dei film, fino alla distribuzione. Questo avrà un forte impatto anche dal punto di vista occupazionale nell’intera zona circostante. Non solo attori, sceneggiatori e registi saranno chiamati a lavorare a Tirrenia, ma anche sarti, tecnici, truccatori, elettricisti, addetti alla ristorazione, ragionieri, tutte le maestranze necessarie per la creazione di un film dalla A alla Z.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Come il truccatore Piero Mecacci, parrucchiere e barbiere livornese che verso la fine degli anni ’30 decide di avventurarsi a Tirrenia per vedere se alle produzioni poteva servire qualcuno che tagliasse i capelli e che aiutasse le attrici a sistemarsi per andare in scena. “Ai tempi, fra gli anni ’35 e ’40, le attrici non avevano un vero e proprio truccatore e spesso si truccavano da sole – spiega il figlio Pier Antonio, 75 anni e una voce squillante che mischia romano e livornese -. Mio padre ha cominciato così fra il 1939 e il 1940, da solo, come si suol dire con la volontà e con la fame”.

Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.
Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il primo film girato alla Pisorno è il napoleonico “Campo di Maggio” di Giovacchino Forzano. Fra il 1934 e il 1942 a Tirrenia si girano e producono 86 film di diverso genere, persino un western intitolato “L’imperatore della California”, girato da Luis Trenker; il gotha degli attori del tempo passa da qui, tra questi Clara Calamai, Osvaldo Valenti, Luisa Ferida e Doris Duranti. Le commedie sono il genere più battuto; la mussoliniana “arma più forte” è infatti un’arma di evasione di massa e trova la sua strada attraverso leggere commedie sentimentali che tra scenografie déco ed elementi di modernità mettono in scena la faccia benestante e spensierata di un’Italia che non c’è.

Ma i tempi d’oro della Pisorno durano poco. Nel 1937 arriva Cinecittà. Il nuovo polo romano attrae e, in virtù di un raffreddamento nei rapporti tra Forzano e la Direzione generale per la Cinematografia, diventa subito concorrenziale. Ogni tanto arrivano a Tirrenia alcuni truccatori da Roma e Piero Mecacci impara il mestiere anche da loro. Racconta sempre il figlio Pier Antonio: “Mecacci, gli dicevano, se tu vuoi lavorà devi venire a Roma. Là si lavora tutto l’anno”. Così, nel 1940, il parrucchiere reinventatosi truccatore Piero parte alla volta di Cinecittà, e per i successivi 15 anni fa la spola tra Roma e Tirrenia lavorando per diverse produzioni nell’uno e nell’altro luogo.

Carla Del Poggio in una scena di "Senza Pietà" (Lattuada, 1948)
Carla Del Poggio in una scena di “Senza Pietà” (Lattuada, 1948)

Nel 1940 arriva anche la guerra. Alla Pisorno, l’ultima realizzazione di questa fase è un tentativo mai concluso di film apologetico del fascismo, “Piazza San Sepolcro”, girato proprio da Giovacchino Forzano. Ma siamo nel 1943: il fascismo si sgretola e all’indomani dell’armistizio gli studios vengono occupati dai tedeschi, mentre Pisa e Livorno – importanti punti nevralgici – vengono bombardate senza pietà. Anche uno dei teatri di posa della Pisorno viene distrutto dalle bombe e dopo la liberazione, avvenuta in questa zona nel settembre 1944, gli studios diventano un deposito americano. La macchia di Tombolo si riappropria del suo volto più selvaggio e diventa in poco tempo il rifugio di sbandati, contrabbandieri, prostitute, disertori, soldati americani, un luogo senza regole né morale, raccontato nel film “Senza Pietà” di Lattuada e nelle pagine di Gino Serfogli, “Tombolo città perduta”.

La ripresa che non arriva
Una volta liberata la macchia dai “fuorilegge”, nei primi anni ’50 Giovacchino Forzano ci riprova. Con gli aiuti del Piano Marshall la Pisorno riapre i battenti e nel 1952 rianima le aspettative con un film drammatico di belle speranze: “Imbarco a mezzanotte” di Joseph Losey. Le cose però non vanno per il verso giusto. Forzano, il fascista non-fascista, è ormai bollato inesorabilmente come uomo invischiato con il vecchio regime, mentre Losey è scappato a gambe levate dagli USA perché ricercato dalla commissione di inchiesta maccartista volta a eliminare i filo-comunisti dal mondo dello spettacolo. Il flop iniziale è assicurato e il successo tardivo del film arriva, per l’appunto, troppo tardi per sancire una vera rinascita della Pisorno.

Inoltre, dopo la guerra le produzioni più interessanti hanno ufficialmente traslocato. Il genere del momento è il neorealismo e il luogo del momento è Roma. A Tirrenia arrivano solo produzioni minori, per circuiti di distribuzione di nicchia. Tra i 43 film qui prodotti e girati in questa seconda fase il più conosciuto è “Pellegrini d’amore” (1953) di Andrea Forzano, film di debutto di Sophia Loren.

Sophia Loren a Tirrenia, anni '50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
Sophia Loren a Tirrenia, anni ’50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Sono questi gli anni in cui anche Pier Antonio Mecacci si avvicina al mestiere di truccatore. “Negli anni ’50 alla Pisorno venivano girati soprattutto questi filmetti canori. Li chiamo filmetti perché erano produzioni minori, storie leggere, ma ne venivano fatti tanti – racconta, e scherza -. Negli stessi anni ci siamo stabiliti nuovamente a Tirrenia. Io ero talmente bravo a scuola che mio padre mi ci ha tolto. La prima media l’ho fatta 3 o 4 volte, non mi ricordo, così lui mi ha preso e mi ha portato sul set a imparare il mestiere. Sette canzoni per sette sorelle è stato il mio primo film come aiuto truccatore alla Pisorno nel 1956. Avevo 16 anni.”

Tra un “filmetto” e l’altro, la Pisorno vive anche una grande occasione mancata. Nel 1957 il produttore inglese Henry Saltzman viene in visita a Tirrenia, in cerca di una location adatta per un nuovo progetto: una serie di film d’azione tratti dai romanzi di Ian Fleming di cui ha appena acquistato i diritti. Il luogo gli piace, ma fiuta aria di crisi imminente e decide di cercare un’altra ambientazione. Nel 1959 la Pisorno fallisce e nel 1962 esce il primo film della serie prodotta da Saltzman, girato infine tra Londra e la Giamaica: “Agente 007 – Licenza di uccidere”, con Sean Connery e Ursula Andress.

Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di "Sette canzoni per sette sorelle" di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.
Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di “Sette canzoni per sette sorelle” di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il 1959 è anche l’anno in cui i Mecacci decidono di trasferirsi definitivamente a Roma. Racconta ancora Pier Antonio: “Ci siamo fatti convincere dal fotografo di scena Ivo Cavicchioli. Vieni a Roma, vedrai che qualcosa si fa. Così io ho preso la patente, abbiamo firmato circa 100 cambiali per comprare una macchina e siamo partiti con tutti i bagagli e il materasso sopra il tetto. A Civitavecchia ci hanno fermati e ci hanno fatto pure una contravvenzione, perché nella fretta di partire per Roma avevo messo la targa davanti. A Cinecittà il mio primo film come aiuto truccatore è stato Messalina Venere Imperatrice.

Il primo come capo truccatore è stato “Morte di un bandito” di Peppino Amato e il segretario di produzione era Bud Spencer. Ci siamo rivisti nel film “Occhio alla penna”, io da anni capo truccatore e lui grande attore dei film spaghetti western. Anche mio cugino, Gianfranco Mecacci, ci ha raggiunti a Roma per lavorare come truccatore. Lui ha lavorato con Nanni Moretti, Paolo Villaggio, e spesso ha fatto qualche comparsa perché gli piaceva. Io no, ero più schivo, solo una volta ho fatto il dottore perché l’attore da fuori Roma non è arrivato e ho dovuto dire a Massimo Dapporto “Mi dispiace, ma è un caso raro”. Insomma – conclude Pier Antonio -, tutta la mia famiglia ha lavorato nel cinema, tranne mio fratello Luciano. Lui è diventato prorettore dell’Università di Firenze: per noi è la pecora nera!”

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Cosmopolitan: dalle pellicole al golf club
E la Pisorno? Mentre James Bond si concede il suo Vodka Martini – agitato, non mescolato – e l’indimenticabile Honey Ryder, emerge dall’acqua di una spiaggia che non è quella di Tirrenia, tra Pisa e Livorno viene calato un poker d’assi. Il produttore Carlo Ponti, già ben conosciuto nel mondo del cinema, compra gli stabilimenti falliti ribattezzandoli “Cosmopolitan”. Non sarà il cocktail di 007, ma certamente vuole essere un nome più frizzante e dinamico adatto all’Italia del boom, che non profuma più di orbace e autarchia. Con questa sorpresa arrivano a Tirrenia una breve ventata di star system, un’atmosfera da red carpet, e una vecchia conoscenza: Sophia Loren, diventata nel frattempo la moglie di Ponti, che sarà l’attrice protagonista del film del rilancio “Madame sans gene” di Christian Jacque (1961).

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Ma se l’anno successivo la coppia del momento Ponti-Loren vince l’Oscar con “La Ciociara” girato a Roma nel 1960, nemmeno questa sinergia riesce a fare decollare Tirrenia. L’estremo tentativo di resistenza alla centralizzazione della produzione nella capitale scricchiola fin da subito. Come i Mecacci, le maestranze che vorranno continuare a lavorare continuativamente nel cinema dovranno lasciare la selvatica costa toscana per recarsi a Roma. “Il cinema a Tirrenia non ha futuro – dirà lo stesso Ponti lapidario in un’intervista a La Nazione di quegli anni -. In Italia non c’è spazio per un’alternativa a Cinecittà. Il Cinema si fa a Roma e basta”. Nel 1969, infatti, gli studios di Tirrenia chiudono di nuovo i battenti e questa volta per sempre.

Poco dopo il 2000 Pierantonio Mecacci si trova a passare da Tirrenia e decide di andare a vedere il luogo dove ha imparato il suo lavoro di truccatore per il cinema. “Ho trovato un passaggio e sono entrato in bicicletta, con la macchina fotografica. Perché a me sui set piace andare in bicicletta – racconta -. Ho visto la struttura che era il bar in cui il fratello di mia madre lavorava e la palazzina di Valente… Poi non ho avuto il coraggio di proseguire perché lì a destra c’è quella cosa che hanno voluto costruire. Tornare nei posti di quando eri giovane e trovarli così mette tristezza. E’ tutta una cosa di business.”

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Oggi, nelle immediate vicinanze degli studios, sorge il Cosmopolitan Resort, un cinque stelle con una club house progettata da Aldo Rossi, campi da golf e da tennis, e l’ultimo tassello ancora in fieri di questa trasformazione: gli appartamenti residenziali in prossima consegna. Si tratta in parte del progetto di riuso presentato nel 1985 da Guendalina Ponti (la figlia di Carlo) e Valerio Veltroni (il fratello di Walter). Pur finendo subito in bancarotta, il progetto sancisce inesorabilmente la nuova destinazione d’uso della zona: nuove cordate lo porteranno avanti a ribadire che il tempo delle pellicole è definitivamente superato.

La storia della Pisorno/Cosmopolitan non è la prima né l’ultima ad essere stata investita dal rullo compressore della realtà, da un’idea di produzione che ha voluto diventare a tutti i costi centralizzata e da un’idea di business al servizio del rilancio della zona che si è modificata a seconda dei tempi. Resta una storia da conoscere e raccontare, costruita sugli echi di un tempo che fu, magico e travolgente come a volte solo il cinema sa essere.

Chiara Zucchellini

Alla scoperta della via Emilia (attraverso i suoi bar)

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Un viaggio-reportage di due giorni (il 16 e 17 maggio prossimi) in cui racconteremo la straordinaria varietà della via Emilia, arteria stradale lunga 300 km che da 2202 anni vede transitare persone di tutti i tipi e le loro incredibili storie. Lo faremo insieme ai due inviati speciali di Converso, Ilmo & Marco, seguiti da una troupe di giornalisti, fotografi e videomaker che racconteranno attraverso i bar e la loro umanità variegata l’Emilia-Romagna di oggi.

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Arcipelago Strel’cov. La triste epopea del George Best sovietico

Leggenda del calcio russo di tutti i tempi, per il suo anticonformismo Eduard Strel’cov rappresentò un pericolo per il regime sovietico. Condannato per un presunto stupro nel 1958, finì per cinque anni in un gulag. Questa è la sua storia.

Nelle intenzioni del partito, l’homo sovieticus è un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Negli anni ’60, i modelli da seguire sono i giovani studenti che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quelli negativi invece si sintetizzano in una sola parola, stiljaga: il giovane “decadente” che ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Come Eduard Strel’cov.

A volte certe storie sembrano scriversi da sole. Nessuna limatura, è già tutto pronto. La vicenda che segue ha di perfetto persino il nome del protagonista. Strel’cov. La radice è la parola russa strelà, la freccia. Roba che un mestierante della metafora ci si sfregherebbe le mani per settimane. Tanto per rendere l’idea Boris Pasternak per uno dei personaggi più controversi del sul suo Dottor Živago, il sognatore sanguinario marito di Lara, scelse un nome molto simile, Strel’nikov. Stessa radice. La freccia.
Se a questo aggiungiamo lo sfondo, l’URSS del disgelo chruščeviano e della guerra fredda, la faccia del protagonista, un aitante ventenne con tanto di ciuffo biondo da divo del cinema, il gulag e l’immancabile sequela di teorie cospirazioniste, il gioco è fatto.

Un giovanissimo Eduard Strel'cov
Un giovanissimo Eduard Strel’cov

Peccato che per colpa di questo gioco il calcio mondiale forse, di sicuro quello russo, abbia buttato alle ortiche la possibilità di celebrare le gesta di uno dei suoi talenti più cristallini.
Eduard Anatol’evič Strel’cov (pronunciato Streltsòv), per i tifosi e compagni di squadra semplicemente Édik, nasce nel 1937 a Perovo, sobborgo orientale della capitale e da subito deve affrontare l’abbandono da parte del padre che, ufficiale dell’armata rossa, alla fine della “grande guerra patriottica” – come la chiamano da quelle parti – decide di lasciare moglie e figlio stabilendosi in Ucraina. Evento che inevitabilmente unisce in un rapporto simbiotico la futura stella con la mamma Sofia, la quale per tutta la sua vita rimarrà il suo più importante punto di riferimento. Pochi soldi, pochi libri di scuola, la passione per le maglie rosse dello Spartak e un immenso talento che a 16 anni lo fa approdare nelle fila della squadra della fabbrica di automobili ZIS, la Torpedo di Mosca, una sorta di cenerentola nel panorama calcistico della capitale dominato all’epoca dalla trojka formata da Dinamo (da sempre vicina agli ambienti del KGB), il CSKA (la squadra dell’esercito) e l’unica vera squadra nata dal basso, dal popolo, il già citato Spartak.

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Un’ascesa fulminante: prima di spegnere le diciassette candeline diventa il più giovane marcatore della storia del campionato sovietico, nel 1955 si aggiudica il titolo di capocannoniere (15 goal in 22 partite) e nel giugno di quello stesso anno bagna il suo esordio con la scritta CCCP sul petto con una tripletta contro la Svezia in quel Råsundastadion di Solna che nel novembre 2012 ha chiuso per sempre i battenti con la sfida di Europa League tra l’AIK e il Napoli, che col suo centravanti di allora Edinson Cavani, oggi al Paris Saint Germain, al 94′ ha segnato su rigore l’ultimo goal della storia dello stadio.

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Il 1955 si rivela un anno chiave non solo per la storia del cannoniere della Torpedo. Proprio in quell’anno altri giovani, in altre latitudini celebrano il successo di Rock Around The Clock di Bill Haley, il primo vagito della musica rock così come la conosciamo noi, e di un ventiquattrenne dell’Indiana, tale James Dean, la cui espressione tra l’ingenuo e il maledetto sarà l’icona di quella “gioventù bruciata” o – attenendosi al titolo originale del film – di quei “ribelli senza causa” che al posto della guerra in carne e piombo combattuta dai propri padri si ritrovano per primi ad affrontare il conflitto contro quei fantasmi di ovatta che rendono irrespirabile l’aria al tempo dell’economia del nuovo ordine mondiale.

Nemmeno i pari età della lontana terra dei soviet si dimostrano immuni al fascino maledetto dell’accoppiata ciuffo-broncio e così accade che quello di Eduard Strel’cov diventa nel giro di un paio d’anni oggetto di venerazione tra gli appassionati di calcio e non solo. Complice la valanga di goal che il ragazzo continua a segnare (37 nei campionati ’56 e ’57 e 16 con la maglia della nazionale nello stesso biennio), il suo caratteristico passaggio di tacco che in breve tempo divenne appunto il “passaggio alla Strel’cov”, l’eco internazionale che le sue gesta cominciano a suscitare (nel ’57 si piazza settimo nella classifica del pallone d’oro) e soprattutto grazie all’oro olimpico che la selezione sovietica conquista ai giochi di Melbourne del ’56.

Al minuto 0:46 del video, un esempio del “passaggio alla Strel’cov”

Strana avventura quella di Edik alle olimpiadi. A diciannove anni rifila un goal alla selezione della Germania unita e soprattutto decide ai supplementari con uno splendido goal ed un assist la semifinale con la Bulgaria. Ma nonostante la vittoria finale contro i “traditori” jugoslavi a casa Strel’cov non giungerà alcuna medaglia d’oro. Quella era riservata solo ai giocatori che disputavano la finale, match che a causa dell’infortunio di Ivanov, compagno di attacco nella Torpedo, Edik guarderà dalla panchina vista la scelta del selezionatore Kačalin di ovviare all’infortunio di una delle sue punte schierando un attacco tutto dello Spartak. Quando sul treno del ritorno trionfale in patria il suo sostituto Simonjan gli offrirà la propria medaglia Edik la rifiuta perché – dirà al compagno – lui ha “solo 19 anni e tanti trofei da vincere”. Forse Edik aveva in mente una data precisa mentre pronunciava quella frase: giugno del 1958. I mondiali in Svezia.

Manifesto di propaganda sovietico
Manifesto di propaganda sovietico

Dici mondiali del ’58 e la prima immagine che ti viene in mente è sempre la stessa. Quella di un Pelè diciassettenne che comincia ad incantare il mondo per poi scoppiare in un pianto liberatorio dopo il fischio finale. 5 a 2. I padroni di casa umiliati e Brasile campione per la prima volta nella sua storia.
In realtà quell’edizione della Coppa Rimet porta con sé anche due dolori, due laceranti mutilazioni. La prima riguarda la nazionale inglese che pochi mesi prima dell’inizio della competizione perde in un incidente aereo all’aeroporto di Monaco di Baviera i ragazzi del Manchester United, due dei quali, Duncan Edwards e Tommy Taylor, occuparono l’anno precendente rispettivamente la terza e l’ottava posizione nella classifica del pallone d’oro che, come già ricordato, vide Strel’cov piazzarsi al settimo.
La seconda perdita riguarda proprio Edik, l’attesa stella del nuovo calcio sovietico, che ai quei mondiali non ci andò. Così come a quelli a venire.

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Strel’cov fu arrestato il 26 maggio, due settimane prima del calcio d’inizio del mondiale, insieme ai compagni di nazionale Tatušin e Ogon’kov, entrambi rilasciati il giorno successivo. L’accusa è delle più terribili e infamanti: stupro. La sera prima i tre calciatori, insieme ad un tale Karachanov, ufficiale di aeronautica amico di infanzia di Tatušin – e figura quantomeno fumosa in tutta questa vicenda – hanno passato quella che aveva tutte le sembianze di un festa in dacia a base di alcol e sesso in compagnia di quattro ragazze. Una di queste, Marina Lebedeva, legherà per sempre con la sua denuncia per violenza sessuale il proprio nome a quello del campione della Torpedo. Strel’cov (c’era forse da dubitarne?) firma una confessione “spontanea” dopo la promessa da parte delle autorità di lasciarlo partire comunque per il mondiale. Una debolezza che, ovvio, fa calare il buio su tutta la faccenda. Per la stampa ufficiale il mostro ha confessato. Una condanna a dodici anni di detenzione, il gulag, l’oblio.

Strel’cov è davvero colpevole? E se fosse stata tutta una macchinazione, perché è stata messa in piedi? E soprattutto da chi?
Domande che ancora oggi non hanno una risposta definitiva ma attorno a cui ruota una pletora sterminata di materiale, e non solo in lingua russa. Articoli, documentari, speciali in tv, libri (al lettore italiano si consiglia il volume di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” del 2010) dai quali se non una verità univoca – la pravda, come la chiamano i russi – esce fuori comunque un quadro abbastanza definito. Attraverso una trama oscura, liquida e confusa come nella migliore tradizione delle storie giudiziarie di epoca sovietica la figura di Edik assume i contorni della vittima sacrificale la cui unica colpa è stata probabilmente quella di essere un anticonformista. E soprattutto di esserlo nel tempo e nel paese sbagliato.

Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.
Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.

Le autorità sovietiche impegnate nei difficili equilibrismi del disgelo avevano bisogno di affermare un principio da cui non si poteva transigere. Va bene il cambiamento, la fine del terrore, va bene denunciare i crimini di Stalin ma l’homo sovieticus era e doveva comunque restare un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Il valore indiscutibile dell’esempio. Quello positivo: la nuova generazione di poeti, gli artisti, gli studenti modello che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quello negativo era sintetizzato in una sola parola: stiljaga. Lo stiljaga è giovane, decadente, ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Tratto fondamentale di quest’ultimo, secondo la campagna stampa di regime, è infine quello di essere in qualche modo un privilegiato, il potersi permettere di non lavorare. Vi ricorda qualcuno?

Manifesto di propaganda sovietico per combattere l'abuso di alcol.
Manifesto di propaganda sovietico per combattere l’abuso di alcol.

Strel’cov, questo George Best ante-litteram, sembrava fatto apposta: amava – ricambiato – le donne, le feste, l’alcool e grazie ad un paio di episodi (un ritardo al raduno della nazionale ed una rissa) si era anche guadagnato la fama del ragazzino irriconoscente che sputa nel piatto di privilegi in cui pochissimi sportivi in tutta l’URSS potevano mangiare.
A tutto ciò si aggiunse una serie infinita di altre ipotesi. Tra le più plausibili ci sono contatti proibiti con squadre straniere, il rifiuto di trasferirsi a squadre più blasonate – e con più santi in paradiso – quali CSKA e Dinamo (la proposta passò attraverso l’altra leggenda del calcio sovietico, il portiere Lev Jašin) e soprattutto l’aperta ostilità di Ekaterina Furceva, prima donna nella storia dell’URSS ad entrare nel Politburo del Comitato Centrale del PCUS, braccio destro di Nikita Chruščёv e per i manuali di storia la donna più influente nei settant’anni di politica dell’Unione Sovietica. Un bel colpo, no?

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La leggenda metropolitana recita di un rifiuto di Strel’cov davanti alle avance di Svetlana, figlia adolescente della Furceva. Rifiuto condito da un appellativo poco carino (scimmia) usato dal calciatore nel raccontare l’aneddoto agli amici. Leggenda o meno è certo che fu proprio la Furceva a depositare sul tavolo del Segretario Generale il dossier Strel’cov. Un gesto che da solo equivalse ad una sentenza già scritta e protocollata.

Il buio per il campione durò in tutto – grazie alla buona condotta – cinque anni, di cui uno e mezzo nel gulag di Viatskoe.
In una realtà come l’URSS post-staliniana cinque anni sono un’era geologica. Durante la detenzione di Edik i sovietici sono riusciti a mandare il primo uomo nello spazio (il buon e bel Jurij sì che era un esempio da seguire), hanno sfiorato il conflitto nucleare con la crisi di Cuba e hanno preparato il terreno per il tramonto definitivo della figura di Chruščёv che sarebbe avvenuto nel giro di un anno. La stagnazione era alle porte.

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Il 4 febbraio del 1963, dopo il “pentimento” di ordinanza, la società sovietica è pronta a riaccogliere nelle sue fila il nuovo e “rieducato” cittadino Strel’cov. Il cittadino, non il campione acclamato. Ci vollero altri due anni di campionati amatoriali con la squadra della fabbrica ZIL (con il passaparola che faceva lievitare il numero di spettatori verso cifre spropositate per il contesto) prima di vedere di nuovo il nome di Strel’cov nei tabellini del campionato sovietico. Fu Leonid Brežnev in persona, il nuovo leader del PCUS, ad avallare la sua presenza tra le fila della Torpedo in risposta ad una petizione popolare a lui indirizzata.

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Nell’edizione del 65, dopo sette anni, il massimo campionato dava il bentornato al suo campione. Un calciatore diverso, si vede da subito. Più lento, più corpulento a causa dei lavori forzati e come se non bastasse vistosamente stempiato. La classe è ancora lì però. Intatta.
Con i bianconeri vince il campionato (’65), la coppa sovietica (’66), e per due volte è eletto calciatore dell’anno (’67 e ’68). Non partecipa ai mondiali del ’66 a causa del divieto di espatrio che comunque penderà su di lui fino al settembre dell’anno successivo quando finalmente torna a varcare la cortina per sbarcare a San Siro. Coppa dei Campioni, Inter-Torpedo. E sempre a Milano, due mesi dopo, la prima trasferta con la nazionale sovietica.
A trentatré anni il ritiro, alla fine del campionato 1970. I goal totali in campionato saranno 99 – eterno incompiuto anche nei numeri – in 222 partite.

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Il “Pelè russo” muore di cancro il giorno dopo il suo 53esimo compleanno, il 23 di luglio del 1990, pochi giorni dopo la conclusione della disastrosa avventura della sua nazionale ad Italia 90, l’ultimo con l’amata e maledetta scritta CCCP sulle magliette.
Anche nel caso di Edik non può mancare il più triste dei rituali russi di fine ventesimo secolo: la riabilitazione post-mortem. Un gruppo di intellettuali e giornalisti ancora oggi si batte per la riapertura del caso che cancelli definitivamente ogni macchia dalla memoria del calciatore. Oggi a Mosca a lui dedicati ci sono uno stadio e ben due statue.

Curiosamente entrambe lo raffigurano nella versione appesantita e “rieducata” post-gulag. Perché – come dire – va bene riabilitare ma è sempre meglio non esagerare che non si sa mai.

Antonio Casillo

 

Farro per fermare il declino

Ovvero, il vestito nuovo di CasaPound. Un’indagine iconografica sui simboli utilizzati da “Sovranità”, una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano.

di Raffaele Alberto Ventura

Nelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.

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Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, Simone Di Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?

Basta guardare il disegno al centro dello scudo: il giallo sta per il grano, tre spighe disegnate sopra il nome del partito e la scritta “Prima gli italiani”. Almeno tre livelli di lettura, strettamente collegati, spiegano questo tema iconografico e permettono d’inquadrare l’orizzonte ideologico del partito: il primo è un riferimento alla politica monetaria, il secondo è un riferimento alla teoria economica e il terzo è un riferimento storico-politico. Tutto questo, in tre spighe di grano.

sovranita

Cominciamo dalla politica monetaria. Il termine “sovranità” è tornato prepotentemente d’attualità negli anni della crisi dell’euro, mano a mano che a destra come a sinistra, tra grillini, berlusconiani, keynesiani, leghisti e neofascisti, si diffondeva l’idea che soltanto recuperando la capacità di battere moneta — la cosiddetta sovranità monetaria — gli stati dell’Unione Europea sarebbero riusciti a ripagare i loro debiti e rilanciare l’economia. La diffusione di questa idea, spesso in forma di favola populista o di delirio cospirazionista, ha sicuramente giovato ai movimenti che ne avevano fatto da tempo una battaglia, come appunto CasaPound.

Il nome del primo “centro sociale di destra”, come noto, deriva dal poeta fascista Ezra Pound. A partire dagli anni 1930 Pound si era dedicato alla denuncia delle disfunzioni del sistema monetario, proponendo fantasiose riforme per contrastare l’influenza delle banche. Oltre mezzo secolo più tardi, le teorie di Pound avevano ispirato al giurista Giacinto Auriti l’elaborazione di ulteriori teorie sul “signoraggio bancario” e la “moneta del popolo”. Ispiratore di Beppe Grillo per lo spettacolo Apocalisse Morbida del 1998, Auriti si candidò alle elezioni europee del 2004 nella lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini: ma la sua influenza e la sua opera di divulgatore del pensiero poundiano si estende su tutta l’area post-fascista (e oltre).

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Il programma di CasaPound è sempre stato chiaro: “l’Italia deve stampare la moneta che usa” ovvero uscire dall’euro e tornare alla lira. Le spighe di grano sono quindi innanzitutto un riferimento subliminale al vecchio conio, alle monete da due o dieci liresulle quali erano incise proprio delle spighe; e sull’altra faccia un aratro o un contadino, a significare il lavoro umano necessario a produrre quel grano.

Ma perché disegnare delle spighe sulle monete? E così veniamo al secondo livello iconografico, che fa riferimento a una certa visione dell’economia. La spiga è un motivo ricorrente in numismatica fin dall’antichità, presente anche sulle monete del Regno d’Italia e riproposta oggi addirittura dall’ISIS nel suo progetto di moneta aurea che dovrebbe valere su tutto il territorio del Califfato. Il grano serve qui a rappresentare la ricchezza reale che la moneta permette di comprare e sulla quale fonda il suo valore.

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Nello stesso modo, nel simbolo della lista Sovranità la presenza delle tre spighe serve a rivendicare la centralità dell’economia reale: un ritorno alla concretezza da opporre alle astrazioni della finanza, un ritorno alla terra e al lavoro. Si tratta di una sorta di “citazione visiva” dalla dottrina dei fisiocratici del Settecento, anche questa cara a Ezra Pound, secondo i quali la fonte di ogni ricchezza è l’agricoltura. È improbabile che i sostenitori di Sovranità siano effettivamente dei neo-fisiocratici, convinti che l’Italia debba concentrarsi esclusivamente sull’agricoltura: il grano vale qui come sineddoche di un intero tessuto produttivo — ma svela anche un’insospettabile sensibilità hipster per il ritorno alla vita contadina. Non ci stupirebbe che a questo punto spuntasse spuntasse un Carlo Petrini di destra a proporre uno Slow Food neo-fascista, ispirandosi alla propaganda gastronomica del ventennio

Quello del valore della terra è un luogo comune radicato nel buon senso popolare, come conferma un recente studio del Censis per conto della Confederazione Italiana Agricoltori: 82% degli italiani pensa che, per uscire dalla crisi, si debba tornare all’agricoltura. Ma se è indubbio che l’autonomia agricola rappresenta una sicurezza a fronte di un mercato internazionale instabile, o ancora di più, una precondizione per lo sviluppo degli altri settori economici — e tutto questo indipendentemente da ogni valutazione sul peso relativo del settore nel PIL, basso e decrescente nelle economie avanzate — è anche vero che da un’eventuale riconversione al settore primario non si possono certo attendere miracoli come ne promette Marine Le Pen. Nella loro foga di appropriarsi del buon senso popolare, gli alfieri del nuovo protezionismo dimenticano una cosa soltanto: che il benessere di cui godono gli occidentali non lo hanno prodotto ma lo hanno scambiato.

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La retorica fisiocratica si ritrova nei più svariati contesti, e nei più svariati contesti è stata prima invocata come soluzione di tutti i mali e poi rapidamente abbandonata: per esempio le spighe di grano erano un elemento ricorrente anche nell’iconografia sovietica. In pratica però l’Unione Sovietica a partire dal 1929 cessò di considerare prioritaria l’agricoltura, e a partire dagli anni Sessanta iniziò a vivere del surplus granario statunitense. I russi si erano accorti di essere in grado di esportare beni più redditizi dei cereali — petrolio, gas naturali, macchinari, ecc. — e così importavano dall’estero il loro fabbisogno di cereali. Insomma gli inaspettati vantaggi del commercio internazionale spedirono in soffitta ogni tentazione pseudo-fisiocratica…

A quanto pare si tratta di una tentazione che riaffiora quando la globalizzazione torna a essere svantaggiosa. Eppure il mito dell’autosufficienza alimentare non apre nessun orizzonte diverso dalla pura e semplice economia di sussistenza: ovvero proprio quella “austerità” che i partiti anti-europeisti pretendono di denunciare, e verso la quale invece mirano con i loro programmi.

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Per l’elettore italiano le tre spighe portano con sé un terzo e ultimo significato ovvero un riferimento storico alla famosa campagna nota come “Battaglia del grano”, lanciata da Mussolini nel 1925 allo scopo di perseguire l’autosufficienza di frumento in Italia. Nel discorso fascista, il grano è simbolo e strumento dell’autarchia alimentare ovvero della sovranità pienamente realizzata. Per citare un vecchio documentario dell’Istituto Luce:


Il Duce della nuova Italia ha bandito la santa battaglia. Rendere nuovamente la Patria l’
alma parens frugum [“madre dei cereali” come dicevano i romani per via della centralità del settore fino ai secoli III-II a. C.], toglierla dalla servitù straniera! Fare si che il pane, puro alimento di vita, non venga come elemosina oltre confine.

Sullo scudo della lista Sovranità quelle tre spighe di grano possono dunque essere interpretate non più soltanto come evocazione nostalgica della lira e degli anni del boom in cui l’Italia produceva vera ricchezza, ma inoltre — e non dovrebbe costituire una sorpresa — come evocazione nostalgica dell’Italia fascista. Concatenando nel loro nuovo simbolo tre diverse interpretazioni di un medesimo motivo iconografico, i “fascisti del terzo millennio” indicano che la ripresa economica italiana dovrà necessariamente passare dall’uscita dall’euro e dall’instaurazione di un regime autarchico. Uno “Stato commerciale chiuso” come quello progettato da Johann Gottlieb Fichte nel suo omonimo libro del 1800, feticcio di una certa destra che va da Franco Freda (che lo ha ripubblicato nel 2009) a Diego Fusaro (che gli ha dedicato uno studio nel 2014).

D’altra parte, se risaliamo la corrente del nazionalismo socialista fino alle sue origini torniamo sempre alle spighe di grano: quelle spighe di grano il cui valore di mercato venne fatto precipitare dalle riforme della Rivoluzione francese, così rovinando la classe dei proprietari terrieri che reagì affidando al visconte Louis de Bonald il compito di riformulare l’ideologia dell’Ancien Régime e, contemporaneamente, la matrice di un anti-liberalismo per i secoli a venire.

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Non condividere il programma sovranista non significa ignorare i seri problemi sollevati — cavalcati? — o, peggio, voler evacuare ogni possibile dibattito limitandosi alle consuete accuse di razzismo, ignoranza e antipolitica. Nel 2008 la crisi americana dei subprime ha attirato l’attenzione sulla massa di capitale fittizio circolante nelle arterie del sistema finanziario mondiale; successivamente, la crisi del debito sovrano nell’Eurozona ha messo in evidenza la crescente difficoltà delle economie avanzate a produrre ed esportare una ricchezza che ripaghi le risorse investite.

Ma col pretesto di rispondere a queste sfide in maniera radicale, i sovranisti di CasaPound sembrano in realtà — fin dal loro simbolo — proporre come rimedio un best of degli errori già praticati: primo, emettere ulteriore capitale fittizio sotto forma di moneta sovrana (ritorno alla lira); secondo, inseguire settori produttivi senza avvenire per soddisfare qualche impulso romantico da bourgeois bohème virato a destra (ritorno alla terra); e infine terzo, affidarsi sempre e comunque al culto dello Stato Provvidenza, qui nella versione mussoliniana (ritorno al fascismo). Farro per fermare il declino? Se soltanto le cose fossero così semplici!

Raffaele Alberto Ventura

Una dura giornata di lavoro

Nel settembre 1939, la Polonia è costretta ad arrendersi in poche settimane all’aggressione tedesca che dà inizio alla seconda guerra mondiale. Prima della resa del 27 settembre, Varsavia viene bombardata notte e giorno dall’artiglieria di Hitler, intenzionato a distruggerla prima di impossessarsi delle rovine. Il 25 settembre, un’infermiera polacca, Jadwiga Sosnkowska, descrive così una sua giornata di lavoro:

La processione di feriti che arrivava dalla città era un’infinita marcia della morte. (…) Una volta, la vittima era una ragazza di sedici anni. Aveva una splendida massa di capelli d’oro, il volto delicato come un fiore, e i suoi begli occhi color zaffiro erano pieni di lacrime. Entrambe le gambe, fino alle ginocchia, erano ridotte a una poltiglia insanguinata, ed era impossibile distinguere la carne dalle ossa. Bisognò amputargliele sopra al ginocchio. Prima che il chirurgo iniziasse mi chinai su quella ragazzina innocente per baciarle la fronte pallida e poggiarle una mano impotente sulla testa dorata. Morì in silenzio durante la mattinata, come un fiore strappato da una mano priva di misericordia.

Al centro dell'immagine, Erich von Manstein.
Al centro dell’immagine, Erich von Manstein.

In quegli stessi giorni, il generale Erich von Manstein, considerato uno dei migliori generali della Wermacht e capo di stato maggiore di von Rundstedt nel gruppo di armate Sud durante la campagna di Polonia, descrive così, in una lettera alla moglie, la sua giornata di lavoro:

Mi alzo alle sei e mezza, mi tuffo in acqua per nuotare, arrivo in ufficio per le sette. I rapporti del mattino, caffè, poi lavoro o vado in giro con Rundstedt. Mezzogiorno, pranzo alla cucina da campo. Poi mezz’ora di pausa. Dopo la cena, consumata come il pranzo insieme agli ufficiali dello staff del generale, arrivano i rapporti della sera. Si va avanti fino alle undici e mezza.

Von Manstein fu anche colui che firmò un ordine affinché si sparasse contro ogni profugo che cercava di andarsene dalla capitale polacca assediata: si riteneva che l’impossibilità per gli abitanti di sfuggire ai bombardamenti avrebbe facilitato una rapida conclusione della campagna, evitando così alle truppe di invasione di dover combattere strada per strada. Eppure Manstein, ufficiale e gentiluomo, era un uomo tanto suscettibile e raffinato da abbandonare a volte la stanza dove von Rundstedt stava parlando perché non sopportava il linguaggio scurrile del suo capo.

Incredibile la sproporzione tra la percezione impiegatizia della propria azione da parte di von Manstein e gli effetti che questa provocava realmente, sulle persone.
Inutile buttarla sui quei cattivoni della Germania nazista: in tutte le guerre, in ogni latitudine e indipendentemente da chi le conduca, questa è l’esatta dimensione della differente percezione della realtà tra chi la guerra la fa e chi la subisce.

(I testi di Sosnkowska e von Manstein sono tratti dal libro di Max Hastings “Inferno, il mondo in guerra. 1939-1945“).

Leggi anche: “Il vero volto della guerra“.

Felicità è cantare a due voci quanto mi piaci

Felicità è anche quella che la nostra musica melodica – da Al Bano a Toto Cotugno – ha regalato a milioni di russi dagli anni dell’Urss fino ad oggi. Un documentario che è un vero “romanzo popolare” racconta l’incredibile passione di un popolo intero per l’Italia e le sue canzonette.

Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

Volete sperimentare il modo migliore per scoprire una paese straniero e la sua gente? Provate a partire, invece che con in mano una guida turistica, portandovi dietro una telecamera. E un’idea in testa: quella di fare un documentario. Un modo per interagire col mondo, invece di limitarsi a guardarlo dal di fuori. “Quando vai a girare un documentario come ho fatto io in Russia, in un mese di riprese capisci quello che non riusciresti a comprendere neanche abitandoci per dieci anni”.

E’ questa la lezione più importante che dice di aver appreso Giuni Ligabue, giovane regista modenese, che insieme al coautore Marco Raffaini e Marco Mello alla fotografia, ha girato nel 2013 un documentario che è un piccolo gioiello, “Italiani veri”, incentrato sull’incredibile successo a partire dagli anni ’80 della musica nazionalpopolare italiana in Unione Sovietica. Insomma, le nostre “canzonette”. Quelle di Al Bano e Pupo, Toto Cotugno, Riccardo Fogli e tanti altri, fino al cantante romano Robertino Loreti, tanto sconosciuto da noi quanto una star ancora oggi osannata e seguita da un esercito di fan in tutte le repubbliche ex sovietiche.

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“Pensavo fosse un fenomeno di dominio pubblico – dice Ligabue – invece, ora che con Marco andiamo in giro a presentare il nostro film in attesa della pubblicazione in dvd, scopro che qui da noi la gente non sa nulla di quello che la musica italiana ha rappresentato e rappresenta per i russi”. Un pezzo della loro storia che ha perfino contribuito, seppur con tutti i limiti del caso, al crollo del comunismo.

In pratica, il ribaltamento di una serie di profezie, che da Nostradamus passando per Don Bosco fino alla beata Suor Elena Aiello, preannunciavano una Russia in marcia “su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, fino a innalzare la sua bandiera sulla cupola di San Pietro”. Macché, siamo stati noi a imporre il ballo del Qua Qua sulla piazza Rossa.

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L’esplosione della popolarità delle nostre canzonette in un Unione Sovietica risale ai primi anni ’80, quando i vertici del partito decidono di concedere la messa in onda sulla televisione di stato della serata finale del festival di Sanremo, unica trasmissione occidentale a poter passare le maglie della rigidissima censura.

Una scelta dettata dalla totale assenza di qualsiasi contenuto minimamente impegnato nelle orecchiabili melodie della nostra musica popolare, utilizzata – con almeno un decennio di ritardo – come una specie di farmaco innocuo per sedare la voglia di occidente della popolazione, attratta in via clandestina dalle sirene del rock anni ’60 e ’70 con i suoi pericolosi risvolti anti-sistema. Come racconta Mikhail Cherchik, uno degli intervistati nel film di Ligabue e Raffaini: “La musica inglese e americana era considerata di protesta e proibita, imponeva alle persone di pensare, quella italiana no: goditi la vita, il sole, il mare, bevi vino, ama le donne e sii contento”.

 

In realtà, ben prima di questa pensata di qualche genio del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, forse ammorbidito anche dai tradizionali buoni rapporti col partito comunista più importante d’Occidente, quello italiano, già dagli anni ’60 impazzava in Urss la musica di Robertino Loreti, che con la sua voce bianca spopolava con un pezzo come Jamaica, pubblicato su 45 giri nel 1962. E chissà come riuscito a passare la frontiera sovietica dove – racconta Loreti nel documentario – “qualcuno decise di stamparlo facendogli raggiungere la bellezza di oltre 50 milioni di copie vendute”. Probabilmente, all’epoca, all’insaputa di Robertino stesso.

Un successo talmente stratosferico che la prima cosmonauta donna russa, Valentina Tereškova, quando nel 1963 fu lanciata nello spazio, chiese di poter rompere il silenzio dal quale era circondata ascoltando via radio proprio le canzoni di Loreti.

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Quando poi, nell’89, Robertino si reca in turné per la prima volta in un’Unione Sovietica ormai prossima al crollo, a Leningrando (oggi San Pietroburgo) proveniente da Mosca, trova alla stazione ad accoglierlo migliaia di persone che lo sollevano e lo portano di peso alla sala concerti dove avrebbe dovuto cantare.

Impressionante il video del concerto di Kharkov, seconda città più grande dell’Ucraina dopo la capitale Kiev, con un pubblico calcolato tra le 300 e le 500 mila persone ad ascoltare Robertino accompagnato dal solo Fabrizio Masci al synthesizer. Spettacolo che da noi faticherebbe a riempire un pianobar.

 

“Ma il vero protagonista del nostro documentario è il popolo russo e il suo romanzo d’amore per l’Italia – spiega Ligabue – non i vari Al Bano, Cotugno, Pupo, pure presenti nel film, o l’irraggiungibile Celentano, una vera e propria leggenda da quelle parti. Così come non sono le vere protagoniste del nostro lavoro le tante star della musica russa, sconosciute in Italia, che è stato faticoso intervistare perché lì sono un po’ come da noi Laura Pausini: difficile farsi concedere un’intervista per una piccola produzione come la nostra.

[quote_right]”L’unica canzone che ci hanno negato è stata ‘Azzurro’. Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”[/quote_right] Proprio per dare rilevanza non tanto a questi “big”, ma ai tanti russi che abbiamo sentito per il documentario (se vogliamo le due personalità più importanti sono quelle a due cari amici di Marco che bazzica in Russia almeno dal 1991) abbiamo fatto la scelta registica di non riportare la qualifica ma solo il nome dei vari intervistati, anche se alcuni di loro sono importanti critici musicali locali. Ma volevamo proprio che emergesse la passione per l’Italia di un popolo intero spesso soggetto a giudizi ingiusti e affrettati da parte nostra, mentre generalmente sono tutte persone di una gentilezza e ospitalità straordinarie”.

Difficile realizzare un documentario autoprodotto, a budget zero, con tanti chilometri da fare e tanti personaggi da inseguire da est a ovest? “In realtà nemmeno tanto – commenta Ligabue – Cotugno e Pupo ad esempio sono stati molti disponibili, un po’ meno Al Bano. Più che altro è difficile contattarli perché sono sempre in Russia – ride – e nemmeno ci sono stati particolari problemi con la colonna sonora, anche se ovviamente contiene molte canzoni protette da diritto d’autore. L’unica che ci è stata negata dalla casa discografica che ne detiene i diritti è stata ‘Azzurro’, scritta da Paolo Conte ma resa famosa da Celentano. La motivazione? Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”.

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Naturalmente l’esperienza del trio emiliano per girare “Italiani veri” in Russia meriterebbe un racconto a parte. Che inizia nel 2011 quando “Marco Raffaini – spiega Ligabue – mi ha contattato lanciandomi l’idea che ho subito accettato, essendo da sempre appassionato del mondo slavo. Come ci si prepara a un lavoro come questo? Beh, prima di partire abbiamo attivato una serie di contatti in modo da procedere speditamente con le interviste una volta là. Marco ha preceduto me e l’altro Marco (Mello), mentre noi che ce la facciamo sotto a viaggiare in aereo abbiamo prima raggiunto Budapest in macchina e da lì, Mosca in treno.

Il doc è tutto girato nel mese trascorso tra la capitale e San Pietroburgo, quasi sempre ospiti di amici di Marco. Un’esperienza fantastica, piena anche di avventure. Proprio a San Pietroburgo abbiamo partecipato a una serata celebrativa del trentennale della chiusura di uno storico locale – oggi sede di un cinema teatro – a suo tempo ritrovo obbligato di gruppi locali di techno punk. Una serata piena di vecchie glorie, oggi in avanzato stato di decomposizione. All’inizio sembrava un ritrovo di vecchi amici, baci, abbracci, allegria e musica. Poi ha cominciato a girare la vodka, lo standard di un russo in libera uscita serale è una bottiglia e mezza a testa, e nella notte la festa è degenerata. E’ finita a botte. Non con noi, eh. Tra le vecchie glorie”.

La versione del gruppo rock russo degli Strannye Igri di “Felicità” di Al Bano e Romina Power, una delle canzoni italiane più famose di sempre in Russia. Spiega oggi uno di loro: “Ci ritenevamo esponenti di un nuovo movimento che rifiutava le tradizioni precedenti che consideravamo borghesi e perciò prendemmo di mira ‘Felicità’, allora popolarissima in Urss, perché secondo noi dava un’idea troppo superficiale della vita”

Anche questa è Russia. Forse quella che maggiormente risponde certi nostri stereotipi riguardo “l’orso siberiano”, un popolo di ubriaconi violenti con le grinfie sempre protese verso l’occidente. Ieri come oggi con la Russia di Putin. Probabilmente retaggi della propaganda da guerra fredda. Invece i russi sono soprattutto “italiani veri”, semplici e disponibili, talmente autentici da risultare quasi commoventi nelle loro dichiarazioni d’amore per il Belpaese e la sua musica popolare. Italiani d’elezione come l’ex esponente della Duma – il parlamento russo – Sergej Apatanko il cui sogno (poi realizzato nel documentario) fin da bambino è quello di poter cantare insieme al suo idolo: Robertino, “un amore trasmesso ai miei figli che oggi cantano le sue canzoni”. Uno che ha perfino commissionato a Raffaini di scrivere la biografia in russo di Loreti. Fatta anche questa.

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[quote_right]”I cutugnisti hanno imparato l’italiano ascoltando Toto Cutugno”[/quote_right]

Oppure come i cotugnisti, fan sfegatati di Toto Cotugno, tanto da impegnarsi a imparare l’italiano – che parlano molto bene – attraverso le sue canzoni. Racconta una di loro, Olga Rybakova, che negli anni ’80, mentre la tv trasmetteva il festival di Sanremo, loro cercavano di fotografare lo schermo della tv, per poi raccogliere il materiale in ordinati quaderni dove incollare articoli ritagliati con una lametta dall’unico giornale occidentale disponibile in biblioteca, l’Unità, ricopiando a mano quelli che non si riuscivano proprio a “rubare”.

Proprio Toto Cotugno è il protagonista di quello che è forse il siparietto più divertente di tutto il documentario, nel dialogo a distanza con Svetlana Svetikova, stella della musica russa, con la quale si è esibito nella canzone “Soli” in quello che dagli anni ’90 fino ad oggi rappresenta il nuovo modo di proporsi dei cantanti italiani in Russia: le esibizioni in duetto con artiste e artisti locali.

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Il video della performance dei due è imperdibile. Con Cotugno che per tutto il tempo bacia, abbraccia, tocca, s’appiccica come una cozza alla bellissima Svetlana che in “Italiani veri” dice: “Toto si è praticamente dichiarato sul palco”. Aggiungendo poi: “Dopo quella esibizione, delle signore anziane mi hanno sgridata perché non l’avevo sposato e non ero andata con lui in Italia”.

“Per noi l’italiano rappresenta l’uomo meridionale, pieno di passione, al contrario dei rozzi vichinghi settentrionali. L’italiano è quello che regala alla donna tutta la passione che merita” spiega un’altra intervistata. Alé, anche i russi hanno i loro begli stereotipi nei nostri confronti. Ma, al solito, a guadagnarci siamo noi. Del tutto immeritatamente, bisogna aggiungere, come dimostra un tipico commento made in Italy sotto il video del duetto: “beato lui, chissà che trombate si è fatto in Russia”. Cotugno se la ride e nega tutto: “Svetlana andò anche a raccontare che le avevo regalato una Bentley rosa, facendomi anche litigare con mia moglie. Tutte balle”.

 

Uno che in Russia pare si sia innamorato davvero (di una russa), è stato Pupo, Enzo Ghinazzi, un’altra superstar italiana lungo le rive del Don. Di una certa Lidia, al quale ha dedicato “una delle più belle canzoni che io abbia mai scritto”, dice, ‘Lidia a Mosca‘:

Lidia col profumo del Berioska
sto lasciando Lidia a Mosca
mentre tu mi stai aspettando.

Lidia non conosce l’italiano
ha imparato due parole
dice sempre “io ti amo”

Lidia se abitassi più vicino
pensa un po’ che bel casino.

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Può sembrare del tutto folle ai nostri occhi che simili canzoni, potessero ottenere nell’Unione Sovietica al tramonto un effetto opposto da quello atteso dai dirigenti del partito. Eppure, come emerge chiaramente dal documentario, perfino “Felicità” di Al Bano e Romina o “L’italiano” di Toto Cotugno riuscirono a rappresentare per il popolo sovietico il desiderio di cambiamento. “Per noi la musica italiana era simbolo di libertà, roba che veniva dall’occidente. Valvola di sfogo, finestra sull’Europa, sul mondo libero. Anche se era spinta dall’alto, dal potere sovietico – pare piacesse molto anche a Breznev – per allontanare i giovani dalla musica rock”.

Quando nel 1991 la Georgia si dichiarò indipendente dall’Urss, a Batumi, una delle città più importanti, la prima cosa che pensarono fu di organizzare un concerto di Sabrina Salerno, “amatissima in Georgia per le sue tette grandi” racconta Mikhail Cherchik. “Impazzivamo per lei, non importava cosa cantasse. Mi ricordo soltanto le sue tette. Sabrina è arrivata, cantava in playback, faceva ballare le tette, e tutti noi eravamo felicissimi, al settimo cielo”.

Russi, italiani veri. Anche in questo.

Davide Lombardi

Il figlio di papà

Bruno Mossa de Rezende, meglio noto come Bruninho, è palleggiatore del Modena Volley e capitano della nazionale brasiliana di pallavolo, una delle più forti al mondo. Ma soprattutto, Bruninho è un figlio d’arte. Suo padre infatti è Bernardo “Bernardinho” Rezende, da quasi 15 anni allenatore della stessa nazionale e la madre, Vera Mossa, è pure lei una ex campionessa sempre di pallavolo. In questo video – primo di due parti – Bruninho racconta le difficoltà di ritagliarsi una propria dimensione avendo alle spalle due genitori simili. Un video di Mattia Rossi.