Autogol di Greenpeace, il governo peruviano vuole fargli causa

In un nostro recente articolo sulle foche e sulla campagna di Greenpeace che ha danneggiato le  comunità Inuit avevamo scritto che spesso le cose fatte con buone intenzioni sono peggio di quelle fatte con intenzioni cattive. A quanto pare ci risiamo. Attivisti di Greenpeace provenienti da diversi paesi (Italia compresa) hanno lasciato un messaggio composto da lettere di stoffa sul popolare sito archeologico delle Linee di Nazca, in Perù. L’obiettivo ovviamente era quello di attirare l’attenzione sui cambiamenti climatici, dato che a Lima si sta svolgendo una conferenza delle Nazioni Unite sul tema.

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Il problema è che secondo diversi giornali peruviani e il governo peruviano, gli attivisti sono entrati illegalmente in un sito inaccessibile per chiunque senza le dovute protezioni, danneggiando quello che è considerato un patrimonio dell’umanità. Greenpeace si è difesa con poche righe, spiegando che non hanno provocato danni e che l’operazione è stata supervisionata da un archeologo, ma scusandosi per eventuali “danni morali”. Però le foto che per ora circolano sul web sembrerebbero dare ragione al governo peruviano, che farà causa a Greenpeace.

Sul sito del Guardian c’è il video dell’azione notturna degli attivisti, mentre nel sito peruviano Utero.pe ci sono le foto che dimostrerebbero come il passaggio di Greenpeace abbia lasciato dei segni sul terreno.

E’ indubbio l’autogol comunicativo: basta leggere i commenti degli stessi sostenitori di Greenpeace nella pagina Facebook italiana dove viene annunciata con entusiasmo l’incursione degli attivisti.

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La foto che dimostrerebbe i danni provocati dagli attivisti di Greenpeace:

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Trasforma il tuo lavoro in un hobby (e non il contrario)

Annunci assurdi trovati online: ci sono quelli che richiedono serietà ma che specificano che si tratta più di “hobby” e non di veri e propri lavori, e quelli che cercano “persone particolarmente benestanti” o “No sindacalisti”

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Trasformare il proprio hobby in un lavoro: il sogno di molti, ma come sempre nei sogni risvegliarsi è la parte più dura. Prendiamo il lavoro del videomaker, oggi molto diffuso: fra tassazione alta, concorrenza numerosa, pagamenti bassi e costantemente in ritardo, chi davvero riesce a sostenersi solo facendo video sono pochi, gli altri durano qualche anno e poi o cambiano lavoro, o vendono la videocamera per mangiare, o tornano a testa bassa dai genitori.

Si può dire che si è fatto il giro: da hobby che diventa lavoro, a lavoro che diventa un hobby, come dimostra questo annuncio che abbiamo trovato, dove si sottolinea che l’offerta è da considerarsi “come coltivazione di un hobby”.

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In quest’altro annuncio come recensore di prodotti tecnologici si richiede serietà e “almeno 7 articoli a settimana”, ma attenzione, “per il periodo iniziale i collaboratori NON saranno retribuiti e il tutto sarà da vedere più come un hobby che come un vero e proprio lavoro”.

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Un misterioso annuncio proveniente dalla provincia di Crotone invece riguarda una società non meglio specificata, per cui si cerca “qualcuno di particolarmente benestante che vuole farne parte visto che è solo come hobby e quindi non prevede retribuzione/pagamento”. Mistero.

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Infine a Sarno, si cercano montatori di arredi che non lo facciano come hobby (esiste chi ha questa passione, a quanto pare) e alcune categorie particolari sono assolutamente escluse, ovvero: No sindacalisti, No scarsi apprendisti, No perditempo.

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Se trovate altri annunci assurdi segnalateli alla nostra redazione. 

 

Un regalo agli italiani. Gran colpo di marketing dell’Agenzia delle Entrate

Dagli italiani viene considerata una specie di vampiro che prende, prende, prende. Comprensibilmente, per altro, visto che la pressione fiscale in Italia è la più alta tra tutti i Paesi cosiddetti sviluppati: il 54% del PIL. Un salasso vero e proprio a fronte di una restituzione in servizi non propriamente all’altezza, a voler esser generosi. Ecco perché, se quella parte di Stato che si occupa di “perseguire il massimo livello di adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti”, per una volta invece di prendere, dà – regala addirittura! – ci sarebbe da gridare al miracolo. Che prima di esser certificato però, come insegna Santa Madre Chiesa, richiede qualche accertamento. Per scoprire magari che per aspirare alla santità l’Agenzia delle Entrate ha ancora parecchi chilometri da percorrere sulla via di Damasco.

Il regalone che l’Agenzia si appresta a fare agli italiani, è uno stock di computer. Alle Entrate naturalmente non li chiamano così. In gergo si dice “apparecchiature informatiche” che – spiega il comunicato che promuove l’iniziativa – verranno cedute a titolo gratuito a tutti gli “istituti scolastici statali e paritari, le pubbliche amministrazioni, gli enti e organismi non-profit (anche privati)” che ne faranno apposita richiesta e, nel caso, inseriti in apposita graduatoria.

Di che apparecchiature informatiche si tratta? Di materiali, “non più utilizzabili per l’attività dell’Agenzia ma che – si precisa – potrebbero risultare ancora idonei per altri enti”. Insomma, roba usata e vecchia, non si sa quanto, per la quale “non si garantisce l’assenza di difetti di funzionamento“, che potrebbe essere “priva di sistema operativo installato” (non è infatti possibile assicurare che siano ancora disponibili le licenze Windows fornite dal costruttore, sebbene esse siano generalmente presenti), che per essere ritirata obbligherà gli enti beneficiari a recarsi direttamente alla sede dell’Agenzia dove le apparecchiature informatiche sono conservate con tanto di scotch e cartone da imballaggio al seguito (il pacco è tuo e te lo prepari da solo).

Per capire come poter venire un giorno in possesso di simili gioielli informatici, basta leggersi con attenzione la procedura contenuta in questo documento di cinque pagine. Considerata la provenienza, praticamente un tweet.

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Disclaimer: l’apparecchiatura informatica che vedete in questa immagine, non va confusa col genere di quelle regalate agli italiani dall’Agenzia delle Entrate.

Come muoiono i giovani in Italia: incidenti e suicidi

Ieri l’Istat ha pubblicato un documentato con numerosi dati sulle cause di morte in Italia negli ultimi anni. Noi avevamo dedicato all’argomento della morte il reportage La realtà della morte.

Dei dati Istati un dato che ci ha colpito è quello sulle cause più frequenti di morte nella fascia 15-24 anni. Al primo posto accidenti di trasporto, al secondo suicidio, al terzo e quarto malattie del cuore e leucemia.

LE CAUSE DI MORTE PIÙ FREQUENTI PER GENERE E CLASSE DI ETA’ IN ITALIA NEL 2012. FASCIA 15-24 ANNI

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Fonte: Istat

La biblioteca di Tidiane Diagne, l’afro-barbaricino

Diciamolo subito: non è il solito crowdfunding. E’ una di quelle storie che ci sarebbe piaciuto raccontare su Converso, ma l’ha già fatto qualcun altro benissimo, quindi ci limitiamo a riportarla brevemente e per approfondirla (merita) vi rimandiamo all’articolo di Vito Biolchini “Storia di Diagne, il senegalese che difende la poesia sarda (e che ora ha bisogno di noi)”. All’interno si trova anche il corto “La valigia di Tidiane Cuccu”.

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E’ la storia di Cheick Tidiane Diagne, senegalese, che appena arriva a Nuoro conosce tziu Cuccu (tziu in sardo è un amichevole “zio”), un signore che vendeva libri di poesia sarda in giro per l’isola con la sua Panda. Gli chiede indicazioni e tziu Antoni Cuccu decide di aiutarlo in tutti i modi.

“Quando sono arrivato a Nuoro, fuori dalla stazione, la prima persone che ho incontrato è tziu Antoni, con una valigia e dei libricini. Gli ho chiesto di indicarmi dove potevo trovare i miei connazionali, così lui mi ha preso per mano e mi ha portato nel posto in cui si trovavano i senegalesi. Si chiamava Antonio Cuccu. Da quel giorno è nata la nostra amicizia e le mia scoperta del suo incredibile lavoro”

(Cheick Tidiane Diagne)

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I due diventano molto amici, Diagne si appassiona alla cultura sarda e inizia anche lui a girare la Sardegna vendendo libri. Nel 2003 tziu Antoni muore, la sua biblioteca potrebbe andare perduta per sempre ma Diagne prende in eredità i libri di tziu cuccu, ma soprattutto la sua missione e e la sua particolare iniziativa editoriale.

Oggi chiede aiuto per poter stampare due nuovi libri, uno proprio di tziu Antonio Cuccu. Bastano 2mila euro: qui la pagina del progetto di crowdfunding.

Aids: ogni anno 3500-4000 nuove infezioni in Italia

Appena l’altro ieri tutti indossavamo il nastrino rosso, in bella vista su maglioni e camice per dimostrare che sì, anche noi lottiamo contro l’Aids. Era il primo dicembre, giornata mondiale contro l’Aids e per ricordaci che anche noi siamo preoccupati per questa malattia terribile bastava aprire i social network, i giornali o accendere la tv e la radio. Oggi, però, è un altro giorno e torneremo a parlare d’altro. Siamo davvero sicuri che sia il caso di infilare tutto nel cassetto fino alla prossima giornata mondiale?

Ogni anno nel nostro Paese ci sono 3500-4000 nuove infezioni, una cifra sostanzialmente stabile, mentre in cura ci sono circa 100mila sieropositivi e si stimano circa 20mila persone che non sanno di avere il virus. Restiamo su questo ultimo dato: 20mila persone che non sanno di avere il virus e che potrebbero potenzialmente contagiare tantissime altre persone, un po’ come è successo a questo giovane latin lover in Romania, storia che rappresenta il peggio incubo i chiunque abbia avuto rapporti non protetti. Viene da chiedersi come mai nel 2014 con test gratuiti e anonimi ci siano ancora persone che non sanno di avere contratto il virus hiv.

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La risposta purtroppo arriva diretta come una ventata di aria gelata: perché ci sono categoria – per esempio gli eterosessuali – che credono di essere in un qualche modo esenti e che vedono il contagio come una questione che riguarda solo gay e tossicodipendenti e quindi anche se corrono dei rischi non vanno ad eseguire il test, che comunque, diciamocelo francamente, da molti è ancora considerato come un marchio di infamia di cui vergognarsi. Purtroppo però i dati dicono che questo è l’unico modo per salvarsi, perché l’Aids è tra noi e si fa sentire: il 2013 è stato considerato un anno nero e l’ultima rilevazione dell’European Center for Diseaes Control and Prevention e dell’Oms parla di Un aumento dell’80% rispetto al 2004 che riguarda, purtroppo, i giovanissimi. Oltre l’80%  dei casi di contagi avviene per un rapporto sessuale non protetto. Per fregare il virus basta pochissimo: un preservativo. Ricordiamocelo anche dopo aver staccato le spillette rosse da maglioni e camice, per i 364 giorni che non sono il primo dicembre.

Nell’immagine, la nuova linea di preservativi lanciata da Coop Italia che han fatto discutere per l’azzeccata campagna di marketing realizzata dall’agenzia Young&Rubicam.

Si cureranno solo i migliori

YouCaring è una piattaforma di fundraising con una mission specifica, raccogliere donazioni per: persone affette da malattie e non in grado di sostenere le spese per le cure (notoriamente insostenibili negli Stati Uniti se non in possesso di una assicurazione privata), spese per un funerale, spese per l’educazione dei figli (anche queste costosissime negli Usa, almeno a livello universitario), ecc. ecc. Insomma, una versione strutturata e digitale delle antiche “opere di bene”, contributi caritatevoli che da sempre i membri di una comunità versano a sostegno dei propri componenti più sfortunati nel momento del bisogno. In questo, niente di nuovo se vogliamo, nemmeno per il fatto che grazie a Internet la “comunità” sarebbe diventata globale perché in fondo, globali erano già iniziative storiche promosse attraverso un altro medium a grande diffusione come la televisione. Pensiamo ad esempio a Telethon – contrazione di television marathon, nata addirittura nel 1966 su iniziativa del comico Jerry Lewis e poi diffusa in mezzo mondo – destinata a raccogliere fondi per la ricerca sulla distrofia muscolare.

Esistono però delle differenze che rendono i messaggi veicolati da YouCaring indissolubilmente legati al mezzo di diffusione, Internet, distanziandoli anche da trasmissioni televisive incentrate su casi particolari, ad esempio la cosiddetta tv del dolore, tanto diffusa in Italia e probabilmente ovunque. La prima è che grazie ad Internet non esistono più filtri: chiunque può esporre sulla grande piazza virtuale il proprio problema sperando di trovare chi voglia versare un obolo per aiutarlo (forse) a risolverlo. La seconda è che le possibilità di raccogliere effettivamente fondi sono legate alla capacità di fare marketing di se stessi, di rendersi “virali”, insomma di curare il personal branding della propria malattia o del proprio problema. In pratica, come segnala lo stesso YouCaring invitando a postare foto e video a corredo della propria pagina personale di raccolta fondi, non basta dire “hey, ho un cancro, aiutatemi a pagare le cure!“, bisogna anche saperci fare col marketing.

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L’esempio che ci ha colpito è quello di Tiffany C. Milohov, una ventottenne americana a cui il 23 luglio scorso è stato diagnosticato il Linfoma di Hodgkin. Grazie al proprio profilo aperto su YouCaring, Tiffany ha già raccolto i 6000 dollari sufficienti a pagarle le cure per tutto il 2014, anche se l’obiettivo finale della raccolta è di 15 mila dollari, in parte per coprire i mesi in cui a causa della malattia non potrà lavorare, in parte perché anche se la crescita del tumore pare essersi fermata, ancora non si parla di guarigione. Tiffany ha anche aperto un proprio sito personale dove racconta il proprio viaggio nella malattia, comprensivo anche di uno shop online dove vende magliette e braccialetti che promuovono il sito. Infine, a darle una mano, è arrivato anche un video professionale piuttosto bello che ha già avuto quasi 70 mila visualizzazioni.

Anche se chiaramente in Italia, in Europa, le  possibilità di accesso ai servizi sanitari sono decisamente diverse rispetto agli Stati Uniti, la direzione che stiamo prendendo (anche se non tutti se ne accorgono) porta verso la progressiva privatizzazione di questo servizio fondamentale. Segue perciò una domanda: Tiffany che diventa “imprenditrice” della propria malattia, è solo un caso limite, qualcosa all’americana, o il preludio di ciò che un giorno potrebbe diventare un esempio – non propriamente positivo – per tutti?

Altissima retribuzione oraria, offresi: 5 euro

Sembra una barzelletta. E in fondo, un po’ speriamo che lo sia. Perché altrimenti, questo annuncio di  una “importante Agenzia Leader nel settore Energia” comparso sul sito subito.it altro non è che l’esempio di come ormai sia saltato ogni principio di realtà e questo Paese sia ormai la triste parodia di se stesso.

Riassunto della ricerca di personale: questa agenzia leader seleziona, per la zona di Quartu Sant’Elena (Cagliari), venti giovani in possesso del diploma di scuola superiore da inserire nel proprio organico per il turno della mattina (9.00/15.00) o sera (15.00/21.00) e collaborare così a una prestigiosa campagna per conto di Enel Energia luce/gas.

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Rapporto a tempo determinato, naturalmente, ma con alcune garanzie mica da poco:  contratto fisso mensile ad altissima retribuzione  oraria (5 EURO). E’ scritto proprio così: cinque euro cinque (lordi). Da leccarsi i baffi, considerando anche la straordinaria opportunità di inserirsi nel solito “ambiente stimolante, serio, pulito, giovane e dinamico” (notevole anche l’accento sul “pulito”, casomai uno subodorasse di trovarsi a lavorare in qualche vecchio e umido scantinato).

Chiosa finale dell’azienda leader: niente sessismo né razzismo da noi, “Il presente annuncio è rivolto ad entrambi i sessi, ai sensi delle leggi 903/77 e 125/91, e a PERSONE di tutte le età e tutte le nazionalità, ai sensi dei decreti legislativi 215/03 e 216/03”. Tutto a norma di legge. Appunto.

Ogni anno in Italia ci sono una ventina di nuovi Benito

Grazie al sito dell’Istat è possibile sapere che nomi vengono dati ai nuovi nati in Italia dal 1999 al 2013. Ovviamente la tentazione di inserire certi nomi è stata forte, e diciamolo subito: non abbiamo resistito.

benitiCi siamo chiesti: quanti Benito nascono ogni anno in Italia?

Nel 1999 erano 62 i nuovi nati con questo nome. Poi sono andati progressivamente diminuendo: intorno ai trenta tra il 2004 e il 2009, solo 11 nel 2012 e 13 nel 2013.

Negli ultimi anni, dopo l’elezione del papa, il nome più diffuso tra i maschi è diventato Francesco.

Negli anni ’30 erano tantissimi i bambini che venivano chiamati Benito, ovviamente in omaggio a Mussolini, ma erano tante anche le Rachele e gli Adolfo. Nomi che oggi si sentono sempre meno, eccezione fatta per Rachele, nome bello e sempre diffuso (800 nel 2013).

Per ovvi motivi dopo la fine del fascismo il nome Benito è lentamente caduto in disuso, essendo troppo legato alla figura del dittatore, un po’ come è capitato con il nome Adolf in Germania. Ma ancora oggi qualcuno dà quel nome ai propri figli. Difficile che si tratti solo di nostalgici, più probabile che i motivi siano legati all’usanza di dare ai neonati i nomi dei nonni.

Qualche anno fa il Movimento sociale-Fiamma Tricolore, per fermare il declino del nome Benito, offriva 1500 euro a chi chiamava i propri figli così. Il partito neofascista all’epoca rispose che non c’era “nessuna connotazione fascista” nell’iniziativa, e che la scelta dei nomi era casuale.

Curiosità: anche Mussolini non era il primo Benito, ovviamente. Suo padre scelse questo nome in omaggio a Benito Juárez.

Vero come la finzione

Se c’è uno che a un certo punto ha deciso di entrare a piedi uniti in quel cono d’ombra in cui realtà e illusione si mischiano, cercando in fondo di ricondurre a “uno” la schizofrenia che esiste tra molti grandi attori e i propri personaggi, quello è Mickey Rourke. Uno che ha progressivamente fatto scivolare la finzione propria dello Show Business nella realtà del Freak Show (dell’argomento, abbiamo parlato diffusamente qui). A partire dalla sua faccia che ha trasformato – e diciamolo, anche orrendamente deturpato – nella maschera del se stesso che fu. Abbandonato da tempo il frame del seduttore di “Nove settimane e mezzo”, il film più celebre della prima parte della sua carriera, oggi interpreta anche fuori dal set il ruolo di Robin ‘Randy The Ram Robinson’ Ramzinski, personaggio reso celebre dal capolavoro del 2008 diretto da Darren Aronofsky “The Wrestler”.

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Rourke, appassionato di boxe con all’attivo 8 incontri da professionista (6 vittorie e 2 pareggi), è tornato ieri sul ring a 62 anni, esattamente vent’anni dopo il suo ultimo incontro, in un match di esibizione a Mosca contro l’ex pugile professionista ventinovenne appartenente alla categoria di pesi medi Elliot Seymour. Ha pure vinto, per ko al secondo round. Una specie di messa in scena di un vero incontro che ha lasciato interdetto il numerosissimo pubblico accorso per assistere all’evento. A guardare il video della serata, sembra di assistere a una parodia di The Wrestler, solo con una dose di finzione decisamente maggiore rispetto a quella del film e, naturalmente, con un finale meno tragico. Le dichiarazioni di Rourke a commento dell’incontro, non sono meno degne di una sceneggiatura: “Ci sono alcune cose nella mia vita di cui non mi libero, e la boxe è una sorta di salvagente – ha detto – e per un uomo come me, è meglio vivere nella paura che andare avanti nella vergogna”.

Benedici, o Signore, questa pellicola

Le piene del Po hanno segnato la storia della pianura padana. A memoria d’uomo, l’alluvione più devastante che si ricordi fu quello del 1951 che causò quasi cento morti, 180 mila sfollati e danni enormi nel Polesine. Ma la prima piena di cui è rimasta traccia è quella del 181 a.C. narrata da Virgilio nelle Georgiche:

Eridano, il re dei fiumi, straripò distruggendo con i suoi vortici malvagi i boschi; travolse nelle campagne mandre intere con tutte le stalle

Durante la piena, la massa d’acqua che si muove sopra il letto colmato di detriti e depositi che formano la cosiddetta conoide alluvionale, può raggiungere una forza spaventosa capace di travolgere argini e ripari di ogni tipo. Il Po, il re dei fiumi italiani, fa più paura degli altri. Ma il dissesto idrogeologico riguarda tutta Italia, come dimostrano le alluvioni recenti che hanno inondato la Liguria, Milano e Roma. Senza dimenticare, sempre nell’arco di quest’anno, Modena e Parma. Eventi che sono sempre accaduti, ma oggi certamente amplificati dai cambiamenti climatici in corso che ormai nessuno scienziato serio nega più.

La paura della possibile esondazione del Po di questi giorni ha prodotto un evento – all’apparenza giusto una curiosità – che racconta invece parecchio dell’Italia del 2014. A Brescello, cittadina del reggiano famosa perché Giovannino Guareschi vi ha ambientato una delle saghe più famose della letteratura italiana, quella di Don Camillo, l’attuale  parroco Don Evandro ha guidato una processione verso l’argine del Po portando con sé la statua del “Crocefisso parlante di Don Camillo”, resa celebre dagli adattamenti cinematografici della saga realizzati tra il 1952 e il 1965.

Per annunciare l’evento, Don Evandro ha anche emesso un comunicato stampa delle Parrocchie di Brescello e Lentigione che merita di essere riportato per intero:

Dopo gli eventi luttuosi di questi giorni a causa del maltempo, dopo la giusta decisione delle autorità di sgomberare Ghiarole, dopo l’allerta per una nuova ondata di piena del fiume Po, insieme a don Andrea, Vice Parroco dell’Unità pastorale di Brescello, Lentigione con Sorbolo Levante, ho deciso di indire una giornata di preghiera martedì 18 novembre 2014 per:

  • le vittime del maltempo in Italia;
  • chiedere a Dio di proteggerci dal pericolo di alluvioni;
  • chiedere a Dio di saper rispettare l’ambiente naturale, da Lui creato e a noi dato in consegna.

Invitiamo a pregare:

  • nelle famiglie e nelle case, soprattutto con gli anziani e i bambini;
  • nella chiesa parrocchiale di Brescello, aperta dalle ore 6.30 del mattino per tutto il giorno, davanti al “Crocefisso parlante di don Camillo”, concludendo con la S. Messa alle ore 18.00;
  • con la benedizione straordinaria del Po, portando in processione il “Crocefisso parlante di don Camillo”, partendo alle ore 15.30 dalla chiesa parrocchiale per arrivare sull’argine maestro del “grande fiume”.

La preghiera non è un atto di superstizione, ma di affidamento totale a Dio, soprattutto nei momenti di pericolo e di dolore! L’invito è rivolto alle vicine comunità reggiane, parmensi e mantovane, oltre che a tutto il nord Italia.

Questa foto straordinaria di Gianluca Perticoni (Eikon Studio) immortala l’evento:

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Don Evandro, piazzato giusto dietro la statua del Cristo di Don Camillo, impartisce la benedizione al Po. Alla sua destra, un impettito vigile urbano – rappresentante del Comune che in Guareschi era di Peppone – fa il saluto militare. Alla sinistra, un giornalista e un cameraman sembrano in attesa di un dichiarazione, probabilmente più del Cristo parlante che di Don Evandro. Narrazione perfetta. Nell’Italia del 2014, a proteggerci dalle devastazioni della natura, serve ancora l’aiuto di Gesù Cristo, prima ancora che della Protezione Civile. Con un’aggiunta spettacolare, che giornalista e operatore sono lì a rappresentare: la processione di Don Evandro ripete quella di Don Camillo nel primo film del ciclo dal titolo omonimo, quando Fernandel, interprete del personaggio creato da Guareschi, si reca sull’argine del Po per salvare il paese dalle acque.

In pratica, quella che viene messa in scena è la ripetizione di una finzione, una finzione al quadrato. Puro cinema, insomma. Il che cambia totalmente l’interpretazione dell’intera scena. La paura della piena, da un lato sembra riportare indietro agli anni ’50, a un’Italia antica che non esiste più, dall’altro lo fa in maniera modernissima, assolutamente mediatica (e non a caso è finita in tv sui giornali di tutta Italia), adattando la finzione cinematografica e facendola diventare, in definitiva, realtà. Con tanto di approvazione impettita delle istituzioni. In questo specie di sogno collettivo, manca solo che si avveri la preghiera che Don Camillo, ad alluvione ormai avvenuta, recita a conclusione del secondo film “Il ritorno di Don Camillo”.

Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case. Un giorno però, le acque si ritireranno e il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie, e quando avremo voglia di morte, cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile e il nostro paese diventerà un piccolo paradiso in terra. 

Giusto, Don Camillo: questa Italia di una benedizione ha tanto bisogno. Pare resti poco altro per fa sì che il sole un giorno torni a splendere.
Amen.

DL

“Mio adorato amore, per favore non morire”

Mio adorato amore,
 per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta.
Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro.

Ti amo, tuo per sempre.
Samir”.

Samir aveva 20 anni ed era egiziano. In Italia è arrivato il suo corpo senza vita, approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dopo quello che doveva essere un viaggio delle speranza e che invece si è concluso con la sua morte. Addosso aveva una busta di plastica gialla con dentro questa lettera, che è stata tradotta dalle autorità e ora gira sul web alla ricerca disperata di quell’adorato amore che non vedrà mai più. Su Facebook in centinaia stanno copiando e incollando le sue parole per diffonderle e magari raggiungere quella ragazza, aggiungendo il proprio nome ai saluti. Perché?

Forse perché le parole di speranza e amore di quella lettera ci ricordano che siamo tutti esseri umani e che i nostri sogni non sono tanto diversi da quelli di chi ormai quotidianamente arriva da clandestino sulle nostre coste, rischiando tutto per una nuova vita e che si trovano ad affrontare una società che lo considera un pericoloso fastidio: quegli abiti, quel velo portato dalle donne e quelle tradizioni sono temute solo perché non sono le nostre. C’è la paura del diverso alla base di ogni forma di razzismo e in Italia purtroppo negli ultimi anni le cose non sono migliorate .

Qui da noi arrivano omosessuali che scappano da paesi dove essere se stessi gli costerebbe la vita , donne e uomini che fuggono da guerre e distruzione, bambini soli o che diventano orfani durante il viaggio . Tutti esseri umani che ormai siamo abituati a vedere come numeri perché anche il dramma peggiore, se riproposto ogni giorno, diventa abitudine e indifferenza. Finché non leggiamo una storia, come quella di Samir, che ci ricorda che tutti facciamo parte dello stesso mondo.

(Anna Ferri)

(photo credit: Cokul via photopin cc)

Maltrattare gli animali non sarà più tanto facile

Anche se in Italia il maltrattamento di animali è ancora considerato un reato di serie B, qualcosa si sta muovendo. Il 18 settembre 2014 è stato siglato tra Corpo Forestale dello Stato e associazione Link Italia, un accordo che pone le basi per colmare la distanza tra il contesto italiano e paesi come gli Stati Uniti in cui, a seguito di rigorosi studi scientifici, la crudeltà su animali è considerata un importante indicatore di pericolosità sociale (ne abbiamo parlato nel reportage “La crudele legge del più forte“).

Il protocollo prevede l’istituzione della prima équipe multidisciplinare di studio e investigazione del profilo del maltrattatore e assassino di animali e verrà sviluppata l’attività di raccolta dati avviata da Link Italia in questi anni, attraverso l’istituzione di un apposito fascicolo di accertamento dei reati di maltrattamento da parte del NIRDA (Nucleo Investigativo Reati a Danno di Animali) del Corpo Forestale dello Stato.

“Obiettivo dell’accordo – spiega Francesca Sorcinelli, Presidente Link Italia – è indagare il fenomeno link, il legame tra crudeltà su animali e violenza interpersonale, nel contesto italiano, per sostenere le politiche criminologiche e vittimologiche, elevando il maltrattamento di animali da reato minore a reato grave”.

L’ultima volta che lo Stato Italiano si era fatto interprete così direttamente di interventi di tutela degli animali era il 1938, quando fu costituito l’Ente nazionale fascista per la protezione degli animali, che nel dopoguerra ottenne il riconoscimento di personalità giuridica di diritto pubblico, operando in stretta collaborazione con il Ministero dell’Interno. Nel 1979 tuttavia l’ENPA venne privatizzata, perdendo la qualifica di ente parastatale. A distanza di 35 anni, oggi, si apre quindi un nuovo capitolo, che pone al centro il rispetto degli animali come strumento di civiltà.

(Eva Ferri)

copertina: visualpanic via photopin cc

Infibulazione, l’Italia prima in Europa

L’Italia è prima in Europa per numero di infibulazioni, una pratica di mutilazione genitale femminile che in molti forse credevano scomparsa ma che in realtà sopravvive nonostante ci sia una legge che la vieta. Mentre il dibattito sul velo che copre le donne musulmane è sempre più acceso (qui ne parliamo su Converso), di questo rito di passaggio che segna per sempre la vita di milioni di donne se ne parla poco. Forse perché, essendo meno visibile in un mondo dove l’immagine è quasi tutto, passa inosservato.

I numeri però sono allarmanti: 40mila casi in Italia su 500mila in Europa, così il Belpaese si piazza tristemente sul podio. In tutto il mondo, sono invece 130milioni le donne e bambine che hanno subito mutilazioni genitali (mgf).

Leggi tutto “Infibulazione, l’Italia prima in Europa”

Ti segno in tutte le lingue del mondo

Come sottrarre  chi è affetto da mutismo dalla condizione di isolamento nella quale può precipitare? “Per evitarlo servono due cose – spiegava Simona, una educatrice non udente  nel reportage di Converso della scorsa settimana “Una protesta silenziosa” – prima di tutto apprendere la LIS (Lingua Italiana dei Segni), poi familiarizzare con la lettura labiale e l’espressione orale”.

Grazie al progetto Spread the sign, adesso chiunque può imparare facilmente il linguaggio dei segni. Si tratta di una vero dizionario online che “traduce” in un video, in varie lingue (dei segni), le parole inserite nel campo di ricerca.

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