CONDIVIDI

Nel 1981 un giovanissimo Basquiat lasciava il suo segno nelle strade di Modena. Nel giro di un anno sarebbe diventato il Picasso nero. Storia di quei giorni e di come la street art sia passata dai muri pubblici alle gallerie d’arte, con un biglietto di andata e ritorno (economico).

di Anna Ferri

VIDEO / Impara l’arte e basta

Cosa rende un “pezzo di legno colorato” e un “uovo siliconato” oggetti d’arte? Perché uno street artist abbellisce la città e un writer la imbratta e basta? Come riuscire oggi ad emergere nel mondo dell’arte? Viaggio tra Modena e Milano per scoprire come e perché i galleristi possono far diventare uno sconosciuto, un artista. Video di Mattia Rossi

REPORTAGE / Same old shit in Modena

Basquiat arrivò a Modena portando con sé il vento caldo dell’estate. Era il maggio del 1981 e lui, alto, nero e bellissimo, bussò alla porta del gallerista Emilio Mazzoli, in mano solo una sacca di disegni e un enorme stereo. Tre mesi prima si era fatto notare in una collettiva al P.S.1 di New York e di lì a poco sarebbe diventato il Picasso nero. In quei giorni velocissimi che separarono il sogno della gloria dal successo vero e proprio lui era ancora solo Samo, acronimo di SAMe Old shit – sempre la stessa merda. Per Modena e per l’arte italiana, che di tipi come lui non ne avevano mai visti passare, fu come svegliarsi all’improvviso con il sole sparato in faccia.

New York/New Wave
A portare a Modena Basquiat fu il gallerista Emilio Mazzoli, che allora aveva quarant’anni, le bretelle in bella vista e l’immancabile bombetta in testa. Il suo spazio in via Nazario Sauro era già conosciuto a livello internazionale e lì, in quegli anni, erano di casa tutti i maestri della Transavanguardia. Nel 1981, a febbraio, Mazzoli era a New York per seguire alcuni artisti quando fu invitato a vedere la mostra “New York/New Wave” al P.S.1 di Long Island, organizzata dal suo amico Diego Cortez, curatore d’arte. Con lui c’erano Edit DeAk e René Ricard, che nel dicembre dello stesso anno avrebbe pubblicato su Artforum “The radiant child”, il più importante articolo sul lavoro di Jean-Michel. Il clima era frizzante e nella grande mela si respirava il profumo del cambiamento: in mostra c’erano una ventina di artisti, tra cui Keith Haring, Robert Mapplethorpe, Andy Warhol. E un certo Samo. “Rimasi colpito dal lavoro di questo ragazzino che dipingeva la rabbia dei neri americani”, spiega Mazzoli. “Lo andai a trovare, comprai una ventina di opere per 10mila dollari e organizzai il suo viaggio a Modena”. Non fu l’unico a notare il giovane Jean-Michel: alla mostra passarono anche i galleristi Annina Nosei e Bruno Bischofberger, che nel giro di un anno avrebbero trasformato Samo in Basquiat.

Da quando Mazzoli mise piede nello studio di Jean-Michel a quando lui bussò alla porta della sua galleria trascorsero tre mesi. Per Basquiat non fu solo la prima volta in Italia, ma anche in Europa. Arrivò a Modena con i vestiti sporchi di colore e i dreadlock neri come la pece. Con lui c’era Diego Cortez e Mazzoli li alloggiò entrambi all’hotel Lux di via Galilei, un palazzone anni Settanta vicino alla tangenziale. Gli spazi della galleria furono adibiti a studio e Jean-Michel iniziò a produrre alcune opere, che si sarebbero aggiunte a quelle acquistate da Mazzoli a New York. “Vederlo lavorare era come prendere dieci schiaffi in faccia”, racconta Rossana Sghedoni – mia madre, allora poco più che ventenne con una testa piena di ricci neri e il fisico minuto avvolto in cortissimi abiti colorati – in quegli anni assistente di Mazzoli: “La libertà con cui disegnava era scioccante”. “Basquiat era rock”, spiega Mazzoli. “Musica alta, tele a terra, bombolette a go-go. Una pittura molto istintiva”.
A rendere Basquiat profondamente diverso da tutti gli altri non erano solo quei vestiti macchiati di vernice che portava come una seconda pelle o lo slang con cui parlava che faceva impazzire il traduttore troppo british, tanto da doverlo sostituire con un’amica di mia madre, Rosi, che aveva trascorso un periodo a New York. A distinguerlo dagli altri era soprattutto il modo di approcciarsi al lavoro. Gli artisti, dall’arte povera fino alla Transavanguardia, erano tutti molto professionali: arrivavano con le opere imballate, sapevano cosa fare e avevano collaboratori per l’allestimento. Basquiat arrivò con la sua sacca e uno stereo. Più di una volta Mazzoli e mia madre si chiesero se ce l’avrebbero davvero fatta a metter su una mostra.

Cartoline dal futuro
Jean-Michel si fermò due settimane, che trascorsero lente. Anche se in quegli anni Modena era nel pieno boom economico, prima provincia in Italia per reddito pro capite, con le sue Ferrari per le strade, i ristoranti pieni e i contadini che giocavano in Borsa, la vita notturna era solo un pallido riflesso di quella newyorkese.
Basquiat si annoiava tantissimo. Una sera mia madre decise di portarlo al cinema, con loro andò anche il suo fidanzato, Fausto Ferri – mio padre, che portava la barba lunga e indossava salopette di jeans – che già lavorava alla Galleria Civica. Al cinema Cavour davano Freaks, di Tod Browning, in lingua originale. La sala era piccola e le poltroncine di legno scomode. Il fumo delle sigarette giocava con le luci creando strani disegni evanescenti. Al centro c’era un gruppetto di giovani intellettuali – a quei tempi la cultura era strettamente di sinistra, anche se critica rispetto al partito comunista – che in un silenzio reverenziale guardavano quel vecchio capolavoro. Non volava una mosca. A un certo punto Basquiat esplose in una sonora risata. Rimasero tutti di stucco, compresi i miei genitori: lui era lì, al centro della sala, incurante delle occhiatacce, che se la rideva di gusto. Andò avanti così fino alla fine del film. “Jean-Michel era irriverente”, spiega mio padre: “Lo era verso quel film come nei confronti dell’arte che si stava imponendo in quegli anni”.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Tutti lavoravano alla mostra e Jean-Michel era in galleria a fare alcuni disegni. Stava lì seduto a terra con le sue tele a fumare quando vide mio zio Andrea, che allora era un bimbetto di sette anni, disegnare alcune macchinine colorate su un foglio: semplici e stilizzate. Mia madre qualche volta se lo portava in galleria e gli dava fogli di carta e matite per far passare il tempo. Jean-Michel lo vide e a gesti iniziò a fargli capire che voleva che le disegnasse sulle sue tele. Tutti restarono interdetti, non capivano se scherzasse oppure no. Lui, con un sorriso pazzesco stampato sulla faccia, era convinto e insisteva. Andrea non se lo fece ripetere due volte e si mise accanto a quel ragazzo dall’aria strana a disegnare. Piazzò le sue macchinine su diverse tele. Alcune furono inglobate in disegni più grandi, altre invece continuano a fare capolino dalle pareti dei musei. Nella biografia firmata da Phoebe Hoban (Basquiat, ed. Castelvecchi, pag. 99) Massimo Audiello, che allora viveva con Diego Cortez a New York, racconta che l’amico di Basquiat “era un bimbetto che stava per perdere completamente la vista”. Quel bimbo era Andrea, che allora aveva un problema agli occhi ma non divenne mai cieco.
Audiello era arrivato a Modena qualche giorno prima della mostra e nel tempo libero se ne andava in giro per negozi e locali con i suoi due amici. Il trio di certo non passava inosservato. Lui, Cortez e Basquiat sembravano arrivati da un’altra dimensione e in qualche modo lo erano davvero. Come una cartolina da quel futuro che tanti anni dopo sarebbe arrivato anche qui.

Samo sui muri di Modena
Si lavorava alla mostra, con pranzi e cene nei migliori ristoranti, a casa di collezionisti e nell’appartamento di Mazzoli. Nel tempo libero Basquiat se ne andava in giro con la bomboletta in mano segnando il suo passaggio sui muri della città. Un giorno passeggiava in via Fleming, nella periferia urbana, quando vide due palazzoni popolari in cemento. Ne rimase completamente affascinato e li immaginò come due enormi fogli bianchi da disegnare. Tornò di corsa da Mazzoli e chiese se poteva dipingerli. Era entusiasta e il suo sorriso sembrava quello di un bambino davanti a un gigantesco regalo. “Andai in Comune e feci la mia proposta”, racconta Mazzoli: “Loro avrebbero dovuto mettere l’attrezzatura e noi i colori. La cosa non andò in porto e fu certamente un’occasione persa”. In quegli anni il sindaco di Modena era Mario del Monte e nessuno sapeva cosa fosse la street art, la cui definizione in realtà arrivò molti anni dopo. In Comune si fecero una bella risata e Basquiat rimase senza il suo muro da dipingere. Quello ufficiale, almeno. Perché la scritta Samo comparve nei posti più impensati della città: strade, espositori di giornali di partito, cartelli e portoni. Il tempo, inesorabile, avrebbe poi cancellato ogni traccia di quel passaggio.

Una sera chiese a mia madre se c’era un club nei dintorni. Il più alla moda in quegli anni era lo Snoopy, in piazza della Cittadella. Basquiat non se lo fece ripetere due volte e decise di andare a ballare. Il locale, una grande sala sotterranea ricoperto di moquette con una consolle a forma di astronave, era meglio di niente. E così si mise a frequentarlo. Una mattina mia madre arrivò in galleria e vide un gruppetto di ragazze che giravano vicino alla porta con fare agitato. Dentro c’era Jean-Michel che dipingeva. Si rese conto che erano lì per lui. Il giorno dopo stessa storia. Le ragazze erano tutte ben vestite e truccate e stavano lì sorridenti in attesa di essere notate. La situazione era diventata insostenibile e per Basquiat era una tentazione – e distrazione – continua. Mia madre prese il coraggio a due mani e si mise davanti alla porta a mandarle via. Lui se la rideva, aveva vent’anni e il successo – nell’arte e con le donne – era a portata di mano. Poteva toccarlo con le dita.

Le opere di cui tutti risero
Nessuno era pronto per Basquiat. Non lo era la città, che gli aveva negato un muro da dipingere e non lo era il mondo dell’arte, che lo snobbò completamente. All’inaugurazione la maggior parte degli artisti, critici e collezionisti arrivarono carichi di pregiudizi e uscirono dalla mostra ridacchiando. “Fu un disturbo per gli intellettuali locali, dissero che esponevo i negri”, ricorda Mazzoli. “Quando ci si trova davanti a una novità si ha paura di perdere quel po’ di potere che si possiede. Invece quella fu una mostra da Robin Hood: anche un operaio poteva acquistare una sua opera e diventare ricco”. Quei pochi che si presentarono al vernissage sbeffeggiarono le opere e il gallerista. Solo uno degli artisti modenesi presenti – ricorda mio padre – si comportò in maniera diversa: “Franco Vaccari restò in una silenziosa osservazione davanti alle opere, come se capisse che stava arrivando qualcosa di inedito”.
Perché nessuno capì? Perché tutti guardarono le opere attraverso l’unica lente che possedevano, quella del pittore. “Per loro Basquiat non sapeva né dipingere né disegnare”, spiega mia madre. “Non aveva preparazione accademica”. A Jean-Michel di tutto questo non fregò nulla. Lui aveva fatto il suo lavoro e se non piaceva era abbastanza sicuro che la colpa non fosse sua, ma di quel mondo provinciale che non aveva nulla a che vedere con la sua New York. Nonostante tutto, la mostra fu completamente venduta. Mazzoli consigliò alcuni collezionisti e, per la loro felicità, pochi anni dopo le opere raggiunsero quotazioni spaziali. Chi invece rise di lui, oggi si è sicuramente pentito di quell’arroganza. Se la vendetta è un piatto che va servito freddo, Mazzoli si è gustato diverse portate.

Il clima non era dei migliori quella sera in via Nazario Sauro. Quasi non si vedeva l’ora che finisse il via vai di artisti, collezionisti e critici per concludere così una giornata che stava creando parecchio malumore. La porta della galleria finalmente si chiuse e un gruppetto ristretto di amici andò a cena a festeggiare. Basquiat era su di giri e l’aria si fece più serena. A sera inoltrata uno dei collezionisti aprì le porte di casa sua: l’alcol scorreva a fiumi, il fumo invadeva le stanze e c’erano persone sedute ovunque, anche sulla vasca da bagno. Jean-Michel si aggirava felice per la casa accennando qualche passo di danza sulle note che uscivano dal giradischi. A un certo punto incrociò lo sguardo della giovane fidanzata del padrone di casa e gli si illuminò il viso. Si fissarono per un lunghissimo istante in cui musica e persone scomparvero. Lei abbassò lo sguardo sorridendo, si voltò e camminò fino al corridoio. Un minuto dopo lui la seguì. Basquiat era la star della serata, impossibile non notare la sua assenza. Tutti iniziarono con discrezione a guardarsi attorno. Dopo un quarto d’ora, lei tornò. I capelli leggermente scompigliati e il viso arrossato. Come da copione, dopo un minuto riapparve anche Jean-Michel, con un’aria tra il trasognato e il soddisfatto. Tutti capirono che cosa era successo. Anche il fidanzato di lei, che cercò di fare finta di nulla per tutta la sera nonostante la rabbia disegnata sul volto. Basquiat il giorno dopo prese il volo di ritorno per la grande mela sorridente come era arrivato, lasciando dietro di sé un assaggio di quella che sarebbe stata l’arte degli anni a venire.

La mostra annullata
Nel marzo del 1982 Jean-Michel fece la sua prima personale americana nella galleria di Annina Nosei, a New York. Fu un successo assoluto. Poco dopo prese l’aereo per Modena, dove avrebbe fatto la sua seconda mostra da Mazzoli. Questa volta alla porta del gallerista bussò un artista affermato: gli abiti erano sempre sporchi di colore, ma firmati da grandi stilisti. I dreadlock erano più corti, il sorriso attenuato. Samo era solo un ricordo, ora c’era Basquiat. Era una star e faceva di tutto per ricordarlo a chi incontrava. La crisalide si era trasformata in farfalla. Emilio Mazzoli aveva seguito l’evoluzione di Jean-Michel e lo accolse come un grande artista. Questa volta c’era uno studio allestito per lui appena fuori dal centro storico, al Villaggio Artigiano, nel gigantesco capannone del restauratore Barbieri. Ad attenderlo c’erano delle tele enormi, bellissime, preparate a regola d’arte. Quello fu uno dei pochi momenti in cui Jean-Michel si lasciò andare all’entusiasmo tornando a ridere come un bambino divertito. Non aveva mai visto delle tele così. Era felicissimo.

Un giorno Basquiat andò nel negozio Unicolor a prendere colori e pennelli e mentre girava in cerca d’ispirazione, tra gli scaffali trovò dei manuali per pittori dilettanti, con immagini dei grandi capolavori italiani. La cosa lo incuriosì moltissimo e decise di prenderli tutti. Tornato nello studio iniziò a guardare i libri e a fare i primi tentativi. Entrò talmente tanto nel ruolo del pittore che chiese a mia madre di fare da modella: “Mi avvolse in un lenzuolo e mi mise un casco di banane in testa. Mi vergognavo tantissimo”. In realtà forse era più di un semplice gioco: Jean-Michel non era abituato a dipingere su delle tele di quelle dimensioni. “Si pose il problema di come rapportarsi con la tradizione pittorica italiana”, ricorda mio padre. “E lo fece con questi album deliranti con nature morte e paesaggi”. Il quadro fu dipinto – tra tante risate – e adesso, da qualche parte nel mondo, è appeso a una parete e vale milioni di dollari.
Questa volta Jean-Michel era arrivato con qualche mese di anticipo rispetto alla data dell’inaugurazione. La mostra si doveva preparare da zero e si stava pensando a un libro con testi di Diego Cortez, Edith DeAk e René Ricard. Doveva essere un grande evento. E lo sarebbe di sicuro stato se Annina Nosei non avesse deciso di prendere un aereo per venire a controllare il suo protetto. Arrivò a Modena e durante una cena con Mazzoli, arrivati al dolce, gli chiese una percentuale sulle opere. Era un sistema tipicamente americano, Basquiat lavorava con lei e quindi voleva dei soldi. Emilio Mazzoli le disse chiaramente che la cosa non poteva funzionare, ci fu un’accesa discussione e la mostra saltò. “Non mi sono fatto mettere i piedi in testa”, racconta il gallerista modenese. “Feci impacchettare tutte le tele e rispedii in America l’artista e i suoi lavori. Non chiesi un soldo”. Jean-Michel se la rise parecchio, lui e Annina Nosei presero un aereo carichi di opere, compresa quella con mia madre e il casco di banane, e volarono verso New York senza voltarsi indietro. A Modena non tornò mai più.

Ricordi di viaggio
Basquiat non tornò più a Modena ma le sue opere sì. Pochi mesi dopo la Galleria Civica organizzò la mostra “Transavanguardia Italia/America”, curata da Achille Bonito Oliva, il maggior teorico di questa corrente artistica che “aveva conquistato il mondo”. Jean-Michel era nell’olimpo: Cucchi, Clemente, Chia, Paladino, De Maria, Schnabel. I giochi erano fatti. Ma il successo, con la stessa velocità con cui lo portò alla fama mondiale, lo trascinò in fondo all’abisso. Arrivarono i soldi, le donne, la droga e Andy Warhol. “Lo rividi un paio di anni dopo in America”, racconta Mazzoli. “Aveva un grande successo ma erano iniziati i problemi con la droga. Dopo qualche anno morì. Averlo conosciuto mi ha reso felice, Basquiat era un talento naturale incredibile e ha aperto la strada del graffitismo nel mondo. Se fosse vissuto avrebbe certamente distrutto il suo lavoro”. Jean-Michel morì il 12 agosto 1988, a ventisette anni, per un’overdose da eroina. Un anno dopo la scomparsa del suo amico Andy Warhol. Del suo passaggio a Modena restano tanti ricordi e un paio di scatti: una polaroid sbiadita dove sorridente abbraccia Mazzoli e una foto fatta nella cucina del gallerista, entrambi con il cappello in testa. Sta sfogliando un libro d’arte, lo tiene sulle gambe per non sporcarlo. La tavola è apparecchiata. E’ la prima pagina di una bella storia.

Anna Ferri

FOTO / Notturno Urbano

Notturno Urbano

Appropriarsi degli spazi degradati e trasformarli in opera d’arte. Incursione notturna di tre writers in una fabbrica dismessa nel modenese, tra bombolette, pennelli e identità celate. Foto di Roberto Brancolini VAI ALLA GALLERY