Viaggio nel cuore islamico di Modena

Quanto e cosa sappiamo del Ramadan, il mese considerato sacro dai musulmani di tutto il mondo perché, secondo la tradizione, è durante questo periodo che il Corano venne rivelato al Profeta? Il nostro reportage nelle quattro comunità islamiche modenesi.

Gli ultimi giorni del Ramadan, mese di preghiera e digiuno per un miliardo e mezzo di musulmani di tutto il mondo, sono l’occasione per compiere un viaggio all’interno della comunità islamica modenese, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita, che orbita intorno ai quattro centri presenti nel territorio cittadino.

C’è una minoranza importante della città che silenziosamente compie il digiuno del Ramadan in una delle estati più torride degli ultimi 150 anni in pianura padana. Sono lavoratori, impiegati, commercianti, studenti e pensionati. Vengono dal Marocco, dalla Turchia, dal Pakistan e dalla Bosnia. Sono biondi e scuri, bianchi, neri e meticci. Durante il Mese di Ramadan non sono concesse distrazioni: senza clamore, i fedeli si organizzano per le preghiere e i riti comunitari conferendo alla città di Modena un aspetto unico, padano e mediterraneo, in qualche modo universale.

Dal 18 giugno al 17 luglio, i Musulmani di tutto il mondo hanno celebrato il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario musulmano di tipo lunare. Secondo la Tradizione Islamica è durante il mese di Ramadan che il Corano venne rivelato al Profeta Mohamed. Per i Musulmani è un periodo sacro di digiuno, preghiera e privazioni mondane. Il digiuno, “Sawm” in arabo, consiste nell’astensione dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dall’alba fino al tramonto di tutti i 29-30 giorni del mese di Ramadan e costituisce il quarto dei cinque Pilastri dell’Islam. Ciò significa che, salvo precise eccezioni, compiere il digiuno nel mese di Ramadan è una prescrizione per ogni musulmano. Anche il musulmano meno ortodosso che frequenta più le strade del centro storico e i rivenditori di alcolici rispetto alle “moschee”, con ogni probabilità, si asterrà dal bere e dal fumare, almeno in pubblico, durante il mese di Ramadan. Le eccezioni sono invece riportate nel Corano (Sura II, vers. 185) e riguardano le donne incinte e quelle con il ciclo, i viaggiatori, i malati, gli anziani, i bambini in età prepuberale, tutti esentati dal compiere il digiuno poiché, come recita il Corano:”Allah vuole per voi quel che vi è facile, non quel che vi è duro” (Sura II, vers.183).

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C’e’ una notte verso la fine del Ramadan, più sacra delle altre, che i Musulmani chiamano Laylatul Qadr: la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo. Secondo la Tradizione, la “Notte del Destino” cade in uno dei giorni dispari dell’ultima decade del mese di Ramadan. Pur non essendoci consenso unanime nel mondo islamico sulla data precisa, è consuetudine celebrare il Laylatul Qadr durante la 27esima notte di Ramadan, quest’anno nella notte fra lunedì 13 e martedì 14 luglio, in piena canicola. Per i Musulmani Laylatul Qadr è la notte in cui è iniziata la Rivelazione coranica completata poi in altri e successivi istanti della vita del Profeta Mohamed, vissuto nella Penisola araba a cavallo fra il VI e VII secolo e divulgatore dell’ultima e definitiva rivelazione all’umanità.
Un’intera Sura (la 97esima) composta da cinque versetti è consacrata alla Notte del Destino. “La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del loro Signore, per fissare ogni Decreto. E’ pace fino al levarsi dell’alba”, recita il Corano (Sura 97; vers. 3-5).

Durante il Ramadan si vive più la notte del giorno, quando al tramonto la comunità si raccoglie per celebrare la sospensione quotidiana del digiuno, “l’Iftar”, e compiere le orazioni comunitarie, fortemente consigliate nella religione islamica, soprattutto durante il Mese Sacro. Durante la “Notte del Qadr” ogni osservante è chiamato a pregare dal tramonto all’alba per espiare i propri peccati e onorare Allah. Una preghiera non-stop chiamata Tarawih che dura fino alle prime luci del giorno, intervallata soltanto dal Souhour, la cena collettiva consentita nelle ore notturne.

E’ dalla preghiera dell’Asr, quella del pomeriggio intorno alle 17:30 che nei quattro centri islamici modenesi comincia il fermento che precede i grandi momenti comunitari. Al Centro della Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è un via vai di fedeli sudati vestiti con tuniche immacolate che trasportano ampi vassoi pieni di datteri e brocche di latte, gli alimenti che compongono l’Iftar, la sospensione quotidiana del digiuno. Quando il sole tramonta, non ci si abbuffa né mai si esagera: i Musulmani mangiano in silenzio una manciata di datteri sorseggiando del latte prima di compiere le abluzioni e prepararsi alla preghiera del Maghrib, quella del tramonto, intorno alle 21.

FOTO / Notti di preghiera

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Per raccontare alcuni momenti di questo mese importantissimo per circa 1 miliardo e 800 mila persone nel mondo, abbiamo trascorso diverse ore con i membri di una delle comunità islamiche modenesi, quella di via delle Suore, in una notte – verso la conclusione della festa – che i fedeli considerato più sacra delle altre, la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo “Laylatul Qadr”, cercando di cogliere – seppur con lo sguardo inevitabilmente condizionato dalla nostra cultura occidentale – il significato profondo di questo momento per i membri di una comunità come quella modenese. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

L’Annuario del 2013 del Servizio Statistico del Comune e i dati Istat (gennaio 2014) riportano la presenza di 28,211 stranieri residenti su di una popolazione totale di 185,148 residenti nell’intero territorio comunale di Modena. Quasi un sesto della popolazione modenese è di origine straniera. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Marocco, con 3277 residenti, il Ghana con 2848 abitanti e la Tunisia con 1143 residenti. Ci sono anche 2383 residenti di origine albanese e 1120 cittadini nigeriani. Non esistono censimenti ufficiali in base al credo religioso. Una stima in base alla nazionalità dei migranti riportate nell’Annuario è però possibile: il Marocco e la Tunisia sono paesi al 99% musulmani, l’Albania è per circa un terzo islamica, il Ghana per un quinto. In Nigeria, invece, la metà della popolazione è di confessione musulmana. Fatti due calcoli, Modena conta circa 9050 residenti di confessione islamica, provenienti da più di 30 paesi: dal Maghreb ai Balcani, dal Mali all’Indonesia. Uno spaccato rappresentativo del miliardo e mezzo di fedeli di religione musulmana sparsi ai quattro angoli del Globo.

Il panorama dell’Islam organizzato modenese è frammentato sebbene non in conflitto. Esistono quattro luoghi di preghiera e di attivismo islamico in città e sono tutti dei “Centri culturali”. Non ci sono moschee a Modena: in Italia ne esistono soltanto quattro in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Si tratta di centri culturali ricavati da ex capannoni industriali, ristrutturati e adibiti a sale di preghiera, e diventati nel tempo il punto di riferimento per i musulmani del quartiere o della città. I Centri sono retti da associazioni senza finalità di lucro, i cui direttivi organizzano la vita religiosa dei fedeli e mantengono i rapporti ufficiali con la città.

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La Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è di gran lunga il centro islamico più popolato della città. Fondato da un gruppo di migranti di origine marocchina nel 1992 e ristrutturato nell’estate del 2013, l’edificio, un ex deposito per la legna, è di proprietà comunale. In un venerdì di preghiera, e in generale nei momenti più partecipati come le notti di Ramadan, il Centro riesce ad accogliere circa 3000 fedeli, grazie al suo vasto cortile ricoperto da tappeti orientali.

Questa parte della zona industriale della città si trasforma letteralmente in queste notti di Ramadan. Alle 20:45, poco prima del tramonto, ci sono ancora 35° gradi ma il Centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona. Le signore procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, seguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da station wagon dalle targhe obsolete e le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. A due passi dal Centro stazionano alcuni venditori ambulanti di frutta e verdura, immobili e in silenzio con il viso bruciato dal sole. Il tempo sembra rallentare sotto gli ultimi colpi di sole, l’aria rarefatta comincia a profumare di menta fresca e di limoni mentre le ombre degli uomini con il fez si allungano e l’Adhan, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Il contesto è molto arabo e popolare, con il piccolo suq improvvisato davanti all’entrata della “moschea”, potremmo trovarci benissimo a Fez o nella casbah di Algeri.

Nella “moschea” di via delle Suore, durante la “Notte del Destino”, non si riesce quasi a deambulare. Il ritratto del frequentatore medio è di nazionalità marocchina, di sesso maschile, intorno ai 30 anni e lavora in fabbrica. La Comunità Islamica di Modena e Provincia pur essendo visitata da musulmani balcanici e dell’Africa Sub-Sahariana è dominata da devoti di origine maghrebina, l’etnia prevalente in generale fra i migranti della città. “Ogni sera offriamo il pasto dell’Iftar a centinaia di fedeli, sono i giorni conclusivi del Ramadan ad essere i più faticosi ma sono anche i più importanti: è come quando scali una montagna altissima, gli ultimi metri sono sempre i più duri”, spiega Mustafa El Hobbi, dirigente della Comunità.

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Anche alla Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo si offre l’Iftar ai Musulmani. Più piccolo ma ben curato, il Centro di via Portogallo si trova al secondo piano di un edificio popolare ed è frequentato nei suoi momenti più partecipati da più di 400 devoti. La dirigenza è marocchina e appare composta da persone inserite socialmente e con un livello di cultura medio-alto.

Il Centro di via Portogallo è stato fondato nel 2007, a seguito di una scissione all’interno della Comunità Islamica di via delle Suore. “Una parte del Direttivo scelse di lasciare il vecchio Centro per aprire un nuovo spazio islamico in città, spazio che abbiamo regolarmente comprato”, dice diplomaticamente il presidente Adil Laamane, un padre di famiglia di origine marocchina, da oltre 20 anni a Modena, che parla un perfetto italiano tanto da usare termini quali:”Aneliamo ad una convivenza esemplare a Modena”.

Più raccolto, il clima alla Casa della Saggezza è meno caotico. Il suo interno si compone di una sala rettangolare per le preghiere, gli uffici per le riunioni, due aule per i corsi di arabo, un chioschetto con oggetti di culto in vendita e i sanitari con i classici lavabo bassi per le abluzioni, obbligatorie prima delle orazioni. Le donne hanno i loro spazi, sebbene angusti, dove pregare e riunirsi. I rappresentanti di questo Centro Islamico sembrano avere le idee chiare:”Collaboriamo da sempre con le istituzioni e le altre associazioni, lo scorso 25 aprile abbiamo partecipato alle commemorazioni per la Liberazione, insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Modena a cui siamo legati da forte amicizia. Per trasparenza e per farci capire dai non arabofoni, i nostri sermoni sono sempre tradotti in italiano, la lingua franca della nostra comunità”, dice Mohamed Riziki, responsabile culturale del Centro e sindacalista della Fiom-Cgil.

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A notte inoltrata ci rechiamo alla terza “moschea” di Modena, quella turca di via Munari, nel cuore della città, a due passi dalla stazione ferroviaria. La “Moschea Uli Cami” è un altro mondo ancora rispetto ai due Centri Islamici visitati in precedenza. I turchi hanno una forte identità nazionale e non sono un popolo arabo. Benché aperto a tutti i musulmani del multietnico quartiere che guarda alla stazione dei treni, l’impronta nazionale è dichiarata. Il Centro è infatti sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica di Turchia. E’ un istituto che esiste anche in altri paesi islamici. In Turchia il Ministero per gli Affari Religiosi si è rafforzato durante i governi guidati dall’AKP, il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” al potere dal 2002. Esso si occupa, fra le altre cose, di favorire lo sviluppo delle moschee turche e preservarne l’identità nazionale all’estero ed è molto attivo laddove la migrazione turca è forte, come in Germania per esempio.

A Modena abitano circa un centinaio di turchi, un’immigrazione regionale legata ai territori di Corum e Denizli. Una catena migratoria di stampo familiare dall’Anatolia cominciata alla fine degli anni ’70. “Il Ministero ci fornisce quasi tutto, il personale religioso per esempio: abbiamo due imam, un uomo e una donna”. Come nelle altre “moschee” della città, l’area delle donne è distinta da quella degli uomini ed esplicitamente delimitata da transenne, tendaggi o semplici cortine. Eppure in nessun altro Centro Islamico della città troviamo una imam donna, ovvero una religiosa riconosciuta che conduce regolarmente le preghiere. All’appartenenza nazionale e addirittura regionale si aggiunge anche una affiliazione politica che rende questo Centro unico nel panorama islamico modenese. E’ l’affiliazione dichiarata all’AKP, una formazione conservatrice di ispirazione islamica attualmente partito di governo in Turchia. “Il 90% dei frequentatori del Centro sono elettori o militanti dell’AKP”, dice apertamente Ozgur Ozcan, dirigente del Centro e presidente della sua costola giovanile, dal nome accattivante , “I Giovani Turchi di Modena”.

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Fisicamente la “Moschea Uli Cami” si presenta come un’abitazione privata al cui interno troviamo una piccola sala di preghiera ricavata da un grande salotto, un’aula per le riunioni, i sanitari e un piccolo cortile interno colmo di fedeli nella “Notte del Destino”. Anche qui offrono l’Iftar ogni sera a circa cento praticanti. Il Centro turco è sovraffollato, può contenere al massimo 150 persone ma la sua posizione strategica lo rende molto frequentato dai Musulmani del quartiere o di passaggio, soprattutto durante una notte di fede così sentita.

Il quarto e ultimo centro islamico della città si trova in via Alassio. Aperto lo scorso aprile e gestito da un gruppo di bengalesi e nordafricani, è poco più che una “Mussala”, una semplice sala per le preghiere.

Tutto il mese di Ramadan è pieno di benedizioni, preghiere, spiritualità e socializzazione religiosa. Ci sono, però, due momenti salienti e ravvicinati durante il mese sacro ai Musulmani: Laylatul Qadr, e l’Eid el-Fitr, la grande festa di fine Ramadan, celebrata una manciata di giorni dopo la “Notte del Destino”, quest’anno venerdì 17 luglio. La maggioranza dei musulmani sunniti, corrente maggioritaria nel mondo islamico, festeggiano fondamentalmente due grandi ricorrenze nel loro calendario: l’Eid el-Adha, la festa del sacrificio di Abramo, e l’Eid el-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

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A Modena, l’associazione “La Polivalente 87 – Gino Pini” in via Pio La Torre mette a disposizione da diversi anni il suo complesso sportivo, una struttura capace di accogliere i fedeli provenienti dalle grandi comunità islamiche della provincia, soprattutto da Carpi e Sassuolo. L’Eid el-Fitr è una festa religiosa di massa, un raduno multietinco. Oltre 3500 musulmani, donne e uomini, da Modena e provincia si sono dati appuntamento nella mattinata di venerdì 17 luglio per la celebrazione di fine Ramadan.

All’alba era già tutto pronto: la notte precedente i volontari della Comunità Islamica di via delle Suore, sede del più grande centro islamico della città, avevano allestito la sala con tappeti e predisposto all’esterno dell’edificio i banchetti di bibite, dolci e di materiale religioso. Erano in vendita anche bottiglie da mezzo litro riempite con “acqua santa della Mecca” a 2,50 euro.

Verso le 08:00 i fedeli arrivano alla spicciolata sotto i raggi del sole del mattino che anticipano una giornata di caldo tropicale. Alle 09 inizia la litania “Allahu Akhbar, la illaha illallah” ovvero “Dio è grande, non c’è Dio al di fuori di Dio”, che rappresenta la professione di fede al monoteismo islamico. L’interno della palestra è colmo di fedeli di varie nazionalità, raccolti in preghiera: fianco a fianco, spalla contro spalla, piede contro piede a rappresentare l’unità e l’uguaglianza dei credenti.

Alle 10,00 il sole produce effetto serra, il caldo dentro alla struttura si fa soffocante, non tira un filo di vento, le gocce di sudore scendono copiose solcando il viso stanco dei praticanti. Fuori dalla palestra, i salamelecchi fra fedeli abbondano con i musulmani in festa che si baciano e si scambiano doni e complimenti augurandosi a vicenda le migliori cose.

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Riconosciamo molti fedeli già incontrati durante la “Notte del Destino” presso il centro di via delle Suore, intenti a raccogliere lo Zakat el-Fitr, la tassa rituale di fine Ramadan a favore dei poveri:”La raccogliamo e la ridistribuiamo ogni anno, il senso è che almeno in questo giorno santo i poveri non siano costretti a chiedere l’elemosina”, spiega Youssef Amouiyah Vicepresidente della Comunità Islamica di Modena e Provincia.

E’ Mohamed Raoui, l’imam del Centro di via delle Suore, ad officiare l’orazione canonica che chiude il mese di digiuno. E’ interessante notare come in ogni “moschea” di Modena oltre alla separazione di genere, troviamo anche una rigida divisione di ruoli e funzioni all’interno delle comunità che richiama il principio laico di separazione fra potere spirituale e potere secolare: infatti, mentre l’imam si occupa esclusivamente di questioni religiose, di recitazione del Corano e di esegesi islamica, il presidente e i membri del direttivo dei centri islamici di Modena hanno ruoli amministrativi, di gestione e di rappresentanza davanti alle Istituzioni.

Il Ramadan e la sua festa conclusiva l’Eid el-Fitr è stata un’occasione per apprezzare da vicino la diversità insita nel mondo islamico in cui a fianco dell’adorazione nel Dio unico convivono culture e costumi nazionali specifici e ben radicati che anche qui trovano una loro versione. A fianco degli hijab castigati delle donne maghrebine con le mani dipinte di henné, c’erano i kounkhité, i foulard colorati delle donne dell’Africa nera; vicino ai kamis e ai fez del Marocco, c’erano i bazin gouba della Guinea e “il miglior vestito” di una comunità in festa.

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Un miliardo e mezzo di persone hanno celebrato in tutto il Mondo il Ramadan: hanno digiunato dall’alba al tramonto e pregato di notte per 30 giorni di fila, senza lamentarsi. Con loro c’erano anche i Musulmani di Modena, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita che orbita intorno ai quattro centri islamici presenti nel territorio cittadino. “Lo scopo ultimo del Ramadan è quello di riuscire a controllare il proprio comportamento e i propri pensieri al fine di superare l’aspetto più terreno della natura umana, finalizzando l’attenzione solo sul ricordo di Dio” spiega Hayatte Cheika, responsabile dei Giovani Musulmani di Modena, la costola giovanile della Comunità di via delle Suore.

Ma a dare un senso contemporaneo più laico e quasi politico a questa prescrizione religiosa che può apparire ai profani eccessiva, ascetica o fuori contesto, forse bastano le parole stampate in un pamphlet trovato presso la Casa della Saggezza. Un testo di “Partecipazione e Spiritualità Musulmana”, nota organizzazione islamica non profit di carattere nazionale a cui la “moschea” di via Portogallo è legata, e in cui si legge:”Il mese di Ramadan è anticonsumistico per eccellenza: si tratta di liberarsi dalle dipendenze artefatte e amplificate dalla società dei consumi, di autocontrollarsi e distaccarsi per diventare indipendenti e liberi al di là dei bisogni superficiali per volgersi ai bisogni reali, elementari, dei poveri e bisognosi”.

Gaetano Gasparini

Foto di Antonio Tomeo.

Stato d’assedio permanente

Le storie degli scemi di guerra, i soldati della prima guerra mondiale sconvolti dalla violenza del fronte. Passavano dalla trincea al letto del manicomio. Ma la guerra per loro continuava.

Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.

Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

[quote_center]“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.[/quote_center]

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

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Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

Dirty Games

Voglia di novità, desiderio di trasgressione, fuga dalla monotonia o scoperta di sé: sono svariati i motivi che spingono coppie giovani, consolidate oppure occasionali, a cercare esperienze forti come lo scambio del partner, la partecipazione all’ ‘amore di gruppo’ o le pratiche BDSM, che vanno da bondage e disciplina a dominazione e sottomissione, fino a sadismo e masochismo. Un viaggio nel mondo delle perversioni sessuali, per capire perché si decide di percorrere questa strada, ma anche alla scoperta di sex toys meno estremi, da usare soli o in compagnia.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Lombardi, Erika Martini, Mattia Santini

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Voci dalla foresta oscura

La natura selvaggia? Al massimo va bene ammirarla in un film. O in una fotografia. E quando un animale libero come l’orsa Daniza si comporta semplicemente secondo natura, crea il caos. Perché la verità è che siamo ormai incapaci di convivere con tutti quei pezzi di ambiente che ancora non si piegano al totale controllo di noi umani.

di Eva Ferri, Isabella Colucci e Davide Lombardi

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La macchina fragile

Disarmonicità cinetiche, tuberosità ischiatica, trasferimento energetico capacitivo resistivo e sovraccarico improvviso dell’unità cinetica muscolare. Benvenuti nel mondo misterioso e inquietante della traumatologia sportiva. Perché il corpo umano è una struttura forte e allo stesso tempo fragile e succede che a volte si rompe. VIDEO

di Martino Pinna Leggi tutto “La macchina fragile”

Nessun orto è lontano

Dalla nascita spontanea di orti condivisi, frutto di un percorso di confronto e di socialità generato dai singoli, alla proprietà collettiva di terreni agricoli della Partecipanza di Nonantola, lascito di una tradizione millenaria. Alcune dimostrazioni che c’è una alternativa alle due canoniche forme della proprietà, quella privata e quella pubblica.

di Lucia Maini, Antonio Tomeo e Davide Lombardi

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Paul Campani, l’incredibile storia del Walt Disney italiano

Tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento a Modena c’era la Paul film, casa di produzione per animazione e pubblicità dove, grazie al genio e alla matita del suo fondatore, Paolo Campani in arte Paul, sono nati personaggi come l’Omino coi baffi e Miguel. Erano gli anni del Carosello e in Emilia c’era un gran fermento grazie ad artisti come Secondo Bignardi, Max Massimino Garnier, Guido de Maria e Bonvi. Poi la Rai spense la famosa trasmissione serale e anche il sogno di Paul – che voleva far vivere il cartone animato italiano – andò in pezzi.

di Anna Ferri e Martino Pinna

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Sballo da debuttanti

Da una parte ci sono giovani donne in abiti da favola che strette ai cadetti ballano il valzer in una notte senza tempo. Dall’altra ci sono ragazze che hanno scelto la divisa e ogni giorno lottano per conquistare il titolo di ufficiale in un mondo che fino a pochi anni fa era solo maschile. Per entrambe il debutto in società passa dall’Accademia militare di Modena, anche se in modi diversi: alcune sfilando come damigelle, altre saltando in un cerchio di fuoco.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Mantovani, Anna Ferri.

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La legge crudele del più forte

Il più feroce tra tutti gli animali è l’uomo. Capace di trasformarsi in crudele predatore, è l’unico essere vivente a lasciarsi andare alle più efferate violenze per puro piacere. Esiste un legame – un link – tra le violenze su animali compiute soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza e successivi comportamenti criminali. In Italia, chi ha capito più e meglio questa stretta connessione che nei paesi anglosassoni è oggetto di rigorosi studi scientifici, è la malavita organizzata. Che utilizza la violenza su animali come palestra d’addestramento per i propri adepti.

di Eva Ferri, Davide Lombardi, Davide Mantovani

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Ma i figli continuano a farli solo le donne

Storie tra Emilia, Lazio e Lombardia di soprusi e violazioni quotidiane nell’applicazione della 194, la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Una legge che ha generato fin dalla sua approvazione contrapposizioni feroci. Su una sola cosa sono tutti d’accordo: in Italia chi fa figli non gode di alcun sostegno. Un reportage in collaborazione con Q Code Magazine.

di Giulia Bondi, Anna Ferri, Davide Lombardi, Isabella Colucci, Antonio Tomeo

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La realtà della morte

Da millenni filosofie e religioni si interrogano su cosa accade dopo la morte e offrono consolazioni a chi resta. Ma l’unica certezza raggiunta sul “dopo” è una (quasi) perfetta macchina organizzativa che gestisce la fase finale delle nostre esistenze. Ecco cosa ci succede una volta esalato l’ultimo respiro, in pratica.

di Martino Pinna

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A nord del confine, a est del sole

Si viaggia per allargare i propri confini, geografici e dell’anima. C’è chi è salito in bicicletta e ha deciso di attraversare continenti per raggiungere il tetto del mondo e chi le sue avventure è riuscito a trasformarle in un lavoro. Qualcuno ha sfidato le proprie capacità fisiche e altri i pregiudizi. E quando si rientra a casa, tornare alla propria vita non è facile. Perché qualcosa, dentro di te, cambia per sempre.

di Franco Giubilei, Lucia Maini, Martino Pinna

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Il velo di Dio

Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo.

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I cadaveri dei gay andrebbero bruciati perché gli organi donati fanno diventare omosessuali chi li riceve

Anche se in Italia non esiste una legislazione particolare sui diritti degli omosessuali, è meno complicato rispetto ad altri paesi UE ottenere asilo per motivi di discriminazione sessuale. Essere gay in molte nazioni è un reato grave punito dalla legge. In altre, come la Russia, una violenta cultura omofoba non è solo tollerata ma addirittura incentivata dallo Stato. Ecco alcune storie di ragazzi che in Italia stanno cercando di poter finalmente iniziare a vivere.

di Franco Giubilei, Davide Lombardi, Eva Ferri.

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Todo cambia

Eh sì, tutto cambia, perfino in una delle ultime roccaforti “rosse” dell’Emilia, Modena, che per la prima volta nella sua storia vedrà andare al ballottaggio il candidato sindaco del partito che governa la città dalla notte dei tempi. Quel che sta accadendo è una specie di telenovela di provincia, un romanzo popolare, che però racconta di un pezzo d’Italia che, lentamente e faticosamente, sta cambiando. Tutta la storia spiegata a chi di Modena non è, ma che qui può trovarvi una vicenda-simbolo dell’intero Paese, in bilico tra passato e futuro. Una co-produzione Converso e Q Code Magazine.

Di Davide Lombardi, Anna Ferri, Giulia Bondi, Davide Mantovani.

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E la chiamavano spazzatura

Dare agli oggetti una seconda vita potrebbe salvare il pianeta. Come? Riducendo le montagne di rifiuti nelle discariche e quindi l’inquinamento. Per farlo basta applicare le quattro erre: riciclo, riuso, riduzione e recupero, con un po’ di fantasia. C’è chi ha aperto un sito web dove barattare cose vecchie, chi trasforma abiti usati in pezzi unici e chi con la spazzatura ci fa musica.

Di Anna Ferri, Davide Lombardi, Lucia Maini, Davide Mantovani

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Pura razza italiana

Il razzismo? Con la crisi e l’aumento dei flussi migratori – nel mondo, non solo in Italia – è tornato di moda. Senza alcun pudore. Un problema, nel paese che ha conosciuto un passato di leggi razziali. Ma qualche immigrato non è d’accordo: gli italiani non sono razzisti. Basta essere il più possibile simili a loro.

Di Davide Lombardi, Mattia Rossi, Anna Ferri, Davide Mantovani, Martino Pinna

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La città degli animali

C’è chi lancia un programma di dating per pet lovers e chi da vent’anni insegna a cani e padroni a lavorare insieme. Ci sono le gattare, che danno da mangiare al loro bisogno di libertà. E persone disabili che trovano nell’equitazione una terapia d’amore. Storie di uomini e animali, al di là dei luoghi comuni.

Di Eva Ferri, Mattia Rossi, Davide Mantovani

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