La ruspa anti immigrati è nata a Modena

Il senso di Matteo per la ruspa. Pochi avrebbero immaginato che uno dei simboli della politica di questi anni sarebbe diventata quella macchina per l’escavazione superficiale, mossa da un trattore, che compie scavo, carico, trasporto, scarico e spandimento della terra rimossa, ovvero la ruspa. “È appena passata una grossa Ruspa vicino a dove sono….Ti ho pensato, che bella Italia” dice un commento recente nella pagina Facebook di Matteo Salvini. A Ferrara l’esponente leghista aveva parlato del mezzo meccanico così: “La ruspa è un simbolo di equità sociale”. In precedenza, in visita in un campo Rom nei pressi di Firenze, aveva definito la ruspa “un simbolo di pulizia”.

Sempre Salvini, stavolta alla festa leghista di Martinengo: “Quando avremo finito con i campi rom useremo le ruspe per i centri sociali”. Dopo l’incidente a Roma, dove una donna è morta investita da una macchina guidata da un rom, il leader leghista ha commentato “una preghiera. Per il resto… Ruspa!!!” portando la ruspa perfino nell’ambito religioso.

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La ruspa dunque non solo come soluzione ai campi rom, ma come soluzione a tutti i problemi, come soluzione assoluta, addirittura come preghiera, come esclamazione e perfino come intercalare. Ruspa, ruspa, ruspa. Marketing politico, semplice e molto efficace.

Ma, curiosando negli archivi dei giornali, si scopre una notizia ormai dimenticata: il primo utilizzo di ruspa anti immigrati è nato proprio a Modena, nel 1992, quando sui giornali dell’epoca apparve questo titolo: “Modena: Immigrati, vi mando le ruspe”.

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A parlare (e agire) è don Giorgio Bellei, noto parroco della chiesa di Santo Spirito. All’epoca finì sui giornali perché, dopo aver ospitato dei tunisini in una roulotte, questi non se ne volevano più andare, e allora, dopo qualche insistenza, don Bellei passò ai fatti: chiamò una ruspa per distruggere la roulotte. “Non si tratta di razzismo: nella mia parrocchia gli immigrati sono sempre stati bene accetti” spiegò il parroco ai giornali. Ma la ruspa, inesorabile, fece il suo dovere.

Tornando ai giorni nostri, ci prendiamo pure il rischio di passare per moralisti,ipocriti e buonisti strumentali (aggiungere pure a scelta) ricordando che la ruspa è purtroppo spesso protagonista di incidenti mortali sul lavoro.

Ultimo caso in Sicilia, nel catanese, dove un uomo è morto colpito da un palo della luce mentre guidava una ruspa. Spesso, trattandosi di un mezzo utilizzato in terreni impervi, capita che la ruspa si capovolga, schiacciando il lavoratore (come in questo caso, ma gli esempi sarebbero tanti), un incidente tipico anche con i trattori, dagli esiti spesso mortali, di cui l’Emilia-Romagna, con la Lombardia, detiene il triste record.

Viscere emiliane

Il racconto del nostro inviato a Ruttosound. Una manifestazione goliardica, ma anche una rumorosa critica al presente.

Si è tenuta il 29 giugno scorso a Reggiolo la gara più irriverente d’Italia: il campionato italiano di rutti. Davanti a una platea esigente di 30mila persone si sono sfidati una ventina di concorrenti (la maggior parte uomini) nelle categorie potenza, durata, rutto parlato e rutto freestyle.
E’ stata un’orgia di emissioni gastriche, un insulto beffardo e irriverente al savoir vivre. Ci sono arrivato per puro caso dopo esserci andato l’anno scorso, quello prima e quello ancora prima. Stavolta ho pure portato quella che ho rischiato diventasse la mia ex ragazza, sul punto di piantarmi anche grazie alla mia idea – rivelatasi non brillantissima – di renderla partecipe di questa esperienza sui generis. “Ti occupi di rutti ora?” è stato il suo commento glaciale. Una dolorosa frecciata a far da sigillo al lungo elenco delle mie mancanze quotidiane e reiterate.

Ruttosound è una manifestazione ormai giunta alla sua diciottesima edizione, nata nel 1997 per iniziativa di Stefano Morselli, ideatore e direttore artistico dell’evento. All’epoca era poco più di una goliardata fra amici. Oggi è una realtà, uno spettacolo, i cui ricavi vanno a scopo benefico con tanto di musica, megaschermi, luci laser, giuria tecnica e anche un rappresentante del Guinness dei Primati.

Ecco, appunto, i primati. C’era il campione in carica di rutto di potenza Alessio direttamente dalle viscere dell’Emila. C’era il sorprendente Porco di Albinea, cieco con stampelle, parrucca e occhialoni da sole; la dolce Elisa Cagnotti, principessina di Trento, storica protagonista che anni fa aveva letteralmente polverizzato il record mondiale femminile di potenza (misurato molto professionalmente con il fonometro) con un rutto spaventoso di 107,00 decibel. Elisa era in pieno dei festeggiamenti dell’addio al nubilato ma non si è certa tirata indietro e ha emesso il rutto di circostanza.

In gara pure un ragazzino di 12 anni che pur non riuscendo a raggiungere il podio ha venduto cara la pelle nella specialità “rutto di potenza”.
Dal 2003 al 2014, in 11 edizioni, la Festa della Birra di Reggiolo ha devoluto in beneficenza quasi 1,6 milioni di euro a varie organizzazioni di volontariato attive sul nostro territorio e all’Ospedale di Guastalla.

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Le esibizioni che si susseguono a tambur battente, non danno respiro e intorno a me è un profluvio di profonde emanazioni duodenali, poiché anche il pubblico è tutto preso e si abbandona allo spirito di emulazione. Talvolta ho veramente temuto, stando sotto il palco, di rischiare la vita della mia maglietta, causa improvvisi svarioni dello stomaco dei concorrenti. Impressionante infatti vedere gonfiarsi d’aria il pancione del Porco di Albinea e sentirlo esternare il suo urlo alla vita davanti a una folla rutteggiante che lo insulta. Unico neo della gara: l’esistenza del doping anche in questa isola incontaminata e innocente. Giravano infatti coca cola e birra a fiumi fra i concorrenti.

Anche quest’anno il pezzo forte è stato Sua Maestà il Porco di Albinea (Reggio Emilia) e Rut Mysterio (con tanto di divisa da wrestler) from Modena: strabiliante il rutto di costoro di 1 minuto e tanti secondi che entra direttamente nel Guinness nella prestigiosa categoria del rutto più longevo mentre il suo rutto di potenza ha scavalcato di un soffio un altro agguerrito sfidante.

Non so perché sono andato per puro caso al ruttosound, dopo esserci stato ripetutamente nei recenti anni. Forse perché mi sono affezionato alla goliardia spinta o forse perché anch’io sono un potenziale concorrente. Sicuramente perché ho interpretato i rutti come forma d’espressività, più che d’espressione, una specie di rumorosa critica al presente.
Una forma ancestrale di manifestazione di rabbia e dissenso. Un urlo dal profondo delle viscere: “io non so far niente, ma beccati ‘sto rutto maledetto”.

In copertina: Rut Mysterio

Aperitivo: tutti i bar che abbiamo visitato sulla via Emilia

Per raccontare in un reportage di prossima pubblicazione la via Emilia, abbiamo percorso tutti i 262 chilometri che collegano Rimini a Piacenza attraversando tutte le province dell’Emilia-Romagna, ad esclusione di Ferrara. Per cercare di capire cos’è diventata oggi l’antichissima strada romana, abbiamo fatto tappa ogni 10/15 km nei bar che la costeggiano. Guidati dai due “Emilia Bar Lovers”, Ilmo Malagoli e Marco Balugani, incaricati di assaggiare ad ogni fermata un cappuccino e uno spritz per stabilire quale sia il “miglior bar della via Emilia”, abbiamo intervistato proprietari e avventori di questi luoghi di aggregazione per eccellenza. Ne è uscito un lungo racconto fatto di parole, fotografie e video che pubblicheremo pezzo per pezzo su Converso. Intanto, come aperitivo, ecco tutti i bar incrociati alla ricerca de #imiglioribardellaviaemilia.

Alla scoperta della via Emilia (attraverso i suoi bar)

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Un viaggio-reportage di due giorni (il 16 e 17 maggio prossimi) in cui racconteremo la straordinaria varietà della via Emilia, arteria stradale lunga 300 km che da 2202 anni vede transitare persone di tutti i tipi e le loro incredibili storie. Lo faremo insieme ai due inviati speciali di Converso, Ilmo & Marco, seguiti da una troupe di giornalisti, fotografi e videomaker che racconteranno attraverso i bar e la loro umanità variegata l’Emilia-Romagna di oggi.

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Per realizzare questo reportage abbiamo bisogno del vostro sostegno. Ecco come fare:

Una dura giornata di lavoro

Nel settembre 1939, la Polonia è costretta ad arrendersi in poche settimane all’aggressione tedesca che dà inizio alla seconda guerra mondiale. Prima della resa del 27 settembre, Varsavia viene bombardata notte e giorno dall’artiglieria di Hitler, intenzionato a distruggerla prima di impossessarsi delle rovine. Il 25 settembre, un’infermiera polacca, Jadwiga Sosnkowska, descrive così una sua giornata di lavoro:

La processione di feriti che arrivava dalla città era un’infinita marcia della morte. (…) Una volta, la vittima era una ragazza di sedici anni. Aveva una splendida massa di capelli d’oro, il volto delicato come un fiore, e i suoi begli occhi color zaffiro erano pieni di lacrime. Entrambe le gambe, fino alle ginocchia, erano ridotte a una poltiglia insanguinata, ed era impossibile distinguere la carne dalle ossa. Bisognò amputargliele sopra al ginocchio. Prima che il chirurgo iniziasse mi chinai su quella ragazzina innocente per baciarle la fronte pallida e poggiarle una mano impotente sulla testa dorata. Morì in silenzio durante la mattinata, come un fiore strappato da una mano priva di misericordia.

Al centro dell'immagine, Erich von Manstein.
Al centro dell’immagine, Erich von Manstein.

In quegli stessi giorni, il generale Erich von Manstein, considerato uno dei migliori generali della Wermacht e capo di stato maggiore di von Rundstedt nel gruppo di armate Sud durante la campagna di Polonia, descrive così, in una lettera alla moglie, la sua giornata di lavoro:

Mi alzo alle sei e mezza, mi tuffo in acqua per nuotare, arrivo in ufficio per le sette. I rapporti del mattino, caffè, poi lavoro o vado in giro con Rundstedt. Mezzogiorno, pranzo alla cucina da campo. Poi mezz’ora di pausa. Dopo la cena, consumata come il pranzo insieme agli ufficiali dello staff del generale, arrivano i rapporti della sera. Si va avanti fino alle undici e mezza.

Von Manstein fu anche colui che firmò un ordine affinché si sparasse contro ogni profugo che cercava di andarsene dalla capitale polacca assediata: si riteneva che l’impossibilità per gli abitanti di sfuggire ai bombardamenti avrebbe facilitato una rapida conclusione della campagna, evitando così alle truppe di invasione di dover combattere strada per strada. Eppure Manstein, ufficiale e gentiluomo, era un uomo tanto suscettibile e raffinato da abbandonare a volte la stanza dove von Rundstedt stava parlando perché non sopportava il linguaggio scurrile del suo capo.

Incredibile la sproporzione tra la percezione impiegatizia della propria azione da parte di von Manstein e gli effetti che questa provocava realmente, sulle persone.
Inutile buttarla sui quei cattivoni della Germania nazista: in tutte le guerre, in ogni latitudine e indipendentemente da chi le conduca, questa è l’esatta dimensione della differente percezione della realtà tra chi la guerra la fa e chi la subisce.

(I testi di Sosnkowska e von Manstein sono tratti dal libro di Max Hastings “Inferno, il mondo in guerra. 1939-1945“).

Leggi anche: “Il vero volto della guerra“.

L’unica realtà è la verità del pulp

Un caso da manuale quello della finta lettera (di vero marketing croosmediale) di un finto marito tradito, pubblicata a tutta pagina – la 24 – sul Corriere della Sera di oggi. E’ ormai praticamente acclarato che si tratti del lancio pubblicitario di una trasmissione di Real Time, Alta Infedeltà, in onda dal 16 marzo prossimo. Per chi si è inventato l’iniziativa convinto di riuscire a innescare un meccanismo virale, mai sicuro per le pensate a tavolino, mission accomplished al 100%. La finta lettera gira da una bacheca all’altra su Facebook e viene commentata da decine di migliaia di persone come fosse vera. A Real Time si staranno sfregando le mani in questo momento. Ma al di là del successo di un’ottima operazione di marketing, sono almeno un altro paio le considerazioni che meritano di esser fatte.

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Prima considerazione. La stampa su carta è ancora percepita come autorevole. Nonostante tutto. Data per morta un giorno sì e l’altro anche, si dimostra invece in grado di attingere alla forza d’inerzia di un’autorevolezza accreditatale in virtù dell’antica massima “verba volant, scripta manent“. E anche se è vero che pure su Internet tutto rimane (anzi, molto più a lungo di quanto ciò sia vero per la carta stampata), il livello complessivo di attendibilità della rete è percepito come basso, quando non nullo.

Internet resta il luogo in cui le parole “volano” e in sostanza ognuno racconta quel che gli pare. Insomma, il valore di marchi storici (nello specifico di oggi, il Corriere) e quel po’ di “sindrome materica” che ognuno di noi conserva dentro di sé (è vero ciò che si tocca, e la carta, appunto, si tocca) hanno ancora il loro bel peso per accalappiar lettori, perfino di fronte a una pagina a pagamento. Per inciso, anche se il dato che siamo riusciti a trovare risale a più di dieci anni fa, un’inserzione a tutta pagina sul Corriere costa più di 100 mila euro. Fosse stata vera la lettera del marito tradito, lo si sarebbe potuto traquillamente definire oltre che cornuto, pure mazziato.

Seconda considerazione. E’ vero: l’influenza della stampa è ancora alta/altissima e in grado di fare opinione e creare consenso. Perfino quando il messaggio trasmesso riporta a chiare lettere trattarsi di “avviso a pagamento”. Mentre scriviamo, anche se da più parti si segnala ormai chiaramente che la lettera è falsa – dopo che nel corso della mattinata moltissime testate online e diverse agenzie l’hanno rilanciata senza alcun approfondimento a riguardo – migliaia di persone continuano a commentarla come fosse vera. E probabilmente, per molti, tale rimarrà anche in futuro.

Il che porta alla seconda considerazione: che tipo di informazioni la carta stampata, e la stampa in generale, riesce ancora a trasmettere raggiungendo via web una quantità tale di persone da farle diventare “opinione comune”? La risposta è semplice: quelle con un tasso più o meno elevato di contenuto pulp. Che si tratti del finto ex marito cornuto (variante pecoreccia), o delle favole più truci che a getto continuo la stampa italiana inventa sull’Isis o sulla Corea del Nord, poco cambia. In tutti i casi, bene non siamo messi. Sia su carta che sul web.

Leggi anche: L’arte italiana di inventarsi le notizie.

Aggiornamento del 14 marzo. Per i tanti che ancora ne discutono e credono alla veridicità della lettera, è arrivata la risposta di Lucia (non sul Corriere, privata)

Lucia

Nelle acque italiane più pesticidi che pesci

L’ultimo Rapporto nazionale dei pesticidi nelle acque ne rileva la presenza di 175 tipi diversi, più di quante siano le specie di pesci che abitano i nostri fiumi e laghi.

Ho passato la maggior parte della mia vita in luoghi incantevoli. Quelli conosciuti nel mondo come le colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene. Certe mattine, percorrendo la provinciale 36 tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene, la nebbia fitta ricopriva il terreno lasciando alla vista solo i cocuzzoli dei rilievi collinari, simili a un arcipelago perso in un mare morbido e bianco. Dietro l’incanto però, si nasconde una realtà decisamente meno fascinosa. Oltre a produrre il buonissimo Prosecco, che da autoctono non posso non amare, i vigneti abbarbicati sulle colline hanno riversato sul terreno tonnellate di veleni infiltrati anche nelle falde acquifere, tanto da costringere i sindaci della zona ad approvare due anni fa un regolamento che stabilisce limiti nell’uso di fitofarmaci ancora più restrittivi rispetto a quelli nazionali .

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Il problema dei pesticidi non riguarda naturalmente solo le colline del Prosecco. Secondo l’edizione 2014 del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Italia è significativamente diminuita la vendita di pesticidi per uso agricolo, ma l’inquinamento è aumentato. Basato sull’analisi di campioni prelevati fino al 2012 in 19 regioni – all’appello mancano Molise e Calabria dalle quali non sono pervenuti i dati – il rapporto rivela la presenza di 175 tipi di pesticidi diversi tra acque sotterranee, meglio note come falde acquifere, e quelle superficiali del territorio (le specie di pesci d’acqua dolce presenti in Italia sono molte di meno).

I dati che seguono, come tutti i dati, sono un po’ aridi, ma vale la pena leggerli con attenzione.

Nelle acque superficiali è stata rilevata una presenza di pesticidi pari al 56,9 per cento, con il 17,2 per cento dei casi in cui la concentrazione di sostanze supera il limite consentito. In quelle sotterranee la percentuale invece è del 31 per cento, il 6,3 per cento delle quali supera i limiti.

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Eppure i dati Istat indicano una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari, passati da 147.771 a 134.242 tonnellate (-9,1%). È diminuita, inoltre, in modo più che proporzionale (-30,2%), la quantità dei prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici) mentre è aumentata quella dei prodotti nocivi. Tuttavia la diminuzione nell’utilizzo non si è tradotta in un calo dell’inquinamento a causa di una serie di fattori che vanno dalla lunga durata di certe molecole nel suolo all’uso di pesticidi anche in ambiti non agricoli.

La contaminazione è più diffusa nelle aree della pianura padano-veneta anche grazie a un monitoraggio più puntuale e completo. D’altra parte, laddove l’efficacia del monitoraggio è migliorata, sono state evidenziate aree di contaminazione significativa anche nel centro-sud.

Da tener presente inoltre, che escluse dal monitoraggio sono le sostanze immesse sul mercato negli ultimi anni. Sono assenti ad esempio il glifosate, un diserbante sistemico fitotossico per tutte le piante, e il metabolita AMPA (acido ammino metil fosfonico) che sono le principali responsabili della non conformità nelle acque superficiali.

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In Emilia, terra dove vivo ora (in pratica sono passato dalla padella veneta alla brace emiliana) nelle acque superficiali si ha la presenza di pesticidi nell’82,8% dei punti e nel 50,3% dei campioni. Complessivamente sono state rinvenute 50 sostanze. Nelle acque sotterranee è stata riscontrata la presenza di residui nel 19,5% dei punti e nel 18,7% dei campioni. Sono state rinvenute 35 sostanze. Il livello di contaminazione è superiore ai limiti di qualità ambientale in 14 punti delle acque superficiali e in 8 punti delle acque sotterranee. Bisogna tuttavia precisare che alla Regione Emilia-Romagna va riconosciuto uno dei livelli più alti di monitoraggio, fattore che incide sui risultati finali. Anche se è un po’ poco per stare allegri.

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Urgente! Il lavoro che attira l’attenzione

Un biglietto con la scritta URGENTE nella portiera della macchina. C’era un numero di telefono: abbiamo chiamato.

Ieri mattina in molte macchine del centro spuntavano questi biglietti gialli con la scritta URGENTE:

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Sono stati inseriti nella portiera in modo che si leggesse solo la parola URGENTE e non il resto. Ne troviamo uno anche sulla nostra macchina e subito pensiamo a qualcosa di brutto: c’è qualcosa da pagare, qualche problema con i vigili, una multa per divieto di sosta, un decreto di espulsione, chissà. Invece no: è un’offerta di lavoro!

Il lavoro in effetti, considerato il tasso di disoccupazione che c’è in Italia, è un tema piuttosto urgente. Quindi, invece di togliere il biglietto, accartocciarlo e buttarlo a terra come fa il nostro vicino di parcheggio, leggiamo attentamente:

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Cinque persone. Che siano serie. Part-time o full-time. Segue nome e numero di telefono. Non viene specificato il tipo di lavoro, per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere una nuova strategia d’assunzione dei servizi segreti.

Ovviamente chiamiamo subito. E’ occupato. Pensiamo: proviamo più tardi, ma 20 secondi dopo lo stesso numero ci richiama. La voce dall’altra parte ci fa diverse domande: di dove sei, che lavoro fai, che età, che lavori hai fatto prima, ecc.

Poi: “Per chiarezza, non c’è uno stipendio fisso eh, il primo passo è acquistare una licenza di vendita che costa 90 euro”.

Ahia.

Capiamo subito. Dopotutto la cosa non è nuova.

Non si guadagna subito, anzi: come prima cosa sei tu che devi spendere. La voce dall’altra parte ci assicura che poi arriveranno “grandi guadagni”, ma noi, come dire, non sentiamo più l’urgenza di essere assunti per questo lavoro.

Durante la telefonata non ci spiega nemmeno di che prodotto si tratta. Glielo chiediamo noi: sono dei “pasti sostitutivi”, integratori, beveroni e pillole, cose di questo tipo.

Quindi prima sganci i 90 euro per la licenza di vendita, poi dovresti crearti un tuo network di vendita, cioè – di solito – appioppare a parenti e amici, praticamente implorandoli, questi prodotti che sostituiscono il pasto e hanno lo scopo di “ottenere una combinazione ottimale di nutrienti”.

Anzi: nella maggior parte dei casi sei tu il cliente di te stesso, sei tu ad acquistare i prodotti (si chiama autoconsumo) pur di mantenere una percentuale sulla vendite.

Era meglio una multa per divieto di sosta. Costa meno.

Ma i complotti sono veri o no?

Una domanda strana a cui non sappiamo rispondere.

Quando abbiamo scritto l’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia abbiamo deciso di non citare nessuna fonte. Il problema era apparentemente semplice e in realtà incredibilmente complesso: quali fonti? Chi avremmo dovuto citare? Pagine Facebook? Commenti di blog sulle scie chimiche? Forum esoterici? Persone che avevamo sentito parlare in treno?

I link da inserire sarebbero stati troppi e secondo noi metterli non aveva senso. E poi che fonte è una fonte che dimostra qualcosa di molto probabilmente falso? Dobbiamo dimostrare che qualcuno dimostra qualcosa di falso?

E allora a quel punto avremmo anche dovuto verificare, smentirli, argomentare, fare il cosiddetto debunking, altrimenti avremmo semplicemente fatto propaganda a notizie non verificate, diffondendo falsità.

Secondo Wikipedia, che del famoso “citazione necessaria” ne ha fatto un mantra, la fonte di un’informazione va citata per per permettere a chi legge di individuarne l’origine, la validità e l’attendibilità.

Wikipedia, nella guida sull’uso delle fonti, arriva a scrivere che “a volte è meglio non avere un’informazione che avere un’informazione senza una fonte”.

Perché? Ad esempio perché potrebbe essere inventata. Io potrei aver inventato l’informazione che in Italia ci sono persone convinte che ci sia un complotto dietro la morte di alcuni cantanti famosi. Potrebbe non essere vero. Magari in realtà nessuno ha mai pensato questa cosa, ma forse qualcuno inizierà a pensarla ora che io l’ho scritta.

In questo modo la pagina dei complotti attualmente in corso in Italia diventerebbe a sua volta un raffinato e diabolico complotto dove, parlando di cospirazioni e bufale, inserisco cospirazioni e bufale che non esistono.

La questione, all’apparenza innocua e di poca importanza (ci sono problemi più gravi nel mondo, ma anche nel mio condominio) ha interessanti risvolti che forse sarebbero piaciuti a Borges, non a caso citato all’inizio della pagina dedicata ai complotti.

In realtà il nostro obiettivo iniziale era molto semplice: rappresentare l’immaginario collettivo complottista italiano di questo periodo, mettendo in una pagina tutte le voci che girano sulla realtà alternativa (la spiegazione non ufficiale di ogni cosa). Questo solo per i fatti italiani, quindi niente Torri gemelle, per capirci.

Ci piaceva quest’idea di Italia parallela, un po’ fantasy, dove tutto è possibile.

Però molti, dopo la pubblicazione di quella pagina, ci hanno fatto una domanda che ci ha lasciati interdetti: ma quindi quei complotti sono veri o no?

La risposta è questa: è vero che esistono persone che credono che quei complotti siano veri.

Quindi quei complotti esistono come idee nella mente di molte persone.

Se invece i complotti sono veri, cioè se le loro tesi si traducano in realtà concreta, noi non possiamo saperlo. O meglio: di alcuni sì, c’è la certezza scientifica che si tratti (perdonate la volgarità) di minchiate – ed è compito del giornalismo scriverlo spiegando come, quando e perché – cosa che viene fatta.

Mentre su altri complotti perfino a noi è rimasto il dubbio.

Ad esempio che l’incidente della Costa Concordia sia un finto complotto messo in scena per illuderci che sia possibile per noi comprendere i complotti quando in realtà non è così, è un’ipotesi talmente suggestiva che il dubbio c’è rimasto. Idem per il papa Bergoglio anticristo massone.

Ma il dubbio non significa aprirsi totalmente alla possibilità che questa cosa sia vera. Ad esempio, se anche un giorno arrivasse una fonte attendibile, se ad esempio il Vaticano o il papa in persona dichiarasse: ebbene sì, sono l’anticristo massone, noi resteremmo comunque col dubbio. Non ci crederemmo.

E quindi a quel punto, di fronte alla conferma di un complotto, diventeremo ufficialmente complottisti, perché rifiuteremo la verità ufficiale.

Esempio: se Obama domani annunciasse che sì, effettivamente le Torri gemelle ce le siamo buttate giù da soli, il vero complottista non gli crederà.

Davanti al suo complotto “scomplottato”, cioè nel momento in cui la sua tesi si dimostra vera, resterà complottista e dunque o cercherà una verità alternativa (“Obama dice così per nascondere una verità ben peggiore”) o addirittura passerà dall’altra parte, quella dell’ex versione ufficiale (“no, in realtà è stata al-Qaeda).

Pensateci: se il papa annunciasse di essere l’anticristo gli credereste? Io no, penserei o che sia impazzito o che stia dicendo così per nascondere qualcos’altro.

E dunque non c’è via d’uscita.

Vai all’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia.

Lavoro: non sottovalutate i venditori di bustine di figurine

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”.

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”. Ma anche la possibilità di entrare nel mondo dei venditori di bustine di figurine.

Abbiamo visto qualche tempo fa come tra gli annunci di lavoro si trovino le proposte più assurde, ad esempio il lavoro considerato come hobby. Questa volta stavamo cercando lavoro per noi stessi. Sapete com’è, i tempi sono quello che sono. Quindi abbiamo cercato offerte per giornalisti. Ecco un esempio:

giornalista

Il giornale è molto ambizioso e richiede collaboratori molto ambiziosi, ma guai a parlare di soldi. Non siate così ambiziosi.

In quest’altro annuncio si cercano redattori pagati 70 centesimi per una notizia di 300 parole. Qui niente ambizioni, ma si richiede di alzarsi presto la mattina, di avere volontà e motivazione. Per 70 centesimi. Poco, ma non così lontano dalle tariffe di giornali molto più grossi di questo, diciamo la verità.

70cent

(A quanto pare però l’offerta non è più disponibile. Mettete pure la sveglia a posto)

Quest’altro annuncio invece è rivolto agli studenti che desiderano lavorare “a tempo perso”. Allo stesso tempo però dovete essere dinamici e intraprendenti. Come dire, intraprendenti a tempo perso: credeteci molto, ma nei ritagli di tempo, senza pensarci troppo.

tempoperso

Ma se pensate di fare un lavoro difficile, non avete mai letto un annuncio di lavoro come venditore di figurine. Vi invitiamo a leggerlo tutto perché vi porterà in un mondo che non potete nemmeno immaginare: cliccate qui per leggerlo intero.

figurine

Si richiede ambizione, flessibilità, capacità organizzativa, massima serietà, titolo di studio ma soprattutto forte determinazione e motivazione alla crescita personale. E’ garantita anche una “formazione gratuita continuativa ed approfondita” (un classico di tutti i lavori a provvigione).

Concludiamo con un annuncio simpatico che in poche righe racconta un mondo:

allegrone

Il signore è un allegrone e onesto, uno che vuole soprattutto compagnia per parlare e  guardare film su videoregistratore, eventualmente con persone di livello culturale non basso. Tra tutti gli annunci elencati questo è l’unico a cui risponderemmo seriamente.

Paura e terrore in Via Carteria

Dovete sapere che Converso ha sede a Modena, in una via del centro che si chiama via Carteria, nota soprattutto perché ospita diversi spazi artistici. Siamo spesso lì, facciamo delle riunioni, organizziamo mostre, parliamo con le persone che passano o che entrano per chiedere informazioni. A parte il freddo, ci troviamo bene.

Ma ieri è successo qualcosa che ha cambiato tutto.  Sulla Gazzetta di Modena, quotidiano locale, sono apparsi una serie di titoli che ci hanno rovinato la giornata:

titoli

Leggiamo l’articolo, si parla di “coprifuoco nelle ore serali”, e di “avanzare dell’oscurità” con immagini da H.P. Lovecraft, come se da un momento all’altro da un tombino dovesse uscire Cthulhu. I toni usati sembrano descrivere una situazione di degrado che nemmeno nelle banlieue di Bruxelles. Ovviamente ci preoccupiamo. Arriva perfino qualche telefonata da lontani parenti per sapere se va tutto bene.

Non aiutano le inquietanti immagini mostrate nel video che accompagna il pezzo, dove, oltre ad essere intervistati alcuni commercianti (“esasperati” secondo il quotidiano – come l’orefice che segnala “alcune sciocchezze” e furti di bici, o la prima commerciante che inizia dicendo “sinceramente mi sento abbastanza tranquilla”), si segnalano diverse pisciate di cane. Avvertiamo i lettori che si tratta di immagini forti, ma dobbiamo pubblicarle:

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Una situazione di terrore indescrivibile, addirittura impossibile da mostrare. Letteralmente. Infatti la galleria fotografica che pubblica il quotidiano modenese… non la mostra. L’orrore è talmente forte da essere invisibile. Ecco le foto della Gazzetta di Modena, con le nostre didascalie:

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prima foto: praticamente la Svizzera. strada pulita, piante, tranquillità. Eppure è proprio qua che si annida il terrore.

seconda foto: strade pulite, addirittura un bel cielo azzurro, macchine di grossa cilindrata ordinatamente parcheggiate. Come nelle periferie di Caracas.

terza foto: un disegno sul muro. Effettivamente rappresenta un mostriciattolo, la sera, con la luce giusta, può fare paura.

quarta foto: uno stencil di Rimbaud. notare che sotto era stata fatta una tag ma è stata cancellata, mentre lo stencil è rimasto, in quanto considerato artistico, dunque non abbruttisce la via.

quinta foto: tag e vari scarabocchi sui muri. brutti, è vero. Ma è l’unico punto in cui si veda qualcosa che vagamente possa rimandare al degrado, nonostante il pavimento pulito.

sesta foto: pulizia, negozi con manichini, pochi segni di paura che avanza.

settima foto: Cesare sorridente.

ottava foto: portici di via Carteria, identici a tutti gli altri portici di modena.

nona foto: opera di street art nella via delle gallerie d’arte. Strano eh?

decima foto: una tag.

undicesima foto: laboratorio la Scossa, spazio autogestito. Non si capisce perché venga fotografato. Il suggerimento è che questo è il degrado? E’ qui che si nasconde Cthulhu?

Zitta, scimmia!

Piaccia o meno, Cécile Kyenge è un simbolo in questo Paese. Contro di lei si scatenano regolarmente i peggiori effluvi di pancia (di parte) delle italiche genti.

C’è poco da fare, piaccia o meno la sua battaglia politica, l’ex ministro dell’Integrazione e attuale europarlamentare del PD, Cécile Kyenge, in Italia è diventata un simbolo. Un terreno di scontro. Su di lei si scatenano regolarmente i peggiori effluvi di pancia (di parte) delle italiche genti. Perchè, come avevamo scritto nel nostro reportage “Pura razza italiana“, l’ex ministro raccoglie in sé almeno tre caratteristiche capaci di scatenare i sentimenti più incontrollati.

  • Fa politica ed è quindi parte dell’odiatissima casta, anzi della kasta, come da variante ortografica che in molti prediligono;
  • E’ donna;
  • E’ nera.

E’ una storia che si ripete periodicamente: ogni volta che per qualsiasi motivo la Kyenge torna alla ribalta sui media, la quantità di improperi che riesce a raccogliere, impressiona. L’ultima puntata è giusto di ieri, quando in giunta per le immunità al Senato, la maggioranza (quindi anche col voto del PD) ha negato la possibilità di procedere contro il senatore leghista Roberto Calderoli per la frase “Quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango” non considerandola istigazione all’odio razziale (ma in aula il Partito Democratico potrebbe rivedere la sua posizione). Immediata la reazione della Kyenge che in un’intervista a Repubblica manifesta tutta la sua delusione per la decisione della giunta, e del suo partito.

Repubblica, come per molte altre notizie, condivide il pezzo sulla sua pagina Facebook. E a quel punto, nei commenti, si scatena l’inferno. Di cui potete vedere qualche perla in questo screenshot (grazie a Pier Luca Santoro di Datamediahub che lo ha realizzato).

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Quello che sappiamo sulla Finlandia (poco o niente)

E’ nato un nuovo giornale che ha come obiettivo quello di raccontare in inglese la Finlandia, una nazione così lontana e particolare, appena fuori Modena.

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Noi di Converso siamo partiti da Modena con l’idea di raccontare il mondo intero visto da qua. Inizialmente ci siamo spinti poco fuori dal centro, poi un po’ oltre la periferia, in qualche caso perfino fuori dalla provincia e dall’Emilia. A un certo punto, per quelle strane, meravigliose e bizzarre combinazioni rese possibili dal Web, ci siamo ritrovati anche in Finlandia. Un posto molto lontano da piazza Grande, un posto molto più freddo e di cui sapevamo poco o niente. Da un po’ di tempo, l’avrete notato, a fianco a storie tipicamente emiliane, ce ne sono alcune che raccontano Helsinki e dintorni. Le distanze si sono azzerate. Modena, Carpi, Helsinki, Sassuolo…

Per questo salutiamo con molto piacere un nuovo giornale appena lanciato, come noi indipendente e autofinanziato, realizzato da giornalisti freelance che hanno come obiettivo quello di raccontare (in inglese) cosa succede dalle loro parti. Si chiama Finland Today e lo consideriamo il nostro cugino finlandese.

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Finland Today è aggiornato quotidianamente con nuovi contributi sviluppati sopra un costante flusso di notizie provenienti dalla principale agenzia di stampa nazionale e da dirette fonti governative. L’idea però è quella di andare oltre i semplici comunicati stampa e le cinque righe di agenzia e approfondire, scavare, raccontare la realtà.

La redazione di Finland Today è composta dal finlandese Tony Öhberg, fondatore e caporedattore, dal suo vice italiano, Giordano Silvetti, che figura anche tra i collaboratori di Converso, e da altri quattro collaboratori. La squadra è appena nata e, come la nostra, è in costante evoluzione e sempre aperta ad accogliere nuovi contributi e nuove idee giornalistiche da sviluppare.

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La competizione è grande, soprattutto con il grande colosso nazionale Yle, la RAI finlandese, ma, numeri alla mano, Finland Today è partito benissimo. L’obiettivo è quello di intercettare il maggior numero di stranieri che vivono in Finlandia, circa 200.000, ma anche tutti coloro che in giro per il mondo abbiano voglia di leggere attraverso una finestra privilegiata quel che accade in una nazione così lontana e particolare. Noi, inutile dirlo, siamo fra quelli.

www.finlandtoday.fi

Appunti di guerra

5 milioni e 200 mila furono gli italiani, per la gran parte poveri contadini, che combatterono. Al termine dei 42 mesi di conflitto, 650 mila furono i caduti. 1 milione i feriti e mutilati. Un’ecatombe di cui ben pochi hanno memoria.

In pochi oggi hanno davvero memoria di quei 5 milioni e 200 mila italiani, per la gran parte poveri contadini, che combatterono tra il 1915 e il 1918 nella prima guerra mondiale. Al termine dei 42 mesi di conflitto, 650 mila furono i caduti. Quasi 1 milione, i feriti e mutilati. La loro storia è quella di uno sterminio. Dimenticato.

Provate a chiedere in giro, a parte gli storici e qualche appassionato: nessuno sa nulla della prima guerra mondiale. Quella di cui quest’anno, in Italia (per quasi tutta Europa è stato invece l’anno scorso) si commemora il centenario. Era il 24 maggio 1915, un lunedì, quando le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, quel cuneo nel “sacro suolo” che andava fin sotto Trento e la striscia di terra tra Gorizia e Trieste, le «terre irredente», dopo che due giorni prima, il 22, il ministro degli esteri Sidney Sonnino aveva telegrafato al Duca d’Avena, ambasciatore a Vienna, l’ordine di consegnare la dichiarazione di guerra all’Impero austro ungarico. Da vaghi ricordi scolastici, si sa poi che la guerra terminò nel 1918 quando, dopo aver resistito sul fronte del Piave a seguito della disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, le truppe italiane contrattaccarono nella vittoriosa battaglia detta di Vittorio Veneto, combattuta tra il 24 ottobre e il novembre 1918, fino alla capitolazione austro ungarica con l’armistizio firmato a Padova il 4 novembre. In mezzo, tre anni e mezzo di una guerra ferocissima. Sulla quale però, per la maggior parte di noi, è calato l’oblio.

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La spiegazione più convincente di una simile rimozione l’ho trovata nel libro di Aldo Cazzullo, “La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie” dove, a riguardo, si scrive: “La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo 15-18, è l’unica guerra dell’umanità senza un eroe, uno stratega, un generale o uno statista vittorioso oppure sconfitto. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. La seconda guerra mondiale è legata al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin, Eisenhower, Patton, Montgomery – e dei vinti: il Duce Mussolini, l’imperatore Hirohito, la volpe Rommel, il feldmaresciallo Kesselring, il Führer Hitler. Oggi solo gli storici si ricordano di Cadorna e di Capello, di Salandra e di Orlando, di Joffre e di Nivelle, di Clemenceau e di Lloyd George, di Falkenhayn e di Boroević”.

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Nessun Garibaldi si è conquistato il palcoscenico eterno di quella carneficina che forse qualcuno, quest’anno, vorrà celebrare più che commemorare, in nome di un’unità di Italia che a distanza di un secolo è più geografica che nei fatti. No, i veri protagonisti di quel primo conflitto globale, in Italia come nel resto d’Europa, furono principalmente milioni di contadini – i cafoni di Ignazio Silone – per il 46% allora analfabeti, che vennero strappati alle loro terre da tutta Italia e spediti a morire come mosche per conquistare territori e città, Trento e Trieste, di cui probabilmente molti non avevano mai sentito parlare in vita loro. Nel 1915 in tutta Italia eravamo 36 milioni. 5 milioni e 200 mila furono mandati al fronte, tra Veneto e Friuli. Al termine dei 42 mesi di conflitto, racconta Paolo Brogi nel libro “Eroi e poveri diavoli della Grande guerra”, 650 mila furono i caduti. 1 milione di soldati (947 mila, la cifra nota) feriti o mutilati. “Di cui 21.200 ciechi da un occhio, 1940 ciechi da due occhi, 74.620 storpi, 5440 mutilati al volto, 120 privi delle due mani, 12.000 invalidi totali, 3260 muti, 6740 sordi, oltre 40 mila ricoverati nei manicomi… Caporetto da solo produsse 11 mila morti, 29 mila feriti, 300 mila prigionieri”.

Un’ecatombe dovuta in parte alle caratteristiche del conflitto in tutta Europa (la famosa guerra di trincea) in parte alla totale insipienza e crudeltà “di una casta militare che fino a Caporetto si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati”. Tanto che lo scrittore americano, John Dos Passos, volontario in Italia nella Croce Rossa così come Ernest Hemingway, di certi ufficiali italiani scrisse: «La loro sprezzante cattiveria nei confronti di tutti quelli a cui non leccano gli stivali è rivoltante».

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Le testimonianze che dimostrano l’assoluto disprezzo delle classi dirigenti dell’epoca (militari, nello specifico, ma la politica non era da meno) nei confronti dei cafoni, carne da cannone da lanciare verso la morte all’urlo “Avanti, Savoia!”, sono decine. A partire dalla famosa “decimazione”, la prima fu del 27 maggio 1916, pratica approvata e caldeggiata dal capo di Stato maggiore Raffaele Cadorna, sostituito da Armando Diaz dopo Caporetto, per cui in caso di ribellioni o mancata esecuzione di ordini da parte di singoli o di interi reggimenti (accadeva che più d’uno si rifiutasse di andare incontro a morte sicura o semplicemente si ribellasse alle condizioni inumane della vita di trincea) venivano estratti a sorte i nomi di dieci appartenenti alla brigata, indipendentemente dalle responsabilità individuali, e quindi fucilati.

Il più temuto tra gli ufficiali, racconta ancora Cazzullo, “era il generale Andrea Graziani, da Bardolino, Verona. Di lui si raccontava che il suo disprezzo per la vita dei sottoposti sconfinasse nel sadismo”. A Noventa padovana, sul muro di quella che oggi è la sede di una banca si possono ancora vedere cinque fori di proiettile, e una lapide con incise le seguenti parole: “A ricordo di Ruffini Alessandro, N. 29.1.1893, M. 3.11.1917”. Ruffini era un artigliere e in quel giorno di novembre sfila insieme ai compagni tra le vie di Noventa con un sigaro in bocca. Notato da Graziani, ne subisce le ire. Il generale prima gli inveisce contro, poi gli si avvicina e lo bastona. “Un borghese – raccontò in seguito in prima pagina il quotidiano socialista L’Avanti! – “interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quello che mi piace” e per provarlo fa buttare contro un muricciuolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente, tra le urla delle povere donne inorridite”. Per questo vero e proprio assassinio (tra i tanti, all’epoca) Graziani non subì alcuna conseguenza significativa, fino a quando, parecchi anni dopo, nel 1931, fu ritrovato cadavere – probabilmente assassinato – lungo la ferrovia della tratta Firenze-Prato.

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Del resto la vita umana in quegli anni di guerra non aveva praticamente nessun valore, tanto più quella dei cafoni. Nel primo mese di guerra, l’Italia perse ventimila fantaccini, sacrificati in nome di una retorica patriottica ossessiva. Che naturalmente nessuno meglio del Vate dell’epoca, Gabriele D’Annunzio, autodefinitosi “poeta del massacro” seppe esprimere: «Il sangue sgorga dalle vene d’Italia» – scrive dopo il primo giorno dall’entrata in guerra – «L’uccisione comincia, la distruzione comincia. Uno della nostra gente è morto sul mare, uno della nostra gente è morto sul suolo. Tutto quel popolo, che ieri tumultuava nelle vie e nelle piazze, che ieri a gran voce domandava la guerra, è pieno di vene, è pieno di sangue. Anche noi non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare».

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Anche se l’ultimo superstite di quel conflitto, Carlo Orelli, è morto nel 2005 alla bellezza di centodieci anni, sono ancora parecchie le storie da approfondire e raccontare – come Converso lo faremo nei prossimi mesi – sulla prima guerra mondiale. O su quello che ne seguì, sempre per i poveri soldatini prigionieri di guerra, catturati a Caporetto che, mentre a Roma la commissione d’inchiesta lavorava per chiarire le circostanze di quella disfatta (furono 241 sedute tenutesi tra il 15 febbraio 1918 ed il 25 giugno 1919), venivano rinchiusi in “campi di raccolta circondati da filo spinato – prima nel porto franco di Trieste, poi a Castelfranco Emilia, Rivergaro, Gossolengo –, dove venivano interrogati sulle circostanze della resa, e magari irrisi dal comandante del campo. Come accadde a Pietro Ronco, alpino del battaglione Aosta, che si sentiva di continuo ripetere: «Se aveste fatto il vostro dovere, dovreste essere morti»”.

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O come tutto il capitolo degli “scemi di guerra” termine col quale si semplificava quello che oggi in gergo scientifico si chiama “post traumatic stress disorder”, insomma la follia che colpì quasi 40 mila tra i soldati del nostro esercito nel corso dei tre anni di guerra. Uomini devastati che venivano messi in mano agli psichiatri dell’epoca che, con l’obiettivo di rimetterli in sesto per poterli fare rientrare al fronte, potevano sperimentare liberamente su di loro, “povere marionette in mano agli alienisti che, in camice bianco, cercano una soluzione introvabile. L’elettricità, con i suoi vari stimoli, rappresenta in qualche immagine l’indicibilità di alcune pratiche “riabilitative” condotte qua e là su queste misere cavie umane, totalmente indifese”. Allontanati dalle trincee, finivano nei vari manicomi sparsi principalmente nel nord Italia, tra cui uno dei più importanti a Colorno, Parma, per non uscirvi mai più.

Con tutte le (enormi) differenze del caso, l’unica continuità riscontrabile tra quell’Italia, quella gente, e quella di oggi, è la più banale di tutte. E forse, secolo dopo secolo, anche la più vera: a pagare il prezzo più alto di una crisi, ieri di aperto conflitto militare oggi quella economica – la più grave dal secondo dopoguerra – sono sempre gli stessi. Vedi un po’ la fortuna come è cieca.

Davide Lombardi

L’austerity fa (molto) male alla salute

The Lancet, considerata una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato ieri un articolo dal titolo molto sobrio “Il Fondo monetario internazionale e l’epidemia di Ebola” ma dai contenuti piuttosto pesanti. In pratica l’accusa lanciata al FMI è quella di aver (involontariamente) contribuito, con le sue politiche di austerity, all’esplosione dell’epidemia nei tre paesi africani – Liberia, Sierra Leone e Guinea – che oggi ne sono maggiormente colpiti. I contenuti dell’articolo si basano su una ricerca condotta da un team di sociologici delle Università di Cambridge, Oxford e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine che ha individuato tra le concause di una risposta inadeguata all’esplosione epidemica, l’indebolimento dei servizi sanitari locali, finiti sotto l’accetta di una riduzione della spesa pubblica imposta dalle direttive del Fondo.

Dal 1990 infatti, il FMI ha fornito sostegno economico a Guinea, Liberia, and Sierra Leone, rispettivamente per 21, 7, e 19 anni, in cambio della piena accettazione delle direttive stabilite nel cosiddetto Washington Consensus, “l’accordo fra il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il Dipartimento del tesoro americano (tre istituzioni con sede a Washington) – scrive il sociologo Emanuele Ferragina nel suo saggio “La maggioranza invisibile” – nel predisporre riforme di stampo neoliberista per i paesi in via di sviluppo costretti a fronteggiare momenti di crisi” (va segnalato però che l’interpretazione di quell’accordo in chiave esclusivamente neoliberista, è oggetto di discussione).

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Sta di fatto – riporta The Lancet – che per per mantenere bassa la spesa pubblica, in quei paesi sono stati pesantemente tagliati i fondi per assumere o remunerare adeguatamente medici, infermieri e altri operatori sanitari. Nel caso della Sierra Leone ad esempio, tra il 1995 e il 1996, il FMI ha imposto il ridimensionamento del 28% dei dipendenti, obbligando lo Stato a proseguire nel contenimento delle spese e nella riduzione dei salari anche negli anni 2000. Dal 2004, il paese ha destinato circa l’1 ,2 per cento in meno del PIL ai servizi pubblici rispetto alla media dell’area sub-sahariana. In sostanza, sostiene la ricerca, l’impatto dei programmi legati ai prestiti finanziari concessi dal FMI tra il 1990 e il 2014 ha pesantemente indebolito il “sistema immunitario” di quei paesi, la cui Sanità pubblica non è stata in grado di rispondere adeguatamente all’avanzata dell’epidemia.  Un’accusa rigettata dal Fondo che ha definito totalmente false le conclusioni raggiunte dalla ricerca.

Nei mesi scorsi lo stesso FMI ha annunciato un investimento di 430 milioni di dollari per la lotta contro Ebola nei tre paesi africani, mirando così – scrive sempre The Lancet – “a diventare parte della soluzione alla crisi”. In una recente riunione, il direttore Christine Lagarde ha dichiarato: “Per tentare di contenere una malattia come questa è bene aumentare il deficit visto che si tratta della salute delle persone”. Una posizione questa, ha ammesso la stessa Lagarde, che “il FMI non assume molto spesso”.

Immagine, photo credit: Amnesty International via photopin cc.

 

Ebola, storia di una pandemia. Di balle

Se c’è qualcosa di veramente globale, ben prima che Tim Berners Lee inventasse il web, prima che la stessa parola “globalizzazione” entrasse nel nostro vocabolario, è la naturale capacità delle bufale di diffondersi a macchia d’olio. Una pandemia millenaria. Forse per l’innata tendenza dell’uomo alla mitopoiesi, insomma a creare miti, leggende – o balle, per semplificare alla grossa – perfino di fronte all’evidenza della realtà. Campionessa indiscussa delle boiate targate 2014 è l’epidemia di Ebola. Non tanto per la gravità della malattia presente in alcune zone circoscritte dell’Africa, come dimostra questa grafica pubblicata dal Washington Post, ma per come politici e media hanno lanciato – da un capo all’altro del globo – allarmi insensati sulla “catastrofe imminente”. A nominare “Boiata dell’anno 2014“, la miriade di esagerazioni del tutto prive di fondamento pronunciate riguardo Ebola, è stato Politifact.com, sito di fact checking del quotidiano Tampa Bay Times, che nel 2009 ha vinto il più importante premio giornalistico americano, il Pulitzer.

Nel corso dell’anno. PolitiFact ha accertato 16 casi distinti di affermazioni di media e politici riguardanti Ebola, false o completamente false. Dieci di tali dichiarazioni sono state diffuse in ottobre, dopo che si è verificato il primo decesso negli Stati Uniti, quello del liberiano Thomas Eric Duncan, e poco prima che gli elettori fossero chiamati alle urne  per le elezioni di midterm, che hanno visto trionfare il Partito Repubblicano. Un esempio? L’analista di Fox News George Will ha sostenuto che Ebola potrebbe essere diffusa per via aerea, attraverso uno starnuto o un colpo di tosse, mentre invece è acclarato che la malattia si può diffondere attualmente solo attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.

Il New York Times ha pubblicato appena due giorni fa un articolo in cui fa il punto, numeri e grafici alla mano, sulla diffusione della malattia in Africa, in Europa e Stati Uniti, dove si sono verificati gli unici 5 casi di morte (2 negli Usa e 3 in Europa, di cui 2 in Spagna e uno in Germania) tra i poco più di 20 casi di contagio in Occidente, molti dei quali per altro risoltisi con la guarigione del paziente.

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PS: “Recovered” non si traduce con “ricoverato”, ma con “guarito”. Le persone attualmente in cura sono comprese nella voce “In treatment”.

 

Ovviamente questo non significa che Ebola non sia un problema reale, soprattuto a causa della sua diffusione in tre paesi dell’Africa occidentale, Liberia, Guinea e Sierra Leone (qui la pagina aggiornata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità con tutti i dati statistici su casi di contagio e decessi nei paesi africani), ma gridare al pericolo di una epidemia in Occidente – attualmente inesistente – per alimentare paure e raccattare consenso tra il proprio elettorato (o pubblico, nel caso dei media) di riferimento, è tutt’altra faccenda.

Naturalmente da noi fa scuola Matteo Salvini che sul pericolo Ebola ci marcia da un pezzo. Innumerevoli gli allarmi lanciati via Twitter e Facebook dal segretario della Lega Nord. Solo per ricordarne qualcuno:

  • “EBOLA minaccia Regno Unito” denuncia Ministro degli Esteri Hammond. I MINISTRI ITALIANI? DORMONO. Da #MareNostrum a Ebola Nostrum! (31 luglio)
  • “Migliaia di morti in Africa per Ebola. Stop a MareNostrum, prima che l’epidemia faccia strage anche da noi” (17 settembre)
  • Primo caso di #EBOLA in USA, 1 milione di contagiati in Africa. Governo #Renzi assicura “in Italia controlli serrati”. Ci fidiamo? (1 ottobre) [Per inciso, i casi attualmente accertati dall’OMS sono 18.464, esattamente 981.536 in meno di quelli dichiarati da Salvini]

Naturalmente il leghista, che pare lanciato nella corsa alla successione di Berlusconi alla guida del centro-destra, si trova in buona compagnia nel vaneggiare di numeri e pericoli di cui sa ben poco. Al primo posto in classifica del premioPanzana dell’anno” lanciato dal sito italiano di Fact Checking Pagella Politica  e con ottime possibilità di ottenere la vittoria finale, si trova attualmente il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, titolare di una sparata davvero da bollino rosso: “Nigeria, vai su Wikipedia: 60% del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram, la restante parte Ebola”. Contagiato anche lui: dall’epidemia di cazzate.

Non hai più un euro? Hai vinto

Negli ultimi 30 giorni entrate 0.00 euro, uscite 660.73 euro, saldo disponibile in conto corrente: 1.11 euro.

Sono i movimenti più il saldo di uno dei conti correnti bancari postati sul gruppo Facebook “Finire i soldi” che offre un piccolo spaccato, con una risata a bocca storta, della crisi che milioni di italiani – quelli che abbiamo chiamato la massa degli “invisibili” – stanno vivendo. Quelli che non arrivano alla terza settimana del mese, o magari neanche alla seconda, e che insomma si arrabbatano in attesa di tempi migliori perché, come recita il motto scelto dal gruppo: “non può piovere per sempre”. Nell’attesa, cercano di vivere la povertà con un minimo di leggerezza, ad esempio partecipando al concorso del conto corrente più rosso che c’è. Si posta il saldo del proprio conto, and the winner is…

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Si ride. Anche per dimenticare il vero paradosso: quando il conto corrente piange, tutto diventa più caro. Perché si pagano in ritardo bolli, tasse e bollette varie e allora arrivano le sanzioni. Dall’INPS, dalle Regioni, dallo Stato, dalle municipalizzate che minacciano di staccare le utenze. Tutti a chiedere, tutti a lucrare sulla sfiga, tutti a pretendere di ricevere il dovuto – magari in anticipo come chiede lo Stato che pretende un acconto sui redditi presunti dell’anno in corso – ma poi, quando c’è da restituire, una bolletta a credito ad esempio, c’è da aspettar mesi. Con comodo, perché tanto quando le serve la burocrazia ci vede benissimo e la sfiga la annusa da lontano, e sa benissimo che, anche in un regime “democratico” come il nostro, la libertà e la possibilità di far valere le proprie ragioni sono direttamente proporzionali al peso del proprio conto corrente.

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Gli iscritti al gruppo, nato ufficialmente da più di un anno ma attivo solo da un mese, sono quasi quattromila. E quando si iscrive un nuovo membro, riceve un messaggio di benvenuto personalizzato. Ma solo se si certifica di essere capitati sulla pagina non solamente per curiosità, ma da titolari di tutti i demeriti necessari. Insomma, di essere degli spiantati col conto perennemente in rosso.

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Da non perdere anche l’inno del gruppo, cantato addirittura da uno dei più grandi interpreti della canzone italiana.

Quando gli architetti puntano troppo in alto: il caso del cimitero grattacielo

Il progetto di un cimitero alto 34 piani proposto dalla misteriosa Cielo Infinito Srl. L’architetto Gianni Braghieri: “Andrebbe bene a Dubai”

A volte l’architettura punta in alto, molto in alto. E’ sempre successo: pensiamo alla biblica torre di Babele o agli odierni deliri di Dubai. A Verona in queste settimane si discute molto di una proposta di un cimitero grattacielo, ovvero un cimitero privato che si sviluppa in verticale, per ben 100 metri, in 34 piani che dovrebbero contenere 60mila salme, con tanto di bar e ristorante, un po’ come un centro commerciale.

Il progetto della Cielo Infinito Srl, è stato presentato dai suoi autori Pier Luigi Lanza e Riccardo Manfrin in questo modo: “Una struttura moderna e confortevole, di design innovativo, ma allo stesso tempo semplice e snella nella sua organizzazione a torre: la verticalizzazione sembra incarnare l’idea dell’ascesa verso il cielo e nello stesso tempo costituirebbe la risoluzione al problema della qualità e quantità delle superfici disponibili”.

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Se la discussione, sul piano politico, è ancora in corso, a noi ha colpito l’idea architettonica di un cimitero che si sviluppa in verticale, come un moderno mega-condominio. Abbiamo chiesto a Gianni Braghieri, architetto e co-autore del cimitero Aldo Rossi di Modena, cosa ne pensasse.

“Il progetto di Verona è esattamente il contrario di ciò che penso dell’architettura” ha risposto l’architetto. “Uno spazio di memoria e di raccoglimento come un cimitero non può occupare uno stupido grattacielo di ferro e vetro. Quel cimitero di Verona andrebbe bene negli Emirati arabi, per esempio a Dubai. Penso anche che un’opera pubblica come un cimitero non possa essere privata”.

Alle critiche di chi si oppone al progetto, il sindaco Flavio Tosi ha risposto che la Cielo Infinito srl paga 15 volte in più delle altre società che avrebbero voluto acquisire la stessa area. Cioè 11 milioni di euro, che farebbero quadrare il bilancio dell’amministrazione comunale.

Lo stesso progetto di cimitero verticale era stato presentato nel 2011 a Milano. La Cielo Infinito Srl risulta un’attività di “ristorazione con somministrazione” con sede a Milano e – secondo i consiglieri comunali del PD – con sede legale in Austria e un socio unico, Skifin Gmbh, di cui non si trovano informazioni.

Perché non crediamo nella scienza? Il caso dei vaccini

La pubblicazione nel 1798 del saggio “An Inquiry Into Causes and Effects of the Variolæ Vaccinæ” del medico britannico Edward Jenner ha cambiato la storia dell’umanità. Oltre che essere ricordato come l’inventore del vaccino contro il vaiolo, Jenner è considerato anche il padre dell’immunizzazione attiva, quella indotta artificialmente in un organismo, attraverso i vaccini appunto, per fare resistenza a determinati agenti infettivi. Ovunque nel tempo siano stati introdotti i vari tipi di vaccini, si è ridotta enormemente l’incidenza di malattie gravi e potenzialmente letali a volte diffuse da millenni, come dimostra l’infografica qui sotto che rileva la percentuale di malati negli Stati Uniti, a seconda della tipologia di infezione, precedente e successiva all’introduzione del vaccino specifico (dati 2012).

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Come si vede, dati che lasciano pochi margini di discussione. Eppure in Italia si è riaccesa la polemica ciclica contro la somministrazione dei vaccini in seguito alla recentissima sentenza del tribunale del lavoro di Milano che ha riconosciuto la sussistenza di un nesso causale tra la vaccinazione esavalente (tre distinte iniezioni nel primo anno contro difterite, epatite B, infezioni da Haemophilus Influenzae di tipo b (HIB), pertosse, poliomielite e tetano) somministrata a un bambino nel 2006 e la successiva forma di autismo contratta dal bimbo stesso. Nesso causale che nessuna ricerca scientifica ha mai dimostrato.

Al di là della drammatica vicenda specifica, ciò su cui bisognerebbe portare la riflessione è la sfiducia, parziale o totale, di una crescente fetta di popolazione nei confronti della scienza in generale. Un oggetto d’indagine per filosofi e sociologi, prima che per gli scienziati. Nessuno ovviamente può negare la componente irrazionale insita in ogni essere umano che ci sottrae inevitabilmente a una piena adesione alla logica matematica che disciplina il metodo scientifico (saremmo delle intelligenze artificiali, non umane) e tuttavia resta sconcertante la nostra capacità di sottrarci a valutazioni razionali perfino di fronte a evidenze incontrovertibili.

Qui sotto, un grafico sul tasso di mortalità infantile in Italia dal 1872 al 2009. Fonte: Indagine Istat

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