Il dottore di Van Gogh

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

di Martino Pinna

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

Il 16 maggio del 1890 Vincent van Gogh lascia la clinica di Saint-Rémy-de-Provence dove si è fatto ricoverare per farsi curare. L’anno prima, oltre ad aver dipinto molti dei suoi più noti capolavori, si è tagliato un orecchio e ha sofferto di varie crisi: allucinazioni, deliri, tentativi di suicidio. La guarigione tanto desiderata non è arrivata nella clinica di Saint-Rémy gestita dal dottor Peyron, che gli diagnostica l’epilessia e che lo cura con dei semplici bagni settimanali. Risultato? Il pittore tenta di avvelenarsi ingerendo i suoi stessi colori e il cherosene delle lampade, finché, in un momento di lucidità, capisce che il suo soggiorno in quella clinica è del tutto inutile, così decide di lasciare Saint-Remy e raggiungere il fratello Theo a Parigi, a cui chiede consiglio.

Il 21 maggio del 1890, dopo essersi consultato con lui, Van Gogh parte per Auvers-sur-Oise, un piccolo e tranquillo villaggio di campagna a pochi chilometri da Parigi, dove abita il dottor Paul-Ferdinand Gachet, il vero protagonista di questa storia.

van-gog

Medico, collezionista d’arte, è anche lui un pittore, e tra i due si instaura un rapporto di stima reciproca e amicizia. La speranza è che il dottor Gachet possa finalmente portare alla guarigione l’artista ed evitare le frequenti crisi e i tentativi di suicidio. Il medico spiega a Van Gogh che soffre di malinconia. Successivamente Vincent scrive al fratello Theo:

«[Il dottore] mi ha detto che se la malinconia, o che altro, diventasse troppo forte, potrebbe fare sicuramente ancora qualcosa per diminuirne l’intensità, e che non dovevo farmi scrupolo di essere franco con lui. Sì, il momento in cui avrò bisogno di lui può certo arrivare, comunque per adesso mi sento bene.»

Qualche settimana dopo, il 29 luglio del 1890, il pittore si spara una pallottola al petto e muore dopo varie ore di agonia. Aveva 37 anni.

“Per adesso mi sento bene” diceva nella lettera. Allora cos’è successo nel frattempo? Il dottore aveva sottovalutato la depressione del suo nuovo paziente? E che rapporto c’era tra il dottor Gachet e Van Gogh?

Vincent_van_Gogh_-_Self-Portrait_-_Google_Art_Project_(454045)

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Gachet è un personaggio molto interessante. E’ considerato il medico amico dei pittori: amico di Courbet, Manet, Pissarro, Renoir e Cézanne, che per un periodo visse proprio nel villaggio del dottore. Dipingeva e incideva, ma soprattutto collezionava tele di impressionisti, che amava follemente. Era un uomo particolare, il dottore. Un passionale, uno che quando nel 1870 scoppia la guerra contro la Prussia di Bismarck va a Parigi, rischiando la pelle come medico in prima linea, durante l’assedio alla città. Si era laureato con una tesi dal titolo “Etude sur la mélancolie”, studio sulla malinconia. Quando Vincent lo conosce il dottore ha 62 anni ed è ancora molto provato dalla morte della moglie, scomparsa 16 anni prima, nel 1874. I due quindi non hanno in comune solo l’amore per l’arte, ma anche una situazione di sconforto, di tristezza insuperabile. Tanto che Van Gogh si identifica in lui e scrive:

«[Il dottore] è scoraggiato nel suo lavoro di medico di campagna come io lo sono nella pittura.»

Si verifica una situazione paradossale: doveva essere Gachet a osservare e curare il pittore, ma probabilmente a sua insaputa, è Van Gogh ad analizzare il dottore. Nelle lettere al fratello Vincent considera Gachet come colpito “da un male nervoso” e descrive il suo volto come “irrigidito dalla sofferenza”. La diagnosi perfetta però non arriverà dalle parole, ma dai colori, in quello che è uno degli ultimi capolavori del grande artista olandese: il celebre “Ritratto del dottor Gachet”.

Vincent-van-Gogh-Il-Ritratto-del-dottor-Gachet-1890

Questo magnifico dipinto è stato analizzato varie volte in chiave psicologica. Diciamo la verità: non c’è bisogno di una laurea per capire che quello ritratto non è proprio un allegrone. Una descrizione e un’analisi tanto accurata quanto involontaria, arriva proprio dalle parole del dottor Gachet, scritte molti anni prima nella sua tesi di laurea sulla malinconia. Parlando dei malinconici infatti scrive:

«L’atteggiamento del malato è assolutamente particolare […] La testa china sul petto e leggermente inclinata a destra o a sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in stato di semicontrazione permanente, in specie quelli flessori; i muscoli facciali sono come raggrinziti, tormentati e conferiscono alla fisionomia un’impronta di particolare durezza; quelli sopraccigliari, sempre tesi, sembrano nascondere l’occhio e rendere l’orbita piú profonda; le arcate sopraccigliari sono prominenti e separate da due o tre pieghe verticali. La bocca disegna una linea retta, sembra che le labbra siano scomparse […]. Il solco naso-labiale è piú vistoso, le gote sono cave, la pelle è come incollata agli zigomi, la tinta è giallastra o terrea […]. Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso terra o di lato»

Provate a rileggere queste parole guardando il “Ritratto del dottor Gachet” e noterete diverse similitudini. Il dottore è ritratto come un malinconico. Perché? Il pittore vede nel dottore un suo doppio? I due dopotutto si assomigliano non solo caratterialmente – sebbene con le dovute differenze: Gachet aveva ancora entrambe le orecchie intere – ma anche fisicamente: hanno entrambi i capelli rossi. Il ritratto del dottore dunque sarebbe allo stesso tempo un autoritratto di Van Gogh. O forse è l’occhio malinconico del pittore a vedere il mondo attraverso il filtro della sofferenza che lo affligge rappresentando dunque il medico più malinconico di quello che è nella realtà?

gachet

Il dottor Gachet infatti verrà rappresentato altre volte, non solo da Van Gogh, ma anche, successivamente, da Norbet Goeneutte, in una tela dove non sembra avere la pesante malinconia che invece mostra nel capolavoro del suo amico e paziente.

Nella descrizione che lo stesso pittore – in una delle lettere al fratello – fa del ritratto si scopre che considerava il dottore “un vero amico e in un certo senso un nuovo fratello, tanto ci somigliamo fisicamente e anche moralmente. È molto nervoso e assai bizzarro anche lui”.

Dunque l’ipotesi del doppio, del ritratto-autoritratto sembra sempre meno azzardata. In una lettera non portata a termine del giugno del 1890 (un mese prima di morire) diretta a Gaugain, il pittore scrive:

«Ho adesso un ritratto del dottor Gachet con l’espressione straziata [navrée] del nostro tempo.»

Viene da chiedersi: cosa avrà pensato Gachet riconoscendo nel suo ritratto la descrizione che lui stesso aveva fatto del paziente malinconico? Come si sarà sentito ad essere rappresentato così proprio dall’uomo che si era incaricato di curare? Erano entrambi l’uno specchio dell’altro?

In realtà leggendo una delle ultime lettere al fratello (luglio 1890) si scopre che il pittore, dopo poche settimane di permanenza nel villaggio, non considerava il medico utile per la sua guarigione, dato che anche lui, ai suoi occhi, era evidentemente malato:

«Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire.»

La situazione per il pittore è senza dubbio angosciante: la persona a cui lui ha chiesto aiuto, ha a sua volta bisogno d’aiuto. Più che aiutarsi a vicenda – pensa il pittore dimostrando grande lucidità – il rischio è i due malinconici finiscano per danneggiarsi reciprocamente. Possono forse capirsi, ma aiutarsi, questo no.

Marguerite_Gachet_in_the_garden

Inoltre, come in ogni buon racconto, a un certo punto compare una donna. Si chiama Marguerite, ha 21 anni ed è la figlia del dottor Gachet. A quanto si dice lei si innamorò di Van Gogh, e lui iniziò a ritrarla. Prima mentre suona il piano, poi nel giardino con un abito da sposa. La relazione però viene impedita dal dottore, preoccupato che sua figlia possa finire con una persona che stima e a cui è affezionato, ma che resta comunque un malato. In effetti Vincent, tra abuso di alcol e assenzio, automutilazioni, allucinazioni e tentativi di suicidio, non è esattamente lo sposo ideale.

C’è chi ipotizza che anche questo rapporto interrotto o forse mai nato (di fatto, che si sappia, ci sono solo i due quadri, a cui il dottore non aveva dato il permesso) influirà sull’umore del pittore e sulla sua opinione nei confronti di Gachet (“Mi sembra che sia più malato di me”).

In quegli stessi giorni Van Gogh va ancora una volta nei campi e dipinge quello che si può considerare diagnosi e testamento del pittore: il Campo di grano con volo di corvi (luglio 1890, oggi si trova al Van Gogh Museum, Amsterdam).

Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_Wheat_Field_with_Crows_(1890)

Questo dipinto straordinario nell’ultimo secolo è stato analizzato psicologicamente più di molti esseri umani. C’è chi si è concentrato sui colori, chi sulla direzione dei corvi, chi sul significato dei tre sentieri, chi ci ha voluto vedere un’allucinazione (l’ipotesi più suggestiva e paradossale, se ci pensate: voler vedere un’allucinazione). Ma ciò che rappresenta è molto più triste e semplice, anche se questo non ne scalfisce la potenza e il fascino, ed è spiegato dallo stesso pittore in una successiva lettera al fratello: tristezza. Tristezza ed estrema solitudine.

«Ritornato qui mi sono sentito molto triste, e ho continuato a sentire pesare su di me la tempesta che vi minaccia. […] Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine. Spero che li vedrete fra poco – perché spero di portarveli a Parigi il più presto possibile, perché ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire, ciò che non riesco a dire a parole, ciò che io vedo di sano e di rinfrancante nella campagna.»

La versione leggendaria vuole che Van Gogh stesse dipingendo proprio questa incredibile tela quando estrasse la pistola e si sparò al petto. In realtà questo è improbabile e non sappiamo con precisione come andarono le cose. Di recente c’è anche chi ha ipotizzato che non si sia trattato di un vero e proprio suicidio: il pittore sarebbe stato colpito da due ragazzi che giocavano con una pistola, e allora vide in quell’incidente un’occasione per morire. Non disse nulla, andò nella sua stanza d’albergo e aspettò di morire.

Si scoprirà in seguito che negli ultimi 70 giorni della sua vita passati a Auvers-sur-Oise Van Gogh realizzò 70 dipinti: una media di uno al giorno.

Ma la storia non finisce qui. Perché, come abbiamo detto all’inizio, il vero protagonista è il dottor Gachet. Infatti il primo ad essere chiamato in soccorso nell’albergo è lui, il dottore Il proiettile non si può estrarre, dunque il dottore si limita a fasciare la ferita. Alcune ore dopo arriva anche il fratello Theo al quale Vincent spiega che ha tentato il suicidio ma ha fatto cilecca. Inoltre gli confessa che la sua “tristezza non avrà mai fine” e che se dovesse sopravvivere proverà ancora a togliersi la vita. Passerà le ultime ore a fumare la pipa.

All’una e trenta del 29 luglio 1890 Vincent van Gogh muore.

Il dottor Gachet si siede a fianco al suo letto e disegna il volto di van Gogh senza vita. Il disegno reca una scritta: “Vincent van Gogh sur son lit de mort” con la firma del dottore, che ne realizzerà anche un’altra versione. Solo un mese prima era stato il pittore a ritrarre il dottore, nella posa malinconica che abbia visto prima. E ora è lui, il medico che doveva curarlo, a ritrarre il suo corpo morto. Un disegno che, secondo molti, è il suo lavoro migliore: beffarda consolazione.

Gachet-1a

Secondo diverse testimonianze il dottor Gachet resta scioccato dalla morte del pittore. Non c’è solo il dolore per la morte di quello che era velocemente diventato un amico, ma anche – ipotizziamo – quel senso di frustrazione e di sconfitta di un medico che perde il proprio paziente. E quindi l’inevitabile senso di colpa.

Alla sepoltura, avvenuta il 30 luglio, sono presenti pochi amici, oltre il fratello Theo e ovviamente il dottor Gachet. La bara viene ricoperta di dalie e girasoli.

Uno dei pochi presenti, il pittore Emile Bernard, in una lettera descrive la scena raccontando che il dottor Gachet voleva dire qualche parole su Vincent “ma anche lui stava piangendo così tanto che avrebbe potuto solo balbettare un addio molto confuso”.

Successivamente il dottore sarà criticato per non aver in qualche modo evitato il suicidio del pittore. Eppure vanno considerati diversi fattori: quella che affliggeva il pittore era una malattia all’epoca sconosciuta. Oggi, dopo centinaia di diagnosi diverse, si tende a pensare che soffrisse di una forma di psicosi epilettica o di porfiria acuta intermittente. Inoltre il dottor Gachet poté seguirlo per sole dieci settimane, durante le quali il pittore continuò a bere, nonostante i consigli del medico.

Insomma, Van Gogh era senza dubbio un paziente difficile, forse uno dei più difficili che possano capitare a un medico e anche oggi uno psichiatra avrebbe grosse difficoltà ad aiutarlo e ad evitare una morte che ancora oggi appare inevitabile. Perché la malinconia, come la chiamavano all’epoca, va a colpire proprio quelle forze che dovrebbero aiutare a reagire.

Lo stesso Gachet nella sua tesi l’aveva descritta molto bene, fatto che fa pensare che la conoscesse da vicino, non solo come medico, da prima che incontrasse Van Gogh e da prima che perdesse sua moglie:

«Sembra che ci sia in tutto l’essere un ostacolo che rallenta, diminuisce, o perfino inibisce completamente il movimento vitale […] Di fronte a questo ostacolo, il pensiero, il movimento si urtano di continuo, si incalzano incessantemente e vanamente; l’ostacolo non può essere superato, il blocco non recede, diventa permanente: si realizza lo stato stazionario. Tutte le potenze dell’essere umano si concentrano in un medesimo punto; e cosí − vuoi che simile concentrazione sia il risultato di una lotta preesistente che ha abusato delle forze reattive, vuoi che tutte le forze vitali agiscano in senso opposto alle leggi della vita e del movimento alle quali ogni essere vivente è fatalmente sottomesso – ha luogo la quiete […]. Questo stato di incubazione costante, concentrico, permanente, indefinito, è il punto culminante, la pietra di paragone di ogni delirio malinconico. La creatura malinconica assume in alto grado tutti i caratteri dell’inerzia piú completa, piú profonda; il principio vitale, che presiede a tutto l’essere, tace, e con lui gli organi, i sensi, la mente, gli istinti, le passioni sono colpite da mutismo. L’uomo assomiglia a un vegetale, a una pietra»

Vegetable man, canterà molti anni dopo un altro artista che affogava nella follia, Syd Barrett, all’apice del suo delirio, quando si allontanerà dalla sua band, i Pink Floyd, e in un certo senso dal mondo intero. Il suo produttore, Peter Jenner, a proposito di questo brano dove si parla di un uomo vegetale e di colori, dice:

«Per me queste canzoni sono come il dipinto di Van Gogh con gli uccelli sopra il campo di grano, che poi è quello che era il cervello di Syd. Provate a guardare la confusione, l’agitazione di Van Gogh attraverso i suoi dipinti. Se volete capire Syd, se volete sapere cosa gli stava succedendo, dovete ascoltare queste tracce allo stesso modo.»

Peter Jenner

Curiosa coincidenza? Ma il dottor Gachet, quasi un secolo prima, era andato oltre ancora, scrivendo che se l’uomo malinconico assomiglia a un vegetale o a una pietra, viceversa:

«La malinconia è diffusa in tutta la natura. Ci sono animali, vegetali, perfino pietre, che sono malinconici.»

Gachet era un uomo che vedeva pietre e fiori malinconici.

Sicuramente non era un bravo pittore come Van Gogh, o un bravo musicista come Syd Barrett, ma rileggendo le sue parole non è difficile immaginare i tre andare d’accordo. Qualcosa in comune ce l’avevano.

Martino Pinna

 

Fonti: Emanuel Von Baeyer London, Wikipedia,  Artnet.net, New York Times, The New England Journal of Medicine, mentre le citazioni delle lettere di Van Gogh e del dottor Gachet vengono da “L’inchiostro della malinconia” di Jean Starobinski

Il fantastico mondo di Tom of Finland: operai e poliziotti super gay

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Un berretto delle Schutzstaffel con sopra appuntanti un’aquila, una stella, un alloro. Lo sguardo sicuro, pronto a esplorare i nostri pensieri più torbidi. La sigaretta appesa all’angolo della bocca, sovrastata da un paio di baffi scuri che completano il fiero atteggiamento di chi duro lo è sempre stato.

È il volto ritagliato da un’illustrazione di Tom of Finland, uno dei più importanti e conosciuti artisti finlandesi, inglobato in un trittico di francobolli emessi dalle poste lo scorso settembre per celebrare il disegnatore.

I francobolli finlandesi dedicati all'artista Tom of Finland
I francobolli finlandesi dedicati all’artista Tom of Finland

A completare il foglietto, un paio di natiche sode che nascondono appena un volto che si staglia sullo sfondo del secondo francobollo e nell’ultimo un uomo nudo, della cui intimità riusciamo a scorgere solo un sovradimensionato capezzolo, seduto per terra proprio sotto il precedente duro a cui offre le spalle per sorreggere le robuste gambe incastonate in rigidi stivali di pelle.

Touko (in finlandese significa “semina”), questo il nome alla nascita di Tom, amava le divise: operai, poliziotti, marinai. Soldati. L’attrazione di Touko per gli uomini in uniforme si consolida nel 1939, quando Stalin invade la Finlandia dando così inizio alla Guerra d’inverno, e questo diciannovenne aspirante pubblicitario è costretto a servire la propria patria per cinque anni come sottotenente del commando antiaereo e a trovare conforto tra le braccia, ma soprattutto tra le gambe infilate negli iconici stivali di pelle, dei commilitoni della Wehrmacht.

ToF_88-07

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Touko riprende gli studi nella capitale Helsinki, frequentando l’accademia d’arte per studiare disegno grafico e il famoso Istituto Sibelius dove riceverà lezioni di pianoforte, strumento da lui conosciuto fin dall’infanzia quando i suoi genitori, entrambi insegnanti, lo avevano immerso in un’abitazione colma di arte, di musica, di letteratura.

[pull_quote_right]”Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini”[/pull_quote_right]Impossibile, però, contenere la continua ricerca dell’ispirazione da parte di un artista e così Touko inizia ad amare anche la selvaggia natura che circonda la piccola città in cui è nato, Kaarina, sulla costa meridionale del paese vicino Turku.

Ed è proprio uscendo allo scoperto, all’età di cinque anni, che il piccolo Touko inizia a scoprire i corpi muscolosi dei ragazzi di campagna, spiando il suo vicino di casa Urho (in finlandese il nome Urho significa coraggioso, eroico) che diventerà, letteralmente, il suo eroe.

Le prime illustrazioni del futuro Tom of Finland vedono la luce all’età di dieci anni, i primi disegni sessuali al tempo dei suoi primi pruriti. Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini. Iniziano così a prendere vita le prime strisce disegnate da Touko che dovranno attendere circa trent’anni prima di essere pubblicate.

tom-of-finland-121

[pull_quote_left]L’omosessualità resterà illegale in Finlandia fino al 1971[/pull_quote_left]Nell’intermezzo, il ragazzo lavora come libero professionista, realizzando lavori grafici in ambito pubblicitario di giorno, mentre di sera mette a frutto l’esperienza acquisita al pianoforte suonando all’Helsinki Palace Hotel diventando così uno dei membri più famosi della nascente realtà bohemian della capitale. Conosciuto anche nella scena sotterranea omosessuale, Touko mantiene un basso profilo senza mostrare fuori dai circoli gay le sue preferenze sessuali, anche perché l’omosessualità è illegale e lo rimarrà fino al 1971 in Finlandia.

Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland
Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland

La ricerca della propria identità sessuale porta, per esempio, il giovane Touko a sostituire le cravatte con delle sciarpe colorate per tentare di vedersi nello specchio meno mascolino di quanto dovrebbe essere per rispondere ai canoni dell’omosessualità dell’epoca. Touko rifiuta subito questo concetto e inizia a costruire su carta una personale immagine di mascolinità, credendo che un uomo potesse essere forte, felice, e anche omosessuale allo stesso tempo.

[pull_quote_right]Disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensava fosse la più sexy di tutte[/pull_quote_right]Touko esagera i tratti fisici, dotando per esempio di improbabili peni giganti i protagonisti delle sue illustrazioni, e toglie il velo che fino a quel momento celava la sessualità degli omosessuali, rappresentando due o più uomini immediatamente impegnati in espliciti atti sessuali.

Gli uomini gay passano dall’essere strani (queers) che si sentono donne intrappolate in un corpo maschile, delle fatine (fairies), e diventano taglialegna dai muscoli scolpiti col duro lavoro o dominanti come un gendarme nazista, anche se è lo stesso Touko a spiegare che nei suoi disegni non c’è nessuna posizione politica, nessuna ideologia. Soprattutto quella nazista è la peggiore che possa esistere anche se disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensa sia la più sexy di tutte.

La rappresentazione della classe lavoratrice, i cosiddetti colletti blu, ma anche cowboy che usano il lazzo non per catturare il bestiame ma degli schiavi nudi. E forse non è un caso che in un film contemporaneo come Midnight Cowboy del 1969, il personaggio interpretato da Dustin Hoffman, Ratso, si rivolga a Joe Buck, impersonato da Jon Voight, che gira fiero per le strade di New York vestito da cowboy, dicendogli: “Se vuoi sapere la verità, quella che hai addosso è roba da froci!”

m2

[pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali.[/pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali. Il nuovo eroe è colui che costruisce, in tuta da lavoro e con l’elmetto rigido. Anche il marinaio riveste un ruolo importante nell’immaginario collettivo. Da sempre considerati disponibili al sesso tra uomini, per i prolungati periodi trascorsi lontani dalla terra ferma senza possibilità di avere rapporti con le donne, i lupi di mare sono inseriti nelle grandi città portuali, come Amburgo per esempio, dove la moralità è disinibita e i contatti anonimi sono più facilmente disponibili. Oggi sono qui, domani non si sa dove. Liberi di fare tutto quel che vogliono.

Nel 1951 Touko viaggia in giro per l’Europa e si trasferisce a Berlino dove conduce una vita selvaggia e finalmente libera. Viaggia molto tra Amburgo, dove comprerà il suo primo porno, e Londra. Torna a Helsinki nel 1953 e incontra l’uomo della sua vita in un parco cittadino. Con questo ballerino di nome Veli (in finlandese significa “fratello”) che sarà al suo fianco fino alla morte per un cancro alla gola nel 1981, Touko ha l’unica storia d’amore della sua vita.

Di dodici anni più giovane, Veli incrocia Touko che lo invita a bere qualcosa insieme con il solo scopo di avere un contatto fisico con qualcuno. Un bicchiere dietro l’altro e i due uomini finiscono a casa di Touko per trascorrere la notte. Al risveglio non progettano niente per il futuro e Touko pensa che quello con Veli sia stato solo uno dei tanti incontri occasionali avuti in passato. Anche se la sera successiva, quando torna a casa, Touko trova il suo nuovo compagno che lo sta aspettando e ha deciso di vivere insieme a lui.

TOF_3

La neonata relazione non distrae Touko dalle sue ambizioni artistiche. Nel 1957 i suoi disegni vengono pubblicati per la prima volta su Physique Pictorial, rivista americana che mostra foto di uomini mezzi nudi battezzati Spartacus, Etienne di Chicago o Art-Bob. È proprio grazie a Bob Mizer, editore della rivista, che Touko riceve il nome d’arte di Tom of Finland che lo renderà famoso in tutto il mondo.

In vent’anni di collaborazioni Tom produrrà centinaia di immagini per la rivista, spesso pubblicate anche in copertina, che finiranno in pubblicazioni singole o raccolte. Dal 1959 Tom inizia a ricevere commissioni da tutto il mondo per produrre disegni espliciti per clienti privati e altre riviste che sbattono il fisico maschile in prima pagina. Negli anni sessanta si aprono per Tom le porte dell’editoria, soprattutto in Scandinavia dove le leggi che regolano la pornografia, al tempo ancora bandita negli Stati Uniti, sono diventate meno restrittive.

Dal 1967 Tom pubblica il suo più famoso fumetto, Kake, per la casa editrice danese DFT e per la svedese Revolt Press. Leatherman “uomo in pelle” Kake, già apparso nei primi lavori del disegnatore, diventa il più longevo supereroe di Tom. Intanto negli Stati Uniti, mentre la pubblicazione delle fotografie di uomini palestrati in costume è ormai in declino, le prime copie pirata dei fumetti di Tom iniziano a circolare negli ambienti omosessuali.

Negli anni ’70 la sottocultura gay inizia prepotentemente a uscire allo scoperto. Il porno inizia a diffondersi su entrambe le sponde dell’Atlantico e questa nuova apertura nei confronti della rappresentazione esplicita del sesso porta Tom a licenziarsi dal suo lavoro di capo del dipartimento artistico dell’agenzia pubblicitaria McCann Erickson con cui lavorava dal 1957. È il 1973 e per Tom è più economico lavorare come freelance senza l’obbligo di vestire in maniera perfetta ogni giorno, proprio lui che amava le divise anche se di un altro tipo, che presenziare alle feste, sfoggiare automobili e case al mare come status symbol.

TOF_4_low

[pull_quote_left]Negli Stati Uniti incontra il fotografo Robert Mapplethorpe e l’artista Andy Wharol[/pull_quote_left]

Indossati i jeans, trascorrerà il resto della sua vita disegnando, potendo contare su un numero sufficiente di ordini da parte di riviste e clienti privati. Gli anni settanta si concludono con qualche esposizione pubblica, sempre nel ristretto giro degli ambienti omosessuali, e solo nel 1978 Tom può visitare per la prima volta gli Stati Uniti per la sua prima personale alla Los Angeles Gallery. È proprio qui che Tom incontra il fotografo Robert Mapplethorpe, da tempo suo ammiratore, con cui instaurerà una profonda amicizia e che ispirerà nelle sue foto.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Sei Carlo Giovanardi e ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Qualche mese dopo, a New York, è il momento di incontrare un altro famoso ammiratore che non ha ancora rivelato la propria omosessualità: si tratta di Andy Warhol. Le stampe di Tom vanno a ruba nelle prime ore delle sue esposizioni con prezzi che variano da 1.000 ai 3.000 dollari. I giornali americani si accorgono di lui ed elevano quella che fino a pochi anni prima era stata bollata come pornografia al rango di arte.

48tom-sailorlightingcigarette

Piccole enclavi di omosessuali si stanno formando negli Stati Uniti, da New York a San Francisco, sviluppando un nuovo e distintivo stile d’abbigliamento che non trova impreparati i negozi, subito pronti a piazzare in vetrina jeans, camicie attillate, giacche in pelle. Proprio quell’indumento reso celebre da machi come Marlon Brando e James Deen viene reinterpretato da Tom of Finland e inserito in un contesto omoerotico.

Perché Tom non fu solo un artista gay ma soprattutto un feticista del bondage e della pelle, introdotta per cancellare la visione effeminata data fino a quel momento alla comunità omosessuale maschile e restituirle la mascolinità che ora poteva essere mostrata e conosciuta anche dal grande pubblico. Nonostante il successo, i disegni di Tom of Finland sono ancora confinati nella categoria “pornografia” da parte dei principali circoli artistici e la commercializzazione delle sue opere è ancora relegata ai margini della società e rifiutata da gran parte del mondo artistico.

Nel frattempo crescono il numero dei gruppi che promuovono la liberazione dell’identità e della sessualità omosessuale e i disegni di Tom of Finland sono alla base di questo tentativo di emancipazione da parte di quegli uomini che vogliono passare dal ruolo di reietti a quello di supereroi forti e mascolinizzati.

Negli oltre 3.500 lavori della sua carriera, esposti nelle gallerie sotterranee di Amsterdam, Berlino, Los Angeles, San Francisco, New York e Parigi, Touko Laaksonen creò un archivio di immagini erotiche con una riconoscibile estetica fatta di robusti uomini ricoperti di pelle, denim e stivali al ginocchio capaci di ispirare il gruppo dance omosessuale dei Village People, nel quale possiamo ritrovare le divise che tanto eccitavano la fantasia del disegnatore finlandese, e il cantante dei Queen Freddie Mercury, il cui volto incorniciato dagli inconfondibili baffi neri sembra proprio uscito da un’illustrazione di Tom of Finland. Testa quadrata, mento fiero, labbra sottili, naso schiacciato, capelli corti, basette.

[pull_quote_center]Secondo la fondazione Tom of Finland basata a Los Angeles che ha il compito di preservare e promuovere l’arte dell’illustratore, il processo creativo dell’artista consisteva nel “chiudersi nella sua stanza, spogliarsi nudo e accarezzarsi con una mano mentre con l’altra creava su carta le immagini che raramente riusciva a trovare nelle strade.”[/pull_quote_center]

Tom-Of-Finland

Rivoluzionando l’immagine degli uomini omosessuali, Tom of Finland spianò la strada verso una più grande apertura e tolleranza nei loro confronti. Enorme l’impatto dei lavori dell’artista che crearono gli archetipi che oggi formano una parte integrante nell’iconografia della cultura popolare gay.

A vent’anni dalla morte di Touko Laaksonen, avvenuta nel 1991 in seguito a un enfisema polmonare, per la prima volta una nazione pubblica dei francobolli che mostrano un’opera grafica chiaramente omosessuale. È la sua Finlandia che solo qualche mese dopo l’emissione postale riconoscerà, ultima tra le nazioni nordiche, il diritto al matrimonio per le coppie formate da persone dello stesso sesso.

Anche se il dibattito sulla questione rimane aperto, all’indomani delle recenti elezioni politiche, e diversi parlamentari minacciano battaglia affinché si possa tornare indietro per evitare l’attuazione della riforma prevista per il 2017.

Ed è notizia di questi giorni che una statua dedicata proprio a Tom of Finland verrà collocata all’ingresso della nuova libreria di Helsinki, la cui costruzione è prevista per il 2017. Il partito dei (veri) finlandesi, movimento nazionalista a tratti razzista e omofobo, secondo partito della nazione, si sta già muovendo per evitare che anche ciò accada, mostrando ancora una volta come dopo tante battaglie per conquistare diritti e possibilità per tutti, certi tabù rimangano ancora duri a morire.

Giordano Silvetti

Pisorno, la storia del fallimento della prima Hollywood italiana

Prima della nascita di Cinecittà, il duce decide che la Hollywood italiana dovrà avere sede tra Pisa e Livorno. Nasce così Pisorno, stabilimento oggi abbandonato. Attraverso il figlio di uno dei suoi protagonisti, ripercorriamo l’epoca d’oro del primo grande studio cinematografico italiano.

Nella selva di Tombolo, in località Tirrenia fra Pisa e Livorno, nacquero nel 1934 i primi stabilimenti cinematografici italiani adatti a girare film sonori. Erano gli studios Pisorno, concepiti come una struttura all’avanguardia per curare ogni film in tutte le sue fasi, dalla produzione alla distribuzione. La storia di un (in)successo, in bilico tra potenziale da esprimere e concorrenza da fronteggiare, fra grandi nomi che ne punteggiano la storia e l’accanimento della sfortuna che, di questa storia, detta i titoli di coda. Tra un residence di lusso e un campo da golf a 18 buche.

Pisorno 01

La targa con scritto “Cosmopolitan Film – Stabilimenti Cinematografici Tirrenia” è ancora lì, affissa alla struttura bianca dell’ex-portineria. Sopra campeggia un’altra scritta, molto più moderna: “Prossima Consegna. Appartamenti varie metrature, posto auto incluso nel prezzo”. Il cancello è aperto su un viale d’ingresso in asfalto e ghiaia, circondato da erba e sterpi, su cui passa qualche macchinone impaziente di raggiungere la strada. Imboccandolo, ci si trova davanti un altro gigantesco pannello che recita “Tennis”, con una freccia puntata verso destra. Copre un intrico di impalcature rossastre, le quali coprono a loro volta quel che resta del corpo principale degli studios Pisorno, costruiti nel 1934 e solo successivamente rinominati Cosmopolitan. Proprio come il resort e golf club che nel frattempo è stato fabbricato nelle immediate vicinanze, quello dove ci sono i campi da tennis e da dove provengono i macchinoni.

La struttura coperta di impalcature, svuotata e circondata dalla vegetazione racchiudeva un tempo gli uffici generali degli studi cinematografici, le sale di deposito pellicola e sincro-proiezione, allungandosi poi nelle aree destinate agli uffici di produzione, al trucco e ai reparti tecnici; sui lati, i due teatri di posa: la grande curva del Teatro B è ancora intatta e perfettamente riconoscibile. Qui, nel 1934, è nato il cinema sonoro italiano.

Pisorno 04

Hollywood si trasferisce a Tirrenia
Siamo nel 1932 e per il regime fascista sono gli anni della costruzione del consenso. Tra le altre cose, vengono promosse bonifiche di aree malsane e paludose e il loro popolamento attraverso la costruzione di nuovi abitati. Una delle aree prescelte è quella che Gabriele D’Annunzio definì in “Forse che sì, forse che no” (1911) “l’amara selva del Tombolo ove forse la lonza s’aggira”: una vasta macchia di pini e tamerici su spiagge a duna e depressioni che separa – in parte ancora oggi – le due città di Pisa e Livorno. Un luogo selvatico e salmastro, una terra di nessuno nella cui zona prospiciente il mare viene deciso di costruire una piccola città balneare dal nome evocativo. Tirrenia.

Le direttive sono chiare. La nuova località deve essere costruita nel rispetto del verde circostante e viene fissato un limite agli ettari edificabili. Deve inoltre diventare il punto di partenza per una nuova valorizzazione turistica dell’area. Non basta costruire qualche edificio per renderla attraente: ci vuole una leva in più per popolare questo luogo sospeso tra mare, dune e selva, ed ecco che entra in scena il cinema.

Nei primissimi anni ’30 il cinema italiano non gode di buona salute. Sono i primi anni dei film sonori, “inventati” nel 1926 nella lontana e scintillante Hollywood e così apprezzati da spazzare via in poco tempo la filosofia del cinema muto e molti dei suoi divi. Da una parte l’Italia resta indietro. E’ sprovvista di teatri di posa adatti a girare film sonori e non può così competere sul mercato. Dall’altra parte, però, Mussolini è un grande appassionato di film, soprattutto di commedie. “La cinematografia è l’arma più forte!”, tuona, e nel 1934 fonda la Direzione Generale della Cinematografia. Ma servono altri due ingredienti per portare “l’arma più forte” proprio a Tirrenia: un regista deluso e un investitore illuminato. Il primo è il fiorentino Giovacchino Forzano, il secondo è Edoardo Agnelli, della nota famiglia torinese.

pisornoingresso

Forzano è uno di quegli uomini vicini al potere ma non troppo, un fascista senza tessera del partito. “Era uno a cui piaceva soprattutto vivere bene. – scriverà di lui il regista Mario Monicelli, che andava a scuola con uno dei suoi figli e che vide per la prima volta un teatro di posa proprio a Tirrenia – Lui, come tutta la sua famiglia, viveva da vero e proprio nababbo. Credo che non gli importasse altro che di vivere bene e per questo a un certo punto simpatizzò per Mussolini. Ma non perché fosse fascista”.

Agnelli, invece, fiuta il business di un’industria del cinema dall’avvenire grandioso, così l’establishment suggerisce di puntare su Tirrenia poiché la neonata località è circondata da una perfetta varietà di scenari per girare anche in esterno: mare, boscaglia, corsi d’acqua, colline e montagne poco lontano, Pisa come città antica e Livorno come città moderna nelle immediate vicinanze, Lucca e Firenze a un’ora circa di distanza. Forzano si fa convincere, parte per un sopralluogo e ritorna commentando che il luogo prescelto è tutta una palude abitata solo da rospi e vipere. Ma tant’è: Tirrenia sia.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

I tempi d’oro della Pisorno
1934. Gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia vengono fondati con il nome particolare di Pisorno, l’unione simbolica – e forse impossibile – di Pisa e Livorno. Per il progetto viene scelto Antonio Valente, uno degli architetti e scenografi di punta del periodo fascista. L’impianto industriale da lui concepito è importato direttamente da Hollywood e assolutamente rivoluzionario per l’Italia. Non solo sono i primi studios italiani con la giusta tecnologia per poter girare in sonoro, ma tutti gli spazi sono progettati all’insegna della funzionalità, per poter curare in sequenza tutte le fasi di lavorazione dei film, fino alla distribuzione. Questo avrà un forte impatto anche dal punto di vista occupazionale nell’intera zona circostante. Non solo attori, sceneggiatori e registi saranno chiamati a lavorare a Tirrenia, ma anche sarti, tecnici, truccatori, elettricisti, addetti alla ristorazione, ragionieri, tutte le maestranze necessarie per la creazione di un film dalla A alla Z.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Come il truccatore Piero Mecacci, parrucchiere e barbiere livornese che verso la fine degli anni ’30 decide di avventurarsi a Tirrenia per vedere se alle produzioni poteva servire qualcuno che tagliasse i capelli e che aiutasse le attrici a sistemarsi per andare in scena. “Ai tempi, fra gli anni ’35 e ’40, le attrici non avevano un vero e proprio truccatore e spesso si truccavano da sole – spiega il figlio Pier Antonio, 75 anni e una voce squillante che mischia romano e livornese -. Mio padre ha cominciato così fra il 1939 e il 1940, da solo, come si suol dire con la volontà e con la fame”.

Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.
Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il primo film girato alla Pisorno è il napoleonico “Campo di Maggio” di Giovacchino Forzano. Fra il 1934 e il 1942 a Tirrenia si girano e producono 86 film di diverso genere, persino un western intitolato “L’imperatore della California”, girato da Luis Trenker; il gotha degli attori del tempo passa da qui, tra questi Clara Calamai, Osvaldo Valenti, Luisa Ferida e Doris Duranti. Le commedie sono il genere più battuto; la mussoliniana “arma più forte” è infatti un’arma di evasione di massa e trova la sua strada attraverso leggere commedie sentimentali che tra scenografie déco ed elementi di modernità mettono in scena la faccia benestante e spensierata di un’Italia che non c’è.

Ma i tempi d’oro della Pisorno durano poco. Nel 1937 arriva Cinecittà. Il nuovo polo romano attrae e, in virtù di un raffreddamento nei rapporti tra Forzano e la Direzione generale per la Cinematografia, diventa subito concorrenziale. Ogni tanto arrivano a Tirrenia alcuni truccatori da Roma e Piero Mecacci impara il mestiere anche da loro. Racconta sempre il figlio Pier Antonio: “Mecacci, gli dicevano, se tu vuoi lavorà devi venire a Roma. Là si lavora tutto l’anno”. Così, nel 1940, il parrucchiere reinventatosi truccatore Piero parte alla volta di Cinecittà, e per i successivi 15 anni fa la spola tra Roma e Tirrenia lavorando per diverse produzioni nell’uno e nell’altro luogo.

Carla Del Poggio in una scena di "Senza Pietà" (Lattuada, 1948)
Carla Del Poggio in una scena di “Senza Pietà” (Lattuada, 1948)

Nel 1940 arriva anche la guerra. Alla Pisorno, l’ultima realizzazione di questa fase è un tentativo mai concluso di film apologetico del fascismo, “Piazza San Sepolcro”, girato proprio da Giovacchino Forzano. Ma siamo nel 1943: il fascismo si sgretola e all’indomani dell’armistizio gli studios vengono occupati dai tedeschi, mentre Pisa e Livorno – importanti punti nevralgici – vengono bombardate senza pietà. Anche uno dei teatri di posa della Pisorno viene distrutto dalle bombe e dopo la liberazione, avvenuta in questa zona nel settembre 1944, gli studios diventano un deposito americano. La macchia di Tombolo si riappropria del suo volto più selvaggio e diventa in poco tempo il rifugio di sbandati, contrabbandieri, prostitute, disertori, soldati americani, un luogo senza regole né morale, raccontato nel film “Senza Pietà” di Lattuada e nelle pagine di Gino Serfogli, “Tombolo città perduta”.

La ripresa che non arriva
Una volta liberata la macchia dai “fuorilegge”, nei primi anni ’50 Giovacchino Forzano ci riprova. Con gli aiuti del Piano Marshall la Pisorno riapre i battenti e nel 1952 rianima le aspettative con un film drammatico di belle speranze: “Imbarco a mezzanotte” di Joseph Losey. Le cose però non vanno per il verso giusto. Forzano, il fascista non-fascista, è ormai bollato inesorabilmente come uomo invischiato con il vecchio regime, mentre Losey è scappato a gambe levate dagli USA perché ricercato dalla commissione di inchiesta maccartista volta a eliminare i filo-comunisti dal mondo dello spettacolo. Il flop iniziale è assicurato e il successo tardivo del film arriva, per l’appunto, troppo tardi per sancire una vera rinascita della Pisorno.

Inoltre, dopo la guerra le produzioni più interessanti hanno ufficialmente traslocato. Il genere del momento è il neorealismo e il luogo del momento è Roma. A Tirrenia arrivano solo produzioni minori, per circuiti di distribuzione di nicchia. Tra i 43 film qui prodotti e girati in questa seconda fase il più conosciuto è “Pellegrini d’amore” (1953) di Andrea Forzano, film di debutto di Sophia Loren.

Sophia Loren a Tirrenia, anni '50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
Sophia Loren a Tirrenia, anni ’50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Sono questi gli anni in cui anche Pier Antonio Mecacci si avvicina al mestiere di truccatore. “Negli anni ’50 alla Pisorno venivano girati soprattutto questi filmetti canori. Li chiamo filmetti perché erano produzioni minori, storie leggere, ma ne venivano fatti tanti – racconta, e scherza -. Negli stessi anni ci siamo stabiliti nuovamente a Tirrenia. Io ero talmente bravo a scuola che mio padre mi ci ha tolto. La prima media l’ho fatta 3 o 4 volte, non mi ricordo, così lui mi ha preso e mi ha portato sul set a imparare il mestiere. Sette canzoni per sette sorelle è stato il mio primo film come aiuto truccatore alla Pisorno nel 1956. Avevo 16 anni.”

Tra un “filmetto” e l’altro, la Pisorno vive anche una grande occasione mancata. Nel 1957 il produttore inglese Henry Saltzman viene in visita a Tirrenia, in cerca di una location adatta per un nuovo progetto: una serie di film d’azione tratti dai romanzi di Ian Fleming di cui ha appena acquistato i diritti. Il luogo gli piace, ma fiuta aria di crisi imminente e decide di cercare un’altra ambientazione. Nel 1959 la Pisorno fallisce e nel 1962 esce il primo film della serie prodotta da Saltzman, girato infine tra Londra e la Giamaica: “Agente 007 – Licenza di uccidere”, con Sean Connery e Ursula Andress.

Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di "Sette canzoni per sette sorelle" di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.
Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di “Sette canzoni per sette sorelle” di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il 1959 è anche l’anno in cui i Mecacci decidono di trasferirsi definitivamente a Roma. Racconta ancora Pier Antonio: “Ci siamo fatti convincere dal fotografo di scena Ivo Cavicchioli. Vieni a Roma, vedrai che qualcosa si fa. Così io ho preso la patente, abbiamo firmato circa 100 cambiali per comprare una macchina e siamo partiti con tutti i bagagli e il materasso sopra il tetto. A Civitavecchia ci hanno fermati e ci hanno fatto pure una contravvenzione, perché nella fretta di partire per Roma avevo messo la targa davanti. A Cinecittà il mio primo film come aiuto truccatore è stato Messalina Venere Imperatrice.

Il primo come capo truccatore è stato “Morte di un bandito” di Peppino Amato e il segretario di produzione era Bud Spencer. Ci siamo rivisti nel film “Occhio alla penna”, io da anni capo truccatore e lui grande attore dei film spaghetti western. Anche mio cugino, Gianfranco Mecacci, ci ha raggiunti a Roma per lavorare come truccatore. Lui ha lavorato con Nanni Moretti, Paolo Villaggio, e spesso ha fatto qualche comparsa perché gli piaceva. Io no, ero più schivo, solo una volta ho fatto il dottore perché l’attore da fuori Roma non è arrivato e ho dovuto dire a Massimo Dapporto “Mi dispiace, ma è un caso raro”. Insomma – conclude Pier Antonio -, tutta la mia famiglia ha lavorato nel cinema, tranne mio fratello Luciano. Lui è diventato prorettore dell’Università di Firenze: per noi è la pecora nera!”

occhioallapenna

Cosmopolitan: dalle pellicole al golf club
E la Pisorno? Mentre James Bond si concede il suo Vodka Martini – agitato, non mescolato – e l’indimenticabile Honey Ryder, emerge dall’acqua di una spiaggia che non è quella di Tirrenia, tra Pisa e Livorno viene calato un poker d’assi. Il produttore Carlo Ponti, già ben conosciuto nel mondo del cinema, compra gli stabilimenti falliti ribattezzandoli “Cosmopolitan”. Non sarà il cocktail di 007, ma certamente vuole essere un nome più frizzante e dinamico adatto all’Italia del boom, che non profuma più di orbace e autarchia. Con questa sorpresa arrivano a Tirrenia una breve ventata di star system, un’atmosfera da red carpet, e una vecchia conoscenza: Sophia Loren, diventata nel frattempo la moglie di Ponti, che sarà l’attrice protagonista del film del rilancio “Madame sans gene” di Christian Jacque (1961).

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Ma se l’anno successivo la coppia del momento Ponti-Loren vince l’Oscar con “La Ciociara” girato a Roma nel 1960, nemmeno questa sinergia riesce a fare decollare Tirrenia. L’estremo tentativo di resistenza alla centralizzazione della produzione nella capitale scricchiola fin da subito. Come i Mecacci, le maestranze che vorranno continuare a lavorare continuativamente nel cinema dovranno lasciare la selvatica costa toscana per recarsi a Roma. “Il cinema a Tirrenia non ha futuro – dirà lo stesso Ponti lapidario in un’intervista a La Nazione di quegli anni -. In Italia non c’è spazio per un’alternativa a Cinecittà. Il Cinema si fa a Roma e basta”. Nel 1969, infatti, gli studios di Tirrenia chiudono di nuovo i battenti e questa volta per sempre.

Poco dopo il 2000 Pierantonio Mecacci si trova a passare da Tirrenia e decide di andare a vedere il luogo dove ha imparato il suo lavoro di truccatore per il cinema. “Ho trovato un passaggio e sono entrato in bicicletta, con la macchina fotografica. Perché a me sui set piace andare in bicicletta – racconta -. Ho visto la struttura che era il bar in cui il fratello di mia madre lavorava e la palazzina di Valente… Poi non ho avuto il coraggio di proseguire perché lì a destra c’è quella cosa che hanno voluto costruire. Tornare nei posti di quando eri giovane e trovarli così mette tristezza. E’ tutta una cosa di business.”

Pisorno 02

Oggi, nelle immediate vicinanze degli studios, sorge il Cosmopolitan Resort, un cinque stelle con una club house progettata da Aldo Rossi, campi da golf e da tennis, e l’ultimo tassello ancora in fieri di questa trasformazione: gli appartamenti residenziali in prossima consegna. Si tratta in parte del progetto di riuso presentato nel 1985 da Guendalina Ponti (la figlia di Carlo) e Valerio Veltroni (il fratello di Walter). Pur finendo subito in bancarotta, il progetto sancisce inesorabilmente la nuova destinazione d’uso della zona: nuove cordate lo porteranno avanti a ribadire che il tempo delle pellicole è definitivamente superato.

La storia della Pisorno/Cosmopolitan non è la prima né l’ultima ad essere stata investita dal rullo compressore della realtà, da un’idea di produzione che ha voluto diventare a tutti i costi centralizzata e da un’idea di business al servizio del rilancio della zona che si è modificata a seconda dei tempi. Resta una storia da conoscere e raccontare, costruita sugli echi di un tempo che fu, magico e travolgente come a volte solo il cinema sa essere.

Chiara Zucchellini

Arcipelago Strel’cov. La triste epopea del George Best sovietico

Leggenda del calcio russo di tutti i tempi, per il suo anticonformismo Eduard Strel’cov rappresentò un pericolo per il regime sovietico. Condannato per un presunto stupro nel 1958, finì per cinque anni in un gulag. Questa è la sua storia.

Nelle intenzioni del partito, l’homo sovieticus è un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Negli anni ’60, i modelli da seguire sono i giovani studenti che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quelli negativi invece si sintetizzano in una sola parola, stiljaga: il giovane “decadente” che ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Come Eduard Strel’cov.

A volte certe storie sembrano scriversi da sole. Nessuna limatura, è già tutto pronto. La vicenda che segue ha di perfetto persino il nome del protagonista. Strel’cov. La radice è la parola russa strelà, la freccia. Roba che un mestierante della metafora ci si sfregherebbe le mani per settimane. Tanto per rendere l’idea Boris Pasternak per uno dei personaggi più controversi del sul suo Dottor Živago, il sognatore sanguinario marito di Lara, scelse un nome molto simile, Strel’nikov. Stessa radice. La freccia.
Se a questo aggiungiamo lo sfondo, l’URSS del disgelo chruščeviano e della guerra fredda, la faccia del protagonista, un aitante ventenne con tanto di ciuffo biondo da divo del cinema, il gulag e l’immancabile sequela di teorie cospirazioniste, il gioco è fatto.

Un giovanissimo Eduard Strel'cov
Un giovanissimo Eduard Strel’cov

Peccato che per colpa di questo gioco il calcio mondiale forse, di sicuro quello russo, abbia buttato alle ortiche la possibilità di celebrare le gesta di uno dei suoi talenti più cristallini.
Eduard Anatol’evič Strel’cov (pronunciato Streltsòv), per i tifosi e compagni di squadra semplicemente Édik, nasce nel 1937 a Perovo, sobborgo orientale della capitale e da subito deve affrontare l’abbandono da parte del padre che, ufficiale dell’armata rossa, alla fine della “grande guerra patriottica” – come la chiamano da quelle parti – decide di lasciare moglie e figlio stabilendosi in Ucraina. Evento che inevitabilmente unisce in un rapporto simbiotico la futura stella con la mamma Sofia, la quale per tutta la sua vita rimarrà il suo più importante punto di riferimento. Pochi soldi, pochi libri di scuola, la passione per le maglie rosse dello Spartak e un immenso talento che a 16 anni lo fa approdare nelle fila della squadra della fabbrica di automobili ZIS, la Torpedo di Mosca, una sorta di cenerentola nel panorama calcistico della capitale dominato all’epoca dalla trojka formata da Dinamo (da sempre vicina agli ambienti del KGB), il CSKA (la squadra dell’esercito) e l’unica vera squadra nata dal basso, dal popolo, il già citato Spartak.

strel'cov4

Un’ascesa fulminante: prima di spegnere le diciassette candeline diventa il più giovane marcatore della storia del campionato sovietico, nel 1955 si aggiudica il titolo di capocannoniere (15 goal in 22 partite) e nel giugno di quello stesso anno bagna il suo esordio con la scritta CCCP sul petto con una tripletta contro la Svezia in quel Råsundastadion di Solna che nel novembre 2012 ha chiuso per sempre i battenti con la sfida di Europa League tra l’AIK e il Napoli, che col suo centravanti di allora Edinson Cavani, oggi al Paris Saint Germain, al 94′ ha segnato su rigore l’ultimo goal della storia dello stadio.

strel'cov2

Il 1955 si rivela un anno chiave non solo per la storia del cannoniere della Torpedo. Proprio in quell’anno altri giovani, in altre latitudini celebrano il successo di Rock Around The Clock di Bill Haley, il primo vagito della musica rock così come la conosciamo noi, e di un ventiquattrenne dell’Indiana, tale James Dean, la cui espressione tra l’ingenuo e il maledetto sarà l’icona di quella “gioventù bruciata” o – attenendosi al titolo originale del film – di quei “ribelli senza causa” che al posto della guerra in carne e piombo combattuta dai propri padri si ritrovano per primi ad affrontare il conflitto contro quei fantasmi di ovatta che rendono irrespirabile l’aria al tempo dell’economia del nuovo ordine mondiale.

Nemmeno i pari età della lontana terra dei soviet si dimostrano immuni al fascino maledetto dell’accoppiata ciuffo-broncio e così accade che quello di Eduard Strel’cov diventa nel giro di un paio d’anni oggetto di venerazione tra gli appassionati di calcio e non solo. Complice la valanga di goal che il ragazzo continua a segnare (37 nei campionati ’56 e ’57 e 16 con la maglia della nazionale nello stesso biennio), il suo caratteristico passaggio di tacco che in breve tempo divenne appunto il “passaggio alla Strel’cov”, l’eco internazionale che le sue gesta cominciano a suscitare (nel ’57 si piazza settimo nella classifica del pallone d’oro) e soprattutto grazie all’oro olimpico che la selezione sovietica conquista ai giochi di Melbourne del ’56.

Al minuto 0:46 del video, un esempio del “passaggio alla Strel’cov”

Strana avventura quella di Edik alle olimpiadi. A diciannove anni rifila un goal alla selezione della Germania unita e soprattutto decide ai supplementari con uno splendido goal ed un assist la semifinale con la Bulgaria. Ma nonostante la vittoria finale contro i “traditori” jugoslavi a casa Strel’cov non giungerà alcuna medaglia d’oro. Quella era riservata solo ai giocatori che disputavano la finale, match che a causa dell’infortunio di Ivanov, compagno di attacco nella Torpedo, Edik guarderà dalla panchina vista la scelta del selezionatore Kačalin di ovviare all’infortunio di una delle sue punte schierando un attacco tutto dello Spartak. Quando sul treno del ritorno trionfale in patria il suo sostituto Simonjan gli offrirà la propria medaglia Edik la rifiuta perché – dirà al compagno – lui ha “solo 19 anni e tanti trofei da vincere”. Forse Edik aveva in mente una data precisa mentre pronunciava quella frase: giugno del 1958. I mondiali in Svezia.

Manifesto di propaganda sovietico
Manifesto di propaganda sovietico

Dici mondiali del ’58 e la prima immagine che ti viene in mente è sempre la stessa. Quella di un Pelè diciassettenne che comincia ad incantare il mondo per poi scoppiare in un pianto liberatorio dopo il fischio finale. 5 a 2. I padroni di casa umiliati e Brasile campione per la prima volta nella sua storia.
In realtà quell’edizione della Coppa Rimet porta con sé anche due dolori, due laceranti mutilazioni. La prima riguarda la nazionale inglese che pochi mesi prima dell’inizio della competizione perde in un incidente aereo all’aeroporto di Monaco di Baviera i ragazzi del Manchester United, due dei quali, Duncan Edwards e Tommy Taylor, occuparono l’anno precendente rispettivamente la terza e l’ottava posizione nella classifica del pallone d’oro che, come già ricordato, vide Strel’cov piazzarsi al settimo.
La seconda perdita riguarda proprio Edik, l’attesa stella del nuovo calcio sovietico, che ai quei mondiali non ci andò. Così come a quelli a venire.

Ёдуард —трельцов

Strel’cov fu arrestato il 26 maggio, due settimane prima del calcio d’inizio del mondiale, insieme ai compagni di nazionale Tatušin e Ogon’kov, entrambi rilasciati il giorno successivo. L’accusa è delle più terribili e infamanti: stupro. La sera prima i tre calciatori, insieme ad un tale Karachanov, ufficiale di aeronautica amico di infanzia di Tatušin – e figura quantomeno fumosa in tutta questa vicenda – hanno passato quella che aveva tutte le sembianze di un festa in dacia a base di alcol e sesso in compagnia di quattro ragazze. Una di queste, Marina Lebedeva, legherà per sempre con la sua denuncia per violenza sessuale il proprio nome a quello del campione della Torpedo. Strel’cov (c’era forse da dubitarne?) firma una confessione “spontanea” dopo la promessa da parte delle autorità di lasciarlo partire comunque per il mondiale. Una debolezza che, ovvio, fa calare il buio su tutta la faccenda. Per la stampa ufficiale il mostro ha confessato. Una condanna a dodici anni di detenzione, il gulag, l’oblio.

Strel’cov è davvero colpevole? E se fosse stata tutta una macchinazione, perché è stata messa in piedi? E soprattutto da chi?
Domande che ancora oggi non hanno una risposta definitiva ma attorno a cui ruota una pletora sterminata di materiale, e non solo in lingua russa. Articoli, documentari, speciali in tv, libri (al lettore italiano si consiglia il volume di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” del 2010) dai quali se non una verità univoca – la pravda, come la chiamano i russi – esce fuori comunque un quadro abbastanza definito. Attraverso una trama oscura, liquida e confusa come nella migliore tradizione delle storie giudiziarie di epoca sovietica la figura di Edik assume i contorni della vittima sacrificale la cui unica colpa è stata probabilmente quella di essere un anticonformista. E soprattutto di esserlo nel tempo e nel paese sbagliato.

Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.
Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.

Le autorità sovietiche impegnate nei difficili equilibrismi del disgelo avevano bisogno di affermare un principio da cui non si poteva transigere. Va bene il cambiamento, la fine del terrore, va bene denunciare i crimini di Stalin ma l’homo sovieticus era e doveva comunque restare un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Il valore indiscutibile dell’esempio. Quello positivo: la nuova generazione di poeti, gli artisti, gli studenti modello che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quello negativo era sintetizzato in una sola parola: stiljaga. Lo stiljaga è giovane, decadente, ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Tratto fondamentale di quest’ultimo, secondo la campagna stampa di regime, è infine quello di essere in qualche modo un privilegiato, il potersi permettere di non lavorare. Vi ricorda qualcuno?

Manifesto di propaganda sovietico per combattere l'abuso di alcol.
Manifesto di propaganda sovietico per combattere l’abuso di alcol.

Strel’cov, questo George Best ante-litteram, sembrava fatto apposta: amava – ricambiato – le donne, le feste, l’alcool e grazie ad un paio di episodi (un ritardo al raduno della nazionale ed una rissa) si era anche guadagnato la fama del ragazzino irriconoscente che sputa nel piatto di privilegi in cui pochissimi sportivi in tutta l’URSS potevano mangiare.
A tutto ciò si aggiunse una serie infinita di altre ipotesi. Tra le più plausibili ci sono contatti proibiti con squadre straniere, il rifiuto di trasferirsi a squadre più blasonate – e con più santi in paradiso – quali CSKA e Dinamo (la proposta passò attraverso l’altra leggenda del calcio sovietico, il portiere Lev Jašin) e soprattutto l’aperta ostilità di Ekaterina Furceva, prima donna nella storia dell’URSS ad entrare nel Politburo del Comitato Centrale del PCUS, braccio destro di Nikita Chruščёv e per i manuali di storia la donna più influente nei settant’anni di politica dell’Unione Sovietica. Un bel colpo, no?

streltsov_ed

La leggenda metropolitana recita di un rifiuto di Strel’cov davanti alle avance di Svetlana, figlia adolescente della Furceva. Rifiuto condito da un appellativo poco carino (scimmia) usato dal calciatore nel raccontare l’aneddoto agli amici. Leggenda o meno è certo che fu proprio la Furceva a depositare sul tavolo del Segretario Generale il dossier Strel’cov. Un gesto che da solo equivalse ad una sentenza già scritta e protocollata.

Il buio per il campione durò in tutto – grazie alla buona condotta – cinque anni, di cui uno e mezzo nel gulag di Viatskoe.
In una realtà come l’URSS post-staliniana cinque anni sono un’era geologica. Durante la detenzione di Edik i sovietici sono riusciti a mandare il primo uomo nello spazio (il buon e bel Jurij sì che era un esempio da seguire), hanno sfiorato il conflitto nucleare con la crisi di Cuba e hanno preparato il terreno per il tramonto definitivo della figura di Chruščёv che sarebbe avvenuto nel giro di un anno. La stagnazione era alle porte.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Il 4 febbraio del 1963, dopo il “pentimento” di ordinanza, la società sovietica è pronta a riaccogliere nelle sue fila il nuovo e “rieducato” cittadino Strel’cov. Il cittadino, non il campione acclamato. Ci vollero altri due anni di campionati amatoriali con la squadra della fabbrica ZIL (con il passaparola che faceva lievitare il numero di spettatori verso cifre spropositate per il contesto) prima di vedere di nuovo il nome di Strel’cov nei tabellini del campionato sovietico. Fu Leonid Brežnev in persona, il nuovo leader del PCUS, ad avallare la sua presenza tra le fila della Torpedo in risposta ad una petizione popolare a lui indirizzata.

torpedo

Nell’edizione del 65, dopo sette anni, il massimo campionato dava il bentornato al suo campione. Un calciatore diverso, si vede da subito. Più lento, più corpulento a causa dei lavori forzati e come se non bastasse vistosamente stempiato. La classe è ancora lì però. Intatta.
Con i bianconeri vince il campionato (’65), la coppa sovietica (’66), e per due volte è eletto calciatore dell’anno (’67 e ’68). Non partecipa ai mondiali del ’66 a causa del divieto di espatrio che comunque penderà su di lui fino al settembre dell’anno successivo quando finalmente torna a varcare la cortina per sbarcare a San Siro. Coppa dei Campioni, Inter-Torpedo. E sempre a Milano, due mesi dopo, la prima trasferta con la nazionale sovietica.
A trentatré anni il ritiro, alla fine del campionato 1970. I goal totali in campionato saranno 99 – eterno incompiuto anche nei numeri – in 222 partite.

strel'cov5

Il “Pelè russo” muore di cancro il giorno dopo il suo 53esimo compleanno, il 23 di luglio del 1990, pochi giorni dopo la conclusione della disastrosa avventura della sua nazionale ad Italia 90, l’ultimo con l’amata e maledetta scritta CCCP sulle magliette.
Anche nel caso di Edik non può mancare il più triste dei rituali russi di fine ventesimo secolo: la riabilitazione post-mortem. Un gruppo di intellettuali e giornalisti ancora oggi si batte per la riapertura del caso che cancelli definitivamente ogni macchia dalla memoria del calciatore. Oggi a Mosca a lui dedicati ci sono uno stadio e ben due statue.

Curiosamente entrambe lo raffigurano nella versione appesantita e “rieducata” post-gulag. Perché – come dire – va bene riabilitare ma è sempre meglio non esagerare che non si sa mai.

Antonio Casillo

 

Farro per fermare il declino

Ovvero, il vestito nuovo di CasaPound. Un’indagine iconografica sui simboli utilizzati da “Sovranità”, una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano.

di Raffaele Alberto Ventura

Nelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.

bastaeuro

Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, Simone Di Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?

Basta guardare il disegno al centro dello scudo: il giallo sta per il grano, tre spighe disegnate sopra il nome del partito e la scritta “Prima gli italiani”. Almeno tre livelli di lettura, strettamente collegati, spiegano questo tema iconografico e permettono d’inquadrare l’orizzonte ideologico del partito: il primo è un riferimento alla politica monetaria, il secondo è un riferimento alla teoria economica e il terzo è un riferimento storico-politico. Tutto questo, in tre spighe di grano.

sovranita

Cominciamo dalla politica monetaria. Il termine “sovranità” è tornato prepotentemente d’attualità negli anni della crisi dell’euro, mano a mano che a destra come a sinistra, tra grillini, berlusconiani, keynesiani, leghisti e neofascisti, si diffondeva l’idea che soltanto recuperando la capacità di battere moneta — la cosiddetta sovranità monetaria — gli stati dell’Unione Europea sarebbero riusciti a ripagare i loro debiti e rilanciare l’economia. La diffusione di questa idea, spesso in forma di favola populista o di delirio cospirazionista, ha sicuramente giovato ai movimenti che ne avevano fatto da tempo una battaglia, come appunto CasaPound.

Il nome del primo “centro sociale di destra”, come noto, deriva dal poeta fascista Ezra Pound. A partire dagli anni 1930 Pound si era dedicato alla denuncia delle disfunzioni del sistema monetario, proponendo fantasiose riforme per contrastare l’influenza delle banche. Oltre mezzo secolo più tardi, le teorie di Pound avevano ispirato al giurista Giacinto Auriti l’elaborazione di ulteriori teorie sul “signoraggio bancario” e la “moneta del popolo”. Ispiratore di Beppe Grillo per lo spettacolo Apocalisse Morbida del 1998, Auriti si candidò alle elezioni europee del 2004 nella lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini: ma la sua influenza e la sua opera di divulgatore del pensiero poundiano si estende su tutta l’area post-fascista (e oltre).

lire

Il programma di CasaPound è sempre stato chiaro: “l’Italia deve stampare la moneta che usa” ovvero uscire dall’euro e tornare alla lira. Le spighe di grano sono quindi innanzitutto un riferimento subliminale al vecchio conio, alle monete da due o dieci liresulle quali erano incise proprio delle spighe; e sull’altra faccia un aratro o un contadino, a significare il lavoro umano necessario a produrre quel grano.

Ma perché disegnare delle spighe sulle monete? E così veniamo al secondo livello iconografico, che fa riferimento a una certa visione dell’economia. La spiga è un motivo ricorrente in numismatica fin dall’antichità, presente anche sulle monete del Regno d’Italia e riproposta oggi addirittura dall’ISIS nel suo progetto di moneta aurea che dovrebbe valere su tutto il territorio del Califfato. Il grano serve qui a rappresentare la ricchezza reale che la moneta permette di comprare e sulla quale fonda il suo valore.

califfato

Nello stesso modo, nel simbolo della lista Sovranità la presenza delle tre spighe serve a rivendicare la centralità dell’economia reale: un ritorno alla concretezza da opporre alle astrazioni della finanza, un ritorno alla terra e al lavoro. Si tratta di una sorta di “citazione visiva” dalla dottrina dei fisiocratici del Settecento, anche questa cara a Ezra Pound, secondo i quali la fonte di ogni ricchezza è l’agricoltura. È improbabile che i sostenitori di Sovranità siano effettivamente dei neo-fisiocratici, convinti che l’Italia debba concentrarsi esclusivamente sull’agricoltura: il grano vale qui come sineddoche di un intero tessuto produttivo — ma svela anche un’insospettabile sensibilità hipster per il ritorno alla vita contadina. Non ci stupirebbe che a questo punto spuntasse spuntasse un Carlo Petrini di destra a proporre uno Slow Food neo-fascista, ispirandosi alla propaganda gastronomica del ventennio

Quello del valore della terra è un luogo comune radicato nel buon senso popolare, come conferma un recente studio del Censis per conto della Confederazione Italiana Agricoltori: 82% degli italiani pensa che, per uscire dalla crisi, si debba tornare all’agricoltura. Ma se è indubbio che l’autonomia agricola rappresenta una sicurezza a fronte di un mercato internazionale instabile, o ancora di più, una precondizione per lo sviluppo degli altri settori economici — e tutto questo indipendentemente da ogni valutazione sul peso relativo del settore nel PIL, basso e decrescente nelle economie avanzate — è anche vero che da un’eventuale riconversione al settore primario non si possono certo attendere miracoli come ne promette Marine Le Pen. Nella loro foga di appropriarsi del buon senso popolare, gli alfieri del nuovo protezionismo dimenticano una cosa soltanto: che il benessere di cui godono gli occidentali non lo hanno prodotto ma lo hanno scambiato.

MALFITANO-3

La retorica fisiocratica si ritrova nei più svariati contesti, e nei più svariati contesti è stata prima invocata come soluzione di tutti i mali e poi rapidamente abbandonata: per esempio le spighe di grano erano un elemento ricorrente anche nell’iconografia sovietica. In pratica però l’Unione Sovietica a partire dal 1929 cessò di considerare prioritaria l’agricoltura, e a partire dagli anni Sessanta iniziò a vivere del surplus granario statunitense. I russi si erano accorti di essere in grado di esportare beni più redditizi dei cereali — petrolio, gas naturali, macchinari, ecc. — e così importavano dall’estero il loro fabbisogno di cereali. Insomma gli inaspettati vantaggi del commercio internazionale spedirono in soffitta ogni tentazione pseudo-fisiocratica…

A quanto pare si tratta di una tentazione che riaffiora quando la globalizzazione torna a essere svantaggiosa. Eppure il mito dell’autosufficienza alimentare non apre nessun orizzonte diverso dalla pura e semplice economia di sussistenza: ovvero proprio quella “austerità” che i partiti anti-europeisti pretendono di denunciare, e verso la quale invece mirano con i loro programmi.

cccp

Per l’elettore italiano le tre spighe portano con sé un terzo e ultimo significato ovvero un riferimento storico alla famosa campagna nota come “Battaglia del grano”, lanciata da Mussolini nel 1925 allo scopo di perseguire l’autosufficienza di frumento in Italia. Nel discorso fascista, il grano è simbolo e strumento dell’autarchia alimentare ovvero della sovranità pienamente realizzata. Per citare un vecchio documentario dell’Istituto Luce:


Il Duce della nuova Italia ha bandito la santa battaglia. Rendere nuovamente la Patria l’
alma parens frugum [“madre dei cereali” come dicevano i romani per via della centralità del settore fino ai secoli III-II a. C.], toglierla dalla servitù straniera! Fare si che il pane, puro alimento di vita, non venga come elemosina oltre confine.

Sullo scudo della lista Sovranità quelle tre spighe di grano possono dunque essere interpretate non più soltanto come evocazione nostalgica della lira e degli anni del boom in cui l’Italia produceva vera ricchezza, ma inoltre — e non dovrebbe costituire una sorpresa — come evocazione nostalgica dell’Italia fascista. Concatenando nel loro nuovo simbolo tre diverse interpretazioni di un medesimo motivo iconografico, i “fascisti del terzo millennio” indicano che la ripresa economica italiana dovrà necessariamente passare dall’uscita dall’euro e dall’instaurazione di un regime autarchico. Uno “Stato commerciale chiuso” come quello progettato da Johann Gottlieb Fichte nel suo omonimo libro del 1800, feticcio di una certa destra che va da Franco Freda (che lo ha ripubblicato nel 2009) a Diego Fusaro (che gli ha dedicato uno studio nel 2014).

D’altra parte, se risaliamo la corrente del nazionalismo socialista fino alle sue origini torniamo sempre alle spighe di grano: quelle spighe di grano il cui valore di mercato venne fatto precipitare dalle riforme della Rivoluzione francese, così rovinando la classe dei proprietari terrieri che reagì affidando al visconte Louis de Bonald il compito di riformulare l’ideologia dell’Ancien Régime e, contemporaneamente, la matrice di un anti-liberalismo per i secoli a venire.

domenicacorriere

Non condividere il programma sovranista non significa ignorare i seri problemi sollevati — cavalcati? — o, peggio, voler evacuare ogni possibile dibattito limitandosi alle consuete accuse di razzismo, ignoranza e antipolitica. Nel 2008 la crisi americana dei subprime ha attirato l’attenzione sulla massa di capitale fittizio circolante nelle arterie del sistema finanziario mondiale; successivamente, la crisi del debito sovrano nell’Eurozona ha messo in evidenza la crescente difficoltà delle economie avanzate a produrre ed esportare una ricchezza che ripaghi le risorse investite.

Ma col pretesto di rispondere a queste sfide in maniera radicale, i sovranisti di CasaPound sembrano in realtà — fin dal loro simbolo — proporre come rimedio un best of degli errori già praticati: primo, emettere ulteriore capitale fittizio sotto forma di moneta sovrana (ritorno alla lira); secondo, inseguire settori produttivi senza avvenire per soddisfare qualche impulso romantico da bourgeois bohème virato a destra (ritorno alla terra); e infine terzo, affidarsi sempre e comunque al culto dello Stato Provvidenza, qui nella versione mussoliniana (ritorno al fascismo). Farro per fermare il declino? Se soltanto le cose fossero così semplici!

Raffaele Alberto Ventura

Senza mai perdere la frivolezza

L’8 marzo di cento anni fa celebrato, a suo modo, da una gran donna.

Metti un’aristocratica cinquantenne newyorkese, scrittrice e giornalista, ex moglie di un banchiere bostoniano, a inzuppare la punta dell’ombrellino nel fango di una trincea francese. Mettile in mano una penna e falle raccontare il primo conflitto mondiale con gli occhi di una donna, una delle pochissime reporter ammesse al fronte. Risultato? La guerra non è mai stata così frivola. E agghiacciante.

Edith Wharton, resa celebre da romanzo “L’età dell’innocenza” Premio Pulitzer nel 1921, il primo agosto del 1914 è a Parigi e osserva dalle finestre di un ristorante di Rue Royale la mobilitazione gioiosa dei soldati francesi che vanno insieme alla guerra lampo, alla guerra giusta, senza il minimo sospetto della tragedia che li aspetta sul campo. “Tutto pareva strano, minaccioso, irreale, come il riverbero giallo che precede una tempesta. C’erano momenti in cui mi pareva di essere morta, e di essermi svegliata in un mondo sconosciuto. Ed era così. Due giorni dopo fu dichiarata la guerra”, ricorda nella sua autobiografia “Uno sguardo indietro“. “I Viaggi al fronte“, scritti tra febbraio e agosto del 1915, sono invece i suoi diari di guerra che raccolgono gli articoli scritti per lo storico settimanale americano The Saturday Evening Post.

SEP

Come giornalista, è definita con disprezzo dai colleghi maschi un’amazzone perversa capace, secondo loro, di andare solo a caccia di emozioni. Ma, mentre i resoconti maschili sono infarciti di carica ottimistica ed eroica, questa donna non ha alcuna intenzione di nascondere l’orrore. Pur non essendo avulsa da un certo tipo di propaganda, ottiene infatti il permesso di andare al fronte allo scopo preciso di sfruttare la solida reputazione di scrittrice per il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica americana a favore della causa francese, restituisce una visione onesta in opposizione alla solita retorica bellica. Nel suo viaggio in Lorena, ad esempio, la città di Gerbéviller le appare “l’immagine clamorosa della distruzione”, come se “le sue rovine siano state vomitate dagli abissi e simultaneamente scagliate dal cielo”.

Oppure quando descrive il cadavere violato di una vecchia caduta nel suo giardino di gigli perché attirata dalle urla del figlio morente. La guerra è una “scelta insensata” e i soldati nelle trincee sono “traumatizzati, distrutti, congelati, resi sordi e mezzo paralizzati”. Raccontare la guerra, ambito narrativo della tradizione maschile, per la Wharton ha la funzione di autoterapia, aiuta a liberarsi dall’angoscia e dallo sgomento. Ma lei non si limita a questo. Visita gli ospedali militari vicino al fronte e organizza, fin dal 1914, un’intensa attività umanitaria relativa a soccorsi, raccolta fondi, creazione di laboratori di cucito per donne prive di mezzi di sussistenza. Per questo suo impegno sarà premiata con la Legion d’onore nel 1916, mai riconosciuta prima a una donna straniera.

Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell'esercito. Fonte:  France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker
Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell’esercito. Fonte: France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker

Diversamente, la stampa ufficiale, soprattutto quando le cose al fronte peggioravano per una parte o per l’altra, era sottoposta ad una rigida censura sulle notizie, spesso necessaria ad coprire errori strategici o anche politici. Erano banditi i commenti ostili al governo o all’alto comando dell’esercito, erano fatti sparire gli elenchi di morti e feriti, lasciando le famiglie nella disperazione del dubbio. Come racconta Max Hastings nel saggio “Catastrofe 1914“, il giornale Homme Libre venne chiuso per una settimana perché aveva denunciato il trattamento brutale dei soldati feriti. Le ultime ricerche hanno persino dimostrato che quasi tutte le nazioni, per scagionare se stesse e accusare il colpevole di averle aggredite, distrussero la documentazione sul proprio ruolo in guerra o ne crearono una fittizia. Non esistono, ad oggi, due libri che concordino sul numero dei morti.

No alle pagine femminili, no alla cronaca mondana, dunque, sì alla cronaca bellica sul campo. Ma pur di donna si tratta. Così, Edith Wharton non rinuncia a qualche vezzo glamour. Camicetta bianca, scarpette eleganti, cappello e guanti: la mise in cui è ritratta in una foto del 1916 deve apparire ben strana sul campo di battaglia. E poi l’attenzione alla bellezza che la guerra non può distruggere. Parigi è ancora più bella, resa deserta dalla partenza dei soldati e dall’assenza di traffico. Le strade sono silenziose e lasciano spazio a tranquille camminate estive. “Parigi non aveva mai visto pomeriggi grigio-azzurri tanto delicati” e “mai una luna così magnifica era cresciuta nel corso di serate tanto perfette”. La Senna contribuiva all’accrescimento misterioso della bellezza della città.

wharton3
Edit Wharton

Certo si vive sotto la legge marziale, ma nella Ville lumière per una come la Wharton non ci sono poi problemi più gravi che trovare un ristorante che sia aperto e che offra un servizio efficiente. Soprattutto se sa reinventarsi con l’ironico e disperato nome: “Al Ristorante delle rovine”. Quando nella città si riaccendono dei lampi di vita e i boulevard ritrovano le gambe festose dei passanti, completamente cessato il traffico su ruote, l’attenzione della Wharton non può non soffermarsi sui cani che le donne portano con sé, “comodamente sistemati nella piega del braccio”, con la “tranquilla consapevolezza del cane parigino”. Senza tralasciare il fatto che, nelle uniformi dell’esercito francese, “non esiste sfumatura di azzurro che passi davvero inosservata” se messa a confronto con le nuove stridenti “tinte ardesia”.

È la nobildonna alla moda, è l’esperta di design, è l’amante dei cagnolini a parlare, ma è anche una donna che non ha distolto gli occhi e l’animo dal dolore.
Senza mai perdere la frivolezza.

Un emiliano alla corte dei Soviet

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per scoprire come si vive nel paradiso del proletariato. Quarant’anni dopo, il racconto dei suoi tre mesi immerso nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev.

di Davide Lombardi

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per partecipare a un corso estivo di marxismo-leninismo. Nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev, scopre che nel “paradiso della classe operaia” familiarizzare con la popolazione locale è impossibile e alzare un po’ il gomito può portare a una condanna a anni di lavori forzati. Un modello che però i sovietici intendevano esportare in tutto il mondo anche addestrando militarmente, a colpi di Kalashnikov, gli ospiti stranieri. Quarant’anni dopo, il racconto di Franco Del Carlo, back in the Ussr.

Mosca, 1 maggio 1974. E’ la “Giornata di solidarietà internazionale ai lavoratori di tutto il mondo” e sulla Piazza rossa si svolge la tradizionale parata dalla scenografia imponente. Schierato sulle mura della storica fortezza moscovita sede del governo, il Cremlino, insieme al Segretario Generale Leonid Breznev c’è tutto il comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Su una tribuna laterale sono ospitate le delegazioni dei partiti comunisti stranieri, tra cui naturalmente non manca quella del PCI, il più grande, al di fuori del blocco sovietico.

Tra i delegati italiani c’è anche Franco Del Carlo, all’epoca segretario cittadino del PCI modenese, che insieme ad altri otto colleghi provenienti da varie federazioni d’Italia, è partito il giorno prima da Roma per partecipare a un corso di tre mesi e mezzo a scuola di marxismo-leninismo. “L’invito arrivava direttamente dal PCUS – racconta Del Carlo – e quando Mosca chiamava, da Botteghe Oscure sentivano le federazioni più importanti chiedendo la disponibilità a partecipare. Più per cortesia che per affinità politica: negli anni ’70, per quanto il rapporto col PCUS fosse ancora di amicizia, non avevamo più niente da spartire a livello politico”.

Che nel 1974 ci fosse un bel po’ di crisi in famiglia tra comunisti italiani e sovietici, lo dimostra anche la sobria cronaca di quel giorno di festa, confinata in un trafiletto di pagina 13 dell’Unità, organo ufficiale del PCI, il 3 maggio 1974: “Rispetto agli anni scorsi la manifestazione di Mosca è stata caratterizzata da due novità: è durata due ore, cioè meno del solito, e non si è avuto alcun discorso ufficiale”. Immaginiamo il sollievo dell’autore dell’articolo, Romolo Caccavale, che traspare appena da queste scarne parole.

realtasovietica2
Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Merita invece segnalare su quella stessa edizione il pezzo “Nono illustra a Mosca la vita musicale italiana” in cui il compositore italiano “parla della lotta per la trasformazione della società, del recupero del canto popolare e delle opere elettroniche” sottolineando “l’impegno culturale che caratterizza la produzione dei musicisti schierati a fianco della classe operaia”. Nell’anno in cui la canzone più venduta in Italia risulterà essere “E tu” di Claudio Baglioni – “Accoccolati ad ascoltare il mare, quanto tempo siamo stati senza fiatare” – pensare che la musica di Nono potesse essere in qualche modo “schierata a fianco della classe operaia”, dimostra tutta la “Lontananza Nostalgica Utopica Futura” dai gusti del popolo oltre che del compositore veneziano, anche da parte di un PCI desovietizzato.

“Comunque – ricorda oggi Del Carlo – nel pieno dell’era Breznev, le distanze tra noi e i sovietici erano ormai enormi e dalla Direzione del partito ci dissero di apprendere il meno possibile dal corso di marxismo-lenismo. Semmai di cercare di capire la società sovietica”. Per i sovietici però, la scuola è una cosa seria. Oltre agli italiani, ci sono allievi dei partiti comunisti di altri 52 paesi. Le varie lezioni iniziano dalle 9 del mattino fino alle 12.30 e poi dalle 14.30 fino alle 18 circa. “Lezioni teoriche che a noi non interessavano per niente” dice Del Carlo, “tanto che le dispense che ci distribuirono scritte da Breznev, o chi per lui, tradotte in italiano naturalmente, non le abbiamo mai aperte. Alle lezioni, eravamo l’unica delegazione ad aver ottenuto di poter dibattere con i docenti. Tutti gli altri dovevano ascoltare e basta. Per i sovietici il dibattito era inutile: Lenin e Marx offrivano risposte per tutto”.

DSC03022
“Realtà sovietica” e “Rassegna sovietica” furono due riviste fondate dal Segretario Nazionale dell’Associazione Italia-Urss, il reggiano Vincenzo Corghi

“Si era allora ancora nel mezzo della crisi sino-sovietica con truppe russe e cinesi schierate lungo il fiume Ussuri, confine tra i due paesi. Ad un certo punto, durante un seminario nell’aula magna della scuola, i sovietici ci chiesero di sottoscrivere un documento di condanna dei cinesi. Presi la parola io perché la nostra capodelegazione, una di Reggio Emilia, era timorosa di esporsi. Dunque, come suo vice, il compito fu mio. Dissi che non avremmo firmato quel documento perché non ritenevano si dovesse condannare il popolo cinese. I dirigenti possono sbagliare, i dirigenti cambiano, ma il popolo – un miliardo di persone – quello resta. E noi non eravamo contro i cinesi. Finito di parlare, sulla sala calò il gelo. Neanche i miei applaudirono. Poi ci fu la solita malignità dei russi che dopo di me fecero parlare greci, francesi, e tedeschi orientali. Tutti contro di noi. Soprattutto i greci che erano esuli espatriati in Urss, mantenuti dal PCUS. Gente che aveva lasciato altri compagni ad Atene a combattere il regime dei Colonnelli. I sovietici li usavano contro di noi per dimostrare il nostro isolamento. Al seminario era presente anche Boris Ponomariov, tutore dei compagni stranieri per conto del Pcus. A fine dibattito mi chiamò cercando di convincermi che la nostra posizione era sbagliata. Naturalmente non ci riuscì e la cosa finì lì. Devo dire che c’era grande rispetto nei nostri confronti, non ci facevano particolari pressioni, a parte provare a convincerci di essere nel torto”.

realtasovietica
Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

In realtà, come ha rivelato in un’intervista del 1997 l’allora segretario di Rifondazione comunista Armando Cossutta, Ponomariov spinse per provocare una scissione all’interno del PCI tra fedeli alla linea sovietica e fautori della new wave di Berlinguer, trovando però la contrarietà perfino del segretario del PCUS succeduto a Breznev, Jurij Andropov. Ipotesi tutt’altro che peregrina quella di Ponomariov, vista la naturale propensione alla scissione dimostrata dalla sinistra italiana prima, durante e dopo il PCI. Del resto, perfino nella piccola Modena – che comunque allora era numericamente una delle federazioni più importanti d’Italia – una volta tornato dall’esperienza sovietica convinto che mai e poi mai il comunismo russo avrebbe potuto essere un modello imitabile per l’Italia, Del Carlo viene accusato da “molti compagni modenesi di essere diventato antisovietico”. “Io rispondevo che se fossero andati in Urss lo sarebbero stati anche loro”. “Per me – prosegue – quella fu solo una conferma. Già l’anno precedente ero stato per una settimana in Kazakistan per un gemellaggio insieme all’allora sindaco di Modena, Germano Bulgarelli, e ricordo che durante il volo di ritorno gli dissi: se dobbiamo andare in Italia a fare quello che abbiamo fatto qui, è meglio che cada l’aereo, almeno salviamo gli italiani da questa esperienza”.

kazakistan1
Dall’album fotografico personale di Franco Del Carlo, nella foto: giovani Pionieri sovietici in Kazakistan. Al centro, con gli occhiali, Germano Bulgarelli.

Esperienza che però, vissuta da privilegiato figlio di un partito fratello a scuola di Marx e Lenin, e con la certezza di tornare al paesello natio dopo tre mesi, per Del Carlo non fu nemmeno così malaccio. “Appena arrivati – racconta – i sovietici si dimostrarono di un’ospitalità stupenda. La mattina ci sottoposero a un’accuratissima visita medica, per certificare il nostro stato di salute, al pomeriggio andammo a mangiare in un ottimo ristorante in Piazza Puskin. Alloggiavamo in una palazzina a circa due chilometri dall’Istituto, solo noi nove, in due per camera. La nostra ‘incolumità’ era garantita da due agenti presenti nella guardiola della portineria 24 ore su 24. Già il 2 maggio ci pagarono lo stipendio, 800 rubli. Perché sì, la nostra presenza al corso era pure retribuita. Le lezioni però erano micidiali così, come da accordi, chiedemmo di poter visitare anche luoghi – scuole, fabbriche, ospedali – in cui potevamo toccare con mano il loro livello di vita. Essendo noi tutti comunisti, avevamo maggior libertà di movimento rispetta a quella che veniva concessa agli operai e ai giornalisti che l’imprenditore di Carpi Renato Crotti inviava in Urss perché ‘gli emiliani venissero davvero a conoscenza di quella che era la vita nel cosiddetto paradiso dei lavoratori’. Agli uomini di Crotti i sovietici facevano vedere solo le eccellenze, se così le possiamo chiamare, in modo che ne ricavassero la miglior impressione possibile. O almeno, ci provavano”.

realta3

Libertà relativa, naturalmente, quella dei compagni emiliani, come ammette lui stesso ricordando un episodio particolarmente significativo: “Eravamo appena arrivati a Mosca e una sera mangiamo in un locale di fronte alla principale stazione di Mosca. Un gruppo di ragazzi e ragazze russi stava salutando una recluta in partenza per il militare. Desiderosi di entrare in contatto con la gioventù sovietica ci aggreghiamo a loro e decidiamo di andare a fare una passeggiata tutti insieme. Dopo cinque minuti siamo circondati da quattro camionette della polizia che prelevano i ragazzi mentre a noi ci riaccompagnano nella nostra palazzina, con metodi anche un po’ rudi. Il giorno dopo, il nostro interprete russo ci assicurò che i ragazzi erano stati rilasciati. Chissà…”.

Forse proprio alle proteste seguite a quell’episodio poco piacevole, le maglie del controllo sovietico si allargano.

“Potemmo addirittura partecipare a una dimostrazione di come funzionava la giustizia del proletariato assistendo ad un processo. Sotto accusa era un povero diavolo di un autista della metro che l’8 marzo di quell’anno, nella stanza che condivideva con la sua compagna all’interno di un appartamento collettivo diviso con altre famiglie, aveva bevuto un po’ troppo e fatto troppa ‘baldoria’ con la sua compagna. I coinquilini avevano chiamato la polizia che lo aveva subito tratto in arresto. La giuria era composta da sole donne così lui, forse sperando di ammorbidirle un po’, ottenne di cambiare avvocato difensore facendosi assegnare una donna. Il tentativo però fallì, visto che il poveraccio fu condannato a sei anni di lavori forzati. Per aver fatto un po’ di casino in camera da letto…”.

lenin
Fonte immagine: The Eastern Blog.

A Del Carlo e agli altri, fu anche concessa la possibilità di venire a contatto diretto con la ben nota flessibilità della storiografia sovietica, mutevole a seconda delle variazioni delle linee guida del partito nel corso del tempo. “A San Pietroburgo, allora Leningrado, andammo a visitare il Palazzo d’inverno. C’era una mostra sul Consiglio dei commissari del popolo (il Sovnarkom) formatosi nel 1917 e presieduto da Lenin fino alla morte nel 1924. Lev Trockij, caduto in disgrazia già all’inizio dell’epoca staliniana e che di quel consiglio era membro con l’incarico di Commissario del popolo per gli affari esteri, non era presente da nessuna parte. Facemmo notare ai nostri accompagnatori la dimenticanza. Ne seguì una discussione di due ore. Del tutto inutile: siete male informati, ci dissero, Trockij non faceva parte di quell’organismo. Insistere fu del tutto infruttuoso, l’avevano semplicemente cancellato dalla storia”.

trotsky eliminato
Trockij cancellato da una foto storica con Lenin

“Al tempo non andava meglio per Nikita Chruščёv, deceduto nel 1971. Quando morì non lo seppellirono nel mausoleo del Cremlino come tutti gli altri segretari del PCUS. Per anni a lui fu riservata una tomba nel cimitero di Novodevičij a Mosca, come lapide solo una croce di legno. Poi dopo, siccome era parecchio visitata dai nostalgici del vecchio segretario deposto da Breznev nel 1964, gli han fatto una tomba con due blocchi di marmo, uno bianco e uno nero, che nelle loro intenzioni doveva simboleggiare la sua doppiezza”. Col senno di poi, forse una destinazione migliore per il vecchio Nikita, visto che in quello stesso luogo riposano Gogol’, Bulgakov, Prokofiev, Šostakovič e tanti altri. Personaggi certamente più apprezzati nella Russia contemporanea di quanto lo possano essere Stalin, Andropov e tutti gli altri, le cui salme si trovano ancora al Cremlino.

Particolare impressione fece a Del Carlo, la visita a una fabbrica tessile, “diecimila telai che lavoravano incessantemente, un rumore incredibile, ragazzotte con solo delle cuffie sulle orecchie per attutire rumore. Lavoravano senza alcuna tutela. Dissi al direttore che, fossimo stati in Italia, gli avremmo piantato uno sciopero tale da fargli chiudere la fabbrica. Ma quello era il paradiso dei lavoratori, e incrociare le braccia era ritenuto semplicemente inconcepibile. Capì senza ombra di dubbio che quella che loro chiamavano ‘dittatura del proletariato’ altro non era che la dittatura del partito sulla società. Il proletariato non c’entrava proprio niente”.

realtasovietica3
Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Il programma del corso prevedeva anche cinque giorni di addestramento militare in un campo dell’Armata rossa. Non era obbligatorio, ma quattro di noi, tra cui io, decidemmo di partecipare, non all’addestramento vero e proprio che prevedeva anche percorsi militari e cose del genere, ma solo per sparare con l’Ak-47, il Kalashnikov, che provai per la prima volta. Negli anni ’70, i sovietici pensavano che in certe parti del mondo la lotta armata fosse necessaria. Non dappertutto le cose andavano come in occidente. Per esempio al corso c’era una delegazione di uruguayani di cui diventammo amici. Più tardi, in Italia, venimmo a sapere che rientrati a Montevideo erano stati tutti arrestati e fucilati dalla dittatura militare guidata da Juan María Bordaberry. Ma, sia chiaro, noi italiani andammo a sparare per divertimento, per provare l’Ak-47, non ci sono altri motivi: la rivoluzione in Italia non era più in programma da tempo. Anzi, ricordo che incontrammo una guarnigione di carristi, gli stessi che erano stati a Praga nel ’68 a reprimere la Primavera di Dubček. Riuniti tutti insieme nell’aula magna della loro caserma, io presi la parola dicendo che noi italiani consideravamo un grande errore l’invasione russa in Cecoslovacchia. I soldati – devo dire – applaudirono il mio discorso. Al termine, il colonnello comandante mi avvicinò, aveva un grande stemma simbolo del suo ruolo. Se lo staccò dalla divisa appuntandomelo sulla giacca per poi abbracciarmi. Non vuol dire che fosse d’accordo con me, ma era un segno di rispetto per chi la pensava diversamente da loro”.

Difficile capire quanto, nei ricordi di Del Carlo, la totale presa di distanza rispetto al comunismo sovietico sia filtrata da un’evoluzione personale che lo ha portato oggi, settantasettenne, ad aderire, “convintissimamente” dice, alla nouvelle vague renziana. Che certo non ha nulla a che spartire con il percorso di uno come Del Carlo, figlio di partigiani rossi, passato attraverso tutta la trafila che allora si faceva nel partito, prima il Pionieri, poi la FGCI e infine il PCI. Un (ex) comunista che in passato sarebbe stato definito “revisionista” anche se in casa sua, dove ci siamo incontrati, spicca ancora adesso in bella mostra su una parete un quadro con Che Guevara e, accanto ad alcune foto di famiglia, una foto sempre del Che mentre abbraccia un bambino.

Nel 1974, nel PCI le posizioni alla Del Carlo, diciamo fortemente “scettiche” rispetto all’Unione Sovietica, erano ormai certamente maggioritarie, ma i forti contrasti interni non erano affatto esauriti. Soprattutto in una regione radicalmente “rossa” come l’Emilia.

delcarlo
Franco Del Carlo oggi. Sullo sfondo, a destra, si può vedere il quadro col Che

Fu proprio la Primavera di Praga a portare a un deciso mutamento nei rapporti del PCI con l’URSS di Breznev e con il resto del movimento comunista mondiale. Contrario fin da subito all’intervento, a invasione sovietica avvenuta, il PCI si trovò davanti a uno dei momenti più critici della sua storia. Per la prima volta, il partito espresse il suo “grave dissenso e la riprovazione” nei confronti delle scelte di Mosca. A differenza dei quasi tutti i partiti comunisti occidentali che, dopo l’iniziale dissenso, si riallinearono progressivamente alle posizioni del PCUS, il PCI riuscì a ritagliarsi una certa autonomia, a malincuore accettata dalla dirigenza sovietica, senza peraltro giungere mai a troncare definitivamente con l’Urss. Promossa dal segretario Luigi Longo, a prevalere fu la vecchia formula di Togliatti dell’«unità nella diversità» come principio dei rapporti tra partiti comunisti, che smussò le posizioni considerate più estreme come quella di Berlinguer che, nel settembre 1968, considerava addirittura «l’eventualità di una lotta politica con i compagni sovietici», spingendo i comunisti italiani al lungo percorso alla ricerca di una mitica “terza via” tra il sistema sovietico e la socialdemocrazia, quella che in seguito prese il nome di eurocomunismo.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Quarant’anni dopo, in un mondo completamente cambiato, Del Carlo continua ad avere stretti rapporti con l’ex Urss, oggi semplicemente Russia, grazie alla ditta di export di articoli per la casa messa in piedi negli anni ’90. “Da allora ci sono stato altre 57 volte”. Ritiene la Russia di oggi “molto migliore di quella sovietica, anche se le diseguaglianze sono enormemente aumentate. E’ vero, diversamente da oggi, nell’Urss erano tutti uguali. Nel senso che stavano tutti male, a parte i dirigenti del partito. Il capitalismo russo è un capitalismo selvaggio, darwiniano: se uno vuole ce la fa, se non ce la fa, vuol dire che non vale niente. In città come Mosca o San Pietroburgo dove la ricchezza abbonda, alla fine anche il diseredato riesce a raschiare le briciole dal fondo del barile e a sbarcare il lunario. In campagna si fa molta più fatica. Ci sono sacche di povertà spaventosa. A me colpiscono le babushke, le tipiche nonne russe col fazzoletto in testa, che si piazzano fuori dai centri di culto ortodossi per cercare di vendere i piccoli gioielli di famiglia. Stupendi centrini fatti a mano che magari svendono per 10 rubli. Fanno impressione”.

viaggio
Della sua esperienza sovietica il ricordo più bello resta assolutamente privato: il momento in cui la moglie lo raggiunge a Mosca per una settimana durante quella lunga estate sovietica. Per Franco, allora trentaseienne, tre mesi e mezzo lontano dalla compagna sono un sacrificio, anche se nel nome della fede comunista. “Ci tengo a dire – mi precisa – che proprio a Mosca è stata concepita mia figlia Liuba, in una stanza dell’Hotel Bucarest dove alloggiava mia moglie. Ljub in russo vuol dire amore“. Concludendo la nostra chiacchierata, gli preme raccontarmi proprio questo dettaglio, quasi fosse l’unico momento veramente colorato nel grigiore di un’estate sovietica.

Davide Lombardi

Nell’immagine di copertina, manifesto pubblicitario a Mosca in occasione del cinquantesimo anniversario del viaggio intorno alla terra di Jurij Gagarin. Fonte: The Eastern Blog.

La vocazione del soldato

Una mostra su Gabriele D’Annunzio ospitata dall’Accademia militare tra le più antiche al mondo, quella di Modena, offre lo spunto per parlare di disobbedienza e antimilitarismo.

di Rossella Famiglietti

Nell’epoca del Grande Conformismo, dove tutti i movimenti di militari occidentali in giro per il mondo sono “missioni di pace” o virtuose “esportazioni di democrazia”, vale ancora la pena chiedersi il senso e il valore di un’educazione militare. Cosa spinge, oggi, un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza del soldato? A rispondere ci aiuta anche un insospettabile Gabriele D’Annunzio, in mostra a Modena, in una delle accademie militari più antiche al mondo.

Se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo. Se non conosci il nemico ma conosci te stesso, le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle della sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso, ogni battaglia significherà per te la sconfitta.
Sun Tzu, L’arte della guerra (VI sec a. C.)

Andare a conoscere il nemico. Ecco quello che succede ad un antimilitarista quando entra nell’Accademia militare di Modena, con la scusa di visitare la mostra, aperta tra dicembre e febbraio, dedicata a Gabriele D’Annunzio soldato. I cimeli delle avventure militari del Vate, l’immaginifico, il soldato della Grande Guerra sono in prestito infatti alla storica Accademia che si fregia del motto “Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi”.

L’ingresso dell’Accademia è solenne: lapidi alla memoria e fuochi perpetui.
Oltre il portone centrale si accede, infatti, al Lapidario con incisi su marmo i nomi dei 7811 Ufficiali, ex allievi, caduti nelle guerre per l’Unità, l’Indipendenza e la Liberazione. Il sabato pomeriggio è facile imbattersi nei cadetti in libera uscita per le vie del centro, oppure a colloquio con i loro familiari in visita in salottini a cui è vietato l’ingresso agli estranei. Vietato ai visitatori è il passaggio attraverso il Cortile d’Onore del Palazzo ducale che ospita l’Accademia e, in occasione della mostra, la sorveglianza è strettissima. Quando Francesco I d’Este arrivava a cavallo nel grande cortile, tutta la corte e la cittadinanza erano pronti ad acclamarlo e a vederlo salire a cavallo lo Scalone d’onore, almeno così vuole la leggenda. Da quando, nel 1861, il Palazzo è diventato zona militare, la cittadinanza si è vista privata di questo spazio.

Pronti ad agire, in ogni situazione, in Patria e all’estero

«L’Accademia Militare ti prepara per diventare Ufficiale dell’Esercito Italiano e un comandante di uomini. Oltre ad un percorso di formazione completo ed avvincente, l’Accademia Militare ti permette di apprendere tutto ciò di cui hai bisogno per essere pronto ad agire in ogni situazione, in Patria e all’estero», così recita il sito dell’Esercito italiano-Ministero della difesa alla voce “Arruolamenti”. Due sono le domande che balzano alla mente. La prima: cosa possa spingere oggi un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza che impone il codice militare. La seconda: come sia stato possibile assimilare il più sfrenato amante del piacere e della disobbedienza di inizio Novecento a un baluardo di ordine e disciplina.

3g12066u-1372
Come risposta alla prima domanda, probabilmente, resta ancora valida quella che diede involontariamente Federico II di Prussia, campione di militarismo: «se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file».

In questo palazzo, il più antico istituto di formazione militare al mondo, direttamente legato all’Accademia militare di Savoia, fondata il 1º gennaio del 1678 per volontà di Carlo Emanuele II e della reggente Maria Giovanna di Savoia Nemours, sono passati 116.000 allievi, sei Presidenti del Consiglio e trentuno ministri, oltre a Vittorio Emanuele III, Umberto II di Savoia Re d’Italia, Edmondo de Amicis, Giovanni Agnelli, Armando Diaz, Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, Francesco Baracca, uomo di culto per le sue imprese aviatorie spericolate sotto il marchio del cavallino rampante, recentemente omaggiato nel museo dell’Accademia con l’esposizione di uno degli aerei da lui pilotati nel primo conflitto mondiale.

3g12065u-1368
Ingoiare lacrime in silenzio

Questi uomini hanno appreso l’arte del comando, e conseguito una Laurea, tra le altre, in Scienze Strategiche, Ingegneria o Medicina e Chirurgia, sottoponendosi ad un addestramento il più possibile realistico, come spiega il prof. Marco Costa, docente di Psicologia generale dell’Università di Bologna e dell’Accademia, nel suo “Psicologia militare. Il mestiere delle armi” (2002). Gli allievi devono sentire l’odore della guerra, devono percepire lo stesso e identico pericolo, solo così saranno il generale che tutti sognano di essere: quello con le truppe disposte a morire per lui. Non tutti riescono a tenere testa al duro addestramento: bisogna imparare ad «ingoiare lacrime in silenzio», come ricorda il motto di “Mamma” Accademia. Il periodo più difficile è quello iniziale, quando gli allievi sono solo “aspiranti” e i superiori mettono alla prova la loro motivazione, come si legge nella sentita rievocazione del generale Chiavarelli, conservata sul giornale on line “Pagine di difesa”:

«Si era aspiranti allievi, un qualcosa d’indefinito, materia informe da sbatacchiare, maltrattare, strapazzare dalla mattina alla sera per testare se la voglia di fare l’ufficiale era reale, ponderata, convinta ed eliminare i tiepidi e i deboli. Eravamo assolutamente certi che tutti ce l’avessero con noi e manifestassero il loro livore urlandoci contro dalle sei del mattino fino al momento di coricarci. Ogni spostamento andava fatto di corsa e sembrava che un sadico avesse fatto in modo che le lezioni e gli addestramenti fossero sempre dalla parte opposta a quella in cui ci trovavamo. Di continuo, plotoni di centometristi affannati, sudati, puzzolenti, si incrociavano per scale e corridoi gridando “Tenere la destra! Tenere la destra!” Chi non lo avesse fatto sarebbe stato inesorabilmente travolto».

500
I suicidi in Accademia

L’Accademia militare di Modena ha registrato negli ultimi anni cinque suicidi. L’ultimo, del 24 gennaio 2012, riguarda non un cadetto ma un dipendente civile in servizio presso il Palazzo Ducale. Il primo suicidio risale al 1996, quando il cadetto napoletano ventenne Pierpaolo Signudi, dopo essersi svegliato alle 6.30 e aver messo in ordine la stanza, ha atteso l’uscita dei suoi compagni per buttarsi, in divisa, dal quarto piano. Cento giorni dopo sarebbe diventato sottotenente dei carabinieri. A distanza di soli sei mesi, il 28 novembre dello stesso anno, il diciannovenne ennese Luigi Chirdo, indossata la divisa, si è lanciato dalla finestra del bagno per schiantarsi, dopo un volo di quindici metri, nel Cortile delle Colonne. Luigi ha lasciato una lunga lettera in cui chiede perdono ai genitori che lo volevano in divisa, dichiarandosi un fallito. “La vita militare l’ha affrontata volentieri”, dichiara il Professore Aragona, preside del Liceo scientifico frequentato dal ragazzo, alle pagine de L’Unità, “per fare un piacere ai genitori che ci tenevano molto. Forse si è scontrato con una realtà troppo dura”. Come se non bastasse la preoccupazione scatenata da queste morti, enorme scandalo hanno suscitato le dichiarazioni dell’allora comandante dell’Accademia, generale Bruno Loi.

«Non ci serve chi è in lotta con se stesso, per loro non c’è futuro nell’esercito», ha dichiarato il generale nel corso nella conferenza stampa seguita ai due suicidi e ha poi aggiunto: «è un periodo nefasto per la nostra società. Questi ragazzi sembrano incapaci di far fronte agli impegni, davanti al primo problema si mettono a piangere». A queste parole fredde e distaccate hanno risposto con una lettera gli ex compagni di scuola del cadetto, come rivela l’archivio storico del Corriere della sera: «non si può essere sempre un generale» e ancora «lui era, come tutti noi, in lotta con se stesso». Gli alti comandi non hanno ceduto alle provocazioni sul presunto cinismo del militare e hanno ciecamente difeso le sue posizioni, ribadendo l’estrema durezza della vita militare, a cui spesso, secondo loro, i giovani si votano con superficialità, magari per puro interesse economico. Queste dichiarazioni ricordano le parole del generale Cadorna, di cui pure si celebrano le gesta nella mostra sulla prima guerra mondiale, all’indomani della disfatta di Caporetto. Oggi gli storici sono concordi nell’attribuire gran parte delle colpe ad una strategia spietata ed anacronistica del generale, oltre che ad una serie di ritardi e ambiguità nei comandi, eppure nel bollettino di guerra emanato il 28 ottobre 1917, il generale scarica tutte le colpe del disastro sulle truppe «vilmente ritiratisi senza combattere» o «ignominiosamente arresesi al nemico».

3g13236u-1513
Il 12 maggio 2000 Francesco Antuono, militare di leva, l’ha fatta finita sui binari della Stazione di Modena lanciandosi contro il Pendolino diretto a Milano. Poi ancora nel 2003, quando il 26 gennaio un altro diciannovenne, Roberto Ciampa, decide di uccidersi buttandosi dal quarto piano e solo pochi mesi dopo, a marzo, il suo coetaneo Ermir Haxhiaj, figlio di un colonnello albanese, si impicca in bagno con una catena. Qualcuno ha parlato di frustrazione e di episodi al limite tra goliardia e nonnismo. Sono queste le ipotesi emerse dalle inchieste, senza considerare la condanna del 2012 a un anno e otto mesi di reclusione ai danni di un docente riconosciuto colpevole di abusi sessuali, perpetrati nove anni prima nei confronti di due cadetti, con la promessa di facilitazioni agli esami.

Spending review? Non per i militari

Entrare all’Accademia militare di Modena è impossibile o quantomeno difficilissimo, come rimpallano i forum degli aspiranti ufficiali. Nessuno fa cenno a timori di natura psicologica o a eventuali contrasti interiori, anzi quanto maggiori risultano le difficoltà di ingresso in questo glorioso olimpo, maggiore risulta, a quanto pare, l’autostima, la fierezza e la motivazione ad andare avanti. L’aspirazione a far parte di un ordine privilegiato è, oggi più che mai, purissima. Il riconoscimento si misura dall’ammirazione di madri e fidanzate, dallo stipendio percepito di 900 euro al mese per i primi due anni e di 1.600 euro dal terzo anno, con incrementi in base al grado, impensabile oggi per qualsiasi studente di quell’età, e dal rinnovato vigore dello spirito militarista che pervade la società italiana. Basti pensare all’incremento delle spese militari del 2015, in barba alle politiche di austerity. All’interno del budget del Ministero per lo sviluppo economico, sono stati, infatti, stanziati 2 miliardi 800 milioni (200 milioni in più rispetto all’anno scorso) solo per i caccia Eurofighter, le fregate Fremm e il programma di blindati Vbm.

3g12051u-1381
D’Annunzio, l’eroe e il ribelle

Questo lusso militare avrebbe sicuramente ottenuto l’approvazione di Gabriele D’Annunzio, che del lusso ha fatto uno stile di vita e che l’Accademia militare ha deciso di celebrare come un simbolo di ineccepibile inflessibilità guerriera.

Quando si arruola volontario nella Grande Guerra, l’autore de “Il Piacere”, ha ormai 52 anni e un passato alle spalle di vita spericolata, amori appassionati e controversi, ambiguità politica e letteraria, un carico di debiti frutto di una vita “opera d’arte” vissuta al di sopra delle proprie possibilità, che lo costringe ad un esilio forzato in Francia per mettersi in fuga dai creditori. In Italia, nel fatidico, e non ancora completamente chiaro, periodo che intercorre tra lo scoppio della guerra, il mutamento di alleanze e la stipula del Patto segreto che porterà il Paese a girare le spalle ad Austria e Germania e a schierarsi con Francia e Inghilterra, abbagliato dalla riconquista delle terre irredente e dall’esaltazione della guerra in nome della Nazione, D’Annunzio ha il fondamentale ruolo di agitatore sociale in favore dell’intervento, insieme con Benito Mussolini e altri intellettuali interventisti. La mobilitazione delle masse e l’invenzione di una comunicazione politica violentemente emotiva hanno il potere di cambiare il corso della storia. Sono i giorni del maggio radioso quando, in aperta sfida con l’opinione dominante ai più alti vertici dello Stato italiano, nell'”Arringa al popolo di Roma in tumulto”, D’Annunzio annuncia solennemente «Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo».

Per D’Annunzio è finalmente il momento di incarnare il Superuomo, abilmente mutuato da Nietzsche a suo uso e consumo, già protagonista dei suoi romanzi: è il momento dell’azione, dove azione sta per sfida alla morte e all’autorità. «Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori», scrive ne Le vergini delle rocce, e ancora «abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita». Laddove la psicologia militare esalta lo spirito di corpo e addestra gli allievi alla compattezza, alla marcia all’unisono, all’omologazione della postura, del viso e, persino, dello sguardo – “Una acies“, una sola schiera, pronunciano a gran voce i cadetti in marcia come se fossero uno solo – D’Annunzio risponde con l’azione spettacolare del singolo, anche a costo di disobbedire agli ordini dei superiori. Il Superuomo non fa gioco di squadra; è, per definizione, guida ispiratrice del gruppo ed è per questo che il suo compito primario è dare spettacolo di sé: «Sono e rimango individualista ad oltranza. Un individualista feroce», dice in un’intervista a Prezzolini.

3g12054u-1379
Le azioni di guerra più celebrate del soldato D’Annunzio, di cui alcuni cimeli sono stati esposti all’Accademia militare, sono irriverenti e provocatorie. Nella Beffa di Buccari, lancia un messaggio di sfida che celebra i marinai d’Italia, «che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile». Alla realizzazione del famosissimo Volo su Vienna (9 agosto 1918), ideato fin dal 1915, si oppongono i vari Comandi che reputano impossibile un volo di mille Km, di cui 800 su territorio nemico e con apparecchi ancora primitivi. Poi, fra tutte, la conquista di Fiume in opposizione alla “vittoria mutilata dell’Italia”, anticipata da un articolo intitolato “Disobbedisco” contro il capo del Governo Francesco Saverio Nitti, in cui si legge: «Ci fu chi credette ch’io fossi per dire: “Obbedisco”. Il verbo è vecchio, se bene garibaldino; e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in utile regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai “superiori”. Dissi invece, a voce chiara, a testa alta: “Disobbedisco”».

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Da un punto di vista antimilitarista anche questo cialtrone egocentrico, che mai ha accettato di sottoporsi alle rigidità dell’addestramento militare, che mai ha dimostrato interesse per un compenso o un privilegio che non provenisse dalla propria conclamata presunzione di eccezionalità culturale e artistica, si rivela degno di rispetto nel suo gioioso anticonformismo, in opposizione a un mondo grigio fatto di divieti esaltati dal luccichio di mura solenni, ma pur sempre mura di una prigione.

spirit
“Il nemico ci ascolta”?

L’unico modo per cercare risposte che un antimilitarista non è in grado di dare, è la caccia al cadetto, scattata nel fine settimana. Il sabato e la domenica pomeriggio è facile incontrarli per le strade di Modena. Presso un negozio di forniture militari accanto all’Accademia, una cadetta fa shopping. Di fronte alla semplice domanda sul modo in cui si svolge la sua vita militare, risponde che loro non sono autorizzati a parlare di tali argomenti. Che i loro superiori preferiscono che le cose dell’Accademia restino in Accademia. Facciamo altri tentativi. Ma la risposta è sempre la stessa: il silenzio.

E non è dunque dato sapere con precisione che cosa accada fra le mura della zona militare, né che cosa spinga un giovane a fare una scelta di vita di questo tipo. Quanto possa costare l’asprezza dell’addestramento. Che sensazione si provi davanti alle urla di comando dei superiori. Che segreti abbia portato con sé chi non ce l’ha fatta. E soprattutto, se a questi giovani non sia mai venuta voglia di disobbedire, se sappiano davvero chi è stato Gabriele D’Annunzio.

Rossella Famiglietti

Tutte le immagini che accompagnano questo articolo sono riprese dal sito “World War 1 Propaganda Posters“.

Nel Medioevo gli uomini volevano volare

Storie di pionieri del volo che, ben prima che i fratelli Wright riuscissero a far librare nel cielo una macchina motorizzata, tentarono l’impresa con un paio di ali e un’altura da cui buttarsi.

di Chiara Zucchellini

Malmesbury, Inghilterra, poco dopo l’anno 1000. Eilmer, conosciuto anche come Oliver, è in cima alla torre del suo monastero. Il tempo è sereno, qualche uccello volteggia lontano. Una piccola folla si è raccolta ai piedi della torre per vedere che cosa succederà: ce la farà il giovane monaco a volare? Una brezza propizia scuote le fronde, è quella giusta per lanciarsi. Assicurate le grandi ali alle braccia, Eilmer si prepara a spiccare il volo…

Quando pensiamo ai pionieri dell’aviazione ci vengono in mente i fratelli Wright, i due venditori di biciclette americani che il 17 dicembre 1903 riescono a compiere il primo volo motorizzato e controllato. Durata, 12 secondi. Il secondo tentativo va ancora meglio: 59 secondi. L’impresa dei due fratelli, che segna un passo fondamentale per la storia dell’aviazione, arriva in una temperie ricca di tentativi di volo – a volte rovinosi, a volte no – , effettuati soprattutto in Europa grazie alla costruzione di strutture senza motore, somiglianti piuttosto a rudimentali deltaplani.

Anche l’idea del paracadute affascina. Tra gli esperimenti più surreali del periodo c’è infatti quello di Franz Reichelt, un sarto viennese di trentadue anni che decide di fabbricarne uno. Lo progetta e lo cuce lui stesso diverso tempo dopo l’impresa dei fratelli Wright. La mattina del 4 febbraio 1912 decide di testare la sua creazione lanciandosi da uno dei piani della Tour Eiffel, a 60 metri di altezza. Giornalisti e reporter del tempo sono lì riuniti. Riprendono la vestizione di Reicheld, il suo indugiare in piedi sulla ringhiera, il volo in caduta libera e l’inevitabile triste fine. Il paracadute non si apre e il giovane sarto si schianta al suolo, già morto di paura in volo.

Andando indietro nel passato, ci vengono poi in mente i disegni di Leonardo da Vinci che alla fine del XV secolo inizia a ragionare (anche) sulla possibilità del volo umano. Nonostante il mito di Dedalo e Icaro parli chiaro, Leonardo sa bene che l’uomo è troppo pesante per volare o planare appiccicandosi semplicemente ali e simili diavolerie al corpo. E così disegna i progetti dei primi “ornitotteri”, strutture alate di supporto, ben congegnate, che tengano conto di forze, pesi e agenti atmosferici.

Sono gli albori del Rinascimento, il riscatto dell’ingegno umano che si rialza dopo il cosiddetto buio medievale della ragione. Trattando il volo come una questione di meccanica, Leonardo diventa il precursore della moderna concezione di “macchina volante”. Tuttavia, non può essere considerato un pioniere del volo.

Herbert_Draper_-_The_Lament_for_Icarus_-_Google_Art_Project
Herbert James Draper, The Lament for Icarus (dettaglio)

Per trovare i primi arditi pionieri, quelli della stessa stoffa di Reichelt, bisogna pescare proprio in quel Medioevo considerato – a torto – culturalmente arretrato, imbevuto soltanto di guerre e religione. Anzi, bisogna andare a ritroso fino al cosiddetto Alto Medioevo, ossia il periodo che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) fino ai dintorni dell’Anno Mille. Un periodo lontano, più buio del buio, così sfuggente da sembrarci quasi mitologico e sicuramente pieno di draghi e fate, ma che in realtà è popolato da persone molto più curiose del previsto.

Yuan Huangtou, Ye (Cina), 559 d.C.

Il primo uomo volante lo è suo malgrado, perché il volo che compie non è sorretto né da volontà sperimentali, né da interessi aerodinamici. Va però citato per dovere di cronaca. Si chiama Yuang Huantou, è il figlio dell’Imperatore dell’Est Yuan Lang e viene fatto prigioniero dall’Imperatore del Nord Gao Yang. Quest’ultimo è un grandissimo estimatore del volo, ovviamente come spettatore. Per la sua iniziazione buddhista, ad esempio, ordina una particolare interpretazione del “rito di liberazione degli animali in gabbia”, decidendo di liberare i suoi prigionieri e facendoli volare sopra l’antica città di Ye con ali di bambù. Nessuno sopravvive e l’Imperatore si diverte.

Il volo su Ye, infatti, è il modo in cui Gao Yang fa compiere normalmente l’esecuzione dei suoi prigionieri, i quali, a quanto pare, vengono assicurati ad aquiloni di carta a forma di civetta e poi lanciati di sotto: un inquietante parapendio. Nel 559, anche il nostro Yuang Huangtou subisce il temuto verdetto, ma a differenza di tutti gli altri riesce a sopravvivere svolazzando e atterrando oltre le mura di Ye, fregiandosi così di un grande primato. Ce lo racconta una cronaca cinese successiva all’anno Mille, perché purtroppo Yuan non rimane in vita tanto a lungo per raccontarlo a sua volta: la sua sopravvivenza è un intoppo nei piani e l’esecuzione viene prontamente portata a termine dagli scagnozzi dell’Imperatore in modo più tradizionale.

abbas

Abbas ibn Firnas, Cordova (Spagna), 875 d.C.

Una curiosità più strutturata verso la possibilità del volo va cercata piuttosto nella vecchia Europa, pervasa negli stessi secoli dalle scorrerie di quei popoli i cui nomi profumano di scuole elementari: Unni, Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, con l’aggiunta dei più conosciuti Arabi che in breve conquistano quasi tutta la Penisola Iberica.

Qui, nel fervido centro culturale che è la Cordova islamizzata, abbiamo il primo uomo volante consenziente. Si chiama Abbas ibn Firnas, vive tra gli anni 810 e 887, ed è uno studioso di astronomia. Ma è anche inventore, ingegnere, poeta e musicista. Nell’anno 875, all’età di ben 65 anni, decide di buttarsi da un’altura ricoperto di piume e assicurato a una struttura alata, o almeno così sembra, per vedere l’effetto che fa. Lo storico marocchino Al Maqquari riporta l’episodio, seppur molti secoli dopo, raccontandoci che Abbas atterra di nuovo nel punto in cui è partito, ma si fa molto male alla schiena per non essersi munito di una coda, elemento fondamentale per bilanciarsi in fase di atterraggio. Benché mezzo rotto, gli spetteranno altri dodici anni di vita, l’intitolazione di uno degli aeroporti di Baghdad e una statua lì collocata.

abbas
Monumento dedicato a Abbas ibn Firnas

Pare che avrà anche un imitatore: uno studioso originario della città di Farab (oggi in Kazakistan) chiamato Ismail ibn Hammad al-Jawhari. Dopo aver compilato un importante dizionario in lingua araba contenente 40.000 definizioni, Ismail si dà all’aviazione, forse per approfondire gli studi di Abbas. In un anno compreso tra il 1003 e il 1010 si lancia dal tetto della moschea di Nishapur (oggi in Iran) con un paio di ali montate su una struttura di legno. Purtroppo non ce la farà.

Eilmer, Malmesbury (Inghilterra), 1000 d.C circa.

Non si sa se anche Eilmer – che abbiamo lasciato sulla torre di Malmesbury mentre aspetta il vento a favore – conoscesse la vicenda di Abbas. Nell’Inghilterra del tempo, come nel resto dell’Europa cristiana, i maggiori luoghi di trasmissione della cultura sono i monasteri. Il nostro monaco benedettino, per esempio, si interessa di astronomia proprio come Abbas, oltre a nutrire una malsana attrazione per il mito di Dedalo e Icaro. Non se ne conosce la data di nascita, ma dovrebbe avere più o meno vent’anni quando decide di paracadutarsi dalla torre, impresa che il suo confratello William riporta negli “Atti dei re inglesi” (1125) definendola sia “un’azione di notevole coraggio” sia “uno sconsiderato tentativo”.

eilmer-de-malmesbury-2

Quando sente che il vento è a favore Eilmer si butta, volando e planando per circa 200 metri. Pare che veda da vicino gli uccelli volteggiargli intorno e le fronde più alte di alcune piante. Poi, una folata più forte gli fa perdere il controllo delle sue ali-paracadute e atterra malamente rompendosi entrambe le gambe. Senza dubbio è più fortunato di Franz Reichelt. Assieme al dolore arriva l’illuminazione: proprio come Abbas si è dimenticato la coda!

Una volta rimessosi è quindi ben deciso a riprovare, ma riceve il secco “no” delle alte sfere del monastero che non vogliono avere un confratello alato e caudato sulla coscienza. Eilmer, che comunque rimane zoppo per tutta la vita, torna così ai suoi studi di astronomia sfornando trattati che circoleranno per svariati secoli e tramandando ai novizi la sua impresa. Muore tranquillo in età avanzata, solo dopo aver assistito a uno dei più celebri passaggi della cometa di Halley nel 1066, segno, per lui, del destino sciagurato del suo paese conquistato dai Normanni nello stesso anno.

Eilmer_of_Malmesbury
Vetrata dedicata al monaco volante Eilmer, abbazia di Malmesbury

Del cosiddetto “flying monk” – da non confondere con il nostro S.Giuseppe da Copertino che preso dall’estasi estasi mistica volteggiava nell’aria – resta oggi una vetrata che lo ritrae. È stata realizzata nel 1920 presso l’abbazia di Malmesbury, chiesa ancora esistente seppur diversa nelle forme rispetto ai tempi di Eilmer poiché ricostruita nel corso dei secoli. A duecento metri, lungo il viale dello shopping che porta all’abbazia, una minuscola strada laterale si apre stretta e sonnolenta con il nome di Oliver’s Lane. Forse non è un caso. Nel suo paese natale la fama di Eilmer è rimasta, tanto che nel 2013 il regista inglese Charlie Graley gli ha dedicato un cortometraggio.

“Arriveremo a costruire macchine alate, capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli”, scriveva lo scienziato e filosofo medievale Roger Bacon un paio di secoli dopo il volo di Eilmer. Non aveva torto. Se la ricerca procede per tentativi, la voglia di conoscenza nel Medioevo procedeva per esiti creativi, bizzarri e tutti particolari, che oggi possono farci sorridere. Con il naso all’insù, a osservare gli astri e a invidiare i colombi, Eilmer e Abbas furono due dei tanti uomini del proprio tempo che decisero di usare i mezzi a loro disposizione per conoscere qualcosa di più del mondo che li circondava.

E allora sì, che c’era da applaudire all’atterraggio.

Chiara Zucchellini

(La copertina è tratta dal corto “Eilmer the Flying Monk” di Charlie Graley)

Grazie a questo articolo digitale e autoprodotto sono stati salvati due pioppi

Pubblichiamo un intervento dello scrittore Amleto De Silva, secondo il quale, il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione.

Il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione. Da una parte i grossi editori, che propongono di “regolamentare” il self-publishing, cioè l’autopubblicazione, confezionano libri come prodotti (ma a volte sbagliano) e grazie ai famosi editor decidono chi va bene e chi no. Dall’altra ci sono persone come lo scrittore Amleto De Silva, che dice: “Vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia”. Pubblichiamo qui il suo intervento.


di Amleto De Silva

Non mi ricordo quando, e nemmeno mi ricordo il nome, ma insomma una volta ho letto un’intervista a una signora, un pezzo abbastanza grosso di una qualche casa editrice, che a domanda, rispondeva che il self-publishing, sì carino, ma in qualche modo va regolamentato. E lì ho capito. Insomma, perché un personaggio in qualche modo importante di una casa editrice dice cose così? E con così, intendo così prive di senso? Perché hanno paura, mi sono risposto, e sono tuttora convinto di avere ragione. Le case editrici hanno il sacrosanto terrore del self-publishing; immaginate, che so, il manager dei Daft Punk. Un bel giorno si sveglia e comincia a chiedere di regolamentare (cioè, parliamoci chiaro, porre un freno per legge a) i cd autoprodotti dalle garage band. Ora, se non riuscite a immaginarlo, è esattamente per il motivo che pensate voi, e cioè che il manager dei Daft Punk, dall’alto dei suoi millemila fantastiliardi di copie vendute, delle garage band e dei loro patetici demo se ne fotte alla grande. Anzi, se non è fesso, cerca i suoi futuri Daft Punk proprio lì, tra gli sfigati. La cosa sarebbe diversa se i Daft Punk vendessero mille copie: allora sì che il manager sbraiterebbe contro i ragazzini che di copie ne vendono duecento (fatto salvo un mercato pari, diciamo, a millecinquecento, e non in espansione). Invece, la signora di cui non ricordo il nome, lasciava elegantemente cadere la cosa, così, tra una citazione colta e l’altra. Regolamentare. Come parlasse del porto d’armi. La cosa non mi stupì allora e continua a non stupirmi.

amlo2

Il mondo editoriale italiano è a dir poco sconcertante, o almeno sconcerta non poco me. Non riesci a leggere una sola intervista, un solo articolo senza che qualcuno che di quel mondo fa parte non asserisca con tono di rimprovero che in Italia si scrive troppo e si legge poco. Che poi, che significa, si scrive troppo? Chi lo ha detto a loro, che si scrive troppo? E anche se fosse, cazzo, da quando scrivere è diventato un male? Sul leggere, poi, è anche troppo facile prenderli per il culo; che significa si legge poco? Che ne sapete voi? Voi, al massimo, potete sapere quanti libri si vendono, ma questo non ha niente a che fare coi libri che si leggono effettivamente. Se il vostro ultimo capolavoro (barzellette, comici tv, chef sussiegosi e semianalfabeti) non vende, allora voi pensate che la gente non si presti a vicenda, che so, Moby Dick, o il Circolo Pickwick? O che non se lo scarichi? (illegalmente, certo. Ma chi ha la capacità di scaricarsi un libro ha anche abbastanza cervello da non comprare i libri della Gamberale, per cui stiano sereni). Sarebbe come pensare che siccome io sono uno sfigato, non mi invitano alle feste e non scopo, allora significa che nel mondo nessuno fa più festa e nessuno torna a casa abbracciato a una ragazza. Il fatto è che ci sono i rave, adesso, e loro non se ne sono accorti. Invece di aspettare l’invito della ragazza di buona famiglia per la sua festa nell’attichetto di papà, dove peraltro la parola d’ordine è abbassate la musica, le persone han cominciato a far festa senza di loro. Boccioni di vodka, musica a palla, droga e, soprattutto, un sacco di gente. La stessa gente che loro prima volevano tener fuori, e che adesso gli rode il culo se si organizzano per i fatti loro. Il guaio è che non funziona così. Se io mi diverto altrove, sai quanto me ne fotte di te e della tua festa pariolina? Niente, ecco quanto.

mobydick

Quello che gli editori italiani non hanno capito, e che li porterà alla rovina, è che non puoi far mangiar fiele alla gente e pretendere che cachi miele. Prendiamo un caso standard: ho scritto un libro e voglio sottoporlo all’attenzione di un editore. Il suo sito m’informa che non leggono manoscritti. Ecchillà, si dice a Roma. Come se una squadra di calcio non facesse i provini. Ma mettiamo che trovi un editore disposto a darmi ascolto: mi tocca una trafila immensa ed estenuante con l’editor di turno, che di default pensa che il libro vada cambiato qui e là. Se no non vende, dicono. Poi te lo cambiano, il libro non vende uguale, perché l’editor, non essendo Dio, non sa ovviamente costruire a tavolino un bestseller, e però la colpa è tua, e la figura di merda di aver firmato un libro rovinato dall’editor, e dall’editore, sempre tua. Il delitto perfetto: se le cose vanno male è colpa tua, se vanno bene è merito loro. Il guaio è che tu, che hai la passione della scrittura, hai perso un anno, o anche due, in pubbliche relazioni con questa gente, e intanto tutto hai fatto tranne che scrivere. Poi ci sono i social network: diventi amico di questo e di quello scrittore pubblicato, e loro ti dicono che non vendono un cazzo, che l’editore non gli spinge il libro, e ti chiedi: ma chi me lo fa fare, a me, di sottopormi a queste forche caudine? Vado su Amazon, e in cinque minuti ho il mio ebook. Vado su ilmiobro.it e in dieci ho il cartaceo da vendere. Poi magari faccio fetecchia, ma intanto so cosa mi sono risparmiato, in termini di salute e autostima. E qui interviene il discorsetto col ditino ammonitore: eh no, caro mio, per essere uno scrittore non basta scrivere, ci vuole che vengo IO e ti dico che lo sei. Strano, perché, io scrivevo prima di essere pubblicato (un libro in self-publishing e tre, il quarto in lavorazione, presso due diversi editori) e scrivo adesso. Per me, ci crediate o no, non è cambiato assolutamente niente.

delitto2

Intendiamoci, mi chiamasse, che so, un boss della Mondadori o della Rizzoli per farmi i complimenti e dirmi che mi vuole con loro, ne sarei lusingato. Ma certo non lascio che siano loro, o altri, a dirmi quanto valgo. Lo so, quanto valgo. Lo sapevo quando non pubblicavo, lo sapevo quando ho pubblicato la prima volta, lo so adesso che vendo anche benino, per essere un signor Nessuno. E la mia opinione sul mio lavoro non cambia a seconda di quante copie riesco a vendere: uno scrittore scrive, vendere i libri è un mestiere che non mi compete. E le telefonate che cambiano la vita te le fa il Superenalotto, non certo un editore. Gli editori, invece di suggerire regolamentazioni (quanto mi fa ridere questa cosa a me), si preoccupassero del loro, di mestiere. Perché è chiaro che nessuno, e guardate, proprio più nessuno, li prende sul serio. E la colpa è loro. Deciditi: vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia. E faccio bene, perché la tua autorevolezza te la sei giocata da quel dì.

Sei autorevole se sei autorevole, non se fai i soldi. Anche i delinquenti fanno i soldi. Se pubblichi qualche libro bello in mezzo a un mare di merda, sei uno che pubblica merda. Niente di male, per carità, anzi ti faccio anche i complimenti, ma in questo caso la predica la vai a fare a un altro, uno così fesso da starti a sentire. Abbassate le arie, state a sentire un amico. Questo tipo di business, quando crolla, lo fa in due minuti; la maggior parte della gente che frequento preferisce comprare in rete e pagare con paypal, e non pensa che pubblicare i libri della Littizzetto sia una garanzia, per chi vuol spendere i suoi soldi in letteratura, anzi. Si guarda il catalogo dell’editore, se è piccolo si fida di più, spulcia le recensioni in rete, quelle vere, perché solo voi non avete capito che quelle farlocche che vi organizzate voi le sgamano tutti subito. Magari viene sul tuo sito, legge quello che scrivi, ti segue sui social per accertarsi che tu non sia un decerebrato che scrive frasi d’amore scritte male per un pubblico di sciampiste. E lo fa in mezz’ora. E’ in quella mezz’ora che si gioca la partita, ormai, non sulle terze pagine dei giornali che nessuno compra più, non nelle trasmissioni tv, che raggiungono solo e sempre un pubblico che i libri, quelli veri, non li ha mai comprati e mai li comprerà, cafoni decerebrati cui lanciare un nuovo fenomeno semianalfabeta ogni anno. Pubblico di vegani per un salumificio, ecco quello che sono, gente cui potete rifilare una salsiccia ogni tanto dicendogli che è senza glutine e senza ogm, ma non è il pubblico che vi serve.
Quello lo state bistrattando e mortificando ogni giorno che passa. Attenti a fare le signorine sopracciò, che non invitano alle feste.
Poi non vi lamentate che restate zitelle.

Amleto De Silva

In copertina, rielaborazione grafica da 13:42 via photopin (license)

Perché apriamo quella porta?

Perché guardiamo i film horror? Abbiamo parlato di horror e psicanalisi con Angelo Moroni, psicanalista e grande appassionato di cinema perturbante.

“La nostra mente ha bisogno di fare esperienze”. Ma non per forza esperienze piacevoli. Parliamo di cinema horror e psicanalisi con Angelo Moroni, psicoanalista e appassionato di horror. Scopriamo cos’è il perturbante e perché Freud non si è mai interessato al cinema. Ma soprattutto rispondiamo alla domanda: perché guardiamo i film horror?

Per anni, da fanatico del cinema horror quale sono, quando le persone mi dicevano “ma come fai a vedere quei film spaventosi! C’è più terrore là fuori, nella realtà!”, sorridevo e rispondevo che forse non avevano visto i film che avevo visto io, lasciando solo immaginare quali orribili visioni mi concedessi la sera sul divano di casa.

In realtà, come tutti gli appassionati sanno, la maggior parte dei film horror fa schifo, e appena conclusa la visione ti chiedi perché hai perso 90 minuti della tua vita così, senza ricavarne niente, finché la sera successiva (o, in alcuni casi, subito dopo), ti concederai altri 90 minuti, sperando che sia la volta buona.

E di volte buone, ogni tanto, ne capitano alcune di buonissime.

nightmarish-new-trailer-for-the-babadook
The Babadook (2014) di Jennifer Kent

Perché con l’horror funziona così: ogni 99 film indecenti, ce n’è uno straordinario, e due o tre bellissimi che riescono a rappresentare paure irrappresentabili, regalando allo spettatore vere e proprie esperienze.

Nonostante nell’immaginario collettivo l’horror sia appunto un “genere” , il cui obiettivo dovrebbe essere solo quello di intrattenere spaventando, quindi lontano da aspirazioni alte (“autoriali”, come si usa dire), molti dei migliori film usciti negli ultimi anni sono film horror (alcuni titoli li troverete più avanti), ed è proprio dall’horror che sono venuti fuori alcuni dei più interessanti e originali autori recenti. Ma non solo: alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema, sono film horror.

(Prima che vi venga un colpo gridando “Non è vero! Voglio le prove!” cito solo qualche titolo tra i più noti: Nosferatu, Shining, Alien, Psycho, L’Esorcista, Rosemary’s Baby… e si potrebbe continuare.)

Resta il fatto che, se ci atteniamo ai numeri, la maggior parte sono filmacci, questo è vero. Eppure, anche tra quelli c’è sempre qualcosa di interessante, un’immagine, una paura, un’idea, qualcosa che avreste provato solo sognando che colpirà la vostra mente come un qualunque “buon film” insapore non avrebbe mai saputo fare.

L’uso che ho sempre fatto io dei film horror è un uso che definirei quasi terapeutico: provare paura per conoscermi meglio. Esplorare territori vergini della mia immaginazione, percorrere strade che di solito, da svegli (cioè prima che spengano le luci al cinema) evitiamo di percorrere, perché non sappiamo dove potrebbero portare o perché, ancora peggio, sappiamo esattamente dove ci vogliono portare.

Insidious-insidious-24669186-1280-536
Insidious (2011) di James Wan

Poi però sono arrivati i video dell’Isis e qualcosa, in quella mia sicurezza da spettatore horror veterano, si è incrinata. Ripensavo alle frasi come “c’è più terrore là fuori, nella realtà” e di colpo non mi sembravano più così ingenue, così campate in aria. Perché i video dell’Isis sono terrificanti, ma montati benissimo, costruiti secondo logiche cinematografiche. Ma soprattutto: sono reali.

Mentre, come vedremo tra poco, nell’horror contemporaneo è frequente la tendenza a cercare l’immagine volutamente amatoriale, in modo da rendere sempre più realistico ciò che si rappresenta, nei video dell’Isis accade esattamente il contrario. Il mostro è vero, ma è girato come se fosse finto, come un film.

In particolare l’ultimo, quello del pilota giordano bruciato dentro una gabbia, con gli incappucciati gialli intorno come terribili statue, il tutto sotto la luce del sole, è talmente inquietante che mi è venuta voglia di rifugiarmi nei miei più terrificanti film horror, tra violenza e mostri finti, come per chiudere gli occhi e tornare a sognare.

jpb
Muadh Kassasbe, il pilota giordano catturato dall’Isis, viene bruciato vivo all’interno di una gabbia

Ma cos’è l’horror? E perché pensiamo, scriviamo, realizziamo e poi guardiamo questo tipo d’arte? Ho deciso di parlarne con uno psicoanalista – Angelo Moroni – che, prima di essere uno psicoanalista, è un grandissimo appassionato del genere. Il suo blog (http://psicheetechne.blogspot.it) è uno di quelli dove ho sempre trovato le recensioni più interessanti e stimolanti. Volendo approfondire il cinema horror e il rapporto tra cinema horror e psiche, lui era la persona giusta, anzi forse l’unica.

Prima domanda: premesso che si tratta ovviamente di un fatto soggettivo, secondo lei qual è il film più spaventoso mai realizzato?

Sono indeciso tra due film in verità, molto diversi tra loro, e cioè tra “Martyrs” e “L’esorcista”, ma visto che la domanda aggetta sulla soggettività, direi che “L’Esorcista” ha avuto un certo impatto su di me più di altri film: ho impiegato molti anni per “digerirlo”, dopo averlo visto per la prima volta, ed è stato anche un protagonista di rilievo nel tessuto di una delle mie due analisi personali. E vi assicuro che di film horror ne ho visti davvero parecchi.

exorcist13443
L’Esorcista (1973) di William Friedkin

Qual è l’aspetto che più l’attrae del genere horror? La sua passione nasce prima o è susseguente all’interesse professionale?

Il mio interesse per il genere perturbante al cinema nasce prima dei miei interessi professionali, sebbene tali interessi siano a loro volta “nati” molto tempo fa, e quindi i due filoni si siano ben presto intrecciati. In ogni caso ciò che mi attrae del genere horror è appunto la sua capacità narrativo-estetica di mettere in forma angosce che altrimenti sarebbe molto difficile raffigurare e/o mettere in parole.

Credo che sia l’aspetto eminentemente artistico ciò che mi appare di maggior rilievo in un cosiddetto “film horror”. Sto parlando dell’architettura drammaturgico-narrativa di un film perturbante (la sceneggiatura, la regia, l’interpretazione da parte degli attori, etc.), cioè delle modalità estetiche di declinare il Perturbante su un piano filmico, modalità che sono specifiche per ciascun film. La mia attività professionale, la mia formazione di psicoanalista, l’esperienza clinica che ho maturato nel corso degli anni, hanno poi contribuito ad un intrecciarsi del mio interesse per il cinema con quello per la psicoanalisi, portando il mio percorso formativo e di ricerca su sentieri a mio parere inediti, generativi è certamente per me arricchenti.

6
Martyrs (2008) di Pascal Laugier

Com’è possibile che si provi piacere nel provare paura? Perché guardiamo i film horror, invece di evitarli?

La nostra mente ha bisogno di fare esperienza, non semplicemente di provare piacere. La mente ha soprattutto bisogno di sperimentare situazioni in cui sia possibile riorganizzare gli stimoli emotivi e percettivi da cui è continuamente “bombardata”, attraverso quelle che potremmo definire delle “teorie traumatiche provvisorie” attraverso cui la nostra psiche cerca di tenere a bada tali stimolazioni, di dar loro un senso, un orizzonte, una prospettiva. La struttura drammaturgica di un film horror può, a mio avviso, essere paragonata ad una “teoria traumatica” cui la nostra mente si appoggia, trovandosela davanti, per dare un senso all’angoscia, che poi, soggettivamente si declina, nell’individuo, in differenti tipi di paure (che assumono forme diverse nel corso degli anni, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta).

descent
The Descent (2005) di Neil Marshall

Un film horror in questo senso possiede delle forti similitudini con le fiabe che vengono narrate dalla mamma al bambino: si tratta cioè di contenitori narrativi che presentano anche contenuti angoscianti (le fiabe fanno spesso paura), ma che contemporaneamente sono utili a rappresentare, a dare un nome alle paure dei bambini, consentendone, per così dire di esorcizzarle temporaneamente. Credo che sia fondamentalmente per questi motivi che i film horror possano essere guardati come oggetti estetici interessanti, anche molto apprezzabili (pensiamo ad esempio a quei film che veicolano la rappresentazione di angosce collettive, vedi ad esempio alcuni opere di George A. Romero, oppure, come esempio fra i molti che mi verrebbero in mente, “Essi vivono” di John Carpenter, girato nel 1988).

notte-dei-morti-viventi
La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero

Perché alcune persone evitano il genere come la peste e altre ne sono follemente attratte? Ha senso inquadrare questi estremi in due specifiche tipologie umane?

Nella mia esperienza la fruizione del cosiddetto “genere horror” produce effetti particolarmente attrattivi se non addirittura seduttivi per il target degli spettatori adolescenti. L’adolescenza è infatti un periodo della vita in cui la personalità dell’individuo è una specie di cantiere a cielo aperto, nel quale molti aspetti “grezzi” del Sé (in particolare le pulsioni sessuali e quelle aggressive) non sono ancora del tutto “lavorate” e integrate. Un film horror pone spesso in primo piano elementi, emozioni, agiti piuttosto violenti nei quali l’adolescente può riconoscersi e questo può consentirgli di riorganizzare vari aspetti di sé. Non parlerei quindi di due tipologie umane distinte, rispetto alla fruizione del genere cinematografico horror, ma piuttosto vedrei nell’area dei fruitori un continuum che varia a seconda del bisogno di riorganizzazione di elementi “adolescenziali” inconsci più o meno attivi in ciascun individuo.

10
Lovely Molly (2011) di Eduardo Sánchez

La paura è una delle cifre della nostra società occidentale. E’ ormai intrinseca alla nostra cultura, dalla paranoia per la “sicurezza” alla fobia per lo straniero, il “diverso”. Pensa che l’enorme diffusione del cinema horror abbia qualcosa a che fare con questo sentimento diffuso?

Ritengo che il “cinema horror “, a partire dalla nascita del cinema stesso, abbia da sempre contribuito a “mettere in scena” le angosce collettive di un’epoca particolare, contribuendo anche – è molto importante ricordare questo aspetto- ad elaborare queste angosce. Spesso, pensando ad una possibile funzione sociale-catartica del Cinema, ricorro ad un paragone: quello con il teatro greco, in particolare alla tragedia euripidea, nella quale è sempre molto accentuato l’intreccio tra tematiche sociali venate dal conflitto, e rappresentazione scenica.

La tragedia greca spesso metteva in scena dinamiche sociali vissute quotidianamente dagli stessi spettatori, ma costruendoci intorno un setting rappresentativo idoneo a farle rivivere promuovendo una riflessione su di esse. Il teatro greco era cioè una sorta di psicodramma collettivo che coinvolgeva direttamente le emozioni degli spettatori, ponendoli di fronte a drammi molto potenti, molto perturbanti. Pensiamo alla Medea i Euripide, ad esempio: una madre che uccide i figli per vendicarsi di essere stata tradita e abbandonata dal marito. Quante vicende dalle simili tinte angoscianti attraversano ad esempio la nostra attuale società, anche attraverso l’amplificazione parassitaria prodotta dai mass-media. Su un piano storico, dicevo, certamente credo che il cinema horror abbia accompagnato la società occidentale nell’attraversamento delle proprie paure.

lacosa
La cosa (1982) di John Carpenter

Pensiamo ad esempio a tutto il filone horror/fantascientifico statunitense degli anni ’50/’60: ricordiamo ad esempio “Ultimatum alla terra”(1951) di Robert Wise, oppure “La cosa venuta da un altro mondo” di Christian Nyby sempre del 1951, che ha generato quel meraviglioso, memorabile remake di John Carpenter, “The Thing”, vera pietra miliare della mitopoiesi horror cinematografica contemporanea. Si tratta di un filone volto a rappresentare le angosce di invasione “extraterrestri” da parte dei sovietici sul suolo americano durante la guerra fredda.

In quegli anni le angosce relative ad uno scatenarsi di un nuovo conflitto mondiale successivo alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, si traducevano in film tra cui, oltre a quello citato, troviamo anche “L’invasione degli ultracorpi”, di Don Siegel, del 1956. Arrivando a epoche più vicine a noi, innumerevoli sono i film perturbanti che pongono in primo piano le angosce che attraversano un’epoca.

555157_175542802599135_1293421673_n
Megan is Missing (2011) di Michael Goi

Credo che il senso di precarietà della nostra cosiddetta “società liquida” (Zygmut Bauman) sia oggigiorno ben rappresentato dal sottogenere horror detto mockumentary. Com’è noto si tratta di un uso volutamente “amatoriale” della tecnica di ripresa, volto a rendere il più realistico possibile, il più vicino possibile alla realtà dello spettatore il processo di identificazione con la storia.

Maestri e fondatori di tale uso della cinepresa, qui certamente da ricordare, sono Eduardo Sánchez (The Blair Witch Project, 1999, girato con Daniel Myrick; Exists, 2014), Matt Reeves (Cloverfied, 2008) e Michael Goi (Megan is missing, 2011) grande innovatore del genere mockumentary nonché sensibilissimo narratore del vuoto di valori e di senso cui sono immersi gli adolescenti di oggi. La lista sarebbe ancora molto lunga, ma qui mi fermerei dal momento che mi sembra di aver risposto alla domanda in modo, spero, sufficientemente articolato.

still-of-liv-tyler-in-the-strangers-(2008)-large-picture
The Strangers (2008) di Bryan Bertino

Possiamo ritenere corretta l’affermazione che la società del benessere ha aperto il vaso di pandora di alcuni degli incubi più reconditi del nostro inconscio, impensabili in società e culture precedenti?

Non sarei così drastico. Le società e le culture precedenti alla nostra contenevano incubi ben più concretamente vissuti da chi le abitava, a differenza di oggi. Pensiamo al Medioevo, alla peste, ai Lager nazisti. È evidente che la distruttività umana alberga sempre tra noi e in noi, che l’odio nei confronti dell’alterità continua anche oggi a generare guerre, atrocità impensabili, orrori ben più reali di un horror. La società del benessere ha generato tuttavia nuove forme di disagio, nuove patologie individuali e gruppali caratterizzate dall’impossibilità di tollerare le frustrazioni, di modulare la ricerca di piacere, di differenziare il sé dall’altro, di accettare la dipendenza psicologica e il legame, di pensare il senso del limite e dell’onnipotenza.

eden-lake-342807l
Eden Lake (2008) di James Watkins

La società del benessere accentua inoltre il narcisismo individualistico e il mito del denaro a tutti i costi, a discapito delle spinte solidaristiche che dovrebbero essere maggiormente valorizzate. Il degrado culturale e sociale che spesso incontriamo oggi è spesso rappresentato molto bene da un certo tipo di cinema perturbante contemporaneo, che possiamo definire “illuminato”. Penso soprattutto al filone horror inglese, e in particolare mi viene in mente un film a mio avviso emblematico, oltre al fatto di essere molto ben costruito e girato, e cioè “Eden Lake”, di James Watkins, del 2008.

Che cos’è il Perturbante?

Il Perturbante è una modalità organizzativa di quell’insieme di emozioni disturbanti che colpiscono l’individuo dall’interno del suo stesso mondo intrapsichico, quando è posto di fronte alla fruizione di opere estetiche letterarie, pittoriche, cinematografiche che generano in lui turbamento. In questo senso definirei il Perturbante una “teoria traumatica provvisoria” della mente. Ho dato una definizione credo abbastanza esauriente di questo concetto a suo tempo studiato anche da Freud, sul sito della Società Psicoanalitica Italiana, nella sezione Spipedia, che è una specie di enciclopedia online dei termini psicoanalitici, cioè una sorta di Wikipedia della Psicoanalisi. Segnalo qui il link della mia voce sul Perturbante in Spipedia, per chi fosse interessato ad un approfondimento.

caligari
Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene

E’ vero che Freud non si interessò mai al cinema? Perché?

È vero, Freud non amava mescolare la disciplina medico-scientifica che andava costruendo con quelle che lui considerava delle mondanità modaiole quali appunto il cinema. Freud rifiutò un’offerta di centomila dollari da parte del produttore americano Samuel Goodwin, per partecipare alla stesura di script relativi a tutta una serie di film che Goodwin aveva in mente. Nonostante Karl Abraham e Hans Sachs, due tra i suoi allievi più quotati avessero deciso nel 1925 di collaborare con il regista Wilhelm Pabst alla sceneggiatura di un film divulgativo sulla psicoanalisi, Freud si tenne sempre molto alla larga da tutta questa faccenda.

In una lettera a Ferenczi del 1916, scriveva:

“La riduzione cinematografica sembra inevitabile, come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare, e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie del genere. La mia obiezione principale rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una rappresentazione plastica che si rispetti. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

Deliverance_05
Un tranquillo week-end di paura (1972) di John Boorman

Come si vede l’idea che Freud ha del cinema come trasposizione di teorie o concetti psicoanalitici è molto tranchant. Sul tema del Perturbante in Freud occorre poi andare ancor più cauti. Nel suo scritto del ’19 Freud parla di Perturbante in Letteratura, e non di Cinema. Il Cinema non é proprio nelle sue corde e tutta l’attenzione del padre della psicoanalisi é rivolta al racconto di Hoffmann, “Il mago sabbiolino”. Occorre andare oltre e dopo Freud, per cogliere un reale interesse della Psicoanalisi verso il Cinema Perturbante: bisogna cioè arrivare ai giorni nostri, ad esempio alla profonda interpretazione che lo psicoanalista francese Renee Kaës (2010) dà del film “Un tranquillo week-end di paura” di J. Boorman.

E’ possibile usare il cinema horror in maniera terapeutica? Le è mai capitato di consigliare un film horror a un suo paziente?

È abbastanza comune che in un’analisi paziente e analista utilizzino metafore cinematografiche per raccontare e interpretare i vissuti e la sofferenza del paziente. Spesso può essere utile trattare un film raccontato da un paziente come se fosse un sogno che sta facendo per così dire da sveglio durante la seduta. Oppure, su un altro versante, i sogni che il paziente racconta possono essere “visti” dall’analista come un film il cui regista é lo stesso paziente, pur non rendendosene conto. Occupandomi di adolescenti mi è capitato molto spesso di sentirmi narrare film horror da parte dei miei giovani e giovanissimi pazienti. La mia conoscenza della materia mi ha probabilmente permesso di cogliere piuttosto bene il senso del racconto di quei pazienti, la filigrana, il tessuto delle loro angosce, contenute narrativamente nella trama del film di cui il paziente mi stava parlando. Usualmente mi astengo tuttavia dal “dare consigli”. Un analista questo non lo fa praticamente mai.

audition
Audition (2000) di Takashi Miike

Secondo lei quanto differisce l’esperienza della visione di un film horror in casa, in solitudine, e quella invece condivisa nella sala cinematografica?

Suggerirei di visionare qualsiasi film in sala, possibilmente in lingua originale con sottotitoli (esperienza che, mi rendo conto, è assai difficile da attuare nelle sale italiane, purtroppo). Stesso discorso vale, forse a maggior ragione, per quanto riguarda un film horror. Un film come “The Babadook”, opera prima della regista australiana Jennifer Kent, e che ritengo senza mezzi termini un vero capolavoro del Perturbante cinematografico di oggi , va visto necessariamente in sala. Si tratta di un film che visto in casa perderebbe moltissimo, soprattutto per quanto concerne l’uso fondamentale in quel film della fotografia, che possiamo definire uno dei protagonisti principali del film stesso. Rispetto alla parte della domanda che riguarda il guardare un horror da soli o in compagnia, credo che dipenda dagli stati d’animo che in quel momento attraversano la mente dello spettatore. Vi sono alcuni film horror che ho voluto visionare da solo per riflettere tra me e me, senza stimolazioni esterne, su alcuni spunti precisi, altri che invece ho voluto vedere insieme ad amici.

0986553b-790a-45b0-8010-0284e6e3a872
Alien (1979) di Ridley Scott

Quali sono i suoi film horror preferiti di sempre?

Direi senz’altro che il primo della lista rimane “The Thing” (1982) di John Carpenter. Poi indubbiamente “L’esorcista” (1973) di William Friedkin, cui segue “Alien” (1979) di Ridley Scott. Più recentemente trovo indimenticabile quella chiave di volta della cinematografia perturbante contemporanea che porta il nome di “Martyrs” (2008) di Pascal Laugier, film sul quale si potrebbe scrivere più di un libro. Se passiamo a quel cambiamento di paradigma nel genere horror introdotto dalla tecnica del mockumentary, su questa nuova strada troviamo “The Blair Witch Project” (1999) di Sánchez e Myrick, “Exists” (2014), recente evoluzione della poetica mocku portata avanti dallo stesso Sánchez, nonchè il giá citato “Megan is missing” (2011) di Michael Goi.

Quali sono, secondo lei, i film che meglio rappresentano la depressione?

Me ne vengono in mente due, a mio avviso fondamentali, che descrivono e testimoniano situazioni di regressione melanconica in un contesto sociale di grande deprivazione e abbandono affettivo (quali è possibile trovare anche nel lavoro di analisti e psicoterapeuti nella realtá da loro frequentata professionalmente), e cioè: “May” (2002) di Lucky McKee, e “Lovely Molly” (2012), di Eduardo Sánchez.

Se non leggi questo articolo, uccideremo questo cane

Le vere eminenze grigie di una casa editrice sono gli editor, come Beppe Cottafavi di Mondadori. Sono loro a decidere cosa verrà pubblicato e cosa invece finirà nel cestino della spazzatura.

di Davide Lombardi

Le vere eminenze grigie delle case editrici, quelli che decidono cosa è degno di finire sugli scaffali di una libreria e cosa invece è destinato al cestino della spazzatura, magari accompagnato da una risata beffarda, sono gli editor. Ne abbiamo intervistato uno tra i più influenti (oltre che cinici e crudeli): Beppe Cottafavi di Mondadori.

Ahò Totti, è vero che hai venduto un milione di copie del tuo libro?“. “Nun è possibbile, io ne ho scritto uno solo“. Vera la prima: nel 2003 “Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me)” è stato per Mondadori uno dei più grandi successi editoriali di tutti i tempi, 1 milione e 200 mila copie vendute in libreria dopo il fischio d’inizio. Ovviamente, falso, che autore di quel successo sia stato l’immarcescibile capitano della Roma che anzi, all’inizio non voleva saperne di apporre la propria firma a una raccolta di barzellette che giravano via sms o nei forum su Internet prendendolo bellamente per il culo. Furono Maurizio Costanzo e Walter Veltroni, all’epoca sindaco di Roma, a convincerlo che invece di soffrire di quei continui sfottò, poteva dribblarli con un colpo di autoironia. Lui fu abbastanza intelligente da capirlo e firmò il libro, dando così il via anche alla sua carriera – baciata dal successo non meno di quella calcistica – nella pubblicità.

Al mare Totti dice a Ilary: “Amò vatté a fà er bagno”.
Ilary: “Nun posso amò, c’ho le cose mie” e lui: “Nun te preoccupà, te le guardo io”.

Con Totti impegnato a guardare le cose di Ilary, a occuparsi di trasformare in un successo epocale un’accozzaglia informe di battutacce sull’ottavo re de Roma, era stato Beppe Cottafavi, editor o consulente editoriale che dir si voglia, della più importante casa editrice italiana, Mondadori. Un successo commerciale nato per caso, che lui racconta così: “Una sera sono a Roma a casa di Marco Giusti (coautore con Enrico Ghezzi del leggendario Blob di Rai Tre) di cui sono molto amico. E mentre chiacchieriamo del più e del meno, Marco mi fa: ‘Ma senti, tu che fai libri di cazzate, perché non fai un libro sulle barzellette di Totti che stanno spopolando?’. Mi si accende una lampadina: telefono subito a Camilla, mia figlia, che all’epoca aveva dodici anni e le dico, tirami giù da Internet tutte le barzellette che trovi su Totti. Poi con Marco le abbiamo riscritte e editate. Veltroni e Costanzo hanno convinto Francesco a metterci la faccia, operazione non facile perché era come chiedere al comandante generale dell’Arma di firmare un libro di barzellette sui carabinieri, quindi siamo usciti in libreria. Dove abbiamo fatto il botto. Ancora oggi è il successo commerciale più importante della mia carriera”.

libreriaq
Photo credit: via photopin (license)

I “libri di cazzate” sui quali Giuseppe ‘Beppe’ Cottafavi ha costruito la propria carriera che ne fa oggi un Mazzarino dell’editoria italiana – non il solo, ma certamente tra i più influenti – sono umoristici: quelli della leva dei comici tirati su all’epoca eroica di Comix, settimanale della Cosimo Panini Editore di Modena da lui diretto tra il ’92 e il ’96. Luttazzi, Vergassola, Littizzetto e tanti altri sono passati per quelle pagine. Con Luttazzi ad esempio pubblica, sempre con Panini, la parodia del polpettone della Tamaro sbeffeggiandolo sin dal titolo, “Va dove ti porta il clito”, beccandosi una querela da parte della scrittrice triestina. Boom incredibile anche per la collana Comix Pillole, librettini che nel formato riprendono la collana Millelire inventata da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa (rimasta nella storia dell’editoria italiana grazie ai 2 milioni di copie vendute con la “Lettera sulla felicità” di Epicuro). “Nutella Nutellae” di Riccardo Cassini, maccheronica parodia in chiave nutellesca di grandi classici della letteratura, sbanca con un milione di copie vendute.

Di quella collana, conservo ancora nella mia biblioteca quel gioiellino che è stato “101 cose da evitare a un funerale” di Daniele Luttazzi, ispirato a “Telling a Kid His Parents Are Dead” di Ed Bluestone pubblicato nel 1973 su un numero della rivista satirica americana The National Lampoon. Al di là delle polemiche che in questi ultimi anni hanno segnato il percorso del comico romagnolo, ancora oggi “porgere le condoglianze alla vedova servendosi di un pupazzo da ventriloquo” è qualcosa dalla quale astenersi a un funerale.

January 1973 Vol. 1 No 34

Baciato dall’aura di successi commerciali a ripetizione, una volta esaurita l’esperienza di Comix, nel 1996 Cottafavi comincia a lavorare per Mondadori occupandosi principalmente della biblioteca umoristica della casa editrice di Segrate come editor. In cosa consista esattamente questo mestiere non è chiaro ai più, e vale la pena fare un po’ di luce. Colpa della lingua italiana che non ha una parola per definirlo, “mentre in inglese – mi spiega – publisher è l’editore che mette i soldi per fare i libri, nel mio caso Marina Berlusconi proprietaria della Mondadori, invece l’editor è quello che concretamente li realizza, nel senso che sceglie quali libri pubblicare e quali no. Che poi capiamoci, all’interno di un gigante come Mondadori che da solo copre il 30% del mercato editoriale italiano, scegliere cosa pubblicare non significa solo individuare i libri belli ed eliminare quelli brutti, ma costruire un palinsesto che risponda a un progetto editoriale preciso. Magari in quel momento sto cercando un libro che abbia una buona resa commerciale, e se mi arriva roba di alta letteratura non mi serve. Anche se è buono, non va bene per me e lo rifiuto: può darsi che funzioni per un’altra casa editrice”.

Questa è la prima fase. Anzi, in realtà la seconda, perché sul tavolo di un editor del livello di Cottafavi arrivano proposte filtrate già da una prima scrematura dei “lettori”, di solito giovani incaricati del “lavoro in miniera, cioè della prima lettura o della correzione di bozze” che ogni editore ha in portafoglio (a 25 euro a testo, il prezzo di mercato) per visionare le migliaia di scritti che gli finiscono sul tavolo. Dopodiché, una volta individuato il volume ritenuto degno di raggiungere la libreria, comincia il suo lavoro vero e proprio, che Cottafavi descrive così: “Raramente si tratta di un lavoro di superfetazione, di una rimodellatura totale del testo, ma piuttosto di una negoziazione con l’autore. Spesso su dettagli quali il titolo, la copertina, a volte perfino una singola parola. Alcuni libri vengono costruiti come avviene in un film, solo che non ci sono i titoli di coda e il nome di coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione non compare”.

minatori
Giovani minatori nel primo ‘900. Fonte: Digitalcolored.

Quella dell’editor dunque, come una specie di “vita da mediano”, come nella canzone di Ligabue, “a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni” pur di far vincere i mondiali alla propria squadra? Non esattamente, l’editor lavora sì nell’ombra, ma non nei panni poco nobili dell’oscuro mediano ma, giura Cottafavi, come “un allenatore, un regista. A volte perfino uno psicanalista. Qualsiasi autore, anche il più bravo e il più esperto, una volta concluso il proprio lavoro non sa se ha scritto un capolavoro o una cagata pazzesca, e il limite spesso è sottile. L’editor è il suo primo lettore, quello che lo vede nudo, quello di cui si deve fidare e dal quale accettare consigli spesso sgraditi. Un alter ego col quale combattere perché inevitabilmente non è mai d’accordo. Dunque si parla di un rapporto di fiducia ma anche, inevitabilmente, conflittuale. Per questo mi sento di paragonarlo a un rapporto analitico. L’editor è anche un po’ uno sciamano, uno che vede un libro dove ancora non c’è”.

Un po’ come accade col self publishing. Grande moda del momento per cui chiunque – tanto più in un paese come il nostro con molti più autori (mancati) che lettori – può pubblicare direttamente su Internet il proprio lavoro saltando a piè pari l’intermediazione della casa editrice. E magari, se ha pure un proprio giro di aficionados sui social network, farci anche un po’ di soldi. Una concorrenza, quella di Internet, che Cottafavi dice di non temere. “Qualcuno dipinge le autoproduzioni come una sfida radicale all’editoria. Se così fosse, il lavoro dell’editore sarebbe già finito e questa fase altro non sarebbe che il nostro tramonto. Io non credo sia così. Faccio un esempio concreto: ‘Cinquanta sfumature di grigio’ di E. L. James apparentemente ha questo percorso, no? Lei è una fan della saga di Twilight e pubblica la prima versione del suo romanzo in formato digitale su un forum di fan della fiction. Il libro comincia a girare, vero. Ma diventa un caso editoriale solo quando un editore australiano decide di pubblicarlo rendendolo un successo planetario da cento milioni di copie. Perciò, va benissimo il self publishing. Anzi, noi peschiamo in quel mondo. Ma la funzione dell’editore resta sempre la stessa: rendere quella cosa lì un libro e chi l’ha scritta un autore. Puoi pubblicare sul web quanti libri vuoi e avere pure un certo successo, ma se ti telefona Calasso e ti dice che il tuo è un libro da Adelphi, cambia la tua vita. Il ruolo dell’editore resta e resterà anche in futuro questo: scegliere”.

autoproduzione

Ma come fa un editor a capire se il materiale raccolto in miniera è il solito sasso appena smaltato o una potenziale pepita d’oro? “Beh, è un fiuto che ti fai con l’esperienza – risponde Cottafavi – anche se ognuno di noi ha sviluppato un proprio metodo. Una cosa per me molto importante, è la mail di accompagnamento. Se mi colpisce, finisco per leggere anche lo scritto, se invece la trovo poco interessante o addirittura fastidiosa – tipo un libro di 100 pagine accompagnato da una mail di 30 – non mi ci metto neanche”.

Posso confermare. Come molti altri giornalisti, anch’io ho un capolavoro – tanto orrido quanto incomprensibilmente incompreso da quei bifolchi di editori – nel cassetto. Titolo: “Albergo ad ore”. Anni fa lo inviai a Minimum Fax con una lettera di accompagnamento che più meno diceva così: “Hey, ho questo capolavoro che mi degno di sottoporre alla vostra attenzione, va solo rivisto da capo a piedi da un bravo editor, ma è un vero gioiello!”. Gentilissimi, dalla casa editrice romana mi risposero a stretto giro di mail: “Ma se lei per primo scrive che va rivisto da capo a piedi, perché ce lo manda? Magari prima lo riveda lei”. Fu così che il solito ottuso editore prese una clamorosa cantonata affondando la mia precoce carriera di scrittore e privando così l’umanità, eccetera eccetera.

“Cantonate e successi sono nell’esperienza di tutti – chiosa Cottafavi – io ero alla fiera di Francoforte quando Mondadori perse a favore di Salani l’asta per i diritti di Harry Potter della Rowling. Sul piatto ce n’erano in quantità industriale di serie su nani, elfi e maghetti. Difficile capire anche per un occhio esperto quale fosse quella giusta. Noi puntammo su un fantasy diverso che in seguito non ha avuto l’esito culturale ed economico del ciclo della scrittrice inglese. Succede”.

A buttarla sempre sulla variabile “successo sì, successo no”, sembra che la bontà di un libro dipenda esclusivamente dal numero delle copie vendute, facendo di Cottafavi una specie di segugio perennemente a caccia di “libroidi”. Feroce definizione inventata da Gian Arturo Ferrari (oilà, freschissimo vicepresidente di Mondadori…) in un articolo su Repubblica del 2012, “Nel mondo degli pseudolibri” dove in pratica si accusava Cottafavi, e quelli come lui, di forgiare

“oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (dispongono di un autore – anche se a volte solo nominale -, di un editore, di un copyright, spesso di un indice), ma dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero. Al contrario dei replicanti di Ridley Scott, i libroidi non sono immersi in un’ aura tragica, sembrano piuttosto soddisfatti di essere quello che sono e di occupare stabilmente posizioni elevate nelle classifiche, (…) assomigliano ai frequentatori del bar di Guerre stellari, allegri mostri e gaglioffi come loro”.

zazzera

Accusa non da poco per Beppe da Modena, visto che condanna il nostro alla dannazione eterna nell’inferno tratteggiato da Massimiliano Panarari nel suo saggio “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” (pubblicato da Einaudi, casa editrice del gruppo Mondadori e il cui editor, ironia, è lo stesso Cottafavi) secondo cui la direzione “di una pedagogia di massa che definisce i contorni di ciò che diventerà nazionalpopolare” è completamente sfuggita di mano alla sinistra per passare nelle mani (catodiche) dei vari Antonio Ricci o Maria De Filippi. O in quelle, libroidi, dei Cottafavi. Che però, con la zazzera ribelle e radical chic a fargli da elmetto, un po’ se la ride sotto il pizzetto, citando a sostegno il mai abbastanza rimpianto Edmondo Berselli, intellettuale anticonformista, modenese doc come lui e suo grande amico:

“Mai stato comunista. A me il birignao della cultura alta non è mai piaciuto. Invece sono sempre stato attratto dalla cultura popolare, dal mainstream, che sì, lo ammetto, è all’origine della mia fortuna professionale. Quando con Edmondo lavoravamo insieme a ‘Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica’, discutemmo a lungo sul titolo. Lui, un po’ scherzando e un po’ no, era per puntare su ‘Sinistronzi’. Alla fine lo convinsi per ‘Sinistrati’. Edmondo, molto apprezzato a sinistra, fu anche colui che inventò l’espressione ‘professoresse democratiche’, un po’ il corrispettivo colto delle casalinghe di Voghera di Arbasino. Son quelle che guardano i programmi di Fabio Fazio e, quando presenta un libro, ci credono pure che sia bello perché lo dice lui”.

Insomma, più che infilarlo a forza nelle uniche categorie in cui in Italia siamo abituati a pensare, destra/sinistra, Cottafavi è uno che ama il cinismo beffardo, e in un ambiente strutturalmente omologato a sinistra (per quel poco che ancora può significare) come quello emiliano, facile intuire i bersagli più prossimi sui quali sfogare quel po’ di voglia di anticonformismo. Poca o tanta che sia. Perché poi va detto, nella piccola provincia, perfino per un autore di libroidi di successo non è impossibile vedersi appuntata la medaglia di gloria locale, e Cottafavi fa certamente parte dell’eletta schiera. Niente di male in fondo: farsi nominare baronetti dalla regina non fece schifo né ai Beatles né a Mick Jagger (per la cronaca: solo Lennon quattro anni dopo esserne insignito, rinunciò al titolo per protesta).

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Piuttosto, con l’amico Berselli, Cottafavi condivide la feroce ironia. E soprattutto, l’autoironia. Come quando racconta di quella che ritiene essere la sua maggior soddisfazione letteraria, il suo “libro del cuore” che, precisa, “in Italia ha avuto poco successo nonostante sia bellissimo”: “I miei mostri”, primo e unico libro del maestro della commedia all’italiana, Dino Risi, scritto a 86 anni, quattro anni prima di morire. “Lo andammo a trovare nella sua casa romana io e Marco Giusti – racconta – solo che Marco è balbuziente e io ho questa voce afona dai toni acuti. Mentre siamo ancora sul pianerottolo Risi comincia a prenderci per il culo trasformandoci in uno sketch dei suoi film: ‘Chi cazzo siete voi due che sembrate due dei miei mostri?’. Ci facciamo quattro risate e alla fine ci fa entrare. Cerco di convincerlo a fare questo libro, una specie di montaggio per iscritto della sua irripetibile esistenza ma lui mi risponde: ‘sei arrivato troppo tardi’. La partita pare già chiusa e lascio perdere. Dopo un mese però ricevo una telefonata in cui mi dice: ‘Ho scritto 30 pagine, ma non te le mando’. Si comportava proprio come una figa, ma alla fine ho avuto per le mani questo dattiloscritto, l’ultimo che credo di aver visionato nella mia vita, buttato giù con una Olivetti Lettera 32, da cui ne è abbiamo ricavato questo libro stupendo, tra l’altro pieno di aneddoti tanto cattivi quanto esilaranti. Come quello su Nanni Moretti di cui Risi diceva: ‘Ogni volta che vado a vedere un suo film, penso: Nanni spostati e lasciami guardare il film’.

Ecco, togliersi di mezzo tra l’opera e chi ne fruisce. Proprio come fa un editor. Ogni volta che gli riesce.

Davide Lombardi

Il bardo della potente armata dei lavoratori del mondo

Storia di Arturo Giovannitti, l’italiano che guidò uno dei più famosi scioperi della storia americana, rischiando la sedia elettrica.

di Davide Lombardi

Nel gennaio del 1912 quasi 25 mila operai della più importante industria tessile d’America incrociarono le braccia per protestare contro la diminuzione della paga e dell’orario di lavoro. A guidarli, c’erano due socialisti italiani, Joe Ettor e Arturo Giovannitti – giornalista, poeta e scrittore – che, come punizione per aver condotto lo sciopero, furono ingiustamente accusati di omicidio.

Lunedì 25 novembre 1912, il Meriden Morning Record, quotidiano del Connecticut, pubblica a pagina 5 un trafiletto dal titolo “Want Giovannitti for Chamber of Deputies”. E’ una notizia che arriva da Roma: “Il Partito socialista ha ufficializzato la candidatura alla Camera dei deputati di Arturo Giovannitti in rappresentanza del collegio di Carpi, provincia di Modena, il cui posto è attualmente vacante”. La candidatura è chiaramente un tentativo di pressione da parte dei socialisti italiani nei confronti del giudice Joseph F. Quinn che quello stesso giorno, nel processo in corso a Salem, Massachusetts, potrebbe emettere una sentenza di condanna a morte nei confronti di Giovannitti, accusato insieme a Giuseppe (Joseph) Ettor e Joseph Caruso dell’assassinio dell’operaia trentaquattrenne Anna LoPizzo, avvenuto durante gli scontri con le forze dell’ordine nel corso del grande sciopero del tessile di Lawrence, sempre in Massachusetts.

meriden
La protesta, entrata nella storia come “sciopero del pane e le rose”, era iniziata l’11 gennaio di quello stesso anno, dopo che una nuova legge dello Stato, entrata in vigore il 1 gennaio, aveva ridotto il numero massimo di ore di lavoro a settimana per donne e bambini da 56 a 54 e, insieme, la paga settimanale. Quest’ultima, per decisione della American Woolen Company che a Lawrence possedeva quello che allora era considerato il più grande impianto industriale del tessile del mondo. Una tragedia per una classe operaia già al limite della sopravvivenza col salario precedente. La situazione si infiamma da subito e già il 12 gennaio, la sezione in lingua italiana dell’associazione del movimento operaio “Industrial Workers of the World (IWW)” decide di inviare da New York a Lawrence il proprio leader Joe Ettor, per coordinare lo sciopero dei quasi 25 mila operai che hanno incrociato le braccia. A pochi giorni di distanza lo raggiunge l’amico Arturo Giovannitti. Giovannitti, in seguito noto anche come il “bardo del proletariato” è figlio di un farmacista di Ripabottoni, in Molise, dove è nato il 7 gennaio 1884 per poi trasferirsi giovanissimo prima in Canada e poi a New York. Il ragazzo, già autore di diversi scritti pubblicati su riviste militanti, si fa le ossa nel sindacato e diventa uno dei leader dell’Italian Socialist Federation of North America, membro dell’ IWW; nel 1911 si dà anche all’editoria pubblicando il settimanale socialista in lingua italiana “Il Proletario”.

lawrence
Lo sciopero degli operai di Lawrence continua ad oltranza e il 29 gennaio durante uno scontro tra polizia e manifestanti, parte uno sparo che colpisce a morte Anna LoPizzo. Secondo alcuni testimoni, a premere il grilletto è il poliziotto Oscar Benoit ma, sebbene non si trovino a Lawrence quel giorno, Giovannitti e Ettor  vengono arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio, materialmente compiuto dall’operaio Joseph Caruso. Si tratta chiaramente di un processo politico (i tre verranno poi tutti assolti nel processo di Salem il 26 novembre), una specie di versione ante litteram di quello che quindici anni dopo condannerà a morte gli anarchici Sacco e Vanzetti. Mentre i tre sono in carcere, il 14 marzo, gli scioperanti ottengono una vittoria fondamentale: un aumento salariale del 25% per i lavoratori meno pagati, del 15% per quelli che erano più retribuiti, nonché un aumento per gli straordinari e la riassunzione degli operai in sciopero licenziati dalla American Woolen Company.

Caruso_Ettor_Giovannitti_capture
Da sinistra a destra: Caruso, Ettor e Giovannitti

Intanto, in tutto il mondo si firmano petizioni a favore di Giovannitti, Ettor e Caruso. In Italia, a occuparsi con grande attenzione del caso dei colleghi d’oltreoceano, è il socialista massimalista, iscritto alla sezione di Forlì, Benito Mussolini che proprio in quell’anno comincia a scrivere per l’Avanti!. Al Congresso di Forlì del 16 giugno 1912 delle Federazioni Socialiste (F.S.) di Romagna, Mussolini propone, tra gli altri, il seguente ordine del giorno poi approvato per acclamazione: «Il congresso delle F. S. di Romagna protesta contro i propositi criminali della borghesia repubblicana del Nord America che tenta di mandare due innocenti, Giovannitti ed Ettor, duci del movimento proletario, alla sedia elettrica, ed invita le sezioni socialiste a intensificare l’agitazione perché tale abbominevole delitto venga evitato».

Benito Mussolini
Naturalmente Mussolini non si ferma lì, e su Giovannitti ed Ettor scriverà ancora parecchio. Sul n. 132 di de “La lotta di classe” del 3 agosto 1912 pubblica un pezzo dal titolo: “Agitiamoci per strappare Ettor e Giovannitti agli aguzzini della sedia elettrica”. Eccone l’appello finale:

“C’è ancora il tempo per far echeggiare alto e solenne il nostro grido di protesta, per unire ai milioni di proletari che dall’uno all’altro continente rinnovano e rinsaldano nei nomi di Ettor e Giovannitti il patto infrangibile della solidarietà di classe. La pressione morale del proletariato europeo congiunta alla pressione morale e materiale del proletariato americano, deciso a ricorrere ai mezzi estremi, non sarà vana, come qualche scettico pensa. Si ottenga o no la liberazione di Giovannitti ed Ettor, si eviti o no l’epilogo tragico, noi socialisti dobbiamo fare il nostro dovere. I compagni d’oltre Oceano ci lanciano un appello disperato. Socialisti di Romagna che non foste mai secondi a nessuno nel sostenere le cause dell’umanità e della giustizia, raccoglietelo e agitatevi!”

Non solo il futuro Duce, a mobilitarsi a favore dei due socialisti di origine italiana (stranamente, non viene quasi mai citato l’operaio Joseph Caruso) sono anche altri compagni, in Italia e non solo. Parte anche qualche interrogazione parlamentare, come quella del deputato socialista Guido Podrecca, giornalista e fondatore della rivista satirica “L’Asino“, riportata dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dell’8 giugno 1912: “Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro degli esteri per conoscerne il pensiero in merito alla tragica situazione nella quale si trovano i nostri due connazionali Arturo Giovannitti e Giuseppe Ettor, residenti a Lawrence, e detenuti sotto una imputazione e per responsabilità delle quali la pubblica opinione li proclama innocenti”.

scioperolawrence
Immagine d’epoca dello sciopero di Lawrence nel 1912

 

Mentre la campagna internazionale a loro favore prosegue, l’esito della sentenza appare tutt’altro che scontato fino all’ultimo istante. L’attenzione in Italia è altissima e durante il processo, a Salem, sono presenti anche degli inviati de L’Avanti!, La Stampa e il Corriere della Sera. A processo concluso, il 22 novembre, Giovannitti chiede di parlare ai giurati prima che questi assumano la loro decisione finale. Dopo aver contestato punto per punto le accuse nei suoi confronti e dei due coimputati e aver fatto appello alle migliori virtù della democrazia americana, conclude con parole di esplicita sfida la sua perorazione:

“Noi vogliamo libertà o morte. Noi siamo giovani, io ho meno di 29 anni. Ho una donna che mi ama e che amo; ho una madre e un padre che mi attendono; ho un ideale che mi è molto più caro di quanto mente umana può esprimere e comprendere. La vita ha tanti allettamenti ed è così dolce, meravigliosa e luminosa che sento nel mio cuore la passione di vivere e volere vivere… Se il vostro giudizio, signori giurati, farà sì che le porte di questa gabbia si apriranno e noi ritorneremo alla luce del mondo, in questo caso lasciate che vi indichi le conseguenze di ciò che state per fare. Permettetemi di dirvi che il primo sciopero che scoppierà nuovamente in questo Stato, o in qualsiasi posto d’America dove il lavoro, l’aiuto o l’intelligenza di Joseph Ettor e Arturo Giovannitti saranno ritenuti necessari, lì noi andremo nuovamente malgrado la minaccia che potrà cadere su di noi. Noi ritorneremo ai nostri umili sforzi, oscuri, modesti, sconosciuti, incompresi – soldati della potente armata dei lavoratori del mondo che postasi fuori dell’ombra e dell’oscurantismo del passato si avvia verso la meta destinata, verso l’emancipazione del genere umano, verso la creazione dell’amore, della fratellanza e della giustizia per ogni uomo e donna di questa terra. E d’altra parte se il vostro verdetto dovrà esserci contrario, a noi gente umile che non meritiamo, in vero, né l’infamia né la gloria del patibolo – se sarà giudicato che i nostri cuori dovranno cessare di battere sulla sedia di morte e per mezzo della stessa corrente che ha spento l’assassino e il parricida, allora io dico, che domani noi saremo sottoposti a un più grande giudizio, che domani, morti, passeremo dalla vostra presenza a una più eccelsa dove la storia emetterà il suo ultimo verdetto su di noi. Qualsiasi possa essere il vostro giudizio, signori giurati, io vi ringrazio”.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Nonostante la giuria fosse assolutamente disposta a condannare i tre, alla fine fu costretta ad assolverli, con grande gioia dei socialisti di tutto il mondo. Naturalmente finì lì anche la candidatura di Giovannitti nel collegio di Carpi. Con la sua assoluzione l’obiettivo politico di quella scelta poteva considerarsi pienamente raggiunto. Giovannitti non rientrò mai in Italia, morirà negli Stati Uniti nel 1959. Dopo l’assoluzione torna a New York cominciando a frequentare il gruppo di socialisti del Greenwich Village di cui fa parte anche John Reed, il giornalista de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, col quale collabora scrivendo per la rivista “The masses” oltre a una quantità di altre testate: “International Socialist Review”, “Il Fuoco”, “Vita”, “Solidarity”, “The Liberator”, “The New Masses”, “Il Martello”. Nel 1914 scrive il poema “The Walker“, che lo rende famoso come il “bardo del proletariato” (e qualcuno lo paragona addirittura a Walt Whitman) sui suoi giorni in carcere. Questi i primi versi:

Ho ascoltato tutta la notte passi sulla mia testa.
Vengono e vanno. Vengono e vanno ancora per tutta la notte.
Arrivano dall’eternità in quattro passi e ritornano all’eternità in
quattro passi, e tra il venire e l’andare c’è
il silenzio e la Notte e l’Infinito.

Poiché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, incessante è la marcia
di colui che cammina tra il giallo muro di mattoni e il rosso
cancello di ferro, pensando cose che non possono essere incatenate e non possono
essere chiuse a chiave, ma che vagano lontano nel luminoso mondo, ognuna
in un selvaggio pellegrinaggio verso una meta stabilita.


 

In copertina, il quadro “Lawrence 1912: The Great Strike” noto anche come “Bread and Roses – Lawrence, 1912” del pittore primitivista Ralph Fasanella. Per realizzarlo, Fasanella, aveva passato nei primi anni ’70 un periodo di quasi 3 anni a Lawrence. Il quadro ha una storia particolare che merita un breve accenno: acquistato da quindici federazioni sindacali grazie alle donazioni dei propri iscritti era stato regalato al Congresso degli Stati Uniti dove è rimasto appeso per anni nella sala delle audizioni del sottocomitato della “Camera sul lavoro e l’istruzione”. Dopo le elezioni del 1994, la nuova maggioranza repubblicana al Congresso ha eliminato “lavoro” dal nome del comitato e il quadro di Fasanella dalla sala della commissione. Attualmente l’opera è ospitata dal Labor Museum and Learning Center di Flint, nel Michigan.

 

Tutte le mie note, dal la alla zeta

Musicista, poeta, editore e cineasta, il modenese Ilmo Malagoli è uno dei più interessanti e poliedrici artisti che una città di provincia possa vantare.

di Davide Lombardi

Nemo propheta in patria. Locuzione latina vera come non mai se riferita all’artista modenese (anche se lui preferisce definirsi ideatore e autore di progetti artistici atipici) Ilmo Malagoli. Sebbene autore capace di muoversi con abilità indiscutibile tra le più diverse discipline artistiche, dalla musica, sua vera musa, al cinema, in città nessuno lo hai mai preso seriamente in considerazione. Nessun giornale locale ha mai recensito le sue opere. Nessun assessore alla cultura lo ha mai chiamato per partecipare a eventi ufficiali. Eppure nessuno come Malagoli è espressione altrettanto pura dell’anima più verace e profonda della provincia emiliana.

Non fosse nato e vivesse in provincia, verrebbe probabilmente celebrato come un bizzarro e geniale funambolo capace di saltellare divertito e divertente tra un’arte e l’altra. Invece qui in provincia, quella vera, piccola e conservatrice, dove perfino al vento pare vietato arrivare fino in centro che non sia mai si muova qualcosa, le sue opere non “raggiungono il minimo sindacale di ciò che è da considerarsi arte & cultura”. Eppure: che follia! A uno come Ilmo Malagoli, da Cognento, frazione di Modena, dovrebbero fare un monumento in piazza grande. Perché nessuno più di lui è un talentuoso, straordinario, artista di provincia. Quando attacco l’intervista cercando di sviluppare un ragionamento su quella che penso sia la sua estetica trash, mi spiazza subito: “ma no, ma quale trash, mai amato il trash. E’ che non ho i mezzi e quel che faccio viene come viene”.

rca

Un artista poliedrico

Video, musica, soprattutto musica, tantissima, ma anche: editoria, poesia, narrativa, cinema. Malagoli è un vulcano e in quindici anni di onorata attività artistica, senza mai un riconoscimento se non quello dei pochi ma affezionatissimi fan, ha spaziato alto tra una pletora d’arti con la cocciuta maestria di un artigiano. Quale per altro è, visto che l’arte per lui è una passione. La sua attività principale è il laboratorio rilevato dal padre dove realizza finiture in acciaio per giostre. “Ma mi va bene così – spiega – non ho mai pensato di dedicarmi solo all’arte, io la vivo come pura passione e come tale, sono sempre stato libero di fare tutto quel che mi pareva. Se la trasformassi in una professione probabilmente dovrei scendere a compromessi”. Gli chiedo se almeno esiste qualche legame tra le sua attività artistica e quella con l’acciaio, se nel tempo ha costruito delle connessioni tra i suoi mondi. “Assolutamente no”.

L’amore per l’arte, per Malagoli – giovane di età imprecisata – over 35, concede vezzoso, è storia antica. “Fin da bambino scrivevo e riempivo pagine e pagine di disegni, anche se non sono mai stato capace di disegnare. Un’ossessione” mi racconta. “La mia prima vera esperienza artistica – prosegue – risale a circa quindici anni fa, quando incontro un amico musicista, Mucci. Avevo dei testi già pronti e gli ho chiesto di musicarli. Abbiamo un po’ discusso perché lui voleva una cosa più musicale, io invece puntavo su dei reading da leggere su delle basi, visto che non so suonare né cantare. Alla fine ci siamo accordati e abbiamo trovato una cantante che interpretasse le nostre canzoni. E’ nato così il progetto narrator.it, che era il nome del gruppo ma anche il sito Internet. Allora mi sembrava un’ottima operazione promozionale unire le due cose, così chi ci ascoltava si ricordava subito il nome del sito in cui poterci trovare.

Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo

Abbiamo realizzato il nostro primo e unico album: ‘Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo’. Anche questa era una scelta promozionale perché fungeva anche da testo dell’annuncio che abbiamo pubblicato sui giornali e sulle radio locali. Se ci ha mai chiamato nessuno? No, mai. Anche se per quell’album mi sono molto occupato proprio della promozione. Avevo preparato dei manifesti che andavo ad appendere nei treni. Sceglievo apposta quelli che andavano lontano, treni a lunga percorrenza, che magari arrivavano fino a Palermo o Lecce. Vedi mai che li notasse qualcuno e ci chiamasse. Se è mai successo? No, mai. Ho portato il cd che abbiamo realizzato in quindici mesi di lavoro a una radio locale, oggi defunta, Antenna 1, e credo che un paio di volte ci abbiano fatto passare un pezzo. Ma insomma, non si può dire che sia stato un successo.

mors1

Morse tua, vita mea

Comunque con Mucci abbiamo messo in piedi tempo dopo un altro bellissimo progetto. Lo incontro: lui ha per mano delle basi musicali interessanti e aveva già fatto la copertina di un possibile album con delle foto tirate giù da Internet. Alle sue basi elettroniche ci abbiamo aggiunto i miei testi. Il nuovo gruppo si chiama ‘Morse tua, vita mea’ e l’album che alla fine abbiamo realizzato ‘Le sette vite del gatto nero’. La particolarità di questo progetto è che i testi non sono cantati ma trasmessi in codice morse. Nel libretto di accompagnamento abbiamo dovuto aggiungere una legenda perché altrimenti i testi sarebbero stati incomprensibili, così invece gli ascoltatori potevano tradurli. E’ stato un lavoro molto lungo, anche perché abbiamo dovuto cercare uno che conoscesse il codice morse per poter registrare i brani. A lavoro completato, ho portato al solito il cd in radio ma non è mai stato trasmesso nessun brano.

mors02

La stagione del menarca viene e va

Prima di questa seconda esperienza con Mucci però c’è stato quello che posso considerare uno dei miei maggiori successi. E’ una storia un po’ lunga ma parecchio interessante. Io ero un grande fan di Antonio Facci Tosatti, meglio noto col nome d’arte di Menarca, un personaggio un po’ di culto nell’underground modenese. Ha fatto un sacco di cose negli anni ’90. All’epoca telefonavo ogni giorno in radio richiedendo che trasmettessero qualche brano tratto dal suo album ’93-99 il peggio della sua vita’. E dai e dai, hanno cominciato a mandarlo in onda e lui, anche grazie a questo modesto contributo, ha avuto un certo successo. Lo abbiamo chiamato per partecipare come ospite al primo e unico album dei narrator.it e poi anche al concerto che abbiamo fatto nel cortile della mia ditta (poi la cantante se ne è andata ad abitare a Livorno e i narrator.it hanno appeso gli strumenti al chiodo). Io avevo una voglia matta di fare ancora qualcosa con lui. Era agosto, perciò gli dico: senti, la mia ditta – che usavo anche come studio di registrazione – è chiusa per un mese. Perché in questo periodo non facciamo un album?

viados

Lui prima ha nicchiato un po’, poi ha ceduto. E’ nato così il progetto Viados, acronimo di “Verga in ano dolente orifizio sfonda”. Come gruppo, insieme ad Antonio, abbiamo realizzato due album. Il primo, 50 copie, in studio, ‘Lo sperma di Eva” (qui il video del brano ‘Tangenziale‘), il secondo live, ‘Nessuno mi caga e se mi cagano, cagano il cazzo’. Possiamo considerarli due successi. Penso per la presenza del Menarca, perché era lui il riferimento. Il cd live ha una storia un po’ particolare. Visto che era andato bene l’album in studio propongo al Menarca un album dal vivo. Lui dice ok, facciamolo, ma non deve esserci nessuno mentre registriamo. E così è stato. A dire il vero una sola persona ha assistito a quel leggendario concerto. Un mio amico, fan sfegatato. Dell’album live abbiamo stampato 15 copie. Una mia amica che lavora in radio, sempre Antenna 1, mi telefona e dice che in studio ‘Lo sperma di Eva’ non si trova più. Allora le porto il live e devo dire che lo hanno promosso per tanto tempo con un buon successo. Al punto che ci chiesero di fare un concerto organizzato da loro, dalla radio. Ma Facci Tosatti non ne volle sapere e così saltò tutto.

viados2

Mi sono buttato allora su un nuovo progetto: Giacobazzi e Beethoven. Questo il nome del gruppo. Ha una storia un po’ particolare. Mi ritrovo con un amico, Raimondi, col quale avevo già lavorato coi Viados. Lui però non vuole che compaia il suo nome così troviamo due tizi che conoscevo per interpretarci. Giacobazzi e Beethoven appunto. Quest’ultimo si è fatto fare anche la maglietta apposta per la copertina dell’album che si intitola ‘Noi suoniamo solo in playback’. Altra particolarità del disco è che tutti i brani, a parte CCCP che è l’acronimo di ‘cose che capitano purtroppo’, sono dei nomi di persone: Loris, Nurglo e altri.

Guaìtoli e il suo doppio

Una canzone si intitola col cognome di un altro mio amico, Guaìtoli. E’ importante questo pezzo perché mi aggancia al progetto successivo, ‘Due stinchi di santo‘ di cui parlerò dopo. Insomma, per recitarlo, chiamo un altro amico, Cavazzuti. Guaìtoli, inteso come brano, racconta la storia di un tizio – interpretato da Cavazzuti – che comincia ad andare in paranoia perché ovunque vada incontra lui, Guaìtoli. Comincia a pensare che Guaìtoli ce l’abbia con lui, lo spii. Così assolda un killer per farlo fuori. Solo che, dall’altra parte, anche Guaìtoli incontra sempre il tizio che va in paranoia perché incontra lui, Guaìtoli. Che precipita nello stesso loop mentale e perciò assolda a sua volta un killer per ammazzarlo. Alla fine il killer uccide Guaìtoli, e lo getta nel Panaro, uno dei due fiumi di Modena, poi uccide l’altro (quello interpretato da Cavazzuti) e getta pure lui nel Panaro con un bel paio di stivali di cemento. Solo che questo qui, mentre sprofonda, chi ti incontra sul fondo del fiume? Il cadavere di Guaìtoli! Ah, all’inizio Guaìtoli, quello vero, il mio amico, non l’ha presa tanto bene la storia del brano, ma alla fine si è divertito anche lui.

giacobazzi

Cavazzuti & Me: due stinchi di santo

Dopo quell’esperienza, Cavazzuti mi dice: c’ho della musica. Io, al solito: c’ho tutti i testi che vuoi. E’ l’epoca in cui muore papa Wojtyla e sta per essere eletto Ratzinger. Decidiamo allora di dar vita ai “Due stinchi di santo” che in pratica sono due peccatori ravveduti che vanno in giro a predicare. Realizziamo un sacco di roba. Prima un minidisc  di 4 brani, ‘Cantando e portando la croce‘ che contiene anche la nostra hit ‘Tutti i santi del calendario’ il cui testo è esattamente come da titolo: l’elenco tutti i santi del calendario, snocciolati uno ad uno in una specie di litania. Poi un album doppio. La prima parte un cd con 12 pezzi che si chiama ‘Per un nuovo diluvio universale’, la seconda parte un dvd registrato durante un concerto dal vivo nella frazione di Marzaglia, ‘Libera me domine’. Ho portato il cd in radio, sempre la solita Antenna 1, che ha cominciato a far girare un gran pezzo: ‘Satana è una merda‘. Da quei successi abbiamo tratto il cofanetto de luxe ‘Solo per pochi’ riprodotto in 12 copie vendute tutte in un solo concerto. Che ha un format un po’ particolare. Nel senso che Cavazzuti inizia buttando per terra dei ceci sui quali si inginocchia. Poi comincia a fustigarsi mentre io attacco a recitare i nostri brani.

3MegaCam

Di solito i miei progetti nascono a termine. Non devono continuare. Ma ‘Due stinchi di santo’ lo posso considerare ancora attivo perché per il nuovo album stiamo aspettando il prossimo papa. L’idea è proprio questa:  il gruppo deve fare un disco e un video ogni morte di papa. Solo che, come dice un pezzo del nostro primo album, ‘Dio c’è e prima o poi si vendica’. Dopo 2000 anni il papa non è morto. Quando è stato eletto Bergoglio, abbiam detto: beh, anche se è stato solo un cambio della guardia, facciamo l’album lo stesso. Ma sono sorte una serie di altre complicanze e Cavazzuti non ha più potuto. Così è saltato tutto: dio si è vendicato”.

In attesa che un altro papa ascenda al paradiso, Malagoli abbandona temporaneamente la musica dandosi al cinema co-sceneggiando, insieme all’amico Termanini, detto Thermos, batterista della storica band modenese Paolino Paperino Band, il film di 45 minuti diviso in tre parti, “L’ispettore Brugnacci” e, sempre con Thermos, “Le storie incredute” alle quali partecipa anche come attore.  “E’ un film a episodi ispirato dalle metamorfosi di Apuleio. Le storie incredute sono molto importanti – mi spiega – perché Thermos aveva inventato un metodo detto ‘Pinna’, dal nome della casa di produzione che ha fondato, la Bramiero Pinna Production. Il metodo, credo per la prima volta al mondo, applica una visione totalmente democratica al cinema. Niente piramide che scende giù dal regista, padrone assoluto, fino all’ultima delle maestranze. Nel metodo Pinna viene assegnata a ciascuno dei partecipanti una parte che gestisce in totale autonomia, e su quell’aspetto del film ha potere totale. Tu immaginati il casino che ne è venuto fuori”. Poco dopo, Malagoli conosce Lenny Pescara.

Lenny Pescara and the Cactus Cowboys

“Lenny Pescara – mi racconta – è un cantautore americano nato in Italia ma emigrato piccolissimo negli Usa dove per tanti anni ha lavorato come musicista di strada. Torna brevemente qui per vendere una casa ereditata da due zii e così ci conosciamo. Prima di tornare negli Stati Uniti, realizza un solo album per pochi intimi che si intitola ‘Spaghetti versions of my songs’. Lo ascoltiamo con un gruppo di amici, e decidiamo di fondare una band, di cui io sono il manager, che faccia cover dei pezzi di Lenny Pescara, i Cactus Cowboys.  Solo che nel frattempo succede che Lenny appende la chitarra al chiodo e si dedica alla pittura. Si trasferisce a El Paso, in Texas, e si dà alla meditazione dipingendo poi quello che vede nei suoi viaggi della mente. Raggiunge uno stadio di meditazione così profonda da toccare zone inesplorate dell’animo umano in cui riesce a vedersi in vite precedenti e future. Scopre così di esser stato in una sua vita precedente una vacca, e in quella futura un cactus. Quindi in tutti i suoi quadri ci sono solo una vacca e un cactus in mezzo al deserto.

lenny2

Lenny mi manda il suo trittico ‘Vacca d’un cactus’ che mi entusiasma. Propongo a Giancarlo Guidotti della galleria Spazio Fisico, l’unica galleria modenese che abbia mai dimostrato interesse per la mia opera (anche se in questo caso non era nemmeno mia), di fare una mostra sui quadri di Lenny Pescara. In realtà si tratta di quadri muggenti, nel senso che se ti avvicini scatta una fotocellula e il quadro comincia a muggire. La mostra viene fatta nell’ambito del Festival della filosofia 2010. Realizzo una bellissima installazione: una staccionata che separa il Trittico dagli spettatori e all’interno vi inserisco anche un’opera d’arte vivente che insieme al co-autore, il mio amico Lugli, chiamiamo ‘Cactusification‘, in omaggio a Lenny. Il cactus vivente, che ha una chitarra in mano, propone agli spettatori la cosiddetta ‘Prova del cactus’. Bisognava piazzarsi davanti al cactus e se lui percepiva delle good vibration, nel senso che vede in te qualcuno che ha trovato la strada per la realizzazione del vero se stesso, fa una certa scala di note, in caso contrario, se sei ancora lontano dalla tua via, ne fa un’altra. Tra l’altro, a quelli ormai sulla via della luce, il cactus regalava un Pescara Drink, un cocktail di Whiskey and Cola che poi è lo stesso che Lenny beve ogni mattina prima di darsi alla meditazione. E’ tanto che non lo sento più. Ma i suoi quadri ce li ho ancora e sono in vendita: costano dai 1500 ai 3000 euro l’uno.

lenny

I libri post datati

E’ nello stesso periodo che nasce quella che Malagoli considera ancora oggi la sua opera più importante. Un vero capolavoro: i libri post datati. Fonda una sua casa editrice, Quarto Millennio, e vi pubblica la collana “Romanzi post-datati. Letture differite”. Dieci romanzi di autori vari – uno, lo stesso Malagoli – in bella edizione cartonata con una caratteristica unica: ogni volume infatti è protetto da un solido lucchetto che potrà essere aperto con la chiave consegnata all’acquirente (la collana può essere venduta solo in blocco) solo ogni cento anni, secolo dopo secolo. In pratica il primo romanzo potrà essere sfogliato solo nel 2110, il secondo nel 2210 (la data di apertura è specificata in copertina) e così via fino al 3010. Se il compratore – o più probabilmente i suoi discendenti – non resistesse alla tentazione di leggerne il contenuto, i romanzi post-datati da leggersi in differita sono dotati di un meccanismo di autodistruzione che in pochi secondi cancellerà i testi contenuti privando l’umanità, forse, dei più grandi capolavori letterari che siano mai stati scritti. “L’idea di fondo di questo progetto – mi spiega – è di produrre volumi contemporanei che durino nel tempo, visto che un libro ai giorni nostri passa direttamente dalla tipografia al macero dopo un breve passaggio in libreria. Come per tutti gli altri progetti, la mia intenzione è ribaltare la prospettiva, puntare sul bizzarro e sul grottesco, l’ironico, anche un po’ sul goliardico, sì, che sono le chiavi di tutti i miei lavori. I book trailer realizzati per i romanzi post datati ne sono un ottimo esempio. Si tratta di un’opera iperbolica e il prezzo di vendita non può che essere lo stesso: esagerato. Ognuno costa mille volte il prezzo medio di un libro moltiplicato per i dieci volumi dell’intera collana che appunto, non vendo separatamente”.

Ilmo-04
 

Cult mute

Il progetto più recente è di nuovo una produzione cinematografica. Dieci film cult, da ‘Apocalypse Now’ a ‘Il silenzio degli innocenti’, dal ‘Secondo tragico Fantozzi’ a ‘L’Esorcista’ trasformati in film muti, in bianco e nero e sottotitolati, musicati con opere di grandi del primo Novecento, da Béla Bartòk a Sergei Prokofiev, a tanti altri. “Si tratta di un lavoro molto impegnativo perché è una sfida straordinaria cimentarsi con questi grandi del cinema e della musica. E’ come andare a spaciulare sulla Gioconda. In casi simili, più facile raccogliere critiche che consensi. Comunque finora è andata bene. Abbiamo proposto le prime quattro opere, che sono tutte integrali, lunghe quanto i film originali, in una maratona iniziata alle sette di sera proiettando ‘La corazzata Potëmkin’ di Ėjzenštejn, capolavoro per eccellenza del muto, per poi proporre le nostre opere di film rivisitati fino alle sei del mattino. L’obiettivo era riuscire a mandare via tutti gli spettatori, cosa che mi propongo spesso durante le mie varie performance, ma invece niente: in quattro hanno resistito fino alla fine e devo ammettere che la cosa mi ha piacevolmente sorpreso”.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

La provincia ed Io

“Tutto ciò che faccio – conclude – queste opere di cui ho parlato e tanta altra roba ancora, è tutto materiale autoprodotto nell’ambito di un contesto locale. Nel quale voglio rimanere. Anche perché ci ho provato a inviare le mie produzioni musicali a varie radio e riviste, tipo Rockerilla o quel genere lì, ma non mi ha mai risposto nessuno. Del resto nemmeno in ambito locale non mi caga nessuno. Mai avuto nemmeno una recensione su un giornale modenese.  Del resto sono un artista indipendente e tale voglio rimanere, anche perché qui in Emilia tutto, cultura compresa, tende a essere pianificato, burocratizzato, inserito in piani quinquennali. Io invece voglio rimanere libero, anche perché so bene che le mie produzioni sono destinate a un pubblico di nicchia. I benpensanti quando vedono anche solo i titoli dei miei lavori storcono il naso, e ritengono che non raggiungano il minimo sindacale di ciò che qui è da considerarsi ‘arte & cultura’. A parte la galleria di Guidotti, che è uno che vede avanti, a ospitare le mie performance sono soprattutto i centri sociali locali. Fondamentalmente perché lasciano fare qualsiasi cosa a chiunque si proponga, se non c’è di mezzo la politica. In carriera ho fatto sei concerti in tutto, uno con i narrator.it e cinque con i Due stinchi di santo. A parte naturalmente il live coi Viados con un solo spettatore. Se sono incazzato con la mia città, Modena? Assolutamente no. Io qui ci sono nato e mi ci trovo bene, anche se naturalmente sono molto critico. Mi piace girare, incontrare persone. Vado spesso a mostre e inaugurazioni perché c’è socialità. No, alle inaugurazioni dei negozi non più: un tempo onoravo i buffet, ma adesso mi sono messo un po’ a dieta. Dal lunedì al venerdì lavoro nel mio capannone con l’acciaio. Dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18. Poi, la sera, mi muovo.  Non che sia sempre fuori, eh, magari lavoro a casa ai miei progetti. O guardo semplicemente un film. Leggo. In generale, faccio cose, vedo gente. Ma non nel senso che gli dà Nanni Moretti, eh, mi raccomando”.

Davide Lombardi

Gli ultimi giorni dell’umanità

Sulla Teoria della classe disagiata. Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni ma troppo poveri per realizzarle. Quindi che fare? Niente, aspettiamo la fine

Quando il 28 giugno 1914 il “Giovane Bosniaco” Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando dando fuoco alla miccia della polveriera europea, non commise uno tra i tanti delitti politici che costellano la storia dell’umanità, ma segnò il punto esatto tra il prima e il dopo di un mondo intero. Il mondo avanti Gavrilo era quello della Belle Époque, un periodo di benessere e prosperità, di crescita demografica e industriale, di progresso e invenzioni – dall’automobile all’illuminazione elettrica – che fecero credere alla borghesia del tempo che il ‘900 sarebbe stato il secolo di uno sviluppo positivo a tempo indeterminato. Una sorta di “fine della storia” superata per sempre da un’umanità religiosamente dedita al culto del progresso scientifico e tecnologico.

046
Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, immagine dell’epoca

Quel che accade dopo il 28 giugno invece, il mondo dopo Gavrilo, è il primo conflitto mondiale. Ovvero, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, come dal titolo del testo teatrale “irrappresentabile” di Karl Kraus pubblicato nel 1922. Non solo la fine di un sogno e la caduta di ogni illusione, ma anche lo sterminio fisico di un’intera generazione. Una catastrofe che avrà il suo epilogo quarant’anni dopo, con la fine della seconda guerra mondiale, quando un’Europa coperta solo di macerie sarà costretta a dar vita a nuovo ciclo.

“Catch the Wormhole of 3:45 PM” di Eugenia Loli

A riportarmi a quei giorni, gli ultimi fuochi di un’epoca, è stato un libello pubblicato solo in versione digitale da Raffaele Alberto Ventura, il cui titolo, “Teoria della classe disagiata”, fa il verso al lavoro più famoso dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen che nel suo “Teoria della classe agiata” del 1899, teorizzò la nascita di una borghesia totalmente improduttiva, post industriale – una “proprietà assenteista” che condiziona e incide sulle forze produttive senza aver mai messo piede in una fabbrica – caratterizzata dal consumo vistoso, ovvero dallo spreco e dalla sua esibizione. Gente da Belle Époque, appunto, prima della catastrofe.

Il punto è che, cento anni dopo, la stessa suadente musichetta da orchestrina del Titanic ci ha accompagnati a lungo, fino ad arrivare ad oggi, senza che ce ne rendessimo conto se non nel momento del brusco risveglio. Quando grossa parte del ceto medio è passata nell’arco di una generazione da classe agiata a una condizione di incomprensibile e insostenibile disagio. Con l’aggravante – scrive Ventura – “di essere troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Un cortocircuito ormai irrimediabile: l’aver assaggiato la mela di un benessere illusoriamente illimitato, destinato ad accrescersi generazione dopo generazione, di padre in figlio, e di trovarsi oggi a non potersela più permettere. Né oggi, né – assicura Ventura – nel prossimo futuro:

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io rispondo come Kafka: c’è molta speranza, ma non per noi. Verranno forse nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, e si piglieranno il mondo che lasceremo.

A impedire una piena presa di coscienza della irreversibilità del mutamento che stiamo vivendo, sono le illusioni che ancora vengono rifilate a piene mani col fine, non meno illusorio sul lungo periodo, di mantenere sotto controllo e continuare a garantire una certa pace sociale. Detta in maniera semplice: portate pazienza, si tratta semplicemente di attendere che “passi la nottata”. Perché, assicurano i pacificatori sociali:

  • siamo di fronte a una delle crisi cicliche del capitalismo;
  • perché stiamo “lavorando per voi” nel correggere o almeno temperare i guasti delle politiche neoliberiste sposate dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale);
  • perché la ripresa è dietro l’angolo e noi le daremo una mano rispolverando e attualizzando – non si sa bene come – John Maynard Keynes. L’economista che assegnò allo Stato il compito di regolare il flusso imperioso e sregolato del capitale intervenendo in maniera diretta sul mercato attraverso mirate politiche monetarie e di bilancio, riequilibrando brevi manu, di persona, il rapporto tra domanda e offerta, rilanciando attraverso le propria azione l’occupazione. Con tutto quel che ne consegue.
“Cosmic float” di Eugenia Loli

Sfortunatamente, ribatte Ventura, non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma strutturale. L’errore non sta in questa o quella scelta politica o economica, nelle teorie di Friedman o di Keynes, ma è sistemico:

Le attuali politiche di austerità sembrano meno il prodotto di una superstizione neoliberista quanto piuttosto il risultato dell’incapacità strutturale — e oramai palese — delle nostre economie tardo-capitaliste e post-industriali di produrre ricchezza. Al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui la classe media occidentale difende il valore, oramai liquefatto, delle attività economiche per le quali è stata formata in previsione di un modello di crescita del tutto irrealistico. E mentre aumentava la massa di sostituti simbolici della ricchezza — in forma di moneta virtuale, scritture contabili e attivi improbabili — nessuno faceva caso alla sparizione della ricchezza reale.

Che non tornerà mai più, secondo l’autore. Perché per decenni abbiamo vissuto in una specie di bolla in cui la domanda è stata “drogata” per poter corrispondere all’offerta che, per la natura stessa del capitalismo, tende all’infinito.

Henri-cartier-bresson-jouissez-sans-entrave
«Jouissez sans entraves» (Godete senza limiti). Foto di Henri Cartier-Bresson, 1968, Parigi

Ma il gioco, almeno per quanto riguarda la nostra società così come l’abbiamo intesa almeno dagli anni ’80 in poi, ha raggiunto le sue colonne d’Ercole. Ovvero il punto in cui l’offerta, abnorme, non potrà più essere assorbita dalla domanda. Solo che, spiega Ventura, “in assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne” e “la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili”. Boom. Punto di non ritorno. Fine di tutto. Di questa Belle Époque targata Terzo millennio.

Perché soluzione al momento non è data. Almeno nei termini in cui siamo abituati a pensare delle “soluzioni”: cioè a interventi che non cedano di un passo dal modello ormai introiettato da una fetta troppo ampia di popolazione. “La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes”. Nel maggio del 1968 sui muri di Parigi – ricorda Ventura – appare una scritta che diventerà l’imperativo di una generazione: «Godete senza limiti». Game over.

Senza-titolo-1
Giorno di Natale del 1981: giovane sorridente con televisore, registratore Betamax e Atari

A pagare fino in fondo il prezzo della conclusione di un gioco iniziato da quei padri, sono oggi i figli. Quella che Ventura, con un parallelo efficacissimo, chiama Generazione Betamax, dal sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS. Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore rispetto al concorrente, ma questo non bastò perché non sempre ciò che è “migliore” è anche il più “funzionale” in un dato momento storico. O anche per motivi molto più futili e occasionali che, senza grandi spiegazioni, non danno riscontro all’auspicio “vinca il migliore”. Un’affermazione, semplicemente, non sempre vera.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Il problema della Generazione Betamax, tanto “bella quanto inutile, destinata a morire” (per parafrasare le parole che all’esame di patologia il professore universitario rivolge a Nicola Carati/Luigi Lo Cascio in una scena cult de “La meglio gioventù” riferendosi all’Italia intera) è che

a differenza di quello che una volta veniva chiamato «proletario» perché non possedeva nulla se non la propria prole, il membro della classe media dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.

3185306847_0d75925e4b_b
Sony Betamax SL-2410. Era chiamato il “talking betamax”, il perché si può vedere in questo video.

Questo “eccesso di capitale” è la sua formazione. In pratica siamo tutti, o quasi tutti, scolarizzati. Anzi, iperscolarizzati. Solo che i figli della borghesia sono più di quanti siano i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo.

In pratica, non c’è e non ci potrà essere nemmeno in futuro sufficiente lavoro, almeno nella tipologia dalla quale un figlio della borghesia non può derogare, il terziario avanzato, per poter rispondere alle esigenze di tutta questa generazione. Figlia di una classe media che l’ha messa al mondo in una fase di (relativa) espansione carica di promesse, ma che oggi al momento di garantirne l’inserimento nel mondo del lavoro a parità di condizioni, si trova col cerino in mano. E l’erede in casa. Innocente ma, egualmente, con una inappellabile condanna pendente sul capo. Come scrive Ventura citando a sua volta il sociologo marxista Michel Clouscard:

Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio.

Ed è questa sua incapacità di derogare, la sua pena (tutta da leggere, anche se non è possibile approfondirla in questa sede, la feroce analisi, elaborata nel terzo capitolo del pamphlet, al sistema educativo in quanto tale: “una perversa utopia democratica”).

6350694944_3b7177226c_b-(1)
Videoregistratore Betamax in vendita in un mercato dell’usato

Vale la pena, a questo punto, riportare quasi per intero la mail che ci ha inviato una giovane aspirante collaboratrice di questa testata. Quello che lei propone di raccontare nei suoi eventuali articoli è questo:

Il leitmotiv delle conversazioni quotidiane negli ultimi periodi, tra i miei coetanei e non, è quello del lavoro. Si passano ore a parlare di ricerche disperate, di colloqui, di cassa integrazione, di frustrazioni, depressione e quant’altro. Poi avvengono degli incontri e senti di storie, di persone che tentano e a volte riescono a rendere il proprio quotidiano (perché ormai è il quotidiano l’unica cosa che ci resta di salvabile) ricco di senso, un senso che non coincide solo con un lavoro ‘creato’ su misura, ma anche con iniziative, progetti culturali, musicali che poco o niente hanno a che fare con una retribuzione ‘significativa’, ma che sicuramente riescono a riempire con ‘senso’ appunto un vuoto lavorativo e sopratutto un vuoto di dignità. In breve, se davvero il lavoro nobilita l’uomo, io vorrei parlare di quelle persone che cercano di ‘nobilitarsi’ senza un lavoro.

Niente meglio di queste parole, disperate nelle prospettive, prima ancora che nel racconto di una realtà, potrebbero sintetizzare meglio il tramonto di un occidente. Cioè, di quell’idea di occidente sul quale troppo a lungo abbiamo costruito una bolla totalmente irreale. Fino al presente in cui, giorno dopo giorno, riceviamo continue certificazioni di un fallimento. Un irrimediabile inconveniente, di questi tempi, quello “di essere nati”. Ma, per citare il filosofo rumeno Emile Cioran:

Allorché qualcuno si lamenta che la sua vita è un fallimento, basta ricordargli che la vita stessa è in una situazione analoga, se non peggiore.

E per fortuna che ci resta la consolazione della filosofia.

Davide Lombardi

Il vero volto della guerra

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto.

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto. La chirurgia plastica ricostruttiva nasceva cento anni fa “grazie” al primo conflitto mondiale. I morti furono milioni, ma altrettanti e ancor di più i feriti. Alcuni con lesioni gravissime che, se li lasciarono fisicamente in vita, di fatto li resero dei fantasmi sociali. In Italia furono 5440 i mutilati al viso. Spesso, con i modesti strumenti dell’epoca, negli ospedali da campo i medici dovevano rinunciare a rimuovere le schegge più grandi. E la faccia di questi ragazzi diventava un orribile assemblaggio di carne e pezzi di metallo.


 

09

La moderna chirurgia plastica nasce con la prima guerra mondiale. Dalle sperimentazioni sui volti devastati dei veterani. Non che prima non fosse in qualche modo praticata – i primi casi di “innesti cutanei” risalgono addirittura al 6 secolo a.C. come riporta il Sushruta Samhita, testo di medicina ayurvedica, la medicina tradizionale indiana – ma la quantità impressionante di feriti che quel primo conflitto globale provocò, finì inevitabilmente per stimolare la sperimentazione e la ricerca scientifica. Se complessivamente i caduti militari di tutte le parti in conflitto furono tra i 9 e i 10 milioni, solo la Russia ebbe quasi 5 milioni di feriti. 4.266.000 la Francia. Più di 2 milioni la Gran Bretagna. Oltre 8 milioni gli Imperi Centrali. 947 mila l’Italia di cui, accertati, 5440 mutilati al viso. Ferite spesso mostruose che non solo devastavano i lineamenti distruggendo per sempre la vita sociale dei reduci, ma impedivano anche funzioni basilari come la masticazione o la respirazione.

947mila i feriti italiani della Prima guerra mondiale. Di questi, 5440 i mutilati al viso

Quello che viene considerato il primo reparto ospedaliero al mondo esclusivamente dedicato alla chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale nasce a Londra nel 1917, al Queen Mary, a seguito della terribile battaglia della Somme. All’inizio degli scontri, nel luglio 1916, l’attesa stimata di soldati feriti al volto era di circa 200. Alla conclusione, a novembre, sui tavoli dei chirurghi britannici ne arrivarono 2000. Tradizionalmente, le ferite facciali venivano semplicemente ricucite, ma quando i tessuti cicatriziali si ricomponevano lasciavano i volti completamente sfigurati. Nacque così la necessità di ricostruire i volti utilizzando altre parti del corpo. Impresa tutt’altro che scontata all’epoca, visto che gli antibiotici non erano ancora stati inventati e spesso, con l’innesto di tessuti prelevati da altre parti, si sviluppavano infezioni mortali. E’ rimasto negli annali della medicina il caso del soldato William M. Spreckley al quale, durante la battaglia di Ypres, una scheggia asportò completamente il naso. All’epoca, la ricostruzione che fu effettuata venne considerata miracolosa.

William M Spreckley

In Italia, pionieri nel campo furono i due chirurghi bolognesi Arturo Beretta e Cesare Cavina. Entrambi, allo scoppio del conflitto nel ’15, partirono per il fronte, Beretta con il grado di maggiore medico, Cavina, come tenente. In particolare quest’ultimo, si dedicò alle ferite al volto e alla mandibola. Di stanza sul Carso, Cavina studiò, fotografò e praticò i primi interventi di cura e ricostruzione chirurgica. Al termine del conflitto rientrarono all’ospedale militare di Bologna dove, sempre sotto la guida di Beretta, operava un reparto per la cura dei numerosi feriti bucco-facciali. Ma anche a guerra ormai conclusa, i casi restavano migliaia. Nel 1919, Beretta – anche grazie ai bolognesi che contribuirono grandemente alla somma di 165.000 lire che fu allora raccolta – trasformò l’ospedale militare in una nuova istituzione che venne denominata “Istituto Clinico per le Malattie della Bocca” (oggi parte dell’Ospedale Maggiore) affidando la direzione del reparto di chirurgia allo stesso Cavina. Le tecniche sviluppate dai due pionieri nel corso del conflitto e successivamente, furono prese a esempio in molti ospedali militari dell’Intesa.

A distanza di cento anni da quei primi tentativi a cui tanto deve la chirurgia plastica contemporanea, quel tipo di ferite che normalmente vengono “nascoste” e di cui ben poco si parla rispetto a qualsiasi conflitto, rimangono ancora oggi il “vero volto della guerra”. Il suo lascito per decine di migliaia di belligeranti. Ad esempio, nelle guerre di Iraq e Afghanistan, il numero dei militari feriti resta altissimo: oltre 50.000 gli americani, 10.000 gli inglesi. Più di 30.000 sia per l’esercito regolare afghano che per quello iracheno. Secondo dati riportati dal New York Times, nei conflitti ai quali hanno partecipato gli Stati Uniti negli ultimi cento anni, le ferite al volto incidono percentualmente tra il 17 e il 21 per cento sul totale, e arrivano addirittura al 40 per cento nel caso di queste ultime due guerre. Nonostante le tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi venti o trent’anni per proteggere il corpo dei militari in battaglia, il viso resta ancora oggi una delle parti più esposte e complicate da proteggere.

031

Difficile, cento anni fa come oggi, rintracciare in quei volti devastati alcunché di “eroico” da celebrare a posteriori. Difficile ammantare il loro sacrificio di retorica bellica sul genere di quella con cui a mio nonno Pietro fu assegnata la medaglia d’argento al valor militare (anche se lui, nel corso della guerra civile spagnola, per fortuna fu ferito solo alla mano): “Comandante di plotone fucilieri, durante un furioso attacco nemico, incurante del pericolo accorreva dove più ferveva la lotta animando con la sua presenza e con l’esempio i propri uomini. Rimasto ferito continuava nel comando del reparto che lasciava soltanto a combattimento ultimato e per ordine del comandante del battaglione” (Brihuega, 18 marzo 1937).

Niente di tutto questo per quei ragazzi rovinati per sempre dalla guerra – volti «che non hanno quasi più forma umana», come scrisse nel 1917 il relatore della legge al Senato sull’assistenza dei ciechi di guerra, Ferrero di Cambiano – e che film e romanzi difficilmente hanno raccontato. Se non per quel capolavoro del 1939 “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, in cui il protagonista, Joe Bonham, colpito da una cannonata nell’ultimo giorno della prima grande guerra, perde gambe, braccia e parte del viso: vista, olfatto, udito e parola.

Una scelta volutamente beffarda, quella di fargli perdere tutto al termine del conflitto, quando ormai la salvezza e il ritorno alla vita, dopo gli anni passati in mezzo alla morte, sembrano a un passo. Invece, come dimostrano queste gallerie fotografiche della Wellcome Library (qui e qui), una delle più importanti raccolte al mondo di materiali sulla storia della medicina, per molti sopravvissuti a quella e a tante altre guerre, non c’è mai stato alcun ritorno. (dl)

GALLERIA FOTOGRAFICA

Casi di chirurgia plastica fotografati all’ospedale militare londinese “King George”, (più tardi Ospedale della Croce rossa), tra il 1916 e il 1918. 

La rivoluzione culturale del letame

Agricoltura e marketing si uniscono e creano Real Shit: letame in barattolo dall’aspetto molto invitante. Abbiamo intervistato uno dei fondatori, che definisce il progetto “fortemente ideologico”.

A guardare la bella confezione uno si aspetta di trovarci dentro dei dolci, o qualche cioccolatino. E invece no: è cacca. Qualche cliente di Eataly, a Milano, è rimasto interdetto trovando dei barattoli di “Real Shit” (Vera Merda) tra gli scaffali del noto magazzino di alimentari super chic. E’ uno scherzo? E’ la domanda che si sono fatti in molti.

Guardando poi il sito di Real Shit il sospetto che si tratti di uno scherzo si fa più grande: pagine eleganti, stilose, dal forte impatto grafico e dai testi brevi ma ironici e coinvolgenti. Non sembra il sito di un’azienda che produce letame. Ad esempio il video che mostra la preparazione del prodotto si trova su Vimeo, notoriamente più cool, e non su Youtube, troppo di massa. Un dettaglio? Certo, ma come sappiamo il diavolo si nasconde proprio là, nei dettagli.

IMG_6220

IMG_6216

Per capire qualcosa di più abbiamo parlato con uno dei tre diavoli in questione: si chiama Federico, ha 32 anni, lavora nel mondo della comunicazione e definisce il progetto Real Shit “fortemente ideologico”.

Federico viene da da Offagna, piccolo comune delle Marche noto per le vigne.

“Io sono nato e cresciuto in campagna e, anche se ora non vivo più circondato da verde e animali, quelle esperienze me le porto dentro” spiega. “Accanto alla passione per la campagna c’è la passione per la comunicazione che condivido con gli altri amici fondatori. Un giorno abbiamo capito che c’era una storia molto bella che valeva la pena raccontare. La storia del letame e del suo ruolo nella cultura contadina. Ci sembrava paradossale che lo stesso prodotto venisse considerato “oro nero” in un contesto culturale ed ignorato totalmente in un altro contesto. Il nostro obiettivo non era tanto vendere il letame, ma diffondere un certo tipo di consapevolezza”.

10849981_361956913966367_2379903521778616254_n

Per comprendere il senso di questa affermazione approfondiamo meglio il prodotto: letame, cacca, o merda se preferite essere diretti. Si tratta proprio di quello. Non è un prodotto di nicchia, anzi: il letame è vendutissimo come concime in ambito agricolo ma anche casalingo, per chi ha piccoli giardini o qualche pianta sul balcone di casa. E’ proprio a quest’ultimo target che sembrano rivolgersi quelli di Real Shit. Difficile infatti che un contadino entri in un negozio Eataly e acquisti un barattolo del loro prodotto: 750grammi costano 8,90 euro. Cioè molto.

Il letame in campagna spesso è possibile trovarlo gratis: chi ha animali, se non lo usa per il proprio terreno, è ben contento di regalarlo o venderlo a poco ai contadini vicini. Se si compra, il costo varia in base al tipo e alla qualità (indicata dai valori NPK, cioè di azoto, fosforo e potassio). Uno dei più cari è il guano di pipistrello, proveniente dall’Indonesia e considerato uno dei migliori fertilizzanti. Un sacco di letame bovino da 20kg può costare 18 euro: cioè meno di un euro al chilo. Ovviamente all’aumentare della quantità diminuisce il prezzo.

1230051_209433349218725_706190198_n

Un barattolo di Real Shit invece costa 8,90 per meno di un chilo. Ma quello che si sta vendendo non è solo il prodotto (comunque di qualità, garantiscono) ma è sopratutto la scatola, cioè “la storia” come la chiama Federico utilizzando un termine oggi molto diffuso nel marketing. Dare l’idea al consumatore di Eataly che non sta comprando della semplice cacca, ma della cacca di grandissima qualità e con background culturale che rende il suo profumo molto accattivante. Da non perdere, a proposito, il Dirtyfesto di Real Shit.

Prima domanda: perché non chiamarla Vera Merda, in italiano?

Abbiamo scelto un nome inglese perchè il nostro progetto ideologico si rivolge a un pubblico internazionale. L’abbiamo chiamata per quello che è: 100% letame. Nessun gioco di parole, nessuno tranello pubblicitario.

Vedo che si parlava di voi già nel 2013 ma ad oggi nel sito non è ancora possibile acquistare il prodotto. Come mai?

Dal 2013 ad oggi abbiamo perfezionato il nostro prodotto sia in termini di packaging (sembra scontato ma ti assicuro che non è stato uno scherzo trovare barattoli di cartone adeguati all’utilizzo che ne dovevamo fare) che in termini di materia prima (abbiamo cercato di ottenere un prodotto qualitativamente impeccabile). Da poco ci siamo lanciati nel mercato e stiamo già ricevendo parecchie richieste da tutto il mondo, soprattutto in seguito alla pubblicazione di alcuni importanti articoli su testate internazionali. Al momento si può comprare da Eataly Smeraldo a Milano.

560812_206256486203078_914544922_n

Pensate di fare confezioni più grandi? E quanti animali vengono utilizzati per la produzione?

La confezione attuale è di 750g ed è sufficiente per concimare circa 8 vasi del diametro di 20 cm. In futuro potremmo pensare ad altri formati. È difficile dare dei numeri sulle mucche (perché è di mucche che si tratta e non di cavalli: il sito è in fase di aggiornamento) e le galline che producono Real Shit.

Fate un controllo di qualità del prodotto? Come viene fatto?

Il controllo di qualità del prodotto viene effettuato in tutte le fasi di produzione: dal reperimento della materia prima, al trasporto fino al processo di maturazione. Il letame proviene esclusivamente da allevamenti che rispettano le norme sul benessere animale: gli animali hanno accesso alla luce naturale e dispongono di spazio per muoversi liberamente. Real Shit viene prodotto nel rispetto dell’antica tradizione contadina dei “cumuli di letame” secondo la quale il letame veniva fatto maturare ribaltandolo costantemente per nove mesi in modo da favorire il naturale processo di fermentazione ed umificazione naturale. Questo processo conferisce al prodotto una ridotta percentuale di cellulosa e di lignina ed abbatte la carica batterica ed i semi infestanti. Non usiamo forni ad aria calda per essiccare il letame e non mescoliamo i letami con altre sostanze chimiche. I controlli di qualità vengono effettuati da dei laboratori esterni che prelevano senza preavviso campioni di prodotto e lo testano nei loro laboratori.

E’ evidente che avete pensato molto bene la comunicazione del prodotto: ma non c’è il rischio che la gente pensi che sia uno scherzo e non lo acquisti? Insomma che pensi a una provocazione come quella della merda d’artista di Manzoni

Abbiamo cercato di raccontare la storia del letame nel modo più verosimile possibile. Potrà sembrare una sciocchezza ma c’è una cultura immensa dietro al letame, ci piacerebbe riscoprirla, ci piacerebbe che anche chi vive in città possa avere accesso a quel mondo di valori, oltre che a quel prodotto. Ma ripeto, il barattolo è solo la chiave di accesso ad un mondo, un pretesto. Noi stessi, invitiamo i consumatori ad andare in campagna a scoprire con i loro occhi come si maturano i cumuli di letame. Per sostenere questo obiettivo abbiamo in mente un progetto non profit. Ci piacerebbe sviluppare un network che metta in contatto allevatori che producono letame di qualità e urban farmes in modo da facilitare l’incontro e lo scambio di racconti … e Real Shit.

Perché indossiamo le mutande di cotone

Il cotone è uno dei materiali più utilizzati nella nostre vite. Non solo per l’abbigliamento. Fino al dodicesimo secolo però, era praticamente sconosciuto in tutta Europa e invece molto utilizzato dagli arabi, dai quali abbiamo cominciato a importarlo e imparare a tesserlo. La prima industria del cotone che si possa definire tale è nata nella pianura padana, in città come Bologna, Mantova, Milano e Verona.

Fino a 900 anni fa il cotone era praticamente sconosciuto in tutta Europa e invece molto utilizzato dagli arabi, dai quali abbiamo cominciato a importarlo e imparato a tesserlo. Le prima industrie del cotone sono nate in città come Bologna, Mantova, Milano e Verona.

Anche se siamo in pieno inverno e la temperatura esterna viaggia intorno ai zero gradi, ognuno di noi, in questo momento, indossa qualcosa di cotone. Se non altro le mutande. O i calzini. Nessuno ci fa caso, ovviamente: nella nostra vita il cotone è ormai una presenza scontata. Non solo nell’abbigliamento, l’utilizzo più comune, ma per molte altre cose di cui non siamo nemmeno a conoscenza. Sono in fibra di cotone le banconote che utilizziamo, la carta dei libri e dei giornali che leggiamo (il cotone è cellulosa quasi al 100%), perfino la polvere da sparo, la cordite, è composta al 65% da fulmicotone o nitrocellulosa. La sua scoperta, poi portata a compimento da Alfred Nobel nel 1889, è del 1846, ad opera del chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che facendo reagire una miscela nitrante da lui inventata col cotone, si accorse che il composto derivato, colpito con un martello, esplodeva e si incendiava subitaneamente. Alla velocità del fulmicotone, appunto.

Insomma, per questi e mille altri usi, il cotone è uno dei materiali più presenti nelle nostre vite. È talmente utilizzato che nel 2013 nel mondo sono state prodotte almeno 123 milioni di balle di cotone, ciascuna delle quali dal peso di poco meno di 2 quintali, abbastanza per produrre 20 t-shirt per ogni abitante del pianeta. Impilate una sopra l’altra, questa montagna di balle creerebbe una torre alta quasi 65 chilometri; sistemate orizzontalmente, farebbero il giro del mondo una volta e mezza.

cotton4
Fonte immagine, conekt via photopin cc

Ma non è sempre stato così. Almeno in Europa. Prima della conquista araba della penisola iberica iniziata ai primi del 700 d.C. e quella della Sicilia un secolo dopo, il cotone da noi era praticamente sconosciuto. Gli unici capi di abbigliamento erano tessuti in lino e lana. Anche presso i romani, seppur conosciuto, il cotone era utilizzato pochissimo. Molto semplicemente, per noi europei, era un prodotto esotico. Storie diffuse nell’Europa medievale ne raccontano come di una misteriosa miscela tra piante e animali: un agnello germogliato da una pianta e attaccato ai suoi steli che, chissà perché, di notte si protende verso il terreno per bere. L’origine araba del cotone (per noi occidentali) è testimoniata anche dalla parola con cui viene chiamato in quella lingua, qutun. Il francese coton, l’inglese cotton, lo spagnolo algodón, il portoghese algodão, l’olandese katoen, rivelano la radice mediorientale.

E’ solo intorno al 1100 che, dopo circa 150 anni di produzioni già attive nell’emirato di Sicilia e nel califfato di Cordoba, che comincia a diffondersi anche nell’Europa occidentale la lavorazione del cotone. Nel nord Italia, a Piacenza e Parma, Bologna, Milano, Mantova, Pavia, Verona e Venezia, che per almeno tre secoli costituiranno il più importante polo produttivo d’Europa. Il cotone viene coltivato, oltre che in Sicilia, anche in Puglia e Calabria, per poi essere esportato al grezzo verso nord, a Venezia e Genova, e da lì proseguire lungo il Po e i suoi affluenti.

fustagnari bolognesi
Nell’immagine, tratta dallo “Statuto dei commercianti di panni di fustagno” del 1339, conservata al Museo civico di Bologna, un tessitore mostra il suo prodotto a un gruppo di possibili acquirenti. (Fonte: Elizabethancostume.net)

L’aumento della produzione rende concorrenziale il prezzo del nuovo tessuto. Si cominciano a realizzare lenzuola in cotone ad esempio, assai poco costose e decisamente meno ruvide per la pelle rispetto alla lana. Il cotone si dimostra particolarmente versatile (richiede meno lavorazioni rispetto alla lana ed è quindi più facile da produrre in grandi quantità) e combinabile con altri tessuti. Oltre alla lana, anche seta, lino e canapa. E’ così che la domanda aumenta esponenzialmente. Particolarmente popolare diventa il fustagno, dall’arabo fushtan, un ordito di lino con una trama di cotone in varie combinazioni. Il massimo splendore dell’industria italiana del cotone si raggiunge intorno al 1300, fino a quando i fustagnari, gli artigiani italiani del fustagno, si trovano a dover affrontare la concorrenza tedesca (i tedeschi, sempre loro, già da allora) in forte espansione.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Ma ci vorranno almeno un paio di secoli ancora prima del completo declino dell’industria della lavorazione del cotone italiana. Nel suo saggio del 2008 “The Italian Cotton Industry in the Later Middle Ages, 1100-1600” la storica americana Maureen Fennell Mazzaoui data all’inizio del sedicesimo secolo la virtuale estinzione dell’imprenditoria locale in due centri importantissimi come Bologna e Verona. Da lì in poi, l’industria del cotone prenderà altre strade fino a trovare la propria capitale, quella di un vero e proprio impero industriale, nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo.

cottonLo sanno in pochissimi, ma se oggi il cotone è il principale capo d’abbigliamento che utilizziamo lo dobbiamo anche all’ingegno e all’operosità di quegli artigiani italiani che lo diffusero in tutta Europa. Ma perché fu proprio il nord Italia a costituire il più importante polo produttivo d’Europa? A spiegarlo ci ha pensato il docente di Harvard Sven Beckert nel suo monumentale saggio “Empire of cotton. A global history”, inedito in Italia.

Scrive Beckert:

“La produzione di cotone si sviluppò in Italia per due motivi. Innanzitutto, perché città come Bologna, Milano, Verona, ecc. avevano già alle spalle una lunga tradizione nella produzione di lana: e dunque la disponibilità di operai specializzati, commercianti ricchi di capitali, e consuetudine al commercio su lunghe distanze. Una volta deciso di impegnarsi nella trasformazione intensiva del cotone, gli imprenditori dell’epoca poterono attingere pienamente a tali risorse, mettendo in rete le tante donne delle campagne della pianura padana, dedite alla filatura del grezzo, con gli artigiani delle città ai quali andava invece il compito della tessitura.

In secondo luogo, l’Italia settentrionale, grazie ai propri porti molto sviluppati, in particolare Genova e Venezia – le Liverpool del dodicesimo secolo – aveva facile accesso al cotone grezzo proveniente da Anatolia e Siria, oltre che – successivamente – alle produzioni agricole del sud d’Italia. I primi documenti che testimoniano l’importazione di cotone grezzo dal Medio Oriente, a seguito delle Crociate, risalgono al 1125”.

Ecco, la storia delle mutande (dal latino mutandae, gerundivo di mutare, che significa “da cambiarsi”) di cotone che indossate in questo momento, comincia allora. Non proprio a dire il vero, perché almeno fino all’Ottocento le mutande non erano affatto diffuse e quelle poche che venivano usate erano di lana o lino. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. (Davide Lombardi)

Perché Wikipedia vorrebbe dominare il mondo

Intervista ad Andra Zanni, presidente di Wikimedia Italia, su Wikipedia, la vita e tutto quanto. Ovvero: come un gruppo di nerd è riuscito a creare una gigantesca comunità all’insegna dell’anarchia organizzata.

di Anna Ferri

Wikipedia è un sistema talmente rivoluzionario che non esiste una teoria capace di spiegarlo: funziona solo in pratica e questo è abbastanza strano. Quelli che lo conoscono bene parlano di un’anarchia organizzata, dove una comunità si autoregola e attraverso un controllo scientifico delle fonti diffonde informazioni nel mondo.

Una cosa pazzesca se pensiamo alla difficoltà di accordarsi su qualsiasi cosa, per esempio su una legge in Parlamento o molto più in piccolo per dei lavori in un condominio. Perché nel mondo virtuale funziona e in quello cosiddetto reale no? Una domanda da un milione di dollari la cui risposta è nascosta in milioni di piccoli dettagli. Il primo è che nonostante i tempi bui l’idea di libertà mantiene ancora un grande fascino, perché è su questo che si basa tutto il lavoro: contributi liberi, volontari e anonimi. Un sistema che in un nanosecondo ha spazzato via lo stereotipo secondo il quale una persona decide di collaborare a qualcosa solo per soldi, gloria o obbligo. L’idea che un essere umano possa fare qualcosa senza avere o chiedere nulla in cambio sembra fantascienza e invece proprio su questo è stato costruito un impero culturale, libero e gratuito. Dietro a tutto, dietro a ogni singola lettera che compare sul sito che è sesto al mondo per accessi (ogni mese circa 500milioni di utenti unici e 22miliardi di pagine visitate), si nascondono persone che ogni giorno mettono in pratica la loro personale piccola resistenza contro una società che si basa su un modello economico consumista e dove la cultura, tutta quanta e non solo quella ritenuta degna, viene relegata in un angolo come si fa in casa con quel vaso bruttino che ti ha regalato la suocera.

frasi1
Chi sono gli eroi di questa rivoluzione? I nerd. Se vi viene da ridere sappiate che non dovete. Per capire chi sono davvero i nerd cerchiamo la definizione su Wikipedia, dove c’è scritto che si tratta di persone con una certa predisposizione per la scienza e la tecnologia, al contempo tendenzialmente solitarie e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione. Comunemente conosciuti come smanettoni del computer con (spesso) una forte passione per la cultura sono loro che zitti zitti, dietro i loro schermi, stanno dimostrando che internet non è solo un luogo di perdizione ma anche di costruzione. “Internet è un moltiplicatore: ci metti dentro un gruppo di nerd con la passione per la cultura ed esce Wikipedia”, ci racconta Andrea Zanni, 30enne presidente di Wikimedia Italia, l’associazione che fa capo a Wikimedia Foundation e si occupa di diffondere la cultura libera nel mondo e quindi, in sostanza, di Wikipedia.

zanni
Il fatto però, spiega Andrea, è che il lavoro dei nerd non basta più. Per quanto fondamentale, ora andrebbe integrato con quelli che potrebbero essere i veri protagonisti di una rivoluzione culturale e razionale che è già nell’aria: bibliotecari, professori, ricercatori. Figure, diciamocelo francamente, che spesso vengono bistrattate da istituzioni e società ma che in realtà posseggono le conoscenze e che potrebbero decidere di condividerle con il resto del mondo. Andrea è uno di loro: prototipo del bibliotecario del futuro, è laureato in matematica con un master in biblioteconomia digitale e si impegna nella diffusione della cultura e nell’open source “bacchettando” i colleghi che si limitano a gestire un catalogo e dare informazioni su dove si trova un libro su uno scaffale: “Se oggi nell’immaginario collettivo l’idea del bibliotecario è molto vicina a quella di un commesso la colpa è di un sistema che vuole resistere al mondo che cambia.

Il bibliotecario è un facilitatore della conoscenza ma se la gente lo bypassa perché va su Google diventa un problema. Allora io dico: se la vostra missione è l’accesso alla conoscenza sappiate che i vostri utenti sono tutti su Wikipedia ed è importante che tutti partecipino alla sua scrittura. Non solo maschi bianchi e nerd, ma anche professori e storici. Travasate le conoscenze e rendetele accessibili a tutti”. L’obiettivo quindi è quello di coinvolgere i tecnici e Andrea non gira intorno al concetto: “Se una cosa manca da Wikipedia è colpa tua, è questo il principio importante da far passare. Se hai un bene comune pensi non sia di nessuno. Non è così: se è di tutti vuol dire che è di tutti, quindi anche tuo. Se vedi una voce che non ti piace, che è sbagliata e lo capisci perché hai le competenze per giudicarlo ma comunque decidi di non migliorarla, la colpa è tua e non è di Wikipedia”.

frasi2
Wikipedia come una grande utopia? Non per Andrea che l’idea di comunità e di condivisione ce l’ha nel sangue. Maggiore di sei fratelli è cresciuto in una famiglia dove in casa venivano accolti bambini e madri in difficoltà. “Certi giorni a tavola eravamo più di quindici e questo mi ha portato a cercare un po’ di solitudine prima sui libri e poi davanti al computer. Diciamo che ho avuto un’adolescenza intensa. Rispetto la vocazione dei miei genitori ma non la condivido: Wikipedia è il mio modo di rendermi utile agli altri”. Andrea l’ha scoperta in un momento difficile da un punto di vista espressivo: viveva un conflitto tra l’amore per la lettura e la cultura e l’inutilità che vedeva nel leggere e stare a casa, accumulare nozioni e sentimenti.

Quando ha scoperto che quel bagaglio di informazioni potevano essere condivise, ha capito di aver trovato casa: “E’ una comunità di cui mi sento parte e che non avrei potuto incontrare senza internet per motivi geografici”. Quando gli chiedi dove sarà Wikipedia tra dieci anni, Andrea ti risponde in un soffio, senza pensare: “world domination”, e allora un po’ ti spaventi e invece lui ti guarda e inizia a elencare una serie di cose che si potrebbero fare anche subito e sarebbero pure belle: “Inserire nei contratti di professori e bibliotecari 3 ore di lavoro wikipediano – dice proprio così – a settimana e sull’open source. Creare maggiori rapporti con le istituzioni che hanno a che fare con la cultura e lavorare perché Wikipedia sia più letta e scritta in Africa, Sud America e Asia”.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

[paypal-donation]

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Si ferma un istante e continua: “Tra dieci anni spero di vedere progetti che non abbiamo ancora pensato”. Ci soffermiamo su quel termine, wikipediano, e viene da chiedersi se in effetti questo modello possa essere esportato, se davvero la possibilità sia non solo di condividere contenuti ma anche il modello che li gestisce: “Il nostro è un serio esperimento di governo di una comunità con il fine di dare accesso alla conoscenza. Da noi non si vota: lo vediamo come un ripiego perché significa che ci sono parti divise. Cerchiamo il consenso tra le persone e proviamo a far sì che la comunità converga su un’opinione. La gente lo fa perché è libero e bello e dobbiamo far sì che questo accada anche per altre cose”.

frasi3
Wikipedia però non è un paradiso. Recentemente è stata espulsa la femminista Carol Moore perché aveva insultato due colleghi maschi mentre a loro non è stata riservata la stessa sorte. Un fatto che ha risollevato le polemiche sulla discriminazione femminile all’interno della comunità. In realtà, se ci si riflette, una comunità virtuale è pur sempre fatta di persone e lì vengono riprodotte le dinamiche del mondo off line, dove di fatto le donne sono discriminate sul lavoro rispetto agli uomini e dove il digital divide – che vede tra le altre cose le donne in minoranza – è una realtà. Però i problemi non si riducono a questo. Diventare un wikipediano non è semplicissimo: “Siamo cresciuti e ci siamo strutturati – spiega Andrea -. Le regole sono aumentate quindi si è alzata la soglia per l’ingresso. Molte persone si sentono rigettate dalle difficoltà di accesso e dalla stessa comunità perché magari viene cancellata una voce o una modifica. Questo porta un certo livello di frustrazione: nessuno ha parlato con te e quindi decidi di andartene. Dall’altra parte, quelli che ogni giorno lavorano in maniera volontaria non hanno sempre tempo di inviare le spiegazioni delle modifiche. La comunità cerca di proteggersi da tutto: vandali, troll e per questo a volte può esserci un fuoco amico”.

Impossibile pensare che le difficoltà siano solo all’ingresso. Si discute in ogni gruppo, figuriamoci in uno di queste dimensioni e importanza. Andrea conferma la nostra tesi e ci scherza sopra: “Si litiga su tutto: forma e sostanza”. Questo però non toglie nulla al fatto che la comunità globale di Wikimedia, con la sua pignoleria e precisione, sia un esperimento importante di multiculturalismo con un obiettivo preciso: che tutte le persone del pianeta abbiano accesso alla conoscenza. Forse il sistema è perfezionabile, certo. Si tratta sempre di esseri umani e di un dibattito che varia dall’utopia all’impegno alle competenze, un po’ come quei discorsi bellissimi che si fanno da ragazzi all’Università. “E’ tutto raggiungibile – sottolinea Andrea – non è così fuori dal mondo come la gente pensa”.

frasi4
Tutto raggiungibile, non sempre però facilmente. L’esempio più eclatante è questo progetto che si chiama Wiki loves monuments che avrebbe l’ambizione di creare un catalogo virtuale di tutti i monumenti del mondo attraverso le fotografie scattate dagli utenti. Un’idea pazzesca non solo dal punto di vista culturale ma anche turistico. Come spesso accade, però, le leggi italiane rendono difficile anche la cosa più semplice, come appunto fotografare un monumento e metterlo su Wikipedia. Perché? Perché i beni culturali non si possono condividere con Creative commons  la cui filosofia è quella del riuso, modifica e condivisione. In poche parole, mettere a disposizione un contenuto che poi uno può prendere e usare come meglio crede e che potrebbe, ovviamente, tra le tante possibilità anche finire anche su siti a scopo di lucro.

Questo, nell’Italia che ha visto il Rinascimento, non è possibile. Quelli di Wikimedia hanno quindi assunto un avvocato che ha parlato con il ministero dei Beni culturali e raggiunto l’accordo che se si ottiene l’autorizzazione alla pubblicazione da chi possiede il bene culturale allora le foto possono finire sul sito web. Più facile a dirsi che a farsi. Oggi, spiega Andrea, “esiste una lista di 4500 monumenti fotografabili dei quali abbiamo preventivamente chiesto l’autorizzazione. Pochissimi in confronto al numero reale”. La battaglia per Wiki loves monuments sta continuando e a mandarla avanti c’è un nutrito gruppo. Già, perché se in molte cose l’Italia non conta molto nel mondo, su Wikipedia invece un minimo di credibilità ce l’ha: “Wikipedia in italiano è nella top ten e consideriamo che la nostra lingua si parla solo qui.

Per la legge bavaglio la comunità è andata in sciopero. Un’azione potente che è stata ripetuta dalle altre wikipedia nel mondo quando ci sono state proposte di leggi simili. In questo caso siamo stati un esempio per tutti”. Andrea è un bibliotecario, per quanto illuminato, e allora ci chiediamo se tutto questo lavoro sul web, i siti, gli ebook, non porterà alla scomparsa dei libri di carta e quindi anche delle biblioteche, almeno come le conosciamo oggi. Lui ci guarda e sorride: “Se Wikipedia si mangerà le biblioteche in termini di contenuto saremo tutti contenti perché significherà che hanno raggiunto il loro scopo. Wikipedia però è neutrale, mentre la cultura umana è fatta di espressioni singole, personali. Le tesi le presenti ma il libro – quello vero – lo trovi in biblioteca”.

Anna Ferri

prova7