L’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia

Realtà parallele. Pensate di sapere davvero quello che succede nel paese dove vivete? Sbagliate. Ecco tutti i complotti attualmente in corso nell’Italia parallela.

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Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che niente è reale
(Jorge Luis Borges)
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Scopo di questa pagina non è quello di confutare o analizzare le idee complottiste. Né quello di fare un’approfondita analisi delle ragioni per cui siano così diffuse in Italia. Ma semplicemente quello di scattare una fotografia della realtà parallela che questo tipo di idee hanno creato. Karl Popper nel saggio “La società aperta e i suoi nemici” paragona l’idea che il futuro sia prevedibile studiando il passato, cioè che la storia proceda in una direzione, alla teorie cospirative, dove “qualunque cosa avvenga nella società […] è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”. Questi due pensieri hanno in comune l’idea che ci sia un disegno da seguire, privo di imprevisti, che non procede a caso. Anzi: quando gli imprevisti si presentano, è solo perché erano compresi nel Piano.

Così il susseguirsi degli eventi che costituiscono quella che definiamo realtà – da una guerra alla diffusione di un virus, dalla morte di un famoso cantante a un incidente sull’autostrada – sono parte di un preciso piano che avanza inesorabile.

A Popper questo modo di pensare ricorda la Grecia di Omero, in cui tutto ciò che accadeva sulla terra, tra noi comuni mortali, era solo un riflesso delle cospirazioni che avvenivano nell’Olimpo. Ed ecco che se il mio medico mi prescrive un farmaco è solo perché al centesimo piano di un misterioso grattacielo dall’altra parte del mondo è stato deciso così.

Le ragioni del pensiero complottista, soprattutto in Italia, meriterebbero un’analisi sociologica e psicologica più approfondita, che eviteremo di fare, così come non ci concentreremo sulla confutazione delle teorie cospirative (il cosiddetto debunking), dato che esistono già moltissime pagine che si occupano solo questo. Infatti, così come esiste un’ampia letteratura complottista dominata da cliché, forzature e inesattezze, in Italia esiste anche un’ampia letteratura anti-complottista, necessaria, a volte accurata e sobria, a volte inaccurata e isterica, anch’essa non priva di certi cliché.

Ci limiteremo giusto a citare brevemente alcuni fattori secondo noi determinanti nella diffusione del pensiero complottista: la recente storia italiana fatta di misteri e segreti di stato, con servizi segreti deviati, morti sospette e la presenza sotterranea della criminalità organizzata; la diffusa e dilagante corruzione a più livelli della società, dai piani alti del potere a quelli del sottoscala di casa; una generale diffidenza verso la scienza e il pensiero razionale e una perdita progressiva di autorevolezza della comunità scientifica agli occhi di buona parte dei cittadini; la diffusione e la percezione dei social network come fonti d’informazione.

Questi sono alcuni degli elementi che hanno contribuito ad alimentare un immaginario collettivo cospirativo che ha iper stimolato la nostra immaginazione, portandoci a pensare che se in Italia qualcosa è possibile, anche le cose più strambe, allora forse tutto è possibile. Perché se capita che spesso dietro qualcosa ci sia qualcos’altro, allora posso pensare che forse dietro tutte le cose ci sia qualcos’altro: forse la mafia ha messo del veleno nel mio caffè, forse il pediatra vuole uccidere il mio bambino, forse dietro il mio licenziamento c’è la lobby dei meteorologi, o quella dei banchieri, o quella dei meteorologi banchieri. La cospirazione entra così nel salotto di casa.

Accettando una parte di realtà possibile, accettiamo il pacchetto completo: se è vero che il latte potrebbe farmi male, così come ho letto nella pagina Facebook di un amico che riporta la segnalazione di un blog che cita un articolo che parla di uno studio di 70 anni fa, allora potrebbe essere vero che è in atto una mega cospirazione su scala mondiale per sterminare la popolazione utilizzando le mucche. Perché no? Queste cose succedono.

Il risultato è un Italia fantasy, governata da leggi misteriose, dove i complotti e le cospirazioni mescolano tra loro fatti reali, fatti impossibili e fatti probabili ma non verificati, ma assolutamente certi in questa nuova realtà dove tutto è possibile. Una realtà dove Bergoglio è l’anticristo, ci sono cure che funzionano ma vengono fermate dai potenti del pianeta che se le tengono per loro mentre uccidono il popolo con terapie inutili o irrorando i cieli con sostanze velenose, artisti o sportivi famosi vengono uccisi e i loro omicidi mascherati da malattie o suicidi, il presidente del Consiglio è stato scelto perché ha partecipato a un programma tv quando aveva 19 anni, le leggi sui diritti civili servono a sterminare la razza umana e così via.

Questa è l’altra Italia in cui viviamo, quella parallela, quella dove ogni complotto è vero. Dove non crediamo più a niente e quindi crediamo a tutto.


Elenco dei complotti attualmente in corso in Italia aggiornato al febbraio 2015

Bergoglio è l’anticristo massone eletto per portare gli uomini alla fine del mondo

bergoglioMario Jose Bergoglio, ovvero Papa Francesco, è l’Anticristo. Le dimostrazioni che si trovano in rete sono tante, ma come sempre a molti la cosa appare talmente evidente da non dover essere spiegata. Comunque, per nostra fortuna, qualcuno ci prova. Ad esempio: Bergoglio è un gesuita, e i gesuiti sono da sempre dietro a molti complotti, ed è considerato il vero “papa nero” previsto da Nostradamus, colui che porterà gli uomini alla fine del mondo. Non a caso sommando i numeri del codice ASCII equivalenti a ogni lettera del suo cognome, viene fuori 666, numero della Bestia. Inoltre il papa è considerato blasfemo, apostata (cioè che ha abbandonato la propria religione), massone e secondo alcuni perfino indemoniato. Tutto questo viene coperto, inutile dirlo, dal Vaticano, dalla massoneria e dai governi di tutto il mondo.

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono due militanti siriane pronte a colpire

gretaQuello che è successo dopo il ritorno delle due volontarie italiane rapite in Siria, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (conosciute dai giornali italiani semplicemente come “Greta e Vanessa”) probabilmente in futuro sarà materia di studio nelle facoltà di sociologia e psicologia. E’ stato ipotizzato praticamente tutto, dai più classici tormentoni post-rapimento come l’evergreen “è sospetto che siano tornate così paffute e sorridenti” fino a vergognose insinuazioni  – “hanno fatto sesso consenziente con i terroristi” diffuse anche da un vicepresidente del Senato italiano (“Maurizio”). Ma non è tutto, c’è anche un complotto. Che si può riassumere più o meno così: le due giovani cooperanti sono andate in Siria per unirsi alla rivoluzione, o quantomeno sostenere i militanti, dunque non sono state realmente rapite, hanno solo scucito soldi allo stato italiano (12 milioni, ovvero “12mila kalashnikov nuovi” secondo il quotidiano Libero) con un finto rapimento per finanziare la jihad e ora sono due cellule dormienti in attesa di essere attivate, pronte a colpire con attentati sul suolo italiano.

Emma Bonino si è fatta venire il cancro per fare propaganda alla chemioterapia

emma_bonino_web_chatUna delle più grandi preoccupazioni dell’uomo moderno è la salute. Per alcuni l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è il male assoluto, “una parte di quella forza che desidera eternamente il male e opera eternamente il bene”, come Mefistofele. Se sommate la diffidenza nella medicina, un generale atteggiamento antiscientifico sempre più in aumento in Italia, e una certa propensione alla paranoia, ecco che abbiamo il complotto secondo il quale Emma Bonino o non ha davvero il cancro – come purtroppo ha affermato – oppure ce l’ha ma lo sta usando per fare propaganda alla chemioterapia e ai metodi anti-cancro accettati dalla scienza, contrapposti a tutti quelli “alternativi”, che vanno dalla cura del bicarbonato a quelle con piante esotiche o acqua limone o dieta vegana e via dicendo. O, addirittura, si sarebbe fatta venire apposta il cancro per fare propaganda alla chemio. E così, dopo la notizia del cancro di cui è vittima la Bonino, si è immediatamente diffusa la voce che dietro in realtà ci sia “la Big Pharma dei banchieri” che nascondono le vere cure all’umanità, obbligando il popolo a curarsi con l’inutile e anzi dannosa chemioterapia.

E’ in corso, anche in Italia, uno sterminio tramite la sterilizzazione forzata

ded4Attraverso farmaci, terapie sanitarie, OGM, vaccini, nanomateriali nascosti negli alimenti, guerre batteriologiche e scie chimiche, esiste un piano per sterminare l’umanità. In Italia, e forse nel mondo la massima esponente di questa tesi è Monia Benini del Movimento 5 stelle e autrice del libro “Sterminio segreto”. Secondo la Benini è in corso un gigantesco complotto il cui obiettivo è di ridurre di 2/3 oppure di 3/4 la popolazione mondiale. Il piano è in atto almeno da 40 anni e sono coinvolti tutti i governi e le Nazioni Unite, che controllano la sanità, la finanza e l’informazione. La stessa Benini, presentando il libro, spiega che “può apparire allucinante, può sembrare assurdo, può suonare incredibile”. Questo complotto è il complotto dei complotti,  è un po’ come quella che nella fisica teorica viene definita “teoria del tutto”: unisce tutti gli altri complotti, bufale, leggende metropolitane, cospirazioni, in maniera trasversale, mischiando elementi di una realtà con elementi di altre realtà, dando vita a una vera e propria realtà parallela dove ogni fatto, ogni evento, anche quelli apparentemente insignificanti, vanno collegati allo sterminio globale.

Le leggi per le unioni gay sono promosse dalle élite occulte e dai governi per ridurre la popolazione mondiale

gyAltro complotto su scala mondiale, presente anche e soprattutto nel nostro paese, è quello per cui le richieste di diritti civili per gli omosessuali sono volute dalle lobby gay, dietro le quali si nascondono altre lobby (Illuminati, massoneria, élite occulte non meglio specificate) che hanno come obiettivo quello di ridurre la popolazione mondiale. In pratica la diffusione dell’omosessualità non sarebbe altro che uno dei tanti metodi per portare avanti lo sterminio dell’umanità. Più unioni gay, meno unioni tradizionali, meno coppie che si riproducono, meno bambini. In Italia è una tesi che attraversa un po’ tutta la galassia complottista e parte della destra cattolica, che usa questa argomentazione in difesa della cosiddetta famiglia tradizionale. Ad esempio qualche anno fa Carlo Giovanardi dichiarava: “Se i movimenti dell’orgoglio omosessuale fossero prevalenti o riuscissero a convincere il mondo che quella è la strada giusta allora il mondo finirebbe nell’arco di una generazione”.

Nei cieli italiani vengono irrorati veleni per provocare malattie e controllare il clima

scia-chimicaQuello delle scie chimiche è il complotto più diffuso e allo stesso tempo più analizzato, smentito, confutato, criticato. E’ anche quello dal fascino più antico. Da sempre gli uomini hanno guardato il cielo alla ricerca di qualcosa, e spesso quel qualcosa faceva paura. Ci piace pensare al primo uomo che ha visto un fulmine squarciare il cielo notturno: chissà cosa penserebbe oggi delle scie chimiche. Secondo i sostenitori di questa enorme cospirazione oggi in Italia, come in tutto il mondo, vengono irrorate sostanze dannose tramite gli aerei, che lasciano appunto delle scie “chimiche”. Queste scie sono responsabili dei cambiamenti climatici, delle malattie, della radioattività e di molte altre cose. Viene chiamata “geoingegneria clandestina”. La cospirazione è organizzata e coperta da governi, mondo della scienza, esercito, Vaticano, multinazionali del cibo e della farmaceutica, ma anche da comuni cittadini, meteorologi, professori, giornalisti, in sostanza chiunque la neghi o la metta in dubbio. E’ diventata molto popolare ed è arrivata perfino in Parlamento grazie a deputati di diversi partiti.

Le morti sospette di artisti famosi, potrebbero c’entrare la massoneria o le scie chimiche

danieleIl 4 gennaio 2014 muore di infarto il famoso musicista napoletano Pino Daniele. Da subito online si parla di morte sospetta. C’è chi sostiene che si tratta evidentemente dell”ennesimo omicidio massonico”, senza fornire maggiori dettagli, come se movente e mandanti fossero talmente ovvi da non essere necessario indicarli. Nel frattempo, su un altro piano della realtà, la procura di Napoli apre un’inchiesta contro ignoti per omicidio colposo: si indaga soprattutto sui soccorsi e sui dubbi legati alle ultime ore di vita dell’artista. Ma online si va molto oltre e vengono fuori le piste più imprevedibili: c’è chi parla di satanismo, chi nota la diffusione di “strani infarti” collegando la morte di Daniele a quella del cantante Mango (deceduto un mese prima) fino a intravedere addirittura un piano per destabilizzare l’Europa attraverso varie “morti sospette” di personaggi famosi, o la conferma di un generale peggioramento delle condizioni di salute di tutti a causa delle scie chimiche. Secondo il cardiologo di fiducia di Pino Daniele, il dottor Gaspardone, che lo seguiva da oltre 20 anni, la morte di Daniele non è sorprendente, dato che – a causa della gravissima malattie alle coronarie – la sua vita “era appesa a un filo”. In precedenza anche la morte di Fabrizio De Andrè era rientrata nel complotto degli artisti uccisi. Citiamo due elementi significativi: la data della morte, 11-1-1999, le tante – troppe – rose rosse sulla sua bara al funerale, simbolo della loggia massonica della Rosa Rossa, responsabile – secondo alcuni complottisti – dei più noti delitti italiani.

Il metodo Stamina funziona ma viene bloccato dai gruppi di potere della ricerca scientifica

staminaIl metodo Stamina è un trattamento a base di cellule staminali inventato da Davide Vannoni, un docente di scienze della comunicazione, che assicura di curare le malattie neurodegenerative. Pur privo di validazione scientifica, è diventato molto popolare grazie alla diffusione su tv, giornali e web. Il complotto anti Stamina sostiene che questo metodo funzioni ma che non venga accettato dalla comunità scientifica perché bloccato dai gruppi di potere della ricerca e delle università e da Big Pharma (la lobby dell’industria farmaceutica) che perderebbe così i propri preziosi clienti. La comunità scientifica continua a considerarlo inattendibile, ma nonostante questo nel 2013 il parlamento italiano ha preso sul serio questa cura e ha avviato una sperimentazione, successivamente fermata, anche se Vannoni ha annunciato che ricorrerà al Tar.

Il Nuovo Ordine Mondiale impianta microchip nel corpo delle persone, anche negli ospedali italiani

chipQuesta è una notizia ricorrente che da decenni alimenta panico, allarmismo e alcuni godibili romanzi di fantascienza. Negli ospedali italiani – non tutti, forse solo in alcuni – ai neonati vengono impianti dei microchip. E’ una pratica diffusa già da tempo in tutto il mondo dal cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale e dagli Illuminati: microchip nel cervello, oppure microchip sottocutanei dotati di GPS che, oltre a controllarvi, potrebbe uccidervi all’istante se fosse necessario, oppure sedarvi. In questo modo sarebbe possibile controllare la popolazione. Secondo questa affascinante teoria “questa tecnica di controllo sarebbe estremamente utile per arrestare quella che definisce Il risveglio delle coscienze”che sta avvenendo nella popolazione mondiale e che potrebbe mandare a monte il progetto illuminato del New World Order”, come spiegato dalla pagina Facebook “No al microchip sottocutaneo”. Tra gli esponenti politici noti sostenitori di questa teoria c’è Paolo Bernini del Movimento 5 stelle.

Se Matteo Renzi ha vinto a 19 anni alla Ruota della fortuna e poi è diventato presidente del Consiglio non è un caso

renziCom’è possibile che nel 1994 un 19enne partecipi al popolare programma tv  “La ruota della fortuna” (presentato da Mike Bongiorno, la cui salma quasi 20 anni dopo sarà trafugata) e riesca a vincere 48 milioni di lire diventando campione per diverse settimane? Proprio nella tv di quello che in teoria diventerà un suo grande avversario politico? L’ex 19enne è l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, il proprietario della tv è l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Secondo diverse pagine complottiste non può essere una coincidenza e dietro c’è un piano preciso e la loggia massonica P2. Tra i sostenitori della tesi c’è il senatore del Movimento 5 stelle Bartolomeo Pepe.

Marco Pantani è stato ucciso e il suo omicidio è stato insabbiato perché sapeva troppo

pantaniIl ciclista Marco Pantani è morto il 14 febbraio 2004 nel residence Le Rose di Rimini, dopo un periodo di crisi professionale e personale dovuto anche alla squalifica per doping. Per circa 10 anni la versione ufficiale è che si sia trattato di un suicidio-overdose dovuto a un abuso di cocaina. Nel 2014 però la famiglia dell’ex campione ha fatto riaprire il caso. A quel punto ha iniziato a diffondersi l’idea che Pantani sia stato ucciso, tesi che la madre ha sostenuto fin da subito. Ma perché Pantani sarebbe stato ucciso? Le ipotesi sono molte. Secondo alcuni dietro la morte del ciclista ci sarebbero le case farmaceutiche, la lobby del doping, gli sponsor, alcuni misteriosi ordini massonici, la malavita legata alle scommesse  clandestine, e gli americani. Infatti Pantani, con le sue vittorie, avrebbe rischiato di mettere in ombra il campione americano – poi rivelatosi dopato – Lance Armstrong, e per questo sarebbe stato inscenato il suo suicidio. La famiglia Pantani sostiene di sapere con precisione chi ha ucciso il ciclista e perché, ma non ha mai fatto i nomi. Il medico legale chiamato a lavorare dopo la riapertura del caso ha parlato di un cocktail di farmaci e droga che avrebbe portato a un’insufficienza cardiaca: non ci sarebbero elementi che porterebbero a ipotizzare un’assunzione forzata di queste sostanze.

Il latte causa i tumori ma la scienza ufficiale lo nega perché pagata dalle industrie

cow1Il consumo di latte provocherebbe il cancro. La fonte è l’ormai noto China Study, uno studio di 40 anni fa che individuava nella caseina un fattore determinante nell’insorgere dei tumori, oggi ritenuto non attendibile dalla comunità scientifica. A partire dal 2005 lo studio ha avuto grande successo e diffusione, diventando una sorta di bibbia per molte persone ossessionate dall’alimentazione corretta, molte delle quali hanno iniziato a sostenere non solo che il latte provochi il cancro, ma che sia possibile curare il cancro con una dieta vegana. Nella campagna promozionale legata al libro si legge che “questo studio è potenzialmente in grado di salvare milioni di vite umane”. Ma se fosse vero, perché la scienza ufficiale non lo considera attendibile? Perché i governi non obbligano i produttori di latte ad applicare la scritta “Il latte causa il cancro” come per le sigarette? Dietro questo clamoroso boicottaggio ci sarebbero le case farmaceutiche, i produttori di latte e l’industria della carne.

In Italia esiste una rete di clown che rapiscono i bambini per poi vendere gli organi

clown

Alla fine del 2014 in Italia si è diffusa la paura dei clown. Tutto sembra essere iniziato in Emilia, quando è venuta fuori la notizia di un’aggressione subita da un gruppo di ragazzi fuori da una scuola da parte di alcune persone vestite da clown. Nel frattempo altrove scompaiono dei bambini. Si inizia a parlare di slavi, forse rumeni, forse polacchi, travestiti da clown, su furgoni quasi sempre bianchi e spesso senza targa. E’ sufficiente perché il panico dilaghi: dall’Emilia alla Campania, ma anche nel nord Italia, iniziano ad arrivare avvistamenti e le prime spiegazioni su internet. Ovvero: sono bande di rapitori di bambini che, attirandoli vestiti da clown, li rapiscono per poi vendere gli organi. Lo sanno tutti, si sa da sempre, commenta qualcuno, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

Ci sono complotti che i potenti fanno tra loro

renziNon sempre i complotti sono a danno dei subordinati, del popolo impotente che li scopre e li denuncia mentre i potenti fanno di tutto per nasconderli. Anzi: l’utilizzo strumentale dei complotti da parte del potere ha radici antiche. E spesso sono proprio i potenti che complottano tra loro, esattamente come avveniva nell’Olimpo. In Italia negli ultimi anni il complottismo ai piani alti del Potere ha assunto spesso toni vittimistici: esemplare il caso di Silvio Berlusconi, contro il quale hanno cospirato per anni varie entità, dalla magistratura ai comunisti, fino al G20 al completo, guidato dalla Germania, dove – si sostiene – nel 2011 si decise di spodestare il suo governo. Berlusconi nel 2009 dichiarò di essere “il maggior perseguitato di tutta la storia di tutte le epoche del mondo”. Recentemente anche il premier Matteo Renzi ha iniziato ad assumere toni da perseguitato in balia di complotti, parlando di “un disegno per dividere l’Italia” riferendosi all’azione dei sindacati contro il suo governo.

La Costa Concordia è una messinscena di un complotto

costa--concordiaDietro l’incidente della Costa Concordia del 13 gennaio 2012 ci sarebbe molto di più di quello che abbiamo visto. E dietro quello, c’è altro ancora. Da subito l’incidente è stato interpretato in chiave simbolica, numerologica e massonica: il nome “Concordia” e l’isola del Giglio, simbolo che si ricollega alla massoneria, non potevano che ispirare una complessa interpretazione cospirazionista che mette insieme il gruppo Bilderberg, il Titanic, vari numeri (compreso il 999 rovesciato, quindi 666) la situazione economica mondiale e altri elementi che tutto sono fuorché coincidenze. In questo senso l’affondamento della Concordia sarebbe un potente messaggio simbolico da parte delle solite élite occulte – massoneria e banche – contro l’Europa: “affonderete” o “vi stiamo affondando”. Fin qui è abbastanza facile. Ma attenzione, perché questo è il finto complotto. C’è infatti un livello ulteriore per “complottisti più che abili” secondo cui questo incidente aveva lo scopo di mascherare “verità più profonde e inquietanti”. Cioè l’obiettivo era illuderci di poter decifrare il linguaggio simbolico usato dall’élite occulta (in questo caso l’affondamento di una nave), quando in realtà non è così. Ecco quindi che quello della Costa Concordia diventerebbe una messinscena di un complotto per  coprire altri complotti. Viene facile chiedersi: ma se abbiamo capito anche che si tratta di un finto complotto, è ancora un complotto? Ha funzionato? Sta funzionando?

Il vero motivo per cui Sergio Mattarella è stato eletto presidente della Repubblica

mattarella_sergio_r439_thumb400x275In realtà non ce n’è uno solo, sono tanti. Oltre ai calcoli politici, c’è tutta una parte di realtà non svelata ufficialmente, oscura, segreta, ma disponibile a tutti sui social network. Proviamo a elencare alcuni degli elementi ricorrenti. Intanto il numero di voti che hanno portato all’elezione di Mattarella: 665, troppo vicino al simbolico 666 per essere una semplice coincidenza. Poi l’applauso in anticipo: durante l’ultimo spoglio alcuni grandi elettori hanno applaudito prima che si raggiungesse il quorum, come se sapessero già l’esito. Ma soprattutto gli indizi massonici – troppi per essere elencati – che dimostrerebbero come Mattarella sia stato scelto da Mario Draghi e approvato da Renzi per entrare nel salotto buono delle massonerie atlantiche (tesi di Paolo Bernini, ad esempio, sempre lui, sempre del Movimento 5 stelle). Infine, la sospetta visita alla Fosse Ardeatine, letta come un omaggio al potere sionista, e non a caso altri fanno notare che Matti in ebraico significa dono di Dio.

I vaccini provocano l’autismo e altre mille cose

vacciniSono la vera pandemia del nuovo millennio. Altro che Aids ed Ebola: il vero pericolo sono i vaccini. L’ostilità verso i vaccini risale addirittura al primo scoperto a fine Settecento, quello contro il vaiolo di Edward Jenner che trovò subito forti resistenze.  Ma è negli anni ’80 del 900 che il movimento antivaccini esplode fino ad arrivare ad oggi. La correlazione tra vaccini e autismo, mai dimostrata scientificamente ma particolarmente di moda nel nuovo millennio, si deve invece al medico americano Andrew Wakefield che nel 1998 scrisse in un suo lavoro (rivelatosi poi una frode messa in piedi su richiesta di un avvocato che cercava pezze giustificative per una causa di risarcimento) di aver trovato anticorpi del virus del morbillo nell’intestino di alcuni bambini autistici. Wakefield venne radiato dall’ordine dei medici, ma da allora la leggenda non hai mai smesso di girare e riprodursi, come un virus, provocando danni enormi che ancora oggi hanno effetti devastanti. Inutile spiegare che tutti i dati scientifici dimostrano che grazie ai vaccini l’incidenza di molte malattie si è azzerata o che, nel caso del morbillo ad esempio, venendo a contatto con l’infezione la percentuale di rischio di contrarre la malattia da parte di chi non è vaccinato è del 90%. Niente da fare, per molti genitori i pericoli derivanti dalla somministrazione dei vaccini sono superiori al rischio di poter contrarre la malattia. Quella, al limite, si può curare con metodi naturali. Naturalmente non manca la dichiarazione – censurata dai media mainstream – del “maggior esperto di vaccini del mondo” che rivela che le multinazionali farmaceutiche hanno inoculato a mezzo mondo il virus del cancro e altre orribili malattie per mezzo dei vaccini. E l’autismo? Studi recenti dimostrano come l’origine dell’autismo risieda in alterazioni genetiche congenite. Ma non importa. La comunità scientifica fa parte del Piano.

 

(pagina in aggiornamento)

La vocazione del soldato

Una mostra su Gabriele D’Annunzio ospitata dall’Accademia militare tra le più antiche al mondo, quella di Modena, offre lo spunto per parlare di disobbedienza e antimilitarismo.

di Rossella Famiglietti

Nell’epoca del Grande Conformismo, dove tutti i movimenti di militari occidentali in giro per il mondo sono “missioni di pace” o virtuose “esportazioni di democrazia”, vale ancora la pena chiedersi il senso e il valore di un’educazione militare. Cosa spinge, oggi, un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza del soldato? A rispondere ci aiuta anche un insospettabile Gabriele D’Annunzio, in mostra a Modena, in una delle accademie militari più antiche al mondo.

Se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo. Se non conosci il nemico ma conosci te stesso, le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle della sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso, ogni battaglia significherà per te la sconfitta.
Sun Tzu, L’arte della guerra (VI sec a. C.)

Andare a conoscere il nemico. Ecco quello che succede ad un antimilitarista quando entra nell’Accademia militare di Modena, con la scusa di visitare la mostra, aperta tra dicembre e febbraio, dedicata a Gabriele D’Annunzio soldato. I cimeli delle avventure militari del Vate, l’immaginifico, il soldato della Grande Guerra sono in prestito infatti alla storica Accademia che si fregia del motto “Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi”.

L’ingresso dell’Accademia è solenne: lapidi alla memoria e fuochi perpetui.
Oltre il portone centrale si accede, infatti, al Lapidario con incisi su marmo i nomi dei 7811 Ufficiali, ex allievi, caduti nelle guerre per l’Unità, l’Indipendenza e la Liberazione. Il sabato pomeriggio è facile imbattersi nei cadetti in libera uscita per le vie del centro, oppure a colloquio con i loro familiari in visita in salottini a cui è vietato l’ingresso agli estranei. Vietato ai visitatori è il passaggio attraverso il Cortile d’Onore del Palazzo ducale che ospita l’Accademia e, in occasione della mostra, la sorveglianza è strettissima. Quando Francesco I d’Este arrivava a cavallo nel grande cortile, tutta la corte e la cittadinanza erano pronti ad acclamarlo e a vederlo salire a cavallo lo Scalone d’onore, almeno così vuole la leggenda. Da quando, nel 1861, il Palazzo è diventato zona militare, la cittadinanza si è vista privata di questo spazio.

Pronti ad agire, in ogni situazione, in Patria e all’estero

«L’Accademia Militare ti prepara per diventare Ufficiale dell’Esercito Italiano e un comandante di uomini. Oltre ad un percorso di formazione completo ed avvincente, l’Accademia Militare ti permette di apprendere tutto ciò di cui hai bisogno per essere pronto ad agire in ogni situazione, in Patria e all’estero», così recita il sito dell’Esercito italiano-Ministero della difesa alla voce “Arruolamenti”. Due sono le domande che balzano alla mente. La prima: cosa possa spingere oggi un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza che impone il codice militare. La seconda: come sia stato possibile assimilare il più sfrenato amante del piacere e della disobbedienza di inizio Novecento a un baluardo di ordine e disciplina.

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Come risposta alla prima domanda, probabilmente, resta ancora valida quella che diede involontariamente Federico II di Prussia, campione di militarismo: «se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file».

In questo palazzo, il più antico istituto di formazione militare al mondo, direttamente legato all’Accademia militare di Savoia, fondata il 1º gennaio del 1678 per volontà di Carlo Emanuele II e della reggente Maria Giovanna di Savoia Nemours, sono passati 116.000 allievi, sei Presidenti del Consiglio e trentuno ministri, oltre a Vittorio Emanuele III, Umberto II di Savoia Re d’Italia, Edmondo de Amicis, Giovanni Agnelli, Armando Diaz, Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, Francesco Baracca, uomo di culto per le sue imprese aviatorie spericolate sotto il marchio del cavallino rampante, recentemente omaggiato nel museo dell’Accademia con l’esposizione di uno degli aerei da lui pilotati nel primo conflitto mondiale.

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Ingoiare lacrime in silenzio

Questi uomini hanno appreso l’arte del comando, e conseguito una Laurea, tra le altre, in Scienze Strategiche, Ingegneria o Medicina e Chirurgia, sottoponendosi ad un addestramento il più possibile realistico, come spiega il prof. Marco Costa, docente di Psicologia generale dell’Università di Bologna e dell’Accademia, nel suo “Psicologia militare. Il mestiere delle armi” (2002). Gli allievi devono sentire l’odore della guerra, devono percepire lo stesso e identico pericolo, solo così saranno il generale che tutti sognano di essere: quello con le truppe disposte a morire per lui. Non tutti riescono a tenere testa al duro addestramento: bisogna imparare ad «ingoiare lacrime in silenzio», come ricorda il motto di “Mamma” Accademia. Il periodo più difficile è quello iniziale, quando gli allievi sono solo “aspiranti” e i superiori mettono alla prova la loro motivazione, come si legge nella sentita rievocazione del generale Chiavarelli, conservata sul giornale on line “Pagine di difesa”:

«Si era aspiranti allievi, un qualcosa d’indefinito, materia informe da sbatacchiare, maltrattare, strapazzare dalla mattina alla sera per testare se la voglia di fare l’ufficiale era reale, ponderata, convinta ed eliminare i tiepidi e i deboli. Eravamo assolutamente certi che tutti ce l’avessero con noi e manifestassero il loro livore urlandoci contro dalle sei del mattino fino al momento di coricarci. Ogni spostamento andava fatto di corsa e sembrava che un sadico avesse fatto in modo che le lezioni e gli addestramenti fossero sempre dalla parte opposta a quella in cui ci trovavamo. Di continuo, plotoni di centometristi affannati, sudati, puzzolenti, si incrociavano per scale e corridoi gridando “Tenere la destra! Tenere la destra!” Chi non lo avesse fatto sarebbe stato inesorabilmente travolto».

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I suicidi in Accademia

L’Accademia militare di Modena ha registrato negli ultimi anni cinque suicidi. L’ultimo, del 24 gennaio 2012, riguarda non un cadetto ma un dipendente civile in servizio presso il Palazzo Ducale. Il primo suicidio risale al 1996, quando il cadetto napoletano ventenne Pierpaolo Signudi, dopo essersi svegliato alle 6.30 e aver messo in ordine la stanza, ha atteso l’uscita dei suoi compagni per buttarsi, in divisa, dal quarto piano. Cento giorni dopo sarebbe diventato sottotenente dei carabinieri. A distanza di soli sei mesi, il 28 novembre dello stesso anno, il diciannovenne ennese Luigi Chirdo, indossata la divisa, si è lanciato dalla finestra del bagno per schiantarsi, dopo un volo di quindici metri, nel Cortile delle Colonne. Luigi ha lasciato una lunga lettera in cui chiede perdono ai genitori che lo volevano in divisa, dichiarandosi un fallito. “La vita militare l’ha affrontata volentieri”, dichiara il Professore Aragona, preside del Liceo scientifico frequentato dal ragazzo, alle pagine de L’Unità, “per fare un piacere ai genitori che ci tenevano molto. Forse si è scontrato con una realtà troppo dura”. Come se non bastasse la preoccupazione scatenata da queste morti, enorme scandalo hanno suscitato le dichiarazioni dell’allora comandante dell’Accademia, generale Bruno Loi.

«Non ci serve chi è in lotta con se stesso, per loro non c’è futuro nell’esercito», ha dichiarato il generale nel corso nella conferenza stampa seguita ai due suicidi e ha poi aggiunto: «è un periodo nefasto per la nostra società. Questi ragazzi sembrano incapaci di far fronte agli impegni, davanti al primo problema si mettono a piangere». A queste parole fredde e distaccate hanno risposto con una lettera gli ex compagni di scuola del cadetto, come rivela l’archivio storico del Corriere della sera: «non si può essere sempre un generale» e ancora «lui era, come tutti noi, in lotta con se stesso». Gli alti comandi non hanno ceduto alle provocazioni sul presunto cinismo del militare e hanno ciecamente difeso le sue posizioni, ribadendo l’estrema durezza della vita militare, a cui spesso, secondo loro, i giovani si votano con superficialità, magari per puro interesse economico. Queste dichiarazioni ricordano le parole del generale Cadorna, di cui pure si celebrano le gesta nella mostra sulla prima guerra mondiale, all’indomani della disfatta di Caporetto. Oggi gli storici sono concordi nell’attribuire gran parte delle colpe ad una strategia spietata ed anacronistica del generale, oltre che ad una serie di ritardi e ambiguità nei comandi, eppure nel bollettino di guerra emanato il 28 ottobre 1917, il generale scarica tutte le colpe del disastro sulle truppe «vilmente ritiratisi senza combattere» o «ignominiosamente arresesi al nemico».

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Il 12 maggio 2000 Francesco Antuono, militare di leva, l’ha fatta finita sui binari della Stazione di Modena lanciandosi contro il Pendolino diretto a Milano. Poi ancora nel 2003, quando il 26 gennaio un altro diciannovenne, Roberto Ciampa, decide di uccidersi buttandosi dal quarto piano e solo pochi mesi dopo, a marzo, il suo coetaneo Ermir Haxhiaj, figlio di un colonnello albanese, si impicca in bagno con una catena. Qualcuno ha parlato di frustrazione e di episodi al limite tra goliardia e nonnismo. Sono queste le ipotesi emerse dalle inchieste, senza considerare la condanna del 2012 a un anno e otto mesi di reclusione ai danni di un docente riconosciuto colpevole di abusi sessuali, perpetrati nove anni prima nei confronti di due cadetti, con la promessa di facilitazioni agli esami.

Spending review? Non per i militari

Entrare all’Accademia militare di Modena è impossibile o quantomeno difficilissimo, come rimpallano i forum degli aspiranti ufficiali. Nessuno fa cenno a timori di natura psicologica o a eventuali contrasti interiori, anzi quanto maggiori risultano le difficoltà di ingresso in questo glorioso olimpo, maggiore risulta, a quanto pare, l’autostima, la fierezza e la motivazione ad andare avanti. L’aspirazione a far parte di un ordine privilegiato è, oggi più che mai, purissima. Il riconoscimento si misura dall’ammirazione di madri e fidanzate, dallo stipendio percepito di 900 euro al mese per i primi due anni e di 1.600 euro dal terzo anno, con incrementi in base al grado, impensabile oggi per qualsiasi studente di quell’età, e dal rinnovato vigore dello spirito militarista che pervade la società italiana. Basti pensare all’incremento delle spese militari del 2015, in barba alle politiche di austerity. All’interno del budget del Ministero per lo sviluppo economico, sono stati, infatti, stanziati 2 miliardi 800 milioni (200 milioni in più rispetto all’anno scorso) solo per i caccia Eurofighter, le fregate Fremm e il programma di blindati Vbm.

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D’Annunzio, l’eroe e il ribelle

Questo lusso militare avrebbe sicuramente ottenuto l’approvazione di Gabriele D’Annunzio, che del lusso ha fatto uno stile di vita e che l’Accademia militare ha deciso di celebrare come un simbolo di ineccepibile inflessibilità guerriera.

Quando si arruola volontario nella Grande Guerra, l’autore de “Il Piacere”, ha ormai 52 anni e un passato alle spalle di vita spericolata, amori appassionati e controversi, ambiguità politica e letteraria, un carico di debiti frutto di una vita “opera d’arte” vissuta al di sopra delle proprie possibilità, che lo costringe ad un esilio forzato in Francia per mettersi in fuga dai creditori. In Italia, nel fatidico, e non ancora completamente chiaro, periodo che intercorre tra lo scoppio della guerra, il mutamento di alleanze e la stipula del Patto segreto che porterà il Paese a girare le spalle ad Austria e Germania e a schierarsi con Francia e Inghilterra, abbagliato dalla riconquista delle terre irredente e dall’esaltazione della guerra in nome della Nazione, D’Annunzio ha il fondamentale ruolo di agitatore sociale in favore dell’intervento, insieme con Benito Mussolini e altri intellettuali interventisti. La mobilitazione delle masse e l’invenzione di una comunicazione politica violentemente emotiva hanno il potere di cambiare il corso della storia. Sono i giorni del maggio radioso quando, in aperta sfida con l’opinione dominante ai più alti vertici dello Stato italiano, nell'”Arringa al popolo di Roma in tumulto”, D’Annunzio annuncia solennemente «Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo».

Per D’Annunzio è finalmente il momento di incarnare il Superuomo, abilmente mutuato da Nietzsche a suo uso e consumo, già protagonista dei suoi romanzi: è il momento dell’azione, dove azione sta per sfida alla morte e all’autorità. «Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori», scrive ne Le vergini delle rocce, e ancora «abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita». Laddove la psicologia militare esalta lo spirito di corpo e addestra gli allievi alla compattezza, alla marcia all’unisono, all’omologazione della postura, del viso e, persino, dello sguardo – “Una acies“, una sola schiera, pronunciano a gran voce i cadetti in marcia come se fossero uno solo – D’Annunzio risponde con l’azione spettacolare del singolo, anche a costo di disobbedire agli ordini dei superiori. Il Superuomo non fa gioco di squadra; è, per definizione, guida ispiratrice del gruppo ed è per questo che il suo compito primario è dare spettacolo di sé: «Sono e rimango individualista ad oltranza. Un individualista feroce», dice in un’intervista a Prezzolini.

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Le azioni di guerra più celebrate del soldato D’Annunzio, di cui alcuni cimeli sono stati esposti all’Accademia militare, sono irriverenti e provocatorie. Nella Beffa di Buccari, lancia un messaggio di sfida che celebra i marinai d’Italia, «che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile». Alla realizzazione del famosissimo Volo su Vienna (9 agosto 1918), ideato fin dal 1915, si oppongono i vari Comandi che reputano impossibile un volo di mille Km, di cui 800 su territorio nemico e con apparecchi ancora primitivi. Poi, fra tutte, la conquista di Fiume in opposizione alla “vittoria mutilata dell’Italia”, anticipata da un articolo intitolato “Disobbedisco” contro il capo del Governo Francesco Saverio Nitti, in cui si legge: «Ci fu chi credette ch’io fossi per dire: “Obbedisco”. Il verbo è vecchio, se bene garibaldino; e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in utile regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai “superiori”. Dissi invece, a voce chiara, a testa alta: “Disobbedisco”».

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Da un punto di vista antimilitarista anche questo cialtrone egocentrico, che mai ha accettato di sottoporsi alle rigidità dell’addestramento militare, che mai ha dimostrato interesse per un compenso o un privilegio che non provenisse dalla propria conclamata presunzione di eccezionalità culturale e artistica, si rivela degno di rispetto nel suo gioioso anticonformismo, in opposizione a un mondo grigio fatto di divieti esaltati dal luccichio di mura solenni, ma pur sempre mura di una prigione.

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“Il nemico ci ascolta”?

L’unico modo per cercare risposte che un antimilitarista non è in grado di dare, è la caccia al cadetto, scattata nel fine settimana. Il sabato e la domenica pomeriggio è facile incontrarli per le strade di Modena. Presso un negozio di forniture militari accanto all’Accademia, una cadetta fa shopping. Di fronte alla semplice domanda sul modo in cui si svolge la sua vita militare, risponde che loro non sono autorizzati a parlare di tali argomenti. Che i loro superiori preferiscono che le cose dell’Accademia restino in Accademia. Facciamo altri tentativi. Ma la risposta è sempre la stessa: il silenzio.

E non è dunque dato sapere con precisione che cosa accada fra le mura della zona militare, né che cosa spinga un giovane a fare una scelta di vita di questo tipo. Quanto possa costare l’asprezza dell’addestramento. Che sensazione si provi davanti alle urla di comando dei superiori. Che segreti abbia portato con sé chi non ce l’ha fatta. E soprattutto, se a questi giovani non sia mai venuta voglia di disobbedire, se sappiano davvero chi è stato Gabriele D’Annunzio.

Rossella Famiglietti

Tutte le immagini che accompagnano questo articolo sono riprese dal sito “World War 1 Propaganda Posters“.

Nel Medioevo gli uomini volevano volare

Storie di pionieri del volo che, ben prima che i fratelli Wright riuscissero a far librare nel cielo una macchina motorizzata, tentarono l’impresa con un paio di ali e un’altura da cui buttarsi.

di Chiara Zucchellini

Malmesbury, Inghilterra, poco dopo l’anno 1000. Eilmer, conosciuto anche come Oliver, è in cima alla torre del suo monastero. Il tempo è sereno, qualche uccello volteggia lontano. Una piccola folla si è raccolta ai piedi della torre per vedere che cosa succederà: ce la farà il giovane monaco a volare? Una brezza propizia scuote le fronde, è quella giusta per lanciarsi. Assicurate le grandi ali alle braccia, Eilmer si prepara a spiccare il volo…

Quando pensiamo ai pionieri dell’aviazione ci vengono in mente i fratelli Wright, i due venditori di biciclette americani che il 17 dicembre 1903 riescono a compiere il primo volo motorizzato e controllato. Durata, 12 secondi. Il secondo tentativo va ancora meglio: 59 secondi. L’impresa dei due fratelli, che segna un passo fondamentale per la storia dell’aviazione, arriva in una temperie ricca di tentativi di volo – a volte rovinosi, a volte no – , effettuati soprattutto in Europa grazie alla costruzione di strutture senza motore, somiglianti piuttosto a rudimentali deltaplani.

Anche l’idea del paracadute affascina. Tra gli esperimenti più surreali del periodo c’è infatti quello di Franz Reichelt, un sarto viennese di trentadue anni che decide di fabbricarne uno. Lo progetta e lo cuce lui stesso diverso tempo dopo l’impresa dei fratelli Wright. La mattina del 4 febbraio 1912 decide di testare la sua creazione lanciandosi da uno dei piani della Tour Eiffel, a 60 metri di altezza. Giornalisti e reporter del tempo sono lì riuniti. Riprendono la vestizione di Reicheld, il suo indugiare in piedi sulla ringhiera, il volo in caduta libera e l’inevitabile triste fine. Il paracadute non si apre e il giovane sarto si schianta al suolo, già morto di paura in volo.

Andando indietro nel passato, ci vengono poi in mente i disegni di Leonardo da Vinci che alla fine del XV secolo inizia a ragionare (anche) sulla possibilità del volo umano. Nonostante il mito di Dedalo e Icaro parli chiaro, Leonardo sa bene che l’uomo è troppo pesante per volare o planare appiccicandosi semplicemente ali e simili diavolerie al corpo. E così disegna i progetti dei primi “ornitotteri”, strutture alate di supporto, ben congegnate, che tengano conto di forze, pesi e agenti atmosferici.

Sono gli albori del Rinascimento, il riscatto dell’ingegno umano che si rialza dopo il cosiddetto buio medievale della ragione. Trattando il volo come una questione di meccanica, Leonardo diventa il precursore della moderna concezione di “macchina volante”. Tuttavia, non può essere considerato un pioniere del volo.

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Herbert James Draper, The Lament for Icarus (dettaglio)

Per trovare i primi arditi pionieri, quelli della stessa stoffa di Reichelt, bisogna pescare proprio in quel Medioevo considerato – a torto – culturalmente arretrato, imbevuto soltanto di guerre e religione. Anzi, bisogna andare a ritroso fino al cosiddetto Alto Medioevo, ossia il periodo che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) fino ai dintorni dell’Anno Mille. Un periodo lontano, più buio del buio, così sfuggente da sembrarci quasi mitologico e sicuramente pieno di draghi e fate, ma che in realtà è popolato da persone molto più curiose del previsto.

Yuan Huangtou, Ye (Cina), 559 d.C.

Il primo uomo volante lo è suo malgrado, perché il volo che compie non è sorretto né da volontà sperimentali, né da interessi aerodinamici. Va però citato per dovere di cronaca. Si chiama Yuang Huantou, è il figlio dell’Imperatore dell’Est Yuan Lang e viene fatto prigioniero dall’Imperatore del Nord Gao Yang. Quest’ultimo è un grandissimo estimatore del volo, ovviamente come spettatore. Per la sua iniziazione buddhista, ad esempio, ordina una particolare interpretazione del “rito di liberazione degli animali in gabbia”, decidendo di liberare i suoi prigionieri e facendoli volare sopra l’antica città di Ye con ali di bambù. Nessuno sopravvive e l’Imperatore si diverte.

Il volo su Ye, infatti, è il modo in cui Gao Yang fa compiere normalmente l’esecuzione dei suoi prigionieri, i quali, a quanto pare, vengono assicurati ad aquiloni di carta a forma di civetta e poi lanciati di sotto: un inquietante parapendio. Nel 559, anche il nostro Yuang Huangtou subisce il temuto verdetto, ma a differenza di tutti gli altri riesce a sopravvivere svolazzando e atterrando oltre le mura di Ye, fregiandosi così di un grande primato. Ce lo racconta una cronaca cinese successiva all’anno Mille, perché purtroppo Yuan non rimane in vita tanto a lungo per raccontarlo a sua volta: la sua sopravvivenza è un intoppo nei piani e l’esecuzione viene prontamente portata a termine dagli scagnozzi dell’Imperatore in modo più tradizionale.

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Abbas ibn Firnas, Cordova (Spagna), 875 d.C.

Una curiosità più strutturata verso la possibilità del volo va cercata piuttosto nella vecchia Europa, pervasa negli stessi secoli dalle scorrerie di quei popoli i cui nomi profumano di scuole elementari: Unni, Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, con l’aggiunta dei più conosciuti Arabi che in breve conquistano quasi tutta la Penisola Iberica.

Qui, nel fervido centro culturale che è la Cordova islamizzata, abbiamo il primo uomo volante consenziente. Si chiama Abbas ibn Firnas, vive tra gli anni 810 e 887, ed è uno studioso di astronomia. Ma è anche inventore, ingegnere, poeta e musicista. Nell’anno 875, all’età di ben 65 anni, decide di buttarsi da un’altura ricoperto di piume e assicurato a una struttura alata, o almeno così sembra, per vedere l’effetto che fa. Lo storico marocchino Al Maqquari riporta l’episodio, seppur molti secoli dopo, raccontandoci che Abbas atterra di nuovo nel punto in cui è partito, ma si fa molto male alla schiena per non essersi munito di una coda, elemento fondamentale per bilanciarsi in fase di atterraggio. Benché mezzo rotto, gli spetteranno altri dodici anni di vita, l’intitolazione di uno degli aeroporti di Baghdad e una statua lì collocata.

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Monumento dedicato a Abbas ibn Firnas

Pare che avrà anche un imitatore: uno studioso originario della città di Farab (oggi in Kazakistan) chiamato Ismail ibn Hammad al-Jawhari. Dopo aver compilato un importante dizionario in lingua araba contenente 40.000 definizioni, Ismail si dà all’aviazione, forse per approfondire gli studi di Abbas. In un anno compreso tra il 1003 e il 1010 si lancia dal tetto della moschea di Nishapur (oggi in Iran) con un paio di ali montate su una struttura di legno. Purtroppo non ce la farà.

Eilmer, Malmesbury (Inghilterra), 1000 d.C circa.

Non si sa se anche Eilmer – che abbiamo lasciato sulla torre di Malmesbury mentre aspetta il vento a favore – conoscesse la vicenda di Abbas. Nell’Inghilterra del tempo, come nel resto dell’Europa cristiana, i maggiori luoghi di trasmissione della cultura sono i monasteri. Il nostro monaco benedettino, per esempio, si interessa di astronomia proprio come Abbas, oltre a nutrire una malsana attrazione per il mito di Dedalo e Icaro. Non se ne conosce la data di nascita, ma dovrebbe avere più o meno vent’anni quando decide di paracadutarsi dalla torre, impresa che il suo confratello William riporta negli “Atti dei re inglesi” (1125) definendola sia “un’azione di notevole coraggio” sia “uno sconsiderato tentativo”.

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Quando sente che il vento è a favore Eilmer si butta, volando e planando per circa 200 metri. Pare che veda da vicino gli uccelli volteggiargli intorno e le fronde più alte di alcune piante. Poi, una folata più forte gli fa perdere il controllo delle sue ali-paracadute e atterra malamente rompendosi entrambe le gambe. Senza dubbio è più fortunato di Franz Reichelt. Assieme al dolore arriva l’illuminazione: proprio come Abbas si è dimenticato la coda!

Una volta rimessosi è quindi ben deciso a riprovare, ma riceve il secco “no” delle alte sfere del monastero che non vogliono avere un confratello alato e caudato sulla coscienza. Eilmer, che comunque rimane zoppo per tutta la vita, torna così ai suoi studi di astronomia sfornando trattati che circoleranno per svariati secoli e tramandando ai novizi la sua impresa. Muore tranquillo in età avanzata, solo dopo aver assistito a uno dei più celebri passaggi della cometa di Halley nel 1066, segno, per lui, del destino sciagurato del suo paese conquistato dai Normanni nello stesso anno.

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Vetrata dedicata al monaco volante Eilmer, abbazia di Malmesbury

Del cosiddetto “flying monk” – da non confondere con il nostro S.Giuseppe da Copertino che preso dall’estasi estasi mistica volteggiava nell’aria – resta oggi una vetrata che lo ritrae. È stata realizzata nel 1920 presso l’abbazia di Malmesbury, chiesa ancora esistente seppur diversa nelle forme rispetto ai tempi di Eilmer poiché ricostruita nel corso dei secoli. A duecento metri, lungo il viale dello shopping che porta all’abbazia, una minuscola strada laterale si apre stretta e sonnolenta con il nome di Oliver’s Lane. Forse non è un caso. Nel suo paese natale la fama di Eilmer è rimasta, tanto che nel 2013 il regista inglese Charlie Graley gli ha dedicato un cortometraggio.

“Arriveremo a costruire macchine alate, capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli”, scriveva lo scienziato e filosofo medievale Roger Bacon un paio di secoli dopo il volo di Eilmer. Non aveva torto. Se la ricerca procede per tentativi, la voglia di conoscenza nel Medioevo procedeva per esiti creativi, bizzarri e tutti particolari, che oggi possono farci sorridere. Con il naso all’insù, a osservare gli astri e a invidiare i colombi, Eilmer e Abbas furono due dei tanti uomini del proprio tempo che decisero di usare i mezzi a loro disposizione per conoscere qualcosa di più del mondo che li circondava.

E allora sì, che c’era da applaudire all’atterraggio.

Chiara Zucchellini

(La copertina è tratta dal corto “Eilmer the Flying Monk” di Charlie Graley)

Grazie a questo articolo digitale e autoprodotto sono stati salvati due pioppi

Pubblichiamo un intervento dello scrittore Amleto De Silva, secondo il quale, il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione.

Il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione. Da una parte i grossi editori, che propongono di “regolamentare” il self-publishing, cioè l’autopubblicazione, confezionano libri come prodotti (ma a volte sbagliano) e grazie ai famosi editor decidono chi va bene e chi no. Dall’altra ci sono persone come lo scrittore Amleto De Silva, che dice: “Vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia”. Pubblichiamo qui il suo intervento.


di Amleto De Silva

Non mi ricordo quando, e nemmeno mi ricordo il nome, ma insomma una volta ho letto un’intervista a una signora, un pezzo abbastanza grosso di una qualche casa editrice, che a domanda, rispondeva che il self-publishing, sì carino, ma in qualche modo va regolamentato. E lì ho capito. Insomma, perché un personaggio in qualche modo importante di una casa editrice dice cose così? E con così, intendo così prive di senso? Perché hanno paura, mi sono risposto, e sono tuttora convinto di avere ragione. Le case editrici hanno il sacrosanto terrore del self-publishing; immaginate, che so, il manager dei Daft Punk. Un bel giorno si sveglia e comincia a chiedere di regolamentare (cioè, parliamoci chiaro, porre un freno per legge a) i cd autoprodotti dalle garage band. Ora, se non riuscite a immaginarlo, è esattamente per il motivo che pensate voi, e cioè che il manager dei Daft Punk, dall’alto dei suoi millemila fantastiliardi di copie vendute, delle garage band e dei loro patetici demo se ne fotte alla grande. Anzi, se non è fesso, cerca i suoi futuri Daft Punk proprio lì, tra gli sfigati. La cosa sarebbe diversa se i Daft Punk vendessero mille copie: allora sì che il manager sbraiterebbe contro i ragazzini che di copie ne vendono duecento (fatto salvo un mercato pari, diciamo, a millecinquecento, e non in espansione). Invece, la signora di cui non ricordo il nome, lasciava elegantemente cadere la cosa, così, tra una citazione colta e l’altra. Regolamentare. Come parlasse del porto d’armi. La cosa non mi stupì allora e continua a non stupirmi.

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Il mondo editoriale italiano è a dir poco sconcertante, o almeno sconcerta non poco me. Non riesci a leggere una sola intervista, un solo articolo senza che qualcuno che di quel mondo fa parte non asserisca con tono di rimprovero che in Italia si scrive troppo e si legge poco. Che poi, che significa, si scrive troppo? Chi lo ha detto a loro, che si scrive troppo? E anche se fosse, cazzo, da quando scrivere è diventato un male? Sul leggere, poi, è anche troppo facile prenderli per il culo; che significa si legge poco? Che ne sapete voi? Voi, al massimo, potete sapere quanti libri si vendono, ma questo non ha niente a che fare coi libri che si leggono effettivamente. Se il vostro ultimo capolavoro (barzellette, comici tv, chef sussiegosi e semianalfabeti) non vende, allora voi pensate che la gente non si presti a vicenda, che so, Moby Dick, o il Circolo Pickwick? O che non se lo scarichi? (illegalmente, certo. Ma chi ha la capacità di scaricarsi un libro ha anche abbastanza cervello da non comprare i libri della Gamberale, per cui stiano sereni). Sarebbe come pensare che siccome io sono uno sfigato, non mi invitano alle feste e non scopo, allora significa che nel mondo nessuno fa più festa e nessuno torna a casa abbracciato a una ragazza. Il fatto è che ci sono i rave, adesso, e loro non se ne sono accorti. Invece di aspettare l’invito della ragazza di buona famiglia per la sua festa nell’attichetto di papà, dove peraltro la parola d’ordine è abbassate la musica, le persone han cominciato a far festa senza di loro. Boccioni di vodka, musica a palla, droga e, soprattutto, un sacco di gente. La stessa gente che loro prima volevano tener fuori, e che adesso gli rode il culo se si organizzano per i fatti loro. Il guaio è che non funziona così. Se io mi diverto altrove, sai quanto me ne fotte di te e della tua festa pariolina? Niente, ecco quanto.

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Quello che gli editori italiani non hanno capito, e che li porterà alla rovina, è che non puoi far mangiar fiele alla gente e pretendere che cachi miele. Prendiamo un caso standard: ho scritto un libro e voglio sottoporlo all’attenzione di un editore. Il suo sito m’informa che non leggono manoscritti. Ecchillà, si dice a Roma. Come se una squadra di calcio non facesse i provini. Ma mettiamo che trovi un editore disposto a darmi ascolto: mi tocca una trafila immensa ed estenuante con l’editor di turno, che di default pensa che il libro vada cambiato qui e là. Se no non vende, dicono. Poi te lo cambiano, il libro non vende uguale, perché l’editor, non essendo Dio, non sa ovviamente costruire a tavolino un bestseller, e però la colpa è tua, e la figura di merda di aver firmato un libro rovinato dall’editor, e dall’editore, sempre tua. Il delitto perfetto: se le cose vanno male è colpa tua, se vanno bene è merito loro. Il guaio è che tu, che hai la passione della scrittura, hai perso un anno, o anche due, in pubbliche relazioni con questa gente, e intanto tutto hai fatto tranne che scrivere. Poi ci sono i social network: diventi amico di questo e di quello scrittore pubblicato, e loro ti dicono che non vendono un cazzo, che l’editore non gli spinge il libro, e ti chiedi: ma chi me lo fa fare, a me, di sottopormi a queste forche caudine? Vado su Amazon, e in cinque minuti ho il mio ebook. Vado su ilmiobro.it e in dieci ho il cartaceo da vendere. Poi magari faccio fetecchia, ma intanto so cosa mi sono risparmiato, in termini di salute e autostima. E qui interviene il discorsetto col ditino ammonitore: eh no, caro mio, per essere uno scrittore non basta scrivere, ci vuole che vengo IO e ti dico che lo sei. Strano, perché, io scrivevo prima di essere pubblicato (un libro in self-publishing e tre, il quarto in lavorazione, presso due diversi editori) e scrivo adesso. Per me, ci crediate o no, non è cambiato assolutamente niente.

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Intendiamoci, mi chiamasse, che so, un boss della Mondadori o della Rizzoli per farmi i complimenti e dirmi che mi vuole con loro, ne sarei lusingato. Ma certo non lascio che siano loro, o altri, a dirmi quanto valgo. Lo so, quanto valgo. Lo sapevo quando non pubblicavo, lo sapevo quando ho pubblicato la prima volta, lo so adesso che vendo anche benino, per essere un signor Nessuno. E la mia opinione sul mio lavoro non cambia a seconda di quante copie riesco a vendere: uno scrittore scrive, vendere i libri è un mestiere che non mi compete. E le telefonate che cambiano la vita te le fa il Superenalotto, non certo un editore. Gli editori, invece di suggerire regolamentazioni (quanto mi fa ridere questa cosa a me), si preoccupassero del loro, di mestiere. Perché è chiaro che nessuno, e guardate, proprio più nessuno, li prende sul serio. E la colpa è loro. Deciditi: vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia. E faccio bene, perché la tua autorevolezza te la sei giocata da quel dì.

Sei autorevole se sei autorevole, non se fai i soldi. Anche i delinquenti fanno i soldi. Se pubblichi qualche libro bello in mezzo a un mare di merda, sei uno che pubblica merda. Niente di male, per carità, anzi ti faccio anche i complimenti, ma in questo caso la predica la vai a fare a un altro, uno così fesso da starti a sentire. Abbassate le arie, state a sentire un amico. Questo tipo di business, quando crolla, lo fa in due minuti; la maggior parte della gente che frequento preferisce comprare in rete e pagare con paypal, e non pensa che pubblicare i libri della Littizzetto sia una garanzia, per chi vuol spendere i suoi soldi in letteratura, anzi. Si guarda il catalogo dell’editore, se è piccolo si fida di più, spulcia le recensioni in rete, quelle vere, perché solo voi non avete capito che quelle farlocche che vi organizzate voi le sgamano tutti subito. Magari viene sul tuo sito, legge quello che scrivi, ti segue sui social per accertarsi che tu non sia un decerebrato che scrive frasi d’amore scritte male per un pubblico di sciampiste. E lo fa in mezz’ora. E’ in quella mezz’ora che si gioca la partita, ormai, non sulle terze pagine dei giornali che nessuno compra più, non nelle trasmissioni tv, che raggiungono solo e sempre un pubblico che i libri, quelli veri, non li ha mai comprati e mai li comprerà, cafoni decerebrati cui lanciare un nuovo fenomeno semianalfabeta ogni anno. Pubblico di vegani per un salumificio, ecco quello che sono, gente cui potete rifilare una salsiccia ogni tanto dicendogli che è senza glutine e senza ogm, ma non è il pubblico che vi serve.
Quello lo state bistrattando e mortificando ogni giorno che passa. Attenti a fare le signorine sopracciò, che non invitano alle feste.
Poi non vi lamentate che restate zitelle.

Amleto De Silva

In copertina, rielaborazione grafica da 13:42 via photopin (license)

Perché apriamo quella porta?

Perché guardiamo i film horror? Abbiamo parlato di horror e psicanalisi con Angelo Moroni, psicanalista e grande appassionato di cinema perturbante.

“La nostra mente ha bisogno di fare esperienze”. Ma non per forza esperienze piacevoli. Parliamo di cinema horror e psicanalisi con Angelo Moroni, psicoanalista e appassionato di horror. Scopriamo cos’è il perturbante e perché Freud non si è mai interessato al cinema. Ma soprattutto rispondiamo alla domanda: perché guardiamo i film horror?

Per anni, da fanatico del cinema horror quale sono, quando le persone mi dicevano “ma come fai a vedere quei film spaventosi! C’è più terrore là fuori, nella realtà!”, sorridevo e rispondevo che forse non avevano visto i film che avevo visto io, lasciando solo immaginare quali orribili visioni mi concedessi la sera sul divano di casa.

In realtà, come tutti gli appassionati sanno, la maggior parte dei film horror fa schifo, e appena conclusa la visione ti chiedi perché hai perso 90 minuti della tua vita così, senza ricavarne niente, finché la sera successiva (o, in alcuni casi, subito dopo), ti concederai altri 90 minuti, sperando che sia la volta buona.

E di volte buone, ogni tanto, ne capitano alcune di buonissime.

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The Babadook (2014) di Jennifer Kent

Perché con l’horror funziona così: ogni 99 film indecenti, ce n’è uno straordinario, e due o tre bellissimi che riescono a rappresentare paure irrappresentabili, regalando allo spettatore vere e proprie esperienze.

Nonostante nell’immaginario collettivo l’horror sia appunto un “genere” , il cui obiettivo dovrebbe essere solo quello di intrattenere spaventando, quindi lontano da aspirazioni alte (“autoriali”, come si usa dire), molti dei migliori film usciti negli ultimi anni sono film horror (alcuni titoli li troverete più avanti), ed è proprio dall’horror che sono venuti fuori alcuni dei più interessanti e originali autori recenti. Ma non solo: alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema, sono film horror.

(Prima che vi venga un colpo gridando “Non è vero! Voglio le prove!” cito solo qualche titolo tra i più noti: Nosferatu, Shining, Alien, Psycho, L’Esorcista, Rosemary’s Baby… e si potrebbe continuare.)

Resta il fatto che, se ci atteniamo ai numeri, la maggior parte sono filmacci, questo è vero. Eppure, anche tra quelli c’è sempre qualcosa di interessante, un’immagine, una paura, un’idea, qualcosa che avreste provato solo sognando che colpirà la vostra mente come un qualunque “buon film” insapore non avrebbe mai saputo fare.

L’uso che ho sempre fatto io dei film horror è un uso che definirei quasi terapeutico: provare paura per conoscermi meglio. Esplorare territori vergini della mia immaginazione, percorrere strade che di solito, da svegli (cioè prima che spengano le luci al cinema) evitiamo di percorrere, perché non sappiamo dove potrebbero portare o perché, ancora peggio, sappiamo esattamente dove ci vogliono portare.

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Insidious (2011) di James Wan

Poi però sono arrivati i video dell’Isis e qualcosa, in quella mia sicurezza da spettatore horror veterano, si è incrinata. Ripensavo alle frasi come “c’è più terrore là fuori, nella realtà” e di colpo non mi sembravano più così ingenue, così campate in aria. Perché i video dell’Isis sono terrificanti, ma montati benissimo, costruiti secondo logiche cinematografiche. Ma soprattutto: sono reali.

Mentre, come vedremo tra poco, nell’horror contemporaneo è frequente la tendenza a cercare l’immagine volutamente amatoriale, in modo da rendere sempre più realistico ciò che si rappresenta, nei video dell’Isis accade esattamente il contrario. Il mostro è vero, ma è girato come se fosse finto, come un film.

In particolare l’ultimo, quello del pilota giordano bruciato dentro una gabbia, con gli incappucciati gialli intorno come terribili statue, il tutto sotto la luce del sole, è talmente inquietante che mi è venuta voglia di rifugiarmi nei miei più terrificanti film horror, tra violenza e mostri finti, come per chiudere gli occhi e tornare a sognare.

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Muadh Kassasbe, il pilota giordano catturato dall’Isis, viene bruciato vivo all’interno di una gabbia

Ma cos’è l’horror? E perché pensiamo, scriviamo, realizziamo e poi guardiamo questo tipo d’arte? Ho deciso di parlarne con uno psicoanalista – Angelo Moroni – che, prima di essere uno psicoanalista, è un grandissimo appassionato del genere. Il suo blog (http://psicheetechne.blogspot.it) è uno di quelli dove ho sempre trovato le recensioni più interessanti e stimolanti. Volendo approfondire il cinema horror e il rapporto tra cinema horror e psiche, lui era la persona giusta, anzi forse l’unica.

Prima domanda: premesso che si tratta ovviamente di un fatto soggettivo, secondo lei qual è il film più spaventoso mai realizzato?

Sono indeciso tra due film in verità, molto diversi tra loro, e cioè tra “Martyrs” e “L’esorcista”, ma visto che la domanda aggetta sulla soggettività, direi che “L’Esorcista” ha avuto un certo impatto su di me più di altri film: ho impiegato molti anni per “digerirlo”, dopo averlo visto per la prima volta, ed è stato anche un protagonista di rilievo nel tessuto di una delle mie due analisi personali. E vi assicuro che di film horror ne ho visti davvero parecchi.

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L’Esorcista (1973) di William Friedkin

Qual è l’aspetto che più l’attrae del genere horror? La sua passione nasce prima o è susseguente all’interesse professionale?

Il mio interesse per il genere perturbante al cinema nasce prima dei miei interessi professionali, sebbene tali interessi siano a loro volta “nati” molto tempo fa, e quindi i due filoni si siano ben presto intrecciati. In ogni caso ciò che mi attrae del genere horror è appunto la sua capacità narrativo-estetica di mettere in forma angosce che altrimenti sarebbe molto difficile raffigurare e/o mettere in parole.

Credo che sia l’aspetto eminentemente artistico ciò che mi appare di maggior rilievo in un cosiddetto “film horror”. Sto parlando dell’architettura drammaturgico-narrativa di un film perturbante (la sceneggiatura, la regia, l’interpretazione da parte degli attori, etc.), cioè delle modalità estetiche di declinare il Perturbante su un piano filmico, modalità che sono specifiche per ciascun film. La mia attività professionale, la mia formazione di psicoanalista, l’esperienza clinica che ho maturato nel corso degli anni, hanno poi contribuito ad un intrecciarsi del mio interesse per il cinema con quello per la psicoanalisi, portando il mio percorso formativo e di ricerca su sentieri a mio parere inediti, generativi è certamente per me arricchenti.

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Martyrs (2008) di Pascal Laugier

Com’è possibile che si provi piacere nel provare paura? Perché guardiamo i film horror, invece di evitarli?

La nostra mente ha bisogno di fare esperienza, non semplicemente di provare piacere. La mente ha soprattutto bisogno di sperimentare situazioni in cui sia possibile riorganizzare gli stimoli emotivi e percettivi da cui è continuamente “bombardata”, attraverso quelle che potremmo definire delle “teorie traumatiche provvisorie” attraverso cui la nostra psiche cerca di tenere a bada tali stimolazioni, di dar loro un senso, un orizzonte, una prospettiva. La struttura drammaturgica di un film horror può, a mio avviso, essere paragonata ad una “teoria traumatica” cui la nostra mente si appoggia, trovandosela davanti, per dare un senso all’angoscia, che poi, soggettivamente si declina, nell’individuo, in differenti tipi di paure (che assumono forme diverse nel corso degli anni, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta).

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The Descent (2005) di Neil Marshall

Un film horror in questo senso possiede delle forti similitudini con le fiabe che vengono narrate dalla mamma al bambino: si tratta cioè di contenitori narrativi che presentano anche contenuti angoscianti (le fiabe fanno spesso paura), ma che contemporaneamente sono utili a rappresentare, a dare un nome alle paure dei bambini, consentendone, per così dire di esorcizzarle temporaneamente. Credo che sia fondamentalmente per questi motivi che i film horror possano essere guardati come oggetti estetici interessanti, anche molto apprezzabili (pensiamo ad esempio a quei film che veicolano la rappresentazione di angosce collettive, vedi ad esempio alcuni opere di George A. Romero, oppure, come esempio fra i molti che mi verrebbero in mente, “Essi vivono” di John Carpenter, girato nel 1988).

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La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero

Perché alcune persone evitano il genere come la peste e altre ne sono follemente attratte? Ha senso inquadrare questi estremi in due specifiche tipologie umane?

Nella mia esperienza la fruizione del cosiddetto “genere horror” produce effetti particolarmente attrattivi se non addirittura seduttivi per il target degli spettatori adolescenti. L’adolescenza è infatti un periodo della vita in cui la personalità dell’individuo è una specie di cantiere a cielo aperto, nel quale molti aspetti “grezzi” del Sé (in particolare le pulsioni sessuali e quelle aggressive) non sono ancora del tutto “lavorate” e integrate. Un film horror pone spesso in primo piano elementi, emozioni, agiti piuttosto violenti nei quali l’adolescente può riconoscersi e questo può consentirgli di riorganizzare vari aspetti di sé. Non parlerei quindi di due tipologie umane distinte, rispetto alla fruizione del genere cinematografico horror, ma piuttosto vedrei nell’area dei fruitori un continuum che varia a seconda del bisogno di riorganizzazione di elementi “adolescenziali” inconsci più o meno attivi in ciascun individuo.

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Lovely Molly (2011) di Eduardo Sánchez

La paura è una delle cifre della nostra società occidentale. E’ ormai intrinseca alla nostra cultura, dalla paranoia per la “sicurezza” alla fobia per lo straniero, il “diverso”. Pensa che l’enorme diffusione del cinema horror abbia qualcosa a che fare con questo sentimento diffuso?

Ritengo che il “cinema horror “, a partire dalla nascita del cinema stesso, abbia da sempre contribuito a “mettere in scena” le angosce collettive di un’epoca particolare, contribuendo anche – è molto importante ricordare questo aspetto- ad elaborare queste angosce. Spesso, pensando ad una possibile funzione sociale-catartica del Cinema, ricorro ad un paragone: quello con il teatro greco, in particolare alla tragedia euripidea, nella quale è sempre molto accentuato l’intreccio tra tematiche sociali venate dal conflitto, e rappresentazione scenica.

La tragedia greca spesso metteva in scena dinamiche sociali vissute quotidianamente dagli stessi spettatori, ma costruendoci intorno un setting rappresentativo idoneo a farle rivivere promuovendo una riflessione su di esse. Il teatro greco era cioè una sorta di psicodramma collettivo che coinvolgeva direttamente le emozioni degli spettatori, ponendoli di fronte a drammi molto potenti, molto perturbanti. Pensiamo alla Medea i Euripide, ad esempio: una madre che uccide i figli per vendicarsi di essere stata tradita e abbandonata dal marito. Quante vicende dalle simili tinte angoscianti attraversano ad esempio la nostra attuale società, anche attraverso l’amplificazione parassitaria prodotta dai mass-media. Su un piano storico, dicevo, certamente credo che il cinema horror abbia accompagnato la società occidentale nell’attraversamento delle proprie paure.

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La cosa (1982) di John Carpenter

Pensiamo ad esempio a tutto il filone horror/fantascientifico statunitense degli anni ’50/’60: ricordiamo ad esempio “Ultimatum alla terra”(1951) di Robert Wise, oppure “La cosa venuta da un altro mondo” di Christian Nyby sempre del 1951, che ha generato quel meraviglioso, memorabile remake di John Carpenter, “The Thing”, vera pietra miliare della mitopoiesi horror cinematografica contemporanea. Si tratta di un filone volto a rappresentare le angosce di invasione “extraterrestri” da parte dei sovietici sul suolo americano durante la guerra fredda.

In quegli anni le angosce relative ad uno scatenarsi di un nuovo conflitto mondiale successivo alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, si traducevano in film tra cui, oltre a quello citato, troviamo anche “L’invasione degli ultracorpi”, di Don Siegel, del 1956. Arrivando a epoche più vicine a noi, innumerevoli sono i film perturbanti che pongono in primo piano le angosce che attraversano un’epoca.

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Megan is Missing (2011) di Michael Goi

Credo che il senso di precarietà della nostra cosiddetta “società liquida” (Zygmut Bauman) sia oggigiorno ben rappresentato dal sottogenere horror detto mockumentary. Com’è noto si tratta di un uso volutamente “amatoriale” della tecnica di ripresa, volto a rendere il più realistico possibile, il più vicino possibile alla realtà dello spettatore il processo di identificazione con la storia.

Maestri e fondatori di tale uso della cinepresa, qui certamente da ricordare, sono Eduardo Sánchez (The Blair Witch Project, 1999, girato con Daniel Myrick; Exists, 2014), Matt Reeves (Cloverfied, 2008) e Michael Goi (Megan is missing, 2011) grande innovatore del genere mockumentary nonché sensibilissimo narratore del vuoto di valori e di senso cui sono immersi gli adolescenti di oggi. La lista sarebbe ancora molto lunga, ma qui mi fermerei dal momento che mi sembra di aver risposto alla domanda in modo, spero, sufficientemente articolato.

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The Strangers (2008) di Bryan Bertino

Possiamo ritenere corretta l’affermazione che la società del benessere ha aperto il vaso di pandora di alcuni degli incubi più reconditi del nostro inconscio, impensabili in società e culture precedenti?

Non sarei così drastico. Le società e le culture precedenti alla nostra contenevano incubi ben più concretamente vissuti da chi le abitava, a differenza di oggi. Pensiamo al Medioevo, alla peste, ai Lager nazisti. È evidente che la distruttività umana alberga sempre tra noi e in noi, che l’odio nei confronti dell’alterità continua anche oggi a generare guerre, atrocità impensabili, orrori ben più reali di un horror. La società del benessere ha generato tuttavia nuove forme di disagio, nuove patologie individuali e gruppali caratterizzate dall’impossibilità di tollerare le frustrazioni, di modulare la ricerca di piacere, di differenziare il sé dall’altro, di accettare la dipendenza psicologica e il legame, di pensare il senso del limite e dell’onnipotenza.

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Eden Lake (2008) di James Watkins

La società del benessere accentua inoltre il narcisismo individualistico e il mito del denaro a tutti i costi, a discapito delle spinte solidaristiche che dovrebbero essere maggiormente valorizzate. Il degrado culturale e sociale che spesso incontriamo oggi è spesso rappresentato molto bene da un certo tipo di cinema perturbante contemporaneo, che possiamo definire “illuminato”. Penso soprattutto al filone horror inglese, e in particolare mi viene in mente un film a mio avviso emblematico, oltre al fatto di essere molto ben costruito e girato, e cioè “Eden Lake”, di James Watkins, del 2008.

Che cos’è il Perturbante?

Il Perturbante è una modalità organizzativa di quell’insieme di emozioni disturbanti che colpiscono l’individuo dall’interno del suo stesso mondo intrapsichico, quando è posto di fronte alla fruizione di opere estetiche letterarie, pittoriche, cinematografiche che generano in lui turbamento. In questo senso definirei il Perturbante una “teoria traumatica provvisoria” della mente. Ho dato una definizione credo abbastanza esauriente di questo concetto a suo tempo studiato anche da Freud, sul sito della Società Psicoanalitica Italiana, nella sezione Spipedia, che è una specie di enciclopedia online dei termini psicoanalitici, cioè una sorta di Wikipedia della Psicoanalisi. Segnalo qui il link della mia voce sul Perturbante in Spipedia, per chi fosse interessato ad un approfondimento.

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Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene

E’ vero che Freud non si interessò mai al cinema? Perché?

È vero, Freud non amava mescolare la disciplina medico-scientifica che andava costruendo con quelle che lui considerava delle mondanità modaiole quali appunto il cinema. Freud rifiutò un’offerta di centomila dollari da parte del produttore americano Samuel Goodwin, per partecipare alla stesura di script relativi a tutta una serie di film che Goodwin aveva in mente. Nonostante Karl Abraham e Hans Sachs, due tra i suoi allievi più quotati avessero deciso nel 1925 di collaborare con il regista Wilhelm Pabst alla sceneggiatura di un film divulgativo sulla psicoanalisi, Freud si tenne sempre molto alla larga da tutta questa faccenda.

In una lettera a Ferenczi del 1916, scriveva:

“La riduzione cinematografica sembra inevitabile, come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare, e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie del genere. La mia obiezione principale rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una rappresentazione plastica che si rispetti. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

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Un tranquillo week-end di paura (1972) di John Boorman

Come si vede l’idea che Freud ha del cinema come trasposizione di teorie o concetti psicoanalitici è molto tranchant. Sul tema del Perturbante in Freud occorre poi andare ancor più cauti. Nel suo scritto del ’19 Freud parla di Perturbante in Letteratura, e non di Cinema. Il Cinema non é proprio nelle sue corde e tutta l’attenzione del padre della psicoanalisi é rivolta al racconto di Hoffmann, “Il mago sabbiolino”. Occorre andare oltre e dopo Freud, per cogliere un reale interesse della Psicoanalisi verso il Cinema Perturbante: bisogna cioè arrivare ai giorni nostri, ad esempio alla profonda interpretazione che lo psicoanalista francese Renee Kaës (2010) dà del film “Un tranquillo week-end di paura” di J. Boorman.

E’ possibile usare il cinema horror in maniera terapeutica? Le è mai capitato di consigliare un film horror a un suo paziente?

È abbastanza comune che in un’analisi paziente e analista utilizzino metafore cinematografiche per raccontare e interpretare i vissuti e la sofferenza del paziente. Spesso può essere utile trattare un film raccontato da un paziente come se fosse un sogno che sta facendo per così dire da sveglio durante la seduta. Oppure, su un altro versante, i sogni che il paziente racconta possono essere “visti” dall’analista come un film il cui regista é lo stesso paziente, pur non rendendosene conto. Occupandomi di adolescenti mi è capitato molto spesso di sentirmi narrare film horror da parte dei miei giovani e giovanissimi pazienti. La mia conoscenza della materia mi ha probabilmente permesso di cogliere piuttosto bene il senso del racconto di quei pazienti, la filigrana, il tessuto delle loro angosce, contenute narrativamente nella trama del film di cui il paziente mi stava parlando. Usualmente mi astengo tuttavia dal “dare consigli”. Un analista questo non lo fa praticamente mai.

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Audition (2000) di Takashi Miike

Secondo lei quanto differisce l’esperienza della visione di un film horror in casa, in solitudine, e quella invece condivisa nella sala cinematografica?

Suggerirei di visionare qualsiasi film in sala, possibilmente in lingua originale con sottotitoli (esperienza che, mi rendo conto, è assai difficile da attuare nelle sale italiane, purtroppo). Stesso discorso vale, forse a maggior ragione, per quanto riguarda un film horror. Un film come “The Babadook”, opera prima della regista australiana Jennifer Kent, e che ritengo senza mezzi termini un vero capolavoro del Perturbante cinematografico di oggi , va visto necessariamente in sala. Si tratta di un film che visto in casa perderebbe moltissimo, soprattutto per quanto concerne l’uso fondamentale in quel film della fotografia, che possiamo definire uno dei protagonisti principali del film stesso. Rispetto alla parte della domanda che riguarda il guardare un horror da soli o in compagnia, credo che dipenda dagli stati d’animo che in quel momento attraversano la mente dello spettatore. Vi sono alcuni film horror che ho voluto visionare da solo per riflettere tra me e me, senza stimolazioni esterne, su alcuni spunti precisi, altri che invece ho voluto vedere insieme ad amici.

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Alien (1979) di Ridley Scott

Quali sono i suoi film horror preferiti di sempre?

Direi senz’altro che il primo della lista rimane “The Thing” (1982) di John Carpenter. Poi indubbiamente “L’esorcista” (1973) di William Friedkin, cui segue “Alien” (1979) di Ridley Scott. Più recentemente trovo indimenticabile quella chiave di volta della cinematografia perturbante contemporanea che porta il nome di “Martyrs” (2008) di Pascal Laugier, film sul quale si potrebbe scrivere più di un libro. Se passiamo a quel cambiamento di paradigma nel genere horror introdotto dalla tecnica del mockumentary, su questa nuova strada troviamo “The Blair Witch Project” (1999) di Sánchez e Myrick, “Exists” (2014), recente evoluzione della poetica mocku portata avanti dallo stesso Sánchez, nonchè il giá citato “Megan is missing” (2011) di Michael Goi.

Quali sono, secondo lei, i film che meglio rappresentano la depressione?

Me ne vengono in mente due, a mio avviso fondamentali, che descrivono e testimoniano situazioni di regressione melanconica in un contesto sociale di grande deprivazione e abbandono affettivo (quali è possibile trovare anche nel lavoro di analisti e psicoterapeuti nella realtá da loro frequentata professionalmente), e cioè: “May” (2002) di Lucky McKee, e “Lovely Molly” (2012), di Eduardo Sánchez.

Se non leggi questo articolo, uccideremo questo cane

Le vere eminenze grigie di una casa editrice sono gli editor, come Beppe Cottafavi di Mondadori. Sono loro a decidere cosa verrà pubblicato e cosa invece finirà nel cestino della spazzatura.

di Davide Lombardi

Le vere eminenze grigie delle case editrici, quelli che decidono cosa è degno di finire sugli scaffali di una libreria e cosa invece è destinato al cestino della spazzatura, magari accompagnato da una risata beffarda, sono gli editor. Ne abbiamo intervistato uno tra i più influenti (oltre che cinici e crudeli): Beppe Cottafavi di Mondadori.

Ahò Totti, è vero che hai venduto un milione di copie del tuo libro?“. “Nun è possibbile, io ne ho scritto uno solo“. Vera la prima: nel 2003 “Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me)” è stato per Mondadori uno dei più grandi successi editoriali di tutti i tempi, 1 milione e 200 mila copie vendute in libreria dopo il fischio d’inizio. Ovviamente, falso, che autore di quel successo sia stato l’immarcescibile capitano della Roma che anzi, all’inizio non voleva saperne di apporre la propria firma a una raccolta di barzellette che giravano via sms o nei forum su Internet prendendolo bellamente per il culo. Furono Maurizio Costanzo e Walter Veltroni, all’epoca sindaco di Roma, a convincerlo che invece di soffrire di quei continui sfottò, poteva dribblarli con un colpo di autoironia. Lui fu abbastanza intelligente da capirlo e firmò il libro, dando così il via anche alla sua carriera – baciata dal successo non meno di quella calcistica – nella pubblicità.

Al mare Totti dice a Ilary: “Amò vatté a fà er bagno”.
Ilary: “Nun posso amò, c’ho le cose mie” e lui: “Nun te preoccupà, te le guardo io”.

Con Totti impegnato a guardare le cose di Ilary, a occuparsi di trasformare in un successo epocale un’accozzaglia informe di battutacce sull’ottavo re de Roma, era stato Beppe Cottafavi, editor o consulente editoriale che dir si voglia, della più importante casa editrice italiana, Mondadori. Un successo commerciale nato per caso, che lui racconta così: “Una sera sono a Roma a casa di Marco Giusti (coautore con Enrico Ghezzi del leggendario Blob di Rai Tre) di cui sono molto amico. E mentre chiacchieriamo del più e del meno, Marco mi fa: ‘Ma senti, tu che fai libri di cazzate, perché non fai un libro sulle barzellette di Totti che stanno spopolando?’. Mi si accende una lampadina: telefono subito a Camilla, mia figlia, che all’epoca aveva dodici anni e le dico, tirami giù da Internet tutte le barzellette che trovi su Totti. Poi con Marco le abbiamo riscritte e editate. Veltroni e Costanzo hanno convinto Francesco a metterci la faccia, operazione non facile perché era come chiedere al comandante generale dell’Arma di firmare un libro di barzellette sui carabinieri, quindi siamo usciti in libreria. Dove abbiamo fatto il botto. Ancora oggi è il successo commerciale più importante della mia carriera”.

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Photo credit: via photopin (license)

I “libri di cazzate” sui quali Giuseppe ‘Beppe’ Cottafavi ha costruito la propria carriera che ne fa oggi un Mazzarino dell’editoria italiana – non il solo, ma certamente tra i più influenti – sono umoristici: quelli della leva dei comici tirati su all’epoca eroica di Comix, settimanale della Cosimo Panini Editore di Modena da lui diretto tra il ’92 e il ’96. Luttazzi, Vergassola, Littizzetto e tanti altri sono passati per quelle pagine. Con Luttazzi ad esempio pubblica, sempre con Panini, la parodia del polpettone della Tamaro sbeffeggiandolo sin dal titolo, “Va dove ti porta il clito”, beccandosi una querela da parte della scrittrice triestina. Boom incredibile anche per la collana Comix Pillole, librettini che nel formato riprendono la collana Millelire inventata da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa (rimasta nella storia dell’editoria italiana grazie ai 2 milioni di copie vendute con la “Lettera sulla felicità” di Epicuro). “Nutella Nutellae” di Riccardo Cassini, maccheronica parodia in chiave nutellesca di grandi classici della letteratura, sbanca con un milione di copie vendute.

Di quella collana, conservo ancora nella mia biblioteca quel gioiellino che è stato “101 cose da evitare a un funerale” di Daniele Luttazzi, ispirato a “Telling a Kid His Parents Are Dead” di Ed Bluestone pubblicato nel 1973 su un numero della rivista satirica americana The National Lampoon. Al di là delle polemiche che in questi ultimi anni hanno segnato il percorso del comico romagnolo, ancora oggi “porgere le condoglianze alla vedova servendosi di un pupazzo da ventriloquo” è qualcosa dalla quale astenersi a un funerale.

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Baciato dall’aura di successi commerciali a ripetizione, una volta esaurita l’esperienza di Comix, nel 1996 Cottafavi comincia a lavorare per Mondadori occupandosi principalmente della biblioteca umoristica della casa editrice di Segrate come editor. In cosa consista esattamente questo mestiere non è chiaro ai più, e vale la pena fare un po’ di luce. Colpa della lingua italiana che non ha una parola per definirlo, “mentre in inglese – mi spiega – publisher è l’editore che mette i soldi per fare i libri, nel mio caso Marina Berlusconi proprietaria della Mondadori, invece l’editor è quello che concretamente li realizza, nel senso che sceglie quali libri pubblicare e quali no. Che poi capiamoci, all’interno di un gigante come Mondadori che da solo copre il 30% del mercato editoriale italiano, scegliere cosa pubblicare non significa solo individuare i libri belli ed eliminare quelli brutti, ma costruire un palinsesto che risponda a un progetto editoriale preciso. Magari in quel momento sto cercando un libro che abbia una buona resa commerciale, e se mi arriva roba di alta letteratura non mi serve. Anche se è buono, non va bene per me e lo rifiuto: può darsi che funzioni per un’altra casa editrice”.

Questa è la prima fase. Anzi, in realtà la seconda, perché sul tavolo di un editor del livello di Cottafavi arrivano proposte filtrate già da una prima scrematura dei “lettori”, di solito giovani incaricati del “lavoro in miniera, cioè della prima lettura o della correzione di bozze” che ogni editore ha in portafoglio (a 25 euro a testo, il prezzo di mercato) per visionare le migliaia di scritti che gli finiscono sul tavolo. Dopodiché, una volta individuato il volume ritenuto degno di raggiungere la libreria, comincia il suo lavoro vero e proprio, che Cottafavi descrive così: “Raramente si tratta di un lavoro di superfetazione, di una rimodellatura totale del testo, ma piuttosto di una negoziazione con l’autore. Spesso su dettagli quali il titolo, la copertina, a volte perfino una singola parola. Alcuni libri vengono costruiti come avviene in un film, solo che non ci sono i titoli di coda e il nome di coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione non compare”.

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Giovani minatori nel primo ‘900. Fonte: Digitalcolored.

Quella dell’editor dunque, come una specie di “vita da mediano”, come nella canzone di Ligabue, “a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni” pur di far vincere i mondiali alla propria squadra? Non esattamente, l’editor lavora sì nell’ombra, ma non nei panni poco nobili dell’oscuro mediano ma, giura Cottafavi, come “un allenatore, un regista. A volte perfino uno psicanalista. Qualsiasi autore, anche il più bravo e il più esperto, una volta concluso il proprio lavoro non sa se ha scritto un capolavoro o una cagata pazzesca, e il limite spesso è sottile. L’editor è il suo primo lettore, quello che lo vede nudo, quello di cui si deve fidare e dal quale accettare consigli spesso sgraditi. Un alter ego col quale combattere perché inevitabilmente non è mai d’accordo. Dunque si parla di un rapporto di fiducia ma anche, inevitabilmente, conflittuale. Per questo mi sento di paragonarlo a un rapporto analitico. L’editor è anche un po’ uno sciamano, uno che vede un libro dove ancora non c’è”.

Un po’ come accade col self publishing. Grande moda del momento per cui chiunque – tanto più in un paese come il nostro con molti più autori (mancati) che lettori – può pubblicare direttamente su Internet il proprio lavoro saltando a piè pari l’intermediazione della casa editrice. E magari, se ha pure un proprio giro di aficionados sui social network, farci anche un po’ di soldi. Una concorrenza, quella di Internet, che Cottafavi dice di non temere. “Qualcuno dipinge le autoproduzioni come una sfida radicale all’editoria. Se così fosse, il lavoro dell’editore sarebbe già finito e questa fase altro non sarebbe che il nostro tramonto. Io non credo sia così. Faccio un esempio concreto: ‘Cinquanta sfumature di grigio’ di E. L. James apparentemente ha questo percorso, no? Lei è una fan della saga di Twilight e pubblica la prima versione del suo romanzo in formato digitale su un forum di fan della fiction. Il libro comincia a girare, vero. Ma diventa un caso editoriale solo quando un editore australiano decide di pubblicarlo rendendolo un successo planetario da cento milioni di copie. Perciò, va benissimo il self publishing. Anzi, noi peschiamo in quel mondo. Ma la funzione dell’editore resta sempre la stessa: rendere quella cosa lì un libro e chi l’ha scritta un autore. Puoi pubblicare sul web quanti libri vuoi e avere pure un certo successo, ma se ti telefona Calasso e ti dice che il tuo è un libro da Adelphi, cambia la tua vita. Il ruolo dell’editore resta e resterà anche in futuro questo: scegliere”.

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Ma come fa un editor a capire se il materiale raccolto in miniera è il solito sasso appena smaltato o una potenziale pepita d’oro? “Beh, è un fiuto che ti fai con l’esperienza – risponde Cottafavi – anche se ognuno di noi ha sviluppato un proprio metodo. Una cosa per me molto importante, è la mail di accompagnamento. Se mi colpisce, finisco per leggere anche lo scritto, se invece la trovo poco interessante o addirittura fastidiosa – tipo un libro di 100 pagine accompagnato da una mail di 30 – non mi ci metto neanche”.

Posso confermare. Come molti altri giornalisti, anch’io ho un capolavoro – tanto orrido quanto incomprensibilmente incompreso da quei bifolchi di editori – nel cassetto. Titolo: “Albergo ad ore”. Anni fa lo inviai a Minimum Fax con una lettera di accompagnamento che più meno diceva così: “Hey, ho questo capolavoro che mi degno di sottoporre alla vostra attenzione, va solo rivisto da capo a piedi da un bravo editor, ma è un vero gioiello!”. Gentilissimi, dalla casa editrice romana mi risposero a stretto giro di mail: “Ma se lei per primo scrive che va rivisto da capo a piedi, perché ce lo manda? Magari prima lo riveda lei”. Fu così che il solito ottuso editore prese una clamorosa cantonata affondando la mia precoce carriera di scrittore e privando così l’umanità, eccetera eccetera.

“Cantonate e successi sono nell’esperienza di tutti – chiosa Cottafavi – io ero alla fiera di Francoforte quando Mondadori perse a favore di Salani l’asta per i diritti di Harry Potter della Rowling. Sul piatto ce n’erano in quantità industriale di serie su nani, elfi e maghetti. Difficile capire anche per un occhio esperto quale fosse quella giusta. Noi puntammo su un fantasy diverso che in seguito non ha avuto l’esito culturale ed economico del ciclo della scrittrice inglese. Succede”.

A buttarla sempre sulla variabile “successo sì, successo no”, sembra che la bontà di un libro dipenda esclusivamente dal numero delle copie vendute, facendo di Cottafavi una specie di segugio perennemente a caccia di “libroidi”. Feroce definizione inventata da Gian Arturo Ferrari (oilà, freschissimo vicepresidente di Mondadori…) in un articolo su Repubblica del 2012, “Nel mondo degli pseudolibri” dove in pratica si accusava Cottafavi, e quelli come lui, di forgiare

“oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (dispongono di un autore – anche se a volte solo nominale -, di un editore, di un copyright, spesso di un indice), ma dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero. Al contrario dei replicanti di Ridley Scott, i libroidi non sono immersi in un’ aura tragica, sembrano piuttosto soddisfatti di essere quello che sono e di occupare stabilmente posizioni elevate nelle classifiche, (…) assomigliano ai frequentatori del bar di Guerre stellari, allegri mostri e gaglioffi come loro”.

zazzera

Accusa non da poco per Beppe da Modena, visto che condanna il nostro alla dannazione eterna nell’inferno tratteggiato da Massimiliano Panarari nel suo saggio “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” (pubblicato da Einaudi, casa editrice del gruppo Mondadori e il cui editor, ironia, è lo stesso Cottafavi) secondo cui la direzione “di una pedagogia di massa che definisce i contorni di ciò che diventerà nazionalpopolare” è completamente sfuggita di mano alla sinistra per passare nelle mani (catodiche) dei vari Antonio Ricci o Maria De Filippi. O in quelle, libroidi, dei Cottafavi. Che però, con la zazzera ribelle e radical chic a fargli da elmetto, un po’ se la ride sotto il pizzetto, citando a sostegno il mai abbastanza rimpianto Edmondo Berselli, intellettuale anticonformista, modenese doc come lui e suo grande amico:

“Mai stato comunista. A me il birignao della cultura alta non è mai piaciuto. Invece sono sempre stato attratto dalla cultura popolare, dal mainstream, che sì, lo ammetto, è all’origine della mia fortuna professionale. Quando con Edmondo lavoravamo insieme a ‘Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica’, discutemmo a lungo sul titolo. Lui, un po’ scherzando e un po’ no, era per puntare su ‘Sinistronzi’. Alla fine lo convinsi per ‘Sinistrati’. Edmondo, molto apprezzato a sinistra, fu anche colui che inventò l’espressione ‘professoresse democratiche’, un po’ il corrispettivo colto delle casalinghe di Voghera di Arbasino. Son quelle che guardano i programmi di Fabio Fazio e, quando presenta un libro, ci credono pure che sia bello perché lo dice lui”.

Insomma, più che infilarlo a forza nelle uniche categorie in cui in Italia siamo abituati a pensare, destra/sinistra, Cottafavi è uno che ama il cinismo beffardo, e in un ambiente strutturalmente omologato a sinistra (per quel poco che ancora può significare) come quello emiliano, facile intuire i bersagli più prossimi sui quali sfogare quel po’ di voglia di anticonformismo. Poca o tanta che sia. Perché poi va detto, nella piccola provincia, perfino per un autore di libroidi di successo non è impossibile vedersi appuntata la medaglia di gloria locale, e Cottafavi fa certamente parte dell’eletta schiera. Niente di male in fondo: farsi nominare baronetti dalla regina non fece schifo né ai Beatles né a Mick Jagger (per la cronaca: solo Lennon quattro anni dopo esserne insignito, rinunciò al titolo per protesta).

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Piuttosto, con l’amico Berselli, Cottafavi condivide la feroce ironia. E soprattutto, l’autoironia. Come quando racconta di quella che ritiene essere la sua maggior soddisfazione letteraria, il suo “libro del cuore” che, precisa, “in Italia ha avuto poco successo nonostante sia bellissimo”: “I miei mostri”, primo e unico libro del maestro della commedia all’italiana, Dino Risi, scritto a 86 anni, quattro anni prima di morire. “Lo andammo a trovare nella sua casa romana io e Marco Giusti – racconta – solo che Marco è balbuziente e io ho questa voce afona dai toni acuti. Mentre siamo ancora sul pianerottolo Risi comincia a prenderci per il culo trasformandoci in uno sketch dei suoi film: ‘Chi cazzo siete voi due che sembrate due dei miei mostri?’. Ci facciamo quattro risate e alla fine ci fa entrare. Cerco di convincerlo a fare questo libro, una specie di montaggio per iscritto della sua irripetibile esistenza ma lui mi risponde: ‘sei arrivato troppo tardi’. La partita pare già chiusa e lascio perdere. Dopo un mese però ricevo una telefonata in cui mi dice: ‘Ho scritto 30 pagine, ma non te le mando’. Si comportava proprio come una figa, ma alla fine ho avuto per le mani questo dattiloscritto, l’ultimo che credo di aver visionato nella mia vita, buttato giù con una Olivetti Lettera 32, da cui ne è abbiamo ricavato questo libro stupendo, tra l’altro pieno di aneddoti tanto cattivi quanto esilaranti. Come quello su Nanni Moretti di cui Risi diceva: ‘Ogni volta che vado a vedere un suo film, penso: Nanni spostati e lasciami guardare il film’.

Ecco, togliersi di mezzo tra l’opera e chi ne fruisce. Proprio come fa un editor. Ogni volta che gli riesce.

Davide Lombardi

Il volo della speranza

Storie di giovani italiani che hanno deciso di emigrare Oltremanica per provare a regalarsi un futuro che qui in Italia non riescono più a trovare.

di Anna Ferri

Questa pagina è una conversazione aperta a chiunque voglia contribuire. La pagina verrà aggiornata con nuovi contributi e interventi. Nei commenti è possibile condividere la propria esperienza e la propria opinione. Per segnalazioni scriveteci a info@conversomag.com

Sono sempre di più gli italiani che cercano all’estero uno sbocco per potersi realizzare personalmente e professionalmente. E oggi, emigrare è molto più facile che in passato. Se non altro perché il viaggio in aereo costa pochissimo. Anche se il difficile, naturalmente, comincia una volta atterrati. Da tempo, in cima alle preferenze dei giovani italiani c’è Londra che però sembra meno disponibile di un tempo ad accoglierli. Abbiamo chiesto a dei ragazzi che vivono Oltremanica di raccontarci com’è una vita “made in England”.

La terra promessa dista solo un’ora e 15 minuti di volo e per raggiungerla basta investire il budget di un venerdì sera qualsiasi, circa 50 euro. A volte anche meno. L’aereo della speranza si chiama Ryanair e senza offrirti neanche un bicchiere di acqua ti porta dritto verso il tuo sogno: Londra. Per chi ha dai 20 ai 35 anni e vive in Italia in questo tempo di crisi economica, occupazionale e sociale, la capitale britannica è come un miraggio di soddisfazioni professionali e indipendenza. Là c’è il lavoro, dicono tutti. Là puoi fare carriera prima dei 50 anni. Io sto pensando di andare, risponde chi qui ha solo un contratto a progetto con il quale non può neanche chiedere un finanziamento per acquistare un armadio all’Ikea. Allora si risparmia un po’ che con la sterlina è tutta un’altra cosa e si schiacciano i vestiti in una piccola valigia, perché con le linee low cost più pezzi della tua vita decidi di portarti dietri e più il prezzo sale.

Londra, vista da qui, è proprio bellissima. Lo pensano in tanti, si può quasi dire troppi. Secondo il reportage di Marco Mancassola pubblicato su Internazionale, il numero degli italiani che hanno deciso di tentare la fortuna sulle rive del Tamigi sono aumentati del 300 per cento in quattro anni:

“Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare”.

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Photo credit: City via photopin (license) 

Un dato che da una parte preoccupa la politica e infatti il premier David Cameron non fa nulla per nascondere la volontà di rinegoziare i termini della libertà di movimento per i cittadini europei e pensa anche a pesanti modifiche per l’accesso ai sussidi. Per quanto riguarda l’Europa, si è addirittura parlato di un referendum per capire se gli inglesi vogliono restarci oppure no. Pura fantapolitica. Anche perché, se da una parte l’immigrazione interna dell’Europa – come appunto quella italiana – può creare qualche tensione, dall’altra l’economica ha le sue regole, come spiega giustamente Mancassola sul suo reportage:

“I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare”.

Londra, vista da qui, è lontanissima. Difficile capire cosa succede davvero nella metropoli, quali sono le difficoltà che si incontrano cercando la propria fortuna e perché no, felicità, e come vengono visti tutti questi giovani europei da chi lì ci vive da sempre: gli inglesi. Lo abbiamo chiesto a chi qualche anno o anche solo alcuni mesi fa è salito su un volo Ryanair e ora vive sulla sua pelle le conseguenze, positive o negative che siano, della scelta di migrare.

Nico Sarti: “C’è stata un’esplosione e i tempi sono duri”

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Photo credit: via photopin (license)

nico sartiSono originario di Bologna, Quartiere Mazzini, classe 1980. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla cultura e musica britannica, così appena ne ho avuta l’opportunità ho iniziato a visitare Londra e stringere amicizie con gente di qua. Nel 2006 mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a cercare lavoro, puntando a quello che l’Italia non poteva darmi e non sto parlando di fare cappuccini o servire pizze. Erano tempi in cui la maggior parte degli italiani a Londra erano qui per divertirsi o studiare. In entrambi i casi non aspiravano a niente di più che un miglior salario, grazie alla forza della sterlina. Dieci anni fa non si parlava di fughe dei cervelli ma solo a quanto fosse facile trasferirsi qui e avere un minimo sindacale più alto di quello italiano. Sin dal mio primo giorno come “immigrato” al Job Centre avevo capito bene che non potevo pretendere di arrivare qua e comportarmi come se fossi a Bologna. Non potevo andare in giro a chiedere favori ai pochi italiani che conoscevo qui, implorando per le classiche “bazze” o “dritte” da immigrato. Ho iniziato a lavorare come specialista nel settore social media e musica, un settore che 10 anni fa era già in grande espansione qui in Gran Bretagna e che cominciava a pagare bene. Avevo dimostrato di aver passione e talento e dopo vari mesi di prova mi hanno dato un ruolo a tempo indeterminato. Così ho iniziato a spostarmi da agenzia ad agenzia, costruendomi una carriera.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’esplosione di italiani che si sono spostati qui su voli della speranza, con l’aspettativa di un lavoro facile. Non è vero che il Regno Unito non ci vuole più, ma è vero che i tempi sono più difficili. Molti, troppi italiani con nessuna conoscenza di questo paese si spostano, specialmente nella capitale, con la convinzione di trovare un futuro migliore. Troppi si rimettono ai soliti trucchi per poter ricevere il National Insurance Number: in teoria fino a quando non hai fissa dimora non puoi ricevere il tuo NIN e quindi molti si fanno mandare una lettera a casa di un amico o parente residente e usano questa massi gallicome conferma di domicilio. La maggior parte degli inglesi non sono contrari all’immigrazione ma hanno paura che non ci siano controlli su quanti e chi siano le persone che entrano in questo vortice di offerta e domanda di lavoro. Si sente che i tempi sono cambiati e che c’è un’inflazione di talenti stranieri nel paese. Una delle cose che ho notato è che gli inglesi hanno perso il loro humour sul tema impiego e immigrazione: non vogliono più sapere se hanno di fronte un candidato italiano, tedesco o francese, ma solo se il suo talento e personalità sarà decisivo nella crescita di un team, agenzia o dipartimento.
Sono gli Italiani all’estero che portano avanti gli stereotipi che ci contraddistinguono nel mondo. E’ la cultura da immigrato al quale manca il baretto locale, il cibo di mamma e la pausa pranzo di tre ore che pesa sui datori di lavoro inglesi. Purtroppo qualcosa è cambiato e lo spazio a disposizione una volta si è ristretto. Voglio credere e spero di vivere qua molto a lungo e anche che Cameron non mi cacci via. Gli Italiani, nonostante i luoghi comuni, sono ammirati e rispettati nella capitale, ma ogni tanto penso che siano loro a non ricambiare i compaesani inglesi.


Massimiliano Galli: “Non è l’America ma se vali puoi farcela”

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Photo credit: All along the watchtowers – Hayward Gallery abstract by night – London DSC00796.jpg via photopin (license)

Sono arrivato a fine giugno 2014, in Italia vivevo in uno stato di frustrazione costante a causa dell’imbarazzante azione che è diventato il volersi cercare un lavoro: ho strippato e dopo due anni da vomito sono partito. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e così è stato: appena arrivato mi sono fatto due settimane nelle quali mi sono vissuto Londra come andrebbe vissuta, chiaramente il costo è insostenibile e le mie ridotte finanze hanno subito un primo contraccolpo. Una mattina mentre ho pensato di mandare un curriculum a un’azienda italiana per la quale avevo lavorato e che aveva una sede a Londra dove non lavora neanche un italiano. Dopo una nottata ad aggiustare, tradurre e pompare il curriculum all’inverosimile chiamo, mi presento e chiedo se posso inviare i miei dati. Mando tutto martedì e il giorno successivo mi fissano il primo colloquio: un massacro di due ore per poi chiamarmi venerdì sera per dirmi se potevo fare il colloquio il sabato. Altre due ore di tortura ma la sera mi chiamano e mi assumono.

Quella sera vado a festeggiare in un locale dove ero l’unico straniero ma una pinta di birra favolosa costava 3 sterline. Trascorro la serata con uno sconosciuto di nome Brandon, etilista irlandese, che fuori dal pub mi chiede quanto peso. Alla mia risposta mi dice che non ha mai visto uno così magro bere così tanto. Il lunedì inizio a lavorare.
Qui iniziano una marea di eventi positivi che ti riassumo così: non è l’America ma essendoci ancora un criterio semi meritocratico c’è modo di farsi valere e spuntarla. Per questo anche se la misura è colma e la competitività in ogni ambiente e ad ogni livello è alta, c’è ancora speranza. Però ripeto: non è l’America e doversene tornare a casa è un attimo, ambientarsi non è semplice ma si può fare almeno per un po’ di tempo. Per me è durissima: i rapporti umani qui sono diversi e non è solo una questione di culture diverse: è che qui sei a Londra.

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Carolina Rinaldi: “I problemi ci sono per chi chiede i benefit”

E’ vero che siamo veramente tanti qui ma resta comunque il fatto che se sei bravo e ti impegni qualcosa trovi. I problemi degli inglesi sono verso quelli che vengono a chiedere i benefit, gli aiuti dello Stato, senza lavorare o cercare occupazione. Nonostante tutto, gli inglesi sanno bene che la loro cultura è questa grazie al mix di nazionalità ed è proprio questo che rende Londra una potenza. Insomma, qui che tu sia marocchino, neo zelandese, italiano o scozzese se hai voglia di lavorare e sei bravo tutto il resto non c’entra.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: _MG_0198 via photopin (license).

Zitta, scimmia!

Piaccia o meno, Cécile Kyenge è un simbolo in questo Paese. Contro di lei si scatenano regolarmente i peggiori effluvi di pancia (di parte) delle italiche genti.

C’è poco da fare, piaccia o meno la sua battaglia politica, l’ex ministro dell’Integrazione e attuale europarlamentare del PD, Cécile Kyenge, in Italia è diventata un simbolo. Un terreno di scontro. Su di lei si scatenano regolarmente i peggiori effluvi di pancia (di parte) delle italiche genti. Perchè, come avevamo scritto nel nostro reportage “Pura razza italiana“, l’ex ministro raccoglie in sé almeno tre caratteristiche capaci di scatenare i sentimenti più incontrollati.

  • Fa politica ed è quindi parte dell’odiatissima casta, anzi della kasta, come da variante ortografica che in molti prediligono;
  • E’ donna;
  • E’ nera.

E’ una storia che si ripete periodicamente: ogni volta che per qualsiasi motivo la Kyenge torna alla ribalta sui media, la quantità di improperi che riesce a raccogliere, impressiona. L’ultima puntata è giusto di ieri, quando in giunta per le immunità al Senato, la maggioranza (quindi anche col voto del PD) ha negato la possibilità di procedere contro il senatore leghista Roberto Calderoli per la frase “Quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango” non considerandola istigazione all’odio razziale (ma in aula il Partito Democratico potrebbe rivedere la sua posizione). Immediata la reazione della Kyenge che in un’intervista a Repubblica manifesta tutta la sua delusione per la decisione della giunta, e del suo partito.

Repubblica, come per molte altre notizie, condivide il pezzo sulla sua pagina Facebook. E a quel punto, nei commenti, si scatena l’inferno. Di cui potete vedere qualche perla in questo screenshot (grazie a Pier Luca Santoro di Datamediahub che lo ha realizzato).

repubblica  kyenge

Il bardo della potente armata dei lavoratori del mondo

Storia di Arturo Giovannitti, l’italiano che guidò uno dei più famosi scioperi della storia americana, rischiando la sedia elettrica.

di Davide Lombardi

Nel gennaio del 1912 quasi 25 mila operai della più importante industria tessile d’America incrociarono le braccia per protestare contro la diminuzione della paga e dell’orario di lavoro. A guidarli, c’erano due socialisti italiani, Joe Ettor e Arturo Giovannitti – giornalista, poeta e scrittore – che, come punizione per aver condotto lo sciopero, furono ingiustamente accusati di omicidio.

Lunedì 25 novembre 1912, il Meriden Morning Record, quotidiano del Connecticut, pubblica a pagina 5 un trafiletto dal titolo “Want Giovannitti for Chamber of Deputies”. E’ una notizia che arriva da Roma: “Il Partito socialista ha ufficializzato la candidatura alla Camera dei deputati di Arturo Giovannitti in rappresentanza del collegio di Carpi, provincia di Modena, il cui posto è attualmente vacante”. La candidatura è chiaramente un tentativo di pressione da parte dei socialisti italiani nei confronti del giudice Joseph F. Quinn che quello stesso giorno, nel processo in corso a Salem, Massachusetts, potrebbe emettere una sentenza di condanna a morte nei confronti di Giovannitti, accusato insieme a Giuseppe (Joseph) Ettor e Joseph Caruso dell’assassinio dell’operaia trentaquattrenne Anna LoPizzo, avvenuto durante gli scontri con le forze dell’ordine nel corso del grande sciopero del tessile di Lawrence, sempre in Massachusetts.

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La protesta, entrata nella storia come “sciopero del pane e le rose”, era iniziata l’11 gennaio di quello stesso anno, dopo che una nuova legge dello Stato, entrata in vigore il 1 gennaio, aveva ridotto il numero massimo di ore di lavoro a settimana per donne e bambini da 56 a 54 e, insieme, la paga settimanale. Quest’ultima, per decisione della American Woolen Company che a Lawrence possedeva quello che allora era considerato il più grande impianto industriale del tessile del mondo. Una tragedia per una classe operaia già al limite della sopravvivenza col salario precedente. La situazione si infiamma da subito e già il 12 gennaio, la sezione in lingua italiana dell’associazione del movimento operaio “Industrial Workers of the World (IWW)” decide di inviare da New York a Lawrence il proprio leader Joe Ettor, per coordinare lo sciopero dei quasi 25 mila operai che hanno incrociato le braccia. A pochi giorni di distanza lo raggiunge l’amico Arturo Giovannitti. Giovannitti, in seguito noto anche come il “bardo del proletariato” è figlio di un farmacista di Ripabottoni, in Molise, dove è nato il 7 gennaio 1884 per poi trasferirsi giovanissimo prima in Canada e poi a New York. Il ragazzo, già autore di diversi scritti pubblicati su riviste militanti, si fa le ossa nel sindacato e diventa uno dei leader dell’Italian Socialist Federation of North America, membro dell’ IWW; nel 1911 si dà anche all’editoria pubblicando il settimanale socialista in lingua italiana “Il Proletario”.

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Lo sciopero degli operai di Lawrence continua ad oltranza e il 29 gennaio durante uno scontro tra polizia e manifestanti, parte uno sparo che colpisce a morte Anna LoPizzo. Secondo alcuni testimoni, a premere il grilletto è il poliziotto Oscar Benoit ma, sebbene non si trovino a Lawrence quel giorno, Giovannitti e Ettor  vengono arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio, materialmente compiuto dall’operaio Joseph Caruso. Si tratta chiaramente di un processo politico (i tre verranno poi tutti assolti nel processo di Salem il 26 novembre), una specie di versione ante litteram di quello che quindici anni dopo condannerà a morte gli anarchici Sacco e Vanzetti. Mentre i tre sono in carcere, il 14 marzo, gli scioperanti ottengono una vittoria fondamentale: un aumento salariale del 25% per i lavoratori meno pagati, del 15% per quelli che erano più retribuiti, nonché un aumento per gli straordinari e la riassunzione degli operai in sciopero licenziati dalla American Woolen Company.

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Da sinistra a destra: Caruso, Ettor e Giovannitti

Intanto, in tutto il mondo si firmano petizioni a favore di Giovannitti, Ettor e Caruso. In Italia, a occuparsi con grande attenzione del caso dei colleghi d’oltreoceano, è il socialista massimalista, iscritto alla sezione di Forlì, Benito Mussolini che proprio in quell’anno comincia a scrivere per l’Avanti!. Al Congresso di Forlì del 16 giugno 1912 delle Federazioni Socialiste (F.S.) di Romagna, Mussolini propone, tra gli altri, il seguente ordine del giorno poi approvato per acclamazione: «Il congresso delle F. S. di Romagna protesta contro i propositi criminali della borghesia repubblicana del Nord America che tenta di mandare due innocenti, Giovannitti ed Ettor, duci del movimento proletario, alla sedia elettrica, ed invita le sezioni socialiste a intensificare l’agitazione perché tale abbominevole delitto venga evitato».

Benito Mussolini
Naturalmente Mussolini non si ferma lì, e su Giovannitti ed Ettor scriverà ancora parecchio. Sul n. 132 di de “La lotta di classe” del 3 agosto 1912 pubblica un pezzo dal titolo: “Agitiamoci per strappare Ettor e Giovannitti agli aguzzini della sedia elettrica”. Eccone l’appello finale:

“C’è ancora il tempo per far echeggiare alto e solenne il nostro grido di protesta, per unire ai milioni di proletari che dall’uno all’altro continente rinnovano e rinsaldano nei nomi di Ettor e Giovannitti il patto infrangibile della solidarietà di classe. La pressione morale del proletariato europeo congiunta alla pressione morale e materiale del proletariato americano, deciso a ricorrere ai mezzi estremi, non sarà vana, come qualche scettico pensa. Si ottenga o no la liberazione di Giovannitti ed Ettor, si eviti o no l’epilogo tragico, noi socialisti dobbiamo fare il nostro dovere. I compagni d’oltre Oceano ci lanciano un appello disperato. Socialisti di Romagna che non foste mai secondi a nessuno nel sostenere le cause dell’umanità e della giustizia, raccoglietelo e agitatevi!”

Non solo il futuro Duce, a mobilitarsi a favore dei due socialisti di origine italiana (stranamente, non viene quasi mai citato l’operaio Joseph Caruso) sono anche altri compagni, in Italia e non solo. Parte anche qualche interrogazione parlamentare, come quella del deputato socialista Guido Podrecca, giornalista e fondatore della rivista satirica “L’Asino“, riportata dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dell’8 giugno 1912: “Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro degli esteri per conoscerne il pensiero in merito alla tragica situazione nella quale si trovano i nostri due connazionali Arturo Giovannitti e Giuseppe Ettor, residenti a Lawrence, e detenuti sotto una imputazione e per responsabilità delle quali la pubblica opinione li proclama innocenti”.

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Immagine d’epoca dello sciopero di Lawrence nel 1912

 

Mentre la campagna internazionale a loro favore prosegue, l’esito della sentenza appare tutt’altro che scontato fino all’ultimo istante. L’attenzione in Italia è altissima e durante il processo, a Salem, sono presenti anche degli inviati de L’Avanti!, La Stampa e il Corriere della Sera. A processo concluso, il 22 novembre, Giovannitti chiede di parlare ai giurati prima che questi assumano la loro decisione finale. Dopo aver contestato punto per punto le accuse nei suoi confronti e dei due coimputati e aver fatto appello alle migliori virtù della democrazia americana, conclude con parole di esplicita sfida la sua perorazione:

“Noi vogliamo libertà o morte. Noi siamo giovani, io ho meno di 29 anni. Ho una donna che mi ama e che amo; ho una madre e un padre che mi attendono; ho un ideale che mi è molto più caro di quanto mente umana può esprimere e comprendere. La vita ha tanti allettamenti ed è così dolce, meravigliosa e luminosa che sento nel mio cuore la passione di vivere e volere vivere… Se il vostro giudizio, signori giurati, farà sì che le porte di questa gabbia si apriranno e noi ritorneremo alla luce del mondo, in questo caso lasciate che vi indichi le conseguenze di ciò che state per fare. Permettetemi di dirvi che il primo sciopero che scoppierà nuovamente in questo Stato, o in qualsiasi posto d’America dove il lavoro, l’aiuto o l’intelligenza di Joseph Ettor e Arturo Giovannitti saranno ritenuti necessari, lì noi andremo nuovamente malgrado la minaccia che potrà cadere su di noi. Noi ritorneremo ai nostri umili sforzi, oscuri, modesti, sconosciuti, incompresi – soldati della potente armata dei lavoratori del mondo che postasi fuori dell’ombra e dell’oscurantismo del passato si avvia verso la meta destinata, verso l’emancipazione del genere umano, verso la creazione dell’amore, della fratellanza e della giustizia per ogni uomo e donna di questa terra. E d’altra parte se il vostro verdetto dovrà esserci contrario, a noi gente umile che non meritiamo, in vero, né l’infamia né la gloria del patibolo – se sarà giudicato che i nostri cuori dovranno cessare di battere sulla sedia di morte e per mezzo della stessa corrente che ha spento l’assassino e il parricida, allora io dico, che domani noi saremo sottoposti a un più grande giudizio, che domani, morti, passeremo dalla vostra presenza a una più eccelsa dove la storia emetterà il suo ultimo verdetto su di noi. Qualsiasi possa essere il vostro giudizio, signori giurati, io vi ringrazio”.

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(Scusa e buona lettura)

Nonostante la giuria fosse assolutamente disposta a condannare i tre, alla fine fu costretta ad assolverli, con grande gioia dei socialisti di tutto il mondo. Naturalmente finì lì anche la candidatura di Giovannitti nel collegio di Carpi. Con la sua assoluzione l’obiettivo politico di quella scelta poteva considerarsi pienamente raggiunto. Giovannitti non rientrò mai in Italia, morirà negli Stati Uniti nel 1959. Dopo l’assoluzione torna a New York cominciando a frequentare il gruppo di socialisti del Greenwich Village di cui fa parte anche John Reed, il giornalista de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, col quale collabora scrivendo per la rivista “The masses” oltre a una quantità di altre testate: “International Socialist Review”, “Il Fuoco”, “Vita”, “Solidarity”, “The Liberator”, “The New Masses”, “Il Martello”. Nel 1914 scrive il poema “The Walker“, che lo rende famoso come il “bardo del proletariato” (e qualcuno lo paragona addirittura a Walt Whitman) sui suoi giorni in carcere. Questi i primi versi:

Ho ascoltato tutta la notte passi sulla mia testa.
Vengono e vanno. Vengono e vanno ancora per tutta la notte.
Arrivano dall’eternità in quattro passi e ritornano all’eternità in
quattro passi, e tra il venire e l’andare c’è
il silenzio e la Notte e l’Infinito.

Poiché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, incessante è la marcia
di colui che cammina tra il giallo muro di mattoni e il rosso
cancello di ferro, pensando cose che non possono essere incatenate e non possono
essere chiuse a chiave, ma che vagano lontano nel luminoso mondo, ognuna
in un selvaggio pellegrinaggio verso una meta stabilita.


 

In copertina, il quadro “Lawrence 1912: The Great Strike” noto anche come “Bread and Roses – Lawrence, 1912” del pittore primitivista Ralph Fasanella. Per realizzarlo, Fasanella, aveva passato nei primi anni ’70 un periodo di quasi 3 anni a Lawrence. Il quadro ha una storia particolare che merita un breve accenno: acquistato da quindici federazioni sindacali grazie alle donazioni dei propri iscritti era stato regalato al Congresso degli Stati Uniti dove è rimasto appeso per anni nella sala delle audizioni del sottocomitato della “Camera sul lavoro e l’istruzione”. Dopo le elezioni del 1994, la nuova maggioranza repubblicana al Congresso ha eliminato “lavoro” dal nome del comitato e il quadro di Fasanella dalla sala della commissione. Attualmente l’opera è ospitata dal Labor Museum and Learning Center di Flint, nel Michigan.

 

Le strade che portano al jihad

Ripercorriamo l’itinerario della radicalizzazione dei fratelli Kouachi, Amédy Coulibaly e altri ragazzi come loro che hanno trovato nel jihad un modo di contestare il presente.

La radicalizzazione dei fratelli Kouachi cominciò in un parco della capitale francese, Amédy Koulibaly fece i suoi primi passi verso il fondamentalismo armato in prigione. Ma quello che i tre jihadisti avevano in comune era il fatto di essere nati e cresciuti ai margini della società francese. Dove, in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. Ripercorriamo le strade percorse dai giovani attentatori francesi per capire come si arrivi dove sono arrivati loro.

E’ lungo i sentieri del parco parigino di Buttes-Chaumont, con le sue collinette, il suo stagno e un falso tempio romano, che Chérif Kouachi, il fattorino di una pizzeria del posto, amava fare jogging. Il parco di Buttes-Chaumont brulica di gente che corre come lui. Ma Kouachi e il suo gruppo di amici facevano jogging per tenersi in forma per il jihad.

Buttes-Chaumont

Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

Il gruppo parigino dei fratelli Kouachi, che i giornali chiamarono “la banda di Buttes-Chaumont”, era composto da una dozzina di ragazzi fra i 20-30 anni. Alcuni di loro si sono conosciuti a scuola. Molti avevano storie famigliari complesse e rendimenti scolastici scarsi. Venivano dai bassifondi del 19imo arrondissement nel nord-est di Parigi, una zona segnata da un mix di appartamenti e loft riqualificati accanto ad edifici popolari e a un patchwork di palazzoni in mano alla piccola criminalità e alle bande.

I jihadisti del 19imo arrondissement si consideravano dei combattenti, dei giusti che lottavano per una causa legittima: l’instaurazione di uno Stato islamico attraverso l’azione violenta. Giurarono di rifiutare qualsiasi ipotesi di compromesso o di collaborazione con il loro paese natale, la Francia, (ma in generale con tutto il mondo occidentale) nel momento in cui misero il Jihad al centro del loro credo, rendendolo un obbligo religioso. In generale, per tutti i jihadisti il ricorso alla violenza è sia ideologico che tattico. Così questi gruppi preferiscono l’azione diretta ad approcci “politici” che, invece, rifiutano sistematicamente.

Buttes-Chaumont

Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

I ragazzi appartenenti al gruppo dei fratelli Kouachi, molti dei quali disoccupati o alle prese con piccoli lavori precari, erano tutti conosciuti dalle forze dell’ordine per reati minori, furti e traffico di droga. Poi incontrarono una figura carismatica, un leader. Il capo carismatico esercita un magistero morale, religioso e ideologico sul discepolo ed è una figura ricorrente nella galassia dei gruppi islamisti radicali che da sempre si rifanno alla conoscenza coranica di alcuni teologi militanti o emiri ritenuti detentori del messaggio divino. Lo era Oussama Ben Laden, lo è l’attuale “califfo” del cosiddetto Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi.

Nel suo piccolo lo era anche Farid Benyettou. Anch’egli giovanissimo, un anno più grande di Chérif Kouachi (classe 1982). Farid era un inserviente presso un’impresa di pulizie e punto di riferimento per i suoi coetanei con i quali discuteva dell’ipotesi di “Jihad”. Era il 2004, all’indomani dell’invasione statunitense dell’Iraq e il gruppo decise di partire per il paese mediorientale per combattere gli americani.

Farid Benyettou

Farid Benyettou

Questo piccolo gruppo di combattenti per la fede, descritto dai magistrati come dei dilettanti sprovveduti, è stato definito dal quotidiano Le Monde come la “prima scuola del Jihad in Francia”. Fra una sessione di jogging e l’altra, impararono a tenere in braccio un kalashnikov e presto una manciata di loro partì alla volta dell’Iraq, per fare la guerra santa agli Americani. Tre di loro morirono in combattimento, altri tornarono gravemente menomati: uno senza un occhio e senza un braccio. Altri ancora non riuscirono a partire, bloccati dalla polizia francese.

All’epoca Chérif Kouachi si guadagnava da vivere come fattorino presso una catena di pizzerie, El Primo Pizza. Venne arrestato nel gennaio del 2005 mentre tentava di imbarcarsi su di un volo con destinazione Damasco. I servizi di intelligence francesi erano convinti che stesse per raggiungere i ribelli islamisti in Iraq, via la Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Chérif Kouachi dichiarò ai magistrati che l’intervento della polizia era stato provvidenziale e che si sentiva sollevato dell’arresto poiché, in fondo, non aveva intenzione di arruolarsi. “Più si avvicinava la data della partenza, più ci ripensavo” disse al giudice. “Allo stesso tempo non volevo che i miei compagni venissero a sapere del mio cedimento”. La corte gli inflisse una condanna relativamente lieve: 36 mesi, la metà dei quali passati in regime di libertà condizionale. Oltre al biglietto aereo per la Siria non vi erano prove schiaccianti contro di lui.

Per gli avvocati, Chérif era un ragazzo fragile senza particolari idee politiche e psicologicamente manipolato da una simil-setta. Non è sbagliato usare la parola setta in merito alle cellule jihadiste contemporanee poiché esse si muovono come vere società segrete. I membri condividono la stessa convinzione e la preservano in segreto. “L’idea di appartenere a un gruppo di eletti con una missione divina e di rappresentare la più pura avanguardia di Allah, in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, implica la segretezza per difendersi da quella stessa società empia, quella occidentale, che diffonde volontariamente dei valori anti-islamici e attua le persecuzioni contro i musulmani”, dichiara un ex-jihadista francese pentito al quotidiano Libération.

Dopo il processo del 2008, Chérif si sistemò e trovò lavoro in una pescheria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Meno di una decade dopo, Chérif (32 anni) e suo fratello maggiore Said (34 anni) compiono l’attacco terroristico più feroce degli ultimi 50 anni della storia di Francia. Entrano con i Kalashnikov nella redazione del mensile satirico Charlie Hebdo. Fanno fuoco: 12 morti. Dopo tre giorni di follia i fratelli Kouachi muoiono durante una sparatoria a nord di Parigi provocata dall’irruzione delle forze speciali del GIGN (“Groupe d’intervention de la gendarmerie nationale”) all’interno della tipografia sequestrata dai fratelli Kouachi, nella quale detenevano un ostaggio. Nel frattempo, Amédy Coulibaly (32 anni), dopo aver ucciso una poliziotta, assaltava un piccolo supermarket di alimentari kosher, nell’est della capitale, tenendo in ostaggio i clienti e uccidendone quattro. Anche in quell’occasione il GIGN fece irruzione e uccise il jihadista.

Sia i fratelli Kouachi sia Amédy Coulibaly erano francesi, dell’area metropolitana parigina, cresciuti e avvicinatisi all’Islam radicale sul posto. Il quotidiano Libération li ha chiamati “Figli di Francia”; un noto avvocato che garantisce la difesa di un altro giovane jihadista li ha chiamati invece “I figli smarriti della Repubblica”.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Intanto il governo francese corre ai ripari, la questione è delicata, ci sono oltre 7,5 milioni di francesi di confessione musulmana. L’obiettivo a breve termine è intervenire sui sistemi di reclutamento per impedire la crescita del terrorismo fatto in casa, e poi capire come hanno fatto dei pregiudicati segnalati persino nelle black list degli Stati Uniti a organizzare, pianificare e commettere una carneficina. Il governo francese ha preso molto sul serio il pericolo di imminenti attacchi da parte dei reduci francesi della guerra in Siria, tant’è che ha alzato il livello di guardia e rafforzato la divisione antiterrorismo.

Secondo il governo, 1400 francesi hanno raggiunto o stanno pianificando di raggiungere, in nome della Jihad, i teatri di guerra in Siria e in Iraq. Circa 70 jihadisti francesi hanno invece già perso la vita durante i combattimenti.

Ma la radicalizzazione dei fratelli Kouachi e di Amédy Koulibaly è iniziata molto prima della guerra in Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

I jihadisti di oggi che partono per la Siria e per l’Iraq vengono spesso dalla classe media, talvolta hanno una buona educazione e buone prospettive. In contrasto, i jihadisti che andarono a combattere 10 anni prima in Iraq erano dipinti come mentalmente fragili, poveri e senza prospettive.

Come mai i veterani della guerra in Iraq, come Kaouchi e i suoi amici, pur essendo un pericolo per la sicurezza nazionale, hanno potuto muoversi indisturbati, procurarsi armi e soldi, organizzare l’attentato? Forse l’intelligence francese si è troppo concentrata sulle nuove generazioni di jihadisti, coloro che partono in Siria, trascurando la generazione precedente di jihadisti, quelli che partirono per l’Iraq.

Chérif Kouachi è nato a Parigi nel 1982, nel 10imo arrondissement che si estende da place de la République fino alla Gare du Nord. Era uno dei cinque figli di genitori di origine algerina. Un amico d’infanzia di Chérif ha detto alla televisione pubblica francese: “E’ stato abbandonato in giovanissima età, non si è mai capito se fossero i genitori ad essere stati incapaci di curare i cinque figli oppure se fossero morti”. Risultato: Chérif è entrato nelle comunità d’accoglienza per minori non avendo compiuto neanche 10 anni. Le case d’accoglienza erano lontane da Parigi e la sua infanzia venne descritta come caotica.

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Chérif e Said Kouachi ancora minorenni a Treignac

A 18 anni, gli orfani Chérif e Said (il fratello piu’ grande) tornano a Parigi, dal nord-est dove erano cresciuti. Chérif era in possesso di un diploma in educazione fisica ma i suoi risultati scolastici erano miseri e non aveva nessuna famiglia a cui chiedere aiuto. Quando si legò al gruppo di Buttes-Chaumont era già tornato a Parigi e viveva di espedienti.

“Viveva come un vagabondo, trovava sempre un tetto sotto il quale dormire ma si doveva quasi sempre accontentare di un materasso per terra o poco più: era chiaramente un emarginato. Era immaturo, appena uscito dall’adolescenza. Non era rancoroso. Andava in moschea, ma andava anche per discoteche, si cimentava con il rap, fumava erba e beveva in compagnia, insomma non era un santo ma nemmeno un asociale”, precisa l’amico d’infanzia alla televisione pubblica transalpina.

Secondo Le Monde, quando Chérif venne arrestato poco prima del suo imbarco per la Siria, si presentò ai poliziotti definendosi un “Ghetto Muslim”.

“Prima ero un delinquente, ma dopo ho trovato la forza. Non mi immaginavo neanche di poter morire”, dichiarò ai magistrati. In un documentario televisivo sulla gioventù francese radicalizzata troviamo proprio Chérif che, durante un’esibizione rap, pronuncia le seguenti parole:”E’ scritto nei Testi, morire da martire è un onore”.

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via nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Le aspirazioni del gruppo jihadista di Buttes-Chaumont erano direttamente legate ai destini della seconda guerra irachena del 2003. Di solito si riunivano in casa di un membro e guardavano insieme le immagini dell’invasione statunitense. “Tutto quello che ho visto in tv, su Internet, le torture nella prigione di Abu Ghraib, tutto quello, è proprio quello che mi ha motivato”, dichiarò un amico dei Kouachi durante il processo a Chérif.

Durante la presidenza di Jacques Chirac, però, la Francia si rifiutò di intervenire in Iraq. Il gruppo concentrò quindi il suo odio nei confronti degli americani e nell’ossessione di combatterli per liberare l’Iraq.

“Sono stati i pionieri del jihadismo francese”, scrive Jacques Follorou, giornalista di Le Monde e specialista di questioni islamiche. “Erano un gruppo di ragazzi con poca istruzione, senza progetto politico, senza esperienza, de-socializzati, delinquenti, disoccupati, ai margini della società e alla ricerca di un’identità. Il mentore, loro coetaneo, era un manipolatore”. Follorou sostiene anche che quando i ragazzi del gruppo entrarono in carcere, davanti ai loro occhi si aprì un nuovo universo:“Se Buttes-Chaumont era la scuola informale del jihad, il carcere era l’università degli studi del jihad”.

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1965-1969. Carcere di Fleury-Mérogis. Foto Fonds Guillaume Gillet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine.

Dopo il suo arresto nel 2005, mentre tentava di lasciare il paese alla volta di Damasco, Chérif fu condotto presso la casa circondariale di Fleury-Mérogis, un enorme e decadente super-prigione di cemento armato. E’ il carcere più grande d’Europa, solo la sezione maschile contiene 3,800 detenuti.

Costruita negli anni ’60, Fleury-Mérogis doveva rappresentare il modello del carcere dal volto umano. Finì per diventare un inferno di tensioni, violenza fra detenuti, droga, suicidio e persino episodio di una rivolta dei detenuti con tanto di agenti di polizia penitenziaria presi come ostaggi.

Kouachi si trovava a Fleury-Mérogis, in attesa di giudizio. In quel periodo la popolazione carceraria eccedeva del 150% le capacità di “accoglienza” della prigione.

Nel 2008 alcuni carcerati riuscirono a consegnare all’esterno un video sulle condizioni di vita a Fleury-Mérogis. Il filmato mostrava scene di violenza fra carcerati, soffitti infiltrati di acqua, muffa sui muri, sanitari fuori uso e inaccessibili, acqua stagnante e freddo gelido. “Ci stiamo congelando come i vagabondi, anzi siamo peggio dei vagabondi”, dice un recluso nel video.

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Amédy Coulibaly

Uno dei prigionieri in prima linea nella denuncia delle condizioni carcerarie fu Amédy Coulibaly. Era in carcere per rapina a mano armata, la sua terza condanna. Coulibaly incontrò Chérif in carcere, erano nella stessa ala e diventarono presto inseparabili. Meno di dieci anni dopo, Coulibaly si unisce ai fratelli Kouachi per compiere la sua parte nell’attacco, cioè l’uccisione di una poliziotta e di quattro clienti di un negozio ebraico.

Amédy Coulibaly, conosciuto come “Doly”, è nato in Francia da genitori del Mali. Unico maschio, fratello di nove sorelle, Amédy cresce nella Cité (complesso di case popolari) della Grande Borne, a Grigny, a sud di Parigi. “E’ una delle Cité più difficili del paese”, nota un giornalista di Libération.

Costruita negli anni ’60, nei piani degli urbanisti doveva essere la cittadella-dormitorio ideale. Invece con i suoi 11mila abitanti, la Grande Borne divenne nota per la povertà, per il traffico di droga e di armi, per l’alto tasso di criminalità giovanile, per gli attacchi alla stazione della polizia locale e per gli incendi dolosi di edifici pubblici.

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La Grande Borne, Grigny

Alcuni sociologi francesi la definiscono un “cassonetto per l’immondizia sociale” dove venivano confinati i più poveri elementi della città. Il 40% dei suoi abitanti è disoccupato, le famiglie vi abitano in una situazione di miseria, il livello di violenza e decomposizione sociale è alle stelle.

“E’ un contesto favorevole allo sviluppo del radicalismo, non tanto per la povertà quanto per lo sfascio dell’ordine sociale. C’è una miseria sociale estrema, le famiglie sono abbandonate a se stesse. Lo Stato qui è assente, la polizia neanche ci mette i piedi”, spiega un educatore della zona che aggiunge: “Se un datore di lavoro ha per le mani un cv con sopra scritto l’indirizzo della Cité con ogni probabilità la candidatura finisce direttamente nel cestino”. In quest’angolo di Francia, i valori repubblicani, “Liberté, égalité, fraternité”, non si sa neanche cosa siano.

Nel 2005 le periferie dei grandi centri urbani francesi furono teatro delle più gravi sommosse della storia recente di Francia. La rabbia esplose dopo l’uccisione di due ragazzini in fuga da un controllo di polizia. Proprio a Grigny la violenza raggiunse livelli mai visti prima, quando dai rivoltosi partirono colpi di arma da fuoco verso le forze dell’ordine.

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La Grande Borne, Grigny

Anche alla Grande Borne, come in molte Cité, c’è una sottocultura giovanile fatta di soldi facili, rapine, droghe e armi. Damien Brossier, avvocato che si occupa di criminalità giovanile nella vicina Evry si ricorda di Coulibaly. “Una testa calda, un ragazzo coraggioso”, racconta il legale che lo ha difeso in due casi di rapina a mano armata risalenti a dieci anni fa.
Il primo caso fu una rapina a un negozio di articoli sportivi. In quell’occasione, dopo un inseguimento con la polizia, la macchina su cui scappavano lui e il suo complice venne coinvolta in un incidente stradale. Il suo complice, Alì, coetaneo di origini magrebine, rimase ucciso. Coulibaly invece riuscì a uscire dalla vettura disastrata e tornò a casa a piedi.

L’avvocato Brossier difese poi Coulibaly dall’accusa di rapina a mano armata in banca. “Era un cane sciolto, al contempo era socievole e gentile, non era difficile entrarci in confidenza”.

Il padre di Amédy era un lavoratore maliano di umili origini, immigrato in Francia. Come molti suoi coetanei nella Cité, Amédy non voleva fare la stessa vita del genitore. “Aveva dei risultati scolastici molto scarsi, non penso avesse mai avuto delle vere ambizioni lavorative. Come molti giovani delle periferia aveva il culto del denaro facile”, ricorda ancora l’avvocato Brossier.

Coulibaly e Chérif fecero amicizia in prigione, e sempre in prigione trovarono un nuovo mentore che li portò alla definitiva radicalizzazione: Djamel Beghal.

Djamel Beghal, said to be the mentor of Cherif Kouachi, one of the Charlie Hebdo Massacre Gunmen - 2015

Djamel Beghal

Beghal, condannato a 10 anni per il fallito attentato all’ambasciata israeliana di Parigi, era stato un frequentatore della moschea londinese di Finsbury park e discepolo dei predicatori radicali Abu Hamza e Abu Qatada. Secondo l’intelligence francese e americana era il reclutatore di al Qaeda in Europa.

Una volta scontata la pena, Chérif Kouachi uscì di prigione, si sposò e trovò un lavoro in una pescheria: sembrava che volesse mettere la testa a posto. Uscito dal carcere, era diventato un uomo. La reclusione avesse inasprito il suo carattere e cambiato il suo fisico. Un suo amico ha affermato recentemente alla televisione pubblica: “Era fisicamente cambiato, muscoloso, aveva fatto sollevamento pesi, in carcere non c’è nient’altro da fare”.

In quel periodo, Benyettou, il guru del gruppo di Buttes-Chaumont, studiava per diventare infermiere. Coulibaly, invece, era riuscito a trovare lavoro presso una fabbrica della Coca-cola e nel 2009, nonostante la fedina penale, fu uno dei 500 giovani invitati all’Eliseo dall’allora presidente Nicolas Sarkozy per discutere di disoccupazione giovanile. “Forse riuscirà lui a trovarmi un lavoro”, disse allora il giovane, intervistato dal quotidiano Le Parisien.

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Fabbrica della Coca-Cola, Grigny

Meno di un anno dopo, la polizia aprì una nuova indagine su Coulibaly. Era sospettato di appartenere a un gruppo che cospirava per fare evadere di prigione l’islamista algerino Smain Ait Ali Belkacem, condannato all’ergastolo nel 2002 per l’attentato dell’ottobre 1995 al treno urbano RER in sosta presso la stazione Musée d’Orsay, un attentato che provocò il ferimento di 30 persone.

I seguaci di Beghal vennero arrestati per cospirazione.

I sistemi di sorveglianza della polizia mostrano Coulibaly e Chérif Kouachi in visita a Beghal, all’epoca uscito di prigione ma agli arresti domiciliari in una piccola cittadina della Francia rurale. Le foto di Coulibaly assieme a sua moglie in niqab nero, Hayat Boumeddiene, intenti a maneggiare una balestra in aperta campagna, sono state scattate proprio nella zona in cui Beghal era agli arresti domiciliari. Boumeddiene sposò Coulibaly secondo la tradizione islamica. Dopo il matrimonio, la giovane decise di lasciare il suo lavoro di cassiera in un supermercato per dedicarsi interamente alla religione e per portare in libertà il niqab, velo che il presidente dell’epoca, Nicolas Sarkozy, avrebbe poi bandito da tutti i luoghi pubblici.

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Hayat Boumeddiene

Hayat Boumeddiene è ad oggi latitante. Gli 007 francesi pensano che abbia raggiunto la Siria ad inizio gennaio per arruolarsi fra i combattenti dello Stato Islamico (secondo l’intelligence potrebbe essere apparsa in un video dell’Isis). Anche Hayat è cresciuta nelle case-famiglia della periferia di Parigi, dopo la morte della madre e le difficoltà economiche del padre.

Durante una perquisizione presso il domicilio di Amédy e Hayat a Bagneux, nella periferia della capitale, la polizia trovò un gran numero di munizioni di AK-47 e un revolver. “Sono miei”, dichiarò Coulibaly alla polizia. “Sono munizioni di Kalashnikov. Avevo intenzione di venderle sul mercato nero”, aggiunse. La polizia lo interrogò tentando di capire se fosse ispirato dalla religione. Coulibaly rispose che faceva del suo meglio per essere un buon musulmano, ma che non sempre ci riusciva.

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una via di Bagneux (Street View – Google Maps)

Dal canto suo, Kouachi rimase in silenzio durante gli interrogatori. Venne rilasciato poco dopo per mancanza di prove. A Coulibaly, invece, inflissero una pena detentiva di 5 anni di reclusione per aver ideato il piano di evasione del jihadista algerino Ali Belkacem. Descritto dalle autorità penitenziarie come un detenuto modello, venne rilasciato nella primavera del 2014. Ad aspettarlo fuori dalle mura del carcere c’era Hayat Boumeddienne con la quale tornò a convivere. Meno di un anno dopo, Coulibaly sarà uno dei protagonisti del peggior attacco terroristico in terra francese degli ultimi decenni.

Una precedente perizia psichiatrica su Coulibaly, citata dal quotidiano Libération, indica che il giovane “non soffre di nessuna patologia” ma che ha “una personalità immatura e paranoica”. Lo psicologo precisava anche che la personalità di Amédy “mancava di analisi critica e di senso morale” e che aveva “manie di grandezza”.

Un testimone dell’assalto al supermercato kosher di porte de Vincennes afferma che, dopo aver ucciso quattro ostaggi e aver trasformato l’alimentari ebraico in un teatro di guerra, Coulibaly si sia preparato un panino, incurante dei corpi senza vita intorno a lui.

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Amédy Coulibaly

Poco dopo la morte di Amédy Coulibaly, la madre e una delle sorelle hanno rilasciato una dichiarazione in cui prendevano le distanze dal giovane, condannando gli attacchi e definendoli “atti di odio”.

Il fratello maggiore di Chérif Kouachi, Said, co-responsabile della mattanza alla redazione di Charlie Hebdo era l’unico del trio a non essere mai stato in prigione. E’ stato tuttavia indagato e interrogato dalla polizia nel 2005 nel quadro dell’inchiesta alla cellula jihadista di Buttes-Chaumont. Gli investigatori lo considerarono una figura minore. Una persona diversa dal fratello Chérif. Meno aggressivo e più preoccupato di trovare lavoro che a fare il Jihad.

Secondo i servizi segreti yemeniti, Said avrebbe soggiornato nel paese della penisola arabica per diversi mesi. E’ sospettato di aver combattuto per al Qaeda. Entrambi i fratelli Kouachi erano sulle “no-fly list” britanniche e statunitensi.

Said e Chérif Kouachi

Prima dell’attacco a Charlie Hebdo, Said abitava con la moglie e i figli a Reims, nella regione della Champagne. I vicini lo descrivevano come silenzioso e solitario.

Non è la prima volta che la sicurezza nazionale e i servizi di intelligence transalpini vengono pesantemente criticati dall’opinione pubblica. Il paese porta ancora le cicatrici di altri casi clamorosi. Nel 2012 Mohamed Merah, disoccupato e pregiudicato di origini magrebine di 23 anni, appena tornato da un periodo di addestramento in Pakistan e Afghanistan, tenne sotto scacco le forze dell’ordine per 10 giorni. L’avventura di Merah culminò nell’uccisione a sangue freddo di un rabbino e di tre bambini ebrei, tutti assassinati davanti a una scuola ebraica di Tolosa.

Medhi Nemmouche

E poi c’è stato Medhi Nemmouche, un ex delinquente giovanile cresciuto nella miseria in una città della Francia settentrionale. Abbandonato dai genitori, anche lui è cresciuto in una casa-famiglia. E’ sospettato di essere l’autore della strage del 2014 al museo ebraico di Bruxelles in cui persero la vita quattro persone. Era stato formato e addestrato in Siria dove aveva combattuto per lo Stato Islamico.

Marie, un’educatrice parigina che si occupa di assistere le famiglie i cui figli sono tentati dall’ipotesi jihadista o hanno addirittura già preso la strada della guerra santa nel Levante, sostiene che il profilo delle giovani reclute sia cambiata. Kouachi, Merah e Nemmouche rappresenterebbero la “vecchia guardia” dei jihadisti.

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casa murata nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Fragili psicologicamente, cresciuti nella giungla metropolitana e con famiglie disastrate o inesistenti. “Il discorso fondamentalista attecchisce fra coloro con una bassa autostima. Si tratta di sostituire il sentimento di disagio con il sentimento di onnipotenza. E’ un modo per rivalorizzare la propria identità in un contesto sotto tutti i punti di vista sfavorevole allo sviluppo individuale”. Ma il profilo del giovane combattente sta cambiando ed è ormai obsoleto “sostenere che il terrorismo nasca semplicemente dalla combinazione di discriminazione e disagio sociale”.

Marie fornisce assistenza a famiglie di estrazione sociale molto diversa. Ha aiutato ragazzi di famiglie istruite della classe media, figli di medici e di altri professionisti, molti provenienti da famiglie non musulmane. Così i profili della nuova generazione di giovani jihadisti radicalizzati o auto radicalizzati in Francia si fa più complesso e sfumato.

Ma la questione rimane la stessa: in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. L’Islam viene quindi considerato come un’ideologia degli oppressi, l’unica ideologia capace di incanalare l’energia della ribellione in un paese che sembra aver perso i suoi riferimenti più intimi.

Gaetano Gasparini

Tutte le mie note, dal la alla zeta

Musicista, poeta, editore e cineasta, il modenese Ilmo Malagoli è uno dei più interessanti e poliedrici artisti che una città di provincia possa vantare.

di Davide Lombardi

Nemo propheta in patria. Locuzione latina vera come non mai se riferita all’artista modenese (anche se lui preferisce definirsi ideatore e autore di progetti artistici atipici) Ilmo Malagoli. Sebbene autore capace di muoversi con abilità indiscutibile tra le più diverse discipline artistiche, dalla musica, sua vera musa, al cinema, in città nessuno lo hai mai preso seriamente in considerazione. Nessun giornale locale ha mai recensito le sue opere. Nessun assessore alla cultura lo ha mai chiamato per partecipare a eventi ufficiali. Eppure nessuno come Malagoli è espressione altrettanto pura dell’anima più verace e profonda della provincia emiliana.

Non fosse nato e vivesse in provincia, verrebbe probabilmente celebrato come un bizzarro e geniale funambolo capace di saltellare divertito e divertente tra un’arte e l’altra. Invece qui in provincia, quella vera, piccola e conservatrice, dove perfino al vento pare vietato arrivare fino in centro che non sia mai si muova qualcosa, le sue opere non “raggiungono il minimo sindacale di ciò che è da considerarsi arte & cultura”. Eppure: che follia! A uno come Ilmo Malagoli, da Cognento, frazione di Modena, dovrebbero fare un monumento in piazza grande. Perché nessuno più di lui è un talentuoso, straordinario, artista di provincia. Quando attacco l’intervista cercando di sviluppare un ragionamento su quella che penso sia la sua estetica trash, mi spiazza subito: “ma no, ma quale trash, mai amato il trash. E’ che non ho i mezzi e quel che faccio viene come viene”.

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Un artista poliedrico

Video, musica, soprattutto musica, tantissima, ma anche: editoria, poesia, narrativa, cinema. Malagoli è un vulcano e in quindici anni di onorata attività artistica, senza mai un riconoscimento se non quello dei pochi ma affezionatissimi fan, ha spaziato alto tra una pletora d’arti con la cocciuta maestria di un artigiano. Quale per altro è, visto che l’arte per lui è una passione. La sua attività principale è il laboratorio rilevato dal padre dove realizza finiture in acciaio per giostre. “Ma mi va bene così – spiega – non ho mai pensato di dedicarmi solo all’arte, io la vivo come pura passione e come tale, sono sempre stato libero di fare tutto quel che mi pareva. Se la trasformassi in una professione probabilmente dovrei scendere a compromessi”. Gli chiedo se almeno esiste qualche legame tra le sua attività artistica e quella con l’acciaio, se nel tempo ha costruito delle connessioni tra i suoi mondi. “Assolutamente no”.

L’amore per l’arte, per Malagoli – giovane di età imprecisata – over 35, concede vezzoso, è storia antica. “Fin da bambino scrivevo e riempivo pagine e pagine di disegni, anche se non sono mai stato capace di disegnare. Un’ossessione” mi racconta. “La mia prima vera esperienza artistica – prosegue – risale a circa quindici anni fa, quando incontro un amico musicista, Mucci. Avevo dei testi già pronti e gli ho chiesto di musicarli. Abbiamo un po’ discusso perché lui voleva una cosa più musicale, io invece puntavo su dei reading da leggere su delle basi, visto che non so suonare né cantare. Alla fine ci siamo accordati e abbiamo trovato una cantante che interpretasse le nostre canzoni. E’ nato così il progetto narrator.it, che era il nome del gruppo ma anche il sito Internet. Allora mi sembrava un’ottima operazione promozionale unire le due cose, così chi ci ascoltava si ricordava subito il nome del sito in cui poterci trovare.

Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo

Abbiamo realizzato il nostro primo e unico album: ‘Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo’. Anche questa era una scelta promozionale perché fungeva anche da testo dell’annuncio che abbiamo pubblicato sui giornali e sulle radio locali. Se ci ha mai chiamato nessuno? No, mai. Anche se per quell’album mi sono molto occupato proprio della promozione. Avevo preparato dei manifesti che andavo ad appendere nei treni. Sceglievo apposta quelli che andavano lontano, treni a lunga percorrenza, che magari arrivavano fino a Palermo o Lecce. Vedi mai che li notasse qualcuno e ci chiamasse. Se è mai successo? No, mai. Ho portato il cd che abbiamo realizzato in quindici mesi di lavoro a una radio locale, oggi defunta, Antenna 1, e credo che un paio di volte ci abbiano fatto passare un pezzo. Ma insomma, non si può dire che sia stato un successo.

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Morse tua, vita mea

Comunque con Mucci abbiamo messo in piedi tempo dopo un altro bellissimo progetto. Lo incontro: lui ha per mano delle basi musicali interessanti e aveva già fatto la copertina di un possibile album con delle foto tirate giù da Internet. Alle sue basi elettroniche ci abbiamo aggiunto i miei testi. Il nuovo gruppo si chiama ‘Morse tua, vita mea’ e l’album che alla fine abbiamo realizzato ‘Le sette vite del gatto nero’. La particolarità di questo progetto è che i testi non sono cantati ma trasmessi in codice morse. Nel libretto di accompagnamento abbiamo dovuto aggiungere una legenda perché altrimenti i testi sarebbero stati incomprensibili, così invece gli ascoltatori potevano tradurli. E’ stato un lavoro molto lungo, anche perché abbiamo dovuto cercare uno che conoscesse il codice morse per poter registrare i brani. A lavoro completato, ho portato al solito il cd in radio ma non è mai stato trasmesso nessun brano.

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La stagione del menarca viene e va

Prima di questa seconda esperienza con Mucci però c’è stato quello che posso considerare uno dei miei maggiori successi. E’ una storia un po’ lunga ma parecchio interessante. Io ero un grande fan di Antonio Facci Tosatti, meglio noto col nome d’arte di Menarca, un personaggio un po’ di culto nell’underground modenese. Ha fatto un sacco di cose negli anni ’90. All’epoca telefonavo ogni giorno in radio richiedendo che trasmettessero qualche brano tratto dal suo album ’93-99 il peggio della sua vita’. E dai e dai, hanno cominciato a mandarlo in onda e lui, anche grazie a questo modesto contributo, ha avuto un certo successo. Lo abbiamo chiamato per partecipare come ospite al primo e unico album dei narrator.it e poi anche al concerto che abbiamo fatto nel cortile della mia ditta (poi la cantante se ne è andata ad abitare a Livorno e i narrator.it hanno appeso gli strumenti al chiodo). Io avevo una voglia matta di fare ancora qualcosa con lui. Era agosto, perciò gli dico: senti, la mia ditta – che usavo anche come studio di registrazione – è chiusa per un mese. Perché in questo periodo non facciamo un album?

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Lui prima ha nicchiato un po’, poi ha ceduto. E’ nato così il progetto Viados, acronimo di “Verga in ano dolente orifizio sfonda”. Come gruppo, insieme ad Antonio, abbiamo realizzato due album. Il primo, 50 copie, in studio, ‘Lo sperma di Eva” (qui il video del brano ‘Tangenziale‘), il secondo live, ‘Nessuno mi caga e se mi cagano, cagano il cazzo’. Possiamo considerarli due successi. Penso per la presenza del Menarca, perché era lui il riferimento. Il cd live ha una storia un po’ particolare. Visto che era andato bene l’album in studio propongo al Menarca un album dal vivo. Lui dice ok, facciamolo, ma non deve esserci nessuno mentre registriamo. E così è stato. A dire il vero una sola persona ha assistito a quel leggendario concerto. Un mio amico, fan sfegatato. Dell’album live abbiamo stampato 15 copie. Una mia amica che lavora in radio, sempre Antenna 1, mi telefona e dice che in studio ‘Lo sperma di Eva’ non si trova più. Allora le porto il live e devo dire che lo hanno promosso per tanto tempo con un buon successo. Al punto che ci chiesero di fare un concerto organizzato da loro, dalla radio. Ma Facci Tosatti non ne volle sapere e così saltò tutto.

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Mi sono buttato allora su un nuovo progetto: Giacobazzi e Beethoven. Questo il nome del gruppo. Ha una storia un po’ particolare. Mi ritrovo con un amico, Raimondi, col quale avevo già lavorato coi Viados. Lui però non vuole che compaia il suo nome così troviamo due tizi che conoscevo per interpretarci. Giacobazzi e Beethoven appunto. Quest’ultimo si è fatto fare anche la maglietta apposta per la copertina dell’album che si intitola ‘Noi suoniamo solo in playback’. Altra particolarità del disco è che tutti i brani, a parte CCCP che è l’acronimo di ‘cose che capitano purtroppo’, sono dei nomi di persone: Loris, Nurglo e altri.

Guaìtoli e il suo doppio

Una canzone si intitola col cognome di un altro mio amico, Guaìtoli. E’ importante questo pezzo perché mi aggancia al progetto successivo, ‘Due stinchi di santo‘ di cui parlerò dopo. Insomma, per recitarlo, chiamo un altro amico, Cavazzuti. Guaìtoli, inteso come brano, racconta la storia di un tizio – interpretato da Cavazzuti – che comincia ad andare in paranoia perché ovunque vada incontra lui, Guaìtoli. Comincia a pensare che Guaìtoli ce l’abbia con lui, lo spii. Così assolda un killer per farlo fuori. Solo che, dall’altra parte, anche Guaìtoli incontra sempre il tizio che va in paranoia perché incontra lui, Guaìtoli. Che precipita nello stesso loop mentale e perciò assolda a sua volta un killer per ammazzarlo. Alla fine il killer uccide Guaìtoli, e lo getta nel Panaro, uno dei due fiumi di Modena, poi uccide l’altro (quello interpretato da Cavazzuti) e getta pure lui nel Panaro con un bel paio di stivali di cemento. Solo che questo qui, mentre sprofonda, chi ti incontra sul fondo del fiume? Il cadavere di Guaìtoli! Ah, all’inizio Guaìtoli, quello vero, il mio amico, non l’ha presa tanto bene la storia del brano, ma alla fine si è divertito anche lui.

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Cavazzuti & Me: due stinchi di santo

Dopo quell’esperienza, Cavazzuti mi dice: c’ho della musica. Io, al solito: c’ho tutti i testi che vuoi. E’ l’epoca in cui muore papa Wojtyla e sta per essere eletto Ratzinger. Decidiamo allora di dar vita ai “Due stinchi di santo” che in pratica sono due peccatori ravveduti che vanno in giro a predicare. Realizziamo un sacco di roba. Prima un minidisc  di 4 brani, ‘Cantando e portando la croce‘ che contiene anche la nostra hit ‘Tutti i santi del calendario’ il cui testo è esattamente come da titolo: l’elenco tutti i santi del calendario, snocciolati uno ad uno in una specie di litania. Poi un album doppio. La prima parte un cd con 12 pezzi che si chiama ‘Per un nuovo diluvio universale’, la seconda parte un dvd registrato durante un concerto dal vivo nella frazione di Marzaglia, ‘Libera me domine’. Ho portato il cd in radio, sempre la solita Antenna 1, che ha cominciato a far girare un gran pezzo: ‘Satana è una merda‘. Da quei successi abbiamo tratto il cofanetto de luxe ‘Solo per pochi’ riprodotto in 12 copie vendute tutte in un solo concerto. Che ha un format un po’ particolare. Nel senso che Cavazzuti inizia buttando per terra dei ceci sui quali si inginocchia. Poi comincia a fustigarsi mentre io attacco a recitare i nostri brani.

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Di solito i miei progetti nascono a termine. Non devono continuare. Ma ‘Due stinchi di santo’ lo posso considerare ancora attivo perché per il nuovo album stiamo aspettando il prossimo papa. L’idea è proprio questa:  il gruppo deve fare un disco e un video ogni morte di papa. Solo che, come dice un pezzo del nostro primo album, ‘Dio c’è e prima o poi si vendica’. Dopo 2000 anni il papa non è morto. Quando è stato eletto Bergoglio, abbiam detto: beh, anche se è stato solo un cambio della guardia, facciamo l’album lo stesso. Ma sono sorte una serie di altre complicanze e Cavazzuti non ha più potuto. Così è saltato tutto: dio si è vendicato”.

In attesa che un altro papa ascenda al paradiso, Malagoli abbandona temporaneamente la musica dandosi al cinema co-sceneggiando, insieme all’amico Termanini, detto Thermos, batterista della storica band modenese Paolino Paperino Band, il film di 45 minuti diviso in tre parti, “L’ispettore Brugnacci” e, sempre con Thermos, “Le storie incredute” alle quali partecipa anche come attore.  “E’ un film a episodi ispirato dalle metamorfosi di Apuleio. Le storie incredute sono molto importanti – mi spiega – perché Thermos aveva inventato un metodo detto ‘Pinna’, dal nome della casa di produzione che ha fondato, la Bramiero Pinna Production. Il metodo, credo per la prima volta al mondo, applica una visione totalmente democratica al cinema. Niente piramide che scende giù dal regista, padrone assoluto, fino all’ultima delle maestranze. Nel metodo Pinna viene assegnata a ciascuno dei partecipanti una parte che gestisce in totale autonomia, e su quell’aspetto del film ha potere totale. Tu immaginati il casino che ne è venuto fuori”. Poco dopo, Malagoli conosce Lenny Pescara.

Lenny Pescara and the Cactus Cowboys

“Lenny Pescara – mi racconta – è un cantautore americano nato in Italia ma emigrato piccolissimo negli Usa dove per tanti anni ha lavorato come musicista di strada. Torna brevemente qui per vendere una casa ereditata da due zii e così ci conosciamo. Prima di tornare negli Stati Uniti, realizza un solo album per pochi intimi che si intitola ‘Spaghetti versions of my songs’. Lo ascoltiamo con un gruppo di amici, e decidiamo di fondare una band, di cui io sono il manager, che faccia cover dei pezzi di Lenny Pescara, i Cactus Cowboys.  Solo che nel frattempo succede che Lenny appende la chitarra al chiodo e si dedica alla pittura. Si trasferisce a El Paso, in Texas, e si dà alla meditazione dipingendo poi quello che vede nei suoi viaggi della mente. Raggiunge uno stadio di meditazione così profonda da toccare zone inesplorate dell’animo umano in cui riesce a vedersi in vite precedenti e future. Scopre così di esser stato in una sua vita precedente una vacca, e in quella futura un cactus. Quindi in tutti i suoi quadri ci sono solo una vacca e un cactus in mezzo al deserto.

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Lenny mi manda il suo trittico ‘Vacca d’un cactus’ che mi entusiasma. Propongo a Giancarlo Guidotti della galleria Spazio Fisico, l’unica galleria modenese che abbia mai dimostrato interesse per la mia opera (anche se in questo caso non era nemmeno mia), di fare una mostra sui quadri di Lenny Pescara. In realtà si tratta di quadri muggenti, nel senso che se ti avvicini scatta una fotocellula e il quadro comincia a muggire. La mostra viene fatta nell’ambito del Festival della filosofia 2010. Realizzo una bellissima installazione: una staccionata che separa il Trittico dagli spettatori e all’interno vi inserisco anche un’opera d’arte vivente che insieme al co-autore, il mio amico Lugli, chiamiamo ‘Cactusification‘, in omaggio a Lenny. Il cactus vivente, che ha una chitarra in mano, propone agli spettatori la cosiddetta ‘Prova del cactus’. Bisognava piazzarsi davanti al cactus e se lui percepiva delle good vibration, nel senso che vede in te qualcuno che ha trovato la strada per la realizzazione del vero se stesso, fa una certa scala di note, in caso contrario, se sei ancora lontano dalla tua via, ne fa un’altra. Tra l’altro, a quelli ormai sulla via della luce, il cactus regalava un Pescara Drink, un cocktail di Whiskey and Cola che poi è lo stesso che Lenny beve ogni mattina prima di darsi alla meditazione. E’ tanto che non lo sento più. Ma i suoi quadri ce li ho ancora e sono in vendita: costano dai 1500 ai 3000 euro l’uno.

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I libri post datati

E’ nello stesso periodo che nasce quella che Malagoli considera ancora oggi la sua opera più importante. Un vero capolavoro: i libri post datati. Fonda una sua casa editrice, Quarto Millennio, e vi pubblica la collana “Romanzi post-datati. Letture differite”. Dieci romanzi di autori vari – uno, lo stesso Malagoli – in bella edizione cartonata con una caratteristica unica: ogni volume infatti è protetto da un solido lucchetto che potrà essere aperto con la chiave consegnata all’acquirente (la collana può essere venduta solo in blocco) solo ogni cento anni, secolo dopo secolo. In pratica il primo romanzo potrà essere sfogliato solo nel 2110, il secondo nel 2210 (la data di apertura è specificata in copertina) e così via fino al 3010. Se il compratore – o più probabilmente i suoi discendenti – non resistesse alla tentazione di leggerne il contenuto, i romanzi post-datati da leggersi in differita sono dotati di un meccanismo di autodistruzione che in pochi secondi cancellerà i testi contenuti privando l’umanità, forse, dei più grandi capolavori letterari che siano mai stati scritti. “L’idea di fondo di questo progetto – mi spiega – è di produrre volumi contemporanei che durino nel tempo, visto che un libro ai giorni nostri passa direttamente dalla tipografia al macero dopo un breve passaggio in libreria. Come per tutti gli altri progetti, la mia intenzione è ribaltare la prospettiva, puntare sul bizzarro e sul grottesco, l’ironico, anche un po’ sul goliardico, sì, che sono le chiavi di tutti i miei lavori. I book trailer realizzati per i romanzi post datati ne sono un ottimo esempio. Si tratta di un’opera iperbolica e il prezzo di vendita non può che essere lo stesso: esagerato. Ognuno costa mille volte il prezzo medio di un libro moltiplicato per i dieci volumi dell’intera collana che appunto, non vendo separatamente”.

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Cult mute

Il progetto più recente è di nuovo una produzione cinematografica. Dieci film cult, da ‘Apocalypse Now’ a ‘Il silenzio degli innocenti’, dal ‘Secondo tragico Fantozzi’ a ‘L’Esorcista’ trasformati in film muti, in bianco e nero e sottotitolati, musicati con opere di grandi del primo Novecento, da Béla Bartòk a Sergei Prokofiev, a tanti altri. “Si tratta di un lavoro molto impegnativo perché è una sfida straordinaria cimentarsi con questi grandi del cinema e della musica. E’ come andare a spaciulare sulla Gioconda. In casi simili, più facile raccogliere critiche che consensi. Comunque finora è andata bene. Abbiamo proposto le prime quattro opere, che sono tutte integrali, lunghe quanto i film originali, in una maratona iniziata alle sette di sera proiettando ‘La corazzata Potëmkin’ di Ėjzenštejn, capolavoro per eccellenza del muto, per poi proporre le nostre opere di film rivisitati fino alle sei del mattino. L’obiettivo era riuscire a mandare via tutti gli spettatori, cosa che mi propongo spesso durante le mie varie performance, ma invece niente: in quattro hanno resistito fino alla fine e devo ammettere che la cosa mi ha piacevolmente sorpreso”.

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La provincia ed Io

“Tutto ciò che faccio – conclude – queste opere di cui ho parlato e tanta altra roba ancora, è tutto materiale autoprodotto nell’ambito di un contesto locale. Nel quale voglio rimanere. Anche perché ci ho provato a inviare le mie produzioni musicali a varie radio e riviste, tipo Rockerilla o quel genere lì, ma non mi ha mai risposto nessuno. Del resto nemmeno in ambito locale non mi caga nessuno. Mai avuto nemmeno una recensione su un giornale modenese.  Del resto sono un artista indipendente e tale voglio rimanere, anche perché qui in Emilia tutto, cultura compresa, tende a essere pianificato, burocratizzato, inserito in piani quinquennali. Io invece voglio rimanere libero, anche perché so bene che le mie produzioni sono destinate a un pubblico di nicchia. I benpensanti quando vedono anche solo i titoli dei miei lavori storcono il naso, e ritengono che non raggiungano il minimo sindacale di ciò che qui è da considerarsi ‘arte & cultura’. A parte la galleria di Guidotti, che è uno che vede avanti, a ospitare le mie performance sono soprattutto i centri sociali locali. Fondamentalmente perché lasciano fare qualsiasi cosa a chiunque si proponga, se non c’è di mezzo la politica. In carriera ho fatto sei concerti in tutto, uno con i narrator.it e cinque con i Due stinchi di santo. A parte naturalmente il live coi Viados con un solo spettatore. Se sono incazzato con la mia città, Modena? Assolutamente no. Io qui ci sono nato e mi ci trovo bene, anche se naturalmente sono molto critico. Mi piace girare, incontrare persone. Vado spesso a mostre e inaugurazioni perché c’è socialità. No, alle inaugurazioni dei negozi non più: un tempo onoravo i buffet, ma adesso mi sono messo un po’ a dieta. Dal lunedì al venerdì lavoro nel mio capannone con l’acciaio. Dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18. Poi, la sera, mi muovo.  Non che sia sempre fuori, eh, magari lavoro a casa ai miei progetti. O guardo semplicemente un film. Leggo. In generale, faccio cose, vedo gente. Ma non nel senso che gli dà Nanni Moretti, eh, mi raccomando”.

Davide Lombardi

L’esperimento svizzero

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

di Giulia Mameli, foto di Tobias Gaulke

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

“Cosa ci faccio qua?” è la domanda che ho in testa nei momenti morti delle mie giornate zurighesi, come se improvvisamente mi svegliassi e fossi stata sonnambula per gli ultimi dieci mesi, come se non ricordassi il concatenarsi di eventi e decisioni che hanno portato a trovarmi qua, ora, a Zurigo. Sono italiana, una farmacista, o più precisamente un chimico farmaceutico. Al momento non lavoro e non ho intenzione di scrivere l’ennesima lagna della laureata disoccupata da cui trarre giudizi sulla crisi, confronti con l’estero o la storia esemplare condita da una facile “morale della favola”. Non è così semplice.

Quando lascio l’Italia per seguire il mio ragazzo, stanca dei tanti vicoli ciechi temporanei, tra farmacie, parafarmacie e un breve progetto di ricerca, avevo aspettative tanto grandi quanto vaghe.

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A un certo punto, ormai in avanzato stato di disoccupazione, compro un biglietto di sola andata per la Svizzera ed eccomi a Zurigo. Quando scendo dal treno la città si presenta confermando il repertorio classico dell’immaginario svizzero già dai primi particolari: una coreografia perfettamente sincronizzata di moderni tram, in centro poche e lussuose auto, edifici immacolati, senza scritte, pavimentazione stradale intatta, vetrine di cioccolaterie che sembrano scenografie teatrali.

Questa, più o meno, è Zurigo.

Un posto dove, se nella stazione ci sono dei lavori in corso, il personale delle ferrovie distribuisce agli utenti un volantino per scusarsi e degli smarties confezionati come medicinali, e per Natale nel tradizionale mercatino natalizio viene eretto un monumentale albero di cristalli Swarovski protetto da un vetro antiproiettile, una delle tante attrazioni della città, come il Money Museum (il museo dei soldi – sì, esiste davvero).

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Non ho un piano preciso, come se l’instabilità lavorativa prolungata mi avesse resa inadatta a pianificare a lungo termine e più soggetta a fidarmi del caso: avendo fallito con l’impegno e la dedizione, procedo per improvvisazione.

Non sono così ingenua da pensare che sarà facile e che troverò subito lavoro. So benissimo che per ogni storia di successo all’estero che ci viene proposta dai media, ce ne sono molte di più di fallimenti silenziosi o semplicemente di condizioni non dissimili da quelle che si erano lasciate. Troppo noiose o dolorose da raccontare.

Prima cosa da fare: cercare di integrarsi.

Mi iscrivo ad un corso di tedesco, a mio carico ma abbordabile grazie a delle sovvenzioni pubbliche per l’integrazione. I miei compagni sono indiani, bengalesi, molte persone provenienti dall’area Albania-Kosovo-Montenegro, spagnoli e ovviamente altri italiani. Quasi tutti confluiti qua per un simile destino, cioè a seguito di un consorte che ci lavora e a loro volta alla ricerca di occupazione.

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Dopo vari tentativi i miei standard si abbassano progressivamente: tecnico di laboratorio, addetto al confezionamento dei farmaci, controllo “visuale”. Tutte cose che non sono neanche sicura di poter fare. Non solo per la scarsa esperienza pratica nell’industria, ma anche perché richiedono l’equivalente di un diploma in istituti tecnici professionali e io, ahimè, risulto laureata. E in Svizzera l’abbassamento di livello non solo non è ben visto, ma forse non è neanche possibile.

Un giorno, mentre ormai cercavo un lavoro qualsiasi, su un forum per stranieri anglofoni in Svizzera, trovo l’annuncio di un dottorando in Neurologia:

“Cercasi volontari!
Buona sera a tutti!
Sono un chirurgo inglese e dottorando al Laboratorio di Ricerca sulle Lesioni del Midollo Spinale della Clinica Universitaria. Useremo una tecnologia all’avanguardia per studiare l’effetto di varie patologie neurologiche […] Ma per comprendere l’andatura in pazienti con problemi neurologici, abbiamo bisogno di conoscere com’è quella normale! Per questo ci servono soggetti di controllo che prendano parte al nostro studio. Tutte le informazioni necessarie sono sul nostro sito www…, dove troverete i volantini in inglese e tedesco e i contatti dei ricercatori.
Il test vi occuperebbe per circa 4 ore della vostra vita in due giorni e ricevereste 25 CHF (circa 23 euro, ndr) all’ora.

Cordiali saluti,
Tom”

“Che fine sto facendo?”, penso. Eppure al momento mi sembra l’unico modo per riprendere contatto con il mondo della ricerca, da “esaminata”, poiché un ruolo da ricercatrice mi è precluso. Si tratta solo di camminare. E io so camminare! Perfetto.

Decido di compilare il modulo online per candidarmi.

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Lo studio si chiama “Analisi dei movimenti degli arti superiori e inferiori, durante diverse attività al tapis-roulant” e mira a definire e misurare le anomalie nell’andatura in soggetti con diversi disturbi neuro-muscolari tra i quali morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla o dovuti a conseguenze di un infarto. In pratica io e gli altri volontari sani dobbiamo semplicemente camminare su un tapis roulant.

Verranno misurati vari parametri come la forza muscolare e in seguito confrontati coi dati ottenuti da analoghi test sui pazienti della clinica neurologica.

Non c’è nessuna assunzione di farmaci sperimentali e rischi di effetti collaterali connessi. La cosa mi rassicura, forse solo perché sfugge alla definizione più classica ed evocativa di “cavia umana”. Non sono (ancora?) un soggetto da esperimento! E ho l’occasione di dare comunque il mio contributo – passivo – alla scienza.

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Un video dimostrativo mostra una simulazione con un modellino umano che cammina, ottenuto con la stessa tecnologia utilizzata per il film “Avatar”, chiamata Vicon 3D Motion Capture. Dopo l’esperimento verrò ridotta ad un colorato omino-bastoncino che deambula indefinitamente in uno spazio nero e comparata ad altri omini-bastoncini, mere rappresentazioni cartesiane dei parametri studiati, dentro ad un computer.

Vengo ricontattata dopo pochi giorni, via mail, per alcune domande preliminari sul mio stato di salute: non ho disturbi cronici, non sono obesa, non ho subito interventi alla spina dorsale. Congratulazioni, lei è idonea! Il che, dopo tanti rifiuti di candidature, è un magro conforto.

Alla reception della clinica neurologica, mostro l’email coi dettagli del mio appuntamento e poco dopo arriva il dottor Tom, un affabile trentenne inglese, che mi porta nell’ambulatorio. Qua mi presenta il resto del gruppo, tutti molto giovani, sotto i trenta di sicuro, e quasi nessuno è svizzero. Una fisioterapista, un infermiere, un informatico e uno studente-tirocinante che si occupano dell’analisi al computer. L’ambiente è asettico e il clima è formalmente amichevole.

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Mi spiegano ulteriormente cosa si accingeranno a fare, partendo con un linguaggio molto semplificato, poi, rivelate quasi sommessamente le mie basi scientifiche – amici, sono una di voi! – e data la mia curiosità per i dettagli, si sentono autorizzati a ritornare ai più confortevoli “termini tecnici”.

In realtà il “giorno 1” consiste in una visita neurologica approfondita e in una prova al tapis-roulant, il test vero e proprio sarà il giorno successivo.

Leggo e firmo il consenso informato e altre clausole per la privacy, come l’utilizzo di tutto ciò che riguarda il mio test per scopi didattico-scientifici. Questo vuol dire che avrò l’impagabile privilegio di presenziare a conferenze mediche nel mondo o ai seminari di qualche università… sotto forma virtuale di omino-bastoncino deambulante. Devo impegnarmi a camminare meglio che posso, per l’occasione.

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Dopo essermi cambiata nella tenuta “da maratoneta scalza” richiesta, il neurologo testa tutti i miei riflessi, usa anche quel martelletto che mi era capitato di vedere solo in mano ai dottori delle vignette della Settimana Enigmistica, tanto che temo per un istante di tirare un calcione involontario e trasformarmi davvero in una imbarazzante gag, ma la contrazione riflessa del quadricipite femorale è evidentemente stata sopravvalutata dai disegnatori della celebre rivista. Niente calcione, solo un piccolo riflesso.

Arrivano poi delle domande surreali, come “Chi sei? Sai dove ti trovi e perché sei qua?”, il cui obiettivo è semplicemente quello di accertarsi che io sia nel pieno delle mie facoltà mentali. Si ride, anche se affiora un’istantanea impressione di essere smascherata, come se fossero apparsa in sovrimpressione le domande che mi tormentano. Chi sono? So dove mi trovo e perché sono qua?

Poi mi prendono tutte le misure del corpo necessarie a posizionare con precisione gli elettrodi e gli speciali “marker” per gli infrarossi, segnando i punti con inchiostro chirurgico viola. Croci e segni ornano il mio corpo, come la mappa di una macabra caccia al tesoro chirurgica.

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Trovandomi totalmente in balìa di “esperti”, in un ambiente così professionale e tecnologico, tra monitor, elettrodi, tondi occhi ad infrarossi, circondata di persone che tra loro parlano una lingua sconosciuta – il tedesco – e mi sembra di essere in un film di fantascienza, di quelli coi rapimenti alieni. Eppure mi piace.

Nonostante normalmente non ami il contatto umano, in quella situazione essere completamente abbandonata in mani estranee ma competenti, manipolata sapientemente, lo trovo confortante, quasi piacevole. E’ come se per un po’ del tuo corpo non fossi responsabile e fosse affidato a super specialisti che sanno gestirlo anche meglio di te.

Nel corridoio eseguo un test di camminata rapida, vengo cronometrata e ribattezzata “Speedy Gonzales”. Poi la prova al tapis-roulant, impostato in modo che non superi mai la mia velocità massima, quella duramente raggiunta in anni di ritardi cronici. Va tutto liscio, ora sono pronta per il vero “esperimento” di domani.

Le informazioni che si trovano in rete sulla ricerca che coinvolge esseri umani, ed in particolare sui volontari sani, solitamente si riferiscono agli studi clinici su farmaci e dispositivi medici, la cosiddetta “Fase I”, che riguarda le industrie che hanno come obiettivo finale la commercializzazione di un prodotto sicuro. Per questo motivo è necessario conoscere dati come le dosi ottimali, gli eventuali effetti avversi, la migliore via di somministrazione.

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I toni dei titoli dei giornali su questo tema sono spesso allarmanti, “forzati della sperimentazione”, “cavie umane”, “disperazione”, evocando immagini più da lager che da ospedale. Ma se si apre un qualsiasi sito informativo si scopre che esistono norme molto rigide e restrittive a tutela della salute del volontario, che può abbandonare lo studio quando vuole.

Ogni aspetto è controllato innanzitutto da un comitato etico esterno che deve preventivamente valutare rischi e benefici dello studio dal punto di vista scientifico e occuparsi dei risvolti legali ed etici, eventualmente approvare e infine monitorare tutto il processo. Lo studio deve essere poi ulteriormente approvato dalle autorità competenti, l’Agenzia Italiana del Farmaco in Italia e in Svizzera la Swissmedic, che riesamineranno tutta la documentazione fornita dai ricercatori e dal comitato etico.

Il rischio di effetti avversi non sarà mai assente, ovviamente, e per questo il soggetto sarà ricoverato e costantemente controllato e assistito dal personale medico ed infermieristico dell’ospedale per tutta la durata del trial. Insomma, nessuno è forzato contro la sua volontà e “cavie umane” suona davvero inappropriato.

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Questa chiarezza e trasparenza opportunamente regolamentata a tutela del soggetto “in esame”, purtroppo non trova una controparte altrettanto trasparente a fine dello studio, poiché non esiste una norma che obblighi a pubblicarlo e si stima che dalla metà ad un terzo di queste ricerche non vengano pubblicate, con più probabilità di omissione se il risultato è negativo. Questi dati spesso considerati non significativi, vanno perduti, mentre potrebbero essere importanti per altri ricercatori o medici.

Per questo motivo il medico, divulgatore e debunker Ben Goldacre (autore di libri come “Bad Medicine” e “Bad Pharma”, rispettivamente sulle truffe della medicina alternativa e sugli inganni delle industrie farmaceutiche) ha lanciato la lodevole campagna “AllTrials”, per la creazione di un registro “open data” di tutti gli studi biomedici, con l’intento di spingere le autorità a colmare questo vuoto normativo nell’interesse della conoscenza e della salute di tutti, raccogliendo il supporto delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

Tornando ad aspirazioni meno “alte”, non si può negare che la motivazione principale dei volontari sani siano i soldi, il denaro, la moneta.

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Non a caso la maggioranza dei partecipanti, me compresa, sono disoccupati senza altra prospettiva (anche se molto rappresentati sono anche gli studenti di facoltà medico-scientifiche). Significativo è il fatto che la maggior parte dei volontari reclutati per studi in Ticino provengano dall’Italia. Eppure è improbabile considerare questa attività come un lavoro, poiché ci sono delle restrizioni al numero di studi ai quali uno stesso soggetto può partecipare annualmente e un tempo minimo che deve intercorrere tra un esperimento ed il successivo.

Quando arriva il giorno dell’esperimento, saluto tutti come se ormai fossimo amici, salvo che dopo i convenevoli mi ritrovo in piedi, in posizione da “uomo vitruviano”, sottoposta ad una specie di accuratissima vestizione, con i ricercatori che cercano i segni, tastano e piegano in corrispondenza delle articolazioni e applicano i due diversi tipi di dispositivi: degli elettrodi, per misurare l’attività muscolare, e delle sferette in materiale riflettente, gli unici punti che le telecamere vedranno di me e che serviranno a ricostruire la mia me stessa-bastoncino.

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(Scusa e buona lettura)

Conto circa una trentina di questi ammennicoli tecnologici sul mio corpo, attaccati con “una speciale colla ipoallergenica a base acquosa”, come specificato nel documento ricevuto via email. Il tutto viene tenuto fermo da delle garze elastiche a rete e in sintesi sembro un cyborg in convalescenza dopo un intervento di chirurgia estetica.

“Clavicula rechts”
“Ok”
“Clavicula links”
“ok”
“Quadrizeps”
“ok”

Si passa all’appello e controllo dei sensori e poi salgo finalmente sul nastro. Vengo anche imbragata, nell’improbabile rischio di cadere da un tapis-roulant. Ora sono concentrata, da sola sul nastro, non interagisco più col personale. In quasi un’ora e mezza eseguo gli esercizi: cammino a varie velocità, premo coi piedi delle croci luminose che appaiono sul nastro a diverse distanze, cammino ancora mentre la mia mente viene distratta con vari giochini da risolvere su uno schermo.

Quando scendo dal tappeto, c’è un ultimo dato che devono prendere, quanti metri riesco a camminare in sette minuti, a velocità sostenuta. Così, dopo la rimozione di tutta l’apparecchiatura, vado con Lila, la fisioterapista, nei corridoi del sotterraneo della clinica, in modo da non intralciare personale o pazienti nei reparti. Sono vestita da maratoneta, sudata, le guance rosse. Qualche paziente mi guarda strano, come fossi una offensiva e fuori luogo rappresentazione stereotipata della salute.

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Nei corridoi sotterranei, dei magazzinieri sfrecciano in bici trasportando farmaci e altro materiale ospedaliero. Chiacchierando con Lila scopro una storia già sentita: anche lei si è trasferita qua dall’Ungheria per seguire il suo ragazzo, ora suo marito. Ha dovuto reiscriversi all’università perché il suo titolo non era riconosciuto. Fortunatamente parlava molto bene il tedesco e non ha avuto ulteriori difficoltà, ma capisce la mia situazione, solidarizza e cerca anche di darmi qualche consiglio.

Al momento di andarmene saluto tutti, vengo ringraziata svariate volte per il mio contributo alla scienza e fornita di altri volantini da diffondere a conoscenti interessati. Quando esco dalla clinica provo un senso di soddisfazione ma anche di abbandono, nostalgia, per non far parte di quel mondo, per aver dato solo un piccolissimo e passivo contributo, e in generale per non essere incanalata in un percorso, un progetto, come invece lo sono loro.

Sono di nuovo da sola su uno sfondo ignoto, senza direzioni segnate, ma continuo a camminare spinta dalla curiosità. La meta precisa non è definita, proprio come le imprevedibili strade che spesso prende una ricerca scientifica.

Giulia Mameli

Le foto dell’articolo, compresa la copertina, sono di Tobias Gaulke, un fotografo di Zurigo che, fra le altre cose, fotografa più o meno ogni giorno i passanti della città. Qui il suo Flickr e qui il suo sito.

Commercianti di sogni

Paolo Campani, in arte Paul – senza nessuna fascinazione anglosassone si pronuncia come si scrive – era un uomo di bell’aspetto alto quasi un metro e novanta “col viso scavato, gli occhi profondi a cui le rughe fanno corona; a volte sofferto, a volte sorridente”, come lo descrive il socio e amico Max Massimino Garnier. Ci sono diverse leggende che avvolgono il suo nome e una di queste è che rifiutò una proposta di lavoro arrivata da Walt Disney in persona. Un’altra narra che quando la sua casa di produzione, la Paul Film, chiuse i battenti lui fosse lì a guardare le ruspe distruggere, mattone dopo mattone, il suo sogno. Lo immaginiamo in una scena in bianco e nero: di spalle con il fumo dell’immancabile sigaretta che si staglia contro la palazzina ormai demolita. Paul faceva così: guardava al mondo come a un teatro, assorbendo ogni dettaglio per riversarli nel suo disegno. Come quella volta che parlando con il Cavalier Alfonso Bialetti ne fece una caricatura trasformandolo in quell’Omino coi baffi che troneggia, ancora oggi, sulle caffettiere. Nei suoi appunti Garnier scrive che “la nascita di un personaggio è la memoria di una vita autentica e minuta, di una vita di provincia” e Paul era uno dei pochi a riuscire a sintetizzarla in pochi tratti, rendendola reale. Campani passava le sue giornate a disegnare, la mano in un moto perpetuo e la mente che viaggiava veloce su universi di invenzione: “Paul sta fermo, ancorato come un marinaio senza vele alla sua tavola da disegno. Le sue vele sono i fogli bianchi”. (…)

Il 2 settembre 1954 Campani fondò a Modena la Paul Film, la casa di produzione di pubblicità, animazione e caroselli che negli anni Sessanta divenne la più grande e famosa in Europa. Con lui due compagni di avventura: Max Massimino Garnier e Secondo Bignardi. Dagli uffici di via Agnini uscirono personaggi fantastici come Angelino, Toto e Tata e Miguel. Il primo gennaio 1977 scese il sipario su Carosello. La pubblicità cambiò volto e un mese dopo la Rai avrebbe trasmesso a colori. Nello stesso anno chiuse anche la Paul Film. L’eredità di Paul Campani non fu però dimenticata e un’intera generazione di illustratori si formò sui suoi disegni. Il suo patrimonio, archiviato in occasione di un’importante mostra che nel 2007 fu fatta al Foro Boario di Modena, resta in attesa di una collocazione e negli ultimi anni – anche grazie al lavoro fatto dalla galleria D406 Fedeli alla linea – si è fatta sempre più insistente la voce della necessità di dedicate uno spazio espositivo permanente all’opera di Campani e a quella delle altre glorie della matita nate sotto la Ghirlandina: Guido de Maria, Bonvi, Silver, Secondo Bignardi, Clod e tutti coloro che hanno partecipato al grande sogno della Paul Film.

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Converso ha deciso di raccontare la storia di Paul Campani e del Carosello raccogliendo i racconti delle persone che hanno lavorato con lui o che lo hanno conosciuto. Il materiale è diventato un videoreportage e un testo che vogliono essere una testimonianza di questa grande avventura. In occasione della mostra che inaugura venerdì 30 gennaio 2015 alle 18 nello spazio Converso di via Carteria 104 a Modena (per appuntamento: 3338317475) si è cercato di far dialogare giornalismo e arte, coinvolgendo alcuni studenti del liceo artistico Adolfo Venturi di Modena, coordinati dalla professoressa Marilena Ballotta, che hanno realizzato alcune tavole sulla storia di Paul e del Carosello. Nessuno di loro lo aveva mai visto.

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Paola Caruso ha 20 anni ed è di Carpi. Fin dall’infanzia ha dimostrato una particolare passione per le arti partecipando con creatività ad ogni cosa che veniva lei proposta. Dopo aver compiuto quattro anni di studi liceali scientifici, si è iscritta all’Istituto d’arte A. Venturi, frequenta il corso Arti figurative. Una passione per la cultura africana e la musica etnica, la accompagnano da tanti anni, ed è con lo stesso entusiasmo che ha deciso di partecipare alla mostra ‘mercanti di sogni’.

Riccardo Vieri Cerfogli ha diciannove anni ed è nato a Pavullo nel Frignano. frequenta il liceo artistico Venturi di Modena da cinque anni e spera di proseguire la sua passione per l’arte, il fumetto e il cinema. Durante gli studi ha avuto modo di partecipare a esposizioni scolastiche e di lavorare a vari progetti per privati. Da sempre ha un debole per i disegni realizzati interamente in bianco e nero ed è segretamente invidioso del successo di Gabriele Melegari al concorso di fumetto “Krakatoa Incorporescion”.

Gabriele Melegari, ha 19 anni ed è di Carpi. Da sempre ha avuto la passione per il disegno e i libri.
Frequenta il Liceo Artistico Venturi ed è all’ultimo anno, ma certo non si fermerà con la strada del disegno. Ha partecipato a diverse mostre in ambito scolastico e non solo. Nel 2014 ha vinto il primo premio della III edizione del King of Comics, concorso di fumetto organizzato dai ragazzi di “Krakatoa Incorporescion”. Gli piace sperimentare nuove tecniche e affrontare sempre temi diversi. E andare a caccia di zombi occasionalmente.

Anna Ferri

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Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

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Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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Gli ultimi giorni dell’umanità

Sulla Teoria della classe disagiata. Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni ma troppo poveri per realizzarle. Quindi che fare? Niente, aspettiamo la fine

Quando il 28 giugno 1914 il “Giovane Bosniaco” Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando dando fuoco alla miccia della polveriera europea, non commise uno tra i tanti delitti politici che costellano la storia dell’umanità, ma segnò il punto esatto tra il prima e il dopo di un mondo intero. Il mondo avanti Gavrilo era quello della Belle Époque, un periodo di benessere e prosperità, di crescita demografica e industriale, di progresso e invenzioni – dall’automobile all’illuminazione elettrica – che fecero credere alla borghesia del tempo che il ‘900 sarebbe stato il secolo di uno sviluppo positivo a tempo indeterminato. Una sorta di “fine della storia” superata per sempre da un’umanità religiosamente dedita al culto del progresso scientifico e tecnologico.

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Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, immagine dell’epoca

Quel che accade dopo il 28 giugno invece, il mondo dopo Gavrilo, è il primo conflitto mondiale. Ovvero, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, come dal titolo del testo teatrale “irrappresentabile” di Karl Kraus pubblicato nel 1922. Non solo la fine di un sogno e la caduta di ogni illusione, ma anche lo sterminio fisico di un’intera generazione. Una catastrofe che avrà il suo epilogo quarant’anni dopo, con la fine della seconda guerra mondiale, quando un’Europa coperta solo di macerie sarà costretta a dar vita a nuovo ciclo.

“Catch the Wormhole of 3:45 PM” di Eugenia Loli

A riportarmi a quei giorni, gli ultimi fuochi di un’epoca, è stato un libello pubblicato solo in versione digitale da Raffaele Alberto Ventura, il cui titolo, “Teoria della classe disagiata”, fa il verso al lavoro più famoso dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen che nel suo “Teoria della classe agiata” del 1899, teorizzò la nascita di una borghesia totalmente improduttiva, post industriale – una “proprietà assenteista” che condiziona e incide sulle forze produttive senza aver mai messo piede in una fabbrica – caratterizzata dal consumo vistoso, ovvero dallo spreco e dalla sua esibizione. Gente da Belle Époque, appunto, prima della catastrofe.

Il punto è che, cento anni dopo, la stessa suadente musichetta da orchestrina del Titanic ci ha accompagnati a lungo, fino ad arrivare ad oggi, senza che ce ne rendessimo conto se non nel momento del brusco risveglio. Quando grossa parte del ceto medio è passata nell’arco di una generazione da classe agiata a una condizione di incomprensibile e insostenibile disagio. Con l’aggravante – scrive Ventura – “di essere troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Un cortocircuito ormai irrimediabile: l’aver assaggiato la mela di un benessere illusoriamente illimitato, destinato ad accrescersi generazione dopo generazione, di padre in figlio, e di trovarsi oggi a non potersela più permettere. Né oggi, né – assicura Ventura – nel prossimo futuro:

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io rispondo come Kafka: c’è molta speranza, ma non per noi. Verranno forse nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, e si piglieranno il mondo che lasceremo.

A impedire una piena presa di coscienza della irreversibilità del mutamento che stiamo vivendo, sono le illusioni che ancora vengono rifilate a piene mani col fine, non meno illusorio sul lungo periodo, di mantenere sotto controllo e continuare a garantire una certa pace sociale. Detta in maniera semplice: portate pazienza, si tratta semplicemente di attendere che “passi la nottata”. Perché, assicurano i pacificatori sociali:

  • siamo di fronte a una delle crisi cicliche del capitalismo;
  • perché stiamo “lavorando per voi” nel correggere o almeno temperare i guasti delle politiche neoliberiste sposate dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale);
  • perché la ripresa è dietro l’angolo e noi le daremo una mano rispolverando e attualizzando – non si sa bene come – John Maynard Keynes. L’economista che assegnò allo Stato il compito di regolare il flusso imperioso e sregolato del capitale intervenendo in maniera diretta sul mercato attraverso mirate politiche monetarie e di bilancio, riequilibrando brevi manu, di persona, il rapporto tra domanda e offerta, rilanciando attraverso le propria azione l’occupazione. Con tutto quel che ne consegue.
“Cosmic float” di Eugenia Loli

Sfortunatamente, ribatte Ventura, non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma strutturale. L’errore non sta in questa o quella scelta politica o economica, nelle teorie di Friedman o di Keynes, ma è sistemico:

Le attuali politiche di austerità sembrano meno il prodotto di una superstizione neoliberista quanto piuttosto il risultato dell’incapacità strutturale — e oramai palese — delle nostre economie tardo-capitaliste e post-industriali di produrre ricchezza. Al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui la classe media occidentale difende il valore, oramai liquefatto, delle attività economiche per le quali è stata formata in previsione di un modello di crescita del tutto irrealistico. E mentre aumentava la massa di sostituti simbolici della ricchezza — in forma di moneta virtuale, scritture contabili e attivi improbabili — nessuno faceva caso alla sparizione della ricchezza reale.

Che non tornerà mai più, secondo l’autore. Perché per decenni abbiamo vissuto in una specie di bolla in cui la domanda è stata “drogata” per poter corrispondere all’offerta che, per la natura stessa del capitalismo, tende all’infinito.

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«Jouissez sans entraves» (Godete senza limiti). Foto di Henri Cartier-Bresson, 1968, Parigi

Ma il gioco, almeno per quanto riguarda la nostra società così come l’abbiamo intesa almeno dagli anni ’80 in poi, ha raggiunto le sue colonne d’Ercole. Ovvero il punto in cui l’offerta, abnorme, non potrà più essere assorbita dalla domanda. Solo che, spiega Ventura, “in assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne” e “la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili”. Boom. Punto di non ritorno. Fine di tutto. Di questa Belle Époque targata Terzo millennio.

Perché soluzione al momento non è data. Almeno nei termini in cui siamo abituati a pensare delle “soluzioni”: cioè a interventi che non cedano di un passo dal modello ormai introiettato da una fetta troppo ampia di popolazione. “La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes”. Nel maggio del 1968 sui muri di Parigi – ricorda Ventura – appare una scritta che diventerà l’imperativo di una generazione: «Godete senza limiti». Game over.

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Giorno di Natale del 1981: giovane sorridente con televisore, registratore Betamax e Atari

A pagare fino in fondo il prezzo della conclusione di un gioco iniziato da quei padri, sono oggi i figli. Quella che Ventura, con un parallelo efficacissimo, chiama Generazione Betamax, dal sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS. Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore rispetto al concorrente, ma questo non bastò perché non sempre ciò che è “migliore” è anche il più “funzionale” in un dato momento storico. O anche per motivi molto più futili e occasionali che, senza grandi spiegazioni, non danno riscontro all’auspicio “vinca il migliore”. Un’affermazione, semplicemente, non sempre vera.

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Il problema della Generazione Betamax, tanto “bella quanto inutile, destinata a morire” (per parafrasare le parole che all’esame di patologia il professore universitario rivolge a Nicola Carati/Luigi Lo Cascio in una scena cult de “La meglio gioventù” riferendosi all’Italia intera) è che

a differenza di quello che una volta veniva chiamato «proletario» perché non possedeva nulla se non la propria prole, il membro della classe media dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.

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Sony Betamax SL-2410. Era chiamato il “talking betamax”, il perché si può vedere in questo video.

Questo “eccesso di capitale” è la sua formazione. In pratica siamo tutti, o quasi tutti, scolarizzati. Anzi, iperscolarizzati. Solo che i figli della borghesia sono più di quanti siano i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo.

In pratica, non c’è e non ci potrà essere nemmeno in futuro sufficiente lavoro, almeno nella tipologia dalla quale un figlio della borghesia non può derogare, il terziario avanzato, per poter rispondere alle esigenze di tutta questa generazione. Figlia di una classe media che l’ha messa al mondo in una fase di (relativa) espansione carica di promesse, ma che oggi al momento di garantirne l’inserimento nel mondo del lavoro a parità di condizioni, si trova col cerino in mano. E l’erede in casa. Innocente ma, egualmente, con una inappellabile condanna pendente sul capo. Come scrive Ventura citando a sua volta il sociologo marxista Michel Clouscard:

Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio.

Ed è questa sua incapacità di derogare, la sua pena (tutta da leggere, anche se non è possibile approfondirla in questa sede, la feroce analisi, elaborata nel terzo capitolo del pamphlet, al sistema educativo in quanto tale: “una perversa utopia democratica”).

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Videoregistratore Betamax in vendita in un mercato dell’usato

Vale la pena, a questo punto, riportare quasi per intero la mail che ci ha inviato una giovane aspirante collaboratrice di questa testata. Quello che lei propone di raccontare nei suoi eventuali articoli è questo:

Il leitmotiv delle conversazioni quotidiane negli ultimi periodi, tra i miei coetanei e non, è quello del lavoro. Si passano ore a parlare di ricerche disperate, di colloqui, di cassa integrazione, di frustrazioni, depressione e quant’altro. Poi avvengono degli incontri e senti di storie, di persone che tentano e a volte riescono a rendere il proprio quotidiano (perché ormai è il quotidiano l’unica cosa che ci resta di salvabile) ricco di senso, un senso che non coincide solo con un lavoro ‘creato’ su misura, ma anche con iniziative, progetti culturali, musicali che poco o niente hanno a che fare con una retribuzione ‘significativa’, ma che sicuramente riescono a riempire con ‘senso’ appunto un vuoto lavorativo e sopratutto un vuoto di dignità. In breve, se davvero il lavoro nobilita l’uomo, io vorrei parlare di quelle persone che cercano di ‘nobilitarsi’ senza un lavoro.

Niente meglio di queste parole, disperate nelle prospettive, prima ancora che nel racconto di una realtà, potrebbero sintetizzare meglio il tramonto di un occidente. Cioè, di quell’idea di occidente sul quale troppo a lungo abbiamo costruito una bolla totalmente irreale. Fino al presente in cui, giorno dopo giorno, riceviamo continue certificazioni di un fallimento. Un irrimediabile inconveniente, di questi tempi, quello “di essere nati”. Ma, per citare il filosofo rumeno Emile Cioran:

Allorché qualcuno si lamenta che la sua vita è un fallimento, basta ricordargli che la vita stessa è in una situazione analoga, se non peggiore.

E per fortuna che ci resta la consolazione della filosofia.

Davide Lombardi

Nella foresta amazzonica dove tutto sembra lontanissimo

Tra India e Amazzonia, il lungo viaggio di Domenico ai confini del mondo cosiddetto civilizzato alla scoperta di se stesso

 di Anna Ferri

Quando è salito su quell’autobus Domenico non si aspettava di iniziare un viaggio che lo avrebbe portato a vivere dall’altra parte del mondo, in una piccola casa di mattoni vicino alla foresta amazzonica. Era il 2006, anno della laurea, e con l’inconsapevolezza dei suoi 23 anni aveva deciso di partire con un gruppo di amici per l’India, però non con un volo diretto e neanche con un treno, ma con un autobus che si sarebbe fermato per delle tappe lungo la strada, per vedere un po’ di mondo e a fare spettacoli teatrali e circensi in Grecia, Turchia, Kurdistan, Pakistan per promuovere incontri tra le culture.

Un’idea pazzesca arrivata durante la stesura della tesi in filosofia morale. E così Domenico Campanelli, classe 1983, una testa di ricci biondi e occhi azzurri, aveva deciso di prepararsi per questa nuova avventura facendo un corso intensivo con Jean Mening, maestro francese di teatro e clownerie. A settembre nel suo gruppo erano in 18 tra amici e amiche: 12 stavano sull’autobus e altri sei su due furgoni. Una vera e propria carovana. Per raggiungere l’India ci vollero quattro mesi e in mezzo ci furono spettacoli nelle scuole, quartieri poveri, orfanatrofi. Arrivati finalmente in India ne restano talmente affascinati che Domenico decide di fermarsi cinque mesi e continuare lì gli studi di teatro e musica, iniziando anche un percorso spirituale legato allo yoga e alla terapia alternativa. Come spesso accade, l’India rimescola le carte nella vita di una persona e trasforma un viaggio in luoghi geografici in un viaggio dentro se stessi: per Domenico e suoi amici l’idea di tornare alla vita normale, tra università e lavoro, era ormai un pensiero lontanissimo.

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La comunità nomade del Circo Paniko

Dopo circa nove mesi dalla partenza la carovana torna in Europa con l’idea di non sciogliersi ma, anzi, di diventare ancora più grande. Nasce così a Bologna il Circo Paniko, una vera e propria comunità nomade e indipendente. Un esperimento sociale e di convivenza che con i suoi furgoni e tende colorate gira per l’Europa per portare un messaggio di pace.
“Avevamo visto la sofferenza e le problematiche sociali, politiche e culturali dei paesi del Medio Oriente e dell’India, tra guerre e povertà”, spiega Domenico. “In tutto questo però c’era anche tanta ricchezza e colore. Il mondo è più grande e vasto di quello che pensiamo. Abbiamo capito che dovevamo andare avanti e abbiamo fondato questo circo pirata: i cinque furgoni iniziali sono diventati quindici”.

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Decidono di partire dalla Grecia e da subito è chiaro a tutti che il lavoro del circo e del teatro è solo una piccola parte di quello che sta realmente accadendo: “Vivere in comunità ci mette di fronte a degli specchi – che poi sono le altre persone – dove vediamo riflessi i nostri difetti, il nostro ego e altre cose che raramente notiamo di noi stessi. Questo ci ha aiutato molto a crescere. Suonavamo, facevamo gli spettacoli e arriviamo in posti dove nessuno si aspettava di vederci e la gente rimaneva sbalordita”. Il progetto culturale è ambizioso: Circo Paniko propone un atto scenico forte, ama il grottesco: attraverso i racconti di alcuni personaggi mette a nudo le dinamiche umane per portare a una riflessione sulla società contemporanea. Per questo viene classificato come spettacolo per adulti. Passano i giorni, le settimane e i mesi. La carovana arriva in Spagna e con lei il freddo. Un giorno si trovavano vicino a Barcellona, in un centro residenziale per compagnie e Domenico decide che non ha intenzione trascorrere l’inverno lì e con altri tre prende un biglietto per il Brasile.

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Il richiamo della foresta
“Da subito ho sentito che il Brasile era un posto che aveva tanto da offrire e come spesso accade le cose sono successe e basta: ho conosciuto persone che conducevano un’altra qualità di vita e ho iniziato a lavorare in un progetto dentro la foresta”. Nella Chapada Diamantina, un gigantesco parco nazionale che si trova nello Stato di Bahia, Domenico resta cinque anni e qui incontra quella che nel 2012 è diventata sua moglie, Dulcinea. Lei stava lavorando a un progetto educativo per i bambini nativi della zona che a parte la famiglia potevano contare su pochi stimoli di crescita e Domenico decide di aiutarla a costruire questa scuola su un pezzetto di terra. Danno vita a questo spazio ricco di teatro, musica, disegno, yoga, capoeira dove tante persone arrivano ad aiutare trasformandolo in un luogo di scambio culturale molto attivo.

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All’inizio la vita è piuttosto dura: vivevano in una struttura senza finestre, gas e luce. L’acqua c’era solo perché dal fiume vicino erano riusciti in un qualche modo a fare un collegamento. La spesa si fa nel mercato del paese vicino e il cibo si cuoce con il fuoco. Una cosa difficilissima se ci si pensa guardando la propria cucina super attrezzata. Però lì, lontano dal mondo, lontano da tutti, completamente immersi in un paradiso naturale incontaminato, riscoprendo i ritmi e i tempi che la natura ti dà, Domenico trova casa sua. “Animali, insetti, acqua cristallina, luoghi fantastici e ore e ore di camminate senza trovare altro che la bellezza della natura”, racconta Domenico: “Ho compreso cose dentro di me, aspetti del mio passato e del mio presente. La natura è stata la mia più grande maestra”. Dopo due anni riescono a recuperare un fornello a gas e poi arrivano anche i soldi per costruire porte e finestre. La casa diventa uno spazio educativo per i bambini e piano piano la situazione della zona migliora e arriva anche l’elettricità.

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Ritorno a casa
Adesso Domenico è tornato in Italia e ha deciso che ci si fermerà per un po’. Sua moglie arriverà tra qualche mese perché adesso è in Cile. In questi anni hanno sempre trascorso qui l’estate, organizzando spettacoli e diffondendo le pratiche imparate nella foresta. Chissà cosa pensano mamma e papà, chiediamo sorridendo: “Che sono un matto”, ci risponde in un soffio. “Ho dei genitori fantastici che mi hanno sempre appoggiato e seguito in questo mio percorso. Senza il loro aiuto e la loro comprensione sarebbe stato più difficile”. Gli chiediamo quali sono queste pratiche che ha imparato nella foresta e lui ci parla del Santo Daime di cui noi, un po’ vergognandoci, ammettiamo di non conoscere nulla. Domenico ci spiega che è una pratica molto speciale di purificazione interiore che porta benefici sia in termini di salute fisica che spirituale.

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Ci chiediamo come sia possibile vivere là e qua, in due luoghi così diversi, sentendosi sempre se stessi. “C’è voluto tempo per superare la sensazione di difficoltà a riconciliarmi col mondo occidentale. Poi ho capito che non dipendeva da quello che c’era fuori ma solo da aspetti di me legati a questa mia vita”. Già, perché per capire se stesso Domenico è andato dritto dritto alle radici senza aver paura. Ripartendo dalla natura e distaccandosi da tutta una serie di cose che lo legavano a degli schemi dati dalla società, che ci spiega “alla fine ti porta a fare quello che vuole lei”. Ma lì, nella foresta amazzonica, tutto sembrava lontanissimo ed è riuscito a osservarsi e a rendersi conto di come funzionavano le cose: “Per comprendere me stesso mi sono allontanato dalle situazioni del mondo. Sono dovuto scappare perché sentivo che c’era qualcosa che non andava. Ho imparato a riconoscere gli aspetti che non mi fanno bene, a distaccarmene e a non farmi condizionare. E ora, dopo tutto questo tempo, mi sento libero anche qui”.

Anna Ferri

Fare il mezzadro in Italia nel 2015

Stefano lavora nella raccolta delle olive ma non viene pagato in euro e oggi ha la casa piena di bottiglie d’olio. La mezzadria esiste ancora?

Lavorare ed essere pagato in bottiglie d’olio: il ritorno della mezzadria, un lavoro che in realtà non è mai scomparso dal medioevo a oggi. Ufficialmente non esiste più, ma durante la raccolta delle olive negli oliveti arrivano pensionati, disoccupati e cassaintegrati pronti ad arrotondare.

A partire dagli anni 2000 abbiamo visto nascere professioni sempre più nuove, mai sentite prima, di quelle che a volte sono difficili da spiegare quando qualcuno ti chiede “Sì, ma esattamente che lavoro fai?”. C’è stato poi il ciclo degli hobby che diventano lavori e lavori che ritornano ad essere hobby: i numerosi videomaker, copywriter, giornalisti, designer e artisti che a un certo punto si sono sentiti dire che il loro lavoro in fondo era poco più che una passione, un passatempo, e quindi non per forza deve essere pagato.

Ma c’è anche chi fa lavori manuali che sono identici da almeno 600 anni: stesse modalità di lavoro, stesse modalità di pagamento. Stefano ad esempio ultimamente lavorava come mezzadro. Ha 31 anni, abita in Sardegna, ha mandato curriculum in tutta Italia e in buona parte d’Europa per cercare un lavoro qualsiasi, ma nella sua isola, al momento, l’unico “lavoro” che ha trovato è quello in campagna. E ora spieghiamo il perché delle virgolette.

Stefano non viene pagato in euro ma in bottiglie d’olio. Varie volte nella sua vita ha lavorato in campagna, perché in Sardegna – come capita anche in molte regioni del sud Italia – è uno di quei pochi lavori che più o meno richiedono sempre manodopera.

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Occupazioni instabili, faticose e pagate poco. Ma quando proprio non si trova altro a parte i famigerati call center o i soliti contratti a progetto come operatori di vendita o agenti di commercio, allora la campagna resta l’unica soluzione. Pochi euro ma subito, in contanti e non di rado in nero, che passano da una mano all’altra, arrivederci e grazie. Niente false promesse, niente provvigioni: esci di casa, lavori e torni con in tasca qualche euro.

Ma nell’ultimo lavoro che Stefano sta facendo per mettere da parte un po’ di soldi, la paga non è in euro. Nemmeno in sterline, dollari o yen. Viene pagato in bottiglie d’olio. È l’antica mezzadria, una parola che alla maggior parte di noi suonerà come antica, appartenente a un’altra epoca, ma non è così. Seppur non ufficialmente, seppur in forma marginale, la mezzadria esiste ancora ed è sempre esistita.

“Ci sono piccoli-medi proprietari di oliveti che mettono a disposizione il proprio terreno per la raccolta delle olive. Chi vuole, la maggior parte pensionati, va e raccoglie quanto più riesce” spiega Stefano. “A quel punto consegna le olive al proprietario, che si occupa della molitura, cioè l’estrazione, e la resa in olio viene divisa in due: metà va al proprietario e metà ai raccoglitori. Se sei fortunato riesci a portare a casa 10/15 litri di olio al giorno”.

Il lavoro del mezzadro negli oliveti è rimasto sostanzialmente invariato dal medioevo a oggi. Certo, c’è qualche piccola migliora tecnica, ma per il resto è uguale. Anche la divisione, da secoli, è quella 50 e 50: metà a chi raccoglie, metà al proprietario. Nonostante nei secoli ci siano state diverse rivolte per cambiare la divisione del prodotto e portarla a 60/40, oggi si divide ancora a metà. La maggior parte dei moderni mezzadri sono pensionati, disoccupati o cassaintegrati che arrotondano così.

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Anche in Farmville, il popolare gioco su Facebook dove si simula la vita di un agricoltore, è possibile piantare un oliveto, raccogliere le olive e perfino produrre l’olio. Farmville ha circa 40 milioni di utenti attivi al mese e circa 8 milioni che ci giocano ogni giorno. Probabilmente perché nessuno di questi le deve raccogliere davvero.

In teoria in Italia la mezzadria è stata abolita nel 1964 e la legge vieta di stipulare nuovi contratti di questo tipo. Il punto è che qua non si parla di aziende e quindi non esistono contratti. E il proprietario dell’oliveto, anche se volesse, non ha nessun vantaggio ad assumere i braccianti come dipendenti e a trasformare l’olivo in una vera azienda e la raccolta in un vero lavoro. Perché? La risposta è molto semplice.

“Perché non conviene. Il punto è che questi oliveti non sono vere aziende: l’alternativa sarebbe appunto lasciare le olive sugli alberi. Così invece, in qualche modo, tutti guadagnano qualcosa, anche se non sempre sono euro. La concorrenza del mercato dell’olio è spietata: al supermercato puoi trovare bottiglie d’olio a 3 euro. Qua, con tutte le spese ridotte al minimo, non puoi farlo pagare meno di 7 euro al litro… ma è olio di ottima qualità”.

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Ma dal punto di vista del bracciante dove sta il guadagno, oltre a riempirsi la casa di bottiglie d’olio di ottima qualità? “Se hai i contatti riesci a venderlo, in nero naturalmente, visto che io non ho nessun titolo per commerciare il prodotto. Altrimenti te lo tieni in dispensa come provvista. Io ora in casa ne avrò circa 50 litri” spiega Stefano.

Eppure questa parola così antica – mezzadria – oggi può suonare anche molto moderna. Abbiamo visto l’interessante caso della “Real shit”, letame di design che, con un’astuta operazione di marketing, è riuscito ad arrivare nei punti vendita di Eataly. Oppure pensiamo anche a quel genere di cose nuove e cool tipo il WWOOF (Willing Workers On Organic Farm), che consiste nell’andare nelle fattorie, essere ospitati e lavorare gratis.

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Il lavoro in campagna in questo caso diventa non più sopravvivenza ma esperienza culturale. Non solo non vieni pagato, ma sei tu a pagare. E non sono poche le persone che sborsano centinaia di euro per andare a raccogliere le olive di qualcun altro, per vivere “l’esperienza della campagna”.

Un certo scalpore ha destato l’estate scorsa la notizia che per raccogliere olive nella tenuta toscana di Sting bisognasse pagare 262 euro al giorno. In cambio, a parte il sudore della fronte per raccogliere le olive della popstar, un picnic sul prato e una degustazione di vini. L’agognato incontro con l’ex Police? Quello non veniva garantito.

Un’esperienza di cui Stefano invece farebbe volentieri a meno: “Ogni mattina mi devo alzare presto e controllare il tempo, perché se piove non si lavora” spiega. “Per un po’ di tempo lavorare così non è male: sai di usare in cucina dell’olio buono, se lo vendi ti fai anche qualche euro e almeno non stai a casa con le mani in mano. Però, certo, non si può considerare un lavoro vero”.

Martino Pinna

Foto di copertina: Agriturismo San Giovannello / Flickr, foto nell’articolo Florian Rieder / Flickr – Licenza Creative Commons 2.0

Il vero volto della guerra

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto.

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto. La chirurgia plastica ricostruttiva nasceva cento anni fa “grazie” al primo conflitto mondiale. I morti furono milioni, ma altrettanti e ancor di più i feriti. Alcuni con lesioni gravissime che, se li lasciarono fisicamente in vita, di fatto li resero dei fantasmi sociali. In Italia furono 5440 i mutilati al viso. Spesso, con i modesti strumenti dell’epoca, negli ospedali da campo i medici dovevano rinunciare a rimuovere le schegge più grandi. E la faccia di questi ragazzi diventava un orribile assemblaggio di carne e pezzi di metallo.


 

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La moderna chirurgia plastica nasce con la prima guerra mondiale. Dalle sperimentazioni sui volti devastati dei veterani. Non che prima non fosse in qualche modo praticata – i primi casi di “innesti cutanei” risalgono addirittura al 6 secolo a.C. come riporta il Sushruta Samhita, testo di medicina ayurvedica, la medicina tradizionale indiana – ma la quantità impressionante di feriti che quel primo conflitto globale provocò, finì inevitabilmente per stimolare la sperimentazione e la ricerca scientifica. Se complessivamente i caduti militari di tutte le parti in conflitto furono tra i 9 e i 10 milioni, solo la Russia ebbe quasi 5 milioni di feriti. 4.266.000 la Francia. Più di 2 milioni la Gran Bretagna. Oltre 8 milioni gli Imperi Centrali. 947 mila l’Italia di cui, accertati, 5440 mutilati al viso. Ferite spesso mostruose che non solo devastavano i lineamenti distruggendo per sempre la vita sociale dei reduci, ma impedivano anche funzioni basilari come la masticazione o la respirazione.

947mila i feriti italiani della Prima guerra mondiale. Di questi, 5440 i mutilati al viso

Quello che viene considerato il primo reparto ospedaliero al mondo esclusivamente dedicato alla chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale nasce a Londra nel 1917, al Queen Mary, a seguito della terribile battaglia della Somme. All’inizio degli scontri, nel luglio 1916, l’attesa stimata di soldati feriti al volto era di circa 200. Alla conclusione, a novembre, sui tavoli dei chirurghi britannici ne arrivarono 2000. Tradizionalmente, le ferite facciali venivano semplicemente ricucite, ma quando i tessuti cicatriziali si ricomponevano lasciavano i volti completamente sfigurati. Nacque così la necessità di ricostruire i volti utilizzando altre parti del corpo. Impresa tutt’altro che scontata all’epoca, visto che gli antibiotici non erano ancora stati inventati e spesso, con l’innesto di tessuti prelevati da altre parti, si sviluppavano infezioni mortali. E’ rimasto negli annali della medicina il caso del soldato William M. Spreckley al quale, durante la battaglia di Ypres, una scheggia asportò completamente il naso. All’epoca, la ricostruzione che fu effettuata venne considerata miracolosa.

William M Spreckley

In Italia, pionieri nel campo furono i due chirurghi bolognesi Arturo Beretta e Cesare Cavina. Entrambi, allo scoppio del conflitto nel ’15, partirono per il fronte, Beretta con il grado di maggiore medico, Cavina, come tenente. In particolare quest’ultimo, si dedicò alle ferite al volto e alla mandibola. Di stanza sul Carso, Cavina studiò, fotografò e praticò i primi interventi di cura e ricostruzione chirurgica. Al termine del conflitto rientrarono all’ospedale militare di Bologna dove, sempre sotto la guida di Beretta, operava un reparto per la cura dei numerosi feriti bucco-facciali. Ma anche a guerra ormai conclusa, i casi restavano migliaia. Nel 1919, Beretta – anche grazie ai bolognesi che contribuirono grandemente alla somma di 165.000 lire che fu allora raccolta – trasformò l’ospedale militare in una nuova istituzione che venne denominata “Istituto Clinico per le Malattie della Bocca” (oggi parte dell’Ospedale Maggiore) affidando la direzione del reparto di chirurgia allo stesso Cavina. Le tecniche sviluppate dai due pionieri nel corso del conflitto e successivamente, furono prese a esempio in molti ospedali militari dell’Intesa.

A distanza di cento anni da quei primi tentativi a cui tanto deve la chirurgia plastica contemporanea, quel tipo di ferite che normalmente vengono “nascoste” e di cui ben poco si parla rispetto a qualsiasi conflitto, rimangono ancora oggi il “vero volto della guerra”. Il suo lascito per decine di migliaia di belligeranti. Ad esempio, nelle guerre di Iraq e Afghanistan, il numero dei militari feriti resta altissimo: oltre 50.000 gli americani, 10.000 gli inglesi. Più di 30.000 sia per l’esercito regolare afghano che per quello iracheno. Secondo dati riportati dal New York Times, nei conflitti ai quali hanno partecipato gli Stati Uniti negli ultimi cento anni, le ferite al volto incidono percentualmente tra il 17 e il 21 per cento sul totale, e arrivano addirittura al 40 per cento nel caso di queste ultime due guerre. Nonostante le tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi venti o trent’anni per proteggere il corpo dei militari in battaglia, il viso resta ancora oggi una delle parti più esposte e complicate da proteggere.

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Difficile, cento anni fa come oggi, rintracciare in quei volti devastati alcunché di “eroico” da celebrare a posteriori. Difficile ammantare il loro sacrificio di retorica bellica sul genere di quella con cui a mio nonno Pietro fu assegnata la medaglia d’argento al valor militare (anche se lui, nel corso della guerra civile spagnola, per fortuna fu ferito solo alla mano): “Comandante di plotone fucilieri, durante un furioso attacco nemico, incurante del pericolo accorreva dove più ferveva la lotta animando con la sua presenza e con l’esempio i propri uomini. Rimasto ferito continuava nel comando del reparto che lasciava soltanto a combattimento ultimato e per ordine del comandante del battaglione” (Brihuega, 18 marzo 1937).

Niente di tutto questo per quei ragazzi rovinati per sempre dalla guerra – volti «che non hanno quasi più forma umana», come scrisse nel 1917 il relatore della legge al Senato sull’assistenza dei ciechi di guerra, Ferrero di Cambiano – e che film e romanzi difficilmente hanno raccontato. Se non per quel capolavoro del 1939 “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, in cui il protagonista, Joe Bonham, colpito da una cannonata nell’ultimo giorno della prima grande guerra, perde gambe, braccia e parte del viso: vista, olfatto, udito e parola.

Una scelta volutamente beffarda, quella di fargli perdere tutto al termine del conflitto, quando ormai la salvezza e il ritorno alla vita, dopo gli anni passati in mezzo alla morte, sembrano a un passo. Invece, come dimostrano queste gallerie fotografiche della Wellcome Library (qui e qui), una delle più importanti raccolte al mondo di materiali sulla storia della medicina, per molti sopravvissuti a quella e a tante altre guerre, non c’è mai stato alcun ritorno. (dl)

GALLERIA FOTOGRAFICA

Casi di chirurgia plastica fotografati all’ospedale militare londinese “King George”, (più tardi Ospedale della Croce rossa), tra il 1916 e il 1918. 

Buonanotte, compagno emiliano

Incontro con uno di quelli che han fatto la storia dell’Emilia rossa. Tra lambrusco e comunismo, figa e CGIL.

di Davide Lombardi

La politica? Una “roba bella e divertente”. Pura passione. Come quella per il genere femminile, altra stella polare di Fausto Cigni, classe 1948, noto in città come il “sindaco” di Modena est. Insomma, uno che ancora oggi ha il suo peso e sposta voti. Anche se lui smentisce e si sminuisce: “Io conto solo per un voto, il mio, spero solo che non mi venga l’Alzheimer per non sbagliarmi”. E giù una risatina compiaciuta per la battuta. Perché Fausto è così: un gigione. Che però, ridendo e scherzando, ha fatto la sua parte per costruire quel che viene definito “modello emiliano”. Anche se oggi, di quella storia, resta poco.

Pan, parsot, figa e lambrosc! Naturalmente consumati con rigore marxista: pane e prosciutto proletari innaffiati da abbondanti dosi di lambrusco cooperativo. Tutta roba emiliana doc. E la gnocca? No, beh, per quella, sul localismo è sempre prevalsa la vocazione internazionalista inclusa nel dna di qualsiasi comunista che si rispetti: “proletarie di tutto il mondo, unitevi! Preferibilmente al sottoscritto”. Il compagno Cigni Fausto (nomen omen, dal latino faustus, felice & fortunato), conosciuto in tutta la città come il “sindaco di Modena est”, popoloso quartiere periferico che però, precisa lui, “noi chiamiamo la città di Modena Est”, è uno degli ultimi mohicani emiliani. Quella tribù di comunisti goderecci cresciuti tra gli Appennini e la Bassa a “pan, eccetera” e piccì, che hanno costruito e fatto la storia – quella dal basso, popolare – del cosiddetto modello emiliano. Tanto per capirci, “mica come quei fighetti di oggi che si vantano di metterci la faccia per quel po’ di fuffa che producono, noi ci mettevamo il culo!”.

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Milano 25 aprile 1977

Ma far ripercorrere al compagno Fausto i dettagli di una storia personale che per molte parti coincide con quella politica e sociale di una città e di una regione, è come tirar fuori sangue da una rapa. Una fatica improba. Che lui spiega così: “Sono molto reticente a parlar di me – puntualizza – conta il partito non l’individuo, il personale. Questa è la mia cultura”. E poi dai, giù: “mica come quelli di oggi per cui il partito è solo un autobus per far carriera, utile in campagna elettorale quando mettere il simbolo sotto la faccia è ancora necessario. Non è che io sia contro tutto ‘sto nuovismo che va di moda. Anzi, ben venga. Però, attenzione (parola che ripete spessissimo), se sotto il vestito di tutto questo nuovo che avanza non c’è un’idea di società, vedi mo’ bein che presto si va a sbattere. Capito, cipollino? (appellativo che ripete spesso, forse in sostituzione dell’ormai obsoleto ‘compagno’)”.

La storia politica di Cigni, che è del ’48, comincia negli anni ’60. “A sedici anni ho cominciato a lavorare come operaio metalmeccanico. Poco eh, tre giorni in tutto, come dico sempre io. Perché mi sono subito infilato nel sindacato, prima tessera quella della Fiom di cui sono diventato delegato, e nella Fgci. La politica è nel mio dna, da sempre: come strumento per risolvere problemi concreti delle persone e per cambiare la società. Mi sono sempre impegnato moltissimo. Senza prendermi mai troppo sul serio, eh, né allora né oggi. Studiavo sì, Marx e Lenin, anche se i miei miti erano il Che e Fidel, Hồ Chí Minh, la rivoluzione cubana e i vietcong, mica l’Unione Sovietica di Brèžnev. Mi piacevano molto anche le donne. Anche oggi per la verità. E far casino con gli amici. Ci davo dentro con la batteria in un gruppo rock che si chiamava “I derelitti”. Cover dei Rolling Stones. Che quella musica lì sulla gnocca aveva ottima presa. Abbiamo suonato un po’ di tempo in giro sì, ma non eravamo granché. Più che altro, come diceva mia nonna, ci piaceva la vita. Si spaziava molto ed eravamo parecchio goderecci. Anche perché essendo tutti in bolletta dovevamo trovare il modo di divertirci con poco”.

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Parco Lambro, 1976

L’altro grande amore del compagno Fausto, oltre alla gnocca (ci sta: l’Emilia è l’unica regione italiana con un nome femminile), è la politica. “Che allora – assicura – era con la p maiuscola. Modena dal dopoguerra fino ai primi anni sessanta, era una città in continua fibrillazione. Strascichi del periodo bellico. Scontri con la polizia. Conflittualità varie. Poi è scoppiata la pace. La parte più intelligente della città, gli intellettuali, i padroni, il sindacato, il PCI e la DC, hanno cominciato a ragionare sul futuro della nostra terra cercando di fare sintesi su un progetto comune, mettendo in secondo piano le ideologie in nome del pragmatismo. Certo, ognuno aveva il suo blocco sociale. I padroni facevano i padroni, gli operai gli operai. Battaglie anche pesanti, tra noi. Ma sono nati allora grandi progetti come il villaggio artigiano o il mercato del bestiame, che crearono sviluppo vero. Se Modena è questa, oggi, si deve alle felici intuizioni dei protagonisti di allora”.

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Scritta su un muro di Modena, primi anni ’80

E il presente? “Di quel modo di concepire e fare politica non è rimasto niente”. Cigni il nostalgico? Lui giura di no. Anche perché, seppure le sue idee e la sua visione non siano oggi maggioritarie nel partito erede di quella storia, anche se lui per primo si definisce “un pensionato esodato dalla politica”, in città ‘il sindaco di Modena est’ ha ancora il suo peso. Qualche centinaia di voti e forse più li sposta ancora. E sotto elezioni, a farsi una chiacchierata con Cigni ci provano un po’ tutti. Almeno quelli che sanno di aver qualche speranza di entrare nelle sue grazie. Voti che possono bastare e avanzare per entrare, ad esempio, in consiglio comunale, ambito territoriale in cui si è sempre mosso il “sindaco”, due volte consigliere comunale, due provinciale, oltre che a più riprese nella direzione locale del PCI, PDS, DS e PD. “Mai fregato un cazzo di fare il parlamentare, quando supero la Fossalta (piccola località sul fiume Panaro a est di Modena, che insieme al Secchia, ad ovest, delimita i confini della provincia) mi girano le balle” precisa, tanto per chiarire bene i confini della sua azione politica.

“Oggi la politica è una roba abissalmente diversa dai miei tempi – commenta più con orgoglio sornione, che afflitto – anche se non contrappongo gli anni miei al presente. Noi eravamo segnati da un fortissimo senso di appartenenza: i nostri enti locali, quelli guidati dal PCI, dovevano dimostrare al governo centrale che noi rappresentavamo il meglio che potesse esserci. L’Emilia rossa è nata da questa necessità. Dovevamo per forza essere i migliori. Punto”.

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Manifestazione a sostegno della lotta vietnamita, primi anni 70, Toscana

Il grande sviluppo di Modena, il benessere che ancora oggi mantiene nonostante la crisi, si devono, secondo Cigni, a questo pragmatismo collettivo, molto emiliano, rispetto a un’idea di sviluppo allora condivisa. “Ed anche – precisa – ad esponenti politici per i quali la sobrietà era scontata: il sindaco di una città come la nostra prendeva come un funzionario di partito che era legato al salario di un metalmeccanico. Oggi un sindaco prende come minimo tre volte di più. Per non parlare di parlamentari o i consiglieri regionali. Non si capisce perché un consigliere regionale debba prendere 6000 euro o giù di lì. Che cazzo fa più di un consigliere comunale che coi gettoni di presenza intasca infinitamente meno? Dislivelli che sono una follia”.

“Lascia stare destra e sinistra, oggi la politica, tutta, è ormai una macchina del consenso per tornaconti personali o di gruppo o di casta. Il popolo non vede altro, ma questo significa la morte della politica! Già l’Italia è il paese delle vongole, figuriamoci se la classe dirigente dà questo tipo di esempi. Manca totalmente la formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Io vengo dal PCI di Berlinguer. Negli anni ’70 ho studiato alle Frattocchie, la scuola di formazione di quadri e dirigenti del partito. Quattro mesi e mezzo di corsi intensivi di politica, economia, grandi temi culturali. Oggi basta che uno sia bello e carino, telegenico, e zac, è più o meno fatta. Voglio vedere chi, tra gli elettori, si legge i programmi elettorali. Tutto si gioca in televisione. Un tempo il segretario del partito contava più di un sindaco e di un deputato. Oggi non conta un cazzo, almeno a livello locale. Detto questo, io sono molto critico nei confronti del mio partito, ma allo stesso tempo constato che siamo gli unici ad avere delle risorse in giro, risorse umane. Però dai, basta con ‘ste contrapposizioni tra ex Ds ed ex Margherita, il PD è nato per fare sintesi. Non so perché non si riesce a fare il salto, forse rendite di posizione e pigrizia”.

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Achille Occhetto alla svolta della Bolognina. Fine del PCI

Su Matteo Renzi, la stella cometa del nuovo Partito Democratico, il compagno Cigni è ovviamente tutt’altro che tenero. “A parte che sotto il vestito di Renzi non c’è niente – dichiara – un uomo solo al comando non ti porta da nessuna parte. A che serve, poi, attaccare la Cgil come ha fatto di recente? Ma dai, su. Smettiamola di costruir steccati, guardiamo al sodo, al pragmatismo. La politica è nata per risolvere i problemi, non per crearne. Sulle questioni deve essere all’avanguardia e arrivarci prima se possibile, non rincorrerle. Per me un partito deve avere questa funzione. Stiamo sul pezzo, sui temi, il sesso degli angeli a me non interessa. Voglio un partito moderno ma con una storia. Non una roba fatta di slogan e comitati come quello di Renzi”.

Restio a parlar di sé, il compagno Fausto parlerebbe invece per ore, senza fatica, di donne e di politica. Con la libertà di chi tanto non ha niente da perdere. Niente da conquistare. Ecco, giusto qualcosa da difendere: la sua storia personale, di cui appunto parla malvolentieri, glissando completamente su alcune stagioni. Come quella, negli anni ’70, all’interno del leggendario servizio d’ordine del PCI. “Anni difficili – la sua unica concessione – in cui sì, spesso si faceva a botte coi fasci. Ma non solo, anche con gli autonomi, o il katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco. Poi vabbè, si è tanto parlato di gladio bianca, gladio rossa, dei preparativi per difendersi da eventuali colpi di stato che dopo Grecia e Cile non sembravano così impossibili, ma di questo io non so niente…”. Inutile insistere, niente, bocca cucita.

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Volantini delle Brigate Rosse

Nessuna concessione invece, parlando sempre di quegli anni, alle Brigate Rosse: “Compagni che sbagliavano? Tutte pugnette. Niente compagni, gente che sbagliava e basta. Io li ho sempre visti come Giorgio Amendola: fascisti rossi. Lo stragismo voleva far regredire i grandi movimenti di massa stimolando risposte di carattere autoritario. Sindacato e politica hanno respinto questa sfida. Allora, su qualcuno esercitarono un certo fascino, ma poi milioni di persone si schierarono togliendo loro l’acqua in cui sguazzavano”.

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(Scusa e buona lettura)

“Rifarei tutto quello che ho fatto – assicura –  ho avuto la grande fortuna nella vita di fare quello che volevo e per me la politica è stata una cosa bella e divertente. Ecco se devo proprio ricordare tra le tante cose del mio passato, quella di cui sono particolarmente orgoglioso, quella che spicca in alto a sinistra come si diceva una volta, è stato mettere in piedi il centro lavoratori stranieri della Cgil, nei lontani anni ’80. Di fronte a una novità come l’inizio del fenomeno migratorio, la capacità di PCI e sindacato, la mia Cgil, è stata allora quella di inventarsi una contrattazione ad hoc, e diversi servizi per integrare i cosiddetti nuovi cittadini che arrivavano. L’immigrazione va intesa come contaminazione e non come esclusione del diverso. Anche di fronte a fatti come la strage delle redazione di Charlie Hebdo diventa sempre più determinante l’accoglienza, licenziare leggi che aprano spazi di integrazione all’interno di un quadro di diritti e di doveri.

Perciò, sono assolutamente favorevole allo ius soli, al voto amministrativo dopo 5 anni che uno risiede qui e paga le tasse. Lo sai che sono 93 mila i permessi di soggiorno regolari in provincia di Modena? Quindi questi pagano 240 milioni di tasse, di cui 170 vanno all’Inps: stanno pagando le pensioni agli italiani. Questa è la verità! Altro che tutto ‘sto urlare al lupo per gli sbarchi. Bisogna che la politica guardi alla realtà: o le trasformazioni si affrontano per quello che sono o sono guai. Oggi non lo stiamo facendo, né in Italia, né in Europa”.

Scuote la testa. Borbotta. Poi sbotta, si alza e se ne va: “Quando si invecchia c’è solo posto per il come eravamo, che palle! Me ne vado: ciao cipollino”. Buonanotte, signor Cigni.

Davide Lombardi

Quello che sappiamo sulla Finlandia (poco o niente)

E’ nato un nuovo giornale che ha come obiettivo quello di raccontare in inglese la Finlandia, una nazione così lontana e particolare, appena fuori Modena.

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Noi di Converso siamo partiti da Modena con l’idea di raccontare il mondo intero visto da qua. Inizialmente ci siamo spinti poco fuori dal centro, poi un po’ oltre la periferia, in qualche caso perfino fuori dalla provincia e dall’Emilia. A un certo punto, per quelle strane, meravigliose e bizzarre combinazioni rese possibili dal Web, ci siamo ritrovati anche in Finlandia. Un posto molto lontano da piazza Grande, un posto molto più freddo e di cui sapevamo poco o niente. Da un po’ di tempo, l’avrete notato, a fianco a storie tipicamente emiliane, ce ne sono alcune che raccontano Helsinki e dintorni. Le distanze si sono azzerate. Modena, Carpi, Helsinki, Sassuolo…

Per questo salutiamo con molto piacere un nuovo giornale appena lanciato, come noi indipendente e autofinanziato, realizzato da giornalisti freelance che hanno come obiettivo quello di raccontare (in inglese) cosa succede dalle loro parti. Si chiama Finland Today e lo consideriamo il nostro cugino finlandese.

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Finland Today è aggiornato quotidianamente con nuovi contributi sviluppati sopra un costante flusso di notizie provenienti dalla principale agenzia di stampa nazionale e da dirette fonti governative. L’idea però è quella di andare oltre i semplici comunicati stampa e le cinque righe di agenzia e approfondire, scavare, raccontare la realtà.

La redazione di Finland Today è composta dal finlandese Tony Öhberg, fondatore e caporedattore, dal suo vice italiano, Giordano Silvetti, che figura anche tra i collaboratori di Converso, e da altri quattro collaboratori. La squadra è appena nata e, come la nostra, è in costante evoluzione e sempre aperta ad accogliere nuovi contributi e nuove idee giornalistiche da sviluppare.

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La competizione è grande, soprattutto con il grande colosso nazionale Yle, la RAI finlandese, ma, numeri alla mano, Finland Today è partito benissimo. L’obiettivo è quello di intercettare il maggior numero di stranieri che vivono in Finlandia, circa 200.000, ma anche tutti coloro che in giro per il mondo abbiano voglia di leggere attraverso una finestra privilegiata quel che accade in una nazione così lontana e particolare. Noi, inutile dirlo, siamo fra quelli.

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