L’angelo della sbronza, vita da pony express di alcolici 

Reportage sul business della consegna notturna di alcolici a domicilio a Milano. La testimonianza e le storie sordide di Diego, fattorino dell’alcol e benefattore dei tiratardi del capoluogo lombardo

Nel cuore della notte, quando perfino in una metropoli come Milano diventa più complicato immergersi in fiumi di alcol, un servizio di pony express porta direttamente a domicilio tutto quello che serve per lubrificare la nottata.

Da alcuni anni a Milano sono attivi dei servizi notturni di consegna a domicilio di alcolici e snack nelle ore strategiche di chiusura dei locali. Si chiamano “taxi bar”, sono meno di una decina in tutta l’area metropolitana e lavorano dalle 22,00 alle 05,30, sette giorni su sette. Il motto di una delle aziende principali nel settore è “La notte è troppo bella per rimanere senza drink”. L’idea non è rivoluzionaria. Esistono servizi pony express di ogni genere da almeno una decina d’anni nelle grandi metropoli d’Europa e del mondo. “Ho vissuto all’estero, in una grande città in cui ad ogni ora del giorno e della notte era possibile trovare qualcosa da fare – dice un responsabile di Taxibar Milano, primo servizio delivery di questo genere nel capoluogo lombardo e in Italia – Con degli amici, abbiamo ripreso l’idea e aperto un’impresa nel dicembre del 2013, sfruttando il fatto che qui non ci fossero servizi di questo tipo”.

Photo credit: Shibuya 26:00 #2 via photopin (license)
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Il servizio di consegna notturno si svolge prevalentemente nelle ore in cui è vietata la somministrazione e la vendita di alcolici negli esercizi pubblici e nei bar: ovvero dalle 02 alle 06. “Il 70% dei nostri clienti ordina esclusivamente da bere”, confida l’imprenditore. A Milano non mancano i servizi notturni: dalle pizzerie ai locali di kebab, passando per le palestre, le lavanderie, le parafarmacie, le edicole e un supermercato Carrefour aperto 24/24 ore 7/7 giorni. Nelle ore notturne, come previsto dalla legge, il supermercato non è però autorizzato a vendere bevande alcoliche. E’ in questo quadro che si inserisce il business di consegna di alcolici che proprio perché “a domicilio” risponde a una legislazione più tollerante in materia di vendita di alcolici.

Quello che gli americani chiamano il 24/7 è arrivato tardi in Italia, rispetto al resto d’Europa. E in molte metropoli il servizio di consegna notturno a domicilio di alcolici è un’istituzione da diversi anni. Un po’ i sindacati, un po’ la nostra cultura della moderazione hanno ritardato lo sviluppo di un fenomeno già consolidato in altre realtà metropolitane: nella sola Parigi ci sono oltre 30 imprese che operano nel settore della facilitazione alla sbronza notturna in casa propria. Sono una ventina a Berlino, circa una dozzina a Bruxelles.

E’ vero che in Italia si preferisce chiacchierare all’infinito con un bel cono di gelato all’aperto, in piazza o al parco. Ma in città come Londra, Berlino o Bruxelles ci sono tre mesi di sole all’anno che riducono ogni scelta. Il destino di molte gite o semplici passeggiate si frantuma contro l’inclemenza meteorologica. La rudezza delle intemperie del nord, il grande freddo a cui non ci si abitua mai. Risultato e destinazione: di giorno il pub, la brasserie o il café (dove non si beve affatto caffé), di notte a casa, servito dai taxi bar.

E’ questa cultura della bruttezza e del vizio che all’Italia manca. Rispetto ad altri, siamo un popolo intrinsecamente salutista, baciato dal sole. Gente che preferisce l’espresso alla birra e che sceglie il parco o la piazza invece del pub fumoso dove si gioca a freccette, si beve alcol e si coltivano obesità e infarto.

Photo credit: CIMG6044 via photopin (license)
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“Almeno un 1/3 dei nostri clienti è straniero”, spiegano da Taxibar Milano, il cui sito è tradotto in inglese e in russo. “Il nostro rimane un servizio medio-alto. Abbiamo molti clienti russi che chiamano dai residence, dagli appartamenti di lusso e persino dalle suites d’albergo a cinque o sei stelle quando questi ultimi non riescono a garantire il servizio che offriamo noi”.

Il servizio funziona in modo semplice. Di solito la sede dell’azienda è un magazzino ben fornito e le chiamate giungono direttamente sul centralino. Un addetto coordina in seguito le consegne che avvengono nell’arco dei 30 minuti che seguono la chiamata. Il servizio copre l’intera area metropolitana e si estende ad alcuni comuni limitrofi.

In media i servizi di consegna di alcolici ricevono dalle 4 alle 10 chiamate a notte a seconda dei giorni della settimana e del periodo dell’anno:”Durante il week-end le ordinazioni registrano un aumento del 30%, durante le ultime feste di Natale addirittura del 40%”, precisano da Taxibar Milano.

Da un anno e mezzo a questa parte sono attivi poco meno di una decina di servizi di consegna notturna di bevande alcoliche e snack su Milano e parti dell’hinterland. Oltre agli alcolici alcuni portano a domicilio sigarette, medicinali e preservativi. Incontriamo Diego, un pony express nel settore delle consegne notturne universali.

Photo credit: CIMG2096 via photopin (license)
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“Prima di mezzanotte non chiama quasi nessuno. Verso le due riceviamo invece il picco di ordinazioni”, mi spiega il pony express. Diego ha 30 anni, è di origini pugliesi e dal 2014 gestisce le ordinazioni per un’impresa di consegne notturne di alcolici.

“Non si deve fraternizzare con i clienti, non c’e’ niente da condividere, sono quasi sempre persone viziate e con dei soldi da spendere”, sentenzia Diego. Il listino dei prezzi della sua azienda prevede un ordine minimo di 30 euro. Una bottiglia di vodka costa 40 euro, una bottiglia di vino rosso 25 euro e una birra piccola 5 euro. La sede dell’attività è un magazzino nei pressi dell’ippodromo di San Siro. Al centro del capannone c’e’ un divano nero con davanti un televisore, un tavolino e un portacenere sopra.

Verso l’una le chiamate cominciano ad arrivare sul cellulare di Diego. “Non ci si deve far coinvolgere dai clienti. Talvolta, presi dall’euforia della notte, ti invitano a restare ai loro festini. In tutti i casi dopo aver incassato, fai un bel sorriso, saluti tutti e te ne vai”. Il requisito minimo per essere assunto come pony express del servizio notturno è il possesso della patente e una conoscenza minima del territorio. Nel periodo di formazione iniziale viene insegnato ai fattorini a “non sollevare nessuna controversia con i clienti”, dice.

Photo credit: fourteen. via photopin (license)
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Mi spiega che all’inizio il proprietario del servizio aveva cercato di imporre ai dipendenti il porto di una divisa bianca e di un cappello da chef. “E’ durata forse una settimana poi nessuno le portava più, i clienti stessi ci ridevano in faccia: loro mica chiamano per ordinare delicatessen, la gente che ci contatta vuole bere, e bere pesante fino all’alba”.

Il servizio chiude alle 05,30 quando aprono i primi forni. Le ordinazioni provengono quasi tutte dal centro. “Almeno una volta a notte ricevo ordinazioni da stranieri con accento dell’est e con l’appartamento in centro. Ordinano di solito champagne e whisky. Si tratta quasi sempre di ricchi malvissuti dell’est Europa di 50-60 anni, con almeno due donne al seguito”. Diego precisa che “sul lavoro non c’e’ posto per i moralismi”, vige al contrario una certa sospensione del giudizio:“L’importante è consegnare le bottiglie, incassare i soldi e alzare i tacchi in fretta”, aggiunge.

Photo credit: CIMG8693 (Large) via photopin (license)
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Le situazioni più frequenti sono anche quelle potenzialmente più critiche. “Sono le feste dei giovani, non i festini dei vecchi che comunque conoscono le regole della notte – afferma Diego – Spesso siamo accolti con eccessivo entusiasmo quando portiamo da bere nelle case dei giovani. Non sei il fattorino della pizza ma quello dell’alcol: sei come l’idolo del momento, quello che risolve e lubrifica le relazioni interpersonali rimaste in sospeso – racconta Diego – Ma ricordo almeno un paio di situazioni sordide se non sinistre con degli studenti”.

Una notte di fine dicembre, con il centro storico deserto e il vento che spazzava via le strade della città, Diego ricevette un’ordinazione da un palazzo nobiliare in zona Sempione. “Salgo le scale. E’ al secondo piano. Arrivato al primo piano sento un urlo di donna, mi fermo un secondo, poi continuo la salita. Ad ogni scalino che salgo le voci e i rumori cominciano a farsi meno indistinti. Attraverso ancora due corridoi stretti e corti. Nell’ultimo corridoio c’è un gatto steso per terra. “Micio, micio”, faccio abbassandomi su di lui per accarezzarlo. La bestia non si muove, la tocco con la punta della scarpa, nessuna reazione: il gatto era morto”.

Photo credit: CIMG1929 via photopin (license)
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Giunto davanti all’abitazione, Diego non è più sicuro di voler terminare la consegna ma trova la porta spalancata. “Era l’appartamento di un gruppo di studenti universitari, c’erano palloncini blu ovunque, poster di eroi rivoluzionari sui muri e dalle casse dell’amplificatore usciva fuori una sorta di death metal industriale”. In un angolo del lungo corridoio che separa il salotto dalle stanze degli studenti, buttata sopra di un materasso, giaceva una ragazza con la bocca semi aperta. “Sembrava dormire profondamente – ricorda – e aveva un filo di saliva che le colava sul petto”.

Preso atto della totale indifferenza dei presenti, lasciando l’edificio, Diego chiamò il 118. “Era un caso estremo, c’era una ragazza che sembrava in pericolo, di solito la notte scorre tranquilla senza dover fare l’eroe”.

Succede però di incontrare un’umanità varia, fuori dalle categorie ordinarie. Recentemente, Diego si è trovato a portare alcolici alla coppia più insolita a cui avesse mai servito da bere:“Un nano biondo, abbronzato e muscoloso in coppia con una giovane transessuale mulatta sudamericana“, precisa Diego. “Arrivai a casa loro una notte intorno alle 04. C’era un’atmosfera morbosa, una vecchia canzone tedesca simile ad un inno militare suonava in sottofondo, le pareti dell’appartamento erano di colore rosso-pompeiano, sopra di esse c’erano dei disegni di priapi e fauni in atti privati. Sul muro c’erano anche delle svastiche gialle”. Era l’alcova di un nano nazista bisessuale, una tipologia umana di cui Diego ignorava l’esistenza, una combinazione così improbabile da non sembrare vera. “Dopo aver consegnato champagne e whisky, il nano mi invitò a restare. Mi chiese se fossi a conoscenza degli esperimenti che Hitler aveva fatto sui nani negli anni ’40. Voleva solo parlare, probabilmente”.

Photo credit: saturday2 via photopin (license)
Photo credit: saturday2 via photopin (license)

Dopo aver servito i clienti Diego risale in macchina e torna al magazzino. Fra una chiamata e l’altra non medita sulle “sliding doors” del destino né si interroga sulle stranezze delle “vite degli altri” che incrocia. Si beve una birra, invece, e si fa una canna. Guarda il televisore steso sul divano prima di ripartire per una nuova ordinazione, schizzando con la sua Fiat Punto bianca nella notte per servire un nuovo cliente e invadere per un attimo la sua dimensione più intima.

Secondo uno dei gestori di Taxibar Milano, una delle principali aziende del settore, il servizio nasce come delivery notturno “per servire tutti coloro che non possono usufruire, nella propria quotidianità, delle attività commerciali convenzionali aperte di giorno. Non mancano infatti fra i nostri clienti avvocati, manager e grandi professionisti che lavorano la notte, con dei particolari ritmi e stili di vita”.

Sarà così ma nella sua esperienza di fattorino Diego ha raramente servito grandi avvocati a corto di bourbon e sigari. Le ordinazioni più comuni sono il whisky e il rum, seguono le birre e il vino, e infine lo champagne che, a 100 euro a bottiglia, è ordinato in prevalenza dai clienti più anziani e facoltosi. Lo zoccolo duro dei clienti di Diego è composto da giovani, studenti o professionisti dai 25 ai 40 anni, seguono poi i ricchi stranieri superanti la mezza età e i turisti, infine alcuni rari clienti fissi costretti a casa per disabilità motorie.
Oltre a queste categorie, c’è virtualmente tutta l’umanità con i suoi infiniti incroci: c’è chi nasconde e pianifica avventure sessuali promiscue, chi vive paradossi porno-nazisti, chi invece è giovane e ricco a Milano e al posto di lanciare sassi dal cavalcavia improvvisa festini selvaggi fuori orario o chi ancora decide semplicemente di “andare fino in fondo” per quella notte chiedendo a se stesso di superarsi.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Final via photopin (license).

Stato d’assedio permanente

Le storie degli scemi di guerra, i soldati della prima guerra mondiale sconvolti dalla violenza del fronte. Passavano dalla trincea al letto del manicomio. Ma la guerra per loro continuava.

Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.

Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

[quote_center]“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.[/quote_center]

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

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(Scusa e buona lettura)

Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

L’eclissi sacra dei Musulmani

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

eclissi_cinaGli astri si sono incrociati la mattina del 20 marzo, nel giorno dell’equinozio di Primavera, per il grande spettacolo dell’eclissi solare. La luna si è sovrapposta al sole per un paio di ore e ha proiettato la sua ombra sulla Terra. Alle nostre latitudini, l’eclissi ha prodotto un oscuramento parziale del 65%. Il calo di luce è stato graduale, con l’apice intorno alle 10:30. Una luce crepuscolare ha illuminato la mattinata e allungato le ombre per alcune decine di minuti.

Quello che oggi è un fenomeno astronomico ampiamente studiato dalla scienza, tanto da rendere possibile previsioni così esatte, era un tempo un evento che terrorizzava i nostri antenati. La luce del tramonto di mattina, le tenebre di giorno, il “Sole nero” offuscato dalla luna sono stati per millenni un mistero per l’uomo. Spesso al centro di superstizioni e credenze, i popoli antichi pensavano fosse causata da demoni e animali che divoravano l’astro, o dal furto di luce ordito da qualche divinità.

Per molte culture l’eclisse era associata ad un evento premonitore nefasto, sinonimo di morte e di cattivi presagi. Altre, come quella cinese, esorcizzavano il momento dell’eclissi battendo sui tamburi e producendo un tale fracasso da spaventare mostruose figure mitologiche ritenute responsabili dell’oscuramento del sole, a sua volta associato alla vita. E mentre non vi è menzione del fenomeno nei Testi Sacri di Cristiani e Ebraici, in altre civiltà come in quella musulmana, l’eclissi viene descritta, contestualizzata e ridimensionata.

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Per i Musulmani l’eclisse non preannuncia nessuna catastrofe né viene contemplata con misticismo. E’ una manifestazione dell’esistenza di Dio che viene celebrata con una preghiera ad hoc: la “Salat al-kusuf”. “La preghiera dell’eclissi” è considerata un’orazione supererogatoria, quindi non obbligatoria ma fortemente consigliata in base alla Tradizione profetica.

Per seguire questo rito collettivo siamo andati a Piacenza dove si trova uno dei centri islamici meglio strutturati del territorio lombardo-emiliano. Fra centri culturali e semplici sale di preghiera esistono 770 luoghi di culto islamico in Italia. Dopo la Lombardia (130 centri), l’Emilia Romagna è la seconda regione per numero di luoghi di culto islamici con 112 edifici adibiti a sale di preghiera o a centri culturali. Con 1,4 milioni di fedeli, i musulmani rappresentano la seconda religione del paese e d’Europa.

Dal 2012 la Comunità Islamica di Piacenza e provincia ha la sua sede in un ampio edificio di recente ristrutturazione capace di accogliere almeno 2000 persone. Il Centro è una struttura polifunzionale, articolata in sale di preghiera, stanze per le riunioni, spazi per i giovani, aule per corsi di formazione e di lingua, oltre a un grande giardino con fontana in stile arabo-islamico. Anche la scala anti-incendio di acciaio è stilizzata a minareto.

Oggi il Centro della Comunità Islamica di Piacenza è uno dei complessi islamici più importanti e meglio organizzati d’Italia settentrionale, punto di riferimento per gli oltre 20mila Musulmani residenti sul territorio piacentino. I Musulmani locali hanno una pagina Facebook e un canale youtube sempre aggiornato. “La preghiera dell’eclissi” è stata pubblicizzata sui social network e attraverso la stampa locale.

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Incontriamo Abdelrahman, il giovane custode marocchino del Centro che ci accompagna all’interno dell’edificio dove già una decina di fedeli sono raccolti in preghiera. Sono quasi le 10 e la luce comincia lentamente a calare. “In teoria si inizia a pregare in congregazione appena comincia l’oscuramento del sole e la funzione termina solo quando la luce torna splendere con il sermone conclusivo dell’imam”, puntualizza Abdelrahman.

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Il termine arabo “Imam” significava in origine “Colui che sta davanti”, in epoca preislamica indicava le persone che guidavano le carovane nei lunghi viaggi attraverso il deserto. Nell’Islam classico è colui che dirige la preghiera, esperto in materie religiose. Nell’Islam europeo l’imam è spesso una figura che assume un ruolo più ampio. E’ considerato la guida, il rappresentante e il portavoce della comunità. L’imam di Piacenza è un signore di circa 35 anni, di origine egiziana, con un lunga barba scura e riccia. Si chiama Mohamed Salah: “Le popolazioni pre-islamiche associavano il fenomeno dell’eclissi alla morte o alla nascita di una persona importante – spiega l’Imam – Questa credenza venne corretta dal Profeta Mohamed. Come le altre manifestazioni della natura l’eclissi è un segno di Allah”.

La “razionalizzazione religiosa” dell’eclissi aveva un’origine senza dubbio funzionale alla professione monoteista islamica: combattere l’idolatria e arginare la superstizione che un evento straordinario come l’eclissi aveva fino ad allora generato presso i popoli arabi pagani. Quest’inquadramento religioso della Natura fu senz’altro utile anche a placare i sentimenti di panico e sgomento che un eclissi poteva suscitare presso le popolazioni dell’epoca, esortate invece a pregare.

Ma secondo la Tradizione profetica l’Islam si spinge oltre. “Cominciamo per dire che tutto quello che avviene nell’universo avviene per decreto di Allah: sole e luna, luce e tenebre sono solo dei segni di Dio”, spiega “Sheykh” Abdu r Rahman Pasquini, una delle figure più autorevoli dell’Islam in Italia. Convertitosi verso la fine degli anni ’60, mentre i suoi coetanei pensavano a protestare contro la società dei loro padri, lo “sceicco” fondava a Milano la prima organizzazione giovanile musulmana militante: “Presenza Islamica”. E’ stato in seguito co-fondatore e Imam della Moschea del Misericordioso (conosciuta volgarmente anche come “moschea di Segrate”), una delle rare moschee vere e proprie della Penisola e dirige attualmente una casa editrice denominata “Edizioni del Calamo”. Lo sceicco Pasquini è spesso ospite dei convegni organizzati dal Centro Islamico di Piacenza in veste di predicatore.

Secondo alcune “sunna”, i detti e i comportamenti del Profeta Mohamed, fonti della teologia e del diritto islamico, è proprio durante un’eclissi che Ibrahim, uno dei figli del Profeta Mohamed, morì. Il popolo associò subito la morte del figlio dell’amato Profeta all’eclissi. “Dovette intervenire Mohamed stesso – spiega lo sceicco Pasquini – pronunciando la seguente frase :”Invero il sole e la luna non si eclissano né per la morte né per la nascita di alcuno, bensì sono due tra i segni di Allâh: quando assistete alle loro eclissi, alzatevi ed assolvete all’orazione”. Quest’invito alla preghiera, davanti a un evento che poteva turbare i primi musulmani minandone la fede, era ed è preso alla lettera per tutti coloro che seguono idealmente la “imitatio muhammadi”, la via del comportamento del Profeta Mohamed.

Alle 10:30 arriva il picco dell’eclissi. Decine di fedeli pregano in fila in silenzio. “Attraverso l’eclissi Allah vuol ricordare ai fedeli la sua onnipotenza e la loro condizione di creature tenute a dare conto a Dio nel Giorno del Giudizio. Facendo calare le tenebre di giorno, Allah induce i fedeli a celebrare la sua grandezza e a temerlo, questo è il vero motivo della salat al-kusuf”, dice lo sceicco.

Poco prima di mezzogiorno la luce torna a spledere e i fedeli che hanno eseguito la “Salat al-kusuf” si mescolano a quelli accorsi per la preghiera del mezzogiorno di venerdì, l’orazione canonica più importante. Incontriamo alcuni giovani per i quali la “preghiera dell’eclissi” è semplicemente raccomandata dalla Tradizione e quindi da eseguire senza porsi troppe domande.

”Il Corano parla delle eclissi solari e lunari come di tanti altri fenomeni naturali che troveranno poi una loro dimensione scientifica solo in epoca contemporanea, ossia ben 1400 anni dopo essere stati rivelati” commenta lo sceicco Paquini. Secondo i Musulmani, il versetto 33 della XXI sura del Corano anticiperebbe la formulazione di alcune teorie astrofisiche sul moto dei pianeti. Il versetto recita: “Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno, il sole e la luna: ciascuno naviga alla sua orbita”. Un versetto che secondo gli studiosi islamici testimonierebbe di un fatto essenziale scoperto dall’astronomia moderna, cioè l’esistenza di diverse orbite per ogni corpo celeste, con delle caratteristiche di moto proprie.

Per la prossima eclissi bisognerà aspettare almeno 10 anni. Comunque vada, i veri Musulmani la celebreranno con una preghiera che assomiglia più a una fredda esecuzione di inchini e prostrazioni che a un raccoglimento comunitario sentito e condiviso. Così, mentre bisognerà aspettare il 2027 per ammirare una nuova eclissi, benché ancora parziale, saremo sempre sicuri che ci saranno i Musulmani a relativizzare il fenomeno, suggerendoci:”Niente paura, è solo la Natura, è solo Dio”.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Eclypse via photopin (license).

Evento Converso: “Perché Wikipedia vorrebbe dominare il mondo”

Il manifesto del prossimo evento organizzato da Converso nel nostro spazio di via Carteria 104 a Modena. Una serata wikipediana con Andrea Zanni, presidente di Wikimedia italia, Beppe Cottafavi,editor di Mondadori e Giulio Blasi, MediaLibraryOnLine.

Qui la nostra intervista ad Andrea Zanni.

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Qui la versione in high res del manifesto.

Sindacato, dove sei?

Il sindacato è ancora in grado di rinnovarsi rispetto al modo in cui cambia il mondo del lavoro? Conversazione con Donato Pivanti, ex segretario della Cgil di Modena.

di Anna Ferri

Per i trentenni di oggi il sindacato è un’istituzione novecentesca che non li rappresenta. A dirlo sono anche i numeri: solo l’1,1% degli iscritti alla Cgil sono “lavoratori atipici”, precari, mentre la percentuale più alta è rappresentata dai pensionati. Il sindacato è finito? “Non ancora ma non è detto che vivrà in eterno”, spiega Donato Pivanti, che alla Cgil ci ha passato trent’anni: “Manca una cultura del lavoro anche da parte della politica e il dibattito è affidato alla disperazione. O ci si rinnova o si muore”.

Avere trent’anni oggi significa, tra le altre cose, non capire bene che cosa voglia dire essere iscritti a un sindacato. Anzi, per molti è solo un’istituzione novecentesca che oggi, rispetto alla precarietà, non ha nessun tipo di rappresentanza e anzi è piuttosto inutile. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Che il sindacato necessiti di un restyling è fuori da ogni dubbio, lo ammettono anche loro e questo – come si dice – è il primo passo per migliorarsi. Come ci spiega uno che alla Cgil ci ha passato la vita, l’ex segretario modenese Donato Pivanti, “c’è un problema di linguaggio ma non si può risolvere tutto con un tweet. Manca la cultura del lavoro e il dibattito è lasciato alla pancia e alla disperazione”. Perché non importa quale tipo di contratto avremo da domani, se a tutele crescenti o decrescenti, se avrà sigle ridicole oppure sarà miracolosamente perfetto: se i lavoratori non potranno organizzarsi o avranno paura di lottare insieme per difendere i propri diritti, allora non avrà perso solo il sindacato ma avremo perso tutti noi.

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Donato Pivanti è in pensione da un paio di anni, dopo aver guidato la Cgil modenese, dove è entrato nel 1977, quando il mondo era completamente diverso e il sindacato era reduce di grandi vittorie tra cui lo Statuto dei lavoratori che, come disse Vittorio Foa, fece varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche, ma anche di grossi lutti, come la morte di Guido Rossa, il sindacalista che denunciò la presenza dei brigatisti all’Ansaldo di Genova e per questo venne barbaramente ucciso. Nel 1980 ci sarebbe stata la vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila per le strade di Torino e la rottura definitiva tra Cgil, Cisl e Uil. Nonostante tutto, però, quelli erano anni dove c’era un riferimento politico sul tema del lavoro, “nella stessa DC un’area guardava al mondo del lavoro e c’era l’idea che fosse un pezzo fondamentale su cui costruire una società, mentre oggi – spiega Pivanti – non è più così e la prova è il Job Act: l’attacco all’articolo 18 e le tutele crescenti sono un chiaro segnale che la priorità viene data all’impresa, che sostiene che gli investimenti siano legati alla possibilità di licenziare”.

Però, se proprio vogliamo essere precisi, l’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori e per molti è una battaglia che il sindacato porta avanti più per ideologia che per reale necessità. Pivanti ci guarda fisso negli occhi un lunghissimo secondo: “Se un precario, un co.co.co o una partita Iva mi dice cosa me ne frega dell’articolo 18 lo capisco, anche se non condivido il ragionamento, ma chi a fatto la legge non può usare lo stato di queste persone come scusa per togliere un diritto”. In effetti è una cosa un po’ strana: perché togliere l’articolo 18 che tutela ormai pochi ma è frutto comunque di una lunga battaglia per i diritti dei lavoratori? Dall’altra parte il sindacato non dovrebbe aiutare ad arginare i furbetti? E soprattutto, licenziare oggi è davvero così difficile? “Ci sono dei percorsi da seguire: contestazioni, richiami, multe, fino a lasciare a casa una persona. I furbetti si possono tenere sotto controllo ma nel rispetto delle regole: se uno è davvero malato non può deciderlo l’azienda o il sindacato, per quello c’è il medico. Poi è chiaro che anche il medico deve essere controllato”. Pivanti un po’ si scalda e ci dice che ok, se un lavoratore sbaglia paga ma se a sbagliare è l’imprenditore cosa succede? Nulla, a meno che non fallisca. “Una cosa incredibile – conclude – se pensiamo che nella Costituzione c’è scritto che l’impresa deve svolgere un ruolo sociale”.

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Il punto, in fondo, è proprio questo: l’impresa oggi svolge un ruolo sociale? Il lavoro è al centro dell’agenda politica? La risposta è un secco e triste “no”. “Oggi il lavoro viene visto come una variabile, una merce. Si è affermato il pensiero liberista e tutto si è trasformato in politiche giocate sulla competitività dei diritti, sul costo del lavoro e sulla precarizzazione”. In tutto questo, però, non si può negare che il sindacato viva una fase di difficoltà: come si dice, o ci si rinnova o si muore. “Dopo una crisi come questa, che dura da sette anni, il solo fatto che esista ancora un sindacato confederale è di grande rilevanza ma questo non vuol dire che vivrà all’infinito. Bisogna capire che cosa succede in Europa e ci si deve impegnare per una politica sociale ed economica diversa e non incentrata sulla riduzione dei diritti. Non possiamo limitarci a denunciare la precarizzazione a vita ma dobbiamo proporre una sfida: se siamo meno forti nei luoghi di lavoro allora dobbiamo parlare alla gente fuori e spiegare che il modello sociale che ci viene proposta – meno diritti, meno salari e relativo impoverimento – è drammatico perché si riducono i sogni: i figli degli operari e impiegati difficilmente avranno accesso all’università perché studiare è costoso e l’ingresso nel mondo del lavoro non è giocato sul merito ma sulla disponibilità”. Insomma, chi crede che il ruolo del sindacato sia solo quello di difendere il lavoratore licenziato senza giusta causa si sbaglia di grosso. Il lavoro ha conseguenze enormi sulla nostra tenuta sociale e sulla qualità delle nostre vite. Un esempio su tutti: senza la possibilità di organizzarsi e quindi di lottare in gruppo, chi avrebbe più il coraggio di denunciare il lavoro nero o fare uno sciopero? Nessuno. Perché chi lo fa sa già che perderebbe il lavoro e di conseguenze si cancella con un colpo di spugna la battaglia per la legalità e i diritti.

Chi c’è oggi nel sindacato? Il primo pensiero è che l’età media sia molto alta: i giovani quando va bene sono precari e quindi si sentono poco rappresentati e il primo pensiero è che i tesserati siano soprattutto quelli della generazione dei padri dei famosi trentenni che non sanno cosa significa farne parte. Pivanti ci frena e dice che a Modena, per esempio, c’è una minore incidenza di pensionati rispetto alle altre realtà. Chiediamo i numeri e lui li snocciola veloce: 52% pensionati e 48% lavoratori attivi e precari. Praticamente la metà e quindi va un po’ a sentimento valutare se è buono o no. Noi siamo più propensi verso il no – soprattutto se pensiamo che Modena è considerata una realtà dove i pensionati incidono relativamente rispetto ad altre città – e chiediamo all’ex segretario se non si rischia di trasformare la Cgil in un sindacato di anziani. Pivanti ci risponde che anche se per una fase intermedia fosse così non sarebbe una tragedia. Perché? “Perché il sindacato vive di contributi volontari e quindi muore nel momento in cui vengono a mancare le risorse economiche”. Niente iscritti, niente sindacato.

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Ci stiamo per salutare e chiediamo quale sia stato, secondo lui, l’errore più grosso fatto dalla Cgil. Pivanti si risiede e noi capiamo che forse la lista è più lunga del previsto. Il primo che ci cita è il non aver completato il dibattito sui modelli delle relazioni industriali come quello tedesco, dove però – ci tiene a precisare – il sindacato è uno solo. Il secondo è legato al rischio della settorialità: operai, impiegati e tecnici curano i propri interessi senza guardare il quadro complessivo e questo rende difficile intervenire sulle condizioni di lavoro, con conseguenze anche sulla competitività aziendale. “Perdere questo – dice Pivanti – significa perdere un pezzo della ragione per cui siamo nati”. Siamo sulla porta per salutarci e si gira di colpo: “C’è anche la questione Fornero. Lo sciopero di tre ore non è stata una risposta adeguata, non ce l’avremmo fatta lo stesso ma siamo stati deboli. Berluscono si era dimesso e le otto ore di sciopero non sarebbero state comprese”. E allora perché è un errore? “Perché avremmo avuto la possibilità di rispondere a Renzi quando dice il sindacato dov’era per la legge Fornero a avremmo costretto le forze politiche a mettere il tema nel programma. Questa è l’idea di cosa serve a volte uno sciopero: non solo una testimonianza ma anche il far presente un problema e costringerli a non ignorarlo”. Lo guardiamo andare via e pensiamo che forse il senso di avere la tessera del sindacato in tasca è un po’ anche questo: costringerli – e qui immaginiamo che si riferisca a politici, economisti e imprenditori – a non ignorare che il lavoro è un diritto.

Anna Ferri

Immagine di copertina, rielaborazione da uno scatto di Slaust.

Un sabato qualunque, un sabato americano

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Avevo due obiettivi sabato sera: capire finalmente le regole del football americano e fare un video sulla prima partita dei Vipers in casa.

Non ci troviamo in America, ma poco fuori Modena, più precisamente nei campi della Polisportiva Saliceta San Giuliano. Qua si svolgerà tra poco il derby emiliano del campionato nazionale di football americano: i Vipers contro i Knights di San Giovanni in Persiceto, Bologna. Le vipere contro i cavalieri.

La partita è importante per vari motivi. Intanto perché è un derby, cosa che ai non sportivi non fa né caldo né freddo, ma per chi ci crede il derby non è mai una partita come le altre. E poi perché, oltre a essere la seconda partita che i Vipers di Modena giocano in assoluto, è anche la prima che giocano in casa. Quella precedente, a Piacenza, l’hanno persa, risultato prevedibile per una squadra nata da poco. Anzi, rinata.

I Vipers di Modena infatti sono nati per la prima volta negli anni ’80. Giocavano già in questi campi di Saliceta San Giuliano anche se – ci spiegano – quelli di oggi sono sintetici e sono molto meglio di quelli dove giocavano all’epoca.

I primi Vipers, 1988
I primi Vipers, 1988

Il football americano in Italia si è diffuso e ha avuto successo più o meno a metà degli anni ’80. Anche se era già approdato in Italia molto tempo prima: durante la seconda guerra mondiale il gioco americano per eccellenza era arrivato qua assieme alle truppe alleate e si parla di una storica partita a Bari nel 1944, anche se in una versione particolare dato che, per ovvi motivi, le due squadre non erano in grado di procurarsi le protezioni necessarie per giocare come si deve.

Se poi è arrivato a Modena si deve anche alla televisione. Il primo nucleo dei Vipers era formato soprattutto da spettatori di partite di football, gente che ai tortellini probabilmente preferiva un hamburger. “Ero appassionato delle cronache di Guido Bagatta su Canale 5” spiega Paolo Battaglia, che giocò con i Vipers in serie A e che oggi è tra i dirigenti della nuova squadra.

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Bagatta, popolare giornalista sportivo, nonché volto ma soprattutto voce televisiva, è un nome famigliare a tutti i non appassionati di calcio in Italia. Quei pazzi che, mentre tutti gli altri seguivano il Milan e la Juventus, sapevano tutto del Superbowl o dell’Nba. Quelli che rimpiangevano di essere nati qua, quelli che avrebbero voluto avere un papà che li portava a vedere le partite dei Lakers, dei New York Yankees o dei Dallas Cowboys. Insomma tutto, ma il calcio no. Gente nata nel continente sbagliato.

E fu così che soprattutto negli anni ’90 c’era chi abitava a Barletta, a Treviso, a Catania o a Oristano, che parlava di touchdown, regular season, shooting guard e così via, mentre gli altri li guardavano e scuotevano la testa con compassione, per poi tornare a completare il fantacalcio e altre cose più serie.

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In Italia il football americano è rimasto uno sport di nicchia. Per capirci, secondo dati Coni-Istat (Coni – Lo sport in Italia, 2014), gli atleti tesserati che in Italia giocano a calcio sono 1.098.450. Più di un milione. I tesserati del bridge sono 22mila, quelli del rugby 76mila. I tesserati alla Federazione italiana di American Football invece sono circa 5mila. Parliamo quindi di uno sport praticato da un manipolo di appassionati.

Steve Cavazzuti, oggi coach e general manager dei rinati Vipers, come Battaglia faceva parte della formazione originale anni ’80/90 e col football giocato ha smesso solo qualche anno fa. Ora è a guida del gruppo degli ex giocatori che vogliono formare le nuove leve modenesi del football americano. Il primo obiettivo, già raggiunto, era trovare un numero sufficiente di ragazzi. Infatti le squadre di football americano sono composte da 40, 50 o anche 60 giocatori. I Vipers, rinati nel maggio dell’anno scorso, si allenano duramente da settembre. Ma è solo oggi, sabato 14 marzo 2015, che giocano per la prima volta nel loro campo di Saliceta. Sono in 40, e di questi solo 3 avevano già giocato a football.

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Durante il riscaldamento parliamo con alcuni dei ragazzi. Riccardo, votato come giocatore migliore nella partita precedente, in passato giocava a pallavolo, ma ora trova molto più divertente il football americano. Mi mostra tutte le protezioni che indossa, scopro che le chiamano casco e armatura, come i cavalieri medievali. Scopro che la conchiglia, cioè la protezione per i genitali, non la porta nessuno, anzi è sconsigliata. Scopro anche che il football è uno sport più di impatto che di contatto. Ovvero che sono frequenti le collisioni. Ovvero, come spiega il dizionario, “urti e incontri più o meno violenti di un corpo con una superficie”. Nel nostro caso la superficie è rappresentata da un altro corpo umano con armature e occhi che ti fissano sotto il casco di protezione (ma niente conchiglia).

Tendenzialmente siamo portati a evitare in ogni modo possibile di impattare contro qualcosa o qualcuno. In questo tipo di giochi invece è quasi certo che capiterà. Ecco perché sul casco non ha risparmiato nessuno: può costare anche 400 euro. “Ma dopotutto ci devi mettere dentro la testa” mi spiegano. In effetti, memori del nostro viaggio nel mondo della traumatologia sportiva, concordiamo che su certe cose sia meglio non risparmiare.

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Parliamo anche con il quarterback dei Vipers, cioè il lanciatore, uno dei ruoli più importanti all’interno della squadra. E’ il capo dell’attacco, cioè quello che chiama gli schemi. In pratica l’allenatore da bordo campo gli dice i numeri relativi agli schemi imparati (circa 80) e il quarterback deve applicarli. E qua già iniziamo ad addentrarci nell’insidioso terreno delle regole del football.

Ammettiamolo: non sappiamo assolutamente come si gioca, ed esclusi i giocatori in campo, gli allenatori e i dirigenti ex giocatori, sono poche le persone negli spalti a capirne le regole.

In Italia impari come funziona il fuorigioco nel calcio a 6 o 7 anni, ma capire il football… a world apart, direbbero gli americani. Per ora, per farla breve, diciamo che per certi versi assomiglia al rugby, con alcune fondamentali differenze: la palla si può lanciare anche in avanti e non solo verso l’indietro, il numero di giocatori è diverso, si indossano caschi e protezioni. Maggiori dettagli li vedremo più avanti.

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Dopo il riscaldamento i Vipers entrano in campo. Sono in fila in coppie di due con il quarterback che incita la squadra gridando “cuore e polmoni, ragazzi!”. Qualcuno si dà colpi sul casco, altri insistono sull’importanza della concentrazione con l’aggiunta di qualche parolaccia motivazionale. Poi fanno la loro entrata: corrono sul campo con la bandiera gialla dei Vipers davanti, come dei guerrieri sul campo di battaglia. Niente musica come negli stadi americani, dopotutto siamo pur sempre a Saliceta San Giuliano. Lo spirito però c’è eccome.

Verrebbe da seguirli e unirsi a loro, ma l’assenza della conchiglia continua a preoccuparmi. In più penso di non avere il fisico adatto, né la necessaria convinzione, anche se scopro che questo è in parte un falso mito. Così mi spiegano: “E’ uno degli sport più democratici in assoluto, perché tutti possono giocare. A seconda del fisico hai il ruolo più adatto a te. Non sei grosso? Magari sei veloce. Ci sono molti ruoli specialistici quindi tutti hanno il loro compito all’interno della squadra”.

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Quello che si nota subito guardando la partita è che si tratta di uno sport molto tattico. Spettacolare, sì, ma per pochi istanti.

Apparentemente si svolge così: azioni velocissime e molto brevi. Da lontano non si capisce bene cosa succede. Poi tutti si fermano, come se la scena non fosse venuta bene e il ciak fosse da rifare. E va avanti così per tutta la partita. Ecco perché durano tanto e gli americani l’hanno riempita di attività collaterali: musica, cheerleader, mangiare e bere. In teoria sono 4 quarti da 15 minuti, ma di tempo effettivo giocato. Se aggiungete le continue soste una partita può durare anche più di due ore. Anche a Saliceta ci sono le cheerleader: le sei coraggiose dei Knights, che nonostante il freddo pungente ballano e incitano la squadra per tutta la partita, ma anche quelle chiamate a sostenere i Vipers, le “Quakes Cheer Team La Patria” di Carpi.

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Non capendo del tutto come si svolge il gioco si perde parte dell’emozione e della spettacolarità. Per quanto il paragone può sembrare assurdo, è come guardare una partita di scacchi un po’ più violenta senza però sapere né le regole né cosa rappresentano i singoli pezzi. Vi ritrovereste a tentare di intuire cosa sta succedendo, senza riuscirci. Ecco perché, anche grazie al fatto che la partita è così spezzettata, c’è uno speaker che tenta di spiegare le regole e ogni azione di gioco. La visione della partita dunque non è passiva, ma è un continuo chiedere al vicino di spalti se ha capito cos’è successo, e se è un bene o un male per i Vipers. Cos’è successo? Stiamo vincendo? Sta andando bene?

Elenco brevemente alcune delle cose che ho capito guardando la partita e chiedendo spiegazioni a tutti quelli che avevo intorno: ogni squadra è formata da due squadre, una di attacco e una di difesa. Quella di attacco deve portare avanti la palla fino alla meta. Si procede per yard, unità di misura usata solo negli Usa e dagli inglesi, che corrisponde a quasi un metro (per la precisione a 0,9144 metri).

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Ci sono 4 tentativi a disposizione per superare 10 yard. Se non ci riesci la palla va agli avversari, se ci riesci continui ad avanzare. Si chiama touchdown quando il giocatore entra nell’area di meta ricevendo un passaggio al volo o arrivando di corsa con la palla. Che, tra parentesi, è molto leggera. La squadra di difesa invece ha il compito di fermare l’azione di attacco della squadra avversaria. L’avanzamento avviene tramite gli schemi studiati in precedenza.

Questo credo sia il 10%, e forse non del tutto corretto, delle regole del football americano, o almeno quello che ho capito io. Ora pensate ai vostri amici che si ostinano a non capire la regola del fuorigioco nel calcio e provate pietà per loro.

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Particolare tecnici a parte, un aspetto fondamentale ce l’ha la filosofia di fondo, U.S.A. al 100%, un mix perfetto di individualismo e spirito di squadra.

Non a caso il giovane quarterback, quando sfioriamo vagamente l’argomento comando, risponde immediatamente che qui non c’è un capitano, ma 40 capitani. Ognuno ha il proprio ruolo, ma è il gruppo che conta. Ripenso alle mie poche conoscenze di football americano, ovvero il film “Ogni maledetta domenica”, quando Al Pacino spiega che si combatte centimetro per centimetro, ma soprattutto quando negli spogliatoi, per incitare i suoi giocatori, dice: “Questa è una squadra, signori. E quindi o noi risorgiamo ora come squadra, o moriremo individualmente” .

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Nella versione italiana del film, per evitare di ripetere la parola “team” (squadra) più volte, fanno dire ad Al Pacino – doppiato magistralmente da Giancarlo Giannini – “collettivo”, trasformando il discorso motivazionale negli spogliatoi in una surreale riunione da centro sociale. Ma a parte questi dettagli, la potenza del famoso discorso di “Ogni maledetta domenica” è indubbia, tanto che è diventato uno di quei video che vengono usati nei corsi aziendali per motivare i dipendenti. Tu sei uno e tutto dipende da te, ma tu sei anche parte della squadra.

Nel film, dopo questo discorso, la squadra ovviamente vince. A Saliceta San Giuliano il risultato va com’era previsto: i Vipers perdono il derby, il tabellone – non c’è, ma immaginiamolo – segna 33-7, ma è un risultato migliore di quello che può sembrare. La squadra, soprattutto nella prima parte della partita, ha giocato bene, e fino a un minuto dalla fine della partita era a 21-7, con la possibilità di segnare. Poi è andata com’è andata. Hanno perso. Ma avete presente quando i giocatori a fine partita dicono che quel che conta è aver giocato bene? Beh, è vero.

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Idem per me. Il mio obiettivo era capire le regole del football e fare un video della partita. Delle regole qualcosa l’ho capita. Il video invece non l’ho fatto: tornato a casa ho scoperto di non aver registrato nemmeno un secondo di audio. Durissima lezione. Controllare sempre tutte le impostazioni della videocamera, dieci, cento, mille volte. Diciamo che ho perso come individuo. E non posso manco dire di aver giocato bene. Alla prossima partita.

M.P.

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L’unica realtà è la verità del pulp

Un caso da manuale quello della finta lettera (di vero marketing croosmediale) di un finto marito tradito, pubblicata a tutta pagina – la 24 – sul Corriere della Sera di oggi. E’ ormai praticamente acclarato che si tratti del lancio pubblicitario di una trasmissione di Real Time, Alta Infedeltà, in onda dal 16 marzo prossimo. Per chi si è inventato l’iniziativa convinto di riuscire a innescare un meccanismo virale, mai sicuro per le pensate a tavolino, mission accomplished al 100%. La finta lettera gira da una bacheca all’altra su Facebook e viene commentata da decine di migliaia di persone come fosse vera. A Real Time si staranno sfregando le mani in questo momento. Ma al di là del successo di un’ottima operazione di marketing, sono almeno un altro paio le considerazioni che meritano di esser fatte.

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Prima considerazione. La stampa su carta è ancora percepita come autorevole. Nonostante tutto. Data per morta un giorno sì e l’altro anche, si dimostra invece in grado di attingere alla forza d’inerzia di un’autorevolezza accreditatale in virtù dell’antica massima “verba volant, scripta manent“. E anche se è vero che pure su Internet tutto rimane (anzi, molto più a lungo di quanto ciò sia vero per la carta stampata), il livello complessivo di attendibilità della rete è percepito come basso, quando non nullo.

Internet resta il luogo in cui le parole “volano” e in sostanza ognuno racconta quel che gli pare. Insomma, il valore di marchi storici (nello specifico di oggi, il Corriere) e quel po’ di “sindrome materica” che ognuno di noi conserva dentro di sé (è vero ciò che si tocca, e la carta, appunto, si tocca) hanno ancora il loro bel peso per accalappiar lettori, perfino di fronte a una pagina a pagamento. Per inciso, anche se il dato che siamo riusciti a trovare risale a più di dieci anni fa, un’inserzione a tutta pagina sul Corriere costa più di 100 mila euro. Fosse stata vera la lettera del marito tradito, lo si sarebbe potuto traquillamente definire oltre che cornuto, pure mazziato.

Seconda considerazione. E’ vero: l’influenza della stampa è ancora alta/altissima e in grado di fare opinione e creare consenso. Perfino quando il messaggio trasmesso riporta a chiare lettere trattarsi di “avviso a pagamento”. Mentre scriviamo, anche se da più parti si segnala ormai chiaramente che la lettera è falsa – dopo che nel corso della mattinata moltissime testate online e diverse agenzie l’hanno rilanciata senza alcun approfondimento a riguardo – migliaia di persone continuano a commentarla come fosse vera. E probabilmente, per molti, tale rimarrà anche in futuro.

Il che porta alla seconda considerazione: che tipo di informazioni la carta stampata, e la stampa in generale, riesce ancora a trasmettere raggiungendo via web una quantità tale di persone da farle diventare “opinione comune”? La risposta è semplice: quelle con un tasso più o meno elevato di contenuto pulp. Che si tratti del finto ex marito cornuto (variante pecoreccia), o delle favole più truci che a getto continuo la stampa italiana inventa sull’Isis o sulla Corea del Nord, poco cambia. In tutti i casi, bene non siamo messi. Sia su carta che sul web.

Leggi anche: L’arte italiana di inventarsi le notizie.

Aggiornamento del 14 marzo. Per i tanti che ancora ne discutono e credono alla veridicità della lettera, è arrivata la risposta di Lucia (non sul Corriere, privata)

Lucia

Senza mai perdere la frivolezza

L’8 marzo di cento anni fa celebrato, a suo modo, da una gran donna.

Metti un’aristocratica cinquantenne newyorkese, scrittrice e giornalista, ex moglie di un banchiere bostoniano, a inzuppare la punta dell’ombrellino nel fango di una trincea francese. Mettile in mano una penna e falle raccontare il primo conflitto mondiale con gli occhi di una donna, una delle pochissime reporter ammesse al fronte. Risultato? La guerra non è mai stata così frivola. E agghiacciante.

Edith Wharton, resa celebre da romanzo “L’età dell’innocenza” Premio Pulitzer nel 1921, il primo agosto del 1914 è a Parigi e osserva dalle finestre di un ristorante di Rue Royale la mobilitazione gioiosa dei soldati francesi che vanno insieme alla guerra lampo, alla guerra giusta, senza il minimo sospetto della tragedia che li aspetta sul campo. “Tutto pareva strano, minaccioso, irreale, come il riverbero giallo che precede una tempesta. C’erano momenti in cui mi pareva di essere morta, e di essermi svegliata in un mondo sconosciuto. Ed era così. Due giorni dopo fu dichiarata la guerra”, ricorda nella sua autobiografia “Uno sguardo indietro“. “I Viaggi al fronte“, scritti tra febbraio e agosto del 1915, sono invece i suoi diari di guerra che raccolgono gli articoli scritti per lo storico settimanale americano The Saturday Evening Post.

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Come giornalista, è definita con disprezzo dai colleghi maschi un’amazzone perversa capace, secondo loro, di andare solo a caccia di emozioni. Ma, mentre i resoconti maschili sono infarciti di carica ottimistica ed eroica, questa donna non ha alcuna intenzione di nascondere l’orrore. Pur non essendo avulsa da un certo tipo di propaganda, ottiene infatti il permesso di andare al fronte allo scopo preciso di sfruttare la solida reputazione di scrittrice per il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica americana a favore della causa francese, restituisce una visione onesta in opposizione alla solita retorica bellica. Nel suo viaggio in Lorena, ad esempio, la città di Gerbéviller le appare “l’immagine clamorosa della distruzione”, come se “le sue rovine siano state vomitate dagli abissi e simultaneamente scagliate dal cielo”.

Oppure quando descrive il cadavere violato di una vecchia caduta nel suo giardino di gigli perché attirata dalle urla del figlio morente. La guerra è una “scelta insensata” e i soldati nelle trincee sono “traumatizzati, distrutti, congelati, resi sordi e mezzo paralizzati”. Raccontare la guerra, ambito narrativo della tradizione maschile, per la Wharton ha la funzione di autoterapia, aiuta a liberarsi dall’angoscia e dallo sgomento. Ma lei non si limita a questo. Visita gli ospedali militari vicino al fronte e organizza, fin dal 1914, un’intensa attività umanitaria relativa a soccorsi, raccolta fondi, creazione di laboratori di cucito per donne prive di mezzi di sussistenza. Per questo suo impegno sarà premiata con la Legion d’onore nel 1916, mai riconosciuta prima a una donna straniera.

Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell'esercito. Fonte:  France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker
Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell’esercito. Fonte: France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker

Diversamente, la stampa ufficiale, soprattutto quando le cose al fronte peggioravano per una parte o per l’altra, era sottoposta ad una rigida censura sulle notizie, spesso necessaria ad coprire errori strategici o anche politici. Erano banditi i commenti ostili al governo o all’alto comando dell’esercito, erano fatti sparire gli elenchi di morti e feriti, lasciando le famiglie nella disperazione del dubbio. Come racconta Max Hastings nel saggio “Catastrofe 1914“, il giornale Homme Libre venne chiuso per una settimana perché aveva denunciato il trattamento brutale dei soldati feriti. Le ultime ricerche hanno persino dimostrato che quasi tutte le nazioni, per scagionare se stesse e accusare il colpevole di averle aggredite, distrussero la documentazione sul proprio ruolo in guerra o ne crearono una fittizia. Non esistono, ad oggi, due libri che concordino sul numero dei morti.

No alle pagine femminili, no alla cronaca mondana, dunque, sì alla cronaca bellica sul campo. Ma pur di donna si tratta. Così, Edith Wharton non rinuncia a qualche vezzo glamour. Camicetta bianca, scarpette eleganti, cappello e guanti: la mise in cui è ritratta in una foto del 1916 deve apparire ben strana sul campo di battaglia. E poi l’attenzione alla bellezza che la guerra non può distruggere. Parigi è ancora più bella, resa deserta dalla partenza dei soldati e dall’assenza di traffico. Le strade sono silenziose e lasciano spazio a tranquille camminate estive. “Parigi non aveva mai visto pomeriggi grigio-azzurri tanto delicati” e “mai una luna così magnifica era cresciuta nel corso di serate tanto perfette”. La Senna contribuiva all’accrescimento misterioso della bellezza della città.

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Edit Wharton

Certo si vive sotto la legge marziale, ma nella Ville lumière per una come la Wharton non ci sono poi problemi più gravi che trovare un ristorante che sia aperto e che offra un servizio efficiente. Soprattutto se sa reinventarsi con l’ironico e disperato nome: “Al Ristorante delle rovine”. Quando nella città si riaccendono dei lampi di vita e i boulevard ritrovano le gambe festose dei passanti, completamente cessato il traffico su ruote, l’attenzione della Wharton non può non soffermarsi sui cani che le donne portano con sé, “comodamente sistemati nella piega del braccio”, con la “tranquilla consapevolezza del cane parigino”. Senza tralasciare il fatto che, nelle uniformi dell’esercito francese, “non esiste sfumatura di azzurro che passi davvero inosservata” se messa a confronto con le nuove stridenti “tinte ardesia”.

È la nobildonna alla moda, è l’esperta di design, è l’amante dei cagnolini a parlare, ma è anche una donna che non ha distolto gli occhi e l’animo dal dolore.
Senza mai perdere la frivolezza.

Nelle acque italiane più pesticidi che pesci

L’ultimo Rapporto nazionale dei pesticidi nelle acque ne rileva la presenza di 175 tipi diversi, più di quante siano le specie di pesci che abitano i nostri fiumi e laghi.

Ho passato la maggior parte della mia vita in luoghi incantevoli. Quelli conosciuti nel mondo come le colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene. Certe mattine, percorrendo la provinciale 36 tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene, la nebbia fitta ricopriva il terreno lasciando alla vista solo i cocuzzoli dei rilievi collinari, simili a un arcipelago perso in un mare morbido e bianco. Dietro l’incanto però, si nasconde una realtà decisamente meno fascinosa. Oltre a produrre il buonissimo Prosecco, che da autoctono non posso non amare, i vigneti abbarbicati sulle colline hanno riversato sul terreno tonnellate di veleni infiltrati anche nelle falde acquifere, tanto da costringere i sindaci della zona ad approvare due anni fa un regolamento che stabilisce limiti nell’uso di fitofarmaci ancora più restrittivi rispetto a quelli nazionali .

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Il problema dei pesticidi non riguarda naturalmente solo le colline del Prosecco. Secondo l’edizione 2014 del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Italia è significativamente diminuita la vendita di pesticidi per uso agricolo, ma l’inquinamento è aumentato. Basato sull’analisi di campioni prelevati fino al 2012 in 19 regioni – all’appello mancano Molise e Calabria dalle quali non sono pervenuti i dati – il rapporto rivela la presenza di 175 tipi di pesticidi diversi tra acque sotterranee, meglio note come falde acquifere, e quelle superficiali del territorio (le specie di pesci d’acqua dolce presenti in Italia sono molte di meno).

I dati che seguono, come tutti i dati, sono un po’ aridi, ma vale la pena leggerli con attenzione.

Nelle acque superficiali è stata rilevata una presenza di pesticidi pari al 56,9 per cento, con il 17,2 per cento dei casi in cui la concentrazione di sostanze supera il limite consentito. In quelle sotterranee la percentuale invece è del 31 per cento, il 6,3 per cento delle quali supera i limiti.

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Eppure i dati Istat indicano una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari, passati da 147.771 a 134.242 tonnellate (-9,1%). È diminuita, inoltre, in modo più che proporzionale (-30,2%), la quantità dei prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici) mentre è aumentata quella dei prodotti nocivi. Tuttavia la diminuzione nell’utilizzo non si è tradotta in un calo dell’inquinamento a causa di una serie di fattori che vanno dalla lunga durata di certe molecole nel suolo all’uso di pesticidi anche in ambiti non agricoli.

La contaminazione è più diffusa nelle aree della pianura padano-veneta anche grazie a un monitoraggio più puntuale e completo. D’altra parte, laddove l’efficacia del monitoraggio è migliorata, sono state evidenziate aree di contaminazione significativa anche nel centro-sud.

Da tener presente inoltre, che escluse dal monitoraggio sono le sostanze immesse sul mercato negli ultimi anni. Sono assenti ad esempio il glifosate, un diserbante sistemico fitotossico per tutte le piante, e il metabolita AMPA (acido ammino metil fosfonico) che sono le principali responsabili della non conformità nelle acque superficiali.

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In Emilia, terra dove vivo ora (in pratica sono passato dalla padella veneta alla brace emiliana) nelle acque superficiali si ha la presenza di pesticidi nell’82,8% dei punti e nel 50,3% dei campioni. Complessivamente sono state rinvenute 50 sostanze. Nelle acque sotterranee è stata riscontrata la presenza di residui nel 19,5% dei punti e nel 18,7% dei campioni. Sono state rinvenute 35 sostanze. Il livello di contaminazione è superiore ai limiti di qualità ambientale in 14 punti delle acque superficiali e in 8 punti delle acque sotterranee. Bisogna tuttavia precisare che alla Regione Emilia-Romagna va riconosciuto uno dei livelli più alti di monitoraggio, fattore che incide sui risultati finali. Anche se è un po’ poco per stare allegri.

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Urgente! Il lavoro che attira l’attenzione

Un biglietto con la scritta URGENTE nella portiera della macchina. C’era un numero di telefono: abbiamo chiamato.

Ieri mattina in molte macchine del centro spuntavano questi biglietti gialli con la scritta URGENTE:

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Sono stati inseriti nella portiera in modo che si leggesse solo la parola URGENTE e non il resto. Ne troviamo uno anche sulla nostra macchina e subito pensiamo a qualcosa di brutto: c’è qualcosa da pagare, qualche problema con i vigili, una multa per divieto di sosta, un decreto di espulsione, chissà. Invece no: è un’offerta di lavoro!

Il lavoro in effetti, considerato il tasso di disoccupazione che c’è in Italia, è un tema piuttosto urgente. Quindi, invece di togliere il biglietto, accartocciarlo e buttarlo a terra come fa il nostro vicino di parcheggio, leggiamo attentamente:

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Cinque persone. Che siano serie. Part-time o full-time. Segue nome e numero di telefono. Non viene specificato il tipo di lavoro, per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere una nuova strategia d’assunzione dei servizi segreti.

Ovviamente chiamiamo subito. E’ occupato. Pensiamo: proviamo più tardi, ma 20 secondi dopo lo stesso numero ci richiama. La voce dall’altra parte ci fa diverse domande: di dove sei, che lavoro fai, che età, che lavori hai fatto prima, ecc.

Poi: “Per chiarezza, non c’è uno stipendio fisso eh, il primo passo è acquistare una licenza di vendita che costa 90 euro”.

Ahia.

Capiamo subito. Dopotutto la cosa non è nuova.

Non si guadagna subito, anzi: come prima cosa sei tu che devi spendere. La voce dall’altra parte ci assicura che poi arriveranno “grandi guadagni”, ma noi, come dire, non sentiamo più l’urgenza di essere assunti per questo lavoro.

Durante la telefonata non ci spiega nemmeno di che prodotto si tratta. Glielo chiediamo noi: sono dei “pasti sostitutivi”, integratori, beveroni e pillole, cose di questo tipo.

Quindi prima sganci i 90 euro per la licenza di vendita, poi dovresti crearti un tuo network di vendita, cioè – di solito – appioppare a parenti e amici, praticamente implorandoli, questi prodotti che sostituiscono il pasto e hanno lo scopo di “ottenere una combinazione ottimale di nutrienti”.

Anzi: nella maggior parte dei casi sei tu il cliente di te stesso, sei tu ad acquistare i prodotti (si chiama autoconsumo) pur di mantenere una percentuale sulla vendite.

Era meglio una multa per divieto di sosta. Costa meno.

Da lavoratore a criminale: ascesa, caduta e rinascita di Youssef

Criminali si diventa. Raccontiamo l’ascesa, il declino e la rinascita di un lavoratore che si è stufato di lavorare ed è diventato un delinquente.

di Arthur La Piqûre

Karim ha 38 anni, è marocchino, abita da oltre vent’anni nella zona più problematica di Piacenza, un quadrilatero adiacente alla stazione ferroviaria, chiamato “quartiere Roma”. Non è il Bronx né la periferia londinese. Piacenza conta 100mila abitanti con un 16% di residenti stranieri.

La zona si è guadagnata negli ultimi vent’anni una pessima reputazione legata al traffico di stupefacenti, ai furti, alla prostituzione, alle risse multietniche e alle manifestazioni più evidenti di ubriachezza molesta.

E’ un crocevia di razze concentrate in una manciata di strade: ecuadoriani, peruviani, albanesi, bosniaci, magrebini, cinesi e indo-pakistani. Le ultime due etnie sono in ascesa nel quartiere. Fra call-center, mini-market universali, bar e tavole calde, l’Oriente Estremo regge l’economia del quadrilatero. La strada è sempre stata però dei magrebini, degli slavi e dei latinos. D’estate, chiudendo per un secondo gli occhi e aprendo bene le orecchie si possono udire le melodie della salsa o del rai che escono dalle finestre degli appartamenti del quartiere. Per un attimo sembra di essere a Little Havana o a Casablanca. E invece è Piacenza.

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Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View

E’ in questo quartiere che Youssef si è trasferito nel 2000 da Rabat, la capitale del Marocco. E’ qui che ha conosciuto Esmeralda, la fidanzata ecuadoriana con cui ha diviso un pezzo di clandestinità. “Brava ragazza l’Esmeralda, non ha parlato, è stata poi espulsa, chi l’ha mai più rivista”, ricorda Karim senza nostalgia alcuna.

Karim e io siamo amici di lunga data, è nel “quartiere Roma” che abbiamo conosciuto entrambi Youssef. “Ti ricordi di quando Youssef ha sfondato la sbarra metallica del casello autostradale?”, dice Karim sputacchiando il tabacco della sigaretta rimastogli incollato sulle labbra.
“Certo che mi ricordo, poco più di un gesto dimostrativo”, rispondo sorridendo.
“Il Turco non si fermava davanti a nulla”, ribatte Karim.

Piazzale Roma, Piacenza.
Piazzale Roma, Piacenza. Foto da Google Street view

Il soprannome di Youssef era il Turco. Se lo era guadagnato nel cantiere in cui lavorava per la sua tenacia e la forza fisica: per i magrebini i turchi hanno la fama di essere gente tosta, dura, con un alto grado di sopportazione al dolore.

La prima volta che incontrai Youssef ero in una delle tante taverne del quartiere. Bar senza pretese frequentati solo da migranti, neanche fosse il sud segregazionista americano. Youssef se ne stava seduto al bancone con Esmeralda a sorseggiare una bottiglia di birra formato famiglia. Portava una maglietta dell’Olympique di Marsiglia. Poggiai il braccio sul bancone e ordinai un paio di birre da portar via e un pacchetto di sigarette. Oltre ai bar con la birra a buon mercato, fino al 2007 nel quadrilatero trovavi tutte le maggiori marche di sigarette contrabbandate dai montenegrini che le rivendevano ai locali della zona.

Mentre aspettavo al bancone, Youssef alzò lo sguardo verso di me: non era alla sua prima consumazione, su questo non ci sono dubbi. Aveva gli occhi arrossati mezzi chiusi e biascicava qualcosa sulla qualità delle noccioline. Era appena arrivato in Italia, parlava a fatica. La lingua francese e il calcio ci aiutarono a dialogare. Quasi tutti i magrebini parlano francese e tutti sono appassionati di calcio.

Parlammo per un quarto d’ora della corruzione nel mondo del pallone e sul costo della vita. Mi disse che era arrivato sei mesi prima da Rabat e che aveva subito trovato lavoro in Italia. Era il 2001.

Via Roma, Piacenza
Via Roma, Piacenza. Foto da Google Street View

“A Youssef piaceva lavorare, non era come gli altri”, ricorda Karim. Lavorava in un cantiere in provincia. Ogni mattina sveglia alle 6, pranzo al sacco, settimana di 6 giorni, per uno stipendio di 1200 euro al mese.

Con Youssef cominciammo a frequentarci nei fine settimana. Bevevamo qualche birra insieme, lui mi raccontava del suo paese e dei suoi progetti. “Voglio diventare capocantiere, magari prendermi il diploma da geometra, questo lavoro è duro, non voglio crepare a 50 anni”, mi confessò un giorno. Quella bettola diventò presto il luogo di ritrovo di una piccola comitiva di nordafricani. Dopo qualche mese la polizia chiuse il bar e appose i sigilli. C’era stata una rissa violenta all’interno del locale fra clienti insoddisfatti, un avventore era stato accoltellato.

Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza
Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza. Foto da Google Street View
Durante il controllo e i sopralluoghi delle forze dell’ordine che seguirono venne fuori che il gestore del locale era un ricettatore. In cambio di pochi spicci comprava merce rubata dai ladri e dai tossicodipendenti del circondario: telefoni cellulari, televisori, lettori dvd, navigatori satellitari, orologi, monili. Cambiammo quartier generale per stabilirci in un altro bar poco distante con caratteristiche simili.
Nel 2003 Youssef fu vittima di un incidente sul lavoro. A fine turno, sovrappensiero, levigando una struttura di ferro con della carta vetrata, si era procurato una ferita seria alla mano destra. Uno spigolo gli aveva perforato il guanto e aperto il dorso della mano. Mi chiamò sul cellulare e lo raggiunsi in macchina sul cantiere. Sanguinava copiosamente. Nel cantiere non c’era acqua corrente, solo barili con acqua stagna. Gli altri muratori, quasi tutti bosniaci e macedoni, gli consigliarono di lavarsi la ferita con l’urina. “Amico non è niente, tu non va a ospedale, tu piscia su tua mano subito, vedi che disinfetta ferita, perché c’e’ ammoniaca nel pipì”, disse un suo collega bosniaco.
Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Presi un asciugamano e improvvisai una benda. Lo portai al pronto soccorso. Non avevamo scelta, la ferita era profonda e i punti di sutura inevitabili. Non disse nulla durante il viaggio, né una parola né un lamento. All’entrata, quasi a scusarsi con me, mi guardò negli occhi e mi disse: “Meglio se non entriamo, non ho i documenti, sono clandestino”.

I medici del pronto soccorso non fecere troppe domande. Gli pulirono la ferita e gli praticarono dieci punti di sutura. Al momento di chiedergli il motivo della brutta ferita lui disse che se l’era procurata nel suo garage mentre aggiustava il motorino.

Il giorno dopo Youssef strinse i denti e la benda che gli fasciava la ferita e andò in cantiere puntuale come sempre. Ad aspettarlo c’erano i suoi colleghi e il datore di lavoro, un paffuto cinquantenne nato e cresciuto nella provincia piacentina. Youssef venne licenziato in tronco, senza indennità, senza pietà e senza lamentarsi. Aveva mentito per proteggere il suo lavoro ma il padrone si era spaventato, perché tutti i suoi operai lavoravano in nero.

Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo Karim, quell’episodio condizionò per sempre la vita di Youssef: “Cominciò a non fidarsi degli italiani e a frequentare brutta gente. Prima di allora Youssef non sapeva neanche che cosa fosse la droga”. Fece amicizia con un gruppo di marocchini dediti ad ogni sorta di traffici.

Era il 2004 e si stava compiendo davanti ai miei occhi la trasformazione di Youssef. Da uomo di fatica e immigrato modello, a delinquente, spacciatore e ladro. “Il crimine paga”, pensava. Comincio’ con le biciclette, rubandone una dozzina al mese, di tutti i tipi: da città, da campagna, da corsa, da cross. Ne aveva il garage pieno. Le rubava nella zona della stazione con un suo connazionale proprietario di un furgone nel quale stipavano le biciclette destinate al mercato nero di Lodi. A Lodi rubava altre biciclette che rivendeva sul mercato nero di Piacenza. Poi provò a passare ai furti in appartamento, ma non era molto agile: un ladro che va a sbattere contro i mobili durante i furti notturni non ha molto futuro nel settore. Lasciò perdere.

Trovò infine la sua vocazione nello spaccio al dettaglio di droga. Iniziò con la cannabis. Vendeva hashish a pezzi da 10 euro. Quando si muoveva teneva sempre la pila di tocchi da 10 euro di hashish nel pugno, nel caso ci fossero stati controlli avrebbe potuto liberarsi immediatamente della sostanza lanciandola via. L’idea era poi di andare a riprendersela dopo aver superato le eventuali formalità della polizia. Quando non era in movimento nascondeva le barrette di hashish fra le frasche dei Giardini Margherita, il parco antistante la stazione ferroviaria, epicentro del commercio di stupefacenti di ogni tipo.

Giardini Margherita, Piacenza
Giardini Margherita, Piacenza. Foto da Google Street View

Aveva cominciato a vestirsi diversamente. Con abiti costosi, orologi d’oro, cinture vistose e altre frivolezze. Ormai era l’unico vero momento di integrazione per Youssef: comprare le stesse cose costose dei ricchi bianchi. Anche il tenore di vita di Esmeralda migliorò di colpo. Youssef si era specializzato nel commercio di cannabis e successivamente di cocaina. “I soldi veri”, diceva. Aveva battuto tutta la concorrenza del quartiere. Era il venditore perfetto: schivo, discreto, molto cauto nello scegliere la clientela. Ma soprattutto Youssef non era un vizioso, non aveva nessun consumo personale da far pesare sul bilancio della sua start-up.

Youssef infatti non fumava hashish e non esisteva quindi il pericolo che consumasse le dosi da vendere. Non era neanche completamente cosciente dei soldi che stava facendo. Riflesso della saggezza della povertà, teneva i piedi per terra. Finché non cominciò a vendere cocaina. E a consumarla. Era il 2005, la trasformazione era ormai completa: cominciò a farsi crescere l’unghia del mignolo, l’unghia del benessere e del cocainomane. In quegli anni era spesso attaccato alla bottiglia e quando era sotto effetto della cocaina diventava paranoico, doveva stare al chiuso, in una casa fra pochi intimi perchè tutto il mondo esterno gli appariva ostile.

Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Era diventato presto il “re di via roma”, poteva contare su una decina di piccoli spacciatori, fra i quali alcune insospettabili giovani ragazze piacentine che rispondevano ai suoi ordini. Adesso era lui il padrone. Fissava lui i prezzi al dettaglio per tutto il quartiere. Aveva creato un monopolio della cannabis e della cocaina. Era diventato anche una sorta di benefattore del quartiere, prestava soldi, quando non li regalava, ai mendicanti della zona ma anche alle famiglie e ai disoccupati.

A fine aprile del 2008, di ritorno da un viaggio, venni a sapere del suo arresto. “Il crimine non paga, stavolta” ricordo di aver pensato. Erano giorni che cercavo di parlargli, nessuno sapeva dove fosse, Esmeralda era sparita cosi come i suoi cavallini e spacciatori di zona. Andai in emeroteca a sfogliare i giornali del mese appena trascorso, trovai subito l’articolo con le sue iniziali e quelle di Esmeralda, l’indirizzo di casa loro e la ricostruzione dell’arresto.

“Quella sera Youssef era andato a Milano a ritirare una partita di hashish e cocaina. Era nervoso, teso, continuava a bere e a sniffare come se non ci fosse un domani”, ricorda Karim. In macchina con lui c’era Issam, un suo giovane e fedele dipendente.

Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View
Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo il resoconto del giornale, Youssef aveva forzato un posto di blocco ed era finito con la sua Yaris blu in un canale dopo un breve inseguimento con due volanti della polizia di Stato. Secondo Issam e lo stesso Youssef, la polizia lo stava aspettando e il suo arresto era dovuto a una soffiata. “Verso le 23 siamo arrivati al casello di Fiorenzuola – ricorda Issam. Oltre il casello c’erano due macchine della polizia ferme. Youssef ha presentato al casellante un biglietto danneggiato, che aveva ritirato bruscamente dalla macchinetta del pedaggio di Milano sud. La provenienza del veicolo e l’importo del pedaggio erano illeggibili. Innervosito, il casellante ha alzato la cornetta del telefono per chiamare la polizia”.

Senza patente né assicurazione, alterato da droga e alcol, e con in macchina cinque chili di hashish e tre di cocaina, Youssef si fece prendere dal panico. Fece retromarcia. La macchina si fermò ad una decina di metri dal casello. Con un ultimo profondo respiro e la sensazione di essere in trappola, Youssef ingranò la prima, premette con rabbia sull’acceleratore e sfondò la sbarra di metallo. “Siamo passati a tutta velocità davanti alle gazzelle che hanno preso subito ad inseguirci” mi raccontò in seguito lui stesso. “Non è vero che siamo finiti in un fosso, siamo arrivati fino in centro con le volanti che ci tallonavano. A un certo punto la macchina ha sbandato. Eravamo in una piazzetta, lungo le mura vecchie della città”. Poi l’estrema fuga: ”Siamo usciti dalla macchina e ci siamo messi a correre, amico mio, a correre come non avevo mai fatto”, ricorda.

Al suo fermo partecipò anche una pantera dei carabinieri accorsa sul posto. Youssef, il Turco, non voleva arrendersi. Durante l’arresto ci fu una colluttazione perciò oltre al possesso e al traffico di sostanze stupefacenti, alla guida senza patente e in stato di ebbrezza, al reato di immigrazione clandestina, Youssef fu giudicato anche per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per tutti questi reati gli venne inflitta una pena detentiva di quattro anni di reclusione da scontare nel carcere cittadino.

Via Torricella, Piacenza
Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View
Stavolta il crimine non aveva pagato. Anche Issam viene arrestato. Lo rilasciano il giorno dopo con un decreto di espulsione con la sola accusa di immigrazione clandestina. E’ lui a raccontarmi alcuni dettagli della notte passata in camera di sicurezza della Questura di Piacenza, prima del processo per direttissima della mattina seguente.
“Sentivo urlare Youssef, inveire contro tutto e tutti e poi sentivo il rumore delle guardie che entravano nella sua cella per farlo tacere”. Delle violenze Youssef non mi ha mai parlato. Mi ha solo descritto la camera di sicurezza come “il posto più orribile su questa terra, peggio del carcere normale, senza finestre, sembrava di essere dentro un cubo”. Cosi Youssef è in prigione.
Entra nell’aprile del 2008 e esce nell’ottobre del 2011, sei mesi prima del fine pena. Lo Stato gli concede la semilibertà. Di giorno lavora in una cooperativa per ex detenuti, alla sera torna in carcere. Torniamo a vederci poco dopo. Fisicamente è uguale al 2008. Nelle lunghe discussioni che abbiamo, parla raramente del carcere se non per menzionare conoscenti e gente del quartiere finita nei guai. Non considera neanche di aver sbagliato, “in fondo ho solo avuto sfiga”, mi dice. Ma difficilmente non ha trovato il tempo per riflettere sul suo itinerario personale: da bravo ragazzo lavoratore con fidanzata, a criminale comune. Nelle nostre discussioni emerge la sua voglia di riorganizzarsi la vita, di ritrovare il benessere solo sfiorato. L’unghia del mignolo è ancora curata come un tempo.
Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Ritrovare i contatti di prima è stato un gioco da ragazzi. Benvoluto da tutti, Youssef restava il numero uno nel piccolo-medio smercio di sostanze stupefacenti. Un tipo affidabile con un’ottima reputazione criminale. Comincia a fare i primi soldi della sua nuova vita. Provengono dal commercio di dvd pornografici masterizzati che vende ai carcerati. Un lavoro che si era inventato nei sei mesi di semilibertà. Li masterizzava di giorno, di nascosto in cooperativa, e poi li portava dentro alla sera. Ogni dvd 5 euro. “Un margine troppo basso per lui”, dice Karim. Intanto cercava inutilmente Esmeralda, espulsa nel 2009, e prese a frequentare prostitute. “Non posso certo pretendere di avere a mio fianco una brava ragazza di provincia, anche se mi piacerebbe”, diceva dispiaciuto.

Quando conobbi Youssef faceva il muratore e abitava in affitto con Esmeralda, di cui era davvero innamorato. Meno di dieci anni dopo, è un ex detenuto con un decreto di espulsione. Ha scalato i gradini della delinquenza ordinaria: da cavallino per i grossi pusher di Milano a spacciatore indipendente, libero professionista nel campo della distribuzione della cannabis e della cocaina.

Via Valmagini, Piacenza
Via Valmagini, Piacenza. Foto da Google Street View
E’ a fine pena, con la piena libertà, che la storia di Youssef prende un ritmo diverso. Sa di avere i giorni contati se rimane a Piacenza, soprattutto nel quartiere Roma dove negli ultimi anni i controlli delle forze dell’ordine si sono intensificati.
Ha bisogno di soldi, dice di voler andare in Francia. Non ha il tempo di rimettere in piedi l’organizzazione di cui era il vertice fra gli anni 2003 e 2008. E anche se avesse avuto tempo non c’erano più gli uomini giusti. Molti dei suoi spacciatori di quartiere erano finiti in prigione o espulsi dal paese. Altri evaporati in altre città del nord Italia o oltre il confine. Torna a frequentare i pezzi grossi di Milano per i quali lavorava all’inizio della sua carriera criminale e riallaccia i contatti con i suoi vecchi acquirenti. Gli insospettabili, alcuni dei quali molto facoltosi. “I tossici bianchi con i soldi”, come li chiamava. All’inizio si prende carico della vendita di tre chili di cocaina e cinque di hashish a settimana. Presto i numeri si impennano. Ma nel giro di qualche mese, proprio quando sembrava che fosse tornato sulla cresta dell’onda, Youssef si presenta a casa mia con il volto tumefatto e gli incisivi rotti. “Che cosa ti è successo?”, gli chiedo. “Sono caduto dalla bicicletta”, mi risponde.
Via Vincenzo Capra, Piacenza
Via Vincenzo Capra, Piacenza. Foto da Google Street View

Youssef non amava parlare di violenza. Karim mi spiego’ che era stato malmenato da alcuni scagnozzi in trasferta di lavoro per conto di un pesce grosso. Secondo il malavitoso i conti con Youssef non tornavano. Nonostante il trattamento, il boss decise di fidarsi di Youssef e di affidargli un’altra importante partita di cannabis e cocaina.

E’ in quel momento che Youssef decise di fuggire. Scappare con il bottino senza salutare amici e conoscenti e datore di lavoro. “Alla fine li ha fregati tutti, lo Stato che voleva rimandarlo in Marocco e i mafiosi”, così la vede Karim.

Mi torna in mente il viaggio verso il pronto soccorso con Youssef ferito, spaventato dalla sua condizione di clandestino più che dalla profonda ferita alla mano. Quel Youssef delle bevute senza pretese alla bettola dell’angolo. Il Youssef innamorato di Esmeralda e con ancora gli incisivi in bocca.

Un giorno di ottobre del 2012, sei mesi dopo la fine della sua pena detentiva e dall’emissione del foglio di via a suo carico, Youssef sparisce. Dopo un anno circa ricevo una telefonata nel cuore della notte. E’ lui. Mi spiega che sta bene e che era rimasto bloccato per vari mesi lungo il confine francese ma che alla fine era riuscito a varcare la frontiera.

Viale Sant'Ambrogio, Piacenza.
Viale Sant’Ambrogio, Piacenza. Foto da Google Street View

Si trovava a Granada, in Spagna. Con i soldi della droga un bravo dentista gli aveva ricostruito gli incisivi.Trovai il tempo per fargli qualche domanda: ”Ti rendi conto che cosa hai dovuto fare per salvarti?”. “Non avevo scelta mi dispiace”, mi rispose. “Potevi continuare a lavorare in cooperativa, eri diventato bravo con il computer”, dissi. “Sai – rispose freddamente – in questi anni ho imparato ad odiare le leggi, e ho imparato che non voglio essere schiavo del lavoro, non voglio passare davanti a una vetrina e dirmi che dovrò lavorare 10 anni con il mio salario di merda per potermi permettere quello che mi piace, capisci? Dopo tutto quello che ho subito, ora ho tutti i diritti del mondo”.

Un anno dopo, nell’autunno del 2013, Youssef torna a farsi vivo con una breve telefonata fatta da un call center. “Mi sono sposato con una spagnola, ora ho i documenti a posto, capisci? Mi è costato un po’ ma erano soldi ben spesi”, mi disse con giubilo. Gli chiesi cosa avrebbe fatto ora che era in regola. Mi rispose che avrebbe chiesto il divorzio. Dai lavori di fatica malpagati alla malavita e al carcere fino ai documenti e alla legalità, Youssef e morto e risorto più volte. Ma dopo anni di criminalità, fra la galera e la strada, non sarà facile per lui inserirsi nel meccanismo che ha apertamente ripudiato nelle parole quanto nelle azioni. E’ impossibile che torni a fare il muratore o altri lavori di fatica. Il crimine, però, questa volta paga. Youssef ha usato un metodo illegale per regolarizzare la sua posizione e in teoria ripartire da zero.

Qualche mese fa ricevo una nuova chiamata da Youssef. E’ a Vienna e fa il cuoco.

Arthur La Piqûre

Immagine di copertina: photo credit: Pusher via photopin (license)

 

I figli di papà se la tirano su Instagram

Rich kids of Instagram. Una degenerazione del capitalismo? No, un ritorno alle origini, quando per un nobile era normale ostentare la propria superiorità

di Davide Lombardi

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Non è che non mi renda conto che ci possano essere cinture di miglior qualità rispetto ad altre, ma alla fine la funzione è sempre la stessa: tener su un paio di brache. E per 250 euro il rapporto costo/funzionalità è del tutto sproporzionato. Per me. Forse per via di quella cultura cattocomunista di cui sono intriso, o forse, semplicemente, perché non ho mai avuto i soldi né mai li avrò per destinare a una cintura un budget simile. E nemmeno riesco a immaginare che una Roller Montblanc possa improvvisamente rendere degna di un amanuense la mia calligrafia improponibile meglio di quanto (non) riesca a fare una Bic.

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Anche se la definizione non mi piace affatto, la verità è che sono un tipico esponente della classe media. Insomma quella gente cresciuta nella convinzione che “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. Quelli che hanno escluso dal proprio vocabolario l’avverbio “troppo”. Né troppo ricchi, né troppo poveri. Né troppo colti, né caproni ignoranti. Né attenti solo al proprio orticello, né filantropi professionisti. Insomma, quelli dell’aristotelico “giusto mezzo”. Una tipologia di classe – potremmo definirla borghesia medio-piccola – che si è espansa a dismisura dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70.

Un’epoca segnata da una colossale ridistribuzione dei redditi che ha prodotto un allargamento del sottoinsieme incuneatosi tra ricchi e poveri: la nobiltà, di sangue o di censo, e l’oceano di poveracci che costituisce la maggioranza in quasi tutte le società, in ogni tempo e in ogni luogo. Un’età dell’oro, almeno per chi di quell’intersezione ha fatto parte, che ha cominciato la propria parabola discendente dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, in cui l’impoverimento della classe media è certificato da tutte le statistiche. Il punto, come spiega l’economista Thomas Piketty nel suo saggio “II capitale nel XXI secolo”, è che il recente aumento delle diseguaglianze non è un’anomalia, ma il ritorno alla normalità. L’eccezione è il quarantennio.

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In pratica il mondo sta tornando ad essere quello di sempre: gente che per defecare usa un water in marmo di Carrara, e quelli che su quel water ci passano lo straccio delle pulizie. Con la segreta speranza di potere un giorno appoggiarci le chiappe. Avete presente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino con Will Smith? Il nero sfigatissimo e sprofondato nella povertà più assoluta che, grazie alla propria capacità e determinazione, alla fine diventa milionario, raggiungendo appunto, la “felicità”? Ecco, quella roba lì.

Questo ritorno all’antico finisce per riverberarsi anche sull’estetica. E se i ricchi smaccati non sono mai mancati anche quando non si vedevano, o si vedevano un po’ meno, oggi, esibire senza alcuna remora la propria unicità certificata dagli eurodollari, non è più un problema. Anche perché nessuna etica può contrapporsi credibilmente allo svacco post-ideologico da fine della guerra fredda, alla giungla del capitalismo selvaggio che ne è seguito. Chi si è impoverito, cerca di nascondere la propria condizione in attesa di tempi migliori. Il ricco o lo straricco, non ha invece più alcun motivo per non esibirla. E perché non dovrebbe?

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E’ il caso dei “Rich kids of Instagram”. I figli di papà che da un paio d’anni a questa parte sono diventati un caso, prima sul social network più amato dai ragazzi, Instagram, e a seguire sui media di tutti il mondo. Adolescenti figli del famoso 1% dei ricchissimi del pianeta, che si autodefiniscono “funemployed”, impiegati nel divertimento più sfrenato o, ancora più chiaramente, ragazzi il cui unico merito è che “they have more money than you and this is what they do”, hanno più soldi di te e questo è ciò che fanno. Ecco, il loro massimo sforzo è esibire questa differenza nelle immagini che postano su Instagram con commenti e pose che, nelle intenzioni, dovrebbero essere velatamente autoironiche. Loro sulla Ferrari regalata da papà, loro che sfoggiano Rolex e braccialetti di diamanti, loro in partenza sul jet privato da una vacanza a Courmayeur a un’altra alle Maldive. A seconda della stagione o anche – perché no? – dello sfizio del momento. Non c’è limite in fondo se il mondo intero è a completa disposizione di un portafoglio senza limite.

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Il blog dei rich kids, ospitato sulla piattaforma Tumblr, merita un breve approfondimento, perché viene sistematicamente frainteso dai media che ne scrivono. Non è nato per celebrare le imprese planetarie di questi figli di papà, ma per irriderle. Come dimostrano anche le pacchiane cornici dorate che circondano ogni immagine pescata da vari profili Instagram, quelli sì gestiti personalmente dalle giovani star del lusso contemporaneo. Che non è che siano scemi e non si rendano conto che una simile ostentazione si presta all’ironia oltre che all’invidia degli altri, ma stanno al gioco, “perché è divertente e perché alla gente piacciono le foto che pubblico. Loro non la prendono troppo sul serio né come un insulto” come dichiarava uno di loro a Vice. Il blog è nato nel luglio del 2012, quando l’anonimo autore ha cominciato a raccogliere le immagini pubblicate su Instagram lanciando anche l’hashtag #rkoi diventato in breve popolarissimo.

Una curiosità è che anticipatrice dell’esplosione globale dei rich kids viene considerata un’immagine postata su Instagram nel gennaio 2012 da Rosinés, una delle figlie allora quattordicenne del presidente venezuelano Hugo Chavez, quello della rivoluzione socialista del XXI secolo, mentre sfoggia davanti alla fotocamera una mazzetta di dollari americani. La ragazzina, poveraccia, venne immediatamente massacrata sui vari social con parodie e vere e proprie dichiarazioni d’odio, privandola del piacere di essere tra i primi, se non la prima, a dare il via a quella che di lì a breve sarebbe diventata una moda planetaria: sono ricco, anzi straricco, e non ho alcun motivo per non vantarmene.

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Sull’onda del blog dei rich kids ne sono nati molti altri, più local. Come i rich kids di Hong Kong, quelli dell’Upper East (la East side di New York), poi i danesi, i polacchi, i serbi e altri. Nell’elenco, mancano i figli di papà di casa nostra, ma non perché – come scrive Il Foglio di Giuliano Ferrara – “in Italia tra cattolicesimo e comunismo l’opulenza non è stata mai ben vista” ed “è bene non esibirla”, ma perché nessuno si è mai preso la briga di creare una pagina dedicata ai rampolli locali. Che ci sono eccome, ed esibiscono eccome la loro travolgente ricchezza, basta cercare un po’ su Instagram, Facebook e Twitter i profili dei vari “figli di”. Il Belpaese ne abbonda. Ecco perché, per il gusto di smentire il Foglio, ne ho creato uno io. Eccoli qui i “rich kids of Italy”. Naturalmente non ho alcuna intenzione di aggiornarlo in futuro, i bimbi ricchi locali non avranno altra gloria oltre questa. Ma dubito ne soffriranno. Più probabile se ne facciano una ragione mentre sorseggiano un Moët & Chandon mollemente accoccolati in una Jacuzzi, location da cui solitamente mandano inconsapevolmente in soffitta qualsiasi residuo retorico del self-made man, mito americano per eccellenza, secondo il quale duro lavoro e perseveranza garantirebbero risultati e successo. Balle: molto meglio partire con alle spalle i milioni di papà.

Interessante il termine anglosassone – uber-rich – con cui vengono definiti questi ragazzi. E’ chiaramente ripreso dall’Übermensch di Friedrich Nietzsche, il Super-uomo o meglio, l’Oltre-uomo. Come questi kids, che sono “oltre”. Perfino oltre qualsiasi cosa noi comuni mortali possiamo immaginare associato alla parola “ricchezza”. Il rimando al grande filosofo tedesco non è casuale. Per Nietzsche la morale nasce dall’istinto di vendetta, dal risentimento provato dagli uomini inferiori invidiosi nei confronti dell’Übermensch e del suo spirito libero e grande. In definitiva, serve per tener buona la gran massa degli uomini deboli, il gregge, tanto desideroso quanto incapace di sottomettere i pochi uomini superiori, e perciò accontentandosi di uniformarli alla propria mediocrità.

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Naturalmente i rich kids possono avere al massimo una vaga idea di cosa sia la grandezza di spirito dell’Oltre-uomo nietzschiano, ma hanno certamente tutta la libertà – assoluta diciamo pure – garantita dai soldi. Che, parliamoci chiaro, comprano tutto. Proprio tutto, senza alcun limite (manca solo la vita eterna, ma ci arriveremo. Anzi, ci arriveranno). Perché con la morte di Dio – afferma sempre Nietzsche – tutte le grandi teorizzazioni, dalla morale alla religione, si riducono a flebili retaggi del passato. Oggi che controllato e controllore coincidono, che burattino e burattinaio sono la stessa persona, qualsiasi precetto altro non è che frutto della relatività e nessuna verità incontrovertibile può essere più affermata. In fondo è il pianeta intero ad essere già “oltre”, solo che quel che resta della classe media, per sua natura tendenzialmente conservatrice, non lo sa o non lo vuole accettare, ancorandosi almeno formalmente a valori senza più alcun senso. I rich kids invece, oltre lo sono per diritto di nascita.

Un aneddoto che mi piace raccontare spesso è quello del regalo dell’ex calciatore David Beckham al figlio Brooklyn per festeggiare i suoi quattro anni: una Ferrari giocattolo da 36 mila euro. Era il 2004. Oggi Brooklyn, quasi sedicenne, sta tentando di seguire le orme del padre, anche se la squadra londinese dell’Arsenal lo ha appena bocciato a un provino. Pare difficile che il rampollo di uno dei più famosi calciatori inglesi di tutti i tempi possa aspirare a una carriera folgorante come quella del padre, a dimostrazione che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono”. Magari solo per far godere un po’ anche noialtri esponenti del gregge. Che non è che condanniamo la ricchezza in quanto tale, ma ci illudiamo che sia ancora possibile distinguere tra il ricco buono e il ricco stronzo. Il ricco buono è quello alla Bono degli U2 che, a parte spostare il domicilio nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, si impegna un sacco per quei poveracci di africani. Il ricco stronzo invece è uno alla Gordon Gekko, indimenticabile protagonista di “Wall Street” di Oliver Stone. Ecco, i rich kids ce li immaginiamo così: tutti figli – legittimi, per altro – di Gordon Gekko. Anche se non proprio animati dalla stessa passione di far soldi. Anche perché essendo “oltre” non serve nemmeno più: basta spenderli. Ci sono comunque. Ormai per diritto divino, così come un tempo erano ereditari i titoli nobiliari.

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Ma davvero possiamo provare invidia per un simile stile di vita? E qui bisogna segnalare un aspetto curioso. Perché i piccolo borghesi come me difficilmente possono invidiare simili eccessi. Dai, non è proprio nella nostra natura. Ricordate? abbiamo tatuato in fronte il motto “in medio stat virtus”. Più che altro quelli come me in genere provano indignazione nei confronti di questi ragazzi che mettono su Instagram lo scontrino di una cena da 5000 dollari. Suvvia, con tutti i bambini che muoiono di fame e malattie in Africa. Suvvia, ma quanto son tamarri questi qui coi loro Rolex e le loro Ferrari, nonostante la presunta autoironia che secondo loro dovrebbe assolverli da ogni peccato?

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A provare invidia, a desiderare di imitarli sono invece, e pare quasi un paradosso, i più poveri. Il paradosso sta nel fatto che l’estetica dei rich kids è talmente simile alla parodia borgatara che ne viene data, ad esempio in un classico come “Il supercafone” del Piotta (i suoi capisaldi: “La femmina, li soldi, e la mortazza”), da sembrare copiata da quella. Del resto “esibire” è uno dei pochi diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in quest’epoca così social. E se da noi è una delle prerogative preferite dai coatti, gli Usa hanno sdoganato nel mondo l’estetica swag variante di quella rap, in cui – in nome dello stile – il catenone finto oro fa pendant con la canotta. “Hey you’ve got swag!”. Tradotto: “Hey, hai stile!”.

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Scusa e buona lettura

Se sostituiamo per un attimo ombrelloni e sdraio del litorale di Ostia con gli sfondi tropicali usuali per i rich kids in vacanza, le due celebri borgatare de ‘na bira e ‘n calippo” potrebbero tranquillamente confondersi in una compagnia di “figli di”, col solo impiccio di dover sostituire l’inglese al romanaccio. Ti piacerebbe ti regalassero un gioiello di Bulgari da milioni di euro e poi salire sul jet privato per raggiungere lo yacht ancorato alle Antille? “Ammappete!”. Forse perché al vero poveraccio dell’equità non gliene fotte niente. E se vincendo al Superenalotto facesse di colpo i milioni, si trasformerebbe in un batter di ciglia in un rich, kid o kitch fa lo stesso.

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E a noi piccolo borghesi, così tromboni, così indissolubilmente ancorati a un’idea di società possibilmente più equa, media insomma, così incapaci di andare oltre un mondo che è già “oltre” da un pezzo, che cosa resta? Niente. Nemmeno la possibilità di godere dei piaceri che i due estremi regalano: né la bira e il calippo, né lo yacht e il jet. Nemmeno l’invidia, nemmeno l’indignazione, che personalmente non provo neanche un po’, forse perché troppo scafato, troppo vecchio o troppo snob, non so. E comunque ho già usato tre volte un avverbio di troppo. Magari perché senza accorgermene, comincio anch’io ad essere oltre. E sarebbe anche ora. Che non se ne può più del livore da perdenti di noi piccolo borghesi.

Davide Lombardi

Ad eccezione della mucca di Hirst, di Rosinés Chavez e del tizio coi baffi, tutte le immagini sono tratte dal blog “Rich kids of Instagram”.

Perché sono andata in Giappone per costruire i robot

Sarah vive a Tokyo e si occupa di robot. Abbiamo parlato con lei di robotica, risate, Giappone e del perché è andata via dall’Italia e non ci vorrebbe tornare. Anche se, forse, tornerà.

I giovani italiani si dividono soprattutto in tre categorie di robot: c’è il modello Neet, quelli che non studiano e non lavorano né fanno formazione (Not Education, Employment or Training). Cioè gli inattivi, quelli in attesa che il sistema centrale prenda una decisione. Secondo l’Istat sono oltre 2 milioni, cioè più o meno il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Poi ci sono i giovani robot disoccupati: il 44,2% nella fascia 15-24 anni. Ci sono inoltre gli RS, i Robot Studenti, quelli che passano molti anni della loro vita a formarsi, spesso accumulando lauree, master e corsi di formazione.

Gli RS sono programmati per seguire un algoritmo molto preciso che li rende tutti uguali pur facendoli sentire tutti unici e speciali. Studiano, si diplomano, poi si iscrivono all’università e vanno all’estero. L’algoritmo è piuttosto semplice e dunque il percorso di questi robot è altrettanto semplice: studiano tutti nelle stesse università, studiano le stesse materie, leggono gli stessi libri, fanno gli stessi pensieri. Quando scrivono le tesi, sono programmati per scrivere tesi originali, uniche, insolite. Tutti allo stesso modo.

A un certo punto – alcuni prima, alcuni dopo – sono programmati per andare all’estero. Anche su questo aspetto l’algoritmo dimostra scarsa complessità: i giovani robot vanno tutti negli stessi posti ed “estero” si traduce in due o tre capitali: Londra, New York, alcuni a Berlino. Il resto è hic sunt leones, fuori dall’algoritmo, se non per viaggi di piacere o marginali esperienze extra.

Ogni tanto qualche robot fa eccezione. Non sappiamo se anche questo sia previsto dall’algoritmo del sistema, o se si tratti davvero di una scheggia impazzita. Ma capita che qualche robot sfugga al compito per cui è programmato e segua semplicemente il proprio percorso personale.

photoSarahRobot
Sarah con un umanoide musicista

Sarah da bambina, negli anni 80, come molti altri della sua età guardava i cartoni animati giapponesi con i robot: Jeeg Robot D’acciaio, Il grande Mazinger, Cyborg 009, Yattaman. Come molti altri della sua età desiderava o essere un robot o poter costruire i robot.

Molti suoi coetanei sono diventati dei robot, lei invece è finita in Giappone a costruirli.“Mio padre è ingegnere elettronico anche lui” mi spiega. “E anche lui laureato al Politecnico di Milano (notare una certa ciclicità…), mentre mia madre è perito chimico. Io al momento lavoro nel laboratorio Takanishi di Tokyo e mi occupo di sensori fisiologici e quant’altro, per interazione uomo-robot”.

Siccome parliamo via mail, il mio primo dubbio – come sempre quando parlo con qualcuno via mail – è che non si tratti di un essere umano ma di un robot. La mia prima domanda dunque non poteva che essere:

Sarah, come faccio a sapere che sei un essere umano e non un robot?

Mah, l’unica cosa che puoi fare è un atto di fede. Magari sono un androide tipo Terminator ma più avanzato. Perciò a meno di subire danni fisici gravi – dissezioni – non si può accertare la presenza di cablaggi.

Mi fido. Come sei finita a Tokyo?

Sono partita per Tokyo per la prima volta subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica con il “Vulcanus in Japan” (programma per la cooperazione industriale finanziato dal Europa e Giappone, ndr). Ho scelto proprio il Giappone perché volevo fare i robot! E anche perché avendo pochi soldi miei a disposizione, ho lasciato perdere l’Erasmus durante gli studi, che non mi avrebbe permesso di campare e studiare all’estero, e mi sono informata su progetti più concreti.

Perché l’Erasmus non andava bene? Cosa intendi per progetti più concreti?

L’Erasmus non andava bene in quanto non si è in grado di automantenersi con la sola borsa di studio, almeno a Glasgow, dove volevo andare io, e i miei genitori non potevano supportarmi. Inoltre, l’Erasmus è più un’esperienza culturale che scientifica: quello che conta è andare all’estero e vivere in uno stato estero, e non proprio il corso di studi o la possibilità di far parte di un progetto di ricerca.

Con progetti più concreti intendo progetti più tecnico-scientifici: in generale, stages retribuiti in laboratori di ricerca o aziende. Durante gli studi sono stata dai miei, vitto e alloggio – vivendo a Milano – e lavorando negli ultimi anni di notte come cameriera in un pub (un buon pretesto per uscire tutte le sere).

Da "Metropolis" (1927) di Fritz Lang
Da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

E poi che hai fatto?

Poi sono rimasta nell’azienda che mi ha ospitato, e che mi ha tenuto altri 2 anni a contratto come ingegnere elettronico. A quel punto son tornata “da mamma e papà” e ho deciso di fare un dottorato. Dopo un anno di ricerche e applicazioni varie, dagli esiti più o meno negativi, ho trovato una posizione interessante qui in Waseda e ho applicato per la borsa di studio MEXT.

Ci è voluto un anno (durante il quale ho trovato lavoro in Costa Azzurra… e ho trovato anche marito! Italiano, per giunta) tra prima domanda con documentazione, test di lingua giapponese e inglese, colloquio sul progetto di ricerca, conferenza estemporanea per adempiere agli obblighi di Waseda di avere almeno una pubblicazione per poter iscriversi al dottorato, ecc. per avere il via… E ora eccomi qua.

E durante l’attesa cos’hai fatto in Costa Azzurra, a parte trovare marito?

In Costa Azzurra ho lavorato come sviluppatore software, consulente per Amadeus (Amadeus IT Group, multinazionale del settore viaggi, ndr), un lavoro quindi non del tutto slegato dal mio campo ma comunque decisamente lontano dall’elettronica/robotica. E’ capitato un po’ per caso, cercavo un lavoro per mantenermi mentre facevo domanda per la borsa di studi, mi è capitata questa occasione, non ci ho pensato troppo su e sono partita.

Entrambi i tuoi genitori vengono dal campo scientifico. Possiamo dire che sei nata in un contesto favorevole allo sviluppo di un’attitudine scientifica… I tuoi sono contenti del lavoro che fai?

Certamente, soprattutto mio padre. Ovviamente invece sono scontentissimi che viva dall’altra parte del pianeta.

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Il robot Kobian e le sue espressioni buffe

 

Mi hai detto che ti occupi dell’interazione uomo-robot. Mi spieghi in che senso? 

Interazione uomo-robot o interazione uomo-macchina. Con l’avvento della personal robotics e della consumer automation l’idea è di raggiungere un livello abbastanza naturale di interfaccia, di modo che non ci sia bisogno di una laurea o almeno di un training tecnico per utilizzare le macchine di servizio. Per esempio, i riconoscitori vocali tipo SIRI, sono parte di queste interfacce naturali.

L’idea è che non sia più l’uomo a dover imparare la “lingua” del robot/device (i comandi), ma sia il device che impara la lingua umana e la interpreta. Io in particolare mi occupo della risata e di tutti i segnali sociali non verbali di cui punteggiamo la comunicazione. In generale, l’idea è di utilizzare sensori tipo accelerometri, EMG, MG -generalmente di utilizzo robotico o medicale – per studiare invece il comportamento dell’uomo nella realtà quotidiana.

Cioè? Devi far ridere i robot?

Anche. In realtà sono quelli dell’altro team che devono far ridere il robot, usando i miei dati. Io devo essere in grado di usare i sensori per capire se la persona che interagisce col robot sta ridendo… e perché. Io applico sensori sulla persona e cerco di farla ridere. Siccome è abbastanza difficile avere un ambiente “ecologico” in laboratorio, stiamo cercando di sviluppare un sistema multimodale portatile per analisi “sul campo” fuori dal laboratorio.

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Perché è così importante la risata? Sempre perché rientra nell’interazione uomo-robot in quanto comunicazione non verbale?

Esatto. Comunicazione multimodale. Considera che noi ridiamo quando siamo felici, imbarazzati, sotto stress… e lo facciamo come riflesso semi-spontaneo e in maniera leggermente diversa. L’idea è di recepire lo stato d’animo di una persona per “modulare” il comportamento del robot.

Un robot che ha a che fare con una persona che ride di gusto potrà permettersi di avvicinarsi, di “osare di più” nella conversazione, viceversa se ha a che fare con una persona sotto stress, magari perché non abituata ad interagire col robot, cercherà di guadagnarsi prima la sua fiducia, manterrà una distanza di sicurezza (non invadendo il cosiddetto “spazio vitale”) dalla persona, e così via.

Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University
Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University

Ma secondo te la robotica umanoide resterà sempre fantascienza o materiale da esibizione/expo/fiera, oppure ci sarà un reale, concreto utilizzo dei robot umanoidi prima o poi?

Per applicazioni di interazione con clienti, persone normali, ci sarà sicuramente un più concreto utilizzo degli umanoidi, sia perché “fanno scena”, sia perché sono simili a noi, e quindi paradossamente meno spaventosi e più approcciabili di robot di forme diverse, tipo il ragno, ad esempio.

Per applicazioni più tecniche, tipo militari o heavy duty, gli umanoidi non sono molto adatti, perché presentano difficoltà di ottimizzazione del controllo quasi proibitive, a fronte di poco guadagno: mandare sulla luna un umanoide non avrebbe senso, meglio un rover, che è più stabile, più strutturalmente robusto e meno dispendioso.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un robot umanoide e di provare paura?

Non direi. Noi abbiamo un umanoide, ad esempio, il Kobian. E’ grande come me, veramente carino e ispira simpatia. Un altro umanoide abbastanza impressionante è il Geminoid, di Ishiguro sensei, a Osaka, molto verosimile esteticamente, però abbastanza scadente come capacità interattive. Paura non ne fa, ma da l’idea di essere “un po’ lento di comprendonio”.

Il Kobian a cosa serve?

Il Kobian può servire a studiare come la gente normale vede/percepisce i robot “intelligenti”, quelli cioè con un grado di indipendenza rispetto alle macchine tradizionali; ma anche per analisi sociologico-culturali, per vedere come persone di diverse culture reagiscono ad uno stesso input. Un buon utilizzo dei robot umanoidi è quello di “umano asettico riprogrammabile”, non tanto diverso dai topini da laboratorio modificati geneticamente per studiare l’effetto che ogni singola modifica al DNA comporta.

L'”umano asettico” non è nè bianco, nè nero, non fa nessun odore, non parla nessuna lingua in particolare: e perciò si può utilizzare per studiare l’effetto che la differenza in uno qualsiasi di questi aspetti provoca in una determinata popolazione di individui.

Secondo a te a livello mondiale a che punto si è con la robotica? Siamo ancora nel passato, nel presente o nel futuro?

Ovviamente siamo indietro: tra 20 anni quando tutti guideranno droni invece che scooter ci chiederemo come facevamo vent’anni prima. In particolare, io aspetto con ansia il giorno in cui i primi bioinnesti saranno disponibili, per aumentare le capacità umane.

Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.
Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.

Ma pagano bene in Giappone? Ci vivi bene con il tuo lavoro?

Quando lavoravo, si. Ora sono studente in borsa di studio: la mia borsa di studio mensile è di 146000yen, che a dicembre scorso ha toccato (spero) il fondo a circa 900 euro. Ci vivo bene? No. Ho un lavoro part-time di babysitter per arrotondare un po’. Il problema più grosso è comunque l’affitto, visto che vivo a Tokyo, e non voglio allontanarmi troppo dal laboratorio. Per il resto, in posto come il Giappone, se non hai vizi/bisogni particolari, ci sono tantissimi modi per risparmiare e puoi vivere una vita abbastanza sregolata senza spendere troppo.

Che lingua si parla sul lavoro? Che aria si respira?

Sul lavoro si parla giapponese, in generale. Ho dovuto quindi studiarlo e impararlo, insieme a tutta la realtà culturale circostante. Però ho due colleghi italiani, due cinesi, uno francese, c’erano un polacco e un tedesco che si sono dottorati negli anni passati. Con loro si parla inglese in generale, e in italiano quando siamo solo tra italiani (raro). Dunque parlo correntemente 3 lingue, tutti i giorni.

JAPAN-TECHNOLOGY-SCIENCE-ROBOT-OFFBEATChe aria si respira? Si lavora tanto, tantissimo. Come giapponesi! Quando non passo le notti in laboratorio, lavoro dalle 9 di mattina fino alle undici e mezza di sera, più o meno. Considera che alcuni giorni alla settimana ho il mio part-time da babysitter, quindi lascio alle 7 di sera, poi magari continuo dopo da casa. Anche il sabato, generalmente. Ma il sabato è giornata corta, verso le 18 stacco.

Che atmosfera c’è?

Non ti saprei dire, ormai è tanto che son qui, mi sono abituata. Ma devi sapere che i giapponesi sono molto razzisti, e hanno due pesi e due misure per se stessi e per gli altri. Non necessariamente a svantaggio degli stranieri. Per esempio, io lavoro tanto. Gli stranieri (eccezion fatta per i cinesi) lavorano generalmente di meno. I giapponesi lavorano di più. Gli studenti giapponesi del mio lab passano quasi tutte le notti al lab. C’è una grandissima pressione sociale che determina più o meno tutto quello che i giapponesi possono o non devono fare, e noi ne siamo esenti.

L’altro lato della medaglia è che ovviamente ci trattano da diversi, fuori dal gruppo, e non c’è nessuna possibilità di integrarsi. Questo, in generale. E’ ovvio che ci sono persone più o meno aperte (la famiglia presso cui sono babysitter è giapponese), e che, trovato un equilibrio tra l’essere fuori dal gruppo e l’essere esente dagli obblighi sociali, non si sta poi tanto male.

Hai voglia di tornare in Italia? Se potessi fare le stesse cose, le faresti in Italia?

No. E se avessi potuto farle in Italia ma avessi avuto scelta, le avrei comunque fatte all’estero. Considera però che in accademia, un dottorato all’estero è generalmente necessario e auspicabile: necessario perchè ogni lab ha una specialità diversa, e quello che vuoi fare tu non lo trovi sotto casa con facilità, e auspicabile perchè nell’ottica che prima o poi diventi professore (cosa cui io non aspiro) devi essere pronto a partire per dove trovi una cattedra, e i posti di lavoro in accademia sono un centesimo di quelli tradizionali in azienda.

Barbara D'Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)
Barbara D’Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)

Detto questo, sono molto arrabbiata con l’Italia: vedo un paese dove ognuno si fa i fatti suoi, il ceto medio affonda nella povertà mentre i ricchi snob evadono le tasse, la classe politica è una classe di parassiti incompetenti, la meritocrazia non esiste, e l’educazione culturale collettiva dei giovani è in mano a gente tipo Maria De Filippi o peggio ancora Barbara D’Urso. Stiamo diventando peggio degli americani. Il Giappone ha tantissimi lati negativi, ma ha proprio quello che manca a noi italiani: un’identità culturale profonda (forse anche troppo). La collettività è molto più importante dell’individuo. E quindi me lo godo un altro po’, fino al giorno in cui, molto probabilmente, dovrò decidermi a ritornare in Europa, fare un mutuo, metter su famiglia..

Perché dici che dovrai ritornare in Europa e fare un mutuo? Non vorrai smettere di lavorare ai robot…

Possibilmente no, ma potrebbe anche darsi. In Giappone per uno straniero è difficile fare molta carriera, inoltre tieni presente che i posti in accademia sono relativamente meno rispetto all’industria e che ovviamente per entrambe più si sale più è richiesta una conoscenza del giapponese perfetta – ma questo nel mio caso è l’ultimo dei problemi.

Il problema più grande riguarda le difficoltà per gli stranieri, di qualsiasi livello sociale, di accedere ai servizi pubblici giapponesi (mutui a tassi quasi nulli, assistenza sanitaria decente – considera che la sanità è più o meno come in US, scuole pubbliche per bambini 100% stranieri -anche mio marito è italiano – e così via). Inoltre ovviamente le famiglie non sono contentissime . C’è da dire che però, piano piano, questo sta cambiando… perciò si vedrà.

Caccia all’uomo: gli incidenti di caccia in Italia

Decine di morti e centinaia di feriti ogni anno. Abbiamo parlato con un chirurgo che i cacciatori li deve ricucire.

Una tradizione ancestrale, un’importante attività economica e turistica, una garanzia di presidio del territorio e controllo della fauna molesta. Questa è la visione nobile della caccia, che costa però ogni anno decine di morti e un centinaio di feriti solo in Italia.

caccia“In una frase: le ferite di caccia sono brutte”. A parlare è Daniele, un chirurgo di un ospedale del nord della Sardegna. Il suo è un osservatorio privilegiato per monitorare morti e feriti degli incidenti di caccia: quello dell’ospedale, in particolare del pronto soccorso e della chirurgia d’urgenza. “Dopo essere stati colpiti non si continua a correre come nei film, perché al primo colpo il muscolo è distrutto, spappolato, esploso. Le ferite da arma da fuoco sono gravissime”.

Una prima spietata regola del proiettile è che i più anziani hanno meno probabilità di sopravvivere dei più giovani: “In genere vengono colpite persone sane e giovani, perché chi è anziano o malato e magari rischia un infarto per fare dieci chilometri in un bosco su sentieri accidentati, è meglio che a caccia non ci vada proprio” spiega il medico. “Da un lato questo è positivo perché se viene colpita una persona sana, giovane e forte, con una fibra più robusta e senza problemi di salute precedenti, ha più possibilità di riprendersi rispetto a un anziano. D’altro canto, se il trauma è grave e potenzialmente mortale, sofferenze e agonia si possono prolungare per mesi e mesi. Fino al decesso”.

Secondo i dati Lav nella stagione di caccia 2014/2015, chiusa recentemente, in Italia ci sono state 88 vittime umane: 22 morti e 66 feriti. Questo in soli quattro mesi, tra il settembre 2014 e il 29 gennaio 2015. Va aggiunto che si continua a cacciare anche fuori stagione, dunque questi dati si riferiscono solamente alla stagione venatoria e sono basati sulle notizie apparse sui giornali, il che li rende parziali.

[pull_quote_right]Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva[/pull_quote_right]In più, c’è chi conteggia anche gli incidenti che coinvolgono cacciatori in “ambito extra-venatorio”, ad esempio in casa mentre si pulisce l’arma, o durante litigi terminati con un colpo di fucile. C’è chi si spinge un po’ troppo in là, arrivando a conteggiare perfino i casi di infarti o altri malori avvenuti durante la caccia, come fa la Lega per l’abolizione della caccia (LAC), che nelle proprie statistiche inserisce perfino il caso di uno sfortunato cacciatore bergamasco annegato in un laghetto nel tentativo di salvare il suo cane.

E’ evidente che inserire questo dato tra gli incidenti di caccia è inutile e tendenzioso e ha il solo scopo di gonfiare inutilmente le statistiche. I malori e gli incidenti sono frequenti anche tra i cercatori di funghi, ma non per questo si chiede l’abolizione della raccolta dei funghi o si considera questa attività pericolosa.

A fare la differenza, nella caccia, è la presenza di un’arma mortale come il fucile, di solito non necessario quando si va a funghi. I casi più frequenti di incidente sono quelli dei cacciatori che si sparano tra loro, un fenomeno leggermente in calo negli ultimi 5 anni ma sempre diffuso. Provocano ferite gravi, a volte mortali, e complicano la vita a medici e soccorritori.

“Il primo ostacolo per aiutare i feriti è il terreno” spiega il medico. “Spesso gli incidenti capitano in zone impervie e di difficile accesso ai soccorritori, anche dagli elicotteri. La condizione critica del ferito viene aggravata dai ritardi nei soccorsi e dunque, se la ferita è molto grave, i tempi di soccorso la possono trasformare in mortale”.

“Le ferite non mortali più comuni sono sotto l’ombelico, perché i cinghiali sono bassi e il più delle volte si spara basso. Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva, si muore sul colpo, ma non è una regola fissa. Il regolamento prevede l’utilizzo della palla singola, che è grossa e fa molto danno. Ma sempre meglio dei pallettoni che sono tanti, grossi e fanno ancora più danno. Il foro di entrata è piccolo, ma dentro il corpo l’onda d’urto del proiettile devasta i tessuti e il foro d’uscita è di norma abbastanza ampio”

Il punto è questo: il proiettile non è intelligente. Una volta che si punta e si preme il grilletto, il proiettile farà il suo dovere, cioè causare il maggior danno possibile a qualsiasi cosa si trovi nella sua traitettoria. Una volta partito dalla canna del fucile, che si tratti di un cinghiale, di una volpe o di un impiegato delle poste, il proiettile non farà differenza e attraverserà la carne lacerandola e causando danni spesso mortali. Se vi trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato o morite sul colpo, o vi ritroverete sotto i ferri del chirurgo.

Ma come succede? Prendiamo un esempio recente, una notizia del 29 gennaio 2015. Un incidente avvenuto a Sassari, in una riserva di caccia autogestita. Un cacciatore considerato esperto partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con gli amici. Si chiama Pino Masnata, è un vetraio di 54 anni di Porto Torres. La compagnia di cacciatori si divide in gruppi per gli appostamenti, quando uno dei componenti spara verso un cespuglio convinto che ci sia un cinghiale. Ma si sbaglia: in quel cespuglio c’è Pino Masnata, che viene colpito alla testa. Arriva l’ambulanza ma ormai l’uomo è morto.

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A volte invece le vittime non sono i compagni di battuta: a finire nel mirino può essere chiunque si trovi in campagna durante i giorni di caccia. Parenti, amici non cacciatori che accompagnano i cacciatori in una battuta, ma anche agricoltori, escursionisti, forestali, ciclisti o chi fa una passeggiata con il cane: chiunque può trovarsi sulla traiettoria del proiettile scambiato per una specie legalmente cacciabile.

Altro caso recente: Sarno, 21 febbraio 2015 (dunque a stagione venatoria chiusa), zio 59enne e nipote 31enne sono a caccia su un’altura, al buio, in un terreno impervio e scivoloso. L’anziano sta camminando alle spalle del nipote quando scivola e gli parte un colpo che raggiunge il giovane al gluteo, recidendo l’arteria femorale. Lo zio va a cercare aiuto, ma il posto è difficile da raggiungere, tanto che i carabinieri ci mettono un’ora a mezza ad arrivare. E una volta lì trovano il giovane morto dissanguato.Molte altre morti sono da attribuire indirettamente alla caccia, perché derivano dall’uso “scorretto” dell’arsenale della porta accanto. Delle milioni di armi detenute legalmente in Italia, la gran parte sono a scopo venatorio: ma nulla di concreto impedisce a mariti, mogli e figli, colleghi, vicini e concittadini, di maneggiarle con disattenzione, farne uso durante un eccesso d’ira o con piena premeditazione.

Si è discusso spesso anche della presenza dei bambini durante le battute di caccia, momento vissuto spesso come rito d’iniziazione soprattutto nelle regioni dove la caccia è una forte tradizione.

Nel 2012, nelle campagne di Irgoli, in Sardegna, un ragazzino di 12 anni, Andrea, partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con il padre e il fratello. E’ appostato fra i cespugli quando un proiettile lo raggiunge alla testa. Viene trasportato con un elicottero nel più vicino ospedale, i medici tentano di tutto, ma inutilmente: Andrea muore.

[quote_left]Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni[/quote_left]“Fra i diversi pazienti con ferite maggiori, ricordo un ragazzo colpito all’anca da un proiettile durante una battuta di caccia al cinghiale” racconta il medico. “Femore polverizzato, arteria femorale tranciata, un lago di sangue. Operato dai chirurghi generali per la ricostruzione dell’arteria, e poi dagli ortopedici per il femore, ne è uscito abbastanza bene essendo giovane”.

Ma più si è anziani e meno si è fortunati. “Ricordo il caso di un signore più anziano: il proiettile è entrato nel gluteo, spappolando la zona inguinale con arteria e vena femorale incluse, e uscita davanti provocando una voragine di 15 centimetri. Operato ricostruendo l’arteria, l’arto rimasto senza sangue al ripristino della circolazione ha avuto la temuta sindrome compartimentale post-rivascolarizzazione: ossia i muscoli in ischemia sono stati danneggiati dal ritorno del sangue, gonfiandosi e comprimendo i vasi sanguigni. Questo circolo vizioso manda i muscoli in gangrena, che immettono in circolo sostanze tossiche che danneggiano i reni, per cui si muore letteralmente gonfi per l’insufficienza renale, nonostante la dialisi”.

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I cacciatori, oltre a essere significativamente diminuiti – dai quasi due milioni degli anni Ottanta ai 750mila del 2007, in contrasto anche con l’aumento della popolazione italiana – sono diventati sempre più anziani. Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni. Si tratta dunque di anziani che girano in campagna armati mettendo in pericolo se stessi e gli altri spesso proprio a causa dell’eccessiva sicurezza che gli dà l’età e l’esperienza.

“Un altro signore arrivò ferito da una fucilata, era alticcio, forse si era ferito saltando un muretto e dal fucile caduto per terra era partito un colpo. Anche qui femore in frantumi e proiettile uscito dal gluteo, ma nel tragitto a parte osso e muscoli non sono state colpite le arterie femorali. La situazione al pronto soccorso è spesso drammatica, diciamo molto pulp, e si arriva a usare la morfina” racconta il chirurgo.

Quando l’incidente non è troppo grave, non serve nemmeno come deterrente, e chi viene colpito continuerà a cacciare:“Fra i feriti minori, come quelli provocati dai pallini che non fanno grossi danni e si possono togliere in anestesia locale, nessuno ha mai manifestato paura o avuto ripensamenti, tornando subito dopo a cacciare. Nel corso degli anni il numero di feriti è stato più o meno stabile, non essendoci state grandi innovazioni delle tecniche di caccia dall’introduzione della polvere da sparo. Mentre gli incidenti di caccia mortali distruggono anche la vita dell’omicida colposo, sia materialmente che psicologicamente”.

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Infatti se il colpito può guarire dai danni fisici, chi ha sparato può restare seriamente ferito dai danni psicologici.

Pensiamo a un caso recente. Cessapalombo, Macerata, gennaio del 2015. Un uomo sta passeggiando con i suoi cani quando si trova davanti un cinghiale. L’animale attacca i cani, l’uomo si spaventa e grida aiuto. In quel momento arriva un cacciatore, nonché suo amico, che interviene per aiutarlo. Il cacciatore scende dalla jeep, carica il fucile ma scivola in un cespuglio e dall’arma parte un colpo che attraversa il braccio e l’addome dell’amico. L’uomo cade a terra morto. Voleva aiutarlo e invece l’ha ucciso.

I cacciatori diminuiscono e secondo i dati Eurispes 2014 il 74,3% degli italiani è contrario alla caccia. Ma il peso della cosiddetta “lobby delle doppiette”, nonostante il contrasto di animalisti sempre più rumorosi e influenti, non è calato. La lobby dei cacciatori rappresenta ancora un bacino di elettori che fa gola ai partiti politici.

Quello della caccia è anche un ottimo giro d’affari: per chi costruisce armi, come la Beretta di Brescia, per chi costruisce i proiettili, come la Fiocchi Munizioni di Lecco, e per chi vende abbigliamento da caccia o giornali di settore. Basti pensare che il Cacciatore italiano – bimestrale dedicato alla caccia – ha una distribuzione di 400mila copie, secondo quanto dichiarato dall’editore. E in edicola sono tante le riviste dedicate all’argomento.

Infine la caccia è un buon guadagno anche per lo Stato, dato che i cacciatori, per poterla praticare legalmente, devono versare molte tasse. Dunque una ventina di morti all’anno, e un centinaio di feriti, più qualche escursionista della domenica spaventato dagli spari, non sono abbastanza per imporre maggiori limitazioni a una tradizione dura a morire.

Manlio Ferretti

Ma i complotti sono veri o no?

Una domanda strana a cui non sappiamo rispondere.

Quando abbiamo scritto l’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia abbiamo deciso di non citare nessuna fonte. Il problema era apparentemente semplice e in realtà incredibilmente complesso: quali fonti? Chi avremmo dovuto citare? Pagine Facebook? Commenti di blog sulle scie chimiche? Forum esoterici? Persone che avevamo sentito parlare in treno?

I link da inserire sarebbero stati troppi e secondo noi metterli non aveva senso. E poi che fonte è una fonte che dimostra qualcosa di molto probabilmente falso? Dobbiamo dimostrare che qualcuno dimostra qualcosa di falso?

E allora a quel punto avremmo anche dovuto verificare, smentirli, argomentare, fare il cosiddetto debunking, altrimenti avremmo semplicemente fatto propaganda a notizie non verificate, diffondendo falsità.

Secondo Wikipedia, che del famoso “citazione necessaria” ne ha fatto un mantra, la fonte di un’informazione va citata per per permettere a chi legge di individuarne l’origine, la validità e l’attendibilità.

Wikipedia, nella guida sull’uso delle fonti, arriva a scrivere che “a volte è meglio non avere un’informazione che avere un’informazione senza una fonte”.

Perché? Ad esempio perché potrebbe essere inventata. Io potrei aver inventato l’informazione che in Italia ci sono persone convinte che ci sia un complotto dietro la morte di alcuni cantanti famosi. Potrebbe non essere vero. Magari in realtà nessuno ha mai pensato questa cosa, ma forse qualcuno inizierà a pensarla ora che io l’ho scritta.

In questo modo la pagina dei complotti attualmente in corso in Italia diventerebbe a sua volta un raffinato e diabolico complotto dove, parlando di cospirazioni e bufale, inserisco cospirazioni e bufale che non esistono.

La questione, all’apparenza innocua e di poca importanza (ci sono problemi più gravi nel mondo, ma anche nel mio condominio) ha interessanti risvolti che forse sarebbero piaciuti a Borges, non a caso citato all’inizio della pagina dedicata ai complotti.

In realtà il nostro obiettivo iniziale era molto semplice: rappresentare l’immaginario collettivo complottista italiano di questo periodo, mettendo in una pagina tutte le voci che girano sulla realtà alternativa (la spiegazione non ufficiale di ogni cosa). Questo solo per i fatti italiani, quindi niente Torri gemelle, per capirci.

Ci piaceva quest’idea di Italia parallela, un po’ fantasy, dove tutto è possibile.

Però molti, dopo la pubblicazione di quella pagina, ci hanno fatto una domanda che ci ha lasciati interdetti: ma quindi quei complotti sono veri o no?

La risposta è questa: è vero che esistono persone che credono che quei complotti siano veri.

Quindi quei complotti esistono come idee nella mente di molte persone.

Se invece i complotti sono veri, cioè se le loro tesi si traducano in realtà concreta, noi non possiamo saperlo. O meglio: di alcuni sì, c’è la certezza scientifica che si tratti (perdonate la volgarità) di minchiate – ed è compito del giornalismo scriverlo spiegando come, quando e perché – cosa che viene fatta.

Mentre su altri complotti perfino a noi è rimasto il dubbio.

Ad esempio che l’incidente della Costa Concordia sia un finto complotto messo in scena per illuderci che sia possibile per noi comprendere i complotti quando in realtà non è così, è un’ipotesi talmente suggestiva che il dubbio c’è rimasto. Idem per il papa Bergoglio anticristo massone.

Ma il dubbio non significa aprirsi totalmente alla possibilità che questa cosa sia vera. Ad esempio, se anche un giorno arrivasse una fonte attendibile, se ad esempio il Vaticano o il papa in persona dichiarasse: ebbene sì, sono l’anticristo massone, noi resteremmo comunque col dubbio. Non ci crederemmo.

E quindi a quel punto, di fronte alla conferma di un complotto, diventeremo ufficialmente complottisti, perché rifiuteremo la verità ufficiale.

Esempio: se Obama domani annunciasse che sì, effettivamente le Torri gemelle ce le siamo buttate giù da soli, il vero complottista non gli crederà.

Davanti al suo complotto “scomplottato”, cioè nel momento in cui la sua tesi si dimostra vera, resterà complottista e dunque o cercherà una verità alternativa (“Obama dice così per nascondere una verità ben peggiore”) o addirittura passerà dall’altra parte, quella dell’ex versione ufficiale (“no, in realtà è stata al-Qaeda).

Pensateci: se il papa annunciasse di essere l’anticristo gli credereste? Io no, penserei o che sia impazzito o che stia dicendo così per nascondere qualcos’altro.

E dunque non c’è via d’uscita.

Vai all’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia.

Lavoro: non sottovalutate i venditori di bustine di figurine

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”.

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”. Ma anche la possibilità di entrare nel mondo dei venditori di bustine di figurine.

Abbiamo visto qualche tempo fa come tra gli annunci di lavoro si trovino le proposte più assurde, ad esempio il lavoro considerato come hobby. Questa volta stavamo cercando lavoro per noi stessi. Sapete com’è, i tempi sono quello che sono. Quindi abbiamo cercato offerte per giornalisti. Ecco un esempio:

giornalista

Il giornale è molto ambizioso e richiede collaboratori molto ambiziosi, ma guai a parlare di soldi. Non siate così ambiziosi.

In quest’altro annuncio si cercano redattori pagati 70 centesimi per una notizia di 300 parole. Qui niente ambizioni, ma si richiede di alzarsi presto la mattina, di avere volontà e motivazione. Per 70 centesimi. Poco, ma non così lontano dalle tariffe di giornali molto più grossi di questo, diciamo la verità.

70cent

(A quanto pare però l’offerta non è più disponibile. Mettete pure la sveglia a posto)

Quest’altro annuncio invece è rivolto agli studenti che desiderano lavorare “a tempo perso”. Allo stesso tempo però dovete essere dinamici e intraprendenti. Come dire, intraprendenti a tempo perso: credeteci molto, ma nei ritagli di tempo, senza pensarci troppo.

tempoperso

Ma se pensate di fare un lavoro difficile, non avete mai letto un annuncio di lavoro come venditore di figurine. Vi invitiamo a leggerlo tutto perché vi porterà in un mondo che non potete nemmeno immaginare: cliccate qui per leggerlo intero.

figurine

Si richiede ambizione, flessibilità, capacità organizzativa, massima serietà, titolo di studio ma soprattutto forte determinazione e motivazione alla crescita personale. E’ garantita anche una “formazione gratuita continuativa ed approfondita” (un classico di tutti i lavori a provvigione).

Concludiamo con un annuncio simpatico che in poche righe racconta un mondo:

allegrone

Il signore è un allegrone e onesto, uno che vuole soprattutto compagnia per parlare e  guardare film su videoregistratore, eventualmente con persone di livello culturale non basso. Tra tutti gli annunci elencati questo è l’unico a cui risponderemmo seriamente.

Paura e terrore in Via Carteria

Dovete sapere che Converso ha sede a Modena, in una via del centro che si chiama via Carteria, nota soprattutto perché ospita diversi spazi artistici. Siamo spesso lì, facciamo delle riunioni, organizziamo mostre, parliamo con le persone che passano o che entrano per chiedere informazioni. A parte il freddo, ci troviamo bene.

Ma ieri è successo qualcosa che ha cambiato tutto.  Sulla Gazzetta di Modena, quotidiano locale, sono apparsi una serie di titoli che ci hanno rovinato la giornata:

titoli

Leggiamo l’articolo, si parla di “coprifuoco nelle ore serali”, e di “avanzare dell’oscurità” con immagini da H.P. Lovecraft, come se da un momento all’altro da un tombino dovesse uscire Cthulhu. I toni usati sembrano descrivere una situazione di degrado che nemmeno nelle banlieue di Bruxelles. Ovviamente ci preoccupiamo. Arriva perfino qualche telefonata da lontani parenti per sapere se va tutto bene.

Non aiutano le inquietanti immagini mostrate nel video che accompagna il pezzo, dove, oltre ad essere intervistati alcuni commercianti (“esasperati” secondo il quotidiano – come l’orefice che segnala “alcune sciocchezze” e furti di bici, o la prima commerciante che inizia dicendo “sinceramente mi sento abbastanza tranquilla”), si segnalano diverse pisciate di cane. Avvertiamo i lettori che si tratta di immagini forti, ma dobbiamo pubblicarle:

pisciata

Una situazione di terrore indescrivibile, addirittura impossibile da mostrare. Letteralmente. Infatti la galleria fotografica che pubblica il quotidiano modenese… non la mostra. L’orrore è talmente forte da essere invisibile. Ecco le foto della Gazzetta di Modena, con le nostre didascalie:

image

prima foto: praticamente la Svizzera. strada pulita, piante, tranquillità. Eppure è proprio qua che si annida il terrore.

seconda foto: strade pulite, addirittura un bel cielo azzurro, macchine di grossa cilindrata ordinatamente parcheggiate. Come nelle periferie di Caracas.

terza foto: un disegno sul muro. Effettivamente rappresenta un mostriciattolo, la sera, con la luce giusta, può fare paura.

quarta foto: uno stencil di Rimbaud. notare che sotto era stata fatta una tag ma è stata cancellata, mentre lo stencil è rimasto, in quanto considerato artistico, dunque non abbruttisce la via.

quinta foto: tag e vari scarabocchi sui muri. brutti, è vero. Ma è l’unico punto in cui si veda qualcosa che vagamente possa rimandare al degrado, nonostante il pavimento pulito.

sesta foto: pulizia, negozi con manichini, pochi segni di paura che avanza.

settima foto: Cesare sorridente.

ottava foto: portici di via Carteria, identici a tutti gli altri portici di modena.

nona foto: opera di street art nella via delle gallerie d’arte. Strano eh?

decima foto: una tag.

undicesima foto: laboratorio la Scossa, spazio autogestito. Non si capisce perché venga fotografato. Il suggerimento è che questo è il degrado? E’ qui che si nasconde Cthulhu?

Un emiliano alla corte dei Soviet

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per scoprire come si vive nel paradiso del proletariato. Quarant’anni dopo, il racconto dei suoi tre mesi immerso nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev.

di Davide Lombardi

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per partecipare a un corso estivo di marxismo-leninismo. Nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev, scopre che nel “paradiso della classe operaia” familiarizzare con la popolazione locale è impossibile e alzare un po’ il gomito può portare a una condanna a anni di lavori forzati. Un modello che però i sovietici intendevano esportare in tutto il mondo anche addestrando militarmente, a colpi di Kalashnikov, gli ospiti stranieri. Quarant’anni dopo, il racconto di Franco Del Carlo, back in the Ussr.

Mosca, 1 maggio 1974. E’ la “Giornata di solidarietà internazionale ai lavoratori di tutto il mondo” e sulla Piazza rossa si svolge la tradizionale parata dalla scenografia imponente. Schierato sulle mura della storica fortezza moscovita sede del governo, il Cremlino, insieme al Segretario Generale Leonid Breznev c’è tutto il comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Su una tribuna laterale sono ospitate le delegazioni dei partiti comunisti stranieri, tra cui naturalmente non manca quella del PCI, il più grande, al di fuori del blocco sovietico.

Tra i delegati italiani c’è anche Franco Del Carlo, all’epoca segretario cittadino del PCI modenese, che insieme ad altri otto colleghi provenienti da varie federazioni d’Italia, è partito il giorno prima da Roma per partecipare a un corso di tre mesi e mezzo a scuola di marxismo-leninismo. “L’invito arrivava direttamente dal PCUS – racconta Del Carlo – e quando Mosca chiamava, da Botteghe Oscure sentivano le federazioni più importanti chiedendo la disponibilità a partecipare. Più per cortesia che per affinità politica: negli anni ’70, per quanto il rapporto col PCUS fosse ancora di amicizia, non avevamo più niente da spartire a livello politico”.

Che nel 1974 ci fosse un bel po’ di crisi in famiglia tra comunisti italiani e sovietici, lo dimostra anche la sobria cronaca di quel giorno di festa, confinata in un trafiletto di pagina 13 dell’Unità, organo ufficiale del PCI, il 3 maggio 1974: “Rispetto agli anni scorsi la manifestazione di Mosca è stata caratterizzata da due novità: è durata due ore, cioè meno del solito, e non si è avuto alcun discorso ufficiale”. Immaginiamo il sollievo dell’autore dell’articolo, Romolo Caccavale, che traspare appena da queste scarne parole.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Merita invece segnalare su quella stessa edizione il pezzo “Nono illustra a Mosca la vita musicale italiana” in cui il compositore italiano “parla della lotta per la trasformazione della società, del recupero del canto popolare e delle opere elettroniche” sottolineando “l’impegno culturale che caratterizza la produzione dei musicisti schierati a fianco della classe operaia”. Nell’anno in cui la canzone più venduta in Italia risulterà essere “E tu” di Claudio Baglioni – “Accoccolati ad ascoltare il mare, quanto tempo siamo stati senza fiatare” – pensare che la musica di Nono potesse essere in qualche modo “schierata a fianco della classe operaia”, dimostra tutta la “Lontananza Nostalgica Utopica Futura” dai gusti del popolo oltre che del compositore veneziano, anche da parte di un PCI desovietizzato.

“Comunque – ricorda oggi Del Carlo – nel pieno dell’era Breznev, le distanze tra noi e i sovietici erano ormai enormi e dalla Direzione del partito ci dissero di apprendere il meno possibile dal corso di marxismo-lenismo. Semmai di cercare di capire la società sovietica”. Per i sovietici però, la scuola è una cosa seria. Oltre agli italiani, ci sono allievi dei partiti comunisti di altri 52 paesi. Le varie lezioni iniziano dalle 9 del mattino fino alle 12.30 e poi dalle 14.30 fino alle 18 circa. “Lezioni teoriche che a noi non interessavano per niente” dice Del Carlo, “tanto che le dispense che ci distribuirono scritte da Breznev, o chi per lui, tradotte in italiano naturalmente, non le abbiamo mai aperte. Alle lezioni, eravamo l’unica delegazione ad aver ottenuto di poter dibattere con i docenti. Tutti gli altri dovevano ascoltare e basta. Per i sovietici il dibattito era inutile: Lenin e Marx offrivano risposte per tutto”.

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“Realtà sovietica” e “Rassegna sovietica” furono due riviste fondate dal Segretario Nazionale dell’Associazione Italia-Urss, il reggiano Vincenzo Corghi

“Si era allora ancora nel mezzo della crisi sino-sovietica con truppe russe e cinesi schierate lungo il fiume Ussuri, confine tra i due paesi. Ad un certo punto, durante un seminario nell’aula magna della scuola, i sovietici ci chiesero di sottoscrivere un documento di condanna dei cinesi. Presi la parola io perché la nostra capodelegazione, una di Reggio Emilia, era timorosa di esporsi. Dunque, come suo vice, il compito fu mio. Dissi che non avremmo firmato quel documento perché non ritenevano si dovesse condannare il popolo cinese. I dirigenti possono sbagliare, i dirigenti cambiano, ma il popolo – un miliardo di persone – quello resta. E noi non eravamo contro i cinesi. Finito di parlare, sulla sala calò il gelo. Neanche i miei applaudirono. Poi ci fu la solita malignità dei russi che dopo di me fecero parlare greci, francesi, e tedeschi orientali. Tutti contro di noi. Soprattutto i greci che erano esuli espatriati in Urss, mantenuti dal PCUS. Gente che aveva lasciato altri compagni ad Atene a combattere il regime dei Colonnelli. I sovietici li usavano contro di noi per dimostrare il nostro isolamento. Al seminario era presente anche Boris Ponomariov, tutore dei compagni stranieri per conto del Pcus. A fine dibattito mi chiamò cercando di convincermi che la nostra posizione era sbagliata. Naturalmente non ci riuscì e la cosa finì lì. Devo dire che c’era grande rispetto nei nostri confronti, non ci facevano particolari pressioni, a parte provare a convincerci di essere nel torto”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

In realtà, come ha rivelato in un’intervista del 1997 l’allora segretario di Rifondazione comunista Armando Cossutta, Ponomariov spinse per provocare una scissione all’interno del PCI tra fedeli alla linea sovietica e fautori della new wave di Berlinguer, trovando però la contrarietà perfino del segretario del PCUS succeduto a Breznev, Jurij Andropov. Ipotesi tutt’altro che peregrina quella di Ponomariov, vista la naturale propensione alla scissione dimostrata dalla sinistra italiana prima, durante e dopo il PCI. Del resto, perfino nella piccola Modena – che comunque allora era numericamente una delle federazioni più importanti d’Italia – una volta tornato dall’esperienza sovietica convinto che mai e poi mai il comunismo russo avrebbe potuto essere un modello imitabile per l’Italia, Del Carlo viene accusato da “molti compagni modenesi di essere diventato antisovietico”. “Io rispondevo che se fossero andati in Urss lo sarebbero stati anche loro”. “Per me – prosegue – quella fu solo una conferma. Già l’anno precedente ero stato per una settimana in Kazakistan per un gemellaggio insieme all’allora sindaco di Modena, Germano Bulgarelli, e ricordo che durante il volo di ritorno gli dissi: se dobbiamo andare in Italia a fare quello che abbiamo fatto qui, è meglio che cada l’aereo, almeno salviamo gli italiani da questa esperienza”.

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Dall’album fotografico personale di Franco Del Carlo, nella foto: giovani Pionieri sovietici in Kazakistan. Al centro, con gli occhiali, Germano Bulgarelli.

Esperienza che però, vissuta da privilegiato figlio di un partito fratello a scuola di Marx e Lenin, e con la certezza di tornare al paesello natio dopo tre mesi, per Del Carlo non fu nemmeno così malaccio. “Appena arrivati – racconta – i sovietici si dimostrarono di un’ospitalità stupenda. La mattina ci sottoposero a un’accuratissima visita medica, per certificare il nostro stato di salute, al pomeriggio andammo a mangiare in un ottimo ristorante in Piazza Puskin. Alloggiavamo in una palazzina a circa due chilometri dall’Istituto, solo noi nove, in due per camera. La nostra ‘incolumità’ era garantita da due agenti presenti nella guardiola della portineria 24 ore su 24. Già il 2 maggio ci pagarono lo stipendio, 800 rubli. Perché sì, la nostra presenza al corso era pure retribuita. Le lezioni però erano micidiali così, come da accordi, chiedemmo di poter visitare anche luoghi – scuole, fabbriche, ospedali – in cui potevamo toccare con mano il loro livello di vita. Essendo noi tutti comunisti, avevamo maggior libertà di movimento rispetta a quella che veniva concessa agli operai e ai giornalisti che l’imprenditore di Carpi Renato Crotti inviava in Urss perché ‘gli emiliani venissero davvero a conoscenza di quella che era la vita nel cosiddetto paradiso dei lavoratori’. Agli uomini di Crotti i sovietici facevano vedere solo le eccellenze, se così le possiamo chiamare, in modo che ne ricavassero la miglior impressione possibile. O almeno, ci provavano”.

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Libertà relativa, naturalmente, quella dei compagni emiliani, come ammette lui stesso ricordando un episodio particolarmente significativo: “Eravamo appena arrivati a Mosca e una sera mangiamo in un locale di fronte alla principale stazione di Mosca. Un gruppo di ragazzi e ragazze russi stava salutando una recluta in partenza per il militare. Desiderosi di entrare in contatto con la gioventù sovietica ci aggreghiamo a loro e decidiamo di andare a fare una passeggiata tutti insieme. Dopo cinque minuti siamo circondati da quattro camionette della polizia che prelevano i ragazzi mentre a noi ci riaccompagnano nella nostra palazzina, con metodi anche un po’ rudi. Il giorno dopo, il nostro interprete russo ci assicurò che i ragazzi erano stati rilasciati. Chissà…”.

Forse proprio alle proteste seguite a quell’episodio poco piacevole, le maglie del controllo sovietico si allargano.

“Potemmo addirittura partecipare a una dimostrazione di come funzionava la giustizia del proletariato assistendo ad un processo. Sotto accusa era un povero diavolo di un autista della metro che l’8 marzo di quell’anno, nella stanza che condivideva con la sua compagna all’interno di un appartamento collettivo diviso con altre famiglie, aveva bevuto un po’ troppo e fatto troppa ‘baldoria’ con la sua compagna. I coinquilini avevano chiamato la polizia che lo aveva subito tratto in arresto. La giuria era composta da sole donne così lui, forse sperando di ammorbidirle un po’, ottenne di cambiare avvocato difensore facendosi assegnare una donna. Il tentativo però fallì, visto che il poveraccio fu condannato a sei anni di lavori forzati. Per aver fatto un po’ di casino in camera da letto…”.

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Fonte immagine: The Eastern Blog.

A Del Carlo e agli altri, fu anche concessa la possibilità di venire a contatto diretto con la ben nota flessibilità della storiografia sovietica, mutevole a seconda delle variazioni delle linee guida del partito nel corso del tempo. “A San Pietroburgo, allora Leningrado, andammo a visitare il Palazzo d’inverno. C’era una mostra sul Consiglio dei commissari del popolo (il Sovnarkom) formatosi nel 1917 e presieduto da Lenin fino alla morte nel 1924. Lev Trockij, caduto in disgrazia già all’inizio dell’epoca staliniana e che di quel consiglio era membro con l’incarico di Commissario del popolo per gli affari esteri, non era presente da nessuna parte. Facemmo notare ai nostri accompagnatori la dimenticanza. Ne seguì una discussione di due ore. Del tutto inutile: siete male informati, ci dissero, Trockij non faceva parte di quell’organismo. Insistere fu del tutto infruttuoso, l’avevano semplicemente cancellato dalla storia”.

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Trockij cancellato da una foto storica con Lenin

“Al tempo non andava meglio per Nikita Chruščёv, deceduto nel 1971. Quando morì non lo seppellirono nel mausoleo del Cremlino come tutti gli altri segretari del PCUS. Per anni a lui fu riservata una tomba nel cimitero di Novodevičij a Mosca, come lapide solo una croce di legno. Poi dopo, siccome era parecchio visitata dai nostalgici del vecchio segretario deposto da Breznev nel 1964, gli han fatto una tomba con due blocchi di marmo, uno bianco e uno nero, che nelle loro intenzioni doveva simboleggiare la sua doppiezza”. Col senno di poi, forse una destinazione migliore per il vecchio Nikita, visto che in quello stesso luogo riposano Gogol’, Bulgakov, Prokofiev, Šostakovič e tanti altri. Personaggi certamente più apprezzati nella Russia contemporanea di quanto lo possano essere Stalin, Andropov e tutti gli altri, le cui salme si trovano ancora al Cremlino.

Particolare impressione fece a Del Carlo, la visita a una fabbrica tessile, “diecimila telai che lavoravano incessantemente, un rumore incredibile, ragazzotte con solo delle cuffie sulle orecchie per attutire rumore. Lavoravano senza alcuna tutela. Dissi al direttore che, fossimo stati in Italia, gli avremmo piantato uno sciopero tale da fargli chiudere la fabbrica. Ma quello era il paradiso dei lavoratori, e incrociare le braccia era ritenuto semplicemente inconcepibile. Capì senza ombra di dubbio che quella che loro chiamavano ‘dittatura del proletariato’ altro non era che la dittatura del partito sulla società. Il proletariato non c’entrava proprio niente”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Il programma del corso prevedeva anche cinque giorni di addestramento militare in un campo dell’Armata rossa. Non era obbligatorio, ma quattro di noi, tra cui io, decidemmo di partecipare, non all’addestramento vero e proprio che prevedeva anche percorsi militari e cose del genere, ma solo per sparare con l’Ak-47, il Kalashnikov, che provai per la prima volta. Negli anni ’70, i sovietici pensavano che in certe parti del mondo la lotta armata fosse necessaria. Non dappertutto le cose andavano come in occidente. Per esempio al corso c’era una delegazione di uruguayani di cui diventammo amici. Più tardi, in Italia, venimmo a sapere che rientrati a Montevideo erano stati tutti arrestati e fucilati dalla dittatura militare guidata da Juan María Bordaberry. Ma, sia chiaro, noi italiani andammo a sparare per divertimento, per provare l’Ak-47, non ci sono altri motivi: la rivoluzione in Italia non era più in programma da tempo. Anzi, ricordo che incontrammo una guarnigione di carristi, gli stessi che erano stati a Praga nel ’68 a reprimere la Primavera di Dubček. Riuniti tutti insieme nell’aula magna della loro caserma, io presi la parola dicendo che noi italiani consideravamo un grande errore l’invasione russa in Cecoslovacchia. I soldati – devo dire – applaudirono il mio discorso. Al termine, il colonnello comandante mi avvicinò, aveva un grande stemma simbolo del suo ruolo. Se lo staccò dalla divisa appuntandomelo sulla giacca per poi abbracciarmi. Non vuol dire che fosse d’accordo con me, ma era un segno di rispetto per chi la pensava diversamente da loro”.

Difficile capire quanto, nei ricordi di Del Carlo, la totale presa di distanza rispetto al comunismo sovietico sia filtrata da un’evoluzione personale che lo ha portato oggi, settantasettenne, ad aderire, “convintissimamente” dice, alla nouvelle vague renziana. Che certo non ha nulla a che spartire con il percorso di uno come Del Carlo, figlio di partigiani rossi, passato attraverso tutta la trafila che allora si faceva nel partito, prima il Pionieri, poi la FGCI e infine il PCI. Un (ex) comunista che in passato sarebbe stato definito “revisionista” anche se in casa sua, dove ci siamo incontrati, spicca ancora adesso in bella mostra su una parete un quadro con Che Guevara e, accanto ad alcune foto di famiglia, una foto sempre del Che mentre abbraccia un bambino.

Nel 1974, nel PCI le posizioni alla Del Carlo, diciamo fortemente “scettiche” rispetto all’Unione Sovietica, erano ormai certamente maggioritarie, ma i forti contrasti interni non erano affatto esauriti. Soprattutto in una regione radicalmente “rossa” come l’Emilia.

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Franco Del Carlo oggi. Sullo sfondo, a destra, si può vedere il quadro col Che

Fu proprio la Primavera di Praga a portare a un deciso mutamento nei rapporti del PCI con l’URSS di Breznev e con il resto del movimento comunista mondiale. Contrario fin da subito all’intervento, a invasione sovietica avvenuta, il PCI si trovò davanti a uno dei momenti più critici della sua storia. Per la prima volta, il partito espresse il suo “grave dissenso e la riprovazione” nei confronti delle scelte di Mosca. A differenza dei quasi tutti i partiti comunisti occidentali che, dopo l’iniziale dissenso, si riallinearono progressivamente alle posizioni del PCUS, il PCI riuscì a ritagliarsi una certa autonomia, a malincuore accettata dalla dirigenza sovietica, senza peraltro giungere mai a troncare definitivamente con l’Urss. Promossa dal segretario Luigi Longo, a prevalere fu la vecchia formula di Togliatti dell’«unità nella diversità» come principio dei rapporti tra partiti comunisti, che smussò le posizioni considerate più estreme come quella di Berlinguer che, nel settembre 1968, considerava addirittura «l’eventualità di una lotta politica con i compagni sovietici», spingendo i comunisti italiani al lungo percorso alla ricerca di una mitica “terza via” tra il sistema sovietico e la socialdemocrazia, quella che in seguito prese il nome di eurocomunismo.

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Quarant’anni dopo, in un mondo completamente cambiato, Del Carlo continua ad avere stretti rapporti con l’ex Urss, oggi semplicemente Russia, grazie alla ditta di export di articoli per la casa messa in piedi negli anni ’90. “Da allora ci sono stato altre 57 volte”. Ritiene la Russia di oggi “molto migliore di quella sovietica, anche se le diseguaglianze sono enormemente aumentate. E’ vero, diversamente da oggi, nell’Urss erano tutti uguali. Nel senso che stavano tutti male, a parte i dirigenti del partito. Il capitalismo russo è un capitalismo selvaggio, darwiniano: se uno vuole ce la fa, se non ce la fa, vuol dire che non vale niente. In città come Mosca o San Pietroburgo dove la ricchezza abbonda, alla fine anche il diseredato riesce a raschiare le briciole dal fondo del barile e a sbarcare il lunario. In campagna si fa molta più fatica. Ci sono sacche di povertà spaventosa. A me colpiscono le babushke, le tipiche nonne russe col fazzoletto in testa, che si piazzano fuori dai centri di culto ortodossi per cercare di vendere i piccoli gioielli di famiglia. Stupendi centrini fatti a mano che magari svendono per 10 rubli. Fanno impressione”.

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Della sua esperienza sovietica il ricordo più bello resta assolutamente privato: il momento in cui la moglie lo raggiunge a Mosca per una settimana durante quella lunga estate sovietica. Per Franco, allora trentaseienne, tre mesi e mezzo lontano dalla compagna sono un sacrificio, anche se nel nome della fede comunista. “Ci tengo a dire – mi precisa – che proprio a Mosca è stata concepita mia figlia Liuba, in una stanza dell’Hotel Bucarest dove alloggiava mia moglie. Ljub in russo vuol dire amore“. Concludendo la nostra chiacchierata, gli preme raccontarmi proprio questo dettaglio, quasi fosse l’unico momento veramente colorato nel grigiore di un’estate sovietica.

Davide Lombardi

Nell’immagine di copertina, manifesto pubblicitario a Mosca in occasione del cinquantesimo anniversario del viaggio intorno alla terra di Jurij Gagarin. Fonte: The Eastern Blog.

Né peluche, né jihad: gli islamici integralisti in Emilia

Sono contro la violenza, a favore di una segregazione religiosa all’interno della società, contro la musica, contro i peluche. Sono i salafiti, i puristi dell’Islam.

Viaggio all’interno delle comunità islamiche più conservatrici della regione. Contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza ma favorevoli ad una segregazione religiosa all’interno delle società occidentali, i puristi dell’Islam di oggi si chiamano Salafiti. Hanno le loro regole e contano sulla predicazione per islamizzare le coscienze e il mondo. Ecco le loro storie.

“Prendete il Libro e fatene la base della vostra identità islamica perché tutti voi dovete essere messaggeri dell’Islam in un ambiente che viene regolato da norme di vita che non vengono da Allah né dal suo profeta Mohamed”. Lo dice con voce gentile e in perfetto italiano l’imam, un signore anziano del milanese, ad una platea di una cinquantina di ragazzini che lo ascoltano in silenzio, composti.

Occhi chiari, barba folta sale e pepe, tunica bianca e tono pacato, continua il sermone alla gioventù islamica: “Dobbiamo evitare i comportamenti, gli atteggiamenti, i modi di pensare, i modi di vestire di coloro i quali appartengono ad un’area culturale, spirituale, diversa da quella che ha le sue fonti nel Sublime Corano”. L’imam si alza, si avvicina ai ragazzi e li guarda per qualche secondo. Poi con tono enfatico ammonisce:”Rimanete tutti uniti alla corda di Allah, cioè all’Islam, e non vada ciascuno di voi per i fatti suoi. E soprattutto predicate l’unità dei fratelli musulmani”.

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I ragazzini presenti possiedono gli ultimi modelli di smartphone e si vestono come i loro coetanei italiani: pantaloni a carota strettissimi lunghi fino alle caviglie, magliette a “V” larghe e giubbotti di pelle. Vengono dal Marocco, dal Senegal, dal Pakistan, dalla Bosnia e dall’Albania. E’ l’Internazionale islamica, sono il futuro del nostro paese: meticcio, multietnico “e presto musulmano”, aggiunge l’imam.

Il religioso spiega ai ragazzi l’inerranza del Corano:”State lontano dai vizi occidentali. Nel nostro Sacro Corano, scritto 1400 anni fa, troviamo il divieto di usare droghe, alcol e tutte le sostanze che possono rovinare il cervello. E’ tutto scritto nel Corano. Nelle discoteche, nei luoghi in cui si ascolta la musica a volume molto alto, si altera il pensiero, ricordatevelo prima di entrarci”.

Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?

Intanto, nella sala a fianco, le Giovani Musulmane (ragazzi e ragazze sono divisi) stanno concludendo la loro riunione settimanale con alcune domande curiose. Di età fra i 10 e i 20 anni, tutte rigorosamente vestite con l’abaya e il velo, chiedono alla loro coordinatrice marocchina, di qualche anno più grande di loro, quanto sia islamicamente opportuno tenere un pelouche in casa e se sia vietato mettersi lo smalto sulle unghie.

“Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?”, chiede la bimba bardata con un foulard viola. “Non li spaventano ma i pelouche possono essere abitati dal diavolo e dai demoni”. ”Perché non ci si può mettere lo smalto sulle unghie?” chiede un’altra ragazza. “Perché siamo invitate a essere umili e non civette” risponde la coordinatrice, una ragazza severa di 21 anni avvolta in un jilbab nero integrale che le lascia in vista solo il viso, dominato da due occhi scuri ornati da forti sopracciglia nere che si ricongiungono all’altezza del setto nasale.

Siamo in Emilia settentrionale, nel cuore economico del paese, presso un grande Centro Islamico polifunzionale, appena ristrutturato, capace di ospitare oltre 3500 fedeli. Nel week end il centro si anima con le attività dedicate all’infanzia e alla gioventù. Corsi di arabo per tutti i livelli, partite di calcio, conferenze, riunioni e dibattiti su argomenti religiosi e su come armonizzare la propria fede con il mondo circostante. In una terra che eccelle nella gastronomia suina e nella produzione vinicola: vino e salame, insomma.

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I musulmani nel mondo sono 1 miliardo e mezzo, di cui solo 400mila sono credenti arabi. L’islam sunnita (maggioritario nel mondo islamico) non è un monolite, non esiste un’autorità centrale né un clero. Geograficamente si estende in tutto il mondo: dal Marocco alla Malesia. Storicamente, l’Islam ha integrato i costumi locali dei paesi conquistati dagli eserciti musulmani, dando vita ad ibridi culturali e a sincretismi religiosi.

L’Islam è oggi la seconda religione d’Italia e del Vecchio Continente. Nella penisola vivono quasi un milione e mezzo di musulmani. Le regioni che contano il maggior numero di credenti sono la Lombardia (26,5% del totale dei musulmani), l’Emilia-Romagna (13,5%), il Veneto e il Piemonte (9%). In relazione al rapporto tra la comunità musulmana ed il totale della popolazione in regione, è l’Emilia-Romagna ad avere la percentuale maggiore con il 4,7% dei suoi abitanti di fede musulmana. In questo quadro, Modena è nella classifica delle prime dieci città italiane, precisamente al settimo posto, per il numero di residenti di religione islamica. Davanti alla città della Ghirlandina, ci sono al primo posto Milano, seguita da Roma, Brescia, Bergamo, Torino e Bologna.

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Esistono circa 770 luoghi di culto islamico in Italia, in Emilia circa 110 edifici sono adibiti a sala di preghiera. Nel territorio di Modena sono presenti quattro centri islamici.

Dagli scantinati ai moderni centri islamici polifunzionali: la storia dello sviluppo dell’Islam organizzato in Italia comincia negli anni ’70 con un tappeto di preghiera messo in casa, al lavoro, in un angolo di strada, per proseguire con le prime preghiere collettive in garages o capannoni fino all’acquisto di edifici adibiti a centri culturali.

Chi sono i salafiti, gli ultrafondamentalisti

I musulmani in Italia sono divisi su linee culturali, politiche e religiose. Stati stranieri, moschee ed organizzazioni culturali competono per avere una loro rappresentanza e status quo. Il risultato è una miriade di organizzazioni sparse per tutto il Paese. Tale frammentazione ha inciso, tra l’altro, sulla rappresentanza istituzionale dell’Islam ed il suo rapporto con lo Stato italiano, con cui le maggiori organizzazioni islamiche non hanno ancora trovato un’intesa.

Questa frammentazione unita ad alcuni particolari contesti sociali e politici ha favorito anche lo sviluppo di una corrente dell’Islam profondamente ortodossa: i salafiti. Il salafismo è un fenomeno relativamente nuovo in Italia, non in Francia e Gran Bretagna o in altri paesi del nord Europa di storica immigrazione o con un passato coloniale come Germania, Belgio e Olanda dove è emerso negli anni ’80.

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La parola salafismo deriva dall’arabo “salaf”, ovvero antenato. L’obiettivo dei salafiti è di tornare a un Islam primitivo, l’Islam mitico delle origini, scevro da ogni innovazione. Ultrafondamentalisti e ultrarigoristi, i salafiti si considerano come un gruppo di eletti da Dio che nell’aldilà verrà trattato con particolare clemenza. “Essere salafita per me significa ricercare un legame con l’Islam delle origini, quello del profeta e dei suoi primi compagni. Nel XXI secolo significa preservare il messaggio originale, rispettare e seguire l’Islam dei nostri antenati nella nostra vita quotidiana in seno alle società moderne”, afferma Emir, giovane di origini bosniache emigrato 15 anni fa in Emilia del nord.

Integralisti e contro il jihad

La grande maggioranza dei salafiti in Italia sono “quietisti”, in opposizione con i salafiti “politici” e i salafiti “jihadisti”.

Se i salafiti politici europei si compromettono con la politica per ottenere benefici per le loro comunità, gli jihadisti sono coloro che vogliono la guerra contro gli infedeli. Sono quelli che si radicalizzano o autoradicalizzano velocemente via internet, magari fanno un breve stage militare all’estero e poi vanno sul fronte in Iraq, Siria, Libia, Mali e altrove dove il richiamo di Allah risuona più forte.

“Le persone che mi vengono ad ascoltare non lo fanno per sentirmi urlare “A morte l’America e Israele” ma per avere risposte concrete dal Corano alle loro difficoltà quotidiane. E’ anche vero che alcuni giovani hanno trovato, nei criminali degli attentati di Parigi del 7 gennaio scorso per esempio, gli “eroi dei nostri tempi” da emulare. “Eroi” che lottano contro intere nazioni a suon di drammaturgia ben orchestrata”, dice l’imam.

Tutte le correnti salafite vorrebbero una società, uno stato e un mondo regolato dalle leggi dell’Islam. Ma solo gli jihadisti spingono per una soluzione armata e violenta. Il gruppo di al Qaeda e dello Stato Islamico fanno parte di questa corrente salafita minoritaria.

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I Quietisti sono la corrente maggioritaria all’interno del salafismo. Sono profondamente contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza. Il loro atteggiamento nei confronti dell’Occidente non consiste né a sperare in una conversione di massa da parte degli europei né ad aspettare una crisi o una caduta dello Stato in cui risiedono. Essi vorrebbero solo farsi da parte per poter preservare la loro purezza personale e comunitaria. Indifferenti alle riforme sociali, il salafista quietista è contrario ad ogni forma di partecipazione politica poiché la “democrazia è contraria all’Islam. La democrazia è per i salafiti una forma di associazionismo che conduce all’eresia perchè i deputati occidentali legiferano in nome di valori estranei alla sharia”, osserva Samir Amghar, sociologo francese specializzato in questioni islamiche, nel suo ultimo saggio “Le salafisme d’aujourd’hui” (“Il salafismo contempoaneo”).

Sì alla barba, no al principio di libertà

Nella strada adiacente al Centro islamico intercetto Murad, un giovane musulmano algerino dalla barba lunga e rigorosamente senza baffi. E’ il tipico look salafita basato su di un “hadith”, una delle fonti della teologia islamica. Gli hadith sono una raccolta di detti e di comportamenti del profeta Maometto secondo cui, nel caso specifico, bisogna “curare con attenzione i baffi e lasciare la barba crescere fluente” (secondo Ibn Umar Muslim, hadith 498).

Murad mi dice:”La società occidentale ha forse dei punti positivi. Ma il principio di libertà non corrisponde alla natura degli uomini. Una società troppo permissiva che lascia l’individuo libero di decidere sulla propria vita è un’impostazione sbagliata. La gente è debole, ha bisogno di struttura, in caso contrario finisce per commettere errori e perdersi. Io sono affascinato dai regimi autoritari arabi. Con noi arabi funziona solo il bastone, se no è anarchia. Poi, a livello personale, posso dire che l’Islam mi ha aiutato: è molto angosciante dover controllare la propria vita senza punti di riferimento.

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I quietisti rappresentano una forma di radicalismo non violento. Sono la corrente maggioritaria nell’universo del fondamentalismo islamico. Altri salafiti, quelli “politici”, hanno avuto piu’ visibilità con l’ascesa e il fracasso dei Fratelli Musulmani alla prova del potere in Egitto, nel 2012-2013. I salafiti jihadisti, invece, imperversano dalla Nigeria e dai fronti mediorientali del Levante fino al Caucaso.

L’ideale è lo stesso per tutti: l’instaurazione di uno Stato ispirato alla legge islamica. Per i quietisti ne differisce però la tattica e la modalità. Contrari alla violenza ed estranei alla politica, i salafiti “quietisti”, sono ben visti dalle istituzioni locali e nazionali che spesso li usano come bastione anti-jihadismo. Il disegno dei “quietisti” è di islamizzare dal basso, attraverso la predicazione, la società o almeno parti della società.

No alla musica, no agli omosessuali, no a Michelangelo

Nei week end, le bambine dei Centri islamici dominati dai salafiti vengono separate dai loro compagni maschi e nonostante la loro giovane età assistono alle lezioni di arabo classico con l’hijab addosso. Il colpo d’occhio non lascia indifferenti.

Ai ragazzi delle sezioni giovanili dei Centri islamici viene insegnato a dire “no alla droga e alle discoteche”. E anche che i tossicodipendenti e gli omosessuali sono inevitabilmente destinati a estinguersi e “a bruciare all’inferno”, ricorda un giovane di un Centro dell’Emilia centrale. Viene anche spiegato che ascoltare musica, realizzata con degli strumenti, è “haram” (cioè peccato in arabo). Le vocalizzazioni dei versetti del Corano sono invece ben viste.

I Giovani Musulmani organizzano, attraverso i rispettivi Centri Islamici di cui sono la costola giovanile, gite e viaggi entro i confini nazionali: lago di Garda, Venezia, Pisa, lago Trasimeno. Ma niente arte locale, la religione islamica proibisce le raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe, un precetto che risale all’epoca del profeta Maometto, e pensato per arginare l’adorazione di idoli pagani, bandita dal monoteismo islamico.

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Risultano inverocondi i nudi, sia pittorici che scultorei. “Se vuoi chiamarla arte”, mi disse una delle coordinatrici di un Centro islamico emiliano davanti al David di Michelangelo durante una gita a Firenze. Niente Venere del Botticelli, quindi, niente Bronzi di Riace, ma spazio invece alle nature morte e ai paesaggi. Il rapporto con l’arte è uno dei tanti punti di conflitto, riguardo all’intercultura, che può emergere nella discussione con un salafita quietista e persino con un semplice musulmano praticante. La regola non scritta è evitare musei, chiese e altri monumenti storici. La tendenza generale è quindi di ignorare la vita e la storia culturale locale. Per i musulmani, la Storia inzia con l’islamizzazione del mondo. Il 622, l’anno in cui Maometto partì per Medina per predicare, equivale al nostro anno 0. Per molti musulmani praticanti l’integrazione reale è implicita e passa per la scuola dell’obbligo e per il lavoro.

Le storie di Raghad e Michele, coppia salafita

Dopo un lungo negoziato, aiutato da alcuni amici musulmani, sono riuscito ad ottenere un appuntamento con una coppia di salafiti, frequentatori abituali di un Centro islamico dell’Emilia del nord. Come molti complessi islamici in Italia e in Europa, anche questa struttura è nata e si è sviluppata grazie ai finanziamenti dei paesi del Golfo arabo: Arabia Saudita e Qatar. In cambio, questi paesi hanno imposto la propria linea religiosa rigorista improntata al “wahhabismo”, una corrente islamica ultra-ortodossa fondata nella penisola araba nella metà del ‘700 dal religioso Mohamad Ibn Abd’ al-Wahhab. Corrente che si basa su un’interpretazione letterale dei Testi, il “wahhabismo” è la religione di Stato in Arabia Saudita. Dalle “Primavere arabe” in poi, l’esportazione di questa dottrina nel mondo si è intensificata.

Incontro Raghad a casa sua, situata a pochi kilometri dal Centro Islamico. La giovane donna ha scelto il “minhaj” (la via) salafita. Porta un “niqab” nero, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, e un “jilbab” grigio scuro, un ampio abito femminile della tradizione islamica che nasconde le forme e copre tutto il corpo fuorché i piedi e le mani. Indossa dei guanti neri finemente ricamati.

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Raghad ha 23 anni, è madre di un bébé di 6 mesi. Mi invita a togliermi le scarpe prima di entrare in casa. L’interno è impeccabile, la decorazione minimalista. Niente foto né quadri, nessun riferimento all’Islam a parte alcuni libri religiosi elegantemente rilegati con finiture dorate, ordinati con cura in un mobile del salotto. Una tenda di colore beige separa il salotto dal resto dell’appartamento. “Questa sistemazione ci permette di dividere gli spazi quando ricevo le mie amiche, per noi la promiscuità di genere è vietata. Quando le mie amiche vengono a bere il tè a casa mia, abbasso la tenda e mio marito scompare in un’altra stanza”.

Raghad è di origine marocchina ed è nata in Italia in una famiglia numerosa. Si è avvicinata al salafismo in modo spontaneo e graduale. “Sono l’unica della mia famiglia ad avere scelto di portare il velo. Ho letto il Corano e studiato la vita del profeta e delle sue mogli che costituiscono per me dei modelli da seguire. Anche loro si coprivano. Ho trovato nell’Islam le risposte che cercavo: la religione è semplice e i divieti sono chiari”, spiega Raghad.

Convinta della sua scelta, Raghad non ha dubbi: la via salafita è quella giusta. L’unico rimpianto che confessa è l’esclusione dal mondo del lavoro. E gli sguardi ostili, i sarcasmi e il disprezzo dei non musulmani. “Non capisco questa ondata di odio. Non mi pongo al di fuori della legge, benché coperta non mi sono mai sottratta, per esempio, ai controlli delle forze dell’ordine. L’unica cosa a cui mi oppongo è l’educazione pubblica italiana, è incompatibile con i miei principi religiosi. Finché potrò, educherò mia figlia a casa, insegnandole le basi della religione islamica. Più avanti, spero di poterla iscrivere ad una scuola privata islamica, come già esistono in Francia e in Inghilterra”.

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Un rumore di chiavi spezza la nostra conversazione. E’ Michele, il marito di Raghad, che torna dal lavoro accompagnato dal fratello Giovanni. Dopo qualche minuto Michele riappare vestito con un “kamis” bianco, l’abito maschile islamico tradizionale lungo fino alle caviglie. Michele è panettiere. E’ un uomo grande e grosso dai capelli corti e la lunga barba d’ordinanza. Entrambi i fratelli sono di origine italiana, e si sono convertiti otto anni fa all’Islam.

Un’infanzia difficile, la disoccupazione, l’alcolismo dei genitori e poi la piccola delinquenza. Vulnerabili sia economicamente che socialmente e psicologicamente, i due fratelli hanno trovato negli scritti salafiti la propria ragione d’essere. “Eravamo dei casi umani, l’Islam ci ha salvati – ricorda Michele – Oggi non mi faccio più schifo. Se Allah accoglie e perdona coloro che si pentono, ebbene posso perdonare me stesso”.

Il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio

Raghad e Michele si sono sposati 4 anni fa dopo essersi incontrati una sola volta. Un incontro regolato dalle leggi salafite. Si chiama “moukabala, una specie di speed dating islamica”, dice Raghad. Negli ambienti salafiti è vietato frequentarsi fuori dal matrimonio. Coloro che desiderano convolare a nozze informano la propria cerchia di parenti ed amici. Giungono poi le proposte concrete filtrate dalle rispettive famiglie. “Si tratta di essere precisi rispetto ai criteri fisici, all’età, al colore della pelle”, spiega Raghad. In seguito si combina un incontro fra gli aspiranti sposi. In questi casi la donna è sempre accompagnata da un tutore, di norma il padre o il fratello o uno zio.

La “moukabala” non è quindi un incontro galante. Nella dimensione salafita non è ammesso il colpo di fulmine. La priorità è un’altra: condividere gli stessi valori e principi religiosi. Si discute di educazione dei futuri figli, di vita di coppia e di pratiche religiose. Arriva poi la decisione dei potenziali sposi di proseguire o meno la reciproca conoscenza. In quest’ultimo caso si è liberi di rifare la “moukabala” alla ricerca del partner ideale. Non ci si sposa per amore, “ci si sposa perché il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio”, afferma Michele.

I salafiti pretendono incarnare l’organizzazione perfetta voluta da Allah. Hanno la convinzione di essere gli unici detentori della verità in ambito religioso. Rappresentano un “puritanesimo esclusivista” secondo il sociologo delle religioni Samir Amghar. “Si differenziano dagli altri musulmani praticanti per la loro pretesa ad un esclusivismo religioso, ritengono di essere l’incarnazione dell’unico Islam autentico e stigmatizzano le altre espressioni islamiche. I suoi aderenti si considerano come membri di una ecclesia islamica pura, di un’aristocrazia religiosa, un’assemblea di puri e di guardiani del dogma islamico originale”, sostiene lo studioso francese.

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(Scusa e buona lettura)

In qualità di avanguardia virtuosa in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, è imperativo per i salafiti limitare le relazioni con gli “altri”, musulmani o meno, per timore che questi ultimi possano contaminarli. Il ripiego comunitario e l’esclusivismo religioso rappresentano una precisa strategia identitaria di distinzione sociale rispetto alla propria comunità d’origine ma è anche la manifestazione di una reazione contro la società ospitante e la sua gerarchia sociale. Il desiderio di appartenere a un gruppo di eletti risponde a un bisogno di rivalsa rispetto al declassamento sociale di cui alcuni musulmani si dicono vittime oggi in Italia.

Giovanni, il fratello minore di Michele mi riaccompagna in macchina al Centro Islamico, è quasi giunta l’ora del “maghrib”, la preghiera del tramonto, una delle cinque preghiere canoniche quotidiane nell’Islam. Una volta in macchina, il telefono cellulare di Michele squilla. Non è una telefonata, è la sveglia che lo avverte di prepararsi alla preghiera. La suoneria del telefono non è come le altre: “Sono canti coranici”, spiega il giovane convertito. All’improvviso mi torna in mente il divieto di ascoltare la musica. Lo metto alla prova:“Posso accendere la radio?” chiedo. “No per favore, la musica fatta con gli strumenti è vietata per noi salafiti, perché fra le note degli strumenti musicali si nasconde il diavolo. I canti religiosi sono invece permessi e incoraggiati”.

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Torniamo al grande Centro Islamico. Il Centro non è una moschea. Una moschea è essenzialmente un luogo di preghiera, mentre in un Centro Culturale si possono svolgere altre attività come l’insegnamento e corsi di formazione, lo sport, la promozione di convegni e conferenze e un certo inquadramento giovanile. Nel Centro si celebrano inoltre battesimi, matrimoni e funerali secondo la legge islamica. “Ci siamo resi conto dell’importanza di una società di mediazione che si ponga fra il mondo circostante occidentale e le nostre tradizioni”, dice Giovanni.

Di nuovo al Centro Islamico, incontro Sarah, una donna trentacinquenne di origine tunisine. ”Lasciateci vivere in pace – chiosa – non siamo degli animali, siamo stanchi di doverci giustificare. Voglio dirvi una sola cosa: questo paese e tutto l’Occidente sono governati da persone che lavorano per Satana”. Quando la dottrina è radicale, il dialogo diventa difficile.

In definitiva i salafiti quietisti non violenti d’Italia sono innanzitutto un movimento pietista e moralizzatore incentrato sulla vita individuale e famigliare. Si astiene dal preconizzare l’azione armata. Esprimono la loro opposizione rispetto all’Occidente attraverso un atteggiamento di indifferenza politica e il rifiuto all’integrazione sociale.

Mentre mi allontano dal Centro Islamico, verso lidi più libertari, mi tornano in mente i due grandi modelli di integrazione pensati in Occidente in epoca contemporanea: il paradigma assimilazionista francese e quello multiculturalista britannico. Sono entrambe modelli obsoleti, ormai in evidente crisi. Eppure l’Italia, volente o nolente, ha adottato il modello multiculturalista che oggi fa rima con separatismo etnico-religioso intrasocietario, ghettizzazione e comunitarismo. Una deriva che interpreta l’integrazione delle popolazioni migranti attraverso la loro organizzazione in funzione della loro comunità d’origine. Blocchi etnici divisi che non si incrociano ma che generano scintille ogni volta che si toccano.

Gaetano Gasparini

Come farsi espellere dall’ordine dei giornalisti e vivere lo stesso felici

Ecco come l’Ordine dei giornalisti radia un iscritto che non ha pagato la quota.

di Matteo Rinaldi

Ecco come l’Ordine dei giornalisti radia un iscritto che non ha pagato la quota: un’avventura da Inquisizione medievale che dà pienamente ragione a chi spinge per la sua abolizione.

dx01Quanti sono i giornalisti iscritti all’ordine che non vedono l’ora di cancellarsi ma non ne hanno il coraggio?

Secondo me tantissimi, soprattutto tra i pubblicisti. Migliaia, voglio dire. Li capisco: l’ordine è realmente inutile come lo disegnano in molti (soprattutto chi giornalista non è, questo va detto). Ma è un’inutilità talmente evidente che perfino un paese come l’Italia dovrebbe capirlo prima della prossima rivoluzione galattica. Non solo inefficace, incapace, forte coi deboli e debole coi forti: l’ordine è perfino incapace di tenersi stretti i guadagni che ottiene senza far niente. E perfino di cacciare un collega senza spendere un sacco di tempo e denaro.
Un distinguo: l’ordine è totalmente inutile per la maggioranza dei giornalisti, i cosiddetti “pubblicisti”. I “professionisti”, la minoranza, ne hanno invece necessità e pare perfino qualche beneficio. Ma le migliaia di pubblicisti – ovvero chi non lavora a tempo pieno in un giornale e non conta sul contratto professionistico – non ci guadagnano niente.

Le ragioni serie per cui i pubblicisti iscritti continuano a pagare la farsesca tessera annuale sono principalmente tre:
1) scrivono in qualche giornale, anche piccolo, che li riconosce come pubblicisti e non come co.co.pro (meno tasse per tutti);
2) ne dirigono uno, fosse anche un bollettino parrocchiale, e ricevono un rimborso spese. Senza tessera non è possibile dirigere e senza direttore un giornale paga una spesa postale molto più alta;
3) sognano di diventare professionisti e hanno bisogno della tessera per la scalata sociale verso il contratto vero e proprio.

dx02Al di fuori di queste tre categorie, le uniche con una solida ragione di base, ne esista una quarta, numerosa ma in costante calo: quella dei pubblicisti appassionati (o squilibrati, scegliete voi il termine migliore) per i quali la tessera ha un valore di prestigio. Dio sa perché: già il nome, da serie B rispetto al professionista, dovrebbe far vergognare.
Eppure una volta erano decine di migliaia i giornalisti pubblicisti fieri: ogni giornale aveva i suoi collaboratori che si vantavano di possedere la tessera e si sentivano colleghi di Montanelli pur scrivendo le brevi sulle sagre di paese o sulle partite di terza categoria.
Forse io ebbi la sfortuna di incrociare uno di questi, all’inizio della mia carriera. Era certamente un pazzo che scriveva malissimo (ma otto giornalisti su dieci scrivono malissimo), si sentiva Hemingway (ma nove su dieci si sentono Hemingway) e considerava la sua tessera come un punto d’arrivo esistenziale (dieci su dieci).

Per questo io, che sono sempre stato più demente dei personaggi sopra elencati, decisi che la tessera non la volevo. Volevo scrivere e basta.

Con i miei diciassette anni e un futuro tutto da decifrare, pensavo che un documento di carta non avrebbe potuto certificare la mia eventuale bravura, passione, capacità, ovvero il mio professionismo. Perché avevo letto i colleghi scarsi e avevo letto i bravi: avevo capito che l’unico professionista è il cronista che scrive la verità (a volte è difficile) e soprattutto che attacca con più forza e coraggio i potenti piuttosto che le mezze tacche. E questo è molto più difficile.

dx03Mi era già evidente, senza mai essere entrato nella redazione di un giornale, che due terzi dei giornalisti non avrebbero attaccato un potente nemmeno sotto tortura. E che tre quarti dei pezzi che leggevo, nei quotidiani al bar, erano scritti coi piedi e, ancora peggio, pensati coi piedi.

Più leggevo e più capivo che gli articoli erano un interminabile elenco di frasi fatte, di inizi sempre uguali, di banalità ripetute a pappagallo, di sciatteria e pigrizia mentale. Dopo tre pezzi di sport, avevi letto tutti i pezzi di sport. Dopo tre di politica, davi ragione a chi odiava la politica. Dopo tre di cultura… Aspetta, credo di non averli mai letti, tre pezzi interi nelle pagine di cultura: sono svenuto al secondo.

Il brutto era talmente evidente, nella scrittura dei giornalisti, che perfino la mia testa minorenne sentiva la necessità di rifugiarsi nei pochi che scrivevano col cuore, con una tecnica vera, limata, sudata, col rispetto per chi legge e perfino col coraggio di osare.
Insomma, se quelli delle pagine di politica e cultura erano i giornalisti con la tessera, io la tessera non la volevo.

E così fu. Scrissi per anni senza più pensarci, tanto il mio giornale era piccolo, pagava pochissimo e la parola “contratto” si usava solo per definire il muscolo contratto del bomber costretto al riposo (ecco, solo a ricordare sto già scrivendo come loro, dannazione).
Purtroppo nel giornalismo, come in tutte le carriere, la cosa importante è la continuità. La mia andava a corrente alternata: dx05ogni due anni mi stancavo e cambiavo passione. Un’agenzia editoriale, un’agenzia di pubblicità, lavoretti dimenticati…

Finché un giorno, mi capita tra le mani una copia della Stampa. Sono gli anni novanta e leggendo distrattamente la cronaca nazionale trovo il primo pezzo di nera scritto senza imitare il linguaggio del verbale dei Carabinieri: non “Il Trombini entrava dalla finestra e qui si impossessava di un sacchetto contenente bigiotteria tra cui una fede nuziale e una madonna di Loreto”.

No, il cronista entrava nella casa di un assassino e raccontava la casa, la vita, gli odori perfino, le sensazioni: “Entro nella camera: ha mobili semplici, quasi tutti Ikea. C’è un’aria ordinata ma fredda, come se la stanza fosse sì abitata ma non vissuta davvero”.

L’autore era Gabriele Romagnoli, me lo ricordo ancora. Quella Stampa aveva un giovane Curzio Maltese, non ancora trasformato in Johnny il Triste, e un ancor più giovane Massimo Gramellini, che scriveva come scriveva solo Gramellini.

Voi non avete mai letto il suo primo libro, vero? Si chiamava “Colpo Grosso”, era un instant book scritto a sei mani con lo stesso Maltese e Pino Corrias. dx04Berlusconi aveva vinto le prime elezioni e loro raccontavano il futuro immaginato (e impeccabile) con un’ironia da piangere da quant’era bella e veritiera. Non potete averlo letto in ogni caso: i berluscloni fecero razzia di copie dal giorno dopo: le comperarono quasi tutte e le fecero sparire, convincendo poi l’editore a non ristampare nemmeno una copia. Io ebbi la fortuna, chissà come, di trovarne una e la stupidità di prestarla a chissà chi.

Grazie a quella Stampa mi torna la voglia di scrivere. Ma stavolta vado in un giornale vero, il principale quotidiano vicentino. Collaboro tre mesi. Sono anni in cui fare il giornalista è un sogno per moltissimi: c’è un fila di collaboratori infinita, davanti a me.

Alcuni bravissimi, da anni in attesa di un piccolo contratto per arrivare un giorno all’assunzione. Alla fine del terzo mese il direttore mi chiama: mi assume, scavalcando tutti, per sei mesi di fila, in sostituzione di un collega che prende aspettativa. In verità mi devo sposare tra poche settimane ma la proposta è secca: sette giorni di ferie al massimo in tutto il semestre, prendere o lasciare, decisione in otto secondi.

dx06Accetto e comincio dal giorno stesso. La stessa sera stacco e mentre punto l’uscita, barcollando (nei giornali veri, da giovane e neo-assunto lavori come un pazzo, altro che no) un amministrativo mi ferma: “Rinaldi, dammi la tessera che devo prendere il numero per fare il contratto. “Eh? Non l’ho mai fatta io la tessera”.
La scena si blocca, come un film. Sento le zanzare della stanza accanto. Ma è così importante questa cazzutissima tessera? Dopo il silenzio, l’esplosione.

Mi insultano con una sequela di bestemmie che avevo sentito solo nell’esercito: “Cazzooooo, come cazzo è possibile che non hai la tessera dopo quindici anni che scriviiiiiiii!”

Ecco, non mi pare il caso di spiegare a tutti la mia interessante teoria sul professionismo reale e percepito. Meglio spiegare a voi quel che succede: mi chiudono tutta la notte in una stanza, a ritagliare i trenta articoli scritti nei mesi precedenti (per fortuna li trovo) e a ritagliarne altri sessanta, rubacchiandoli qua e là (per fortuna molti professionisti non firmano mai i loro pezzi, così posso spacciarli per miei).

Li incollo in un quaderno, compilo carte e giuramenti e all’alba del giorno dopo – previa telefonata di un potente del giornale a un potente dell’ordine – filo a Venezia a fare la tessera più veloce della storia.
Tutto questo giusto per mettere nero su bianco la serietà del sistema con cui si diventa pubblicisti: perché è chiaro che lo ero, un cronista. Anzi, ero già un professionista vero e proprio, almeno in prospettiva. Ma se ci sono delle regole, bisognerebbe rispettarle. Invece le regole italiane sono così: non solo stupide, ma aggirabili in quattro e quattr’otto.

dx07Era il 1995. Due anni dopo smetto di fare il cronista e torno in pubblicità. La tessera però la tengo: non si sa mai, con questa testa. E poi non serve più dimostrare che scrivi: puoi anche smettere per dieci anni, nessuno fa una piega. L’ordine poi: a quelli basta il fisso annuale. Vi pare che abbia senso?
La tengo senza ragione. L’unico servizio che ottengo è la rivista dell’ordine – un bollettino tristissimo e illeggibile – e un curioso regalo: una specie di enorme bibbia con l’elenco di tutti i giornalisti d’Italia, divisi tra pubblicisti e professionisti. Nome, cognome, età, anno e mese dell’iscrizione. Un po’ come se ai macellai italiani regalassero un libro con tutti i macellai, da Aosta a Lampedusa. Mah.

Molti anni dopo però la tessera mi torna utile: mi chiamano a dirigere un giornale e il documento è fondamentale: per scrivere “direttore responsabile” di fianco al nome e per prendere una querela per diffamazione (un milione di euro, pensate un po’) che dopo dieci anni e passa è ancora a spasso tra i cassetti del tribunale.
Con la querela davanti al naso, penso che forse per la prima volta potrò sfruttarlo, l’amico ordine. Finalmente mi servirà per qualcosa di molto più importante della sacra bibbia dei colleghi.

Chiamo e spiego il problema: “Un assessore mi ha fatto una causa milionaria, ma le cose che ho scritto non possono essere considerate diffamazione, secondo me e pure secondo il mio legale. Cosa posso fare? Come potete aiutarmi?”

dx08Capisco, rispondono. Segue un lungo silenzio, come quelli delle interrogazioni scolastiche di Franti su Cuore. Scusate, ripeto la domanda: cosa mi consigliate di fare? Come mi potete aiutare? “Richiamiamo noi” rispondono, dopo un altro silenzio frantesco.
Nessuno richiama. Telefono ancora, più volte. Stessa scena. Nessuno sa niente, nessuno fa niente. Mi consigliano di rivolgermi al sindacato. Il sindacato giornalisti mi ascolta, poi chiede: “Sei nostro socio?” No, dico, dirigo un piccolo giornale, non siamo nemmeno pagati come giornalisti”. “E allora che cacchio vuoi da noi?” Richiamo l’ordine. A parte la parole “cacchio” il risultato è lo stesso.
Lascio perdere, convincendomi ancor più di quanto l’ordine sia non solo inutile ma addirittura immateriale, inconsistente, incapace di una qualunque reazione umana.

Il mio giornale chiude dopo due anni, ma tengo la tessera e faccio bene: un ente ha bisogno di un direttore e sceglie me. Mi pagano mille euro l’anno per mettere semplicemente la firma e controllare che non escano pezzi a rischio denuncia. Nel frattempo continuo a scrivere, collaborando con più giornali, ma ormai nessuno paga più noi scribacchini come giornalisti.
Ed eccoci al presente: tre anni fa pago la tessera in ritardo (succede); mi arriva una penale irritante ma sopportabile.
Due anni fa non pago perché cambio casa e dimentico di dare all’ordine il nuovo indirizzo. Così non ricevo le lettere di sollecito che mi mandano.

I mesi passano: un bel giorno mi arriva un plico che neanche al re di Francia prima della ghigliottina. È un faldone gigantesco, firmato e controfirmato da araldi e cicisbei: mi intimano di recarmi a Venezia dove una corte di giudici togati mi interrogherà sulle cause del mio mancato pagamento e deciderà se cancellarmi dalla faccia dal Sacro Ordine Dei Giornalisti Pubblicisti O Se Perdonarmi A Patto Che Io Abiuri Come Galileo E Paghi Cospargendomi Il Capo Di Cenere.
A naso, la spesa in carte, timbri e bolle papali supera lo stipendio di un consigliere regionale.
In piccolo però, alla fine della bolla papale, è scritto: “Pagando questa cifra con un vaglia postale entro il giorno X, la sua posizione sarà di nuovo in regola”.
Penso: pagliacci. Se mi avessero fatto una telefonata, una semplice telefonata, avremmo risolto tutto in otto secondi. Però pago. E penso: pagliaccio.

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(Scusa e buona lettura)

Siamo alla fine della storia. Quest’anno succede lo stesso. Dico la verità: lo lascio succedere. Voglio vedere che accade. Voglio vedere i cavalli neri dell’Ordine di Mordor, la ghigliottina dei Pubblicisti, la mia tessera messa a ferro e fuoco, la maledizione del Grande Giornalista Professionista, padre di tutti i pubblicisti, cadermi tra capo e collo. Voglio essere un pagliaccio vero: loro hanno più onestà di tutti noi.

Purtroppo non mi spediscono il faldone con la Bolla Tutta In Maiuscolo. Mi inviano un faldone più piccolo, ma odorante di zolfo, con un testo laconico: il Gran Consiglio Della Corte Giudicante si è riunito (e immagino dieci persone attorno a un tavolo per me: chi ha pagato il loro viaggio veneziano? Dieci anni d’iscrizione di un altro pubblicista?). Qui – prosegue – il Gran Consiglio ha preso atto della mia Assenza Ingiustificata e con una Penna Stilografica Mefisto color nero pece ha cancellato il mio nome dal Sacro Libro Dei Pubblicisti Veneti Et Italiani.

Mi avvisano che non c’è più niente da fare: potrei scrivere la Divina Commedia, il viaggio di Pigafetta, il Milione di Marco Polo, il Codice Da Vinci e Diciotto Editoriali Di Scalfari ma, per cinque anni almeno, nessuno mi ridarà la prestigiosa tessera. Solo al sesto anno, a patto di aver perso tutti i capelli ed essermi lasciato crescere una lunga e serissima barba grigia, potrò rifare domanda

Ho perso il guadagno della rivista, questo è vero. Ma che siate d’accordo o no, ho fatto anche una delle poche cose giuste della mia vita.

Matteo Rinaldi