Ercole a guardia dei cimiteri

di Anna Ferri

Quando appoggia pennello e colore, il Cavalier Ercole Toni, non smette certo di presidiare la città per renderla più sicura. Il nostro eroe indossa il giubbotto giallo e si dirige verso i cimiteri di Modena e provincia, per proteggere le persone che si recano a salutare i propri cari defunti e che spesso trovano malintenzionati disposti a tutto per rubare pochi euro. I turni a guardia dei cimiteri, infatti, nascono per garantire la sicurezza di chi li frequenta, soprattutto gli anziani. Spesso tra tombe e statue si trovano persone che spacciano, nascondo la droga o dormono nei loculi vuoti.

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“Una volta abbiamo visto due signori vestiti bene in un’area vuota del cimitero di San Cataldo, li abbiamo raggiunti per chiedere spiegazioni e loro ci hanno detto che erano lì per cercare un posto per dormire perché erano in difficoltà. Giorni dopo abbiamo trovato le tracce: cartoni usati e strisciate dentro i loculi. In provincia mettono le rondelle nelle fotocellule per non far chiudere i cancelli. Una volta ho trovato uno che faceva il bagno nella fontana. Gli ho detto che se voleva riempire una bottiglia d’acqua per bere andava bene ma lavarsi proprio no”.

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Purtroppo capitano ancora delle aggressioni, signore anziane che vanno a far visita ai cari defunti e vengono picchiate per la borsa o per pochi euro. Il Cavalier Toni racconta che una volta era tornato da poco da un turno di servizio al cimitero di San Cataldo quando ha ricevuto una chiamata dove gli spiegavano che una signora era stata aggredita e lui si rende conto che parlano dell’anziana che aveva salutato poco prima di tornare a casa. Il giorno dopo si precipita all’ospedale per vedere come sta e a sentire cosa era successo: l’anziana si era attardata e due ragazzi l’avevano raggiunta e picchiata brutalmente per rubarle la borsa. Poi è svenuta e nel frattempo il cimitero è stato chiuso: “Quando si è svegliata si è dovuta trascinare tra le tombe fino all’ingresso per chiedere aiuto e finalmente sono venuti a liberarla”.

Per sicurezza, infatti, i volontari girano in coppia, tranne uno: Ercole, che qualche volta si è fatto chiudere di notte dentro il cimitero per scovare gli intrusi. Lo dice con una punta di soddisfazione ma senza voler fare l’eroe confessa che i morti non fanno paura, ma i vivi sì. Anche se capitano scene da film horror, come quella volta che c’era brutto tempo, il campo pieno di fango e una signora lo chiamò perché c’era un oggetto strano nell’erba. Da lontano sembrava un cuscino e subito pensarono a qualcuno che aveva dormito lì. La signora però insisteva, così Ercole si tirò su i pantaloni puliti e si avvicinò per controllare. Quello che trovò fu abbastanza raccapricciante: il busto di un cadavere probabilmente caduto dopo una riesumazione. Lo coprì con la sua giacca e tornò dalla signora rassicurandola che si trattava davvero di un cuscino. “Quando sento l’odore dolciastro della decomposizione cerco le casse scoppiate come se fossi un cane da caccia – racconta – Una volta ho sorpreso una signora che stava pulendo del liquido dal pavimento pensando fosse acqua. Le ho detto di smettere subito e l’ho spedita dal fioraio a lavarsi con il disinfettante perché in realtà era la decomposizione di un cadavere”.

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I volontari però non sono lì solo per presidiare i cimiteri o per evitare spiacevoli incidenti, ma anche per portare conforto alle persone che li frequentano, spesso anziane e sole: “Dico sempre ai miei colleghi: quando siete lì e vedete persone che hanno la faccia triste o gli occhi lucidi, cercate di scambiare due parole. Se sono giù di morale portatele fuori alla luce che fa passare la malinconia”. Lo dice con quel tono calmo di chi ha trasformato gli anni in esperienza e sa come vanno prese le cose della vita. Certo, non ci sono solo i cimiteri da presidiare. Ercole si alza in piedi e ci mostra una mappa della città con delle puntine colorate nei punti chiave del degrado e del crimine. Dice che non è aggiornata e infatti è mezza coperta da un enorme contenitore per la carta. Lo guardiamo e pensiamo che in fondo, il Cavalier Ercole Toni, è come un Batman molto meno tecnologico che nonostante l’età continua a vegliare sulla sicurezza della città.

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Le foto del cimitero sono di Martino Pinna

Extra – L’eleganza del cinghiale

Forse definirlo “elegante” è una leggera forzatura per un animale che ama grufolare in dieci centimetri di fango e pure sguazzarci dentro (per coprirsi di una patina a difesa dei parassiti), ma – lo sapevate? – il cinghiale è uno degli animali più intelligenti che ci siano. Anche più del cane. Sì, proprio lui: quel porcellone che può raggiungere anche i 180 cm di lunghezza e il peso di un quintale. Un animale che conosciamo al massimo come carne di cacciagione o per i danni che può  provocare alle colture, ma del quale il compianto etologo e scrittore Giorgio Celli diceva: «Maiali e cinghiali sono straordinariamente intelligenti – dichiarava in un’intervista – sono animali capaci di grandi relazioni sociali. Con l’uomo, ma anche fra loro. E fra esemplari dello stesso sesso. Sì: esistono maiali gay…». Che probabilmente, contrariamente a quanto accade per noi umani che siamo ancora qui a discutere se l’omosessualità sia o meno “secondo natura”, nemmeno crea problemi alla loro comunità.

Insomma, per dirla alla Piero Milani – coordinatore dei volontari del Centro Fauna Selvatica “Il Pettirosso” di Modena che fa da Pronto Soccorso e clinica a centinaia di animali selvatici feriti, vittime di incidenti stradali o semplicemente in difficoltà –  è tutta una questione di conoscenza. Perché, banalmente, “abbiamo paura di ciò che non conosciamo”. Vale per il nostro rapporto con gli animali, quelli selvaggi in particolare – come ha dimostrato il caso (ormai consegnato all’oblio dopo il polverone di media e social network) dell’orsa Daniza che abbiamo analizzato nel reportage “Voci dalla foresta oscura” – ma anche nel rapporto tra noi esseri umani. Tra culture, religioni e nazionalità differenti.

Che poi, a voler conoscere davvero, si ribaltano facilmente alcuni luoghi comuni:

 

Le ragazze che mangiano l’insalata sono sempre felici

di Martino Pinna

Mi scrive un amico per comunicarmi che ha deciso che d’ora in poi digiunerà una volta a settimana. Un suo conoscente lo fa già da tempo e dice che non è mai stato così bene. Un altro amico ha eliminato uova e latticini dalla sua dieta, anche se non ha nessun tipo di intolleranza o allergia, né motivazioni di tipo etico.

C’è un’amica che invece non si fida più della pizza, perché ha scoperto che è cancerogena, ed è terrorizzata dallo zucchero bianco e dal glutammato. Con altri capita spesso, riuniti a tavola, di finire per parlare di quanto quello che stiamo mangiando potrebbe farci male. L’inquinamento, la chimica, e poi chissà cosa ci mettono dentro: si finisce il pasto salutandoci come se fosse l’ultima volta che ci vediamo e con una domanda: chissà se dopo la prossima pizza saremo ancora vivi?

Da qualche decennio noi fortunelli della benestante società occidentale abbiamo a disposizione un’ampissima scelta di cibi. Una quantità inimmaginabile anche solo prima della seconda guerra mondiale, quando più della metà del reddito medio di un italiano veniva speso in cibo ma la scelta era limitata: non c’erano corsie infinite e scaffali pieni con decine di versioni dello stesso prodotto. I nostri nonni, quando erano giovani, per fare la spesa ci mettevano pochi minuti e i dubbi erano a zero. Noi possiamo metterci anche delle ore, muovendoci tra le corsie del supermercato con dilemmi amletici di fronte a cartoni di succhi di frutta: in uno c’è scritto bio 100% naturale, ma l’altro contiene vitamina C. Quale dei due è meglio per me?

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Buona parte della nostra società quando pensa al cibo è ansiosa e spaventata. Leggiamo un titolo del giornale: il burro uccide tot persone ogni anno, allora compriamo la margarina, solo che poi su un forum leggiamo che la margarina è cancerogena, la farina 00 è quasi veleno, e se mangi i salumi con i conservanti puoi anche fare testamento. Si diffondono sempre di più diete bizzarre basate su convinzioni pseudoscientifiche.

Le nostre scelte sono influenzate in parte da un mix di informazione superficiale, vere e proprie leggende metropolitane e complottismo di stampo paranoide, dall’altra dal marketing pubblicitario che cavalca questa tendenza generale al salutismo ansioso pubblicizzando sempre più prodotti “100% naturali” (dimenticando che anche il petrolio è naturale, ad esempio, e da quello si estrae anche la vanillina), “senza conservanti” e ovviamente “bio”.

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Si è creata una distinzione tra “prodotti chimici” e “prodotti naturali”: i primi cattivi, i secondi buoni. Anche se in realtà molti prodotti “naturali” hanno una dose letale. Perché tutto è potenzialmente letale: come diceva Paracelso qualche secolo fa, “è la dose che fa il veleno”. Ma noi questo lo ignoriamo, la parola “cancerogena” è più forte di qualsiasi ragionamento e così la spesa diventa come una visita in farmacia.

Alla vetta di questo genere di comportamenti ossessivi nei confronti del cibo ci sono i cosiddetti ortoressici, cioè persone che curano in maniera maniacale l’alimentazione arrivando ad avere problemi sociali a causa della loro ossessione per la dieta. Ovviamente uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta sono auspicabili per tutti, ed è vero che alcuni dei cibi industriali sarebbe meglio evitarli. Ma tra queste argomentazioni razionali e arrivare a nutrirsi di sole mele c’è un bel passo. E questo passo ha un nome preciso: ossessione.

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Ameya Canovi è una psicologa con un passato da ortoressica. Oggi si occupa di disturbi alimentari, ma qualche decennio fa era una di quelle persone che di fronte alla parola “conservanti” rischiava uno svenimento. “Ho iniziato negli anni ‘90, quando imperava la moda della New Age” racconta. “Era un movimento culturale di forte ricerca spirituale che imputava al cibo la qualità della propria energia. In pratica se mangiavi i cibi giusti potevi concorrere a un livello di coscienza superiore. Era una specie di congrega di eletti. Ricordo una volta di aver aggredito verbalmente mia suocera perché aveva dato a mia figlia del prosciutto cotto” continua la Canovi. “Ecco: lì ero davvero in guerra, il mondo si divideva in due: noi sani che avevamo capito tutto, e i poveri inconsapevoli, condannati ad estinguersi”.

Anche Alessandra Guigoni, antropologa culturale che si occupa di alimentazione, dà una spiegazione “magica” di questa esasperata ricerca del cibo perfetto: “Nonostante i vari progressi nel mondo della scienza, l’uomo rimane un animale sociale profondamente ancorato al mondo magico, alle superstizioni e alle credenze irrazionali” spiega. “Ci si costruisce una sorta di fede fatta di riti e miti alimentari che ci danno quella tranquillità e quelle certezze che sono venute a mancare con la fine delle grandi ideologie, narrative politiche e religiose nella seconda metà del XX secolo”.

Mangiare sano, mangiare nel modo che reputiamo più corretto, ci dà una confortante sensazione di controllo della nostra vita: “Attraverso quel tipo di fede alimentare è possibile ripetere ogni giorno delle tranquillizzanti routine: pesare il cibo, leggere gli ingredienti, convincersi che quel cibo è puro e scartare quello ritenuto impuro” continua la Guigoni. “Molti ortoressici fanno i penitenti, in nome della purezza del cibo, del proprio corpo, e potremmo aggiungere, per la salvezza della propria anima.”

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Questa ossessione, come ogni altra dipendenza, è solo la punta di un icerberg che nasconde un disagio più profondo: “Uno stile di vita sano viene spontaneo nelle persone che hanno un rapporto sereno con il cibo” dice la Canovi. “Esse riescono a distinguere il pasto per nutrirsi quotidianamente dalle ‘eccezioni della festa’, rientrando nel solito regime senza tensioni. L’ortoressico no. L’ortoressico nasconde un disagio che si può riassumere con paura della vita”.

Ma come inizia l’ossessione? Quando ci si accorge che si sta esagerando?

“Si inizia con escludere i cibi più demonizzati, zucchero, carne, latticini, lieviti. Poi non esci più a mangiare nei ristoranti, tutto ti sembra velenoso, contaminato” spiega la psicologa. “Inizi a vedere il mondo in termini persecutori. Tutto sembra farti male, non riesci più a tollerare una brioche del bar, o una pizza con gli amici. Diventi un asociale, chiuso nel tuo salutismo esaperato”.

Tra le diete più estreme ci sono quelle che scelgono un solo alimento come unico accettato e spesso considerato un vero elisir della lunga vita. Recentemente si parla spesso dei melariani, cioè persone che si nutrono di sole mele. Alcune di loro sono convinte che la mela sia una sorta di panacea, di cibo magico e perfetto, l’unico giusto, quello delle origini, quello dell’Eden. Tanto che spesso arrivano a demonizzare perfino altri fruttariani – cioè chi si alimenta di sola frutta – colpevoli di concedersi peccati gravi come kiwi o arance.

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Ad esempio nella pagina Facebook Cosmo Fruttariano 3M, è in atto una guerra di comunicazione dei melariani contro chi si ciba di altri frutti. È interessante notare come i carnivori – o “mangiacadaveri” – non vengono nemmeno presi in considerazione, quasi appartenessero a un’altra razza destinata ormai all’estinzione, troppo lontani dall’idea di purezza a cui aspirano i melariani. La guerra è tra loro, tra i fruttariani: tra una mela e un limone.

Questo è un messaggio pubblicato nella pagina Specie Umana Progetto 3M. Non saltatelo, fidatevi, leggetelo integralmente e con attenzione:

Le persone che consumano Frutta Acida e quindi sono in acidosi oppure in iperossidazione per la maggior parte del tempo, hanno così tanto di quell’acido citrico in circolo che la barriera Emato-Encefalica è impossibilitata a fare da filtro alle tossine che vanno a depositarsi quasi tutte sui neuroni, rendendo loro le normali interazioni della vita un qualcosa di complicatissimo da gestire.

La Mela è l’unica che dà il MASSIMO di Indolamine, cioè gli unici Neurotrasmettitori che danno la VERA felicità, dove sei capace di goderti al TOP anche la più piccola cosa, da un filo d’erba che cominci a vederlo come una PERSONA e ci parli, fino al sorriso di un amico/a che ti consente di entrargli dentro al cervello senza che lui/lei nemmeno se ne accorge, e tutto diventa un PARADISO.

La mela insomma – o Mela, maiuscola e senza articolo, come viene spesso scritta dai melariani – ti consente di accedere a un altro mondo, a uno stadio superiore.

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(Scusa e buona lettura)

Le posizioni dei melariani sono così bizzarre da far venire il dubbio, in alcuni casi, che non siano vere. In alcuni post su Facebook si parla di melariani che non sopportano più l’odore dei carnivori e che per baciare una ragazza devono prima cospargerle della camomilla sulle labbra. Altri dopo qualche mese non riescono più a mangiare le mele e allora chiedono se sia possibile alimentarsi con clisteri di mele frullate. Sono persone reali o troll che vogliono solo scherzare? A volte è impossibile capirlo. Tanto che, anche quando si tratta di commenti palesemente falsi, capita che vengono presi seriamente dagli stessi melariani. È addirittura ipotizzabile che oggi ci siano in giro più finti melariani che veri melariani, perché impersonare per scherzo uno stile di vita così estremo per alcuni è molto divertente.

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Negli ultimi anni come reazione al salutismo, al veganesimo sempre più diffuso e alle diete strane come quella melariana, si è sviluppata una tendenza un po’ infantile alla derisione di tali pratiche e una sorta di “orgoglio junk food”, che sembra essere l’altra faccia della stessa medaglia.

Persone che ostentano la loro gioia nel mangiare solo carne o cibi grassi, altre che come foto profilo scelgono immagini dove sono ritratti nell’atto di addentare un hamburger, altri ancora che scrivono manifesti ideologici pro-junk food, ironici ma neanche tanto, dove osannano diete adolescenziali a base di pizza con i wurstel, patatine fritte e Coca-cola, vere e proprie bandiere del partito anti-ortoressico. Ci si divide in schieramenti in base al proprio rapporto con il cibo, in maniera speculare a quella degli ortoressici che considerano “gli altri” degli ingenui che si fanno del male.

Tra i melariani noti ce n’era uno notissimo: Steve Jobs. Pochi sanno che il fondatore della Apple (appunto) seguiva diete estreme: mangiava solo carote o solo mele, a volte digiunava per giorni, e – secondo la biografia di Walter Isaacson – Jobs era “un fervente predicatore che intratteneva i propri ospiti a tavola con noiosi sermoni sul regime alimentare del momento”, proprio come gli ortoressici prima di rassegnarsi e chiudersi nel loro salutismo solitario, convinti che gli altri non capiranno mai e quindi è inutile insistere.

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“Io anni dopo sono diventata una psicologa e ho compreso a fondo il mio disagio” spiega la Canovi. “Sono tornata a uscire con gli amici, faccio un lavoro che amo. Non proibirei più nessun cibo alle mie figlie. La repressione rende infelici. Una merendina se non viene proibita prima o poi stanca. Se la si demonizza invece diventa ancora più interessante”.

Chiedo all’antropologa Alessandra Guigoni se questo tipo di nevrosi legate all’alimentazione riguardano solo il ricco Occidente. Mi sembra difficile immaginare discussioni sui nitrati o il glutammato nello Zimbabwe. Sbaglio?

“Il rapporto problematico col cibo, che è rapporto problematico con se stessi e col mondo circostante, riguarda molti a diverse latitudini” risponde la Guigoni. “Ma è soprattutto nella cosiddetta civiltà del benessere occidentale, dove i mass media sono pervasivi e influenzano profondamente le nostre ideologie e pratiche quotidiane, che le nevrosi attorno al cibo esplodono in tutta la loro drammaticità. In nazioni come India, Cina e Brasile, aumenta vertiginosamente il tasso di persone sovrappeso o obese, e con esse aumentano le malattie legate ad un distorto rapporto col cibo, dall’anoressia alla bulimia, sino alla ortoressia”.

In pratica dove arriva il benessere arriva il troppo benessere, e di conseguenza le nevrosi. Ma la Guigoni ha anche un’altra teoria: “A mio parere quanto meno si produce il cibo con le proprie mani, diventando così dei semplici consumatori finali, tanto più si è a rischio”.

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Io non sono in grado di produrre il cibo con le mie mani, e quindi vado al supermercato. E sono ancora fermo lì, davanti ai cartoni di succhi di frutta, in preda al mio dubbio amletico. Prendo quelli bio 100% naturali o quelli con vitamina C? E perché la vitamina C mi attira tanto? L’assumo già in altre decine di alimenti che mangio regolarmente senza pensarci, eppure quando la vedo pubblicizzata sulla scatola di un prodotto non resisto, penso che se ne prendessi un altro po’ starei meglio, come gli omega 3, come il selenio: è quello di cui ho bisogno per essere più bello e felice. E in alcuni casi perfino intelligente. Tutti ricorderete la pubblicità delle patate al selenio che promettevano di far diventare più intelligenti. Non era vero, ma sarebbe stato bello se lo fosse stato.

“La pubblicità non fa altro che concretizzare desideri, paure, impulsi e repulsioni dell’immaginario collettivo” spiega la Guigoni. “È piena di riferimenti a presunte qualità nutraceutiche degli alimenti, a fantasmagoriche qualità nutrizionali, ma soprattutto gli spot televisivi lasciano trasparire che dietro certi alimenti c’è la possibilità concreta di diventare come gli attori che li consumano: belli, perfetti, eternamente giovani e sani”.

Magia, insomma. Ecco perché se cercate negli archivi fotografici “woman eating salad” (donna che mangia insalata) entrerete in una sorta di realtà parallela dove esistono solo ragazze bellissime e sorridenti, felici, solari. Quasi creature sovrannaturali. Sono sempre molto illuminate, appaiono pulite, leggere, come se non piangessero o sudassero mai. A volte sembra perfino che ridano a crepapelle, come se l’insalata fosse divertentissima.

Io nel dubbio prendo entrambi i succhi di frutta: quelli bio 100% naturali e quelli con la vitamina C. Uno dei due mi renderà felice, no?

Martino Pinna

Il 31 ottobre si inaugura lo Spazio Converso

CONVERSO – CRONACHE

Venerdì 31 ottobre 2014 ore 18.30

Spazio Converso, via Carteria 104, Modena

Un grande occhio fatto di frammenti di attualità diventa un racconto per immagini della società contemporanea dove chi guarda è a sua volta osservato. Conversomag.com si presenta attraverso una selezione di 240 scatti, tra fotografie e screenshot di video presi dai propri reportage, sui quali Vanessa Rinaldi interverrà aggiungendo dettagli immaginari alla realtà giornalistica.

Converso è un collettivo di fotografi, illustratori, grafici, artisti, videomaker e giornalisti che hanno dato vita a una realtà indipendente che si muove dentro e fuori dal web per creare forme di impulso culturale. Insieme hanno fondato il magazine Converso e nello spazio di via Carteria 104 presenteranno un progetto espositivo che vede la fusione tra arte e giornalismo.

Orari di apertura:
Sabato 1 novembre 10-12; 17-20
Domenica 2 novembre 10-12

Scarica il pdf

 

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Converso, il video

Ercole contro le scritte sui muri

di Anna Ferri

Il Cavalier Ercole Toni è un eroe senza mantello che gira per le strade della città cancellando le scritte sui muri. Tutte le offese, le poesie, le dichiarazioni d’amore o i disegni fatti spariscono dietro un riquadro colorato di una sfumatura molto simile al resto della parete che li circonda. Gira armato di pennello e colore, che tiene in due stanze che danno sulla strada in pieno centro a Modena e che sono piene di piramidi di bidoni di tintura e vernice dove qualcuno ha scritto a mano, con un pennarello indelebile, il nome di una via o di un palazzo. In quelle due stanze ci sono tutti i colori della città.

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Seduto alla sua scrivania il Cavalier Ercole Toni sfoglia album di foto di scritte cancellate: un vero e proprio archivio di scatti fatti da lui e dagli altri volontari dell’associazione Vivere Sicuri prima di prendere il pennello e passarci sopra il colore. Perché, ci spiega Ercole, “la scritta dà il senso di degrado e insicurezza e per questo noi le togliamo”. Tutte? “Tutte. Risparmiamo i murales artistici, anche se a quello di Blu abbiamo fatto mettere le mutande. Per esempio, una sera ho trovato un giovane con una bomboletta in mano nel sottopasso di via Divisione Acqui e gli ho chiesto che cosa stava facendo. Lui mi ha risposto che era morto il suo cane e che voleva fare un disegno per ricordarlo. Io rispetto molto gli animali. Così ho detto: vediamo ma se non mi piace lo cancello. Più tardi sono tornato, non era un’eleganza ma neanche brutto. L’ho lasciato lì”.

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Ercole Toni ha 71 anni, è un uomo alto e ben piazzato con lo sguardo che brilla. Si ricorda ancora la prima scritta che ha cancellato: era il 1997 e l’allora sindaco di sinistra Giuliano Barbolini chiamò la sua associazione per cancellare un’offesa contro il presidente Pertini comparsa nella zona del mercato bestiame. Si trovarono là davanti e fu proprio il sindaco a dare la prima pennellata di un bel rosso brillante. Da allora Ercole Toni è diventato il simbolo delle scritte cancellate, un lavoro che gli è valso il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica: “Il prefetto mi disse che facevo un lavoro utile e unico in Italia”.

Nello stesso anno gli consegnarono anche il premio La Bonissima, lui era in consiglio comunale in quota centro sinistra ma il suo nome venne fatto dal rappresentate di un altro partito. “La sicurezza non è né di destra né di sinistra – spiega – Mi hanno sempre chiamato tutti perché sapevano che io non cancellavo solo le scritte di destra perché sono di sinistra. Le cancello tutte. Perché una città senza scritte è più bella. Gli unici che non mi hanno mai capito sono gli anarchici. Anni fa ho dovuto togliere scritte offensive nei miei confronti e ho ricevuto anche minacce”.

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Cancellare una scritta non è semplicissimo. Bisogna valutare la dimensione, trovare il colore giusto e disegnare un rettangolo sul muro. A questo servono i bidoni di colore che gelosamente vengono conservati in quelle due stanze nel pieno centro di Modena. Ogni palazzo, muro, portico ha la sua particolare tonalità e negli anni sono state tutte archiviate. Poi c’è una cesta con tanti tubi di colore che servono per scurire o schiarire. Quando si trova la tonalità giusta si scrive il nome sul bidoncino e si conserva per la volta successiva. Anche se dopo qualche mese è tutto da rifare, perché il colore si secca ed è inutilizzabile.

Il problema è che ora in molti scrivono sul marmo, che da pulire è molto costoso perché non si può spennellare. Alla fine degli anni Novanta trovarono una scritta di due metri per tre sul cotto che diceva Scricciolo torna da me. Per pulirla spesero 480mila lire. Poi c’è anche chi si vendica della cancellatura facendo un rigo di vernice, come quelli che si fanno con le chiavi sulle auto. Ercole con un tono carico di sdegno lo definisce “puro vandalismo”.

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L’avvento dei social network, muro virtuale dove urlare le proprie idee ed emozioni senza rischiare multe o (quasi mai) denunce, non ha sostituito la necessità di scrivere sui muri veri, quelli di mattoni. Ercole Toni ci racconta che negli ultimi vent’anni le scritte sono aumentate, anche se con temi diversi. Ci sono stati gli anni della politica e delle citazioni, mentre oggi quelli che vanno per la maggiore sono i firmaioli. Li chiama proprio così. Sono quelli che mettono la propria firma – o tag – sui muri delle città per segnare il proprio passaggio, per dire “sono stato qui”. Un po’ come Jean Michel Basquiat con il suo Samo solo che loro sono tantissimi e con molto meno stile.

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In vent’anni di scritte, il Cavalier Toni ne ha viste letteralmente di tutti i colori. Anni fa c’era una “Sonia ladra” ripetute all’infinito dal centro fino a fuori città: “Sono arrivato a San Donino per cancellarla. Ho pensato si trattasse di un fidanzato lasciato o di una donna tradita”. Un’altra volta ne ha trovata una con numero di telefono e lista delle prestazioni sessuali nelle zone frequentate dalle prostitute. Poi ci sono i bestemmiatori e i satanisti: “Una volta qualcuno ha rubato in un cimitero tutti i lumini e li ha portati in un punto con disegnati simboli strani. Li abbiamo cancellati tutti”. Il Cavalier Ercole Toni rimette a posto gli album di foto sul mobile semi nascosto dai barattoli di colore e dice che adesso le date sulle immagini le mettono a mano perché nessuno le stampa più come una volta, quando comparivano nell’angolino in basso a destra ed era più facile archiviarle. Era il tempo in cui sui muri non si vedevano i firmaioli ma scritte come “W il (nuovo) PCI”. Il pennello non ha risparmiato neanche loro ma almeno a Ercole strappavano un sorriso.

Tutte le foto sono dell’archivio dell’Associazione Vivere sicuri.

Quell’uomo di circo amato da Fellini

Il circo Nando Orfei si trovava a Modena quando il suo fondatore se n’è andato all’età di 80 anni, lasciando orfano del suo patriarca il mondo circense italiano. Tre giorni di chiusura per lutto e poi il circo ha ripreso la solita programmazione in ossequio alla legge dello spettacolo, che deve pur sempre continuare.

E lo spettacolo in effetti continua, ma fra difficoltà crescenti e con un’emorragia costante di pubblico, più che dimezzato negli ultimi trent’anni, che accomuna tutti i circhi italiani. Tanto che la direzione di uno dei più importanti, quello di Nando Orfei appunto, per tentare di recuperare ha già annunciato il prossimo ritorno in pista di tigri e leoni, anche se lo stesso fondatore li aveva eliminati dal suo show.

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Federico Fellini volle proprio Nando Orfei per la parte del Pataca, lo zio del protagonista Titta nel film “Amarcord”, un ruolo per cui lo preferì persino ad Alberto Sordi, troppo poco romagnolo per quel personaggio, e prima ancora ne “I Clowns”, girato sotto il tendone della sorella Liana. Ora il circo Orfei torna a sfidare le ire degli animalisti, ritenuti dai circensi una delle cause principali della crisi che li attanaglia: “Il circo in Italia è un malato molto grave – spiega Liana Orfei -. Siamo trattati come dei paria dai comuni, che ci ostacolano in molti modi a differenza di quanto capita all’estero, ma i nostri problemi sono nati soprattutto con gli animalisti, che da anni invitano a boicottarci perché maltratteremmo gli animali”. Bestie feroci ed elefanti sono ancora oggi un’attrazione importante soprattutto per i bambini, che portandosi dietro i genitori sono la risorsa fondamentale dei circhi: “La prima cosa che chiedono i bimbi quando vengono alla cassa è se abbiamo gli animali, e quando gli diciamo di no in molti se ne vanno – racconta Belinda Carroli, acrobata del Nando Orfei, nata dentro un circo da una famiglia di acrobati da sette generazioni -. Da quando li abbiamo tolti la differenza si è vista eccome: sono i bambini che li vogliono, abbiamo provato a far senza ma non ha funzionato. Poi si lavora, certo, ma la differenza si sente”.

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Bestie a parte, i guai dei circhi sono gli stessi di cui soffrono cinema e teatri, amplificati dalla crisi economica di questi anni e con qualche aggravante specifica in più: a cominciare dai permessi e autorizzazioni richiesti dai comuni dove devono piantare i tendoni, puntualmente diversi da paese a paese, da città a città. “Nonostante l’Italia sia la patria del circo, con tre dinastie storiche come gli Orfei, i Togni e i Casartelli del Medrano, con un centinaio di realtà attive, una decina delle quali operano ormai solo all’estero e altre 15 che alternano l’attività nel nostro Paese con quella oltreconfine, il quadro della situazione è avvilente – dice Antonio Buccioni, presidente dell’Ente nazionale circhi -: qui da noi è la stessa dignità culturale del circo a essere negata, cosa che non avviene in Francia, Svizzera e Germania. Basta passare il confine e le amministrazioni ti accolgono a braccia aperte, mentre in Italia deve venire una commissione in ogni piazza a fare il collaudo, secondo procedure diverse da un comune all’altro”.

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E così la vita dei circensi, già dura per conto suo, si complica ulteriormente. “E’ anche vero che in Italia siamo troppi – ammette Liana Orfei -: ci sono 28 circhi Orfei in giro, ma quelli veri sono solo tre, quello di Nando, il mio e quello di Rinaldo. Bisognerebbe fare una selezione”. Soltanto un anno fa Nando Orfei, di fronte ai vuoti impressionanti offerti dalle tribune del suo circo durante uno spettacolo a Cattolica, si era lasciato andare a uno sfogo sconsolato: “Grazie a voi che siete venuti, ma guardatevi attorno: siete pochissimi. Perché ci umiliano così?”, per poi aggiungere: “Io ho lavorato spesso con Fellini e noi del circo siamo artisti veri. Ma nessuno viene più a vederci e non capisco perché. Non possiamo andare avanti così. A chi abbiamo fatto male?”.

“In realtà, una volta era tutto diverso rispetto a oggi e tutto va storicizzato – commenta oggi Buccioni -. Nando, che era molto sensibile e probabilmente rimpiangeva i fasti di un tempo, in quell’occasione mi ha ricordato molto il pianto del proprietario del Nuovo Cinema Paradiso, quando fanno saltare in aria la sala per costruirci un parcheggio…”.

Franco Giubilei

Foto di Isabella Colucci

EXTRA – Quando in tv non si poteva parlare di mutande o lassativi

Salomone Pirata PasticcioneLa tv di oggi è molto diversa da quella dell’epoca di Carosello. Molte parole erano vietate e guai a scherzare sulle glorie italiche.

In questo divertente aneddoto raccontato da Guido De Maria – uno dei più noti carosellari del tempo, come abbiamo visto nel nostro reportage dedicato a Paul Campani e il Carosello – scopriamo come, oltre alla creatività necessaria per inventare personaggi, storie e canzoni che riuscissero a imprimersi nella memoria degli spettatori/consumatori, per lavorare in Rai fosse necessaria anche una notevole dote di adattamento.

“Non si poteva dire mutanda, e guai a parlare di lassativi!” ricorda De Maria, che nel video racconta la genesi di un carosello famosissimo, che subì però varie modifiche e riadattamenti – da Manzoni al Padrino – fino a trovare la sua forma finale in un modo decisamente imprevedibile, soprattutto per quell’epoca. (m.p.)

In copertina: una rielaborazione grafica di una tavola con Stanislao Moulinsky, il nemico di Nick Carter, protagonisti dei fumetti per la tv ideati da Guido De Maria e Bonvi e andati in onda negli anni ’70 nella trasmissione “Gulp! I fumetti in tv” 

 

 

Le sentinelle contro i mutanti

di Martino Pinna

Nel mondo dei fumetti Marvel le sentinelle sono dei robot progettati per distruggere i mutanti. Sono giganteschi, forti, in grado di volare e di emettere raggi laser. In Italia però, recentemente, per sentinelle si intende qualcos’altro: sono i manifestanti che si oppongono alla legge contro l’omofobia distribuendosi nelle piazze a leggere silenziosamente dei libri. E i mutanti? Facile: i diversi, gli omosessuali.

“Io credevo che almeno leggessero la Bibbia” spiega Paolo V. Montanari, regista modenese e fondatore di Komos – Coro Gay di Bologna. “Ma invece no! Ognuno ha in mano un volume qualsiasi: ha fatto ridere tutta Italia la sentinella che leggeva “La dieta Dukan dei 7 giorni”. Magari si smetterebbe di ridere se si riflettesse sul fatto che forse quello era anche l’unico libro che aveva in casa”.

In antitesi alle manifestazioni delle sentinelle Montanari ha ideato l’iniziativa “Voci d’amore”. Si tratterà di una giornata che si svolgerà in più città (per ora Modena e Bologna di sicuro, ma per aggiornamenti seguite la pagina Facebook), in cui chiunque, artisti, cantanti, musicisti, attori, danzatori, medici, fedeli di una religione e semplici cittadini, potranno esprimere la propria visione dell’amore attraverso canzoni, balli, poesie o altre forme di comunicazione. L’amore verso uomini, donne, verso l’arte o verso Dio. L’immagine scelta per la pagina Facebook dell’iniziativa è quella del Chansonnier de Jean de Montchenu, un bellissimo codice miniato del Quattrocento, che contiene poesia, musica e immagini che parlano d’amore, e ha la particolarità di avere la forma di un cuore.

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Chansonnier de Jean de Montchenu, l’immagine scelta come simbolo per “Voci d’amore”

La forma di protesta passivo-aggressiva delle sentinelle ha colpito l’opinione pubblica italiana per la sua modalità originale (perlomeno in Italia: il modello in realtà viene dai Veilleurs debout francesi). C’è chi le ha trovate inquietanti, chi stranamente affascinanti, tanto da colpire perfino gli ambiente più insospettabili, come ci spiega Montanari: “Nel cosiddetto mondo gay ho sentito frasi agghiaccianti tipo ‘guardate come sono composte le sentinelle in piedi, che hanno pure un sito internet fatto con un sacco di soldi. Sono molto meglio dei Gay Pride, così disordinati e carnavaleschi, che danno un’immagine ridicola e controproducente dei gay”.

Nella presentazione del loro sito internet la sentinelle si descrivono così: “Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”.

Di fatto la protesta è legata a un caso ben specifico: Il ddl Scalfarotto, approvato dalla Camera e ora in attesa al Senato, che amplia le precedenti leggi sulle discriminazioni etniche, razziali e religiose, aggiungendo quelle che riguardando atti di omofobia. Un disegno di legge considerato troppo edulcorato da alcune associazioni che combattono per i diritti dei gay, e invece troppo estremo secondo movimenti di ispirazione cattolica come quello delle sentinelle, il cui scopo – scrivono – è denunciare “ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà”.

Modena, manifestazione delle sentinelle del 15 marzo 2014

In questo disegno di legge le sentinelle più moderate vedono un attacco alla libertà di espressione, mentre quelle più paranoiche e visionarie profetizzano il rischio che questa “legislazione omosessualista” (così la chiamano) porti a una regime totalitario di stampo omosessuale. Una visione da fantascienza distopica quasi suggestiva in cui gli eterosessuali sarebbero discriminati da un regime omosessuale totalitario, la “famiglia tradizionale” sparirebbe e la chiesa cattolica probabilmente tornerebbe alle origini del cristianesimo, cioè una piccola setta perseguitata. Un futuro che, almeno per il momento, sembra un po’ lontano dall’odierna realtà italiana.

“Il Parlamento italiano non ha certo bisogno delle sentinelle per evitare di trattare gli omosessuali come esseri umani” dice Montanari. In effetti la prima versione della proposta di legge Scalfarotto era stata criticata proprio da una parte del Pd: 26 parlamentari del Partito Democratico avevano scritto una lettera al quotidiano cattolico l’Avvenire dove esprimevano preoccupazioni del tutto simili a quelle delle sentinelle.

“Da anni la sinistra italiana prende in giro i gay promettendo leggi che non hanno la minima intenzione di fare” continua il regista. “Renzi nel promettere che farà una legge per le coppie gay ha sentito infatti il bisogno di aggiungere: ‘non è una battuta!’. Se le sentinelle volessero veramente difendere la cosiddetta famiglia tradizionale, a rigor di logica dovrebbero tutt’al più protestare contro il divorzio, che al momento è – per forza di cose – anch’esso riservato ai soli eterosessuali. Ma non si vede proprio come le coppie eterosessuali possano essere minacciata dai diritti delle coppie omosessuali. Forse le sentinelle pensano che, avendone la possibilità, tutti gli uomini sposerebbero altri uomini e le donne altre donne e che nessuno sarebbe più eterosessuale? Mi sembra un’idea veramente estrema”.

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“Voci d’amore” vuole opporre a quello che l’organizzatore chiama “il grigiore anonimo dell’odio” qualcosa che invece riguardi la fantasia, l’impegno, l’amore, perché “odiare è facile, amare richiede impegno” spiega l’organizzatore do “Voci d’amore”.

“L’odio si basa sull’ignoranza e sulla paura. Quando a 5 anni ho visto per la prima volta un bambino africano sono corso a nascondermi sotto un tavolo” racconta Montanari. “Poi una bambina mi ha spiegato che era un bambino come me e sono uscito da sotto il tavolo. L’amore è un processo di conoscenza e quindi richiede una disponibilità a uscire dal proprio guscio ed un’applicazione continua. Già è difficile amare i singoli esseri umani. L’amore per l’umanità, poi, che per me è il vero amore, è ancora più difficile”.

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Di fronte a fenomeni come quelli delle sentinelle, la voglia, nel mondo degli attivisti per i diritti degli omosessuali. ma non solo, è quella di reagire di pancia, e in questi casi anche contro-manifestazioni pacifiche possono arrivare a momenti di tensione, come è successo a Bologna, dove ci sono stati scontri tra chi manifestava contro le sentinelle e la polizia. Montanari non è d’accordo. “E’ facile mandare a quel paese l’amore per l’umanità e mettersi a tirare oggetti contundenti” spiega. “Invece bisogna fare appello alle proprie forze e andare in piazza a parlare d’amore”.

Si potrebbe pensare che l’Italia sia un paese profondamente omofobo. E’ così?

“No, Io penso che non sia così” continua Montanari. “Bisogna però dare modo alla società civilizzata di esprimersi. E penso che il modo migliore per dimenticare l’immagine uggiosa di questi zombie muti sia di organizzare un evento che unisca in modo creativo tutte le componenti della società. Non solo la comunità gay, spesso ancora un po’ chiusa.”

La provocazione satirica del "nazista dell'Illinois" durante la manifestazione di Bergamo.
La provocazione satirica del “nazista dell’Illinois” durante la manifestazione di Bergamo.

Pur dichiarandosi apartitici e aconfessionali, il background culturale delle sentinelle è abbastanza chiaro a tutti. Si può capire dai libri che leggono: Dieta Dukan a parte, sono spesso libri che esaltano i valori tradizionali cattolici, e uno dei più letti è quello di Mario Adinolfi, esponente del Pd. Ma che non sia un movimento del tutto “aconfessionale” si può intuire anche dal fatto che il marchio delle sentinelle è registrato da una società in cui collabora il reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, l’associazione cattolica il cui scopo è quello di costruire una società “a misura d’uomo e secondo il piano di Dio”. Alleanza cattolica è contro l’omosessualità, l’aborto, i contraccettivi e il divorzio, ed è considerata vicina a partiti politici di destra (nel 2009 ad esempio ha sostenuto Roberto Cota della Lega Nord).

“Non si deve affatto credere che religione o cristianesimo siano sinonimi di omofobia” precisa Montanari. “Ci sono chiese, come l’unione delle chiese metodiste e valdesi, che non condannano assolutamente l’omosessualità e anche all’interno della stessa chiesa cattolica le opinioni sono molto più variegate di quanto i mass media non vogliano farci credere. Le sentinelle non sono poi nemmeno un’espressione della chiesa cattolica. Anzi, sono dei mezzi lefebvriani che criticano il “lassismo” della chiesa cattolica post-conciliare e che hanno ben poca simpatia per Bergoglio. In Voci d’amore ci sarà comunque anche spazio per atei e agnostici.”

“Voci d’amore” è aperta a tutti e si svolgerà il 18 ottobre in piazzetta Redecocca a Modena. Altre iniziative sono previste a Bologna e Trieste, ma sono in corso altre adesioni in altre città. Per info seguite la pagina Facebook della manifestazione.

Martino Pinna

Foto di Davide Mantovani

La città è nuda

“Per chi si prostituisce, il cliente non è che l’altra parte di una transazione e quello che si vende non è il proprio corpo – quello è lo strumento di lavoro – ma un servizio. Il cliente che non paga o maltratta non è nemmeno considerato tale, è un criminale; allo stesso modo il “cliente salvatore” o, peggio, quello che si innamora, è un problema. Per chi lavora nel mercato del sesso il cliente è uno solo, quello che paga l’accesso a una relazione professionale: ci sono quelli squallidi e quelli con cui ci si trova bene, come in tutti i mestieri”.

A ribaltare i luoghi comuni coi quali siamo abituati a considerare il “mestiere più antico del mondo”, ci ha pensato il documentarista e antropologo Nicola Mai col suo docu-film “Normal”. 48 minuti per raccontare sei storie, sei sfaccettature di uno stesso controverso spaccato di vita: donne vittime di tratta, costrette a prostituirsi con la violenza e con l’inganno e altre che invece scelgono di farlo in proprio, per soldi. Giovani uomini etero che per mestiere vendono sesso “ai froci”, ma fanno solo “gli attivi”. Papponi: quelli che trattano bene la loro “socia”, onde evitare che li metta nei guai in futuro, e quelli che invece reclutano studentesse da avviare a tradimento nel giro della prostituzione. Transgender richiestissimi sul mercato del sesso, che con “l’uccello” ci mantengono i genitori anziani.

“Ho raccolto le testimonianze di persone che vivono sulla propria pelle la realtà della prostituzione – spiega l’autore – per raccontare questo mondo nella sua complessità, con le sue contraddizioni e al di là dei luoghi comuni. Quando si trattano certi argomenti – continua – si entra in un campo minato: la condanna sociale nei confronti della prostituzione è un marchio devastante, quasi peggio dell’omofobia. La persona si vergogna e la telecamera è come un faro accecante. Da qui la necessità di ricorrere alla fiction: le testimonianze raccolte nel film sono interpretate da attori, per proteggere l’identità dei protagonisti, ma anche per mantenere una posizione critica di distacco emotivo”.

Dopo Londra, Copenhagen e New York, “Normal” è arrivato anche a Modena, proiettato in una delle “zone calde” della città, quella del Tempio, in cui sempre di più i residenti protestano alla vista di prostitute in strada e chiedono sdegnati l’intervento delle autorità. E “normalizzare” il fenomeno risulta un concetto indigesto alla platea. Perché accettare la messa in discussione della propria ben radicata idea della prostituzione come piaga sociale su cui intervenire lancia in resta, per salvare donne e uomini automaticamente “vittime di abusi”, sarebbe una rivoluzione copernicana. Un mettere a nudo delle convinzioni talmente radicate da essere parte integrante dell’identità personale. Dei singoli e di un’intera città, a Modena come altrove.

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Mai, che vive a Londra da 17 anni ma è nato a Modena, non si stupisce: “Un documentario si può fare in tanti modi, dipende da chi te lo commissiona: ci sono i militanti pro sex work che lottano per i diritti della categoria, le ONG che vogliono sensibilizzare e i governi che vogliono spendere il tema per fare campagna elettorale. Questa non è né una storia di ‘puttane felici, né un dramma ideologico, ma un tentativo onesto di raccontare un pezzo di realtà per quello che è, dando voce a chi lo vive sulla propria pelle”.

Intanto “non è vero che tutte le persone che si prostituiscono sono costrette – spiega Mai –, anzi, la maggior parte lo fa per scelta”. L’85% sono migranti: arrivano in cerca di quel benessere materiale che si vede alla tv, nella pubblicità, e trovando una realtà radicalmente diversa. Vedono nella prostituzione una chance. Alcuni lo fanno per avere soldi facili, altri per sfamare la famiglia; le motivazioni sono completamente diverse, ma sempre di scelta si tratta. Molte prostitute sono in un giro di sfruttamento: hanno un pappone con cui spartiscono i ricavi al 50% in cambio di protezione; è un contratto di reciproca collaborazione.

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“Il fatto è – osserva – che viviamo in un mondo in cui la vita è mercificata, sotto tutti i punti di vista. Siamo tutti fragili e sfruttati. La prostituzione è legata al diritto del lavoro e all’immigrazione, che sono temi caldi per la politica; in questo contesto la retorica della tratta ha una grande risonanza e si presta molto facilmente a strumentalizzazioni, perché serve a farci notare che c’è comunque qualcuno più sfruttato di noi”.

Cosa fare dunque della prostituzione? Nonostante si tratti del ‘mestiere più vecchio del mondo’, c’è chi pensa di poterlo eliminare attraverso politiche di proibizionismo, come sta accadendo in Francia e in Svezia: le prostitute vengono viste come vittime da salvare e gli interventi passano per la criminalizzazione dei clienti. “Visto che a cercare sesso a pagamento sono quasi esclusivamente gli uomini – spiega Mai – la causa del problema viene individuata nella sessualità maschile, predatoria e patriarcale. Di principio sarebbe giusto cambiare questo approccio – che incide in tutti i settori della società, non solo nella prostituzione – ma nella pratica l’unico risultato è che le prostitute sono esposte a molti più rischi: il tutto avviene comunque, ma in modo più nascosto e di conseguenza pericoloso”.

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Anche la regolamentazione, a quanto pare, non è la risposta: “basta guardare a quello che è avvenuto in Olanda e in Inghilterra, in cui queste politiche non hanno fatto altro che rendere ancora più dura la segmentazione sociale. Considerando che l’85% delle persone che battono in strada sono immigrati clandestini, un intervento di questo tipo rischia di tradursi in un modo per prenderli e mandarli tutti a casa. L’unica cosa da fare – continua Mai – sarebbe chiedere il parere delle prostitute. E quello che dicono, quando glielo si chiede, è ‘niente’, semplicemente decriminalizzare la prostituzione, perché qualunque legge o provvedimento o lotta al fenomeno finisce inevitabilmente per criminalizzare le prostitute e aggravare la loro situazione”.

Eva Ferri

Foto di Davide Mantovani

Il presepe di Raffaele

I favolosi plastici di Raffaele, riproduzioni fedeli delle Feste dell’Unità. Una grande piccola storia di Converso.

di Davide Lombardi e Martino Pinna

La prima l’ha fatta quando aveva nove anni. Era il 2000. Una riproduzione in scala, realizzata con colla, forbici e cartoncini colorati, della festa dell’Unità di Modena. Quattordici anni dopo Raffaele ha appena finito di smontare la quattordicesima versione della sua personale festa dell’Unità. “La faccio ogni anno, non so perché, non c’è un motivo razionale” spiega. “La faccio e basta”.

È una struttura di 2 metri per 2 metri e mezzo che Raffaele ogni anno cambia e perfeziona. La base è permanente e non la smonta mai del tutto: “Resta in una tavernetta che a casa usiamo poco”. Poi quando arriva l’estate, riprende in mano carta, forbici e colla e si mette a ricostruirla riproducendo gli spazi, i cartelli, le scritte, i ristoranti: un plastico del tutto identico alla festa reale che si svolge ogni anno dal 27 agosto al 22 settembre a Ponte Alto. Una delle più grandi d’Italia.

“Ho iniziato da bambino, mi piaceva molto il mondo della festa. C’era un’atmosfera allegra, colorata. Mi ricordo i colori, i pannelli tematici che contornavano la festa come fosse un fortino, un’area circoscritta. Era come entrare in un’altra realtà. Così ho iniziato a riprodurla in casa, con la carta. Poi è diventata come una tradizione.”

È come fare il presepe?

Ride: “Sì, è come fare il presepe. La monto prima dell’inizio della festa, rimane aperta per tutta la durata della festa e quando arriva l’epifania, il 22 settembre, la smonto e la metto a posto”. Domanda obbligatoria: ma la festa non è sempre uguale? “Più o meno sì, infatti quest’anno mi sono stufato e l’ho fatta un po’ diversa. Ho aggiunto delle strutture che non sono mai state realizzate, per esempio la terrazza sul lago. Mi sono basato sui miei studi sulle feste passate, quelle degli anni 80/90”.

Un dettaglio della riproduzione della festa dell’Unità di Modena realizzata da Raffaele Caterino

Quella per Raffaele resta l’epoca d’oro. Lui oggi ha 23 anni (è nato nel 1991), è uno studente e un militante del PD, ma si definisce uno della vecchia guardia. “Un comunista del PCI anni ’80, né prima né dopo”. Non prima perché “era un partito ancora combattuto tra la fedeltà all’Urss, l’antico spirito rivoluzionario, e una società che stava cambiando e che non avrebbe potuto più essere né comunista né rivoluzionaria, e non dopo perché il PCI semplicemente non è più esistito”.

I suoi riferimenti sono Nilde Iotti, Togliatti, Berlinguer ma anche Massimo D’Alema, “che leggo e ascolto sempre volentieri”. Ha amato la Divina Commedia, ma legge soprattutto saggi storici. Ha una grande stima per Pierluigi Bersani e non nasconde la delusione per un partito renzizzato oltre i limiti per lui accettabili: “Per quest’anno ho rinnovato la tessera. L’anno prossimo non so”. Se il partito di Renzi cambia verso a seconda di quello che decide il capo, lui resta fedele alla linea, quella del “PCI anni ’80 appunto, né prima né dopo”.

Negli anni, tra cambi di nome – festa democratica, festa del Pd – la Festa, quella con la effe maiuscola, ha perso un po’ della sua identità. Oggi, diciamo la verità, si va soprattutto per mangiare, bere e magari godersi qualche concerto. Ai tempi d’oro a sentire Berlinguer c’erano 700mila persone. Ora le file più lunghe sono quelle per il panino con la porchetta. E più del liscio vanno i balli latino-americani.

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Proprio all’evoluzione della festa dell’Unità Raffaele ha dedicato la sua tesi di laurea. Titolo: “Feste dell’Unità a Modena, cambiamenti e tradizioni socio-politiche dal 1983 al 2007”. Anno, guarda caso, in cui è nato il Partito Democratico. La sua tesi s’interrompe lì, quasi a certificare una cesura personale, prima ancora che storica, tra il passato e quel suo sentire da “comunista anni ’80, né prima né dopo” e il presente targato Dem.

“Negli anni ’80 e ’90 le feste erano progettate da un architetto” spiega. “L’impianto era pensato secondo precise indicazioni tematiche variate di anno in anno e doveva declinare nella struttura questo tema, sviscerato in ogni cosa: dalle mostre, dalle presentazioni di libri, dalle iniziative politiche, perfino lo spazio bambini era tutto nell’ottica del tema. Vedevi fisicamente l’idea della festa”.

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Festa dell’Unità di Modena, Ponte Alto, 1990

Oggi è molto diverso. “Si è perso questa progettualità, si pensa solo alla fruibilità della festa, a discorsi economici, tenere le stesse strutture nello stesso modo senza doverle montare e rimontare”. Per questo motivo da quest’anno ha iniziato a cambiare il suo diorama, virando da un modello di rappresentazione fedele all’originale a uno a metà tra il sogno e il ricordo, riproducendo sensazioni e ricordi dell’infanzia, alla ricerca del tempo perduto: “Negli archivi ho trovato le fotografie delle feste che ricordavo da bambino, quelle degli anni ’90. A colpirmi erano soprattutto le grandi scenografie”.

Non potendo realizzarle nella realtà, Raffaele ha cominciato a realizzarle nel suo plastico. “Guardando le foto ho scoperto che le cose non erano così grandi come le ricordavo… Ma c’erano questi grandi pannelli, un grande sole, una quercia gigantesca di cui io al tempo non sapevo il significato, ma mi piaceva”.

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Raffaele con la sua compagna Francesca

Le sue ricerche però non si limitano ad archivi e biblioteche. Porta avanti anche quella che in campo antropologico si chiamerebbe ricerca sul campo: è sempre presente alla festa, sia prima, durante l’allestimento – la sua parte preferita – sia dopo, cercando di essere presente tutte le sere con la sua compagna di vita Francesca. Insieme passeggiano, mangiano, parlano con gli amici, comprano libri, vivono l’atmosfera che amano e che aspettano tutto l’anno.

Ma la realtà nel frattempo prende un’altra direzione.

Quella che ha preso il partito forse a Raffaele piacerà sempre meno, e chissà se l’anno prossimo rinnoverà la tessera. Ma la festa, quella continuerà ad esistere e lui continuerà ad amarla. E se il mondo reale, quello dove Renzi è il nuovo che avanza e Bersani è minoranza, non c’è proprio modo di cambiarlo, lui può continuare a perfezionare l’altra realtà. Quel fortino di carta modello dei suoi ricordi d’infanzia, che forse diventerà sempre più personale e sempre meno fedele all’originale, fino ad arrivare alla perfezione del ricordo: quei favolosi anni 80 che ha mancato solo per qualche anno. Perché non c’è ricordo più intenso di quello che non si è mai vissuto.

Martino Pinna, Davide Lombardi

Le api muoiono a milioni. Uomini ape e api robot le sostituiranno

Stanno morendo in tutto il mondo con un’escalation impressionante. Le cause? Diverse: da un parassita che non si riesce a debellare ai pesticidi che infestano le colture. E come al solito siamo in ritardo nella cura – e soprattutto nella prevenzione – del fenomeno. Qualcuno parla già di rischio di estinzione per un insetto come l’ape, fondamentale per l’intero ecosistema. E spuntano soluzioni surreali: dalle api robotiche create dall’Università di Harvard agli uomini ape che in Cina impollinano a mano fiore per fiore.

Vagolando nel paesaggio bucolico delle colline reggiane dove vive e lavora Tiziana Sarti, apicoltrice, le sue api producono un miele davvero spettacolare che Tiziana, insieme alla collega e amica Stefania Bassoli, vende poi in vari mercatini in giro per l’Emilia-Romagna. La definisce “una passione travolgente” prima che un lavoro. Un innamoramento nato per caso una decina d’anni fa che ha progressivamente portato Tiziana a mettere al centro della propria vita le sue “80 mila amiche” (per arnia).

Tiziana e Stefania, come tutti gli apicoltori, hanno un enorme problema che si chiama Varroa destructor. Un acaro parassita che si attacca al corpo dell’ape adulta o delle larve, succhiandone l’emolinfa, il tessuto fluido che negli insetti svolge funzioni analoghe a quello del sangue per i vertebrati, provocandone la morte o – nel caso delle larve – delle gravi malformazioni che si manifestano poi alla nascita. Risultato, ancora, la morte: un’ape improduttiva viene espulsa dall’alveare nel giro di un paio di giorni al massimo. L’anno scorso, per le due apicoltrici è stata la disperazione. A ottobre aprendo le loro novanta arnie ne hanno trovate almeno quaranta infestate, con le api morte o malate a centinaia di migliaia. “Ho vissuto una settimana di lutto” ricorda oggi Stefania, sperando che quest’anno non si ripeta la strage.

Api infestate dalla Varroa. Fonte immagine: BugMan50 via photopin cc

La Varroa arriva dall’Asia, ospite indesiderata dell’Apis cerana o ape asiatica. Negli anni ’40 il parassita ha avuto la possibilità di incontrare l’Apis mellifera, l’ape europea, incrociata dall’uomo con la cerana per scopi produttivi. Da lì in poi è stato un rapido girovagare della Varroa in giro per il pianeta. In Italia è presente dal 1981. Oggi è diffusa in tutto il mondo, ad eccezione dell’Australia, e dovunque causa danni spesso irreparabili.

Per combatterla, le due apicoltrici usano solo metodi naturali posizionando all’interno dell’arnia tamponi di oli essenziali di timolo, canfora e mentolo o acido salico. Forse insufficienti a debellare la Varroa (del resto non ci si riesce nemmeno utilizzando agenti chimici sintetici), ma almeno privi di controindicazioni.

Già, perché per quanto infestante e dannosa, la Varroa non è l’unico nemico delle api. C’è anche di peggio. L’inquinamento ambientale e soprattutto i pesticidi utilizzati in agricoltura, i cosiddetti neonicotinoidi in particolare: insetticidi derivati dalla pianta del tabacco altamente tossici e, a quanto pare, dannosissimi proprio per le api, tanto che l’Unione europea ne ha vietato l’uso per due anni a partire dal 2013. Questa serie di concause ha portato all’attuale moria del prezioso insetto (qualcuno ventila addirittura il rischio di estinzione), indispensabile per l’intero ecosistema in quanto, attraverso l’impollinazione, garantisce la riproduzione di centinaia di specie vegetali.

Fonte immagine: left-hand via photopin cc
Fonte immagine: left-hand via photopin cc

In Europa gli alveari sono diminuiti di circa il 50 per cento e, secondo uno studio pubblicato nel gennaio scorso, mancano ben tredici milioni di colonie di api per impollinare le colture. In Italia si parla di una diminuzione della popolazione con percentuali tra il 20 e il 30 per cento. In Giappone del 25 per cento e del 30 negli Stati Uniti. Nell’Unione si sta cercando combattere la moria e sono centinaia i progetti di ricerca sulla salute delle api presentati, tanto che l’Efsa – l’Autorità per la sicurezza alimentare nell’Ue – si è sentita in dovere nell’aprile scorso di lanciare un appello per un “maggiore coordinamento degli sforzi”. Un segnale non precisamente incoraggiante circa lo stato di salute delle ricerche. L’ultimo intervento Ue è di poche settimane fa: sono stati introdotti significativi incentivi per mettere a punto farmaci specifici per quelle specie che ne sono privi, in primo luogo proprio le api. In pratica, si combattono le controindicazioni della chimica con la chimica.

Negli Stati Uniti, dove i neonicotinoidi non sono vietati, Obama ha creato nel giugno scorso la ‘Pollinator Health Task Force’ composta dai rappresentanti di ben 15 ministeri, compresi il Dipartimento di Stato e della Difesa, col compito di studiare l’impatto delle sostanza chimiche in agricoltura, sensibilizzare il popolo americano e creare partnership tra pubblico e privato per individuare strumenti per contrastare la strage di api. Ha inoltre proposto al Congresso di inserire nel bilancio 2015 cinquanta milioni di dollari per combattere il fenomeno. Dal canto suo, Michelle Obama ha creato nell’aprile scorso un “Pollinator Garden” nel parco della Casa Bianca “per sostenere api e farfalle”. Iniziativa pop di sensibilizzazione che però non ha impedito pesanti critiche al marito: vanno bene le task force e i giardini d’impollinazione ma, intanto, vietare certi pesticidi avrebbe prodotto sicuramente effetti più concreti.

Fonte immagine: texas Butterfly
Fonte immagine: Texas Butterfly

In compenso negli Usa ci si sta già attrezzando in vista di un possibile, anche se non certo auspicabile, futuro senza api. L’Università di Harvard, grazie a un contributo di 10 milioni di dollari, ha già realizzato il prototipo di un’ape robotica in grado di sostuire le api vere per svolgere l’indispensabile funzione dell’impollinazione. Forse – sia detto con amara ironia – ad Harvard devono lavorare ancora un po’ sul look.

In Cina invece, dove quel che non manca sono gli esseri umani e dove il problema è gravissimo almeno dagli anni ’90, si è pensato di risolvere altrimenti, come racconta un servizio di Le Monde che ha fatto il giro della rete. Il reportage è da Nanxin, una zona di montagna intorno ai 1500 metri, abitata da circa 50 mila persone nella regione dello Sichuan. Vista l’assenza di api da circa venticinque anni, a primavera, i contadini acrobati di Nanxin salgono sui meli della zona e impollinano manualmente fiore per fiore. I più esperti arrivano a impollinare un’intera pianta in mezz’ora. Veri e propri uomini ape. Chissà, forse in futuro, perfino le nostre “api” parleranno cinese.

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: Datamanager.

Tutti crazy for pasta

Mai provato ad aggiungere un bel po’ di pezzi di pollo alla pasta al pesto? E’ il condimento inusuale che si sono inventati Laura e Andrea per andare incontro ai gusti degli inglesi, dopo aver aperto una loro attività di produzione di pasta fresca in un famoso mercato di Londra. I due ragazzi hanno vent’anni e hanno deciso di provarci lontano dall’Italia. Perché, dicono, in Inghilterra mettersi in proprio è decisamente più facile. God save the Queen.

Sono inglesi, dunque tutti pazzi per la pasta (più o meno). Devono aver scommesso sulla storica attrazione nordica per l’Italia e il suo cibo, Andrea e Laura – lui ventiquattrenne, lei appena ventenne, entrambi romani – quando nel febbraio scorso hanno aperto a Camden Town, zona a nord di Londra famosa per l’affollatissimo mercato e per l’alta densità di popolazione studentesca residente, la loro bancarella dal nome inequivocabile: ‘Crazy for pasta‘. Handmade pasta, naturalmente, pasta fatta a mano che preparano lì, al momento. Poi la cuociono, la condiscono, e la vendono ai clienti a sei sterline al piatto.

I menù sono vari: nella fase di apertura hanno sperimentato e cambiato molto, ora invece hanno un menù più o meno fisso di cinque o sei piatti. Per le sperimentazioni c’è il “piatto della settimana” che cambia ogni volta. Se poi funziona, via, approved! Rispetto ai classici condimenti della cucina italiana, qualcosa hanno dovuto modificare e adattare al palato inglese: per esempio nella pasta con il pesto hanno aggiunto il pollo, ovviamente molto apprezzato Oltremanica. Vanno forte i piatti vegetariani/vegani perché Londra è la prima città vegetariana/vegan d’Europa. Tutti i prodotti arrivano dall’Italia – garantisce Andrea – farina, pomodoro, olio, uova. Sì, anche le uova perché qui in Inghilterra o sono troppo grigie o troppo gialle” giura.

Il 40% circa della clientela che si affolla intorno al banco dei due ragazzi romani è inglese. Impiegati negli uffici della zona o residenti che piuttosto che mettersi a cucinare in casa propria, preferiscono uscire a farsi un piatto di ottima pasta all’uovo. Il rimanente, italiani e spagnoli. ‘Crazy for pasta’ è aperto 7 giorni su 7, anche con la pioggia. Anche la domenica, perché il giro è comunque buono. Secondo Andrea “gli inglesi non amano molto spignattare in cucina” perciò la sua bancarella funziona come una sirena acchiappa naufraghi dei fornelli.

“All’inizio è stata dura, naturalmente – racconta lui – i primi tre mesi tra le spese iniziali e il freddo che faceva sì che ci fossero poche persone, ho dovuto fare tre lavori per vivere: il mercato con ‘Crazy for pasta’, commesso in negozio di moda il sabato e la domenica, cameriere la sera. Questo perché i banchi appena nati non possono lavorare anche il sabato e la domenica. Ora invece io e Laura riusciamo a vivere solo della nostra pasta all’uovo. Con noi adesso c’è anche mia cugina. Tutti italiani naturalmente: in questo modo il nostro prodotto è davvero credibile e totalmente Made in Italy. Per il futuro abbiamo intenzione di aprire altri quattro banchi e un negozio. Intanto, abbiamo registrato il marchio ‘Crazy for pasta’, poi si vedrà”.

Crazy for pasta

La storia di Laura e Andrea è un po’ diversa dai tantissimi giovani disoccupati d’Italia (si va verso la percentuale monstre del 45%) che fuggono da un Paese sfiduciato e apparentemente senza prospettive. Un vero e proprio esodo, scrive La Stampa: gli emigranti italiani sono il doppio degli stranieri che arrivano, 93 mila nel 2013. E sono solo i numeri “ufficiali”, il dato reale è sicuramente molto più alto. Sia Andrea che Laura avevano un lavoro con assunzione a tempo indeterminato. Entrambi come commessi, lui in un negozio di una catena di accessori per abbigliamento, lei in una bigiotteria.

“Ma volevo andarmene – continua Andrea – perché in Italia non c’è futuro. Soprattutto se hai voglia di avere qualcosa di tuo. Lasciare il lavoro non è stato difficile, anche se né i miei genitori né quelli di Laura erano contenti perché lasciavamo dei posti sicuri per la precarietà, ma noi eravamo assolutamente convinti di voler fare questa scelta. Prima di aprire ‘Crazy for pasta’ siamo stati a Londra sette volte per valutare quale fosse la zona migliore. Abbiamo girato vari mercati. Alla fine abbiamo optato per Camden Town perché mancava un banco dove si prepara pasta e c’è un giro turistico elevato”.

Dopo aver ottenuto l’ok del mercato e del Comune hanno potuto cominciare con la loro attività. Contrariamente a quanto accade in Italia dove anche per respirare occorre destreggiarsi tra i meandri di una burocrazia bizantina, i  tempi sono molto rapidi: in pochi giorni dalla richiesta si ha l’approvazione e si apre. “Si presenta un progetto e se il progetto è buono si ha l’ok. Condizione primaria: deve essere unico e non fare concorrenza ad altre attività già presenti in zona” dice Andrea. “Un mio amico ha provato ad aprire un banco di cannelloni qui a Camden Town. Ma i cannelloni, anche se diversi dalla pasta, sono un prodotto simile, quindi è stato scartato. Dal punto di vista burocratico in mezza giornata si riesce ad avere tutto: io mi sono alzato la mattina e la sera avevo un conto in banca e tutto il necessario per aprire. Anche quando ero a Roma volevo avere una cosa mia, un pub o roba simile, ma da noi burocrazia e tasse ti uccidono. Così ci ho rinunciato”.

Almeno per il momento, Laura e Andrea non si sognano nemmeno di tornare in Italia. “Mi piace la Germania – racconta sempre Andrea – e il mio futuro lo vedo lì. C’è solo il problema della lingua. Magari quando avrò 40 o 50 anni emigrerò un’altra volta, ma per i prossimi vent’anni voglio stare a Londra”.

Testo di Antonio Tomeo e Davide Lombardi

Foto di Antonio Tomeo

 

Conversioni in atto

Converso nasceva esattamente l’ottobre di un anno fa. Era una sera tiepida e un gruppo di giornalisti, fotografi e videomaker si incontrarono in un bar della nostra città, Modena, per creare un nuovo giornale, puntando sul web e sulle persone. Ci vollero poi mesi per dare vita a conversomag.com e il primo marzo 2014 festeggiammo il debutto online con una grande festa. Da quel giorno sono passati sette mesi nei quali ci siamo impegnati a cercare storie che potessero essere di spunto per riflessioni più ampie, partendo da Modena per raccontare la provincia italiana come specchio del Paese. Non abbiamo avuto paura di osare e di sperimentarci e abbiamo lavorato duramente per uscire con un nuovo reportage ogni lunedì, dove foto, video e testo raccontano tre pezzi diversi della stessa storia.

Oggi, dopo sette mesi di pubblicazioni, abbiamo davanti due nuove sfide importanti e per questo abbiamo deciso di fare un restyling a Converso, che si trasforma da magazine a quotidiano. I reportage, come li avete conosciuti fino ad ora, diventeranno un approfondimento mensile e ogni giorno troverete un articolo o un video o un racconto fotografico che, sempre partendo dalle storie delle persone, cercherà di analizzare i cambiamenti di questa complessa società in cui viviamo. Per fare questo, oltre ad aver allargato la redazione, abbiamo anche rinnovato la grafica del sito per creare un giornale che sia sempre più fruibile e bello.

Parlavamo di due nuove sfide. La prima è la creazione dell’associazione di promozione sociale Converso, che sarà editore dell’omonima testata e ci permetterà così di autofinanziarci. Questo perché, lo ricordiamo, conversomag.com sopravvive grazie al lavoro dei giornalisti, dei videomaker e dei fotografi e alle donazioni che possono essere fatte via web. Da oggi chi ci segue potrà decidere di associarsi a Converso e contribuire in questo modo al nostro progetto.

Perché? Il motivo è semplice: sin da quella prima riunione in un bar del centro storico abbiamo deciso che il nostro sarebbe stato un giornale libero e questo significa che non ci sarà pubblicità e non ci saranno editori che decideranno al nostro posto di cosa parlare e come farlo. Questo rende più difficile la sostenibilità economica di conversomag.com e proprio per questo abbiamo bisogno della vostra collaborazione.

La seconda sfida è quella di creare un giornale che non sia solo qualcosa che si legge o si guarda, ma anche un luogo reale di analisi e approfondimento collettivo. Grazie allo spazio vinto con un bando del Comune ora possiamo farlo. Nello spazio Converso di via Carteria 104, a Modena – dal 31 ottobre – organizzeremo incontri e dibattiti sui temi presentati da conversomag.com e insieme, grazie a un collettivo allargato ad alcuni artisti, una rassegna di mostre dove giornalismo e arte si fonderanno insieme. Qui troverete anche la redazione al lavoro, se avrete voglia di incontrarci.

Anna Ferri

Dirty Games

Voglia di novità, desiderio di trasgressione, fuga dalla monotonia o scoperta di sé: sono svariati i motivi che spingono coppie giovani, consolidate oppure occasionali, a cercare esperienze forti come lo scambio del partner, la partecipazione all’ ‘amore di gruppo’ o le pratiche BDSM, che vanno da bondage e disciplina a dominazione e sottomissione, fino a sadismo e masochismo. Un viaggio nel mondo delle perversioni sessuali, per capire perché si decide di percorrere questa strada, ma anche alla scoperta di sex toys meno estremi, da usare soli o in compagnia.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Lombardi, Erika Martini, Mattia Santini

Leggi tutto “Dirty Games”

BDSM, minimo comune dominatore

Vite da appassionati di BDSM, bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo. Insomma, il sesso vissuto come pratica a volte estrema. Come un gioco in cui l’atto sessuale vero e proprio è solo la conclusione di un lungo roleplay preliminare dove, accanto all’eccitazione dei sensi, si sperimentano violente emozioni che hanno più a che fare con la psiche (di ciascuno di noi). Leggi il reportage: Dirty games.

Il progetto di Converso in Via Carteria

Siamo un collettivo di fotografi, illustratori, grafici, artisti, videomaker e giornalisti che hanno dato vita al progetto Converso, una realtà indipendente che si muove dentro e fuori dal web per creare forme di impulso culturale. Insieme abbiamo fondato il web magazine conversomag.com e curato eventi culturali e artistici.

In un momento di grande cambiamento nel modo di comunicare ed esprimersi, Converso si immerge nella realtà in cui viviamo, per ritrarla in modo approfondito realizzando articoli, reportage, fotografie e video partendo dalla storia delle persone. Consideriamo Modena, e più in generale la provincia italiana, come “punto zero” per raccontare il mondo e una società in continuo cambiamento. A questi vogliamo aggiungere illustrazione, grafica, disegno e pittura in un percorso di contaminazione tra arte e informazione.

Converso non è solo una realtà on line. Per creare un circuito espressivo fertile e all’avanguardia è necessario costruire un collegamento sinergico tra quelle che ormai sono le due dimensioni primarie della comunicazione: fisica e digitale. Lo scambio di idee e la fusione delle discipline artistiche si declinano in una serie di eventi culturali in cui Converso si propone come curatore e artista, organizzando occasioni in cui diverse forme d’arte possano interagire, in una comune esperienza di ricerca, per far nascere nuove sintesi espressive che siano di stimolo per la comunità.

Che cosa sarà lo spazio Converso:

L’obiettivo è costruire uno spazio identitario, radicato, che possa essere un punto di riferimento per tutti coloro che desiderano condividere un’esperienza di ricerca tra giornalismo, approfondimento, cultura e arte. Cercheremo di offrire agli artisti modenesi un luogo, vivo e aperto, dove incontrarsi, confrontarsi e intrecciare i propri percorsi per crescere, attraverso la realizzazione di collaborazioni o il semplice scambio di idee ed esperienze. Tutti i progetti realizzati verranno raccontati su conversomag.com per valorizzarli e promuoverli anche fuori dal territorio.

Lavoreremo per fare rete con gallerie e istituzioni per sviluppare insieme idee rivolte alla città per offrire una programmazione culturale innovativa ed efficace: mostre d’arte, dibattiti, presentazione di reportage, installazioni video, happening. Infine, apriremo il nostro spazio alla città offrendo a chi è interessato la possibilità di avvicinarsi al mondo dell’arte, del giornalismo, della fotografia e del videomaking e di sperimentare la propria creatività attraverso la partecipazione a laboratori e workshop.

Quali mostre troverete:

Il progetto espositivo segue due strade parallele: una volta al mese verrà allestita una mostra su uno dei temi sviluppati da conversomag.com con esposizione di fotografie e installazioni video. L’inaugurazione sarà anche occasione di dibattito con la presentazione del lavoro, degli autori e la partecipazione di ospiti.
Il secondo progetto invece ci vede in qualità di curatori della rassegna Converso On Art: almeno 10 eventi nell’arco del biennio, totalmente dedicati all’esposizione di opere d’arte realizzate da giovani artisti modenesi. Verranno individuati temi significativi di approfondimento (sociali, culturali, d’inchiesta) sui quali verrà realizzato un duplice percorso di ricerca: da un lato l’approfondimento giornalistico e dall’altro, in parallelo, l’attività di elaborazione artistico-creativa, che coinvolgerà di volta in volta artisti diversi del territorio. L’obiettivo è quello di raccontare la società e i suoi cambiamenti non solo con l’uso classico del mezzo giornalistico (reportage) ma anche grazie al supporto dell’arte: illustrazioni, street art, disegno, pittura, stickers art, posters art; fotografia, video, installazioni; scultura.

CONVERSO – CRONACHE: 31 OTTOBRE 2014

Venerdì 31 ottobre 2014 ore 17

Spazio Converso, via Carteria 104 Modena

Un grande occhio fatto di frammenti di attualità diventa un racconto per immagini della società contemporanea dove chi guarda è a sua volta osservato. Conversomag.com si presenta attraverso una selezione di 240 scatti, tra fotografie e screenshot di video presi dai propri reportage, sui quali Vanessa Rinaldi interverrà aggiungendo dettagli immaginari alla realtà giornalistica.

Converso è un collettivo di fotografi, illustratori, grafici, artisti, videomaker e giornalisti che hanno dato vita a una realtà indipendente che si muove dentro e fuori dal web per creare forme di impulso culturale. Insieme hanno fondato il magazine conversomag.com e nello spazio di via Carteria 104 presenteranno un progetto espositivo che vede la fusione tra arte e giornalismo.

Orari di apertura:
Sabato 1 novembre 10-12; 17-20
Domenica 2 novembre 10-12