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di Davide Lombardi

Nel gennaio del 1912 quasi 25 mila operai della più importante industria tessile d’America incrociarono le braccia per protestare contro la diminuzione della paga e dell’orario di lavoro. A guidarli, c’erano due socialisti italiani, Joe Ettor e Arturo Giovannitti – giornalista, poeta e scrittore – che, come punizione per aver condotto lo sciopero, furono ingiustamente accusati di omicidio.

Lunedì 25 novembre 1912, il Meriden Morning Record, quotidiano del Connecticut, pubblica a pagina 5 un trafiletto dal titolo “Want Giovannitti for Chamber of Deputies”. E’ una notizia che arriva da Roma: “Il Partito socialista ha ufficializzato la candidatura alla Camera dei deputati di Arturo Giovannitti in rappresentanza del collegio di Carpi, provincia di Modena, il cui posto è attualmente vacante”. La candidatura è chiaramente un tentativo di pressione da parte dei socialisti italiani nei confronti del giudice Joseph F. Quinn che quello stesso giorno, nel processo in corso a Salem, Massachusetts, potrebbe emettere una sentenza di condanna a morte nei confronti di Giovannitti, accusato insieme a Giuseppe (Joseph) Ettor e Joseph Caruso dell’assassinio dell’operaia trentaquattrenne Anna LoPizzo, avvenuto durante gli scontri con le forze dell’ordine nel corso del grande sciopero del tessile di Lawrence, sempre in Massachusetts.

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La protesta, entrata nella storia come “sciopero del pane e le rose”, era iniziata l’11 gennaio di quello stesso anno, dopo che una nuova legge dello Stato, entrata in vigore il 1 gennaio, aveva ridotto il numero massimo di ore di lavoro a settimana per donne e bambini da 56 a 54 e, insieme, la paga settimanale. Quest’ultima, per decisione della American Woolen Company che a Lawrence possedeva quello che allora era considerato il più grande impianto industriale del tessile del mondo. Una tragedia per una classe operaia già al limite della sopravvivenza col salario precedente. La situazione si infiamma da subito e già il 12 gennaio, la sezione in lingua italiana dell’associazione del movimento operaio “Industrial Workers of the World (IWW)” decide di inviare da New York a Lawrence il proprio leader Joe Ettor, per coordinare lo sciopero dei quasi 25 mila operai che hanno incrociato le braccia. A pochi giorni di distanza lo raggiunge l’amico Arturo Giovannitti. Giovannitti, in seguito noto anche come il “bardo del proletariato” è figlio di un farmacista di Ripabottoni, in Molise, dove è nato il 7 gennaio 1884 per poi trasferirsi giovanissimo prima in Canada e poi a New York. Il ragazzo, già autore di diversi scritti pubblicati su riviste militanti, si fa le ossa nel sindacato e diventa uno dei leader dell’Italian Socialist Federation of North America, membro dell’ IWW; nel 1911 si dà anche all’editoria pubblicando il settimanale socialista in lingua italiana “Il Proletario”.

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Lo sciopero degli operai di Lawrence continua ad oltranza e il 29 gennaio durante uno scontro tra polizia e manifestanti, parte uno sparo che colpisce a morte Anna LoPizzo. Secondo alcuni testimoni, a premere il grilletto è il poliziotto Oscar Benoit ma, sebbene non si trovino a Lawrence quel giorno, Giovannitti e Ettor  vengono arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio, materialmente compiuto dall’operaio Joseph Caruso. Si tratta chiaramente di un processo politico (i tre verranno poi tutti assolti nel processo di Salem il 26 novembre), una specie di versione ante litteram di quello che quindici anni dopo condannerà a morte gli anarchici Sacco e Vanzetti. Mentre i tre sono in carcere, il 14 marzo, gli scioperanti ottengono una vittoria fondamentale: un aumento salariale del 25% per i lavoratori meno pagati, del 15% per quelli che erano più retribuiti, nonché un aumento per gli straordinari e la riassunzione degli operai in sciopero licenziati dalla American Woolen Company.

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Da sinistra a destra: Caruso, Ettor e Giovannitti

Intanto, in tutto il mondo si firmano petizioni a favore di Giovannitti, Ettor e Caruso. In Italia, a occuparsi con grande attenzione del caso dei colleghi d’oltreoceano, è il socialista massimalista, iscritto alla sezione di Forlì, Benito Mussolini che proprio in quell’anno comincia a scrivere per l’Avanti!. Al Congresso di Forlì del 16 giugno 1912 delle Federazioni Socialiste (F.S.) di Romagna, Mussolini propone, tra gli altri, il seguente ordine del giorno poi approvato per acclamazione: «Il congresso delle F. S. di Romagna protesta contro i propositi criminali della borghesia repubblicana del Nord America che tenta di mandare due innocenti, Giovannitti ed Ettor, duci del movimento proletario, alla sedia elettrica, ed invita le sezioni socialiste a intensificare l’agitazione perché tale abbominevole delitto venga evitato».

Benito Mussolini
Naturalmente Mussolini non si ferma lì, e su Giovannitti ed Ettor scriverà ancora parecchio. Sul n. 132 di de “La lotta di classe” del 3 agosto 1912 pubblica un pezzo dal titolo: “Agitiamoci per strappare Ettor e Giovannitti agli aguzzini della sedia elettrica”. Eccone l’appello finale:

“C’è ancora il tempo per far echeggiare alto e solenne il nostro grido di protesta, per unire ai milioni di proletari che dall’uno all’altro continente rinnovano e rinsaldano nei nomi di Ettor e Giovannitti il patto infrangibile della solidarietà di classe. La pressione morale del proletariato europeo congiunta alla pressione morale e materiale del proletariato americano, deciso a ricorrere ai mezzi estremi, non sarà vana, come qualche scettico pensa. Si ottenga o no la liberazione di Giovannitti ed Ettor, si eviti o no l’epilogo tragico, noi socialisti dobbiamo fare il nostro dovere. I compagni d’oltre Oceano ci lanciano un appello disperato. Socialisti di Romagna che non foste mai secondi a nessuno nel sostenere le cause dell’umanità e della giustizia, raccoglietelo e agitatevi!”

Non solo il futuro Duce, a mobilitarsi a favore dei due socialisti di origine italiana (stranamente, non viene quasi mai citato l’operaio Joseph Caruso) sono anche altri compagni, in Italia e non solo. Parte anche qualche interrogazione parlamentare, come quella del deputato socialista Guido Podrecca, giornalista e fondatore della rivista satirica “L’Asino“, riportata dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dell’8 giugno 1912: “Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro degli esteri per conoscerne il pensiero in merito alla tragica situazione nella quale si trovano i nostri due connazionali Arturo Giovannitti e Giuseppe Ettor, residenti a Lawrence, e detenuti sotto una imputazione e per responsabilità delle quali la pubblica opinione li proclama innocenti”.

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Immagine d’epoca dello sciopero di Lawrence nel 1912

 

Mentre la campagna internazionale a loro favore prosegue, l’esito della sentenza appare tutt’altro che scontato fino all’ultimo istante. L’attenzione in Italia è altissima e durante il processo, a Salem, sono presenti anche degli inviati de L’Avanti!, La Stampa e il Corriere della Sera. A processo concluso, il 22 novembre, Giovannitti chiede di parlare ai giurati prima che questi assumano la loro decisione finale. Dopo aver contestato punto per punto le accuse nei suoi confronti e dei due coimputati e aver fatto appello alle migliori virtù della democrazia americana, conclude con parole di esplicita sfida la sua perorazione:

“Noi vogliamo libertà o morte. Noi siamo giovani, io ho meno di 29 anni. Ho una donna che mi ama e che amo; ho una madre e un padre che mi attendono; ho un ideale che mi è molto più caro di quanto mente umana può esprimere e comprendere. La vita ha tanti allettamenti ed è così dolce, meravigliosa e luminosa che sento nel mio cuore la passione di vivere e volere vivere… Se il vostro giudizio, signori giurati, farà sì che le porte di questa gabbia si apriranno e noi ritorneremo alla luce del mondo, in questo caso lasciate che vi indichi le conseguenze di ciò che state per fare. Permettetemi di dirvi che il primo sciopero che scoppierà nuovamente in questo Stato, o in qualsiasi posto d’America dove il lavoro, l’aiuto o l’intelligenza di Joseph Ettor e Arturo Giovannitti saranno ritenuti necessari, lì noi andremo nuovamente malgrado la minaccia che potrà cadere su di noi. Noi ritorneremo ai nostri umili sforzi, oscuri, modesti, sconosciuti, incompresi – soldati della potente armata dei lavoratori del mondo che postasi fuori dell’ombra e dell’oscurantismo del passato si avvia verso la meta destinata, verso l’emancipazione del genere umano, verso la creazione dell’amore, della fratellanza e della giustizia per ogni uomo e donna di questa terra. E d’altra parte se il vostro verdetto dovrà esserci contrario, a noi gente umile che non meritiamo, in vero, né l’infamia né la gloria del patibolo – se sarà giudicato che i nostri cuori dovranno cessare di battere sulla sedia di morte e per mezzo della stessa corrente che ha spento l’assassino e il parricida, allora io dico, che domani noi saremo sottoposti a un più grande giudizio, che domani, morti, passeremo dalla vostra presenza a una più eccelsa dove la storia emetterà il suo ultimo verdetto su di noi. Qualsiasi possa essere il vostro giudizio, signori giurati, io vi ringrazio”.

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Nonostante la giuria fosse assolutamente disposta a condannare i tre, alla fine fu costretta ad assolverli, con grande gioia dei socialisti di tutto il mondo. Naturalmente finì lì anche la candidatura di Giovannitti nel collegio di Carpi. Con la sua assoluzione l’obiettivo politico di quella scelta poteva considerarsi pienamente raggiunto. Giovannitti non rientrò mai in Italia, morirà negli Stati Uniti nel 1959. Dopo l’assoluzione torna a New York cominciando a frequentare il gruppo di socialisti del Greenwich Village di cui fa parte anche John Reed, il giornalista de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, col quale collabora scrivendo per la rivista “The masses” oltre a una quantità di altre testate: “International Socialist Review”, “Il Fuoco”, “Vita”, “Solidarity”, “The Liberator”, “The New Masses”, “Il Martello”. Nel 1914 scrive il poema “The Walker“, che lo rende famoso come il “bardo del proletariato” (e qualcuno lo paragona addirittura a Walt Whitman) sui suoi giorni in carcere. Questi i primi versi:

Ho ascoltato tutta la notte passi sulla mia testa.
Vengono e vanno. Vengono e vanno ancora per tutta la notte.
Arrivano dall’eternità in quattro passi e ritornano all’eternità in
quattro passi, e tra il venire e l’andare c’è
il silenzio e la Notte e l’Infinito.

Poiché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, incessante è la marcia
di colui che cammina tra il giallo muro di mattoni e il rosso
cancello di ferro, pensando cose che non possono essere incatenate e non possono
essere chiuse a chiave, ma che vagano lontano nel luminoso mondo, ognuna
in un selvaggio pellegrinaggio verso una meta stabilita.


 

In copertina, il quadro “Lawrence 1912: The Great Strike” noto anche come “Bread and Roses – Lawrence, 1912″ del pittore primitivista Ralph Fasanella. Per realizzarlo, Fasanella, aveva passato nei primi anni ’70 un periodo di quasi 3 anni a Lawrence. Il quadro ha una storia particolare che merita un breve accenno: acquistato da quindici federazioni sindacali grazie alle donazioni dei propri iscritti era stato regalato al Congresso degli Stati Uniti dove è rimasto appeso per anni nella sala delle audizioni del sottocomitato della “Camera sul lavoro e l’istruzione”. Dopo le elezioni del 1994, la nuova maggioranza repubblicana al Congresso ha eliminato “lavoro” dal nome del comitato e il quadro di Fasanella dalla sala della commissione. Attualmente l’opera è ospitata dal Labor Museum and Learning Center di Flint, nel Michigan.