L’apparenza e la sostanza

E la chiamavano spazzatura / FOTO

Noi siamo quello che mangiamo, diceva il filosofo Feuerbach, e con giusta ragione, ma di certo ai suoi tempi non esistevano ancora le efficaci tecniche di vendita odierne, né gli inceneritori, che estendono il concetto al nostro involontario riassorbimento dei rifiuti che produciamo.

Packaging allettanti, colorati, sofisticati, che presentano il prodotto in modo trionfante e lo preservano nei lunghi viaggi che la capillare distribuzione industriale prevede. Così, una volta parcheggiata la nostra auto vicino al supermercato dietro casa, ci ritroviamo immersi in una giungla esotica fatta di scaffali colorati, e dobbiamo fare delle scelte.

Nell’eden dell’apparenza, dove pacchetti e imballaggi spesso contengono un prodotto più piccolo, se non addirittura diverso, rispetto a come si propone ai nostri occhi, ci muoviamo fra sentieri che nella lingua locale si chiamano corsie, cercando ciò di cui abbiamo bisogno, contesi tra il fare acquisti oculati per ridurre gli scarti e il lasciarci sedurre da immagini golose e pratiche confezioni monouso e apri-e-chiudi.

Per tradurre fotograficamente il concetto di contenuto e di rifiuto, ho associato alcuni prodotti scelti a caso, mettendo in relazione l’evoluzione dei loro involucri: dalla loro forma di vendita, a come si presentano una volta aperti e prima di essere bruciati e quindi dispersi nell’ambiente sotto forma di fumi e polveri sottili.

Davide Mantovani