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di Anna Ferri

Little Island – piccola isola – è un fazzoletto di terra di 500 metri quadrati nell’arcipelago Vesteralen, in Norvegia, subito sopra il circolo polare artico. Un posto lontanissimo per tanti motivi: il primo e più importante è che per arrivarci bisogna prendere un aereo fino a Oslo, poi prendere un volo interno di mattina presto per arrivare al nord e da lì salire su un pullman per un viaggio di quattro ore nelle lande desolate e infine, arrivati in un porticciolo, prendere una barca con un motore molto potente per affrontare le onde del mare e saltare per venti minuti finché non si arriva a Little Island.

Il secondo motivo è che si devono avere ragioni molto valide per andarci, perché in quella piccola isola ci sono solo un faro e una casetta e per raggiungerla si devono fare 300 gradini a piedi. Su quell’isola vive Elena, signora norvegese con un passato da giornalista nelle zone di guerra, come la Palestina, e da osservatrice Onu. Un giorno decide che quella non poteva più essere la sua vita e acquista casa, faro e un pezzettino di terra su quell’isola deserta sfidando molti pregiudizi: Elena è del sud della Norvegia e invece l’isola è al nord, dove ci sono soprattutto pescatori uomini che non vedono di buon occhio l’idea che una donna sola gestisca quel bellissimo posto.

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L’isola è un microcosmo autonomo: ci sono i pannelli solari per l’energia e un generatore diesel per quando il sole non batte – praticamente metà anno – e un pozzo per l’acqua che però va sempre bollita prima di essere bevuta. La doccia calda si fa solo due volte la settimana e per risparmiare acqua ci sono (anche) i bagni esterni con la segatura. Vicino alla casa c’è un bellissimo orto che si riesce a coltivare grazie al microclima dell’isola e per le altre cose bisogna scendere 300 scalini, prendere la barca, saltare per 20 minuti, andare sulla terraferma, raggiungere il paese più vicino, fare la spesa e ripetere il percorso al contrario considerando che a questo punto i 300 scalini si dovranno fare con dei pesi in mano.

Un giorno qualsiasi di aprile, a circa 3mila chilometri di distanza dalla piccola isola, Francesca Zanetti, trentenne italiana con un piccolo studio di comunicazione ed editoria, decide che è arrivato il momento di cambiare aria per un po’ e inizia a guardare workaway.info un sito che mette in contatto domanda e offerta di lavori volontari nel mondo, quelli in poche parole dove si mettono a disposizione le proprie competenze in cambio di vitto e alloggio per un periodo di tempo. Trova un annuncio di Elena, che cerca tra le altre cose anche qualcuno che si occupi della cucina. Francesca manda subito una mail ma la risposta non è positiva: il posto è già assegnato.

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La cosa sembra finita lì quando a giugno arriva un messaggio di Elena che dice che il posto si è liberato e se vuole può partire subito. Dopo tre giorni Francesca ha il biglietto in tasca e parte alla volta dell’isola, dove si fermerà quattro mesi: “Appena arrivata vedo la casa che spunta sopra i 300 gradini e capisco che lì ogni cosa ha un valore diverso, perché te la devi conquistare”. Sull’isola ci sono quattro volontari e il clima è accogliente: per il compleanno di Romi, una ragazza olandese, le hanno costruito un’amaca sospesa a sette metri di altezza e fatta con il materiale trovato sulla spiaggia: resti di reti da pesca, legno, galleggianti. “Era spaventosa e bellissima, ci salivamo uno alla volta per paura di cadere. Romi si era commossa perché sapeva che era costata tanta fatica. Abbiamo iniziato a suonare e anche se era mezzanotte il cielo era viola e la sensazione era di stare in un posto magico dove persone diverse e lontanissime cercavano un senso nel mondo”.

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La vita sull’isola non è facile: la giornata è costruita sul rendere possibile operazioni che tutti consideriamo scontate, come bere acqua pulita, lavarsi, cucinare, portare via la spazzatura, fare la spesa. La maggior parte del cibo viene per forza fatto sul posto, a mano: il pane si prepara con la pasta madre che ha anche un nome: Ragnar. Per le verdure c’è l’orto che però va coltivato, lì ci sono anche la frutta – fragole in particolare – e le erbe per le tisane. Il rabarbaro viene trasformato in marmellata. Anche il mare dà il suo contributo: ogni giorno si raccolgono lumachine e si pescano merluzzi. La sera si sistemano le trappole con delle teste di pesce marcio e la mattina si raccolgono decine di granchi, che però vanno poi puliti “anche se piove a dirotto e per farlo ci vogliono magari due ore”, spiega Francesca, “il pesce si pulisce su un banchetto di legno al molo e i resti che non sono in nessun modo utilizzabili si lanciano ai gabbiani, che li afferrano al volo”.

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A luglio e agosto i volontari sono anche dodici contemporaneamente: Elena mette anche annunci per dei lavori di fatica perché deve costruire una scala di roccia che dalla casa porta ai bagni esterni (quelli senza acqua ma con solo la segatura) e arrivano un gruppo di uomini che passano le giornate a spostare massi da venti chili. “Una volta ero in cucina e ho sbuffato perché non ne avevo voglia ma Romi mi ha fermata subito e mi ha detto hey, sei tu che decidi quanto stressarti in una cosa e secondo me dovremmo decidere che in questa cucina non c’è stress. La cosa ha funzionato. Vivere sull’isola è stata una piccola palestra: ho iniziato a credere in me stessa perché vedevo che il mio impegno e la mia passione erano apprezzati. Da Elena ho imparato a non mollare mai, che abbiamo infinite possibilità e bisogna solo imparare a metterle a fuoco. E che non è mai troppo tardi”.

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“Quando sei su un’isola e vedi arrivare una barca è un’emozione molto bella, quasi primitiva”. A volte Francesca stendeva una coperta sul prato e si metteva a scrutare l’orizzonte aspettando un segnale. Un giorno è arrivato un piccolo veliero di legno e sono tutti corsi giù per i trecento gradini per andare ad accogliere i viaggiatori. Qualcuno si fermava per il pranzo o la sera, altri visitavano l’isola e se ne andavano. In quel fazzoletto di natura incontaminata si potevano incontrare lontre, visoni e foche. Nel cielo erano le aquile a farla da padrone, insieme ai gabbiani. Guardando il mare era più facile vedere passare un’orca piuttosto che una nave. Chiediamo a Francesca se è vero che per cambiare si deve andare lontanissimo. Lei sorride e ci dice che “tutto quello che vuoi lasciare te lo porti dietro, però la distanza aiuta a cambiare prospettiva”. In un posto come quello ci arrivi solo se vuoi arrivarci e per farlo devi avere buoni motivi: “Elena diceva che tutti arrivavano in cerca di qualcosa, come se l’isola fosse un catalizzatore di persone che stavano affrontando un cambiamento nella vita. La sensazione è che quel posto fosse già dentro di te, prima ancora di metterci piede”. E tornare a casa? “Sono partita quando ho capito che era il momento di farlo. L’isola mi manca. Qui ho trovato lavoro in un ristorante e sono molto felice. Se non avessi fatto questo viaggio non avrei fatto chiarezza dentro di me su quello che voglio dal futuro e non avrei capito quanta passione ho per la cucina. Per scoprire le mie radici, da modenese e rezdora (donna emiliana che storicamente gestisce la casa e si occupa con amore della cucina), sono dovuta andare dall’altra parte del mondo”. Su un’isola lontanissima.

Anna Ferri

Foto di Francesca Zanetti