Viaggio nel cuore islamico di Modena

Quanto e cosa sappiamo del Ramadan, il mese considerato sacro dai musulmani di tutto il mondo perché, secondo la tradizione, è durante questo periodo che il Corano venne rivelato al Profeta? Il nostro reportage nelle quattro comunità islamiche modenesi.

Gli ultimi giorni del Ramadan, mese di preghiera e digiuno per un miliardo e mezzo di musulmani di tutto il mondo, sono l’occasione per compiere un viaggio all’interno della comunità islamica modenese, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita, che orbita intorno ai quattro centri presenti nel territorio cittadino.

C’è una minoranza importante della città che silenziosamente compie il digiuno del Ramadan in una delle estati più torride degli ultimi 150 anni in pianura padana. Sono lavoratori, impiegati, commercianti, studenti e pensionati. Vengono dal Marocco, dalla Turchia, dal Pakistan e dalla Bosnia. Sono biondi e scuri, bianchi, neri e meticci. Durante il Mese di Ramadan non sono concesse distrazioni: senza clamore, i fedeli si organizzano per le preghiere e i riti comunitari conferendo alla città di Modena un aspetto unico, padano e mediterraneo, in qualche modo universale.

Dal 18 giugno al 17 luglio, i Musulmani di tutto il mondo hanno celebrato il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario musulmano di tipo lunare. Secondo la Tradizione Islamica è durante il mese di Ramadan che il Corano venne rivelato al Profeta Mohamed. Per i Musulmani è un periodo sacro di digiuno, preghiera e privazioni mondane. Il digiuno, “Sawm” in arabo, consiste nell’astensione dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dall’alba fino al tramonto di tutti i 29-30 giorni del mese di Ramadan e costituisce il quarto dei cinque Pilastri dell’Islam. Ciò significa che, salvo precise eccezioni, compiere il digiuno nel mese di Ramadan è una prescrizione per ogni musulmano. Anche il musulmano meno ortodosso che frequenta più le strade del centro storico e i rivenditori di alcolici rispetto alle “moschee”, con ogni probabilità, si asterrà dal bere e dal fumare, almeno in pubblico, durante il mese di Ramadan. Le eccezioni sono invece riportate nel Corano (Sura II, vers. 185) e riguardano le donne incinte e quelle con il ciclo, i viaggiatori, i malati, gli anziani, i bambini in età prepuberale, tutti esentati dal compiere il digiuno poiché, come recita il Corano:”Allah vuole per voi quel che vi è facile, non quel che vi è duro” (Sura II, vers.183).

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C’e’ una notte verso la fine del Ramadan, più sacra delle altre, che i Musulmani chiamano Laylatul Qadr: la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo. Secondo la Tradizione, la “Notte del Destino” cade in uno dei giorni dispari dell’ultima decade del mese di Ramadan. Pur non essendoci consenso unanime nel mondo islamico sulla data precisa, è consuetudine celebrare il Laylatul Qadr durante la 27esima notte di Ramadan, quest’anno nella notte fra lunedì 13 e martedì 14 luglio, in piena canicola. Per i Musulmani Laylatul Qadr è la notte in cui è iniziata la Rivelazione coranica completata poi in altri e successivi istanti della vita del Profeta Mohamed, vissuto nella Penisola araba a cavallo fra il VI e VII secolo e divulgatore dell’ultima e definitiva rivelazione all’umanità.
Un’intera Sura (la 97esima) composta da cinque versetti è consacrata alla Notte del Destino. “La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del loro Signore, per fissare ogni Decreto. E’ pace fino al levarsi dell’alba”, recita il Corano (Sura 97; vers. 3-5).

Durante il Ramadan si vive più la notte del giorno, quando al tramonto la comunità si raccoglie per celebrare la sospensione quotidiana del digiuno, “l’Iftar”, e compiere le orazioni comunitarie, fortemente consigliate nella religione islamica, soprattutto durante il Mese Sacro. Durante la “Notte del Qadr” ogni osservante è chiamato a pregare dal tramonto all’alba per espiare i propri peccati e onorare Allah. Una preghiera non-stop chiamata Tarawih che dura fino alle prime luci del giorno, intervallata soltanto dal Souhour, la cena collettiva consentita nelle ore notturne.

E’ dalla preghiera dell’Asr, quella del pomeriggio intorno alle 17:30 che nei quattro centri islamici modenesi comincia il fermento che precede i grandi momenti comunitari. Al Centro della Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è un via vai di fedeli sudati vestiti con tuniche immacolate che trasportano ampi vassoi pieni di datteri e brocche di latte, gli alimenti che compongono l’Iftar, la sospensione quotidiana del digiuno. Quando il sole tramonta, non ci si abbuffa né mai si esagera: i Musulmani mangiano in silenzio una manciata di datteri sorseggiando del latte prima di compiere le abluzioni e prepararsi alla preghiera del Maghrib, quella del tramonto, intorno alle 21.

FOTO / Notti di preghiera

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Per raccontare alcuni momenti di questo mese importantissimo per circa 1 miliardo e 800 mila persone nel mondo, abbiamo trascorso diverse ore con i membri di una delle comunità islamiche modenesi, quella di via delle Suore, in una notte – verso la conclusione della festa – che i fedeli considerato più sacra delle altre, la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo “Laylatul Qadr”, cercando di cogliere – seppur con lo sguardo inevitabilmente condizionato dalla nostra cultura occidentale – il significato profondo di questo momento per i membri di una comunità come quella modenese. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

L’Annuario del 2013 del Servizio Statistico del Comune e i dati Istat (gennaio 2014) riportano la presenza di 28,211 stranieri residenti su di una popolazione totale di 185,148 residenti nell’intero territorio comunale di Modena. Quasi un sesto della popolazione modenese è di origine straniera. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Marocco, con 3277 residenti, il Ghana con 2848 abitanti e la Tunisia con 1143 residenti. Ci sono anche 2383 residenti di origine albanese e 1120 cittadini nigeriani. Non esistono censimenti ufficiali in base al credo religioso. Una stima in base alla nazionalità dei migranti riportate nell’Annuario è però possibile: il Marocco e la Tunisia sono paesi al 99% musulmani, l’Albania è per circa un terzo islamica, il Ghana per un quinto. In Nigeria, invece, la metà della popolazione è di confessione musulmana. Fatti due calcoli, Modena conta circa 9050 residenti di confessione islamica, provenienti da più di 30 paesi: dal Maghreb ai Balcani, dal Mali all’Indonesia. Uno spaccato rappresentativo del miliardo e mezzo di fedeli di religione musulmana sparsi ai quattro angoli del Globo.

Il panorama dell’Islam organizzato modenese è frammentato sebbene non in conflitto. Esistono quattro luoghi di preghiera e di attivismo islamico in città e sono tutti dei “Centri culturali”. Non ci sono moschee a Modena: in Italia ne esistono soltanto quattro in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Si tratta di centri culturali ricavati da ex capannoni industriali, ristrutturati e adibiti a sale di preghiera, e diventati nel tempo il punto di riferimento per i musulmani del quartiere o della città. I Centri sono retti da associazioni senza finalità di lucro, i cui direttivi organizzano la vita religiosa dei fedeli e mantengono i rapporti ufficiali con la città.

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La Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è di gran lunga il centro islamico più popolato della città. Fondato da un gruppo di migranti di origine marocchina nel 1992 e ristrutturato nell’estate del 2013, l’edificio, un ex deposito per la legna, è di proprietà comunale. In un venerdì di preghiera, e in generale nei momenti più partecipati come le notti di Ramadan, il Centro riesce ad accogliere circa 3000 fedeli, grazie al suo vasto cortile ricoperto da tappeti orientali.

Questa parte della zona industriale della città si trasforma letteralmente in queste notti di Ramadan. Alle 20:45, poco prima del tramonto, ci sono ancora 35° gradi ma il Centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona. Le signore procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, seguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da station wagon dalle targhe obsolete e le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. A due passi dal Centro stazionano alcuni venditori ambulanti di frutta e verdura, immobili e in silenzio con il viso bruciato dal sole. Il tempo sembra rallentare sotto gli ultimi colpi di sole, l’aria rarefatta comincia a profumare di menta fresca e di limoni mentre le ombre degli uomini con il fez si allungano e l’Adhan, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Il contesto è molto arabo e popolare, con il piccolo suq improvvisato davanti all’entrata della “moschea”, potremmo trovarci benissimo a Fez o nella casbah di Algeri.

Nella “moschea” di via delle Suore, durante la “Notte del Destino”, non si riesce quasi a deambulare. Il ritratto del frequentatore medio è di nazionalità marocchina, di sesso maschile, intorno ai 30 anni e lavora in fabbrica. La Comunità Islamica di Modena e Provincia pur essendo visitata da musulmani balcanici e dell’Africa Sub-Sahariana è dominata da devoti di origine maghrebina, l’etnia prevalente in generale fra i migranti della città. “Ogni sera offriamo il pasto dell’Iftar a centinaia di fedeli, sono i giorni conclusivi del Ramadan ad essere i più faticosi ma sono anche i più importanti: è come quando scali una montagna altissima, gli ultimi metri sono sempre i più duri”, spiega Mustafa El Hobbi, dirigente della Comunità.

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Anche alla Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo si offre l’Iftar ai Musulmani. Più piccolo ma ben curato, il Centro di via Portogallo si trova al secondo piano di un edificio popolare ed è frequentato nei suoi momenti più partecipati da più di 400 devoti. La dirigenza è marocchina e appare composta da persone inserite socialmente e con un livello di cultura medio-alto.

Il Centro di via Portogallo è stato fondato nel 2007, a seguito di una scissione all’interno della Comunità Islamica di via delle Suore. “Una parte del Direttivo scelse di lasciare il vecchio Centro per aprire un nuovo spazio islamico in città, spazio che abbiamo regolarmente comprato”, dice diplomaticamente il presidente Adil Laamane, un padre di famiglia di origine marocchina, da oltre 20 anni a Modena, che parla un perfetto italiano tanto da usare termini quali:”Aneliamo ad una convivenza esemplare a Modena”.

Più raccolto, il clima alla Casa della Saggezza è meno caotico. Il suo interno si compone di una sala rettangolare per le preghiere, gli uffici per le riunioni, due aule per i corsi di arabo, un chioschetto con oggetti di culto in vendita e i sanitari con i classici lavabo bassi per le abluzioni, obbligatorie prima delle orazioni. Le donne hanno i loro spazi, sebbene angusti, dove pregare e riunirsi. I rappresentanti di questo Centro Islamico sembrano avere le idee chiare:”Collaboriamo da sempre con le istituzioni e le altre associazioni, lo scorso 25 aprile abbiamo partecipato alle commemorazioni per la Liberazione, insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Modena a cui siamo legati da forte amicizia. Per trasparenza e per farci capire dai non arabofoni, i nostri sermoni sono sempre tradotti in italiano, la lingua franca della nostra comunità”, dice Mohamed Riziki, responsabile culturale del Centro e sindacalista della Fiom-Cgil.

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A notte inoltrata ci rechiamo alla terza “moschea” di Modena, quella turca di via Munari, nel cuore della città, a due passi dalla stazione ferroviaria. La “Moschea Uli Cami” è un altro mondo ancora rispetto ai due Centri Islamici visitati in precedenza. I turchi hanno una forte identità nazionale e non sono un popolo arabo. Benché aperto a tutti i musulmani del multietnico quartiere che guarda alla stazione dei treni, l’impronta nazionale è dichiarata. Il Centro è infatti sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica di Turchia. E’ un istituto che esiste anche in altri paesi islamici. In Turchia il Ministero per gli Affari Religiosi si è rafforzato durante i governi guidati dall’AKP, il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” al potere dal 2002. Esso si occupa, fra le altre cose, di favorire lo sviluppo delle moschee turche e preservarne l’identità nazionale all’estero ed è molto attivo laddove la migrazione turca è forte, come in Germania per esempio.

A Modena abitano circa un centinaio di turchi, un’immigrazione regionale legata ai territori di Corum e Denizli. Una catena migratoria di stampo familiare dall’Anatolia cominciata alla fine degli anni ’70. “Il Ministero ci fornisce quasi tutto, il personale religioso per esempio: abbiamo due imam, un uomo e una donna”. Come nelle altre “moschee” della città, l’area delle donne è distinta da quella degli uomini ed esplicitamente delimitata da transenne, tendaggi o semplici cortine. Eppure in nessun altro Centro Islamico della città troviamo una imam donna, ovvero una religiosa riconosciuta che conduce regolarmente le preghiere. All’appartenenza nazionale e addirittura regionale si aggiunge anche una affiliazione politica che rende questo Centro unico nel panorama islamico modenese. E’ l’affiliazione dichiarata all’AKP, una formazione conservatrice di ispirazione islamica attualmente partito di governo in Turchia. “Il 90% dei frequentatori del Centro sono elettori o militanti dell’AKP”, dice apertamente Ozgur Ozcan, dirigente del Centro e presidente della sua costola giovanile, dal nome accattivante , “I Giovani Turchi di Modena”.

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Fisicamente la “Moschea Uli Cami” si presenta come un’abitazione privata al cui interno troviamo una piccola sala di preghiera ricavata da un grande salotto, un’aula per le riunioni, i sanitari e un piccolo cortile interno colmo di fedeli nella “Notte del Destino”. Anche qui offrono l’Iftar ogni sera a circa cento praticanti. Il Centro turco è sovraffollato, può contenere al massimo 150 persone ma la sua posizione strategica lo rende molto frequentato dai Musulmani del quartiere o di passaggio, soprattutto durante una notte di fede così sentita.

Il quarto e ultimo centro islamico della città si trova in via Alassio. Aperto lo scorso aprile e gestito da un gruppo di bengalesi e nordafricani, è poco più che una “Mussala”, una semplice sala per le preghiere.

Tutto il mese di Ramadan è pieno di benedizioni, preghiere, spiritualità e socializzazione religiosa. Ci sono, però, due momenti salienti e ravvicinati durante il mese sacro ai Musulmani: Laylatul Qadr, e l’Eid el-Fitr, la grande festa di fine Ramadan, celebrata una manciata di giorni dopo la “Notte del Destino”, quest’anno venerdì 17 luglio. La maggioranza dei musulmani sunniti, corrente maggioritaria nel mondo islamico, festeggiano fondamentalmente due grandi ricorrenze nel loro calendario: l’Eid el-Adha, la festa del sacrificio di Abramo, e l’Eid el-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

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A Modena, l’associazione “La Polivalente 87 – Gino Pini” in via Pio La Torre mette a disposizione da diversi anni il suo complesso sportivo, una struttura capace di accogliere i fedeli provenienti dalle grandi comunità islamiche della provincia, soprattutto da Carpi e Sassuolo. L’Eid el-Fitr è una festa religiosa di massa, un raduno multietinco. Oltre 3500 musulmani, donne e uomini, da Modena e provincia si sono dati appuntamento nella mattinata di venerdì 17 luglio per la celebrazione di fine Ramadan.

All’alba era già tutto pronto: la notte precedente i volontari della Comunità Islamica di via delle Suore, sede del più grande centro islamico della città, avevano allestito la sala con tappeti e predisposto all’esterno dell’edificio i banchetti di bibite, dolci e di materiale religioso. Erano in vendita anche bottiglie da mezzo litro riempite con “acqua santa della Mecca” a 2,50 euro.

Verso le 08:00 i fedeli arrivano alla spicciolata sotto i raggi del sole del mattino che anticipano una giornata di caldo tropicale. Alle 09 inizia la litania “Allahu Akhbar, la illaha illallah” ovvero “Dio è grande, non c’è Dio al di fuori di Dio”, che rappresenta la professione di fede al monoteismo islamico. L’interno della palestra è colmo di fedeli di varie nazionalità, raccolti in preghiera: fianco a fianco, spalla contro spalla, piede contro piede a rappresentare l’unità e l’uguaglianza dei credenti.

Alle 10,00 il sole produce effetto serra, il caldo dentro alla struttura si fa soffocante, non tira un filo di vento, le gocce di sudore scendono copiose solcando il viso stanco dei praticanti. Fuori dalla palestra, i salamelecchi fra fedeli abbondano con i musulmani in festa che si baciano e si scambiano doni e complimenti augurandosi a vicenda le migliori cose.

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Riconosciamo molti fedeli già incontrati durante la “Notte del Destino” presso il centro di via delle Suore, intenti a raccogliere lo Zakat el-Fitr, la tassa rituale di fine Ramadan a favore dei poveri:”La raccogliamo e la ridistribuiamo ogni anno, il senso è che almeno in questo giorno santo i poveri non siano costretti a chiedere l’elemosina”, spiega Youssef Amouiyah Vicepresidente della Comunità Islamica di Modena e Provincia.

E’ Mohamed Raoui, l’imam del Centro di via delle Suore, ad officiare l’orazione canonica che chiude il mese di digiuno. E’ interessante notare come in ogni “moschea” di Modena oltre alla separazione di genere, troviamo anche una rigida divisione di ruoli e funzioni all’interno delle comunità che richiama il principio laico di separazione fra potere spirituale e potere secolare: infatti, mentre l’imam si occupa esclusivamente di questioni religiose, di recitazione del Corano e di esegesi islamica, il presidente e i membri del direttivo dei centri islamici di Modena hanno ruoli amministrativi, di gestione e di rappresentanza davanti alle Istituzioni.

Il Ramadan e la sua festa conclusiva l’Eid el-Fitr è stata un’occasione per apprezzare da vicino la diversità insita nel mondo islamico in cui a fianco dell’adorazione nel Dio unico convivono culture e costumi nazionali specifici e ben radicati che anche qui trovano una loro versione. A fianco degli hijab castigati delle donne maghrebine con le mani dipinte di henné, c’erano i kounkhité, i foulard colorati delle donne dell’Africa nera; vicino ai kamis e ai fez del Marocco, c’erano i bazin gouba della Guinea e “il miglior vestito” di una comunità in festa.

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Un miliardo e mezzo di persone hanno celebrato in tutto il Mondo il Ramadan: hanno digiunato dall’alba al tramonto e pregato di notte per 30 giorni di fila, senza lamentarsi. Con loro c’erano anche i Musulmani di Modena, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita che orbita intorno ai quattro centri islamici presenti nel territorio cittadino. “Lo scopo ultimo del Ramadan è quello di riuscire a controllare il proprio comportamento e i propri pensieri al fine di superare l’aspetto più terreno della natura umana, finalizzando l’attenzione solo sul ricordo di Dio” spiega Hayatte Cheika, responsabile dei Giovani Musulmani di Modena, la costola giovanile della Comunità di via delle Suore.

Ma a dare un senso contemporaneo più laico e quasi politico a questa prescrizione religiosa che può apparire ai profani eccessiva, ascetica o fuori contesto, forse bastano le parole stampate in un pamphlet trovato presso la Casa della Saggezza. Un testo di “Partecipazione e Spiritualità Musulmana”, nota organizzazione islamica non profit di carattere nazionale a cui la “moschea” di via Portogallo è legata, e in cui si legge:”Il mese di Ramadan è anticonsumistico per eccellenza: si tratta di liberarsi dalle dipendenze artefatte e amplificate dalla società dei consumi, di autocontrollarsi e distaccarsi per diventare indipendenti e liberi al di là dei bisogni superficiali per volgersi ai bisogni reali, elementari, dei poveri e bisognosi”.

Gaetano Gasparini

Foto di Antonio Tomeo.

Cacciatori di tutto il Neolitico, unitevi!

Nei colli piacentini si è tenuto un festival preistorico capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica. Ma non tutti gli studiosi sono d’accordo nel rievocare la storia trasformandola in spettacolo.

“Spettacolarizzare” un sito archeologico pur di renderlo appetibile al grande pubblico (in modo da renderlo economicamente sostenibile) magari rinunciando a un po’ di rigore scientifico? E’ questa la domanda che si pongono gli studiosi rispetto a esperimenti come la “living history”, la rievocazione storica. Intanto, nei colli piacentini si è tenuta la sesta edizione di uno dei festival culturali più originali d’Italia – Preistorica – capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica.

A Travo, 6000 anni fa, tra le verdi colline della Val Trebbia e ai piedi dell’omonimo torrente, si insediò una comunità di cacciatori e raccoglitori. Era l’età della Pietra, il Neolitico, punto di svolta dell’Umanità, periodo in cui l’uomo cominciava a diventare sedentario, a coltivare i campi e a allevare il bestiame. Quel poco che sappiamo su quell’epoca, che precede di circa un millennio l’apparizione della scrittura in Mesopotamia, lo dobbiamo agli archeologi e agli archeotecnici che in base ai ritrovamenti hanno potuto ricostruire filologicamente un habitat neolitico e rappresentare il suo vissuto quotidiano.

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All’epoca la speranza di vita era di circa 30 anni e era in uso la poligamia. Il villaggio aveva una sua sovranità alimentare basata sull’economia di sussistenza. La comunità era composta da una trentina di persone distribuite in una decina di abitazioni. C’erano anche stalle e depositi agricoli. Si suppone che vigesse un sistema di divisione dei compiti. Ognuno svolgeva una propria funzione all’interno della comunità e l’uomo andava specializzando le proprie mansioni.

A Travo, oggi, all’interno del Parco Archeologico, sorge il villaggio Neolitico di Sant’Andrea, uno dei siti preistorici più notevoli d’Italia. Caratteristica principale del Parco è la conservazione in vista di parte delle strutture preistoriche messe in luce nel corso delle campagne di scavo svoltesi nell’area dal 1995 sino ad oggi. Dal 2010 sono visibili anche le ricostruzioni di alcuni edifici neolitici in scala reale, allestiti con materiali e oggetti copie di quelli realmente ritrovati in sito. E’ la combinazione fra scavi e ricostruzioni di habitat dell’epoca che conferisce al Parco tutta la sua importanza e il suo fascino. Nell’area del Parco, a fianco degli scavi, sorgono infatti due capanne neolitiche e una stalla ricostruite grazie alla perizia di archeologi e archeotecnici, chiamati anche archeologi sperimentali.

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Ed è proprio per decrittare il mistero di quei millenni remoti che archeologi, archeotecnici e rievocatori si sono ritrovati in Val Trebbia domenica 21 giugno, nel solstizio d’estate, al festival “Preistorica”, la prima kermesse culturale d’Italia interamente dedicata alla Preistoria giunta alla sua sesta edizione.

La manifestazione si propone di animare il villaggio ricostruito con le attività che occupavano le donne e gli uomini di una comunità sviluppatasi circa 4000 anni avanti Cristo. Per attirare e coinvolgere i visitatori, gli operatori del Parco, gestito da “Archeotravo” una cooperativa composta da quattro archeologhe, si sono inventati di tutto. Dai laboratori per l’infanzia in cui cimentarsi nelle produzioni artigianali dell’epoca alle visite guidate di notte, dalle conferenze e dai workshop specifici sulle tecnologie e le tecniche di costruzione, caccia e allevamento fino alla Living History.

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La Living History è una forma di sperimentazione scientifica, un nuovo modo di concepire la visita archeologica grazie alla rievocazione storica della vita quotidiana delle popolazioni antiche. E’ una disciplina già rodata e di successo in nordeuropea sin dagli anni ’80 e significa, per gli addetti ai lavori, calarsi letteralmente nei panni del personaggio che si vuole rappresentare, in questo caso un gruppo sociale dell’Evo Antico, la vita comunitaria e le relazioni sociali dell’epoca. L’obiettivo è mostrare al visitatore come vivevano in nostri progenitori attraverso la simulazione di varie situazioni e circostanze quotidiane: dalla preparazione e cottura degli alimenti alla cura dell’orto, dalle tecniche di scheggiatura e tessitura alla fabbricazione di vasellame e di punte di freccia in selce usate per la caccia.

Un archeologo, oggi, fa di tutto. Scava e analizza i ritrovamenti prevalentemente, ma se serve, si traveste. Luca Bedini ha 35 anni è di Modena, è laureato in archeologia, specializzato in Preistoria e fa l’archeotecnico. Il suo mestiere è sperimentare. Ricostruire gli oggetti rinvenuti dai suoi colleghi archeologi cosi come le tecnologie che hanno reso possibile la fabbricazione dei reperti un tempo funzionali alla vita quotidiana. Ha quindi competenze in campo archeologico, tecnologico e artigianale. Al festival si è occupato della lavorazione dell’osso con cui riproduceva delle spatole da ceramista, degli ami e degli aghi, tutti oggetti di uso comune in epoca neolitica. Stupisce sentire un ricercatore iperspecializzato come Luca dire sommessamente:”In alcune rievocazioni in costume, persone del pubblico mi hanno dato del travestito, del clown, il mestiere dell’archeotecnico è perlopiù sconosciuto e non è ancora valorizzato qui in Italia”.

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Anche se molti fra gli archeotecnici hanno una formazione e una cultura enciclopedica, la loro modalità di divulgazione fa storcere il naso alla comunità archeologica nazionale che predilige un approccio più tradizionale e rigoroso. “Il mondo accademico considera la Living history come para-archeologia, poco più che una pagliacciata”, si rammarica Luca.

Non che manchino iniziative strettamente tradizionali legate al Parco Archeologico per il pubblico più esigente e conservatore: lo scorso maggio si è tenuta un’importante conferenza regionale sulle “Scelte alimentari nella Preistoria” patrocinata dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici. Ma è attraverso la Living history e la rievocazione storica che il Parco Archeologico di Travo riesce ad attirare più pubblico e a fornire vari gradi di approccio alla materia in base al carattere più o meno profano del visitatore. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici non ha patrocinato “Preistorica” e ciò conferma la sfiducia dei vertici nei confronti delle sperimentazioni locali nate “dal basso”.

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Così studiosi iperspecializzati con un’altissima preparazione e elevate competenze multisettoriali vestono larghe tuniche di lino o di canapa e si truccano perché bisogna saper decifrare i segni del tempo ma anche rendere accessibile ai visitatori comuni un’epoca remota. A livello prettamente estetico i resti archeologici di un sito preistorico non possono certo competere con il colpo d’occhio che offre un anfiteatro romano, una Agorà o un tempio greco: Travo non può né vuole confrontarsi con Taormina, Agrigento o Paestum, per citare alcuni siti archeologici d’epoca classica.

Il fascino del sito di Sant’Andrea deriva anche dal contesto paesaggistico in cui si trova. L’area del Parco è da incorniciare, il villaggio ieri come oggi si trova incastonato fra le verdi colline della Val Trebbia solcate da un torrente limpido e balneabile. Negli Stati Uniti avrebbero valorizzato il Parco aprendoci a fianco un McDonald’s o inserendolo in un centro commerciale aperto ventiquattro ore su ventiquattro – sette giorni su sette. In Germania avrebbero invece classificato l’area come riserva protetta naturalistico-archeologica collegata al maggiore centro urbano con un servizio di navette a propulsione elettrica ogni quarto d’ora. In Italia la disciplina cugina e un po’ bastarda dell’archeologia, l’archeotecnica e la rievocazione preistorica in particolare, si trova ad un bivio: persistere con la Living history migliorando la qualità scientifica della rievocazione o ritirarsi dalle scene lasciando Parchi così specializzati come quello di Travo morire lentamente a causa della penuria di visite e ad un interesse e ad una “fruibilità culturale” non immediata se paragonata alla visita di un’Acropoli o ad un giro a Pompei.

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Nonostante tutto, di Parchi archeologici in Italia settentrionale che trattano l’epoca preistorica ce ne sono diversi: in Veneto c’è il Parco didattico-archeologico del Livelet vicino a Treviso, in Lombarda c’è il Parco Archeologico del Forcello a Mantova, in Trentino Alto-Adige il Parco Archeologico di Ledro a Trento e l’Archeoparco di Val Senales nei pressi di Merano, in Emilia il Parco Archeologico di Montale alle porte di Modena e, appunto, quello di Travo. Molti degli archeotecnici dei Parchi sopraccitati erano presenti al festival in Val Trebbia: più che competizione, nel settore si cerca infatti di fare fronte comune, condividere esperienze e scambiarsi buone pratiche. Così il Parco di Travo conta su di una fitta rete di contatti nazionali e internazionali. Da alcuni anni è membro di Exarc, una comunità scientifica attiva nel campo degli “Open air museums” con sede in Olanda.

Durante la “Living history”, davanti a centinaia di visitatori, gli archeologi descrivono la vita comunitaria mentre gli archeotecnici si esibiscono in dimostrazioni pratiche sul sapere tecnologico dell’epoca. Quest’anno sono giunti archeotecnici dalle Università di Modena e di Ferrara oltre che dal museo di Piadena e dal museo del Castello e quello del Sigillo di La Spezia.

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Per la riuscita del festival “Preistorica” risulta decisivo il contributo dei cosiddetti “Rievocatori”. Un rievocatore non è necessariamente un archeologo o un archeotecnico, è una persona che per passione aderisce a un’associazione dedita alla messa in scena del passato. A Travo c’era il gruppo del Cardium-Cinghiale Bianco, un’associazione ferrarese specializzata in rievocazione preistorica e celtica ma che si è misurata anche nella rappresentazioni di Unni e di Lanzichenecchi. Sono una trentina, fanno i vigili del fuoco, i pasticceri, gli impiegati; ci sono pensionati e studenti medi e universitari. Hanno il physique du rôle: molti portano i capelli lunghi, hanno le unghie sporche e usano soprannomi quali Cinghio, Epos, Nahé.

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“Faccio rievocazione perché mi permette di vivere un’esperienza profonda con la natura, con i grandi boschi e i grandi spazi, fare rievocazione implica elevare il proprio rapporto con la natura e di conseguenza con se stessi. Preferisco rappresentare i Celti o i popoli preistorici, società che secondo me vivevano in relazione con la Madre Terra. Non potrei mai incarnare un romano, per esempio”, dice Fabrizio Pirani, detto “Cinghio”, fondatore e presidente del gruppo. Gli fa eco Epos, che alla disciplina marziale romana preferisce l’armonia anarchica delle comunità primitive e che suggerisce un’interessante seppur vaga contrapposizione ideologica nel mondo della Living history:“La rievocazione dell’epoca primitiva riflette in pieno la mia indole e la mia personalità. I gruppi di rievocazione romana o napoleonica, per esempio, sono pieni di militari, poliziotti e forze dell’ordine in generale”.

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Fra spettacolo teatrale in costume e esperienza simbiotica con la natura le rappresentazioni dei rievocatori sono il pezzo forte del festival “Preistorica”, capaci di catalizzare l’attenzione del grande pubblico, delle famiglie, lasciando i più piccoli a bocca aperta davanti alla drammatizzazione della dura realtà nel Neolitico. I rievocatori conoscono le regole del gioco e anche se i loro costumi non sono filologicamente perfetti e rivelano talvolta anacronismi, evitano di indossare oggetti che contraddicono platealmente l’esperienza storica che cercano di rappresentare. “Ma la pataccata è sempre in agguato – nota Luca, l’archeotecnico modenese – come nelle feste celtiche dove talvolta i rievocatori vanno in giro con il corno alla cintura e altri clichés; anche l’uso dei materiali deve essere studiato meticolosamente, ci sono oggetti fuori contesto e anacronistici che possono minare la verosimiglianza delle scene”.

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La Rievocazione storica è quindi una cosa seria, una disciplina complementare all’archeologia tradizionale. Il problema è la credibilità scientifica, la sòla dietro l’angolo, il dilettantismo. La sfida è elevare gli standard della Living history, essere riconosciuti a livello accademico e reimpostare anche in Italia il modo di fare cultura, aprendo i cancelli degli scavi al pubblico, nel senso più largo del termine. Anche a costo di allestire un’area archeologica a parco giochi. Anche a costo di sacrificare un po’ la dimensione scientifica a beneficio di quella “ludico-didattica”, come la chiamano gli addetti ai lavori in questo gioco di equilibri anche linguistici che è diventata la divulgazione scientifica di massa.

testo e foto di Gaetano Gasparini

Il morto continua a camminare

La straordinaria epopea a cavallo tra gli anni 70 e 80 di un fotoromanzo come non se ne sono mai visti. Un’opera non meno maledetta del racconto a cui si ispira, “Il morto” di Georges Bataille.

A fine anni Settanta esce in Italia in un’edizione pirata “Il morto” di Georges Bataille. Si tratta di un racconto postumo che sviluppa alcuni dei suoi temi classici: l’erotismo, la morte, la trasgressione. L’artista modenese Daniele Lugli se ne innamora subito e insieme all’amico Paolo Montanari riduce in forma di fotoromanzo l’opera dello scrittore e filosofo francese. Da qui comincia la lunga odissea tra Italia e Francia per tentarne la pubblicazione. Nonostante all’epoca goda del pieno sostegno di personaggi come Roland Topor del Movimento Panico, il fotoromanzo resta ancora oggi inedito. La vicenda de “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Dopo due anni di tentativi, Lugli e Montanari gettano la spugna e si rassegnano a lasciarlo in un cassetto. E’ la resa. Invincibile. Come quella dell’intera generazione di cui hanno fatto parte.

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Lotta Continua del 20 gennaio 1978. A firma dei compagni “Jerry e Carlo” esce una recensione del racconto postumo di Georges Bataille, “Il morto”, appena tradotto in italiano in una versione pirata edita dalle misteriose “Edizioni del Sole nero” di Amsterdam. Anche se la figura del morto che dà il titolo al racconto aleggia su tutta la vicenda, la vera protagonista della storia è Marie, che fugge nuda dalla casa dove giace il cadavere di Edouard e finisce in un bar di paese dove si lascia andare ad eccessi di ogni tipo fino a ridursi a mero oggetto sessuale a disposizione degli avventori del locale. A un certo punto entra in scena un uomo che si presenta come ‘il conte’, la cui somiglianza col morto colpisce immediatamente Marie, convinta di trovarsi di fronte al suo fantasma. Insieme, il conte e Marie tornano nella casa del morto. Nel finale Marie si suicida, tagliandosi i polsi.

“Al centro de ‘II Morto’ – scrivono Jerry e Carlo pasticciando un po’ con la punteggiatura e le parole – è una esperienza dell’erotismo fatta sul limite e con la complicità di quella della morte; un’esperienza della morte che si esprime, si realizza in quella dell’erotismo. La frenesia di Marie che caca, piscia, vomita, balla, scopa sviene, ha qualcosa di inquietante, di profondamente vicino alle convulsioni di un moribondo”.

A rimanere affascinato da “Il morto”, dal radicalismo di uno scrittore e filosofo maledetto come Bataille, è anche il pittore, fotografo e videomaker modenese Daniele – per tutti semplicemente Denny – Lugli. Uno che oggi verrebbe etichettato come “artista underground” ma, all’epoca, in grado di intercettare, e vivere in prima persona, pulsioni e tensioni di una stagione, i Settanta, che hanno avuto una lunga coda esauritasi solo alla fine del decennio successivo. Non a caso, proprio nel corso dei primi anni ’80, Lugli sarà tra i protagonisti di uno dei più importanti – e misconosciuti – movimenti artistici di quegli anni: Retroguardia (al manipolo di artisti che ne hanno fatto parte, dedicheremo un prossimo articolo).

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“Nel 1979 ho letto il racconto di Bataille e ne sono rimasto entusiasta – racconta oggi – mi aveva colpito il fatto che fosse una storia con una progressione molto fredda, implacabile, fino all’inevitabile conclusione finale. Ho pensato subito che avrei voluto riproporla a mio modo”. Ed ecco arrivare l’idea. Bataille è autore di nicchia, per pochi, ma il fotoromanzo come genere tira come mai in precedenza: nella seconda metà degli anni Settanta, riviste come Sogno, Grand Hotel, le edizioni Lancio, raggiungono in Italia tirature di quasi nove milioni di copie al mese. Un anno dopo Lugli decide quindi di trasformare in un fotoromanzo, lettura popolare per eccellenza, un racconto estremo come “Il morto”. Impresa nient’affatto scontata perfino in una Modena decisamente più aperta della città borghese e conservatrice che è ora. Bisogna trovare “attori” disposti a farsi fotografare nudi, location dove girare scene passibili di “oltraggio al pubblico pudore”. Denny si rivolge così all’amico e collaboratore di sempre, Paolo Montanari, che si incarica di svolgere opera di arruolamento tra amici e conoscenti, morose ed ex morose, nonché ricercare persone disposte a offrire i loro ambienti per degli scatti “scabrosi”.

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“Con un po’ di fatica – racconta Montanari – sono riuscito a trovar tutto: posti e persone. Le scene iniziali ad esempio le abbiamo girate in un’osteria del centro storico di Modena durante la giornata di chiusura. Il titolare, un amico, era molto disponibile anche se non gli avevamo raccontato esattamente cosa volevamo realizzare. Quel giorno, mentre fotografavamo una scena di sesso orale, lui entra tranquillo e si trova davanti uno che se la spassa in mezzo alle gambe di Marie, che era poi interpretata da una mia ex morosa. Anni dopo, il poveraccio mi ha raccontato di aver rischiato l’infarto” conclude ridendo.

In una settimana circa, seguendo lo schema del minuzioso storyboard disegnato da Denny, gli scatti sono completati. Ci vorranno altri sei mesi però per svilupparli e stamparli. Infine, tutte le foto vengono incollate su pagine di cartocino nero seguendo una struttura di vignette ispirata alle tavole di Valentina di Guido Crepax. Una spessa copertina tiene insieme tutte le tavole. L’originale del fotoromanzo è pronto per essere proposto agli editori per un’eventuale pubblicazione. C’è solo un piccolo problema: l’opera di 44 pagine, oltre ad essere in edizione unica, pesa circa sette chili. Un vero e proprio bagaglio a mano al quale, per essere trasportato, vengono applicate anche due solide maniglie.

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Da sinistra a destra, Lugli e Montanari oggi, mentre tengono in mano il fotoromanzo da “sette chili” tratto dal racconto di Bataille.

Qualche mese prima che Lugli e Montanari concludessero il loro fotoromanzo, Vincenzo Sparagna ha fondato insieme a Filippo Scòzzari e Stefano Tamburini, Frigidaire, rivista di fumetti e attualità che, grazie alla presenza di uno straordinario gruppo di talenti tanto creativi quanto trasgressivi, si caratterizza come “un contenitore in cui stivare materiali presi dai luoghi più disparati e sorprendenti, quasi alieni e perturbanti, come fosse un frigorifero”. Il successo è immediato: le vendite si stabilizzano intorno alle 20 mila copie. Tantissime. Come i problemi economici che da subito affliggono la creatura di Sparagna. Infatti, “la società filo-socialista – ovvero filo-craxiana – Quadratum, che ha messo il capitale iniziale per pagare i collaboratori e si è fatta garante presso cartiere e stampatori del credito necessario per far partire l’avventura, si accorge subito che la rivista non ha nulla a che spartire con il proprio milieu sociale e politico di riferimento”. Sparagna deve sborsare 200 milioni per liquidarla.

La parentesi è importante perché è proprio a Frigidaire che Montanari e Lugli, allora poco più che ventenni, si rivolgono in prima battuta per piazzare “Il morto”. Prendono appuntamento con Sparagna e si recano col loro malloppo in redazione, a Roma, dove assistono in diretta a una delle leggendarie litigate – per soldi naturalmente – tra il direttore e Andrea Pazienza, uno dei principali collaboratori.

“A Sparagna il nostro fotoromanzo piacque parecchio – ricorda oggi Lugli – e ci propose di pubblicarlo come supplemento di Frigidaire. Una soluzione che però, gasati dal fatto di aver incassato un sì al primo tentativo, non ci convinceva del tutto. I supplementi infatti venivano stampati sua una carta di scarsa qualità, tipo quella dei quotidiani. In più era chiaro che non avremmo visto un soldo dalla pubblicazione su Frigidaire. Quindi ci lasciammo con l’accordo di risentirci, dopo averci pensato un po’ su”. I due tornano a Modena convinti che “Il morto” è destinato a percorrere il viale del successo. Piace. Si tratta solo di trovare l’editore giusto. Provano con Gremese, casa editrice romana fondata nel 1977 e all’epoca specializzata in cinema, teatro e televisione, nonché detentrice dei diritti delle opere di Bataille. E lì si scontrano per la prima volta con quello che sarà il leit motiv di tutti i successivi tentativi: “Il morto” o è troppo porno o lo è troppo poco. Come nel caso de “Le ore” di Milano – storica rivista erotica che sempre nel ’77 ha virato decisamente verso l’hard – alla quale propongono l’opera. Che viene appunto rifiutata perché troppo casta. E troppo intellettuale.

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Tutte le porte sembrano chiudersi davanti a “Il morto”. Poi d’improvviso, la speranza si riaccende. A Modena, per presenziare a una mostra, viene invitato Roland Topor, illustratore e scrittore francese che insieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky è tra i fondatori del movimento surrealista “Panico”, caratterizzato in tutte le opere e le performance prodotte dai tre, da un taglio irriverente, violento e grottesco. I due scoprono in quale albergo è alloggiato e riescono a recapitargli un bigliettino da visita con stampato su un lato uno scatto dal fotoromanzo. Sull’altro, un messaggio. Questo: “Nous vendons cauchemars, si vous êtes intéressé venez à minuit devant de l’Academie”. Vendiamo incubi, se siete interessato venite a mezzanotte davanti all’Accademia. Che sarebbe poi la storica accademia militare di Modena che ha sede nel Palazzo ducale, in piazzale Roma, pieno centro storico. Allo scoccare della mezzanotte, puntuale, Topor si presenta all’appuntamento accompagnato dalla moglie. Lugli e Montanari sono lì ad aspettarlo con il librone in mano. Passano tutta la notte a bere, chiacchierare e a discutere de “Il morto”. Che a Topor piace. Molto. Promette loro di aiutarli a pubblicarlo in Francia. E, per quel che gli sarà possibile, manterrà la promessa fatta a questi due ragazzini modenesi “spacciatori” d’incubi.

Nell’aprile 1081, Lugli e Montanari si recano a Parigi coi loro sette chili sotto braccio. Il primo tentativo lo fanno con Dominique Leroy, libraio parigino che nel 1970 ha fondato l’omonima casa editrice specializzata in fumetti e romanzi erotici. Poi Topor li mette in contatto con Jean Jacques Pauvert, anch’egli titolare di una storica casa editrice, la quale, oltre a Bataille, è nota per pubblicare testi dimenticati, censurati e marginali. Pauvert è disposto a dare alle stampe “Il morto”, ma l’ex moglie di Bataille, Sylvia, si rifiuta di cedere i diritti. “Non tanto per il nostro fotoromanzo – spiega Lugli – che non ha mai nemmeno visto, ma perché stanca di veder ridotte a pornografia pura le opere del marito. Nonostante le pressioni di Pauvert, Sylvia non cede”. Se nemmeno Topor riesce a farli pubblicare, il destino del morto sembra segnato. Dopo due anni di tentativi andati a vuoto, Lugli e Montanari gettano la spugna, dedicandosi ad altri progetti artistici all’interno del movimento della Retroguardia.

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“Il morto” si conferma così una storia maledetta e la versione made in Modena del duo ancora oggi deve vedere la luce. Di visionabile esiste solo il video, che pubblichiamo oggi in prima assoluta, in cui gli scatti del fotoromanzo sono riprodotti in sequenza con le voci recitanti degli attori che presero parte alla realizzazione del progetto. L’unico altro tentativo compiuto di riduzione per immagini del racconto di Bataille è del 1987, ad opera della video artista sperimentale americana Peggy Ahwesh, col suo “The deadman”, anche questo visibile integralmente in rete.

La vicenda del fotoromanzo “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Ma anche, a suo modo la rappresentazione scenica della bellissima utopia di un’intera generazione: quella irriverente e trasgressiva formatasi negli anni ’70 che proprio in Emilia – a Bologna ma non solo – ha avuto uno dei suoi centri nevralgici. “Anche se la nostra riduzione è dei primissimi anni ’80 – ricorda Lugli, oggi sessantenne – è chiaro che questo lavoro, come tutti quelli successivi nella Retroguardia, culturalmente è legato ai fermenti del decennio precedente. Allora io ero vicino a Stampa Alternativa, la casa editrice romana fondata nel 1970 da Marcello Baraghini sull’esempio delle Alternative Press anglosassoni. Come in molti altri posti, anche a Modena e in tutta l’Emilia si respirava un’aria molto vivace. Si faceva controcultura, controinformazione, portavamo qui gruppi di rock alternativo fin dalla Germania. Per dire, a Rubiera, nel reggiano, nel 1974 venne organizzato un festival rock sul modello dei ‘Festival del proletariato giovanile’ promossi dalla rivista ‘Re Nudo’ di Andrea Valcarenghi. La cosa curiosa è che a darci una mano, per esempio permettendoci di utilizzare il loro ciclostile, erano i socialisti, in una città come la nostra dove il Partito Comunista era assolutamente egemone. Poi tutto quella vivacità, quel caos creativo, questo divertimento folle – perché sì, soprattutto ci divertivamo un sacco – fu pian piano inghiottito dai canali ufficiali, quelli del Comune o delle varie associazioni giovanili dell’epoca. E così venne normalizzato”.

Di quella straordinaria utopia – pornografica rispetto a qualsiasi tentativo di intruppamento ideologico o, ancora di più, alla progressiva omologazione che ha marginalizzato fino a rendere insignificante qualsiasi visione alternativa – non resta più niente. Ma è l’Italia di oggi il vero cadavere, molto di più di quanto lo sia il fotoromanzo di sette chili che riposa nella polvere della casa studio di Denny Lugli. Eppure, si sa, la storia non si ferma. E non è detto che sotto la cappa di immobilismo e grigiore che ammorbano l’Emilia e l’intero paese, qualcosa – per adesso ancora invisibile – si muova. E forse, da qualche parte sotto le ceneri, lo spirito di questi vecchi ragazzi sessantenni continua a risplendere. The king is dead, long live the king! Anche se non ce ne accorgiamo, il morto continua a camminare.

Davide Lombardi

Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via

Un lungo reportage sentimentale lungo la via che da 2200 anni racconta la storia dell’unica regione che fa da “nord del sud e sud del nord”.

Quasi due terzi degli emiliano-romagnoli abitano, vivono, lavorano, mangiano e dormono nell’area segnata dai 262 chilometri della via Emilia. “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli. La via Emilia è l’Emilia. Una regione unica – “il nord del sud e il sud del nord”- che da sempre ha fatto da collante all’Italia intera. Grazie a una raccolta di crowdfunding, grazie all’aiuto di due “esperti” incaricati di far tappa nei bar lungo la strada per stabilire quale siano #imiglioribardellaviaemilia, abbiamo ripercorso l’antica strada consolare romana da Piacenza a Rimini. Un viaggio picaresco per scoprire cosa ne è oggi, dopo 2200 anni, di una delle strade definite di recente da un quotidiano inglese (a dire il vero, più esperto di tette che di viabilità) “una delle venti più interessanti al mondo”. Un reportage che ben presto si è trasformato in un tour sentimentale, in qualche modo iniziato oltre trent’anni fa, di traverso all’Emilia – in definitiva una gran signora – e la sua via.

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FOTO / Emilia Ritrovata

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Dopo oltre duemila anni in cui è stata un’arteria pulsante di storie, persone, vite e leggende, oggi la via Emilia non è altro che un “non luogo” attraversato quotidianamente da anonimi automobilisti interessati esclusivamente a percorrere nel più breve tempo possibile la tratta da un paese all’altro? Sì e no. Il reportage fotografico di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

Un ricordo personale a mo’ di aperitivo: la mia prima Emilia, la Ducati (che si fa a Bologna) e i possibili usi alternativi di un quotidiano

Il mio primo contatto importante con la via Emilia risale a 35 anni fa. Giugno 1980: neanche il tempo che la scuola chiudesse i battenti e già eravamo pronti alla partenza su due vecchie Ducati passate di mano un’infinità di volte. Destinazione Cesena. “Dove – ci aveva assicurato un amico che la sapeva lunga – da giugno a settembre assumono tanta di quella gente per raccogliere mele che non farete neanche in tempo ad arrivare in Emilia (a parte Rimini, per chi non abita da queste parti, tutta la Romagna è Emilia) che vi trovate già con una cassetta in mano a tirar giù frutta”. Entusiasmo alle stelle per un viaggio già leggendario prima ancora di compierlo e, insieme, la possibilità di guadagnar quattro palanche. Una micro orda barbarica di quattro ragazzotti dalla profonda provincia veneta in sella a due Ducati Scrambler. Insieme alla Harley la moto sessantottina per eccellenza, bellissima e fragile.

Infatti poco dopo Bologna, alla Scrambler di Curio, sulla quale viaggiavo come passeggero, parte la biella. Giusto il tempo di uscire dall’autostrada e infilarsi sulla via Emilia dove, miracolo! sul ciglio della carreggiata troviamo una corda di tapparella. Ci attacchiamo a rimorchio degli altri due, Panetta ed Enzo, per arrivare fino a Cesena. Con quel pazzo di Panetta che in certi tratti tira anche fino a 90. Magari in sorpasso. E neanche il casco a proteggerci in caso di incidente. Ce l’avevamo a dire il vero ma, non essendo obbligatorio, non poteva assolutamente reggere il confronto con la bandana tipo gli easy rider Peter Fonda e Dennis Hopper. Così, ancora non so quale santo devo ringraziare se oggi sono qui a raccontarla, la via Emilia.

Le Scrambler sono una gamma di moto prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.
Le Ducati Scrambler sono state prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.

Comunque alla fine ci arriviamo alla meta. Pausa in un bar dove Curio si infila nel cesso – il termine non è casuale – a sciacquarsi le ascelle che nell’ultima ora in coda a Panetta gli è venuto giù un niagara di sudore; io invece lo seguo perché dalla paura c’è mancato poco me la facessi addosso. Mi libero lì di tutta la tensione accumulata e solo a missione compiuta mi accorgo che, per le operazioni conclusive, il bar mette a disposizione dei propri clienti solo il Resto del Carlino tagliuzzato in tanti riquadri di 10×10 cm appoggiati con ordine in un incavo del muro. A dimostrazione che un quotidiano, il giorno dopo, può avere altri usi oltre a quello di “incartare il pesce” reso celebre da Luigi Pintor.

L’avventura emiliana – romagnola in realtà, ma noi non lo sapevamo – fu tanto intensa quanto breve. Un tizio in un bar ci disse che per la raccolta eravamo in anticipo, bisognava aspettare fine giugno, o luglio. E avventura finita con largo anticipo: senza più soldi, dopo quattro giorni si decise per il precipitoso rientro a casa.

Del ritorno, ricordo solo una notte in una spiaggia di Cervia infilati nel sacco a pelo a mummia e zanzare grandi come tafani. Tanto da costringerci per riuscire a dormire a utilizzare finalmente il casco. Un look da bacelloni spaziali degno de “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel. D’accordo, Cervia non si trova sulla via Emilia che è la splendida protagonista di questo reportage, ma è pur sempre Emilia (Romagna, in realtà).
Trent’anni dopo, in Emilia ci sono venuto ad abitare. Ma quella strada lunga e diritta, la SS 9, resta una sconosciuta anche per chi risiede da queste parti.

La SS9? Un’entità astratta che nessuno conosce davvero, neanche gli emiliani

Non si può dire che il trasloco dal Veneto barbaro di muschi e nebbie” a una delle perle attraversate dalla via Emilia, Modena, abbia arricchito la mia conoscenza dell’antica strada romana tracciata ormai duemiladuecento anni fa dal console Emilio Lepido. Sono già sette anni che vivo da queste parti, ma la via Emilia, la Strada Statale 9, quella lunga striscia d’asfalto lunga 262 chilometri da Rimini a Piacenza, nel suo insieme resta un’entità astratta. C’è, ma né io né altri la percorriamo mai nella sua interezza. Nemmeno chi è nato e vive qui da sempre la conosce davvero, se non per brevi tratti locali.

Per spostarsi lungo l’asse emiliano-romagnolo, dal 1964 c’è l’Autostrada del Sole fino a Bologna, dal 1969 l’Adriatica dal capoluogo fino ad Ancona. Anche se la distanza è di soli 48 chilometri da un centro all’altro, pochissimi modenesi per raggiungere Bologna si avventurerebbero lungo la via Emilia. Intasata di traffico locale senza neanche un briciolo della fighetteria di una superstrada di serie A, è impercorribile nelle ore di punta e parecchio incasinata nelle rimanenti, almeno fino a notte fonda. Da Modena, più comoda da raggiungere invece Reggio, ma solo grazie alla relativa vicinanza: 33 chilometri. Ecco, 20 o 30 chilometri possiamo considerarli la distanza massima per cui abbia ancora senso scegliere la via Emilia per muoversi. Per chilometraggi superiori, c’è il casello più vicino.

Se la via Emilia è una vecchia signora decadente e un po’ bolsa, è tutta colpa degli Agnelli e della loro Fiat 600

Dopo due millenni di onorato servizio, l’autostrada ha di fatto declassato a un aggregato di segmenti locali, ad arteria di serie B, quella lunga linea retta che sarebbe la via Emilia. A posteriori, c’è da dire però che il suo destino era già segnato quando nel 1955 Fiat lanciò sul mercato la 600, la prima vera macchina popolare, capace di raggiungere i 95 km/h e venduta al prezzo di 590.000 lire, venti mensilità del salario di un operaio. Fu un successo incredibile finanziato da una montagna di cambiali degli italiani. Biciclette, vespe e lambrette cominciarono a essere sostituite dal nuovo mezzo, decisamente più impattante sugli spazi e sul traffico rispetto alle due ruote. Una preoccupazione del tutto prematura, all’epoca.

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Pur di potersi appropriare di quel simbolo di un benessere finalmente a portata di mano – racconta Enrico Menduni nel suo libro “L’autostrada del Sole” – “la gente faceva docilmente la fila davanti ai saloni dei concessionari, grandi come ministeri, si sottoponeva a lunghissimi tempi di prenotazione; si cercavano raccomandazioni autorevoli per guadagnare posti nella lista d’attesa, si pregustavano scampagnate e gite al mare con la famiglia o, magari, in più lieta compagnia. L’Italia, insomma, era pronta per le autostrade”. E ciao ciao a Emilia e alle sue sorelle consolari.

Breve storia del socialismo a trazione agricola e della sua inevitabile sconfitta

Tanto che si può datare l’inizio della sua fine al 19 maggio 1956, con la posa della prima pietra della futura Autosole. A dire il vero qualcuno tentò inconsapevolmente, al tempo, di “salvarla”, opponendosi all’onda montante di asfalto e lamiere. A storcere il naso nei confronti del nuovo sogno così “americano” degli italiani ci provò inizialmente il Partito comunista che, comprensibilmente, diffidava del consumismo ritenendolo uno spreco di risorse e una distrazione dall’impegno sociale. Alla motorizzazione individuale il PCI preferiva la superiorità sociale del trattore, elemento «che unificava città e campagna, operai e contadini», come in Unione Sovietica.

La maggior parte degli edifici della sede produttiva e amministrativa storica delle Reggiane, è attualmente in stato di abbandono. Fonte immagine: Archeologiaindustriale.net

A Reggio Emilia, la storica fabbrica metalmeccanica “Reggiane” progettò e realizzò un proprio trattore da contrapporre all’automobile – mezzo marcatamente borghese – per dimostrare di “esser pronti a un diverso modello di sviluppo”. Pragmaticamente, considerato che la 600 entrò nella lista dei desideri di operai e contadini non meno di qualunque italiano, la via del socialismo a trazione agricola fu presto abbandonata. Consegnando però la regione tutta e la via Emilia al suo fatal destino. Fatto oggi di un paesaggio segnato da orridi capannoni, molti dei quali in evidente stato di decomposizione (si sa: c’è la crisi), case coloniche diroccate, brevi tratti di campagna coltivata – sopravvissuta alla colata di cemento che ha forgiato la nuova Italia tra i Sessanta e i Novanta – a fare pendant con ciclopici parcheggi di altrettanto mastodontici centri commerciali. Infine, qualche coraggioso ancora di casa sullo stradone che, non fosse per la toponomastica, non di distinguerebbe più da qualsiasi altra Statale di qualsiasi regione della pianura padana.

Un trattore parcheggiato sulla via Emilia
Un trattore parcheggiato sulla via Emilia

Quella via Emilia che non si fila mai nessuno, oggi come tanti secoli fa

Stiamo parlando naturalmente della via Emilia extra-urbana. Perché per la via Emilia vanno considerate almeno tre tipologie viarie tra loro profondamente differenti: quella fighetta dei centro città che attraversa tutti i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Ferrara e Ravenna; la via Emilia D.E.P. – a “Degrado Estetico Progressivo” – quella della periferia urbana man man che ci si allontana dal centro; infine la via Emilia dura e pura, quella che una volta era campagna nuda dove – spiegava Francesco Guccini in apertura di un brano dedicato a Modena in un suo famoso album live del 1984 – “c’era veramente il west, il west sognato visto in diecimila film. E anche un west reale, il west dei nostri campi, dove noi andavamo a giocare agli indiani e ai cowboy e poi dopo un pochino più grandi andavamo con le nostre amichette a giocare”.

Quest’ultima, la tipologia di via Emilia un tempo campagnola, verace e popolare, è quella che non si fila mai nessun viaggiatore, irrimediabilmente catturato dalle luci sfavillanti dei centri storici delle città allineate lungo la strada romana. Da sempre. Come racconta lo scrittore François Maximilien Misson nel suo “Nouveau Voyage d’Italie” pubblicato per la prima volta nel 1702: “Lungo la strada [da Bologna verso Modena] si vedono campi coltivati e viti sostenute da alberi disposti a scacchiera. (…) La vista è sempre limitata dalle fronde degli alberi e questo rischia di diventare noioso per i viaggiatori”. Sostituite viti e alberi col paesaggio contemporaneo descritto in precedenza, e il gioco è fatto: tra una città e l’altra il viaggio, oggi come allora, potrebbe sembrare – a un occhio poco attento – un po’ una palla. A movimentarne la monotonia, poteva almeno consolarsi all’epoca Misson, “milioni di mosche luminescenti che riempiono [all’imbrunire] le siepi e i campi. Gli alberi e i campi ne sono ricoperti e tutta l’aria brilla per la loro luce. Questi piccoli insetti sono chiamati lucciole”. Magari non a milioni, ma verso sera lungo la via Emilia di “lucciole” se ne incrociano ancora parecchie, all’ingresso di Bologna pure in pieno giorno, anche se non sono esattamente le stesse tanto apprezzate da Misson e da altri viaggiatori.

Appartamenti in vendita lungo la via Emilia
Appartamenti in vendita lungo la via Emilia

La via che dà il nome a tutta la regione è un gran pezzo di strada

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente uniformità del paesaggio della via Emilia, percorrere anche oggi tutti quei chilometri da Piacenza a Rimini è un’impresa che vale ancora la pena. E non solo perché oltre il 60% degli abitanti della regione risiedono in città e paesi attraversati da questa lunga striscia d’asfalto (il dato è della metà degli anni ‘80, probabilmente la percentuale è aumentata). “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli: la via Emilia è l’Emilia. La sua sintesi, o un concentrato, se vogliamo. Per secoli l’aorta di un’intera regione. L’unica al mondo ad aver preso il proprio nome da una strada. L’unica che porta un nome di donna, e anche piuttosto diffuso: sono 121.417 le italiane a chiamarsi così, senza considerare la variante “Emiliana”. Curiosità: la regione dove il nome è più comune è la Lombardia (22,8% del totale) seguita dalla Campania. Le Emilie d’Emilia sono invece 5,1% del totale, solo al sesto posto nella classifica. Si capisce: chiamarsi così qui può risultare un tantinello ridondante.

Un vecchio casale lungo la SS9
Un vecchio casale lungo la SS9

Ma non solo. Anche senza voler minimamente piegarsi a logiche di campanile – visto che io nemmeno sono emiliano – l’Emilia-Romagna è senza dubbio una regione particolare. Che è stata giustamente definita il “sud del nord e il nord del sud”. In pratica, da oltre duemila anni a questa parte, l’anello di congiunzione ininterrotto tra il nord Italia, l’antica Gallia cisalpina, e il resto della Penisola. Ventidue secoli che hanno visto passare per questa strada consolare la cui prima pietra venne posata nel 187 a. C. per congiungere l’avamposto romano di Piacenza con Rimini e, da lì, la capitale attraverso la già tracciata Flaminia, genti e popoli da tutta Europa. Non sempre con intenzioni benevole. Questa condizione particolare, di essere “uno spazio geografico e umano” indubitabilmente padano ma anche proiettato verso il centro lungo la dorsale appenninica e la riviera adriatica, autorizza – ha scritto Edmondo Berselli in “Quel gran pezzo dell’Emilia” – “a sostenere che l’Emilia, con le sue estensioni fin verso Pesaro, è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Per dedurne poi come conclusione non fallace che gli italiani compresi nei suoi labili confini costituiscono un popolo di iper-italiani”.

Se aggiungiamo infine che l’Emilia rossa è stata per qualche decennio un mito di efficienza amministrativa coniugata alla fama, molto più antica a dire il vero, di terra parecchio godereccia, ce n’è abbastanza per dedicare tutta la nostra attenzione all’Emilia, anzi, alla strada che le dà il nome. Che nonostante i suoi tanti tormenti contemporanei, resta comunque un gran pezzo di strada.

Una delle strade più interessanti del mondo? Sì, secondo il quotidiano inglese a cui piacciono le tette

A questo punto però, è bene ribadirlo una volta per tutte: la via Emilia è caratterizzata solo in piccola misura dai centri storici delle tante città che attraversa. Come ha scritto la poetessa Giulia Niccolai a proposito della SS 9, “non è tanto la meta che qualifica il viaggiare, quanto il cammino stesso o comunque, hanno entrambi lo stesso valore. (…) Il viaggio è diventato tortura e penitenza, buco nero, vuoto che si cerca di attraversare il più in fretta possibile”. Succede tutti i giorni lungo la via Emilia: se proprio si è obbligati a percorrerla, l’obiettivo è arrivare alla meta lasciandosi alle spalle il più presto possibile il suo concentrato di brutture di cemento e gas di scarico. Quasi quasi, meglio far finta che non esista.

Una tipica pagina 3 del Sun. Non esattamente il New York Times

Come ha fatto in un recente articolo tal Lisa Minot del Sun – quotidiano inglese di Rupert Murdoch famoso soprattutto grazie alle procaci bellezze in topless ospitate in terza pagina (ancora per poco, pare) – per poter inserire la via Emilia tra le venti strade più interessanti al mondo. Per altro attribuendole, con un lapsus che sembra quasi voluto, una lunghezza di 110 chilometri: saltando da un casello autostradale all’altro, quel che rimane nello sguardo di Minot è un puzzle di immagini da cartolina. Come se la via Emilia, e perciò la regione intera, si risolvesse tutta nella prospettiva generosa offerta da piazza Maggiore a Bologna. O piazza Garibaldi a Parma. E via così.

L’altra via Emilia, quella dei capannoni smisurati e delle campagne impolverate, delle puttane e dei camionisti, dei benzinai e dei bar da un caffè al volo, non merita nemmeno la dignità di un proprio chilometraggio. Scorre via senza un punto che sia uno su cui fermare lo sguardo. Non esiste, appunto. E’ quella parte dimenticata che nessuna guida turistica segnalerebbe mai. Quella che invece siamo andati a scoprire noi.

Noi che in Emilia siamo stranieri per davvero come l’impiegato comunale Watanabe di Akira Kurosawa

Noi che siamo diversi dagli autoctoni, per cultura e formazione. Cosa significhi essere “stranieri” qui l’ho capito un giorno chiacchierando con una collega, modenese d.o.c. Per me che sono lombardo-veneto per nascita, cultura e formazione appunto, lo Stato e le sue istituzioni, giù giù fino a quelle locali, non sono altro che un Moloch distante e del tutto indifferente alla mia sorte come individuo. Un’entità kafkiana che chiede tantissimo offrendo poco o niente in cambio, una tragica e quotidiana determinazione reale della finzione cinematografica di un film come “Vivere” di Akira Kurosawa.

Eccone la trama in breve: scoperto di avere un tumore, l’impiegato comunale Watanabe, decide di rendersi utile alla collettività dedicando gli ultimi mesi di vita a un’iniziativa seria. Superando mille ostacoli burocratici, passando di ufficio in ufficio, si dà da fare per risistemare un parco giochi per bambini abbandonato nel disinteresse di tutti. Sarà questa la sua eredità. Watanabe muore prima del giorno dell’inaugurazione in cui i colleghi ubriachi giurano di vedere in lui esempio da lui. Le madri dei bambini pensano al loro benefattore. Il sindaco, abilmente, si prende tutto il merito dell’iniziativa e del suo successo. Poco cambia: il giorno dopo è tutto dimenticato. Un altro impiegato ha preso il suo posto in ufficio e di Watanabe non si parlerà mai più. Detto altrimenti: lo Stato, se non mi è nemico, certamente non mi è amico. Diffidenza e sfiducia sono la cifra del nostro rapporto. Reciprocamente.

Watanabe

Per la mia collega modenese invece, “ciò che il Comune decide di fare è nell’interesse dei cittadini. Io almeno inizialmente mi fido che il bene comune sia stato l’obiettivo primario di qualsiasi decisione. Se poi non è così, o la scelta si rivela sbagliata, sono pronta a contestarla. Ma il primo sentimento è di fiducia”. Eccola lì, la transustanziazione in carne e sangue del mito emiliano del buon governo. Che arriva – o arrivava, ultimamente mi pare decisamente appannato – fino a Bologna, alla Regione. Un’unica filiera “rossa” che dai comuni più piccoli passando per le provincie si articolava senza soluzione di continuità fino alle torri color avorio dell’architetto giapponese Kenzo Tange, sede della Regione.

Il passato: quando l’isola rossa in un mare bianco ebbe l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente

C’è una ragione storica in questa specificità tutta emiliana che a lungo ha prodotto risultati universalmente riconosciuti come eccellenti. La spiega bene Edmondo Berselli: “L’idea di un compromesso a suo modo storico tra l’egemonia comunista e la realtà delle classi borghesi nasceva dalla consapevolezza che l’Emilia era un’isola rossa in un mare bianco, la rivoluzione non era alle porte, che c’erano le condizioni per creare benessere e distribuirlo: «Compagni» disse Togliatti ai funzionari comunisti «qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente, con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al fronte reazionario che i comunisti sono capaci di far star bene il popolo.».”

Palmiro Togliatti con Nilde Iotti.
Palmiro Togliatti con Nilde Iotti

In due parole, il modello emiliano – oggi in caduta libera, inceppato in sodalizi storici tra gli eredi del PCI, fondazioni, cooperative ormai tali solo nel nome e un buon numero di imprese che sotto l’ala protettiva del partito ha prosperato – è questo qui. Un modello che però oggi ha perso il proprio smalto, assumendo semmai, il sapore della conservazione. Della difesa a spada tratta dell’esistente visto che, nonostante la crisi l’abbia toccata pesantemente, l’Emilia resta ancora uno dei pilastri economici del Paese. Per fortuna. Ci sono eccezioni a macchia di leopardo naturalmente, come dappertutto, ma pensare che il sistema-Emilia possa ancora proporsi come locomotiva d’innovazione, dai, non ci crede più nessuno. Nemmeno gli emiliano romagnoli, che infatti hanno punito alle ultime elezioni regionali del dicembre scorso gli eredi del partito egemone da sempre (e parte imprescindibile del “modello”), eleggendo sì, come accade dal 1970, il candidato “di sinistra”, ma con un’affluenza degli elettori alle urne appena del 37,71%. Una débâcle storica impensabile solo fino a qualche anno fa.

Il presente: di eccezionale in Emilia resta poco. Sic transit gloria mundi

Per quanto mi riguarda, posso dire che i sette anni trascorsi in queste lande non hanno modificato i miei giudizi, o pregiudizi, che dir si voglia. Lo Stato (anche nelle sue istituzioni locali) resta una controparte, perfino quando assume la faccia paciosa e bonaria, tanto da risultare quasi un’incarnazione di uno stereotipo, di quello che fino all’anno scorso è stato il sindaco di Modena, Giorgio Pighi.
Non dubito che in passato il modello emiliano abbia prodotto grandi risultati, e che la sua fama fosse meritata. Non so. Non c’ero. Mi fido.

L'ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons
L’ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons

Ma oggi che non esiste più alcun avversario col quale misurarsi per dimostrare la propria bravura o eccezionalità; oggi che la parola “comunista” fa venire in mente al più le quattordici scissioni vissute dalla sua nascita nel ’91 dal partito che ritiene di essere erede di quell’ideologia, Rifondazione; oggi che la socialdemocrazia non sa nemmeno da che parte girare la testa per definire un proprio modello credibile, l’omologazione, verso il basso, ha sopito qualsiasi eccezionalità emiliana. Forse verranno tempi migliori, per l’Italia e per l’Emilia-Romagna. O forse no, non torneremo mai più quelli che eravamo. In fondo, si potrebbe anche farsene una ragione: “sic transit gloria mundi”.

Il tramonto della leggendaria Emilia rossa e il ritorno collettivo a certezze prepolitiche

Proprio perché “stranieri”, per evitare in quanto tali di essere accusati di non conoscere a fondo queste terre e le loro genti, ci siamo fatti accompagnare nel nostro tour alla scoperta della via Emilia da due insider – o fixer come si dice in gergo giornalistico – due emiliani d.o.c, Ilmo Malagoli e Marco Balugani. Tappe del viaggio: i bar lungo la Statale. Uno ogni 10/15 chilometri circa. Scelta non casuale né dettata dalla faciloneria. Piuttosto, il tentativo di avventurarsi in quei luoghi dove le persone ancora si incrociano, giocano a carte, discutono, commentano le notizie dei giornali, chiacchierano, ricordano, litigano, bevono e mangiano. Attività quest’ultima che da questi parti ha valenza liturgica, tanto l’han menata e la menano sul cibo, dal maiale al parmigiano, dal cappelletto e poi giù giù, fino alla piadina romagnola.

Fino a sconfinare, a sprezzo del ridicolo, nella santificazione dello Chef Maximo del momento, Bottura da Modena. Rispetto al quale ogni volta mi domando: ma chi mai ci andrà a mangiare nella sua chiesa con i prezzi cardinalizi che c’ha, nonostante l’umiltà del nome, Osteria Francescana? Da tempo assurto all’Olimpo il divino Pavarotti, la scranna di celebrità locale la occupa oggi il papa della cucina molecolare. Una star globale per palati fini, al quale però bisogna riconoscere una notevole comprensione del genius loci e dello spirito del tempo, tanto da prestarsi a una “splendida lezione sulla cucina e sullo stile di vita italiano” in una location nazional popolare come il Grandemilia, mastodontico centro commerciale for the masses giusto sulla via Emilia, tra Modena e Rubiera, dove appena qualche settimana fa il nostro si è esibito in un “live cooking” cucinando un memorabile: “Ricordo di un panino alla mortadella”.

Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia
Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia

Un piatto – ha spiegato – “che vuole essere un ricordo dei miei quattordici anni, quando mia mamma mi correva dietro e mi metteva nello zaino il panino alla mortadella da portare a scuola. Oggi vuole essere invece un ricordo per il vostro palato”. Ad ascoltare la sua lezione (e successiva degustazione, al solito molecolare per dimensioni) una folla che agli incontri politici delle feste dell’Unità non riescono più a tirar su neanche sfondando le balle dei militanti storici a colpi di sms, nemmeno se arriva un ministro con tanto di tessera Pd appuntata in fronte. A meno che non si tratti di una vecchia gloria come Bersani, Matteo in persona (per lui, che ha i modi informali di un amico, basta il nome, come per Silvio), o di qualche gnocca del suo governo: Boschi in testa. Che col tramonto della leggendaria Emilia rossa, la sensazione è quella di un collettivo ritorno a certezze prepolitiche. Le sole rimaste a poter vantare una indiscussa fedeltà alla linea e percentuali di gradimento bulgare: “pan, parsot, figa e lambrosc”.

Gli “Emilia bar lovers” a caccia del miglior cappuccino e spritz offerti dalla via Emilia

A questo punto però, prima di addentrarci nei dettagli di questo tour sentimentale e picaresco tre decenni dopo la mia prima comparsata in terra emiliana, occorre fare una digressione sui nostri fixer, Marco e Ilmo, autoproclamatisi per l’occasione “Emilia bar lovers”. Tappa dopo tappa, bar dopo bar, assaggiando ogni volta un cappuccino e un spritz per stabilire quale sia “il miglior bar della via Emilia”, incaricati di agganciare nella nostra rete baristi e avventori. Per cercare di capire attraverso questi, che tutti i giorni sulla Statale ci bazzicano, ci lavorano, ci vivono e – immagino – ci tirino giù santi e madonne, che cos’è oggi questa via lunga e diritta. Nemmeno Ilmo e Marco come compagni di viaggio sono stati una scelta casuale. Rappresentano, la specifica è di Ilmo, “quell’altra” Emilia. Quella che con le cartoline del Sun e le brochure pro Expo non c’entra un fico secco ma che da queste parti ha storia e dignità, volendo per forza trovargli delle radici, almeno dagli indiani metropolitani bolognesi del ’77, se non da prima: Modena si fa vanto un po’ a sproposito di esser stata negli anni ’60 la capitale del beat italiano; la Romagna è storica terra d’anarchici, e via così.

Da sinsitra a destra, Ilmo e Marco
Da sinistra a destra, Ilmo e Marco, gli Emilia Bar Lovers

Ilmo presenta un curriculum d’artista underground di tutto rispetto, forte di un’intima adesione a una cultura che – son parole sue – “schifa tutto ciò che di solito piace di questi posti, i suoi innumerevoli stereotipi”, dalla passione per i motori, all’idolatria per il maiale, alla filosofia in veste festivaliera (a Modena, a settembre). Una tipologia d’emiliano che trova la propria identità nello sberleffo, nell’irrisione e nell’irriverenza rispetto a tutto ciò che viene considerato rappresentativo del genius loci e perciò, per antica consuetudine, immediatamente istituzionalizzato e incapsulato dal sistema (centri sociali e ambienti underground compresi, di solito ospitati in locali messi a disposizione dal comune): da quel totem di lardo e carnazza che è il superzampone di Castelnuovo Rangone, al recente revival del beat sempre a Modena, con concerto in Piazza Grande dell’Equipe 84 – i posti a sedere in prima fila rigorosamente riservati alle autorità – che del beat conserva un tasso di trasgressione pari a quello di Giovanni Allevi al concerto di Natale in Senato.

Insomma, Ilmo è uno di quelli per cui l’eredità di “di un panino alla mortadella”, il suo “ricordo”, si sostanzia al più in un residuo organico. Quello su cui il suo amico Federico, altro modenese dal baricentro spostato, c’ha fatto un oggetto di culto per pochi, pochissimi, adepti: il calendario della merda. Fotomontaggi creativi basati su stronzi veri fotografati in tutto il loro primitivismo materico.

Emilia paranoiaca, dove “il nemico vero è là, è là che se la spassa e inventa un’altra tassa”

Se Ilmo è l’esteta, Marco invece tra i due è quello dall’anima più politica. Insomma, a suo modo. Secondo Ilmo è un fiero rappresentante de “L’Emilia paranoica”, quella sospettosa, intimamente partigiana e istituzionalmente “contro”, anch’essa forte di una tradizione notevole. Ma soprattutto, di una base musicale di tutto rispetto. Quella dagli indimenticabili “CCCP” di Giovanni Lindo Ferretti

Emilia di notti, dissolversi stupide sparire una ad una,
Impotenti in un posto nuovo dell’ARCI.
Emilia di notti agitate per riempire la vita,
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire.
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità,
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore,
E non sei tu, e non sei tu,e non sei tu.
Emilia paranoica. Emilia paranoica. Emilia paranoica!

Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia
Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia

o della Paolino Paperino Band, gruppo punk rock modenese con la quale Marco ci ha tampinato (alternandoli ai bolognesi de “Lo Stato sociale” e ai “Ministri”, band milanese di rock alternativo) da Piacenza a Rimini nel camper affittato per il tour.

Ogni domenica è un rituale darsi pugni e farsi male siamo gente un po’ così.
Otto ore sono pese in officina con le frese per pagare la cucina…
Domattina vado in banca per pagar le rate della casa e il mutuo della Golf…
Ma mi prende troppo male mi incazzo e poi mi dico,
almeno c’ho un nemico qualcuno da pestar.
Noi abbiamo queste sciarpe blu,
arrivan quelli con le gialle son nasi rotti e calci… nelle palle.
Ci diamo i pugni sulla testa ogni domenica è una festa
ma poi torna il lunedi e la rata è sempre lì.
Ma il nemico vero è là, è là che se la spassa inventa un’altra tassa.

I due “Emilia bar lovers” ci son sembrati subito i giusti compagni d’avventura. Come noi, “frammenti di marginalità umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista” (e alla sua borghesissima variante contemporanea). Del resto, come scriveva Giovannino Guareschi da Fontanelle di Roccabianca, nel parmigiano, “quando il sole martella le zucche e il grande fiume scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire”. Pur senza giungere alle conclusioni dell’autore di Don Camillo sull’incidenza del meteo sulla salute mentale degli emiliani, del clima di queste parti – afoso d’estate e umido d’inverno – si lamentano un po’ tutti, da sempre.

“Sono alfin giunto a Bologna dopo un diabolico viaggio fra nubi di polveri e sotto la sferza di un sole cocente” appunta Lord Byron nel 1819 nelle sue “Lettere dall’Italia”. Sempre parlando di Bologna, “una delle più belle e grandi città d’Italia” scriveva invece il prete e scrittore del XVII secolo Richard Lassels: “Sarebbe una città adatta per trascorrervi l’estate, se l’aria non fosse così insalubre”. In sintesi, come recita il ritornello di “Rol”, hit in dialetto di un gruppo rock della Bassa reggiana, le “Cagne pelose”:

E se d’isté tan tir mi l’fie
e d’inveren at sela gli ungi di pé,
atse a Rol, Rol,
Rol, Rol!
Rol cl’e che in dla basa.

(e se d’estate non tiri neanche il fiato,
e d’inverno ti si gelano le unghie dei piedi,
sei a Rolo,
Rolo che è qua nella Bassa).

E buon viaggio in Emilia. Senza nostalgia, con occhio cinico e presente, ma con lo stesso “piacere di un tempo, quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia, e poi si partiva in tre o quattro, in macchina, in mezzo alla nebbia”. A noi piace così.

Marco in posa sulla via Emilia
Marco in posa sulla via Emilia

I bar da “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e quelli invece “adatti a far battute”. In mezzo: the Chinese connection

I nostri bar sulla via Emilia non sono stati quelli dei centro città. Quelli eleganti e quasi sempre “arricchiti da un tocco unico e personale”. Quelli per una clientela dello stesso livello, da centro, che schifa roba tipo la brioche scongelata per colazione anche senza scivolare sulla classica Luisona di Stefano Benni, la “decana delle paste” da bar sport. Quei locali che in alternativa a caffè e cappuccino propongono “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e “dissetanti vitaminici”. Quelli che per mantenere tirato a lucido l’intelletto dei propri clienti mettono a disposizione mica solo la Libertà a Piacenza, la Gazzetta di Parma a Parma, quella di Reggio a Reggio e via dicendo – insomma, i giornali locali – ma La Repubblica, il Corriere e perfino La Lettura, domenicale di libri e cultura del quotidiano milanese. “Perché vi trovate qui e non al bar di fronte?” abbiamo chiesto a Castelfranco Emilia a un crocchio di anziani seduti in un locale decisamente più scrauso giusto di fronte a un raffinato bar “da centro”? “Noi ci troviamo qui ogni mattina – han risposto – perché questo è un bar adatto alle battute, quell’altro è per fighetti”. E giù risate.

adesivi

E nemmeno gli “Emilia bar lovers” han potuto marchiare coi loro adesivi “bar consigliato” i locali della cintura periferica delle città. Anche se spesso i nomi sono accattivanti perfino per accalappiare eventuali turisti – “Bar Emilia”, “Bar Romagna” fino a un classicissimo “Bar Sport” – a gestirli son quasi tutti cinesi. Che, vuole la leggenda, a suon di contanti hanno rilevato i bar di periferia dagli antichi gestori, lasciando tutto intatto, perfino la clientela che dopo l’iniziale sconcerto per il cambio di gestione è ritornata a occupare i tavolini di sempre. Ma gli eredi del Celeste Impero non si fanno intervistare. Usando sempre la stessa motivazione: “non parlo bene italiano”. Una scusa probabilmente. O forse, una vendetta consumata a freddo per la storica scarsa prossimità coi compagni emiliani, che han sempre guardato più all’Unione Sovietica che alla Cina di Mao.

Via Emilia periferica
Via Emilia periferica

Emilia anno zero. E per fortuna che su tutto veglia la buonanima di quel santo di Padre Pio

No, i bar nei quali abbiamo tappa sono quelli della terza via Emilia. Quella più di strada, più popolare, più d’occasione, da outlet di cappuccini e spritz. Posti per lo più senza storia perché, a parte i locali eredi di qualche antico posto di cambio dei cavalli, l’anno zero per questi tratti della Statale 9 coincide con i ’60 o giù di lì, quando sulla sterminata campagna emiliana han cominciato a piovere milioni di metri cubi di cemento. Tanto che più d’un bar precisa nell’insegna la propria data di nascita: Bar Santi, dal 1976.

Così come accade per ogni regola, va da sé che anche questa via Emilia presenti le proprie eccezioni. Come il bar “da Romano”, dal 1936 “passione per la gente”, locale che coniuga, ci spiega il titolare, “tradizione e modernità”. Per colazione, propone la formula americana del “all you can eat”: si può mangiare tutto quel che viene messo a disposizione pagando un prezzo fisso, 5 euro, in teoria fino allo svenimento. Il posto è curato e cool, il titolare pure. Insomma, roba da centro. E infatti, è in centro anche se tra il cartello d’inizio e di fine del territorio comunale sono meno di due chilometri. Siamo a Cadeo, seimila abitanti frazioni comprese, in provincia di Piacenza. Un paese aggrappato alla sua main street come una di quelle cittadine di provincia americane che si vedono nei film. Un posto come “da Romano” non sfigurerebbe affatto anche in un centro storico di qualsiasi città capoluogo. A restituire alla location la sua dimensione pop, tra la via Emilia e il west, si incarica a pochi metri dal dehors laterale del locale una statua di Padre Pio a grandezza naturale.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

Un’icona perfetta per la via Emilia che più amiamo. Anche se giustamente Ilmo lamenta che anche la parte più fighetta, quella da guida turistica che intenzionalmente abbiamo snobbato cassando dalla nostra mappa tutte le “eccellenze” che puntellano la strada, non è meno Emilia. Disquisizioni, elucubrazioni e sottigliezze da pedanti. La giustificazione filosofica dell’esistenza stessa della via Emilia così come è oggi, delle sue trasformazioni, perfino delle sue brutture, contraddizioni e incongruenze, ce la offre su un piatto d’argento (si fa per dire naturalmente, da questi parti tira molto di più la plastica) Francesco, titolare di un anonimo bar tabacchi poco dopo Parma con tanto di forme di Parmigiano – rigorosamente in pvc – piazzate sul bancone: “Dà da mangiare a tanta gente”. Come in fondo è da sempre. E punto. Tutto il resto è pedanteria.

Totò Riina presidente del consiglio. Candidature alternative: oltre al sempiterno Mussolini, anche Hitler, Pol Pot, Stalin e Mao Tse Tung

Di Emilia rossa, sulla SS 9, se ne incrocia poca. Anzi, dovessimo basarci solo sulla nostra esperienza, fossimo marziani piombati direttamente da un’altra galassia, dovremmo pensare che l’Emilia ha un cuore nero. Non che noi la si sia buttata in politica. Ma le poche volte che è venuta fuori, su iniziativa personale di qualche cliente o barista, ha sempre assunto toni che non ti aspetteresti da queste parti. Storia a sé fa naturalmente il tratto tra Forlì e Forlimpopoli, pochi chilometri a nord di Predappio, in Romagna. Da quelle parti abbondano in più d’un bar memorabilia di Mussolini, dalle targhe di metallo vintage con frasi celebri del genere “Vincere e vinceremo” fino a un busto di Rosa Maltoni, mamma di Benito e, per ferma volontà del duce stesso, rappresentazione nel corso del Ventennio della donna italiana ideale.

Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it
Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it

Ma se è noto da tempo che da queste parti ci han fatto un business sui nostalgici del fascismo, più preoccupante è il fatto che di fronte alla crisi economica e alla sfiducia generalizzata nei confronti della classe politica, nell’aria si respiri una certa voglia di affidarsi alle presunte virtù taumaturgiche di un uomo solo al comando. “Bene che vada, siamo rovinati” attacca un anziano in un bar appena fuori Modena. Per concludere addirittura che l’Italia e gli italiani sono talmente incasinati che per risollevarci servirebbe che qualcuno creasse una specie di Frankenstein composto da pezzi “nobili” ricavati da Stalin, Hitler, Pol Pot e Mao Tse Tung.

Mentre nel corso del nostro viaggio qualcun altro invoca con scarsa fantasia il ritorno in vita dello “zio Benito”, il top lo raggiungiamo in un bar ristorante poco fuori Faenza, con un tizio, romagnolo d.o.c., che vorrebbe come presidente del consiglio Totò Riina, uno che – ci spiega – “ha fatto anche del bene”. E se sulle presunte benemerenze di Totò ‘u curtu appare un po’ confuso nelle argomentazioni, risulta inamovibile la sua convinzione che con Riina a Palazzo Chigi i vantaggi economici per il Paese sarebbero notevoli: “Lo stato è mafioso uguale, ma Riina ci costerebbe meno”. E una qualche alternativa compresa all’interno dell’arco parlamentare, no eh? Macché, “è l’ora di tirarci nella fronte a quella gente lì”. E problema risolto.

Notte sulla via Emilia 1. Quando Slot machine e puttane, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime

La via Emilia di notte sta a quella di giorno come lo yin (nero) sta allo yang (bianco). E’ abitata da popoli diversi. Se di giorno non è impossibile vedere una mamma con carrozzina uscire dal cancello di casa con comodo accesso direttamente sulla Statale per affrontare lo stretto pertugio tra il guard-rail e la carreggiata intasata da Tir e automobili; se dopo i fasti del sabato sera, la domenica mattina il traffico si placa fino quasi a estinguersi permettendo così ai ciclisti di cimentarsi nella pedalata in coppia (odiatissima dagli automobilisti), la notte è il momento in cui Slot machine e prostitute, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime. Che, dopo una giornata a farsi il culo a produrre, un po’ di svago è indispensabile. Le Slot sono presenti in molti bar, sempre rigorosamente accompagnate dal più ipocrita dei cartelli, appeso a norma di legge: “Se il gioco diventa un problema puoi chiedere aiuto”.

Fonte immagine: CougarLicious via photopin (license)

A dire il vero, anche se sono un buon affare per i gestori, non tutti i baristi le vogliono. A volte possono contenere anche migliaia di euro di giocate finendo per accendere gli appetiti di qualche delinquente, professionista o anche uno scalzacani. Può sembrare un controsenso, ma se proprio si ha la sfortuna di finire in mezzo a una rapina, meglio imbattersi nei primi. Me lo assicurava anni fa il membro di una banda di rapinatori professionisti agli arresti domiciliari nella comunità per recupero di tossicodipendenti dove lavoravo. “Se sono professionisti – mi spiegava col puntiglio dell’esperto – sanno quello che fanno e hanno interesse a fare il lavoro il più velocemente e nella maniera più pulita possibile. Tu esegui alla lettera quello che ti ordinano e non succederà un bel niente. Prelevano e se ne vanno. Invece il dilettante, il cane sciolto, magari il tossico che ha bisogno di farsi una dose, è imprevedibile, nervoso, ha più paura di te. Di quelli bisogna stare attenti” ammoniva.

Non solo ho mai vissuto una simile esperienza e spero sinceramente di risparmiarmela per tutto il resto della vita, ma non è andata altrettanto bene a più d’un barista lungo la via Emilia che, ci raccontano, dopo aver subito una rapina ha deciso di rinunciare agli introiti delle Slot. Detto questo, se è pur vero che il “crimine non dorme mai”, raccontare che di notte la Statale 9 sia una specie di Far West senza ordine né legge, per quanto narrativamente affascinante, sarebbe semplicemente falso.

Notte sulla via Emilia 2. Immancabilmente, “fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu

Invece, la nostra notte in tour lungo la Statale è stata solo divertente. Tra bar “open 24 h” in cui si praticano improbabili karaoke e sfrenate danze con qualche anziano umarell a far da spettatore dopo una giornata – immaginiamo – spesa a controllare l’andamento dei lavori in corso di qua e di là dalla via Emilia. Con giovani leoni a tentar, forse, di farsi belli esibendosi con voce stentorea sulle note di “Certe notti” del Liga, tanto per fare “un po’ di cagnara” in “quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu”. A ballare in mezzo ai tavolini però, c’è giusto un’attempata ragazza che gli “Emilia bar lovers”, con il piglio sicuro dei conoscitori della materia, battezzano subito come ‘cougar’, termine gergale per etichettare “donne mature che si comportano come predatrici sessuali nei confronti di uomini notevolmente più giovani”. E chissà se la serata è finita in gloria per tutti. Ce lo auguriamo. Per loro.

Gli Emilia Bar Lovers
Gli Emilia Bar Lovers

Naturalmente le notti in Emilia possono andare ben oltre simili esibizioni così marcatamente naif da scivolare nello sdolcinato. O nel romantico, a seconda dei punti di vista. Da almeno dieci anni a Bologna, mi spiegano Ilmo e Marco mentre ce la raccontiamo accomodati sui divanetti del camper, va sempre forte il Decadence, “estrema espressione di eleganza e diversità”. In pratica, una serie di eventi organizzati in posti sempre diversi e, a quanto pare, frequentati da un numero enorme di persone, con “concerti, musicisti, scrittori, spettacoli di burlesque e fakirismo, performance di body art, body modification e fetish, lezioni di bondage e installazioni di video estremamente rari, relativi a tematiche di nicchia”.

In sintesi, ambienti sadomaso e fetish aperti a tutti, a patto si rispetti – mi insegnano un termine nuovo che nella mia ingenuità non conoscevo – il ‘dress code’. Insomma, il look, l’abbigliamento. Esser vestiti di nero, possibilmente con capi in pelle, è il minimo sindacale per ottenere il visto d’ingresso. In jeans e camicetta si resta fuori, al palo. Confesso che la cosa mi incuriosisce e volentieri ci farei una capatina per un reportage. Salvo realizzare che l’unica cosa nera che possiedo è una maglietta in maniche corte con la scritta Sony ben visibile sul petto, una di quelle raccattate aggratis a qualche evento promozionale. In pratica, per il servizio dovrei spendere una cifra per adeguare il mio armadio al ‘dress code’ dell’ambiente. Mi sa che dovrò rinunciare.

Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia
Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia

Afa e nebbia saranno anche schifose, ma abbiamo belle donne sempre generose”, con le ossa grosse e un guizzo libertino nello sguardo

Una cosa a cui non ho rinunciato in questo tour sentimentale lungo la via Emilia, è stato ammirare almeno con lo sguardo le bellezze locali. Forte del viatico fornitomi sempre dalle Cagne Pelose da Rolo:

“Stofeg, fumana, sarani schifosi
ma gom dal beli doni semper generosi”

Circolano diverse leggende sulle emiliane. Tra le più note, vi è quella che siano costituzionalmente di “ossa grosse”. Annotazione anatomica per giustificare, penso, una certa abbondante formosità di fianchi e seno dovuta probabilmente più alla storica passione per il porco e derivati che a una improbabile peculiarità etnica. Naturalmente la faccenda vale più per il passato. O per le contemporanee belle di periferia. Quelle del centro ormai hanno del tutto perso certi tratti caratteristici. Grazie, o colpa, di una dieta globish rigorosamente bio, vegana, attenta alle combinazioni alimentari, amante delle crudité e via rinunciando, giorno dopo giorno, ai piaceri garantiti da salami e prosciutti. La fama di libertine invece, anche questa storica, resta inalterata. Almeno a dar ascolto a Manuela, la mia amica del sexy bar e dell’annesso negozio di biancheria intima, intimissima diciamo pure, in centro a Modena, a un tiro di schioppo dalla sagrato del Duomo e dalla via Emilia, che mi assicura essere rimasto costante nel tempo l’interesse delle signore della Modena-bene per i suoi prodotti. A più d’una delle quali, giura, “ho salvato il matrimonio” grazie ai giusti ritocchi all’abbigliamento intimo.

“Ci sono in Italia città – scriveva nel 1756 un certificatore indiscutibile come Giacomo Casanova – dove ci si può procurare tutti i piaceri che l’uomo sensuale trova a Bologna, ma in nessuna parte li si ottiene così a buon mercato, né così facilmente né così liberamente”. Sempre della Bologna papale, annotava Stendhal nel 1817, “i preti tollerano la libertà dei costumi, altrimenti le frecciate impedirebbero a loro stessi di goderne”. Una libertà che andava oltre i confini bolognesi fino a disegnare un caratteristico tratto emiliano, almeno a dar ascolto allo storico francese e monaco benedettino del XVIII secolo, Casimir Freschot che, a proposito di Reggio, scriveva: “Non so se sia per il clima, ma l’amore conta tanto nella città di Reggio che essa si potrebbe definire un’Isola di Venere (…). Le donne hanno sguardo vivace e così pronte ad afferrare tutte le occasioni per conquistare i cuori, che nessuno può loro sfuggire”.

VIDEO / I migliori bar della Via Emilia

Ecco che mi parte la penna in una ingiustificabile invettiva contro le donne. Ma solo quelle del centro, quelle più belle, che no, non sono le fate

Per quanto mi riguarda, an ghe gninta da fer, non c’è niente da fare, le emiliane mi piacciono così: con le ossa grossa e con quel guizzo libertino negli occhi. Caratteristiche che ormai conservano con rigore filologico solo le eredi di certi tradizioni popolari, quelle fedeli alla linea del lardo e al socialismo da balera. A dire il vero, è anche che le fighette centrine, bellissime e fatte con lo stampino, uguali a Modena come a Londra o Berlino, non soddisfano minimamente il mio gusto estetico, sempre più convinto della verità del motto proustiano che invita a lasciare “le belle donne agli uomini senza immaginazione”. Nel corso del nostro tour mi sono platonicamente innamorato almeno in un paio di occasioni. La prima volta di una cameriera di un bar incrociato nel parmigiano, attratto dal suo sguardo trasparente e dalle sue giovani mani già segnate dal lavoro. E ho tanto insistito per convincerla a farsi fotografare dal nostro fotoreporter Antonio Tomeo da riuscire infine a vincere la sua ritrosia. Posto qui qui la sua foto con tutta la delicatezza e il rispetto che le parole mi permettono di esprimere.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

La mia seconda infatuazione ha trovato l’oggetto del suo desiderio in un bar del reggiano. Una bella mora, almeno secondo i miei gusti, con lo sguardo perso nel vuoto e l’aria annoiata seduta al tavolo di una compagnia talmente ciarliera da raggiungere un volume sonoro da concerto rock. Mi ha incuriosito subito la sua scollatura da brividi immaginando che la donna del mistero potesse racchiudere più d’un segreto. E infatti a un certo punto si è alzata rivelando un minigonna mozzafiato a coprire, per modo di dire, un paio di cosce tornite delle dimensioni di due tronchi velate da una tulle nera lunga fino alle caviglie. Me l’aspettavo così, giuro. Se qualcuno volesse leggere in queste parole dell’ironia snob, si fermi subito. Trovo più verità, originalità e semplicità in questo tipo di donne che nelle tante fatine del centro, giovani e meno giovani, ma sempre così uguali l’una all’altra. Così noiose. Così prevedibili. Forse ci stiamo sbagliando ragazzi, ma così è, an ghe gninta da fer.

Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: "Gnocco fritto take away tipico"
Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: “Gnocco fritto take away tipico”. Foto di Antonio Tomeo

E la Romagna? A Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza

Il nostro viaggio a ritroso giunge al termine sul ponte di Tiberio, a Rimini, in Romagna. Che, mi accorgo, aver ampiamente sacrificato nel mio racconto. E’ sempre così quando si parte dall’Emilia. Non me ne vogliano gli amici romagnoli, ma per un emiliano – anche se d’adozione o d’accatto come nel mio caso – la Romagna è un po’ figlia di un dio minore. Al fine di evitare una crisi interregionale, premetto che dissento totalmente da ciò che state per leggere, ma devo confessare che una delle prime cose che mi hanno insegnato quando sono venuto a vivere qui è stato il coro che gli ultrà del Modena calcio cantano a quelli del Cesena in trasferta da queste parti. Un feroce sfottò che storpia così il finale del ritornello di ‘Romagna mia’ di Raul Casadei: “Quando ti penso, vorrei cagare, in quella merda che chiami mare”. Non mi pronuncio a riguardo, in Riviera non ho mai fatto il bagno perché a Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza. Col suo lungomare di bagni deserti e alberghi privi di segnali di vita. Quasi uno scenario post-atomico. Tanto che viene da chiedersi per quale miracolo possa subitaneamente rianimarsi da giugno a settembre fino a raggiungere densità umane tali da sfidare Hong Kong.

Ruota panoramica di Rimini
Ruota panoramica di Rimini

A Rimini naturalmente si conclude in bellezza: in piadineria. Poco distante, l’enorme ruota panoramica sfavillante di luci che in questa serata domenicale di maggio gira sorniona pur senza che alcun umano se la fili. La piada è salatissima per i miei gusti, e anche se ai tavoli siamo seduti solo noi e gli “Emilia bar lovers”, gli altoparlanti con volume a palla ci tormentano con la musica di Luciano Ligabue da Correggio, quella in cui – ironizzava un sito satirico – “è stato scoperto di recente un terzo accordo”. E’ chiaro che da queste parti si scaldano già i muscoli in vista dell’apertura della stagione. A noi invece, dopo due giorni di tour, al massimo i muscoli fanno male. A furia di ingollare cappuccini, Marco ha avuto seri problemi di stomaco, e fortuna che i bar si sono aggiornati sostituendo al Carlino strumentazioni più consone. Ilmo dopo una sequela di una decina di spritz al giorno, a partire dalle otto del mattino, comincia a mostrare chiari segni di cedimento. E’ ora di tornare a casa. In autostrada.

Davide Lombardi

Immagine di copertina di Antonio Tomeo.

Nota: le citazioni storiche sono tratte dal volume “Esplorazioni sulla Via Emilia. Scritture nel paesaggio” di Ermanno Cavazzoni.
La citazione “(…) quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia (…) è tratta dalle “Opere complete di Learco Pignagnoli” di Daniele Benati.

Per la realizzazione di questo reportage (del video e delle foto), si ringraziano per il sostegno morale e il contributo economico:

Alberto Franchini
Daniele Bertulu
Sandro Campani
Moira Caracciolo
Francesco So
Enrico Ruggeri
Gaia Borghi
Alice Lombardi
Paolo Battaglia
Elena Savani
Claudio Simeone
Alessandro Violi

La povertà secondo Matteo, decrittazione di un disagio sociale

Matteo non è in grado di controllare la propria vita: la colpa, secondo lui, è di due microchip che ha dentro di sé che lo controllano e lo manipolano.

Mi sono avvicinato alle tesi di Matteo progressivamente. Me lo presentò un paio di anni fa Giovanni, un amico in comune nonché mio fixer a Piacenza e provincia. “Vuoi vedere che cosa fa la disoccupazione cronica all’uomo?”, mi chiese una sera d’inverno. I posti in cui trovare Matteo erano sempre gli stessi: la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico “Rifugio Segadelli” e la biblioteca comunale “Passerini Landi”. Talvolta lo incontravo per strada, nel quartiere della stazione o in qualche bar economico del centro. Non era un vizioso ma d’inverno si riscaldava volentieri con qualche bicchiere di vino rosso a buon mercato.

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Matteo è un ragazzo piacentino di 35 anni, senza fissa dimora, disoccupato di lunga durata che conta sul mondo dell’associazionismo solidale per vivere e sull’elemosina. E’ più di un semplice disoccupato cronico. La prostrazione e le disistima per la sua condizione lo hanno portato prima alla rassegnazione e alla totale sfiducia nel futuro, e poi a una forma di auto-sabotaggio e di alienazione. Così almeno appare: Matteo afferma infatti che la sua ricerca di impiego è una causa persa “perché essi mi impediscono di lavorare, basta che premano un bottone e bloccano qualsiasi mia iniziativa personale”. Secondo il dott. Vito Antonio Scagliusi, uno psichiatra dell’Asl di Piacenza, la disoccupazione può avere “effetti psicologici devastanti, il dolore che ne deriva può portare alcuni soggetti a proteggersi, a non autocolpevolizzarsi, ad autoassolversi e a non assumersi la responsabilità del proprio fallimento per sfuggire alla sofferenza di una condizione soffocante e di un presente di miseria”.

Matteo ritiene di essere manipolato mentalmente attraverso l’inserimento di oggetti nel corpo che annichiliscono la sua volontà. La sua vita non è nelle sue mani, ma in quelle di una misteriosa setta massonico-mafiosa che gli impedirebbe di lavorare. Non è padrone del suo destino perché la sua libertà personale sarebbe stata compromessa fin dall’infanzia da due microchip che gli sono stati inseriti nell’organismo. Secondo Matteo il primo congegno è sottocutaneo “come quello dei cani” e gli è stato impiantato nella nuca in tenera età. L’altro, “più sofisticato”, sarebbe stato collocato nella sua gamba sinistra a tradimento dai medici del pronto soccorso di Piacenza, durante un intervento chirurgico a seguito di un incidente stradale quando aveva 23 anni.

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Nonostante la patina brillante della ricca e tranquilla città di provincia, l’impatto della crisi economica su Piacenza è stato violento. La città conta 100mila abitanti e secondo un recente rapporto dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro, i disoccupati a Piacenza, nel quinquennio 2009-2014, sono quadruplicati: cinque anni fa erano 3mila, oggi 12mila. Il 2014 è stato l’anno più nero per il lavoro in città e provincia: la percentuale di disoccupazione provinciale ha raggiunto il 9,4 per cento, una media superiore a quella della Regione Emilia-Romagna.

Secondo il rapporto, nel 2014 sono 8mila 356 le persone che si sono rivolte ai centri per l’impiego della Provincia, facendo registrare il massimo afflusso dall’inizio della crisi economica: il 51% sono donne, il 35% hanno meno di 30 anni e il 47% sono di età compresa tra i 30 e i 49 anni. Gli italiani rappresentano il 66% del totale, mentre gli stranieri sono il 34%.

Ad aggravare il quadro, i dati della Caritas di Piacenza relativi al 2014 esposti in un seminario ad inizio maggio. Le famiglie in difficoltà economiche sono triplicate e 50mila borse viveri sono state distribuite nel 2014 a Piacenza e provincia, un territorio che conta circa 280mila residenti. Nel 2014, solo dalla sede centrale della Caritas di Piacenza sono state distribuite 5700 borse viveri, 700 in più dell’anno precedente e alla mensa dell’organizzazione cattolica sono stati consumanti 8mila pasti in più rispetto al 2013 (38mila in tutto, a fronte dei 30mila dell’anno prima).

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Eppure la patina resiste. In una piccola città di provincia essere poveri equivale all’emarginazione: ci si batte con le unghie e con i denti per non apparire in difficoltà, per non rientrare fra i “perdenti”, “gli sfigati”, i “pescegatti” come li chiamano localmente. Non c’è un luogo deputato più di altri per farsi notare, l’intera città è un red carpet in cui gli inestetismi della miseria emergono inesorabilmente. Diventare poveri e invisibili è l’incubo sociale principale degli abitanti di una cittadina profondamente conformista, arricchitasi grazie all’agricoltura. Più che la condizione economica in senso stretto è la perdita dello status sociale che terrorizza il piacentino medio.

Nelle piccole realtà è più difficile dissimulare il proprio disagio e lo stigma della miseria rimane un’onta. Non c’è spazio per chi appare in stato di povertà. E’ come un corpo estraneo nell’armonia borghese. Anche Matteo ha un corpo estraneo dentro di lui, anzi due. Sono i microchip che ha nel cervello e nella gamba sinistra e che gli impediscono di lavorare, di invertire la tendenza, di risollevarsi dalla palude della più cupa rassegnazione.

Parla attraverso metafore, Matteo: “Un terzo dell’Umanità è nella mia stessa condizione, un terzo dell’Umanità è mentalmente manipolato: siamo stati scelti per essere impiantati e per avere o un destino radioso o un’esistenza miserabile, io faccio parte della seconda categoria”. Secondo Matteo fra le persone che sarebbero state impiantate ci sono, in ordine sparso, Adolf Hitler, Giacomo Casanova, Jim Morrison, Matteo Messina Denaro, Silvio Berlusconi e forse anche Gandhi.

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“Attraverso questi congegni, la massoneria più oscura in alleanza con alcune ‘ndrine calabresi mi controllano, inducendomi depressione e blocco motorio”. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, Matteo cambierebbe anche fisionomia, a causa dei microchip, aumentando o diminuendo in altezza e in peso nello spazio di pochi minuti. “Addirittura in certi casi sembra che io possa diventare invisibile oppure scatenare un odio immotivato nei miei confronti da parte di chi mi sta intorno”. Altra metafora dell’indifferenza generale alla sua condizione di miseria: l’invisibilità del disagio più palese.

Qualche anno fa Piacenza scoprì l’orrore dell’indigenza più totale. Un giorno di fine novembre, con le prime illuminazioni natalizie a decorare le strade, la città si è svegliata tentando di dare un nome a un “invisibile” con la pelle scura, ritrovato senza vita nei sotterranei del cosiddetto “Grattacielo dei Mille”. Un giovane uomo di origine pachistana era morto di freddo nello scantinato dell’unico grattacielo della città, un edificio di venti piani dove risiedono ricchi professionisti e esponenti della vita politica locale. Alì si chiamava quell’uomo di trentun anni, veniva dal sud-est asiatico: è morto per inedia nel sotterraneo dei ricchi.

Alì non avrebbe potuto accedere al dormitorio pubblico in quanto clandestino, nessuna struttura d’accoglienza di proprietà comunale o meno lo consente. “Avessi saputo dove dormiva gli avrei portato immediatamente del tè caldo e qualche coperta: è l’unica cosa che posso fare in questi casi. Ho sentito tanta rabbia per la morte di quel giovane, un’enorme sconfitta per la nostra società”, disse all’epoca Giovanni Bonadè, presidente dell’Associazione “La Ronda della Carità e della Solidarietà”, il gruppo che gestisce il “rifugio Segadelli”, un centro di prima accoglienza di proprietà comunale situato a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

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Aperto nel 2002, il “rifugio” è un dormitorio per soli uomini e dispone di otto posti letto. “Ogni sera devo rifiutare l’entrata ad almeno tre persone che cercano riparo, per mancanza di posti letto o perché sono irregolari. E’ durissima dire loro di no, sapendo che dovranno cercarsi qualche angolo in cui allestire il loro giaciglio improvvisato”, afferma oggi Giovanni Bonadè. Il dormitorio Segadelli ha censito circa 800 accessi nel 2014, ossia il 20% in più dell’anno prima. 800 “utenti”, termine che gli operatori sociali adoperano per definire le persone di cui si prendono cura.

Per un periodo Matteo ha frequentato il rifugio Segadelli, fino a qualche anno fa era una presenza abituale del dormitorio. Con lui c’era anche Johnny che era già un uomo di mezz’età quando è arrivato da Milano a Piacenza. Era di origine americana, del New Jersey. A quarant’anni, Johnny, uno stimato professionista nel ramo delle assicurazioni, perse il lavoro. Per un periodo lottò, cercò e trovò un impiego come portinaio, accettando il declassamento professionale pur di continuare la sua vita famigliare con la figlia piccola e la moglie, una donna di origine piacentina. Poi sbanda, comincia a bere sempre di più e a giocare d’azzardo. Sua moglie lo lascia e si trasferisce con la bambina a Piacenza dai nonni. Così Johnny, pur di stare nella stessa città della figlia e della moglie, di cui era ancora innamorato, si trasferisce anche lui qui in Emilia. Gli inutili tentativi di ricucire i rapporti con la moglie che gli impedisce anche di vedere la figlia gli danno il colpo di grazia.

L’ultima volta che ho visto Johnny, a marzo 2015, era al bar-tabacchi dietro a casa mia a bere vinaccio di domenica pomeriggio: era dimagrito, emaciato, il viso colore rosso era ricoperto di acne. Stava bevendo da solo. Era molto ubriaco, gli chiesi come stava e lui mi rispose in inglese:”I’m gonna drink all night, then I’ll kill myself”.

Gli inestetismi della miseria non passano inosservati in piccole città di provincia come Piacenza. E la povertà provoca una traformazione quasi fisica del soggetto. Forse è la trasformazione fisica di cui faceva menzione Matteo. Johnny, per esempio, è passato in pochi mesi dagli eleganti completi Armani con i pantaloni a sigaretta e le candide camicie Burberry ai jeans Carrera usurati, alle giacche sformate e ai sacchetti di plastica del Lidl con dentro tutta la propria vita.

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Matteo e altri senzatetto vivono una routine di elemosina e di lunghe giornate trascorse fra la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico e la biblioteca comunale. Frequentano la biblioteca per usare il bagno, per navigare gratis su internet, per il caffè della macchinetta a 50 centesimi e per le sigarette e gli spicci che gli studenti offrono loro con più facilità. “D’inverno è dura, la biblioteca ci offre soprattutto un riparo durante i lunghi pomeriggi freddi. Quando la biblioteca chiude è già l’ora di cena alla mensa pubblica”, mi spiega un altro ragazzo senza fissa dimora.

Secondo Matteo le persone mentalmente manipolate sarebbero un problema sociale. Ma è l’isolamento e la mancanza di relazioni umane che Matteo cerca di spiegare, a modo suo:”Le persone hanno paura di me, non mi salutano più perché giustamente spaventate e impressionate dai miei improvvisi cambi di fisionomia. Le persone vedendomi mutare di aspetto cambiano a loro volta il proprio atteggiamento nei miei confronti, alcuni hanno addirittura dei comportamenti violenti: sembra che, alle volte, possa innescare un odio in chi mi sta accanto senza che io faccia o dica niente. Vogliono aggredirmi e farmi del male: di recente, uno sconosciuto ha cercato di colpirmi con un oggetto contundente, subito dopo mi ha chiesto scusa affermando di non sapere il motivo che lo aveva spinto a tentare di picchiarmi”. Questa è un’altra metafora dell’esclusione sociale assoluta di chi è senza lavoro, senza casa, senza affetti.

Per Matteo il mondo si divide in eletti e dannati:”Con il mio impianto si potrebbe in teoria far funzionare il cervello al 40% delle sue potenzialità. E’ un privilegio di pochi che rimarranno nella Storia, diventeranno dei miti. Per chi non serve come me, invece, la vita diventa un inferno, non riesci più a fare niente”. Ogni suo progetto si scontra con forze oscure più grandi di lui.

L’unica “consolazione” è che Matteo, come l’indigenza, non è un caso isolato. Anzi, a Piacenza sono circa 12 mila le persone colpite dal suo stesso male; non è un calcolo a caso, sono i dati relativi alla disoccupazione in città oggi. Famiglie intere sono coinvolte in questa grande macchinazione:”Io non sono pazzo – assicura Matteo – sono mentalmente controllato e non posso lavorare, ma il mondo è pieno di persone come me: molti ritengono che siamo dei mostri e che dovremmo scomparire dalla faccia della Terra”.

Matteo non è lo scemo del villaggio, né un tossicodipendente o un alcolista. Espone le sue idee con molta calma e apparente lucidità. E’ l’assenza di prospettive, la lotta quotidiana per la sopravvivenza che gli sembra impari e l’emarginazione sociale che lo hanno portato a perdere le coordinate e a proteggersi, ideando un mondo ostile, colorato di tinte fosche, di complotti, di malavita e di piani massonici cospirazionisti planetari. Oppure, il mondo secondo Matteo potrebbe essere solo un’ingegnosa allegoria della violenza della nostra società.

Gaetano Gasparini

Scarpe grosse, cervello fino

Lo jigger è un esemplare di pulce africana il cui morso puà portare infezioni anche gravi. Grazie a un giovane studente kenyota, la lotta al parassita che divora i piedi passa anche per l’alta tecnologia.

Siamo andati in Kenya. C’è un animale, ma non di quelli da Safari. C’è un kenyota ma non è un beach boy che anima le serate di un villaggio turistico. Ci sono i bambini, ma non sono quelli dell’orfanotrofio che, tra un’escursione e l’altra, fotografiamo avvolti dalle nostre toniche braccia abbronzate.

Non solo i leoni fanno paura in Kenya, esiste infatti un esserino minuscolo, una pulce di mare, grande circa un millimetro, chiamata jigger o pulce penetrante, capace di infestare a tal punto i piedi delle persone da procurare piaghe e orribili deformità. La femmina adulta del jigger scava nella pelle dell’ospite, penetrando in profondità e, se viene fecondata, inizia un rigonfiamento del corpo, fino ad aumentare il suo volume di mille volte in 2-3 giorni. Si tratta di una pulce che salta al massimo 20 cm e che si attacca, quindi, quasi esclusivamente alle dita dei piedi. L’infezione da jigger colpisce circa 2,6 milioni di persone, compresi 1,5 milioni di bambini in età scolare. Chi è colpito da questa malattia, ha enormi difficoltà a camminare, vede i piedi coprirsi di orribili tumefazioni via via più rigonfie, non può più andare a scuola e diventa improduttivo. L’infezione può degenerare in altre malattie come il tetano e, nei casi più gravi, se non si vuole andare incontro alla morte, si ricorre all’autoamputazione.

A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine:  bogleech.com.
A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine: bogleech.com.

Roy Ombatti, oggi ventiseienne studente di ingegneria meccanica di Nairobi, all’età di 23 anni insieme con un altro studente, Harris Nyali, ha ideato il progetto “Happy feet”, destinato a coniugare innovazione tecnologica, interesse per il sociale ed ecologia, allo scopo di porre un rimedio concreto alla malattia deformante provocata dal jigger. Ombatti è un innovatore sociale e dimostra il suo interesse per i bambini kenyoti, cofondando il programma Outreach FabLab Nairobi rivolto ai bambini più sfortunati per l’apprendimento di scienza, tecnologia e robotica.

Con “Happy feet” è finalista del 3D4D Challenge, per l’impiego socialmente utile della stampa in 3D, e dimostra che, grazie ad essa, oltre a creare magicamente dal nulla fantastiche statuine e mezzi busti di improvvisati fotomodelli ripresi a 360°, si può salvare una parte di mondo a costi relativamente ridotti. Con una stampante 3D e delle bottiglie da riciclare, infatti, “Happy feet” si pone l’obiettivo di creare calzature adatte a contenere le deformità causate dall’infezione da jigger, permettendo a milioni di persone di continuare a camminare e a milioni di bambini di non abbandonare la scuola.

Siamo riusciti a fargli qualche domanda a proposito dei suoi progetti, dei suoi valori e della situazione in Kenya all’indomani della recente strage al campus di Garissa del 2 aprile, in cui hanno visto la morte circa 150 persone.

Infezione avanzata da jigger.
Infezione avanzata da jigger.

Come è nato il progetto “Happy feet” e come si è evoluto fino ad oggi?
“Happy feet” è nato dal 3D4D Challenge 2012: una competizione internazionale indetta dall’organizzazione benefica “Techfortrade“, leader nel Regno Unito, con l’obiettivo di premiare il miglior progetto capace di coniugare stampa in 3D e problematiche sociali dei paesi in via di sviluppo. In quel periodo ero a conoscenza del rischio jigger in Kenya e, così, ho deciso di usare le mie competenze e la mia esperienza per trovare una soluzione a questo problema creando delle calzature personalizzate. Da allora ad oggi ho messo a punto una serie di prototipi di scarpe di forme diverse. In generale, sono arrivato alla scelta di una forma definitiva ma ho ancora bisogno di fare delle prove sul campo. Sarà questo il prossimo passo.

Il prototipo di Happy feet
Prototipo di scarpa in 3D del progetto Happy feet

Quali altri problemi del tuo paese contribuiscono ad aggravare le infezioni provocate dal jigger?
Il fattore principale di diffusione dell’infezione da jigger è la povertà. I poveri affetti da questa malattia non si possono permettere l’acqua per l’igiene personale. Né tantomeno delle scarpe per prevenire l’infestazione.

Come ti fa sentire aver trovato la potenziale soluzione per uno dei più gravi problemi del tuo paese?
In realtà la mia è una proposta di soluzione. Devo prima realizzare concretamente il progetto per poter parlare di soluzione. Quindi al momento posso dirmi davvero impaziente. Ma non lo faccio per la gloria, il mio intento è rendermi utile. Se posso, voglio aiutare. Rendere il mondo un posto migliore nel mio piccolo, a partire dal mio paese.

Pensi che la tua invenzione possa essere uno stimolo per un impegno sociale più diffuso? Come è stata accolta dal pubblico e dalle istituzioni?
Non posso parlare a nome di tutti i giovani, ma credo che in Kenya ci siano molti altri come me, pronti ad impegnarsi per aiutare il paese. Conosco vari ragazzi che stanno facendo cose straordinarie nei loro ambiti per il miglioramento del nostro paese. Certo, ce ne vorrebbero sempre di più. Per quanto riguarda l’accoglienza, poi, devo dire di aver trovato un certo supporto a livello locale anche se, purtroppo, ancora non sufficiente. È tutta colpa della burocrazia e della corruzione se in Kenya l’impegno sociale tende ad essere limitato. La maggior parte delle persone cerca il tornaconto personale prima di aiutarti. Eppure, nonostante questo, c’è quella percentuale che quando decide di aiutare il prossimo, va fino in fondo.

Come mai nessuno prima di te in Kenya ha pensato a questa soluzione, anche se più di due milioni di persone, tra cui oltre un milione di bambini, sono infestate dal jigger?
Purtroppo il Kenya ha, tristemente, problemi ancora più gravi da affrontare, senza contare le barriere politiche e socioeconomiche. Quindi non è che nessuno abbia pensato prima ad una soluzione, è più che si fanno parecchi sforzi isolati, i cui effetti possono sentirsi sul lungo periodo, solo se tutti insieme proseguiamo incessantemente verso il nostro comune obiettivo.

La stampante in 3d, come in questo caso, sembra molto adatta a trasformare i sogni in realtà ad un prezzo estremamente conveniente. Quali pensi possano essere gli ulteriori sviluppi del suo impiego?
Il futuro della stampa in 3D va al di là della nostra immaginazione. Il potenziale è rivoluzionario. Se usata per il giusto scopo, la stampa in 3D può cambiare il mondo in meglio in quasi tutti i campi, dalla salute, alla medicina, all’istruzione fino all’arte. La grande forza di questo strumento sta nel fatto che il ciclo di ideazione, produzione e realizzazione del prodotto è già nelle mani dell’utilizzatore finale! Certo bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti prodotti. Ma, anche in questo caso, la stampa in 3D può essere usata per il riciclo. Si può dire di avere davanti un circolo virtuoso che crea solo vantaggi.
Con lo sviluppo esponenziale della tecnologia, ben presto tutti potranno permettersi una stampante in 3D e produrranno da soli prodotti di cui hanno bisogno per risolvere i loro problemi.

Hai in mente altri progetti innovativi per il futuro?
A dire il vero sto lavorando alla creazione di un’impresa di supporto per la crescita del progetto “Happy feet”. Sto producendo le mie stampanti 3D, per la vendita, recuperando parti elettroniche di scarto. Contemporaneamente, sto anche producendo i miei filamenti riciclando il materiale plastico PET. Si può dire che sto mettendo su un’azienda locale di stampa 3D etica e sociale con particolare attenzione al rispetto dell’ambiente.

Hai solo 26 anni e hai ideato un progetto che mette insieme tecnologia, ecologia e attenzione al sociale. In cosa ti consideri diverso dagli ragazzi kenyoti della tua età?
Se mi considero diverso…? Bè sì… Penso che siamo tutti diversi gli uni dagli altri e unici, ma questa è filosofia. Ritengo di far parte di una piccola schiera di giovani che condividono la voglia appassionata di cambiare il mondo attraverso l’impegno sociale e la sostenibilità ambientale. Ce ne sono molti come me in Kenya e possiamo fare sempre di più per il miglioramento del nostro e paese e del mondo intero.

Roy Ombatti
Roy Ombatti

Come sei cresciuto, che educazione hai ricevuto?
Vengo da un contesto familiare modesto ma felice. Sono il secondo di tre fratelli e puoi immaginare quello che facevamo passare a mia madre. Ma lei è l’essere umano più speciale e straordinario che conosca e ringrazio Dio ogni giorno per questo. E anche per mio padre. Ho frequentato le migliori scuole private di Nairobi e ho avuto la fortuna di iscrivermi a Ingegneria meccanica all’Università di Nairobi. I miei mi hanno sempre sostenuto anche se, qualche volta, hanno temuto che il mio lavoro fosse più a vantaggio degli altri che una fonte di guadagno per me.
I miei genitori appartengono a tribù differenti del Kenya, così la mia origine è mista ed è un bene per me considerando le conseguenze tragiche del tribalismo nel mio paese.

Sei religioso o hai un orientamento politico definito?
Sono un fervente cristiano. Cattolico ad essere precisi. Il mio scopo è essere ogni giorno e in tutto quello che faccio quanto più possibile simile a Cristo. Per quanto riguarda la politica, è frustrante il caos che domina il paese. Anche i buoni alla fine diventano cattivi. Magari potessi spingere i politici a impegnarsi per cambiare la vita delle persone. Ammiro la forza di volontà e il coraggio di quelli che in Kenya combattono per difendere chi non ha voce. E, da grande, voglio essere come loro. Per ora, faccio quello che è nelle mie possibilità ma, presto, so che potrò contribuire ancora di più alle battaglie giuste.

Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria "Miglior prodotto".
Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria “Miglior prodotto”.

Cos’è che ti muove ogni giorno? Quali sono i tuoi valori morali?
Wow! Domanda impegnativa! Quello che mi muove ogni giorno è la voglia di essere uno strumento di cambiamento. Dirigo i miei sforzi verso gli altri perché non c’è nulla che sia più gratificante. Credo fermamente che dobbiamo sfruttare tutte le risorse che abbiamo a disposizione, benché misere, per aiutare il prossimo in difficoltà. Se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe davvero un posto migliore. Per il resto, sono una persona tranquilla, credo nel diritto di ciascuno a esprimere la propria opinione, anche se stupida, fino a che non viola il diritto e la libertà di un altro.
Credo, infine, che, anche se la storia è stata ingiusta con certe popolazioni, noi tutti dobbiamo fare la nostra parte per il bene del mondo. E dobbiamo farlo adesso. Perché non ammetto l’idea di un mondo sviluppato contro un mondo in via di sviluppo.
Solo quando i tuoi sogni spaventano e tutti ti credono pazzo, vuol dire che cambierai il mondo.

Il tuo paese sta vivendo un momento difficile in seguito ai recenti attacchi terroristici. Te la senti, dalla tua prospettiva, di descriverci come si vive in Kenya ultimamente, che aria si respira?
Tanto per cominciare, non dovresti credere alle notizie sensazionalistiche che vendono i media occidentali. Senza offesa, ma Tg e giornali tendono a drammatizzare quando si parla di Africa con lo zuccherino di quei pochi grandi salvatori degli ammalati e degli affamati. Il Kenya è un paese bello, pacifico e con belle persone. Nonostante quello con cui bisogna fare i conti ogni giorno, siamo felici e fiduciosi. Ti sfido a venire in Kenya e non innamorartene!
Questo non vuol dire che io non sappia che pochi individui hanno intenzione di macchiare la reputazione del Kenya. Che sia per ragioni politiche o religiose, non è ben chiaro, ma la cosa peggiore è che sono i “mwananchi” (gli abitanti) a pagarne il prezzo. Molto deve essere fatto e non solo dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, per riportare il Kenya ai suoi pacifici giorni di gloria. Anch’io mi pongo tante domande sulla questione ma non è questo il luogo giusto per discuterne. Concludo dicendo che è triste che la morte di 167 persone a Garissa valga meno di quella di 68 vittime della strage del 2013 al lussuoso centro commerciale di Nairobi. Ed è ancora più triste che tutte queste vite, insieme con quelle distrutte in aree povere della terra da Boko Haram e da altri gruppi estremisti importino molto meno di un pugno di morti parigini.
Di questo siamo TUTTI responsabili!

L’incontro con Roy Ombatti ci mette davanti alla durezza della vita in un paese che, a seguito della decolonizzazione e la ritrovata indipendenza del 1963 dalla Gran Bretagna, è funestato da una vita politica segnata da instabilità e corruzione. Inoltre, da alcuni anni, il governo di Nairobi deve fronteggiare l’ascesa del radicalismo islamico in Somalia, paese confinante ingovernabile e al cui interno imperversano feroci signori della guerra, le milizie somale Al Shabaab, i guerriglieri jihadisti autori della strage di Garissa. Eppure il giovane uomo che abbiamo davanti appare entusiasta del suo paese e pronto a impegnarsi per intervenire sulle attuali criticità.
Quanti in Italia sarebbero disposti a fare lo stesso?

Rossella Famiglietti

Felicità è cantare a due voci quanto mi piaci

Felicità è anche quella che la nostra musica melodica – da Al Bano a Toto Cotugno – ha regalato a milioni di russi dagli anni dell’Urss fino ad oggi. Un documentario che è un vero “romanzo popolare” racconta l’incredibile passione di un popolo intero per l’Italia e le sue canzonette.

Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

Volete sperimentare il modo migliore per scoprire una paese straniero e la sua gente? Provate a partire, invece che con in mano una guida turistica, portandovi dietro una telecamera. E un’idea in testa: quella di fare un documentario. Un modo per interagire col mondo, invece di limitarsi a guardarlo dal di fuori. “Quando vai a girare un documentario come ho fatto io in Russia, in un mese di riprese capisci quello che non riusciresti a comprendere neanche abitandoci per dieci anni”.

E’ questa la lezione più importante che dice di aver appreso Giuni Ligabue, giovane regista modenese, che insieme al coautore Marco Raffaini e Marco Mello alla fotografia, ha girato nel 2013 un documentario che è un piccolo gioiello, “Italiani veri”, incentrato sull’incredibile successo a partire dagli anni ’80 della musica nazionalpopolare italiana in Unione Sovietica. Insomma, le nostre “canzonette”. Quelle di Al Bano e Pupo, Toto Cotugno, Riccardo Fogli e tanti altri, fino al cantante romano Robertino Loreti, tanto sconosciuto da noi quanto una star ancora oggi osannata e seguita da un esercito di fan in tutte le repubbliche ex sovietiche.

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“Pensavo fosse un fenomeno di dominio pubblico – dice Ligabue – invece, ora che con Marco andiamo in giro a presentare il nostro film in attesa della pubblicazione in dvd, scopro che qui da noi la gente non sa nulla di quello che la musica italiana ha rappresentato e rappresenta per i russi”. Un pezzo della loro storia che ha perfino contribuito, seppur con tutti i limiti del caso, al crollo del comunismo.

In pratica, il ribaltamento di una serie di profezie, che da Nostradamus passando per Don Bosco fino alla beata Suor Elena Aiello, preannunciavano una Russia in marcia “su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, fino a innalzare la sua bandiera sulla cupola di San Pietro”. Macché, siamo stati noi a imporre il ballo del Qua Qua sulla piazza Rossa.

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L’esplosione della popolarità delle nostre canzonette in un Unione Sovietica risale ai primi anni ’80, quando i vertici del partito decidono di concedere la messa in onda sulla televisione di stato della serata finale del festival di Sanremo, unica trasmissione occidentale a poter passare le maglie della rigidissima censura.

Una scelta dettata dalla totale assenza di qualsiasi contenuto minimamente impegnato nelle orecchiabili melodie della nostra musica popolare, utilizzata – con almeno un decennio di ritardo – come una specie di farmaco innocuo per sedare la voglia di occidente della popolazione, attratta in via clandestina dalle sirene del rock anni ’60 e ’70 con i suoi pericolosi risvolti anti-sistema. Come racconta Mikhail Cherchik, uno degli intervistati nel film di Ligabue e Raffaini: “La musica inglese e americana era considerata di protesta e proibita, imponeva alle persone di pensare, quella italiana no: goditi la vita, il sole, il mare, bevi vino, ama le donne e sii contento”.

 

In realtà, ben prima di questa pensata di qualche genio del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, forse ammorbidito anche dai tradizionali buoni rapporti col partito comunista più importante d’Occidente, quello italiano, già dagli anni ’60 impazzava in Urss la musica di Robertino Loreti, che con la sua voce bianca spopolava con un pezzo come Jamaica, pubblicato su 45 giri nel 1962. E chissà come riuscito a passare la frontiera sovietica dove – racconta Loreti nel documentario – “qualcuno decise di stamparlo facendogli raggiungere la bellezza di oltre 50 milioni di copie vendute”. Probabilmente, all’epoca, all’insaputa di Robertino stesso.

Un successo talmente stratosferico che la prima cosmonauta donna russa, Valentina Tereškova, quando nel 1963 fu lanciata nello spazio, chiese di poter rompere il silenzio dal quale era circondata ascoltando via radio proprio le canzoni di Loreti.

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Quando poi, nell’89, Robertino si reca in turné per la prima volta in un’Unione Sovietica ormai prossima al crollo, a Leningrando (oggi San Pietroburgo) proveniente da Mosca, trova alla stazione ad accoglierlo migliaia di persone che lo sollevano e lo portano di peso alla sala concerti dove avrebbe dovuto cantare.

Impressionante il video del concerto di Kharkov, seconda città più grande dell’Ucraina dopo la capitale Kiev, con un pubblico calcolato tra le 300 e le 500 mila persone ad ascoltare Robertino accompagnato dal solo Fabrizio Masci al synthesizer. Spettacolo che da noi faticherebbe a riempire un pianobar.

 

“Ma il vero protagonista del nostro documentario è il popolo russo e il suo romanzo d’amore per l’Italia – spiega Ligabue – non i vari Al Bano, Cotugno, Pupo, pure presenti nel film, o l’irraggiungibile Celentano, una vera e propria leggenda da quelle parti. Così come non sono le vere protagoniste del nostro lavoro le tante star della musica russa, sconosciute in Italia, che è stato faticoso intervistare perché lì sono un po’ come da noi Laura Pausini: difficile farsi concedere un’intervista per una piccola produzione come la nostra.

[quote_right]”L’unica canzone che ci hanno negato è stata ‘Azzurro’. Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”[/quote_right] Proprio per dare rilevanza non tanto a questi “big”, ma ai tanti russi che abbiamo sentito per il documentario (se vogliamo le due personalità più importanti sono quelle a due cari amici di Marco che bazzica in Russia almeno dal 1991) abbiamo fatto la scelta registica di non riportare la qualifica ma solo il nome dei vari intervistati, anche se alcuni di loro sono importanti critici musicali locali. Ma volevamo proprio che emergesse la passione per l’Italia di un popolo intero spesso soggetto a giudizi ingiusti e affrettati da parte nostra, mentre generalmente sono tutte persone di una gentilezza e ospitalità straordinarie”.

Difficile realizzare un documentario autoprodotto, a budget zero, con tanti chilometri da fare e tanti personaggi da inseguire da est a ovest? “In realtà nemmeno tanto – commenta Ligabue – Cotugno e Pupo ad esempio sono stati molti disponibili, un po’ meno Al Bano. Più che altro è difficile contattarli perché sono sempre in Russia – ride – e nemmeno ci sono stati particolari problemi con la colonna sonora, anche se ovviamente contiene molte canzoni protette da diritto d’autore. L’unica che ci è stata negata dalla casa discografica che ne detiene i diritti è stata ‘Azzurro’, scritta da Paolo Conte ma resa famosa da Celentano. La motivazione? Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”.

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Naturalmente l’esperienza del trio emiliano per girare “Italiani veri” in Russia meriterebbe un racconto a parte. Che inizia nel 2011 quando “Marco Raffaini – spiega Ligabue – mi ha contattato lanciandomi l’idea che ho subito accettato, essendo da sempre appassionato del mondo slavo. Come ci si prepara a un lavoro come questo? Beh, prima di partire abbiamo attivato una serie di contatti in modo da procedere speditamente con le interviste una volta là. Marco ha preceduto me e l’altro Marco (Mello), mentre noi che ce la facciamo sotto a viaggiare in aereo abbiamo prima raggiunto Budapest in macchina e da lì, Mosca in treno.

Il doc è tutto girato nel mese trascorso tra la capitale e San Pietroburgo, quasi sempre ospiti di amici di Marco. Un’esperienza fantastica, piena anche di avventure. Proprio a San Pietroburgo abbiamo partecipato a una serata celebrativa del trentennale della chiusura di uno storico locale – oggi sede di un cinema teatro – a suo tempo ritrovo obbligato di gruppi locali di techno punk. Una serata piena di vecchie glorie, oggi in avanzato stato di decomposizione. All’inizio sembrava un ritrovo di vecchi amici, baci, abbracci, allegria e musica. Poi ha cominciato a girare la vodka, lo standard di un russo in libera uscita serale è una bottiglia e mezza a testa, e nella notte la festa è degenerata. E’ finita a botte. Non con noi, eh. Tra le vecchie glorie”.

La versione del gruppo rock russo degli Strannye Igri di “Felicità” di Al Bano e Romina Power, una delle canzoni italiane più famose di sempre in Russia. Spiega oggi uno di loro: “Ci ritenevamo esponenti di un nuovo movimento che rifiutava le tradizioni precedenti che consideravamo borghesi e perciò prendemmo di mira ‘Felicità’, allora popolarissima in Urss, perché secondo noi dava un’idea troppo superficiale della vita”

Anche questa è Russia. Forse quella che maggiormente risponde certi nostri stereotipi riguardo “l’orso siberiano”, un popolo di ubriaconi violenti con le grinfie sempre protese verso l’occidente. Ieri come oggi con la Russia di Putin. Probabilmente retaggi della propaganda da guerra fredda. Invece i russi sono soprattutto “italiani veri”, semplici e disponibili, talmente autentici da risultare quasi commoventi nelle loro dichiarazioni d’amore per il Belpaese e la sua musica popolare. Italiani d’elezione come l’ex esponente della Duma – il parlamento russo – Sergej Apatanko il cui sogno (poi realizzato nel documentario) fin da bambino è quello di poter cantare insieme al suo idolo: Robertino, “un amore trasmesso ai miei figli che oggi cantano le sue canzoni”. Uno che ha perfino commissionato a Raffaini di scrivere la biografia in russo di Loreti. Fatta anche questa.

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[quote_right]”I cutugnisti hanno imparato l’italiano ascoltando Toto Cutugno”[/quote_right]

Oppure come i cotugnisti, fan sfegatati di Toto Cotugno, tanto da impegnarsi a imparare l’italiano – che parlano molto bene – attraverso le sue canzoni. Racconta una di loro, Olga Rybakova, che negli anni ’80, mentre la tv trasmetteva il festival di Sanremo, loro cercavano di fotografare lo schermo della tv, per poi raccogliere il materiale in ordinati quaderni dove incollare articoli ritagliati con una lametta dall’unico giornale occidentale disponibile in biblioteca, l’Unità, ricopiando a mano quelli che non si riuscivano proprio a “rubare”.

Proprio Toto Cotugno è il protagonista di quello che è forse il siparietto più divertente di tutto il documentario, nel dialogo a distanza con Svetlana Svetikova, stella della musica russa, con la quale si è esibito nella canzone “Soli” in quello che dagli anni ’90 fino ad oggi rappresenta il nuovo modo di proporsi dei cantanti italiani in Russia: le esibizioni in duetto con artiste e artisti locali.

svetlana

Il video della performance dei due è imperdibile. Con Cotugno che per tutto il tempo bacia, abbraccia, tocca, s’appiccica come una cozza alla bellissima Svetlana che in “Italiani veri” dice: “Toto si è praticamente dichiarato sul palco”. Aggiungendo poi: “Dopo quella esibizione, delle signore anziane mi hanno sgridata perché non l’avevo sposato e non ero andata con lui in Italia”.

“Per noi l’italiano rappresenta l’uomo meridionale, pieno di passione, al contrario dei rozzi vichinghi settentrionali. L’italiano è quello che regala alla donna tutta la passione che merita” spiega un’altra intervistata. Alé, anche i russi hanno i loro begli stereotipi nei nostri confronti. Ma, al solito, a guadagnarci siamo noi. Del tutto immeritatamente, bisogna aggiungere, come dimostra un tipico commento made in Italy sotto il video del duetto: “beato lui, chissà che trombate si è fatto in Russia”. Cotugno se la ride e nega tutto: “Svetlana andò anche a raccontare che le avevo regalato una Bentley rosa, facendomi anche litigare con mia moglie. Tutte balle”.

 

Uno che in Russia pare si sia innamorato davvero (di una russa), è stato Pupo, Enzo Ghinazzi, un’altra superstar italiana lungo le rive del Don. Di una certa Lidia, al quale ha dedicato “una delle più belle canzoni che io abbia mai scritto”, dice, ‘Lidia a Mosca‘:

Lidia col profumo del Berioska
sto lasciando Lidia a Mosca
mentre tu mi stai aspettando.

Lidia non conosce l’italiano
ha imparato due parole
dice sempre “io ti amo”

Lidia se abitassi più vicino
pensa un po’ che bel casino.

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Può sembrare del tutto folle ai nostri occhi che simili canzoni, potessero ottenere nell’Unione Sovietica al tramonto un effetto opposto da quello atteso dai dirigenti del partito. Eppure, come emerge chiaramente dal documentario, perfino “Felicità” di Al Bano e Romina o “L’italiano” di Toto Cotugno riuscirono a rappresentare per il popolo sovietico il desiderio di cambiamento. “Per noi la musica italiana era simbolo di libertà, roba che veniva dall’occidente. Valvola di sfogo, finestra sull’Europa, sul mondo libero. Anche se era spinta dall’alto, dal potere sovietico – pare piacesse molto anche a Breznev – per allontanare i giovani dalla musica rock”.

Quando nel 1991 la Georgia si dichiarò indipendente dall’Urss, a Batumi, una delle città più importanti, la prima cosa che pensarono fu di organizzare un concerto di Sabrina Salerno, “amatissima in Georgia per le sue tette grandi” racconta Mikhail Cherchik. “Impazzivamo per lei, non importava cosa cantasse. Mi ricordo soltanto le sue tette. Sabrina è arrivata, cantava in playback, faceva ballare le tette, e tutti noi eravamo felicissimi, al settimo cielo”.

Russi, italiani veri. Anche in questo.

Davide Lombardi

L’angelo della sbronza, vita da pony express di alcolici 

Reportage sul business della consegna notturna di alcolici a domicilio a Milano. La testimonianza e le storie sordide di Diego, fattorino dell’alcol e benefattore dei tiratardi del capoluogo lombardo

Nel cuore della notte, quando perfino in una metropoli come Milano diventa più complicato immergersi in fiumi di alcol, un servizio di pony express porta direttamente a domicilio tutto quello che serve per lubrificare la nottata.

Da alcuni anni a Milano sono attivi dei servizi notturni di consegna a domicilio di alcolici e snack nelle ore strategiche di chiusura dei locali. Si chiamano “taxi bar”, sono meno di una decina in tutta l’area metropolitana e lavorano dalle 22,00 alle 05,30, sette giorni su sette. Il motto di una delle aziende principali nel settore è “La notte è troppo bella per rimanere senza drink”. L’idea non è rivoluzionaria. Esistono servizi pony express di ogni genere da almeno una decina d’anni nelle grandi metropoli d’Europa e del mondo. “Ho vissuto all’estero, in una grande città in cui ad ogni ora del giorno e della notte era possibile trovare qualcosa da fare – dice un responsabile di Taxibar Milano, primo servizio delivery di questo genere nel capoluogo lombardo e in Italia – Con degli amici, abbiamo ripreso l’idea e aperto un’impresa nel dicembre del 2013, sfruttando il fatto che qui non ci fossero servizi di questo tipo”.

Photo credit: Shibuya 26:00 #2 via photopin (license)
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Il servizio di consegna notturno si svolge prevalentemente nelle ore in cui è vietata la somministrazione e la vendita di alcolici negli esercizi pubblici e nei bar: ovvero dalle 02 alle 06. “Il 70% dei nostri clienti ordina esclusivamente da bere”, confida l’imprenditore. A Milano non mancano i servizi notturni: dalle pizzerie ai locali di kebab, passando per le palestre, le lavanderie, le parafarmacie, le edicole e un supermercato Carrefour aperto 24/24 ore 7/7 giorni. Nelle ore notturne, come previsto dalla legge, il supermercato non è però autorizzato a vendere bevande alcoliche. E’ in questo quadro che si inserisce il business di consegna di alcolici che proprio perché “a domicilio” risponde a una legislazione più tollerante in materia di vendita di alcolici.

Quello che gli americani chiamano il 24/7 è arrivato tardi in Italia, rispetto al resto d’Europa. E in molte metropoli il servizio di consegna notturno a domicilio di alcolici è un’istituzione da diversi anni. Un po’ i sindacati, un po’ la nostra cultura della moderazione hanno ritardato lo sviluppo di un fenomeno già consolidato in altre realtà metropolitane: nella sola Parigi ci sono oltre 30 imprese che operano nel settore della facilitazione alla sbronza notturna in casa propria. Sono una ventina a Berlino, circa una dozzina a Bruxelles.

E’ vero che in Italia si preferisce chiacchierare all’infinito con un bel cono di gelato all’aperto, in piazza o al parco. Ma in città come Londra, Berlino o Bruxelles ci sono tre mesi di sole all’anno che riducono ogni scelta. Il destino di molte gite o semplici passeggiate si frantuma contro l’inclemenza meteorologica. La rudezza delle intemperie del nord, il grande freddo a cui non ci si abitua mai. Risultato e destinazione: di giorno il pub, la brasserie o il café (dove non si beve affatto caffé), di notte a casa, servito dai taxi bar.

E’ questa cultura della bruttezza e del vizio che all’Italia manca. Rispetto ad altri, siamo un popolo intrinsecamente salutista, baciato dal sole. Gente che preferisce l’espresso alla birra e che sceglie il parco o la piazza invece del pub fumoso dove si gioca a freccette, si beve alcol e si coltivano obesità e infarto.

Photo credit: CIMG6044 via photopin (license)
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“Almeno un 1/3 dei nostri clienti è straniero”, spiegano da Taxibar Milano, il cui sito è tradotto in inglese e in russo. “Il nostro rimane un servizio medio-alto. Abbiamo molti clienti russi che chiamano dai residence, dagli appartamenti di lusso e persino dalle suites d’albergo a cinque o sei stelle quando questi ultimi non riescono a garantire il servizio che offriamo noi”.

Il servizio funziona in modo semplice. Di solito la sede dell’azienda è un magazzino ben fornito e le chiamate giungono direttamente sul centralino. Un addetto coordina in seguito le consegne che avvengono nell’arco dei 30 minuti che seguono la chiamata. Il servizio copre l’intera area metropolitana e si estende ad alcuni comuni limitrofi.

In media i servizi di consegna di alcolici ricevono dalle 4 alle 10 chiamate a notte a seconda dei giorni della settimana e del periodo dell’anno:”Durante il week-end le ordinazioni registrano un aumento del 30%, durante le ultime feste di Natale addirittura del 40%”, precisano da Taxibar Milano.

Da un anno e mezzo a questa parte sono attivi poco meno di una decina di servizi di consegna notturna di bevande alcoliche e snack su Milano e parti dell’hinterland. Oltre agli alcolici alcuni portano a domicilio sigarette, medicinali e preservativi. Incontriamo Diego, un pony express nel settore delle consegne notturne universali.

Photo credit: CIMG2096 via photopin (license)
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“Prima di mezzanotte non chiama quasi nessuno. Verso le due riceviamo invece il picco di ordinazioni”, mi spiega il pony express. Diego ha 30 anni, è di origini pugliesi e dal 2014 gestisce le ordinazioni per un’impresa di consegne notturne di alcolici.

“Non si deve fraternizzare con i clienti, non c’e’ niente da condividere, sono quasi sempre persone viziate e con dei soldi da spendere”, sentenzia Diego. Il listino dei prezzi della sua azienda prevede un ordine minimo di 30 euro. Una bottiglia di vodka costa 40 euro, una bottiglia di vino rosso 25 euro e una birra piccola 5 euro. La sede dell’attività è un magazzino nei pressi dell’ippodromo di San Siro. Al centro del capannone c’e’ un divano nero con davanti un televisore, un tavolino e un portacenere sopra.

Verso l’una le chiamate cominciano ad arrivare sul cellulare di Diego. “Non ci si deve far coinvolgere dai clienti. Talvolta, presi dall’euforia della notte, ti invitano a restare ai loro festini. In tutti i casi dopo aver incassato, fai un bel sorriso, saluti tutti e te ne vai”. Il requisito minimo per essere assunto come pony express del servizio notturno è il possesso della patente e una conoscenza minima del territorio. Nel periodo di formazione iniziale viene insegnato ai fattorini a “non sollevare nessuna controversia con i clienti”, dice.

Photo credit: fourteen. via photopin (license)
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Mi spiega che all’inizio il proprietario del servizio aveva cercato di imporre ai dipendenti il porto di una divisa bianca e di un cappello da chef. “E’ durata forse una settimana poi nessuno le portava più, i clienti stessi ci ridevano in faccia: loro mica chiamano per ordinare delicatessen, la gente che ci contatta vuole bere, e bere pesante fino all’alba”.

Il servizio chiude alle 05,30 quando aprono i primi forni. Le ordinazioni provengono quasi tutte dal centro. “Almeno una volta a notte ricevo ordinazioni da stranieri con accento dell’est e con l’appartamento in centro. Ordinano di solito champagne e whisky. Si tratta quasi sempre di ricchi malvissuti dell’est Europa di 50-60 anni, con almeno due donne al seguito”. Diego precisa che “sul lavoro non c’e’ posto per i moralismi”, vige al contrario una certa sospensione del giudizio:“L’importante è consegnare le bottiglie, incassare i soldi e alzare i tacchi in fretta”, aggiunge.

Photo credit: CIMG8693 (Large) via photopin (license)
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Le situazioni più frequenti sono anche quelle potenzialmente più critiche. “Sono le feste dei giovani, non i festini dei vecchi che comunque conoscono le regole della notte – afferma Diego – Spesso siamo accolti con eccessivo entusiasmo quando portiamo da bere nelle case dei giovani. Non sei il fattorino della pizza ma quello dell’alcol: sei come l’idolo del momento, quello che risolve e lubrifica le relazioni interpersonali rimaste in sospeso – racconta Diego – Ma ricordo almeno un paio di situazioni sordide se non sinistre con degli studenti”.

Una notte di fine dicembre, con il centro storico deserto e il vento che spazzava via le strade della città, Diego ricevette un’ordinazione da un palazzo nobiliare in zona Sempione. “Salgo le scale. E’ al secondo piano. Arrivato al primo piano sento un urlo di donna, mi fermo un secondo, poi continuo la salita. Ad ogni scalino che salgo le voci e i rumori cominciano a farsi meno indistinti. Attraverso ancora due corridoi stretti e corti. Nell’ultimo corridoio c’è un gatto steso per terra. “Micio, micio”, faccio abbassandomi su di lui per accarezzarlo. La bestia non si muove, la tocco con la punta della scarpa, nessuna reazione: il gatto era morto”.

Photo credit: CIMG1929 via photopin (license)
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Giunto davanti all’abitazione, Diego non è più sicuro di voler terminare la consegna ma trova la porta spalancata. “Era l’appartamento di un gruppo di studenti universitari, c’erano palloncini blu ovunque, poster di eroi rivoluzionari sui muri e dalle casse dell’amplificatore usciva fuori una sorta di death metal industriale”. In un angolo del lungo corridoio che separa il salotto dalle stanze degli studenti, buttata sopra di un materasso, giaceva una ragazza con la bocca semi aperta. “Sembrava dormire profondamente – ricorda – e aveva un filo di saliva che le colava sul petto”.

Preso atto della totale indifferenza dei presenti, lasciando l’edificio, Diego chiamò il 118. “Era un caso estremo, c’era una ragazza che sembrava in pericolo, di solito la notte scorre tranquilla senza dover fare l’eroe”.

Succede però di incontrare un’umanità varia, fuori dalle categorie ordinarie. Recentemente, Diego si è trovato a portare alcolici alla coppia più insolita a cui avesse mai servito da bere:“Un nano biondo, abbronzato e muscoloso in coppia con una giovane transessuale mulatta sudamericana“, precisa Diego. “Arrivai a casa loro una notte intorno alle 04. C’era un’atmosfera morbosa, una vecchia canzone tedesca simile ad un inno militare suonava in sottofondo, le pareti dell’appartamento erano di colore rosso-pompeiano, sopra di esse c’erano dei disegni di priapi e fauni in atti privati. Sul muro c’erano anche delle svastiche gialle”. Era l’alcova di un nano nazista bisessuale, una tipologia umana di cui Diego ignorava l’esistenza, una combinazione così improbabile da non sembrare vera. “Dopo aver consegnato champagne e whisky, il nano mi invitò a restare. Mi chiese se fossi a conoscenza degli esperimenti che Hitler aveva fatto sui nani negli anni ’40. Voleva solo parlare, probabilmente”.

Photo credit: saturday2 via photopin (license)
Photo credit: saturday2 via photopin (license)

Dopo aver servito i clienti Diego risale in macchina e torna al magazzino. Fra una chiamata e l’altra non medita sulle “sliding doors” del destino né si interroga sulle stranezze delle “vite degli altri” che incrocia. Si beve una birra, invece, e si fa una canna. Guarda il televisore steso sul divano prima di ripartire per una nuova ordinazione, schizzando con la sua Fiat Punto bianca nella notte per servire un nuovo cliente e invadere per un attimo la sua dimensione più intima.

Secondo uno dei gestori di Taxibar Milano, una delle principali aziende del settore, il servizio nasce come delivery notturno “per servire tutti coloro che non possono usufruire, nella propria quotidianità, delle attività commerciali convenzionali aperte di giorno. Non mancano infatti fra i nostri clienti avvocati, manager e grandi professionisti che lavorano la notte, con dei particolari ritmi e stili di vita”.

Sarà così ma nella sua esperienza di fattorino Diego ha raramente servito grandi avvocati a corto di bourbon e sigari. Le ordinazioni più comuni sono il whisky e il rum, seguono le birre e il vino, e infine lo champagne che, a 100 euro a bottiglia, è ordinato in prevalenza dai clienti più anziani e facoltosi. Lo zoccolo duro dei clienti di Diego è composto da giovani, studenti o professionisti dai 25 ai 40 anni, seguono poi i ricchi stranieri superanti la mezza età e i turisti, infine alcuni rari clienti fissi costretti a casa per disabilità motorie.
Oltre a queste categorie, c’è virtualmente tutta l’umanità con i suoi infiniti incroci: c’è chi nasconde e pianifica avventure sessuali promiscue, chi vive paradossi porno-nazisti, chi invece è giovane e ricco a Milano e al posto di lanciare sassi dal cavalcavia improvvisa festini selvaggi fuori orario o chi ancora decide semplicemente di “andare fino in fondo” per quella notte chiedendo a se stesso di superarsi.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Final via photopin (license).

Stato d’assedio permanente

Le storie degli scemi di guerra, i soldati della prima guerra mondiale sconvolti dalla violenza del fronte. Passavano dalla trincea al letto del manicomio. Ma la guerra per loro continuava.

Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.

Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

[quote_center]“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.[/quote_center]

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

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Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

L’eclissi sacra dei Musulmani

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

eclissi_cinaGli astri si sono incrociati la mattina del 20 marzo, nel giorno dell’equinozio di Primavera, per il grande spettacolo dell’eclissi solare. La luna si è sovrapposta al sole per un paio di ore e ha proiettato la sua ombra sulla Terra. Alle nostre latitudini, l’eclissi ha prodotto un oscuramento parziale del 65%. Il calo di luce è stato graduale, con l’apice intorno alle 10:30. Una luce crepuscolare ha illuminato la mattinata e allungato le ombre per alcune decine di minuti.

Quello che oggi è un fenomeno astronomico ampiamente studiato dalla scienza, tanto da rendere possibile previsioni così esatte, era un tempo un evento che terrorizzava i nostri antenati. La luce del tramonto di mattina, le tenebre di giorno, il “Sole nero” offuscato dalla luna sono stati per millenni un mistero per l’uomo. Spesso al centro di superstizioni e credenze, i popoli antichi pensavano fosse causata da demoni e animali che divoravano l’astro, o dal furto di luce ordito da qualche divinità.

Per molte culture l’eclisse era associata ad un evento premonitore nefasto, sinonimo di morte e di cattivi presagi. Altre, come quella cinese, esorcizzavano il momento dell’eclissi battendo sui tamburi e producendo un tale fracasso da spaventare mostruose figure mitologiche ritenute responsabili dell’oscuramento del sole, a sua volta associato alla vita. E mentre non vi è menzione del fenomeno nei Testi Sacri di Cristiani e Ebraici, in altre civiltà come in quella musulmana, l’eclissi viene descritta, contestualizzata e ridimensionata.

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Per i Musulmani l’eclisse non preannuncia nessuna catastrofe né viene contemplata con misticismo. E’ una manifestazione dell’esistenza di Dio che viene celebrata con una preghiera ad hoc: la “Salat al-kusuf”. “La preghiera dell’eclissi” è considerata un’orazione supererogatoria, quindi non obbligatoria ma fortemente consigliata in base alla Tradizione profetica.

Per seguire questo rito collettivo siamo andati a Piacenza dove si trova uno dei centri islamici meglio strutturati del territorio lombardo-emiliano. Fra centri culturali e semplici sale di preghiera esistono 770 luoghi di culto islamico in Italia. Dopo la Lombardia (130 centri), l’Emilia Romagna è la seconda regione per numero di luoghi di culto islamici con 112 edifici adibiti a sale di preghiera o a centri culturali. Con 1,4 milioni di fedeli, i musulmani rappresentano la seconda religione del paese e d’Europa.

Dal 2012 la Comunità Islamica di Piacenza e provincia ha la sua sede in un ampio edificio di recente ristrutturazione capace di accogliere almeno 2000 persone. Il Centro è una struttura polifunzionale, articolata in sale di preghiera, stanze per le riunioni, spazi per i giovani, aule per corsi di formazione e di lingua, oltre a un grande giardino con fontana in stile arabo-islamico. Anche la scala anti-incendio di acciaio è stilizzata a minareto.

Oggi il Centro della Comunità Islamica di Piacenza è uno dei complessi islamici più importanti e meglio organizzati d’Italia settentrionale, punto di riferimento per gli oltre 20mila Musulmani residenti sul territorio piacentino. I Musulmani locali hanno una pagina Facebook e un canale youtube sempre aggiornato. “La preghiera dell’eclissi” è stata pubblicizzata sui social network e attraverso la stampa locale.

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Incontriamo Abdelrahman, il giovane custode marocchino del Centro che ci accompagna all’interno dell’edificio dove già una decina di fedeli sono raccolti in preghiera. Sono quasi le 10 e la luce comincia lentamente a calare. “In teoria si inizia a pregare in congregazione appena comincia l’oscuramento del sole e la funzione termina solo quando la luce torna splendere con il sermone conclusivo dell’imam”, puntualizza Abdelrahman.

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Il termine arabo “Imam” significava in origine “Colui che sta davanti”, in epoca preislamica indicava le persone che guidavano le carovane nei lunghi viaggi attraverso il deserto. Nell’Islam classico è colui che dirige la preghiera, esperto in materie religiose. Nell’Islam europeo l’imam è spesso una figura che assume un ruolo più ampio. E’ considerato la guida, il rappresentante e il portavoce della comunità. L’imam di Piacenza è un signore di circa 35 anni, di origine egiziana, con un lunga barba scura e riccia. Si chiama Mohamed Salah: “Le popolazioni pre-islamiche associavano il fenomeno dell’eclissi alla morte o alla nascita di una persona importante – spiega l’Imam – Questa credenza venne corretta dal Profeta Mohamed. Come le altre manifestazioni della natura l’eclissi è un segno di Allah”.

La “razionalizzazione religiosa” dell’eclissi aveva un’origine senza dubbio funzionale alla professione monoteista islamica: combattere l’idolatria e arginare la superstizione che un evento straordinario come l’eclissi aveva fino ad allora generato presso i popoli arabi pagani. Quest’inquadramento religioso della Natura fu senz’altro utile anche a placare i sentimenti di panico e sgomento che un eclissi poteva suscitare presso le popolazioni dell’epoca, esortate invece a pregare.

Ma secondo la Tradizione profetica l’Islam si spinge oltre. “Cominciamo per dire che tutto quello che avviene nell’universo avviene per decreto di Allah: sole e luna, luce e tenebre sono solo dei segni di Dio”, spiega “Sheykh” Abdu r Rahman Pasquini, una delle figure più autorevoli dell’Islam in Italia. Convertitosi verso la fine degli anni ’60, mentre i suoi coetanei pensavano a protestare contro la società dei loro padri, lo “sceicco” fondava a Milano la prima organizzazione giovanile musulmana militante: “Presenza Islamica”. E’ stato in seguito co-fondatore e Imam della Moschea del Misericordioso (conosciuta volgarmente anche come “moschea di Segrate”), una delle rare moschee vere e proprie della Penisola e dirige attualmente una casa editrice denominata “Edizioni del Calamo”. Lo sceicco Pasquini è spesso ospite dei convegni organizzati dal Centro Islamico di Piacenza in veste di predicatore.

Secondo alcune “sunna”, i detti e i comportamenti del Profeta Mohamed, fonti della teologia e del diritto islamico, è proprio durante un’eclissi che Ibrahim, uno dei figli del Profeta Mohamed, morì. Il popolo associò subito la morte del figlio dell’amato Profeta all’eclissi. “Dovette intervenire Mohamed stesso – spiega lo sceicco Pasquini – pronunciando la seguente frase :”Invero il sole e la luna non si eclissano né per la morte né per la nascita di alcuno, bensì sono due tra i segni di Allâh: quando assistete alle loro eclissi, alzatevi ed assolvete all’orazione”. Quest’invito alla preghiera, davanti a un evento che poteva turbare i primi musulmani minandone la fede, era ed è preso alla lettera per tutti coloro che seguono idealmente la “imitatio muhammadi”, la via del comportamento del Profeta Mohamed.

Alle 10:30 arriva il picco dell’eclissi. Decine di fedeli pregano in fila in silenzio. “Attraverso l’eclissi Allah vuol ricordare ai fedeli la sua onnipotenza e la loro condizione di creature tenute a dare conto a Dio nel Giorno del Giudizio. Facendo calare le tenebre di giorno, Allah induce i fedeli a celebrare la sua grandezza e a temerlo, questo è il vero motivo della salat al-kusuf”, dice lo sceicco.

Poco prima di mezzogiorno la luce torna a spledere e i fedeli che hanno eseguito la “Salat al-kusuf” si mescolano a quelli accorsi per la preghiera del mezzogiorno di venerdì, l’orazione canonica più importante. Incontriamo alcuni giovani per i quali la “preghiera dell’eclissi” è semplicemente raccomandata dalla Tradizione e quindi da eseguire senza porsi troppe domande.

”Il Corano parla delle eclissi solari e lunari come di tanti altri fenomeni naturali che troveranno poi una loro dimensione scientifica solo in epoca contemporanea, ossia ben 1400 anni dopo essere stati rivelati” commenta lo sceicco Paquini. Secondo i Musulmani, il versetto 33 della XXI sura del Corano anticiperebbe la formulazione di alcune teorie astrofisiche sul moto dei pianeti. Il versetto recita: “Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno, il sole e la luna: ciascuno naviga alla sua orbita”. Un versetto che secondo gli studiosi islamici testimonierebbe di un fatto essenziale scoperto dall’astronomia moderna, cioè l’esistenza di diverse orbite per ogni corpo celeste, con delle caratteristiche di moto proprie.

Per la prossima eclissi bisognerà aspettare almeno 10 anni. Comunque vada, i veri Musulmani la celebreranno con una preghiera che assomiglia più a una fredda esecuzione di inchini e prostrazioni che a un raccoglimento comunitario sentito e condiviso. Così, mentre bisognerà aspettare il 2027 per ammirare una nuova eclissi, benché ancora parziale, saremo sempre sicuri che ci saranno i Musulmani a relativizzare il fenomeno, suggerendoci:”Niente paura, è solo la Natura, è solo Dio”.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Eclypse via photopin (license).

Sindacato, dove sei?

Il sindacato è ancora in grado di rinnovarsi rispetto al modo in cui cambia il mondo del lavoro? Conversazione con Donato Pivanti, ex segretario della Cgil di Modena.

di Anna Ferri

Per i trentenni di oggi il sindacato è un’istituzione novecentesca che non li rappresenta. A dirlo sono anche i numeri: solo l’1,1% degli iscritti alla Cgil sono “lavoratori atipici”, precari, mentre la percentuale più alta è rappresentata dai pensionati. Il sindacato è finito? “Non ancora ma non è detto che vivrà in eterno”, spiega Donato Pivanti, che alla Cgil ci ha passato trent’anni: “Manca una cultura del lavoro anche da parte della politica e il dibattito è affidato alla disperazione. O ci si rinnova o si muore”.

Avere trent’anni oggi significa, tra le altre cose, non capire bene che cosa voglia dire essere iscritti a un sindacato. Anzi, per molti è solo un’istituzione novecentesca che oggi, rispetto alla precarietà, non ha nessun tipo di rappresentanza e anzi è piuttosto inutile. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Che il sindacato necessiti di un restyling è fuori da ogni dubbio, lo ammettono anche loro e questo – come si dice – è il primo passo per migliorarsi. Come ci spiega uno che alla Cgil ci ha passato la vita, l’ex segretario modenese Donato Pivanti, “c’è un problema di linguaggio ma non si può risolvere tutto con un tweet. Manca la cultura del lavoro e il dibattito è lasciato alla pancia e alla disperazione”. Perché non importa quale tipo di contratto avremo da domani, se a tutele crescenti o decrescenti, se avrà sigle ridicole oppure sarà miracolosamente perfetto: se i lavoratori non potranno organizzarsi o avranno paura di lottare insieme per difendere i propri diritti, allora non avrà perso solo il sindacato ma avremo perso tutti noi.

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Donato Pivanti è in pensione da un paio di anni, dopo aver guidato la Cgil modenese, dove è entrato nel 1977, quando il mondo era completamente diverso e il sindacato era reduce di grandi vittorie tra cui lo Statuto dei lavoratori che, come disse Vittorio Foa, fece varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche, ma anche di grossi lutti, come la morte di Guido Rossa, il sindacalista che denunciò la presenza dei brigatisti all’Ansaldo di Genova e per questo venne barbaramente ucciso. Nel 1980 ci sarebbe stata la vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila per le strade di Torino e la rottura definitiva tra Cgil, Cisl e Uil. Nonostante tutto, però, quelli erano anni dove c’era un riferimento politico sul tema del lavoro, “nella stessa DC un’area guardava al mondo del lavoro e c’era l’idea che fosse un pezzo fondamentale su cui costruire una società, mentre oggi – spiega Pivanti – non è più così e la prova è il Job Act: l’attacco all’articolo 18 e le tutele crescenti sono un chiaro segnale che la priorità viene data all’impresa, che sostiene che gli investimenti siano legati alla possibilità di licenziare”.

Però, se proprio vogliamo essere precisi, l’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori e per molti è una battaglia che il sindacato porta avanti più per ideologia che per reale necessità. Pivanti ci guarda fisso negli occhi un lunghissimo secondo: “Se un precario, un co.co.co o una partita Iva mi dice cosa me ne frega dell’articolo 18 lo capisco, anche se non condivido il ragionamento, ma chi a fatto la legge non può usare lo stato di queste persone come scusa per togliere un diritto”. In effetti è una cosa un po’ strana: perché togliere l’articolo 18 che tutela ormai pochi ma è frutto comunque di una lunga battaglia per i diritti dei lavoratori? Dall’altra parte il sindacato non dovrebbe aiutare ad arginare i furbetti? E soprattutto, licenziare oggi è davvero così difficile? “Ci sono dei percorsi da seguire: contestazioni, richiami, multe, fino a lasciare a casa una persona. I furbetti si possono tenere sotto controllo ma nel rispetto delle regole: se uno è davvero malato non può deciderlo l’azienda o il sindacato, per quello c’è il medico. Poi è chiaro che anche il medico deve essere controllato”. Pivanti un po’ si scalda e ci dice che ok, se un lavoratore sbaglia paga ma se a sbagliare è l’imprenditore cosa succede? Nulla, a meno che non fallisca. “Una cosa incredibile – conclude – se pensiamo che nella Costituzione c’è scritto che l’impresa deve svolgere un ruolo sociale”.

iscritti CGIL

Il punto, in fondo, è proprio questo: l’impresa oggi svolge un ruolo sociale? Il lavoro è al centro dell’agenda politica? La risposta è un secco e triste “no”. “Oggi il lavoro viene visto come una variabile, una merce. Si è affermato il pensiero liberista e tutto si è trasformato in politiche giocate sulla competitività dei diritti, sul costo del lavoro e sulla precarizzazione”. In tutto questo, però, non si può negare che il sindacato viva una fase di difficoltà: come si dice, o ci si rinnova o si muore. “Dopo una crisi come questa, che dura da sette anni, il solo fatto che esista ancora un sindacato confederale è di grande rilevanza ma questo non vuol dire che vivrà all’infinito. Bisogna capire che cosa succede in Europa e ci si deve impegnare per una politica sociale ed economica diversa e non incentrata sulla riduzione dei diritti. Non possiamo limitarci a denunciare la precarizzazione a vita ma dobbiamo proporre una sfida: se siamo meno forti nei luoghi di lavoro allora dobbiamo parlare alla gente fuori e spiegare che il modello sociale che ci viene proposta – meno diritti, meno salari e relativo impoverimento – è drammatico perché si riducono i sogni: i figli degli operari e impiegati difficilmente avranno accesso all’università perché studiare è costoso e l’ingresso nel mondo del lavoro non è giocato sul merito ma sulla disponibilità”. Insomma, chi crede che il ruolo del sindacato sia solo quello di difendere il lavoratore licenziato senza giusta causa si sbaglia di grosso. Il lavoro ha conseguenze enormi sulla nostra tenuta sociale e sulla qualità delle nostre vite. Un esempio su tutti: senza la possibilità di organizzarsi e quindi di lottare in gruppo, chi avrebbe più il coraggio di denunciare il lavoro nero o fare uno sciopero? Nessuno. Perché chi lo fa sa già che perderebbe il lavoro e di conseguenze si cancella con un colpo di spugna la battaglia per la legalità e i diritti.

Chi c’è oggi nel sindacato? Il primo pensiero è che l’età media sia molto alta: i giovani quando va bene sono precari e quindi si sentono poco rappresentati e il primo pensiero è che i tesserati siano soprattutto quelli della generazione dei padri dei famosi trentenni che non sanno cosa significa farne parte. Pivanti ci frena e dice che a Modena, per esempio, c’è una minore incidenza di pensionati rispetto alle altre realtà. Chiediamo i numeri e lui li snocciola veloce: 52% pensionati e 48% lavoratori attivi e precari. Praticamente la metà e quindi va un po’ a sentimento valutare se è buono o no. Noi siamo più propensi verso il no – soprattutto se pensiamo che Modena è considerata una realtà dove i pensionati incidono relativamente rispetto ad altre città – e chiediamo all’ex segretario se non si rischia di trasformare la Cgil in un sindacato di anziani. Pivanti ci risponde che anche se per una fase intermedia fosse così non sarebbe una tragedia. Perché? “Perché il sindacato vive di contributi volontari e quindi muore nel momento in cui vengono a mancare le risorse economiche”. Niente iscritti, niente sindacato.

INDICE

Ci stiamo per salutare e chiediamo quale sia stato, secondo lui, l’errore più grosso fatto dalla Cgil. Pivanti si risiede e noi capiamo che forse la lista è più lunga del previsto. Il primo che ci cita è il non aver completato il dibattito sui modelli delle relazioni industriali come quello tedesco, dove però – ci tiene a precisare – il sindacato è uno solo. Il secondo è legato al rischio della settorialità: operai, impiegati e tecnici curano i propri interessi senza guardare il quadro complessivo e questo rende difficile intervenire sulle condizioni di lavoro, con conseguenze anche sulla competitività aziendale. “Perdere questo – dice Pivanti – significa perdere un pezzo della ragione per cui siamo nati”. Siamo sulla porta per salutarci e si gira di colpo: “C’è anche la questione Fornero. Lo sciopero di tre ore non è stata una risposta adeguata, non ce l’avremmo fatta lo stesso ma siamo stati deboli. Berluscono si era dimesso e le otto ore di sciopero non sarebbero state comprese”. E allora perché è un errore? “Perché avremmo avuto la possibilità di rispondere a Renzi quando dice il sindacato dov’era per la legge Fornero a avremmo costretto le forze politiche a mettere il tema nel programma. Questa è l’idea di cosa serve a volte uno sciopero: non solo una testimonianza ma anche il far presente un problema e costringerli a non ignorarlo”. Lo guardiamo andare via e pensiamo che forse il senso di avere la tessera del sindacato in tasca è un po’ anche questo: costringerli – e qui immaginiamo che si riferisca a politici, economisti e imprenditori – a non ignorare che il lavoro è un diritto.

Anna Ferri

Immagine di copertina, rielaborazione da uno scatto di Slaust.

Un sabato qualunque, un sabato americano

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Avevo due obiettivi sabato sera: capire finalmente le regole del football americano e fare un video sulla prima partita dei Vipers in casa.

Non ci troviamo in America, ma poco fuori Modena, più precisamente nei campi della Polisportiva Saliceta San Giuliano. Qua si svolgerà tra poco il derby emiliano del campionato nazionale di football americano: i Vipers contro i Knights di San Giovanni in Persiceto, Bologna. Le vipere contro i cavalieri.

La partita è importante per vari motivi. Intanto perché è un derby, cosa che ai non sportivi non fa né caldo né freddo, ma per chi ci crede il derby non è mai una partita come le altre. E poi perché, oltre a essere la seconda partita che i Vipers di Modena giocano in assoluto, è anche la prima che giocano in casa. Quella precedente, a Piacenza, l’hanno persa, risultato prevedibile per una squadra nata da poco. Anzi, rinata.

I Vipers di Modena infatti sono nati per la prima volta negli anni ’80. Giocavano già in questi campi di Saliceta San Giuliano anche se – ci spiegano – quelli di oggi sono sintetici e sono molto meglio di quelli dove giocavano all’epoca.

I primi Vipers, 1988
I primi Vipers, 1988

Il football americano in Italia si è diffuso e ha avuto successo più o meno a metà degli anni ’80. Anche se era già approdato in Italia molto tempo prima: durante la seconda guerra mondiale il gioco americano per eccellenza era arrivato qua assieme alle truppe alleate e si parla di una storica partita a Bari nel 1944, anche se in una versione particolare dato che, per ovvi motivi, le due squadre non erano in grado di procurarsi le protezioni necessarie per giocare come si deve.

Se poi è arrivato a Modena si deve anche alla televisione. Il primo nucleo dei Vipers era formato soprattutto da spettatori di partite di football, gente che ai tortellini probabilmente preferiva un hamburger. “Ero appassionato delle cronache di Guido Bagatta su Canale 5” spiega Paolo Battaglia, che giocò con i Vipers in serie A e che oggi è tra i dirigenti della nuova squadra.

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Bagatta, popolare giornalista sportivo, nonché volto ma soprattutto voce televisiva, è un nome famigliare a tutti i non appassionati di calcio in Italia. Quei pazzi che, mentre tutti gli altri seguivano il Milan e la Juventus, sapevano tutto del Superbowl o dell’Nba. Quelli che rimpiangevano di essere nati qua, quelli che avrebbero voluto avere un papà che li portava a vedere le partite dei Lakers, dei New York Yankees o dei Dallas Cowboys. Insomma tutto, ma il calcio no. Gente nata nel continente sbagliato.

E fu così che soprattutto negli anni ’90 c’era chi abitava a Barletta, a Treviso, a Catania o a Oristano, che parlava di touchdown, regular season, shooting guard e così via, mentre gli altri li guardavano e scuotevano la testa con compassione, per poi tornare a completare il fantacalcio e altre cose più serie.

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In Italia il football americano è rimasto uno sport di nicchia. Per capirci, secondo dati Coni-Istat (Coni – Lo sport in Italia, 2014), gli atleti tesserati che in Italia giocano a calcio sono 1.098.450. Più di un milione. I tesserati del bridge sono 22mila, quelli del rugby 76mila. I tesserati alla Federazione italiana di American Football invece sono circa 5mila. Parliamo quindi di uno sport praticato da un manipolo di appassionati.

Steve Cavazzuti, oggi coach e general manager dei rinati Vipers, come Battaglia faceva parte della formazione originale anni ’80/90 e col football giocato ha smesso solo qualche anno fa. Ora è a guida del gruppo degli ex giocatori che vogliono formare le nuove leve modenesi del football americano. Il primo obiettivo, già raggiunto, era trovare un numero sufficiente di ragazzi. Infatti le squadre di football americano sono composte da 40, 50 o anche 60 giocatori. I Vipers, rinati nel maggio dell’anno scorso, si allenano duramente da settembre. Ma è solo oggi, sabato 14 marzo 2015, che giocano per la prima volta nel loro campo di Saliceta. Sono in 40, e di questi solo 3 avevano già giocato a football.

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Durante il riscaldamento parliamo con alcuni dei ragazzi. Riccardo, votato come giocatore migliore nella partita precedente, in passato giocava a pallavolo, ma ora trova molto più divertente il football americano. Mi mostra tutte le protezioni che indossa, scopro che le chiamano casco e armatura, come i cavalieri medievali. Scopro che la conchiglia, cioè la protezione per i genitali, non la porta nessuno, anzi è sconsigliata. Scopro anche che il football è uno sport più di impatto che di contatto. Ovvero che sono frequenti le collisioni. Ovvero, come spiega il dizionario, “urti e incontri più o meno violenti di un corpo con una superficie”. Nel nostro caso la superficie è rappresentata da un altro corpo umano con armature e occhi che ti fissano sotto il casco di protezione (ma niente conchiglia).

Tendenzialmente siamo portati a evitare in ogni modo possibile di impattare contro qualcosa o qualcuno. In questo tipo di giochi invece è quasi certo che capiterà. Ecco perché sul casco non ha risparmiato nessuno: può costare anche 400 euro. “Ma dopotutto ci devi mettere dentro la testa” mi spiegano. In effetti, memori del nostro viaggio nel mondo della traumatologia sportiva, concordiamo che su certe cose sia meglio non risparmiare.

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Parliamo anche con il quarterback dei Vipers, cioè il lanciatore, uno dei ruoli più importanti all’interno della squadra. E’ il capo dell’attacco, cioè quello che chiama gli schemi. In pratica l’allenatore da bordo campo gli dice i numeri relativi agli schemi imparati (circa 80) e il quarterback deve applicarli. E qua già iniziamo ad addentrarci nell’insidioso terreno delle regole del football.

Ammettiamolo: non sappiamo assolutamente come si gioca, ed esclusi i giocatori in campo, gli allenatori e i dirigenti ex giocatori, sono poche le persone negli spalti a capirne le regole.

In Italia impari come funziona il fuorigioco nel calcio a 6 o 7 anni, ma capire il football… a world apart, direbbero gli americani. Per ora, per farla breve, diciamo che per certi versi assomiglia al rugby, con alcune fondamentali differenze: la palla si può lanciare anche in avanti e non solo verso l’indietro, il numero di giocatori è diverso, si indossano caschi e protezioni. Maggiori dettagli li vedremo più avanti.

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Dopo il riscaldamento i Vipers entrano in campo. Sono in fila in coppie di due con il quarterback che incita la squadra gridando “cuore e polmoni, ragazzi!”. Qualcuno si dà colpi sul casco, altri insistono sull’importanza della concentrazione con l’aggiunta di qualche parolaccia motivazionale. Poi fanno la loro entrata: corrono sul campo con la bandiera gialla dei Vipers davanti, come dei guerrieri sul campo di battaglia. Niente musica come negli stadi americani, dopotutto siamo pur sempre a Saliceta San Giuliano. Lo spirito però c’è eccome.

Verrebbe da seguirli e unirsi a loro, ma l’assenza della conchiglia continua a preoccuparmi. In più penso di non avere il fisico adatto, né la necessaria convinzione, anche se scopro che questo è in parte un falso mito. Così mi spiegano: “E’ uno degli sport più democratici in assoluto, perché tutti possono giocare. A seconda del fisico hai il ruolo più adatto a te. Non sei grosso? Magari sei veloce. Ci sono molti ruoli specialistici quindi tutti hanno il loro compito all’interno della squadra”.

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Quello che si nota subito guardando la partita è che si tratta di uno sport molto tattico. Spettacolare, sì, ma per pochi istanti.

Apparentemente si svolge così: azioni velocissime e molto brevi. Da lontano non si capisce bene cosa succede. Poi tutti si fermano, come se la scena non fosse venuta bene e il ciak fosse da rifare. E va avanti così per tutta la partita. Ecco perché durano tanto e gli americani l’hanno riempita di attività collaterali: musica, cheerleader, mangiare e bere. In teoria sono 4 quarti da 15 minuti, ma di tempo effettivo giocato. Se aggiungete le continue soste una partita può durare anche più di due ore. Anche a Saliceta ci sono le cheerleader: le sei coraggiose dei Knights, che nonostante il freddo pungente ballano e incitano la squadra per tutta la partita, ma anche quelle chiamate a sostenere i Vipers, le “Quakes Cheer Team La Patria” di Carpi.

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Non capendo del tutto come si svolge il gioco si perde parte dell’emozione e della spettacolarità. Per quanto il paragone può sembrare assurdo, è come guardare una partita di scacchi un po’ più violenta senza però sapere né le regole né cosa rappresentano i singoli pezzi. Vi ritrovereste a tentare di intuire cosa sta succedendo, senza riuscirci. Ecco perché, anche grazie al fatto che la partita è così spezzettata, c’è uno speaker che tenta di spiegare le regole e ogni azione di gioco. La visione della partita dunque non è passiva, ma è un continuo chiedere al vicino di spalti se ha capito cos’è successo, e se è un bene o un male per i Vipers. Cos’è successo? Stiamo vincendo? Sta andando bene?

Elenco brevemente alcune delle cose che ho capito guardando la partita e chiedendo spiegazioni a tutti quelli che avevo intorno: ogni squadra è formata da due squadre, una di attacco e una di difesa. Quella di attacco deve portare avanti la palla fino alla meta. Si procede per yard, unità di misura usata solo negli Usa e dagli inglesi, che corrisponde a quasi un metro (per la precisione a 0,9144 metri).

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Ci sono 4 tentativi a disposizione per superare 10 yard. Se non ci riesci la palla va agli avversari, se ci riesci continui ad avanzare. Si chiama touchdown quando il giocatore entra nell’area di meta ricevendo un passaggio al volo o arrivando di corsa con la palla. Che, tra parentesi, è molto leggera. La squadra di difesa invece ha il compito di fermare l’azione di attacco della squadra avversaria. L’avanzamento avviene tramite gli schemi studiati in precedenza.

Questo credo sia il 10%, e forse non del tutto corretto, delle regole del football americano, o almeno quello che ho capito io. Ora pensate ai vostri amici che si ostinano a non capire la regola del fuorigioco nel calcio e provate pietà per loro.

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Particolare tecnici a parte, un aspetto fondamentale ce l’ha la filosofia di fondo, U.S.A. al 100%, un mix perfetto di individualismo e spirito di squadra.

Non a caso il giovane quarterback, quando sfioriamo vagamente l’argomento comando, risponde immediatamente che qui non c’è un capitano, ma 40 capitani. Ognuno ha il proprio ruolo, ma è il gruppo che conta. Ripenso alle mie poche conoscenze di football americano, ovvero il film “Ogni maledetta domenica”, quando Al Pacino spiega che si combatte centimetro per centimetro, ma soprattutto quando negli spogliatoi, per incitare i suoi giocatori, dice: “Questa è una squadra, signori. E quindi o noi risorgiamo ora come squadra, o moriremo individualmente” .

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Nella versione italiana del film, per evitare di ripetere la parola “team” (squadra) più volte, fanno dire ad Al Pacino – doppiato magistralmente da Giancarlo Giannini – “collettivo”, trasformando il discorso motivazionale negli spogliatoi in una surreale riunione da centro sociale. Ma a parte questi dettagli, la potenza del famoso discorso di “Ogni maledetta domenica” è indubbia, tanto che è diventato uno di quei video che vengono usati nei corsi aziendali per motivare i dipendenti. Tu sei uno e tutto dipende da te, ma tu sei anche parte della squadra.

Nel film, dopo questo discorso, la squadra ovviamente vince. A Saliceta San Giuliano il risultato va com’era previsto: i Vipers perdono il derby, il tabellone – non c’è, ma immaginiamolo – segna 33-7, ma è un risultato migliore di quello che può sembrare. La squadra, soprattutto nella prima parte della partita, ha giocato bene, e fino a un minuto dalla fine della partita era a 21-7, con la possibilità di segnare. Poi è andata com’è andata. Hanno perso. Ma avete presente quando i giocatori a fine partita dicono che quel che conta è aver giocato bene? Beh, è vero.

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Idem per me. Il mio obiettivo era capire le regole del football e fare un video della partita. Delle regole qualcosa l’ho capita. Il video invece non l’ho fatto: tornato a casa ho scoperto di non aver registrato nemmeno un secondo di audio. Durissima lezione. Controllare sempre tutte le impostazioni della videocamera, dieci, cento, mille volte. Diciamo che ho perso come individuo. E non posso manco dire di aver giocato bene. Alla prossima partita.

M.P.

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Da lavoratore a criminale: ascesa, caduta e rinascita di Youssef

Criminali si diventa. Raccontiamo l’ascesa, il declino e la rinascita di un lavoratore che si è stufato di lavorare ed è diventato un delinquente.

di Arthur La Piqûre

Karim ha 38 anni, è marocchino, abita da oltre vent’anni nella zona più problematica di Piacenza, un quadrilatero adiacente alla stazione ferroviaria, chiamato “quartiere Roma”. Non è il Bronx né la periferia londinese. Piacenza conta 100mila abitanti con un 16% di residenti stranieri.

La zona si è guadagnata negli ultimi vent’anni una pessima reputazione legata al traffico di stupefacenti, ai furti, alla prostituzione, alle risse multietniche e alle manifestazioni più evidenti di ubriachezza molesta.

E’ un crocevia di razze concentrate in una manciata di strade: ecuadoriani, peruviani, albanesi, bosniaci, magrebini, cinesi e indo-pakistani. Le ultime due etnie sono in ascesa nel quartiere. Fra call-center, mini-market universali, bar e tavole calde, l’Oriente Estremo regge l’economia del quadrilatero. La strada è sempre stata però dei magrebini, degli slavi e dei latinos. D’estate, chiudendo per un secondo gli occhi e aprendo bene le orecchie si possono udire le melodie della salsa o del rai che escono dalle finestre degli appartamenti del quartiere. Per un attimo sembra di essere a Little Havana o a Casablanca. E invece è Piacenza.

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Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View

E’ in questo quartiere che Youssef si è trasferito nel 2000 da Rabat, la capitale del Marocco. E’ qui che ha conosciuto Esmeralda, la fidanzata ecuadoriana con cui ha diviso un pezzo di clandestinità. “Brava ragazza l’Esmeralda, non ha parlato, è stata poi espulsa, chi l’ha mai più rivista”, ricorda Karim senza nostalgia alcuna.

Karim e io siamo amici di lunga data, è nel “quartiere Roma” che abbiamo conosciuto entrambi Youssef. “Ti ricordi di quando Youssef ha sfondato la sbarra metallica del casello autostradale?”, dice Karim sputacchiando il tabacco della sigaretta rimastogli incollato sulle labbra.
“Certo che mi ricordo, poco più di un gesto dimostrativo”, rispondo sorridendo.
“Il Turco non si fermava davanti a nulla”, ribatte Karim.

Piazzale Roma, Piacenza.
Piazzale Roma, Piacenza. Foto da Google Street view

Il soprannome di Youssef era il Turco. Se lo era guadagnato nel cantiere in cui lavorava per la sua tenacia e la forza fisica: per i magrebini i turchi hanno la fama di essere gente tosta, dura, con un alto grado di sopportazione al dolore.

La prima volta che incontrai Youssef ero in una delle tante taverne del quartiere. Bar senza pretese frequentati solo da migranti, neanche fosse il sud segregazionista americano. Youssef se ne stava seduto al bancone con Esmeralda a sorseggiare una bottiglia di birra formato famiglia. Portava una maglietta dell’Olympique di Marsiglia. Poggiai il braccio sul bancone e ordinai un paio di birre da portar via e un pacchetto di sigarette. Oltre ai bar con la birra a buon mercato, fino al 2007 nel quadrilatero trovavi tutte le maggiori marche di sigarette contrabbandate dai montenegrini che le rivendevano ai locali della zona.

Mentre aspettavo al bancone, Youssef alzò lo sguardo verso di me: non era alla sua prima consumazione, su questo non ci sono dubbi. Aveva gli occhi arrossati mezzi chiusi e biascicava qualcosa sulla qualità delle noccioline. Era appena arrivato in Italia, parlava a fatica. La lingua francese e il calcio ci aiutarono a dialogare. Quasi tutti i magrebini parlano francese e tutti sono appassionati di calcio.

Parlammo per un quarto d’ora della corruzione nel mondo del pallone e sul costo della vita. Mi disse che era arrivato sei mesi prima da Rabat e che aveva subito trovato lavoro in Italia. Era il 2001.

Via Roma, Piacenza
Via Roma, Piacenza. Foto da Google Street View

“A Youssef piaceva lavorare, non era come gli altri”, ricorda Karim. Lavorava in un cantiere in provincia. Ogni mattina sveglia alle 6, pranzo al sacco, settimana di 6 giorni, per uno stipendio di 1200 euro al mese.

Con Youssef cominciammo a frequentarci nei fine settimana. Bevevamo qualche birra insieme, lui mi raccontava del suo paese e dei suoi progetti. “Voglio diventare capocantiere, magari prendermi il diploma da geometra, questo lavoro è duro, non voglio crepare a 50 anni”, mi confessò un giorno. Quella bettola diventò presto il luogo di ritrovo di una piccola comitiva di nordafricani. Dopo qualche mese la polizia chiuse il bar e appose i sigilli. C’era stata una rissa violenta all’interno del locale fra clienti insoddisfatti, un avventore era stato accoltellato.

Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza
Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza. Foto da Google Street View
Durante il controllo e i sopralluoghi delle forze dell’ordine che seguirono venne fuori che il gestore del locale era un ricettatore. In cambio di pochi spicci comprava merce rubata dai ladri e dai tossicodipendenti del circondario: telefoni cellulari, televisori, lettori dvd, navigatori satellitari, orologi, monili. Cambiammo quartier generale per stabilirci in un altro bar poco distante con caratteristiche simili.
Nel 2003 Youssef fu vittima di un incidente sul lavoro. A fine turno, sovrappensiero, levigando una struttura di ferro con della carta vetrata, si era procurato una ferita seria alla mano destra. Uno spigolo gli aveva perforato il guanto e aperto il dorso della mano. Mi chiamò sul cellulare e lo raggiunsi in macchina sul cantiere. Sanguinava copiosamente. Nel cantiere non c’era acqua corrente, solo barili con acqua stagna. Gli altri muratori, quasi tutti bosniaci e macedoni, gli consigliarono di lavarsi la ferita con l’urina. “Amico non è niente, tu non va a ospedale, tu piscia su tua mano subito, vedi che disinfetta ferita, perché c’e’ ammoniaca nel pipì”, disse un suo collega bosniaco.
Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Presi un asciugamano e improvvisai una benda. Lo portai al pronto soccorso. Non avevamo scelta, la ferita era profonda e i punti di sutura inevitabili. Non disse nulla durante il viaggio, né una parola né un lamento. All’entrata, quasi a scusarsi con me, mi guardò negli occhi e mi disse: “Meglio se non entriamo, non ho i documenti, sono clandestino”.

I medici del pronto soccorso non fecere troppe domande. Gli pulirono la ferita e gli praticarono dieci punti di sutura. Al momento di chiedergli il motivo della brutta ferita lui disse che se l’era procurata nel suo garage mentre aggiustava il motorino.

Il giorno dopo Youssef strinse i denti e la benda che gli fasciava la ferita e andò in cantiere puntuale come sempre. Ad aspettarlo c’erano i suoi colleghi e il datore di lavoro, un paffuto cinquantenne nato e cresciuto nella provincia piacentina. Youssef venne licenziato in tronco, senza indennità, senza pietà e senza lamentarsi. Aveva mentito per proteggere il suo lavoro ma il padrone si era spaventato, perché tutti i suoi operai lavoravano in nero.

Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo Karim, quell’episodio condizionò per sempre la vita di Youssef: “Cominciò a non fidarsi degli italiani e a frequentare brutta gente. Prima di allora Youssef non sapeva neanche che cosa fosse la droga”. Fece amicizia con un gruppo di marocchini dediti ad ogni sorta di traffici.

Era il 2004 e si stava compiendo davanti ai miei occhi la trasformazione di Youssef. Da uomo di fatica e immigrato modello, a delinquente, spacciatore e ladro. “Il crimine paga”, pensava. Comincio’ con le biciclette, rubandone una dozzina al mese, di tutti i tipi: da città, da campagna, da corsa, da cross. Ne aveva il garage pieno. Le rubava nella zona della stazione con un suo connazionale proprietario di un furgone nel quale stipavano le biciclette destinate al mercato nero di Lodi. A Lodi rubava altre biciclette che rivendeva sul mercato nero di Piacenza. Poi provò a passare ai furti in appartamento, ma non era molto agile: un ladro che va a sbattere contro i mobili durante i furti notturni non ha molto futuro nel settore. Lasciò perdere.

Trovò infine la sua vocazione nello spaccio al dettaglio di droga. Iniziò con la cannabis. Vendeva hashish a pezzi da 10 euro. Quando si muoveva teneva sempre la pila di tocchi da 10 euro di hashish nel pugno, nel caso ci fossero stati controlli avrebbe potuto liberarsi immediatamente della sostanza lanciandola via. L’idea era poi di andare a riprendersela dopo aver superato le eventuali formalità della polizia. Quando non era in movimento nascondeva le barrette di hashish fra le frasche dei Giardini Margherita, il parco antistante la stazione ferroviaria, epicentro del commercio di stupefacenti di ogni tipo.

Giardini Margherita, Piacenza
Giardini Margherita, Piacenza. Foto da Google Street View

Aveva cominciato a vestirsi diversamente. Con abiti costosi, orologi d’oro, cinture vistose e altre frivolezze. Ormai era l’unico vero momento di integrazione per Youssef: comprare le stesse cose costose dei ricchi bianchi. Anche il tenore di vita di Esmeralda migliorò di colpo. Youssef si era specializzato nel commercio di cannabis e successivamente di cocaina. “I soldi veri”, diceva. Aveva battuto tutta la concorrenza del quartiere. Era il venditore perfetto: schivo, discreto, molto cauto nello scegliere la clientela. Ma soprattutto Youssef non era un vizioso, non aveva nessun consumo personale da far pesare sul bilancio della sua start-up.

Youssef infatti non fumava hashish e non esisteva quindi il pericolo che consumasse le dosi da vendere. Non era neanche completamente cosciente dei soldi che stava facendo. Riflesso della saggezza della povertà, teneva i piedi per terra. Finché non cominciò a vendere cocaina. E a consumarla. Era il 2005, la trasformazione era ormai completa: cominciò a farsi crescere l’unghia del mignolo, l’unghia del benessere e del cocainomane. In quegli anni era spesso attaccato alla bottiglia e quando era sotto effetto della cocaina diventava paranoico, doveva stare al chiuso, in una casa fra pochi intimi perchè tutto il mondo esterno gli appariva ostile.

Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Era diventato presto il “re di via roma”, poteva contare su una decina di piccoli spacciatori, fra i quali alcune insospettabili giovani ragazze piacentine che rispondevano ai suoi ordini. Adesso era lui il padrone. Fissava lui i prezzi al dettaglio per tutto il quartiere. Aveva creato un monopolio della cannabis e della cocaina. Era diventato anche una sorta di benefattore del quartiere, prestava soldi, quando non li regalava, ai mendicanti della zona ma anche alle famiglie e ai disoccupati.

A fine aprile del 2008, di ritorno da un viaggio, venni a sapere del suo arresto. “Il crimine non paga, stavolta” ricordo di aver pensato. Erano giorni che cercavo di parlargli, nessuno sapeva dove fosse, Esmeralda era sparita cosi come i suoi cavallini e spacciatori di zona. Andai in emeroteca a sfogliare i giornali del mese appena trascorso, trovai subito l’articolo con le sue iniziali e quelle di Esmeralda, l’indirizzo di casa loro e la ricostruzione dell’arresto.

“Quella sera Youssef era andato a Milano a ritirare una partita di hashish e cocaina. Era nervoso, teso, continuava a bere e a sniffare come se non ci fosse un domani”, ricorda Karim. In macchina con lui c’era Issam, un suo giovane e fedele dipendente.

Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View
Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo il resoconto del giornale, Youssef aveva forzato un posto di blocco ed era finito con la sua Yaris blu in un canale dopo un breve inseguimento con due volanti della polizia di Stato. Secondo Issam e lo stesso Youssef, la polizia lo stava aspettando e il suo arresto era dovuto a una soffiata. “Verso le 23 siamo arrivati al casello di Fiorenzuola – ricorda Issam. Oltre il casello c’erano due macchine della polizia ferme. Youssef ha presentato al casellante un biglietto danneggiato, che aveva ritirato bruscamente dalla macchinetta del pedaggio di Milano sud. La provenienza del veicolo e l’importo del pedaggio erano illeggibili. Innervosito, il casellante ha alzato la cornetta del telefono per chiamare la polizia”.

Senza patente né assicurazione, alterato da droga e alcol, e con in macchina cinque chili di hashish e tre di cocaina, Youssef si fece prendere dal panico. Fece retromarcia. La macchina si fermò ad una decina di metri dal casello. Con un ultimo profondo respiro e la sensazione di essere in trappola, Youssef ingranò la prima, premette con rabbia sull’acceleratore e sfondò la sbarra di metallo. “Siamo passati a tutta velocità davanti alle gazzelle che hanno preso subito ad inseguirci” mi raccontò in seguito lui stesso. “Non è vero che siamo finiti in un fosso, siamo arrivati fino in centro con le volanti che ci tallonavano. A un certo punto la macchina ha sbandato. Eravamo in una piazzetta, lungo le mura vecchie della città”. Poi l’estrema fuga: ”Siamo usciti dalla macchina e ci siamo messi a correre, amico mio, a correre come non avevo mai fatto”, ricorda.

Al suo fermo partecipò anche una pantera dei carabinieri accorsa sul posto. Youssef, il Turco, non voleva arrendersi. Durante l’arresto ci fu una colluttazione perciò oltre al possesso e al traffico di sostanze stupefacenti, alla guida senza patente e in stato di ebbrezza, al reato di immigrazione clandestina, Youssef fu giudicato anche per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per tutti questi reati gli venne inflitta una pena detentiva di quattro anni di reclusione da scontare nel carcere cittadino.

Via Torricella, Piacenza
Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View
Stavolta il crimine non aveva pagato. Anche Issam viene arrestato. Lo rilasciano il giorno dopo con un decreto di espulsione con la sola accusa di immigrazione clandestina. E’ lui a raccontarmi alcuni dettagli della notte passata in camera di sicurezza della Questura di Piacenza, prima del processo per direttissima della mattina seguente.
“Sentivo urlare Youssef, inveire contro tutto e tutti e poi sentivo il rumore delle guardie che entravano nella sua cella per farlo tacere”. Delle violenze Youssef non mi ha mai parlato. Mi ha solo descritto la camera di sicurezza come “il posto più orribile su questa terra, peggio del carcere normale, senza finestre, sembrava di essere dentro un cubo”. Cosi Youssef è in prigione.
Entra nell’aprile del 2008 e esce nell’ottobre del 2011, sei mesi prima del fine pena. Lo Stato gli concede la semilibertà. Di giorno lavora in una cooperativa per ex detenuti, alla sera torna in carcere. Torniamo a vederci poco dopo. Fisicamente è uguale al 2008. Nelle lunghe discussioni che abbiamo, parla raramente del carcere se non per menzionare conoscenti e gente del quartiere finita nei guai. Non considera neanche di aver sbagliato, “in fondo ho solo avuto sfiga”, mi dice. Ma difficilmente non ha trovato il tempo per riflettere sul suo itinerario personale: da bravo ragazzo lavoratore con fidanzata, a criminale comune. Nelle nostre discussioni emerge la sua voglia di riorganizzarsi la vita, di ritrovare il benessere solo sfiorato. L’unghia del mignolo è ancora curata come un tempo.
Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Ritrovare i contatti di prima è stato un gioco da ragazzi. Benvoluto da tutti, Youssef restava il numero uno nel piccolo-medio smercio di sostanze stupefacenti. Un tipo affidabile con un’ottima reputazione criminale. Comincia a fare i primi soldi della sua nuova vita. Provengono dal commercio di dvd pornografici masterizzati che vende ai carcerati. Un lavoro che si era inventato nei sei mesi di semilibertà. Li masterizzava di giorno, di nascosto in cooperativa, e poi li portava dentro alla sera. Ogni dvd 5 euro. “Un margine troppo basso per lui”, dice Karim. Intanto cercava inutilmente Esmeralda, espulsa nel 2009, e prese a frequentare prostitute. “Non posso certo pretendere di avere a mio fianco una brava ragazza di provincia, anche se mi piacerebbe”, diceva dispiaciuto.

Quando conobbi Youssef faceva il muratore e abitava in affitto con Esmeralda, di cui era davvero innamorato. Meno di dieci anni dopo, è un ex detenuto con un decreto di espulsione. Ha scalato i gradini della delinquenza ordinaria: da cavallino per i grossi pusher di Milano a spacciatore indipendente, libero professionista nel campo della distribuzione della cannabis e della cocaina.

Via Valmagini, Piacenza
Via Valmagini, Piacenza. Foto da Google Street View
E’ a fine pena, con la piena libertà, che la storia di Youssef prende un ritmo diverso. Sa di avere i giorni contati se rimane a Piacenza, soprattutto nel quartiere Roma dove negli ultimi anni i controlli delle forze dell’ordine si sono intensificati.
Ha bisogno di soldi, dice di voler andare in Francia. Non ha il tempo di rimettere in piedi l’organizzazione di cui era il vertice fra gli anni 2003 e 2008. E anche se avesse avuto tempo non c’erano più gli uomini giusti. Molti dei suoi spacciatori di quartiere erano finiti in prigione o espulsi dal paese. Altri evaporati in altre città del nord Italia o oltre il confine. Torna a frequentare i pezzi grossi di Milano per i quali lavorava all’inizio della sua carriera criminale e riallaccia i contatti con i suoi vecchi acquirenti. Gli insospettabili, alcuni dei quali molto facoltosi. “I tossici bianchi con i soldi”, come li chiamava. All’inizio si prende carico della vendita di tre chili di cocaina e cinque di hashish a settimana. Presto i numeri si impennano. Ma nel giro di qualche mese, proprio quando sembrava che fosse tornato sulla cresta dell’onda, Youssef si presenta a casa mia con il volto tumefatto e gli incisivi rotti. “Che cosa ti è successo?”, gli chiedo. “Sono caduto dalla bicicletta”, mi risponde.
Via Vincenzo Capra, Piacenza
Via Vincenzo Capra, Piacenza. Foto da Google Street View

Youssef non amava parlare di violenza. Karim mi spiego’ che era stato malmenato da alcuni scagnozzi in trasferta di lavoro per conto di un pesce grosso. Secondo il malavitoso i conti con Youssef non tornavano. Nonostante il trattamento, il boss decise di fidarsi di Youssef e di affidargli un’altra importante partita di cannabis e cocaina.

E’ in quel momento che Youssef decise di fuggire. Scappare con il bottino senza salutare amici e conoscenti e datore di lavoro. “Alla fine li ha fregati tutti, lo Stato che voleva rimandarlo in Marocco e i mafiosi”, così la vede Karim.

Mi torna in mente il viaggio verso il pronto soccorso con Youssef ferito, spaventato dalla sua condizione di clandestino più che dalla profonda ferita alla mano. Quel Youssef delle bevute senza pretese alla bettola dell’angolo. Il Youssef innamorato di Esmeralda e con ancora gli incisivi in bocca.

Un giorno di ottobre del 2012, sei mesi dopo la fine della sua pena detentiva e dall’emissione del foglio di via a suo carico, Youssef sparisce. Dopo un anno circa ricevo una telefonata nel cuore della notte. E’ lui. Mi spiega che sta bene e che era rimasto bloccato per vari mesi lungo il confine francese ma che alla fine era riuscito a varcare la frontiera.

Viale Sant'Ambrogio, Piacenza.
Viale Sant’Ambrogio, Piacenza. Foto da Google Street View

Si trovava a Granada, in Spagna. Con i soldi della droga un bravo dentista gli aveva ricostruito gli incisivi.Trovai il tempo per fargli qualche domanda: ”Ti rendi conto che cosa hai dovuto fare per salvarti?”. “Non avevo scelta mi dispiace”, mi rispose. “Potevi continuare a lavorare in cooperativa, eri diventato bravo con il computer”, dissi. “Sai – rispose freddamente – in questi anni ho imparato ad odiare le leggi, e ho imparato che non voglio essere schiavo del lavoro, non voglio passare davanti a una vetrina e dirmi che dovrò lavorare 10 anni con il mio salario di merda per potermi permettere quello che mi piace, capisci? Dopo tutto quello che ho subito, ora ho tutti i diritti del mondo”.

Un anno dopo, nell’autunno del 2013, Youssef torna a farsi vivo con una breve telefonata fatta da un call center. “Mi sono sposato con una spagnola, ora ho i documenti a posto, capisci? Mi è costato un po’ ma erano soldi ben spesi”, mi disse con giubilo. Gli chiesi cosa avrebbe fatto ora che era in regola. Mi rispose che avrebbe chiesto il divorzio. Dai lavori di fatica malpagati alla malavita e al carcere fino ai documenti e alla legalità, Youssef e morto e risorto più volte. Ma dopo anni di criminalità, fra la galera e la strada, non sarà facile per lui inserirsi nel meccanismo che ha apertamente ripudiato nelle parole quanto nelle azioni. E’ impossibile che torni a fare il muratore o altri lavori di fatica. Il crimine, però, questa volta paga. Youssef ha usato un metodo illegale per regolarizzare la sua posizione e in teoria ripartire da zero.

Qualche mese fa ricevo una nuova chiamata da Youssef. E’ a Vienna e fa il cuoco.

Arthur La Piqûre

Immagine di copertina: photo credit: Pusher via photopin (license)

 

I figli di papà se la tirano su Instagram

Rich kids of Instagram. Una degenerazione del capitalismo? No, un ritorno alle origini, quando per un nobile era normale ostentare la propria superiorità

di Davide Lombardi

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Non è che non mi renda conto che ci possano essere cinture di miglior qualità rispetto ad altre, ma alla fine la funzione è sempre la stessa: tener su un paio di brache. E per 250 euro il rapporto costo/funzionalità è del tutto sproporzionato. Per me. Forse per via di quella cultura cattocomunista di cui sono intriso, o forse, semplicemente, perché non ho mai avuto i soldi né mai li avrò per destinare a una cintura un budget simile. E nemmeno riesco a immaginare che una Roller Montblanc possa improvvisamente rendere degna di un amanuense la mia calligrafia improponibile meglio di quanto (non) riesca a fare una Bic.

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Anche se la definizione non mi piace affatto, la verità è che sono un tipico esponente della classe media. Insomma quella gente cresciuta nella convinzione che “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. Quelli che hanno escluso dal proprio vocabolario l’avverbio “troppo”. Né troppo ricchi, né troppo poveri. Né troppo colti, né caproni ignoranti. Né attenti solo al proprio orticello, né filantropi professionisti. Insomma, quelli dell’aristotelico “giusto mezzo”. Una tipologia di classe – potremmo definirla borghesia medio-piccola – che si è espansa a dismisura dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70.

Un’epoca segnata da una colossale ridistribuzione dei redditi che ha prodotto un allargamento del sottoinsieme incuneatosi tra ricchi e poveri: la nobiltà, di sangue o di censo, e l’oceano di poveracci che costituisce la maggioranza in quasi tutte le società, in ogni tempo e in ogni luogo. Un’età dell’oro, almeno per chi di quell’intersezione ha fatto parte, che ha cominciato la propria parabola discendente dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, in cui l’impoverimento della classe media è certificato da tutte le statistiche. Il punto, come spiega l’economista Thomas Piketty nel suo saggio “II capitale nel XXI secolo”, è che il recente aumento delle diseguaglianze non è un’anomalia, ma il ritorno alla normalità. L’eccezione è il quarantennio.

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In pratica il mondo sta tornando ad essere quello di sempre: gente che per defecare usa un water in marmo di Carrara, e quelli che su quel water ci passano lo straccio delle pulizie. Con la segreta speranza di potere un giorno appoggiarci le chiappe. Avete presente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino con Will Smith? Il nero sfigatissimo e sprofondato nella povertà più assoluta che, grazie alla propria capacità e determinazione, alla fine diventa milionario, raggiungendo appunto, la “felicità”? Ecco, quella roba lì.

Questo ritorno all’antico finisce per riverberarsi anche sull’estetica. E se i ricchi smaccati non sono mai mancati anche quando non si vedevano, o si vedevano un po’ meno, oggi, esibire senza alcuna remora la propria unicità certificata dagli eurodollari, non è più un problema. Anche perché nessuna etica può contrapporsi credibilmente allo svacco post-ideologico da fine della guerra fredda, alla giungla del capitalismo selvaggio che ne è seguito. Chi si è impoverito, cerca di nascondere la propria condizione in attesa di tempi migliori. Il ricco o lo straricco, non ha invece più alcun motivo per non esibirla. E perché non dovrebbe?

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E’ il caso dei “Rich kids of Instagram”. I figli di papà che da un paio d’anni a questa parte sono diventati un caso, prima sul social network più amato dai ragazzi, Instagram, e a seguire sui media di tutti il mondo. Adolescenti figli del famoso 1% dei ricchissimi del pianeta, che si autodefiniscono “funemployed”, impiegati nel divertimento più sfrenato o, ancora più chiaramente, ragazzi il cui unico merito è che “they have more money than you and this is what they do”, hanno più soldi di te e questo è ciò che fanno. Ecco, il loro massimo sforzo è esibire questa differenza nelle immagini che postano su Instagram con commenti e pose che, nelle intenzioni, dovrebbero essere velatamente autoironiche. Loro sulla Ferrari regalata da papà, loro che sfoggiano Rolex e braccialetti di diamanti, loro in partenza sul jet privato da una vacanza a Courmayeur a un’altra alle Maldive. A seconda della stagione o anche – perché no? – dello sfizio del momento. Non c’è limite in fondo se il mondo intero è a completa disposizione di un portafoglio senza limite.

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Il blog dei rich kids, ospitato sulla piattaforma Tumblr, merita un breve approfondimento, perché viene sistematicamente frainteso dai media che ne scrivono. Non è nato per celebrare le imprese planetarie di questi figli di papà, ma per irriderle. Come dimostrano anche le pacchiane cornici dorate che circondano ogni immagine pescata da vari profili Instagram, quelli sì gestiti personalmente dalle giovani star del lusso contemporaneo. Che non è che siano scemi e non si rendano conto che una simile ostentazione si presta all’ironia oltre che all’invidia degli altri, ma stanno al gioco, “perché è divertente e perché alla gente piacciono le foto che pubblico. Loro non la prendono troppo sul serio né come un insulto” come dichiarava uno di loro a Vice. Il blog è nato nel luglio del 2012, quando l’anonimo autore ha cominciato a raccogliere le immagini pubblicate su Instagram lanciando anche l’hashtag #rkoi diventato in breve popolarissimo.

Una curiosità è che anticipatrice dell’esplosione globale dei rich kids viene considerata un’immagine postata su Instagram nel gennaio 2012 da Rosinés, una delle figlie allora quattordicenne del presidente venezuelano Hugo Chavez, quello della rivoluzione socialista del XXI secolo, mentre sfoggia davanti alla fotocamera una mazzetta di dollari americani. La ragazzina, poveraccia, venne immediatamente massacrata sui vari social con parodie e vere e proprie dichiarazioni d’odio, privandola del piacere di essere tra i primi, se non la prima, a dare il via a quella che di lì a breve sarebbe diventata una moda planetaria: sono ricco, anzi straricco, e non ho alcun motivo per non vantarmene.

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Sull’onda del blog dei rich kids ne sono nati molti altri, più local. Come i rich kids di Hong Kong, quelli dell’Upper East (la East side di New York), poi i danesi, i polacchi, i serbi e altri. Nell’elenco, mancano i figli di papà di casa nostra, ma non perché – come scrive Il Foglio di Giuliano Ferrara – “in Italia tra cattolicesimo e comunismo l’opulenza non è stata mai ben vista” ed “è bene non esibirla”, ma perché nessuno si è mai preso la briga di creare una pagina dedicata ai rampolli locali. Che ci sono eccome, ed esibiscono eccome la loro travolgente ricchezza, basta cercare un po’ su Instagram, Facebook e Twitter i profili dei vari “figli di”. Il Belpaese ne abbonda. Ecco perché, per il gusto di smentire il Foglio, ne ho creato uno io. Eccoli qui i “rich kids of Italy”. Naturalmente non ho alcuna intenzione di aggiornarlo in futuro, i bimbi ricchi locali non avranno altra gloria oltre questa. Ma dubito ne soffriranno. Più probabile se ne facciano una ragione mentre sorseggiano un Moët & Chandon mollemente accoccolati in una Jacuzzi, location da cui solitamente mandano inconsapevolmente in soffitta qualsiasi residuo retorico del self-made man, mito americano per eccellenza, secondo il quale duro lavoro e perseveranza garantirebbero risultati e successo. Balle: molto meglio partire con alle spalle i milioni di papà.

Interessante il termine anglosassone – uber-rich – con cui vengono definiti questi ragazzi. E’ chiaramente ripreso dall’Übermensch di Friedrich Nietzsche, il Super-uomo o meglio, l’Oltre-uomo. Come questi kids, che sono “oltre”. Perfino oltre qualsiasi cosa noi comuni mortali possiamo immaginare associato alla parola “ricchezza”. Il rimando al grande filosofo tedesco non è casuale. Per Nietzsche la morale nasce dall’istinto di vendetta, dal risentimento provato dagli uomini inferiori invidiosi nei confronti dell’Übermensch e del suo spirito libero e grande. In definitiva, serve per tener buona la gran massa degli uomini deboli, il gregge, tanto desideroso quanto incapace di sottomettere i pochi uomini superiori, e perciò accontentandosi di uniformarli alla propria mediocrità.

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Naturalmente i rich kids possono avere al massimo una vaga idea di cosa sia la grandezza di spirito dell’Oltre-uomo nietzschiano, ma hanno certamente tutta la libertà – assoluta diciamo pure – garantita dai soldi. Che, parliamoci chiaro, comprano tutto. Proprio tutto, senza alcun limite (manca solo la vita eterna, ma ci arriveremo. Anzi, ci arriveranno). Perché con la morte di Dio – afferma sempre Nietzsche – tutte le grandi teorizzazioni, dalla morale alla religione, si riducono a flebili retaggi del passato. Oggi che controllato e controllore coincidono, che burattino e burattinaio sono la stessa persona, qualsiasi precetto altro non è che frutto della relatività e nessuna verità incontrovertibile può essere più affermata. In fondo è il pianeta intero ad essere già “oltre”, solo che quel che resta della classe media, per sua natura tendenzialmente conservatrice, non lo sa o non lo vuole accettare, ancorandosi almeno formalmente a valori senza più alcun senso. I rich kids invece, oltre lo sono per diritto di nascita.

Un aneddoto che mi piace raccontare spesso è quello del regalo dell’ex calciatore David Beckham al figlio Brooklyn per festeggiare i suoi quattro anni: una Ferrari giocattolo da 36 mila euro. Era il 2004. Oggi Brooklyn, quasi sedicenne, sta tentando di seguire le orme del padre, anche se la squadra londinese dell’Arsenal lo ha appena bocciato a un provino. Pare difficile che il rampollo di uno dei più famosi calciatori inglesi di tutti i tempi possa aspirare a una carriera folgorante come quella del padre, a dimostrazione che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono”. Magari solo per far godere un po’ anche noialtri esponenti del gregge. Che non è che condanniamo la ricchezza in quanto tale, ma ci illudiamo che sia ancora possibile distinguere tra il ricco buono e il ricco stronzo. Il ricco buono è quello alla Bono degli U2 che, a parte spostare il domicilio nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, si impegna un sacco per quei poveracci di africani. Il ricco stronzo invece è uno alla Gordon Gekko, indimenticabile protagonista di “Wall Street” di Oliver Stone. Ecco, i rich kids ce li immaginiamo così: tutti figli – legittimi, per altro – di Gordon Gekko. Anche se non proprio animati dalla stessa passione di far soldi. Anche perché essendo “oltre” non serve nemmeno più: basta spenderli. Ci sono comunque. Ormai per diritto divino, così come un tempo erano ereditari i titoli nobiliari.

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Ma davvero possiamo provare invidia per un simile stile di vita? E qui bisogna segnalare un aspetto curioso. Perché i piccolo borghesi come me difficilmente possono invidiare simili eccessi. Dai, non è proprio nella nostra natura. Ricordate? abbiamo tatuato in fronte il motto “in medio stat virtus”. Più che altro quelli come me in genere provano indignazione nei confronti di questi ragazzi che mettono su Instagram lo scontrino di una cena da 5000 dollari. Suvvia, con tutti i bambini che muoiono di fame e malattie in Africa. Suvvia, ma quanto son tamarri questi qui coi loro Rolex e le loro Ferrari, nonostante la presunta autoironia che secondo loro dovrebbe assolverli da ogni peccato?

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A provare invidia, a desiderare di imitarli sono invece, e pare quasi un paradosso, i più poveri. Il paradosso sta nel fatto che l’estetica dei rich kids è talmente simile alla parodia borgatara che ne viene data, ad esempio in un classico come “Il supercafone” del Piotta (i suoi capisaldi: “La femmina, li soldi, e la mortazza”), da sembrare copiata da quella. Del resto “esibire” è uno dei pochi diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in quest’epoca così social. E se da noi è una delle prerogative preferite dai coatti, gli Usa hanno sdoganato nel mondo l’estetica swag variante di quella rap, in cui – in nome dello stile – il catenone finto oro fa pendant con la canotta. “Hey you’ve got swag!”. Tradotto: “Hey, hai stile!”.

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Scusa e buona lettura

Se sostituiamo per un attimo ombrelloni e sdraio del litorale di Ostia con gli sfondi tropicali usuali per i rich kids in vacanza, le due celebri borgatare de ‘na bira e ‘n calippo” potrebbero tranquillamente confondersi in una compagnia di “figli di”, col solo impiccio di dover sostituire l’inglese al romanaccio. Ti piacerebbe ti regalassero un gioiello di Bulgari da milioni di euro e poi salire sul jet privato per raggiungere lo yacht ancorato alle Antille? “Ammappete!”. Forse perché al vero poveraccio dell’equità non gliene fotte niente. E se vincendo al Superenalotto facesse di colpo i milioni, si trasformerebbe in un batter di ciglia in un rich, kid o kitch fa lo stesso.

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E a noi piccolo borghesi, così tromboni, così indissolubilmente ancorati a un’idea di società possibilmente più equa, media insomma, così incapaci di andare oltre un mondo che è già “oltre” da un pezzo, che cosa resta? Niente. Nemmeno la possibilità di godere dei piaceri che i due estremi regalano: né la bira e il calippo, né lo yacht e il jet. Nemmeno l’invidia, nemmeno l’indignazione, che personalmente non provo neanche un po’, forse perché troppo scafato, troppo vecchio o troppo snob, non so. E comunque ho già usato tre volte un avverbio di troppo. Magari perché senza accorgermene, comincio anch’io ad essere oltre. E sarebbe anche ora. Che non se ne può più del livore da perdenti di noi piccolo borghesi.

Davide Lombardi

Ad eccezione della mucca di Hirst, di Rosinés Chavez e del tizio coi baffi, tutte le immagini sono tratte dal blog “Rich kids of Instagram”.

Perché sono andata in Giappone per costruire i robot

Sarah vive a Tokyo e si occupa di robot. Abbiamo parlato con lei di robotica, risate, Giappone e del perché è andata via dall’Italia e non ci vorrebbe tornare. Anche se, forse, tornerà.

I giovani italiani si dividono soprattutto in tre categorie di robot: c’è il modello Neet, quelli che non studiano e non lavorano né fanno formazione (Not Education, Employment or Training). Cioè gli inattivi, quelli in attesa che il sistema centrale prenda una decisione. Secondo l’Istat sono oltre 2 milioni, cioè più o meno il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Poi ci sono i giovani robot disoccupati: il 44,2% nella fascia 15-24 anni. Ci sono inoltre gli RS, i Robot Studenti, quelli che passano molti anni della loro vita a formarsi, spesso accumulando lauree, master e corsi di formazione.

Gli RS sono programmati per seguire un algoritmo molto preciso che li rende tutti uguali pur facendoli sentire tutti unici e speciali. Studiano, si diplomano, poi si iscrivono all’università e vanno all’estero. L’algoritmo è piuttosto semplice e dunque il percorso di questi robot è altrettanto semplice: studiano tutti nelle stesse università, studiano le stesse materie, leggono gli stessi libri, fanno gli stessi pensieri. Quando scrivono le tesi, sono programmati per scrivere tesi originali, uniche, insolite. Tutti allo stesso modo.

A un certo punto – alcuni prima, alcuni dopo – sono programmati per andare all’estero. Anche su questo aspetto l’algoritmo dimostra scarsa complessità: i giovani robot vanno tutti negli stessi posti ed “estero” si traduce in due o tre capitali: Londra, New York, alcuni a Berlino. Il resto è hic sunt leones, fuori dall’algoritmo, se non per viaggi di piacere o marginali esperienze extra.

Ogni tanto qualche robot fa eccezione. Non sappiamo se anche questo sia previsto dall’algoritmo del sistema, o se si tratti davvero di una scheggia impazzita. Ma capita che qualche robot sfugga al compito per cui è programmato e segua semplicemente il proprio percorso personale.

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Sarah con un umanoide musicista

Sarah da bambina, negli anni 80, come molti altri della sua età guardava i cartoni animati giapponesi con i robot: Jeeg Robot D’acciaio, Il grande Mazinger, Cyborg 009, Yattaman. Come molti altri della sua età desiderava o essere un robot o poter costruire i robot.

Molti suoi coetanei sono diventati dei robot, lei invece è finita in Giappone a costruirli.“Mio padre è ingegnere elettronico anche lui” mi spiega. “E anche lui laureato al Politecnico di Milano (notare una certa ciclicità…), mentre mia madre è perito chimico. Io al momento lavoro nel laboratorio Takanishi di Tokyo e mi occupo di sensori fisiologici e quant’altro, per interazione uomo-robot”.

Siccome parliamo via mail, il mio primo dubbio – come sempre quando parlo con qualcuno via mail – è che non si tratti di un essere umano ma di un robot. La mia prima domanda dunque non poteva che essere:

Sarah, come faccio a sapere che sei un essere umano e non un robot?

Mah, l’unica cosa che puoi fare è un atto di fede. Magari sono un androide tipo Terminator ma più avanzato. Perciò a meno di subire danni fisici gravi – dissezioni – non si può accertare la presenza di cablaggi.

Mi fido. Come sei finita a Tokyo?

Sono partita per Tokyo per la prima volta subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica con il “Vulcanus in Japan” (programma per la cooperazione industriale finanziato dal Europa e Giappone, ndr). Ho scelto proprio il Giappone perché volevo fare i robot! E anche perché avendo pochi soldi miei a disposizione, ho lasciato perdere l’Erasmus durante gli studi, che non mi avrebbe permesso di campare e studiare all’estero, e mi sono informata su progetti più concreti.

Perché l’Erasmus non andava bene? Cosa intendi per progetti più concreti?

L’Erasmus non andava bene in quanto non si è in grado di automantenersi con la sola borsa di studio, almeno a Glasgow, dove volevo andare io, e i miei genitori non potevano supportarmi. Inoltre, l’Erasmus è più un’esperienza culturale che scientifica: quello che conta è andare all’estero e vivere in uno stato estero, e non proprio il corso di studi o la possibilità di far parte di un progetto di ricerca.

Con progetti più concreti intendo progetti più tecnico-scientifici: in generale, stages retribuiti in laboratori di ricerca o aziende. Durante gli studi sono stata dai miei, vitto e alloggio – vivendo a Milano – e lavorando negli ultimi anni di notte come cameriera in un pub (un buon pretesto per uscire tutte le sere).

Da "Metropolis" (1927) di Fritz Lang
Da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

E poi che hai fatto?

Poi sono rimasta nell’azienda che mi ha ospitato, e che mi ha tenuto altri 2 anni a contratto come ingegnere elettronico. A quel punto son tornata “da mamma e papà” e ho deciso di fare un dottorato. Dopo un anno di ricerche e applicazioni varie, dagli esiti più o meno negativi, ho trovato una posizione interessante qui in Waseda e ho applicato per la borsa di studio MEXT.

Ci è voluto un anno (durante il quale ho trovato lavoro in Costa Azzurra… e ho trovato anche marito! Italiano, per giunta) tra prima domanda con documentazione, test di lingua giapponese e inglese, colloquio sul progetto di ricerca, conferenza estemporanea per adempiere agli obblighi di Waseda di avere almeno una pubblicazione per poter iscriversi al dottorato, ecc. per avere il via… E ora eccomi qua.

E durante l’attesa cos’hai fatto in Costa Azzurra, a parte trovare marito?

In Costa Azzurra ho lavorato come sviluppatore software, consulente per Amadeus (Amadeus IT Group, multinazionale del settore viaggi, ndr), un lavoro quindi non del tutto slegato dal mio campo ma comunque decisamente lontano dall’elettronica/robotica. E’ capitato un po’ per caso, cercavo un lavoro per mantenermi mentre facevo domanda per la borsa di studi, mi è capitata questa occasione, non ci ho pensato troppo su e sono partita.

Entrambi i tuoi genitori vengono dal campo scientifico. Possiamo dire che sei nata in un contesto favorevole allo sviluppo di un’attitudine scientifica… I tuoi sono contenti del lavoro che fai?

Certamente, soprattutto mio padre. Ovviamente invece sono scontentissimi che viva dall’altra parte del pianeta.

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Il robot Kobian e le sue espressioni buffe

 

Mi hai detto che ti occupi dell’interazione uomo-robot. Mi spieghi in che senso? 

Interazione uomo-robot o interazione uomo-macchina. Con l’avvento della personal robotics e della consumer automation l’idea è di raggiungere un livello abbastanza naturale di interfaccia, di modo che non ci sia bisogno di una laurea o almeno di un training tecnico per utilizzare le macchine di servizio. Per esempio, i riconoscitori vocali tipo SIRI, sono parte di queste interfacce naturali.

L’idea è che non sia più l’uomo a dover imparare la “lingua” del robot/device (i comandi), ma sia il device che impara la lingua umana e la interpreta. Io in particolare mi occupo della risata e di tutti i segnali sociali non verbali di cui punteggiamo la comunicazione. In generale, l’idea è di utilizzare sensori tipo accelerometri, EMG, MG -generalmente di utilizzo robotico o medicale – per studiare invece il comportamento dell’uomo nella realtà quotidiana.

Cioè? Devi far ridere i robot?

Anche. In realtà sono quelli dell’altro team che devono far ridere il robot, usando i miei dati. Io devo essere in grado di usare i sensori per capire se la persona che interagisce col robot sta ridendo… e perché. Io applico sensori sulla persona e cerco di farla ridere. Siccome è abbastanza difficile avere un ambiente “ecologico” in laboratorio, stiamo cercando di sviluppare un sistema multimodale portatile per analisi “sul campo” fuori dal laboratorio.

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Perché è così importante la risata? Sempre perché rientra nell’interazione uomo-robot in quanto comunicazione non verbale?

Esatto. Comunicazione multimodale. Considera che noi ridiamo quando siamo felici, imbarazzati, sotto stress… e lo facciamo come riflesso semi-spontaneo e in maniera leggermente diversa. L’idea è di recepire lo stato d’animo di una persona per “modulare” il comportamento del robot.

Un robot che ha a che fare con una persona che ride di gusto potrà permettersi di avvicinarsi, di “osare di più” nella conversazione, viceversa se ha a che fare con una persona sotto stress, magari perché non abituata ad interagire col robot, cercherà di guadagnarsi prima la sua fiducia, manterrà una distanza di sicurezza (non invadendo il cosiddetto “spazio vitale”) dalla persona, e così via.

Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University
Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University

Ma secondo te la robotica umanoide resterà sempre fantascienza o materiale da esibizione/expo/fiera, oppure ci sarà un reale, concreto utilizzo dei robot umanoidi prima o poi?

Per applicazioni di interazione con clienti, persone normali, ci sarà sicuramente un più concreto utilizzo degli umanoidi, sia perché “fanno scena”, sia perché sono simili a noi, e quindi paradossamente meno spaventosi e più approcciabili di robot di forme diverse, tipo il ragno, ad esempio.

Per applicazioni più tecniche, tipo militari o heavy duty, gli umanoidi non sono molto adatti, perché presentano difficoltà di ottimizzazione del controllo quasi proibitive, a fronte di poco guadagno: mandare sulla luna un umanoide non avrebbe senso, meglio un rover, che è più stabile, più strutturalmente robusto e meno dispendioso.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un robot umanoide e di provare paura?

Non direi. Noi abbiamo un umanoide, ad esempio, il Kobian. E’ grande come me, veramente carino e ispira simpatia. Un altro umanoide abbastanza impressionante è il Geminoid, di Ishiguro sensei, a Osaka, molto verosimile esteticamente, però abbastanza scadente come capacità interattive. Paura non ne fa, ma da l’idea di essere “un po’ lento di comprendonio”.

Il Kobian a cosa serve?

Il Kobian può servire a studiare come la gente normale vede/percepisce i robot “intelligenti”, quelli cioè con un grado di indipendenza rispetto alle macchine tradizionali; ma anche per analisi sociologico-culturali, per vedere come persone di diverse culture reagiscono ad uno stesso input. Un buon utilizzo dei robot umanoidi è quello di “umano asettico riprogrammabile”, non tanto diverso dai topini da laboratorio modificati geneticamente per studiare l’effetto che ogni singola modifica al DNA comporta.

L'”umano asettico” non è nè bianco, nè nero, non fa nessun odore, non parla nessuna lingua in particolare: e perciò si può utilizzare per studiare l’effetto che la differenza in uno qualsiasi di questi aspetti provoca in una determinata popolazione di individui.

Secondo a te a livello mondiale a che punto si è con la robotica? Siamo ancora nel passato, nel presente o nel futuro?

Ovviamente siamo indietro: tra 20 anni quando tutti guideranno droni invece che scooter ci chiederemo come facevamo vent’anni prima. In particolare, io aspetto con ansia il giorno in cui i primi bioinnesti saranno disponibili, per aumentare le capacità umane.

Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.
Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.

Ma pagano bene in Giappone? Ci vivi bene con il tuo lavoro?

Quando lavoravo, si. Ora sono studente in borsa di studio: la mia borsa di studio mensile è di 146000yen, che a dicembre scorso ha toccato (spero) il fondo a circa 900 euro. Ci vivo bene? No. Ho un lavoro part-time di babysitter per arrotondare un po’. Il problema più grosso è comunque l’affitto, visto che vivo a Tokyo, e non voglio allontanarmi troppo dal laboratorio. Per il resto, in posto come il Giappone, se non hai vizi/bisogni particolari, ci sono tantissimi modi per risparmiare e puoi vivere una vita abbastanza sregolata senza spendere troppo.

Che lingua si parla sul lavoro? Che aria si respira?

Sul lavoro si parla giapponese, in generale. Ho dovuto quindi studiarlo e impararlo, insieme a tutta la realtà culturale circostante. Però ho due colleghi italiani, due cinesi, uno francese, c’erano un polacco e un tedesco che si sono dottorati negli anni passati. Con loro si parla inglese in generale, e in italiano quando siamo solo tra italiani (raro). Dunque parlo correntemente 3 lingue, tutti i giorni.

JAPAN-TECHNOLOGY-SCIENCE-ROBOT-OFFBEATChe aria si respira? Si lavora tanto, tantissimo. Come giapponesi! Quando non passo le notti in laboratorio, lavoro dalle 9 di mattina fino alle undici e mezza di sera, più o meno. Considera che alcuni giorni alla settimana ho il mio part-time da babysitter, quindi lascio alle 7 di sera, poi magari continuo dopo da casa. Anche il sabato, generalmente. Ma il sabato è giornata corta, verso le 18 stacco.

Che atmosfera c’è?

Non ti saprei dire, ormai è tanto che son qui, mi sono abituata. Ma devi sapere che i giapponesi sono molto razzisti, e hanno due pesi e due misure per se stessi e per gli altri. Non necessariamente a svantaggio degli stranieri. Per esempio, io lavoro tanto. Gli stranieri (eccezion fatta per i cinesi) lavorano generalmente di meno. I giapponesi lavorano di più. Gli studenti giapponesi del mio lab passano quasi tutte le notti al lab. C’è una grandissima pressione sociale che determina più o meno tutto quello che i giapponesi possono o non devono fare, e noi ne siamo esenti.

L’altro lato della medaglia è che ovviamente ci trattano da diversi, fuori dal gruppo, e non c’è nessuna possibilità di integrarsi. Questo, in generale. E’ ovvio che ci sono persone più o meno aperte (la famiglia presso cui sono babysitter è giapponese), e che, trovato un equilibrio tra l’essere fuori dal gruppo e l’essere esente dagli obblighi sociali, non si sta poi tanto male.

Hai voglia di tornare in Italia? Se potessi fare le stesse cose, le faresti in Italia?

No. E se avessi potuto farle in Italia ma avessi avuto scelta, le avrei comunque fatte all’estero. Considera però che in accademia, un dottorato all’estero è generalmente necessario e auspicabile: necessario perchè ogni lab ha una specialità diversa, e quello che vuoi fare tu non lo trovi sotto casa con facilità, e auspicabile perchè nell’ottica che prima o poi diventi professore (cosa cui io non aspiro) devi essere pronto a partire per dove trovi una cattedra, e i posti di lavoro in accademia sono un centesimo di quelli tradizionali in azienda.

Barbara D'Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)
Barbara D’Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)

Detto questo, sono molto arrabbiata con l’Italia: vedo un paese dove ognuno si fa i fatti suoi, il ceto medio affonda nella povertà mentre i ricchi snob evadono le tasse, la classe politica è una classe di parassiti incompetenti, la meritocrazia non esiste, e l’educazione culturale collettiva dei giovani è in mano a gente tipo Maria De Filippi o peggio ancora Barbara D’Urso. Stiamo diventando peggio degli americani. Il Giappone ha tantissimi lati negativi, ma ha proprio quello che manca a noi italiani: un’identità culturale profonda (forse anche troppo). La collettività è molto più importante dell’individuo. E quindi me lo godo un altro po’, fino al giorno in cui, molto probabilmente, dovrò decidermi a ritornare in Europa, fare un mutuo, metter su famiglia..

Perché dici che dovrai ritornare in Europa e fare un mutuo? Non vorrai smettere di lavorare ai robot…

Possibilmente no, ma potrebbe anche darsi. In Giappone per uno straniero è difficile fare molta carriera, inoltre tieni presente che i posti in accademia sono relativamente meno rispetto all’industria e che ovviamente per entrambe più si sale più è richiesta una conoscenza del giapponese perfetta – ma questo nel mio caso è l’ultimo dei problemi.

Il problema più grande riguarda le difficoltà per gli stranieri, di qualsiasi livello sociale, di accedere ai servizi pubblici giapponesi (mutui a tassi quasi nulli, assistenza sanitaria decente – considera che la sanità è più o meno come in US, scuole pubbliche per bambini 100% stranieri -anche mio marito è italiano – e così via). Inoltre ovviamente le famiglie non sono contentissime . C’è da dire che però, piano piano, questo sta cambiando… perciò si vedrà.

Caccia all’uomo: gli incidenti di caccia in Italia

Decine di morti e centinaia di feriti ogni anno. Abbiamo parlato con un chirurgo che i cacciatori li deve ricucire.

Una tradizione ancestrale, un’importante attività economica e turistica, una garanzia di presidio del territorio e controllo della fauna molesta. Questa è la visione nobile della caccia, che costa però ogni anno decine di morti e un centinaio di feriti solo in Italia.

caccia“In una frase: le ferite di caccia sono brutte”. A parlare è Daniele, un chirurgo di un ospedale del nord della Sardegna. Il suo è un osservatorio privilegiato per monitorare morti e feriti degli incidenti di caccia: quello dell’ospedale, in particolare del pronto soccorso e della chirurgia d’urgenza. “Dopo essere stati colpiti non si continua a correre come nei film, perché al primo colpo il muscolo è distrutto, spappolato, esploso. Le ferite da arma da fuoco sono gravissime”.

Una prima spietata regola del proiettile è che i più anziani hanno meno probabilità di sopravvivere dei più giovani: “In genere vengono colpite persone sane e giovani, perché chi è anziano o malato e magari rischia un infarto per fare dieci chilometri in un bosco su sentieri accidentati, è meglio che a caccia non ci vada proprio” spiega il medico. “Da un lato questo è positivo perché se viene colpita una persona sana, giovane e forte, con una fibra più robusta e senza problemi di salute precedenti, ha più possibilità di riprendersi rispetto a un anziano. D’altro canto, se il trauma è grave e potenzialmente mortale, sofferenze e agonia si possono prolungare per mesi e mesi. Fino al decesso”.

Secondo i dati Lav nella stagione di caccia 2014/2015, chiusa recentemente, in Italia ci sono state 88 vittime umane: 22 morti e 66 feriti. Questo in soli quattro mesi, tra il settembre 2014 e il 29 gennaio 2015. Va aggiunto che si continua a cacciare anche fuori stagione, dunque questi dati si riferiscono solamente alla stagione venatoria e sono basati sulle notizie apparse sui giornali, il che li rende parziali.

[pull_quote_right]Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva[/pull_quote_right]In più, c’è chi conteggia anche gli incidenti che coinvolgono cacciatori in “ambito extra-venatorio”, ad esempio in casa mentre si pulisce l’arma, o durante litigi terminati con un colpo di fucile. C’è chi si spinge un po’ troppo in là, arrivando a conteggiare perfino i casi di infarti o altri malori avvenuti durante la caccia, come fa la Lega per l’abolizione della caccia (LAC), che nelle proprie statistiche inserisce perfino il caso di uno sfortunato cacciatore bergamasco annegato in un laghetto nel tentativo di salvare il suo cane.

E’ evidente che inserire questo dato tra gli incidenti di caccia è inutile e tendenzioso e ha il solo scopo di gonfiare inutilmente le statistiche. I malori e gli incidenti sono frequenti anche tra i cercatori di funghi, ma non per questo si chiede l’abolizione della raccolta dei funghi o si considera questa attività pericolosa.

A fare la differenza, nella caccia, è la presenza di un’arma mortale come il fucile, di solito non necessario quando si va a funghi. I casi più frequenti di incidente sono quelli dei cacciatori che si sparano tra loro, un fenomeno leggermente in calo negli ultimi 5 anni ma sempre diffuso. Provocano ferite gravi, a volte mortali, e complicano la vita a medici e soccorritori.

“Il primo ostacolo per aiutare i feriti è il terreno” spiega il medico. “Spesso gli incidenti capitano in zone impervie e di difficile accesso ai soccorritori, anche dagli elicotteri. La condizione critica del ferito viene aggravata dai ritardi nei soccorsi e dunque, se la ferita è molto grave, i tempi di soccorso la possono trasformare in mortale”.

“Le ferite non mortali più comuni sono sotto l’ombelico, perché i cinghiali sono bassi e il più delle volte si spara basso. Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva, si muore sul colpo, ma non è una regola fissa. Il regolamento prevede l’utilizzo della palla singola, che è grossa e fa molto danno. Ma sempre meglio dei pallettoni che sono tanti, grossi e fanno ancora più danno. Il foro di entrata è piccolo, ma dentro il corpo l’onda d’urto del proiettile devasta i tessuti e il foro d’uscita è di norma abbastanza ampio”

Il punto è questo: il proiettile non è intelligente. Una volta che si punta e si preme il grilletto, il proiettile farà il suo dovere, cioè causare il maggior danno possibile a qualsiasi cosa si trovi nella sua traitettoria. Una volta partito dalla canna del fucile, che si tratti di un cinghiale, di una volpe o di un impiegato delle poste, il proiettile non farà differenza e attraverserà la carne lacerandola e causando danni spesso mortali. Se vi trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato o morite sul colpo, o vi ritroverete sotto i ferri del chirurgo.

Ma come succede? Prendiamo un esempio recente, una notizia del 29 gennaio 2015. Un incidente avvenuto a Sassari, in una riserva di caccia autogestita. Un cacciatore considerato esperto partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con gli amici. Si chiama Pino Masnata, è un vetraio di 54 anni di Porto Torres. La compagnia di cacciatori si divide in gruppi per gli appostamenti, quando uno dei componenti spara verso un cespuglio convinto che ci sia un cinghiale. Ma si sbaglia: in quel cespuglio c’è Pino Masnata, che viene colpito alla testa. Arriva l’ambulanza ma ormai l’uomo è morto.

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A volte invece le vittime non sono i compagni di battuta: a finire nel mirino può essere chiunque si trovi in campagna durante i giorni di caccia. Parenti, amici non cacciatori che accompagnano i cacciatori in una battuta, ma anche agricoltori, escursionisti, forestali, ciclisti o chi fa una passeggiata con il cane: chiunque può trovarsi sulla traiettoria del proiettile scambiato per una specie legalmente cacciabile.

Altro caso recente: Sarno, 21 febbraio 2015 (dunque a stagione venatoria chiusa), zio 59enne e nipote 31enne sono a caccia su un’altura, al buio, in un terreno impervio e scivoloso. L’anziano sta camminando alle spalle del nipote quando scivola e gli parte un colpo che raggiunge il giovane al gluteo, recidendo l’arteria femorale. Lo zio va a cercare aiuto, ma il posto è difficile da raggiungere, tanto che i carabinieri ci mettono un’ora a mezza ad arrivare. E una volta lì trovano il giovane morto dissanguato.Molte altre morti sono da attribuire indirettamente alla caccia, perché derivano dall’uso “scorretto” dell’arsenale della porta accanto. Delle milioni di armi detenute legalmente in Italia, la gran parte sono a scopo venatorio: ma nulla di concreto impedisce a mariti, mogli e figli, colleghi, vicini e concittadini, di maneggiarle con disattenzione, farne uso durante un eccesso d’ira o con piena premeditazione.

Si è discusso spesso anche della presenza dei bambini durante le battute di caccia, momento vissuto spesso come rito d’iniziazione soprattutto nelle regioni dove la caccia è una forte tradizione.

Nel 2012, nelle campagne di Irgoli, in Sardegna, un ragazzino di 12 anni, Andrea, partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con il padre e il fratello. E’ appostato fra i cespugli quando un proiettile lo raggiunge alla testa. Viene trasportato con un elicottero nel più vicino ospedale, i medici tentano di tutto, ma inutilmente: Andrea muore.

[quote_left]Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni[/quote_left]“Fra i diversi pazienti con ferite maggiori, ricordo un ragazzo colpito all’anca da un proiettile durante una battuta di caccia al cinghiale” racconta il medico. “Femore polverizzato, arteria femorale tranciata, un lago di sangue. Operato dai chirurghi generali per la ricostruzione dell’arteria, e poi dagli ortopedici per il femore, ne è uscito abbastanza bene essendo giovane”.

Ma più si è anziani e meno si è fortunati. “Ricordo il caso di un signore più anziano: il proiettile è entrato nel gluteo, spappolando la zona inguinale con arteria e vena femorale incluse, e uscita davanti provocando una voragine di 15 centimetri. Operato ricostruendo l’arteria, l’arto rimasto senza sangue al ripristino della circolazione ha avuto la temuta sindrome compartimentale post-rivascolarizzazione: ossia i muscoli in ischemia sono stati danneggiati dal ritorno del sangue, gonfiandosi e comprimendo i vasi sanguigni. Questo circolo vizioso manda i muscoli in gangrena, che immettono in circolo sostanze tossiche che danneggiano i reni, per cui si muore letteralmente gonfi per l’insufficienza renale, nonostante la dialisi”.

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I cacciatori, oltre a essere significativamente diminuiti – dai quasi due milioni degli anni Ottanta ai 750mila del 2007, in contrasto anche con l’aumento della popolazione italiana – sono diventati sempre più anziani. Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni. Si tratta dunque di anziani che girano in campagna armati mettendo in pericolo se stessi e gli altri spesso proprio a causa dell’eccessiva sicurezza che gli dà l’età e l’esperienza.

“Un altro signore arrivò ferito da una fucilata, era alticcio, forse si era ferito saltando un muretto e dal fucile caduto per terra era partito un colpo. Anche qui femore in frantumi e proiettile uscito dal gluteo, ma nel tragitto a parte osso e muscoli non sono state colpite le arterie femorali. La situazione al pronto soccorso è spesso drammatica, diciamo molto pulp, e si arriva a usare la morfina” racconta il chirurgo.

Quando l’incidente non è troppo grave, non serve nemmeno come deterrente, e chi viene colpito continuerà a cacciare:“Fra i feriti minori, come quelli provocati dai pallini che non fanno grossi danni e si possono togliere in anestesia locale, nessuno ha mai manifestato paura o avuto ripensamenti, tornando subito dopo a cacciare. Nel corso degli anni il numero di feriti è stato più o meno stabile, non essendoci state grandi innovazioni delle tecniche di caccia dall’introduzione della polvere da sparo. Mentre gli incidenti di caccia mortali distruggono anche la vita dell’omicida colposo, sia materialmente che psicologicamente”.

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Infatti se il colpito può guarire dai danni fisici, chi ha sparato può restare seriamente ferito dai danni psicologici.

Pensiamo a un caso recente. Cessapalombo, Macerata, gennaio del 2015. Un uomo sta passeggiando con i suoi cani quando si trova davanti un cinghiale. L’animale attacca i cani, l’uomo si spaventa e grida aiuto. In quel momento arriva un cacciatore, nonché suo amico, che interviene per aiutarlo. Il cacciatore scende dalla jeep, carica il fucile ma scivola in un cespuglio e dall’arma parte un colpo che attraversa il braccio e l’addome dell’amico. L’uomo cade a terra morto. Voleva aiutarlo e invece l’ha ucciso.

I cacciatori diminuiscono e secondo i dati Eurispes 2014 il 74,3% degli italiani è contrario alla caccia. Ma il peso della cosiddetta “lobby delle doppiette”, nonostante il contrasto di animalisti sempre più rumorosi e influenti, non è calato. La lobby dei cacciatori rappresenta ancora un bacino di elettori che fa gola ai partiti politici.

Quello della caccia è anche un ottimo giro d’affari: per chi costruisce armi, come la Beretta di Brescia, per chi costruisce i proiettili, come la Fiocchi Munizioni di Lecco, e per chi vende abbigliamento da caccia o giornali di settore. Basti pensare che il Cacciatore italiano – bimestrale dedicato alla caccia – ha una distribuzione di 400mila copie, secondo quanto dichiarato dall’editore. E in edicola sono tante le riviste dedicate all’argomento.

Infine la caccia è un buon guadagno anche per lo Stato, dato che i cacciatori, per poterla praticare legalmente, devono versare molte tasse. Dunque una ventina di morti all’anno, e un centinaio di feriti, più qualche escursionista della domenica spaventato dagli spari, non sono abbastanza per imporre maggiori limitazioni a una tradizione dura a morire.

Manlio Ferretti

Né peluche, né jihad: gli islamici integralisti in Emilia

Sono contro la violenza, a favore di una segregazione religiosa all’interno della società, contro la musica, contro i peluche. Sono i salafiti, i puristi dell’Islam.

Viaggio all’interno delle comunità islamiche più conservatrici della regione. Contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza ma favorevoli ad una segregazione religiosa all’interno delle società occidentali, i puristi dell’Islam di oggi si chiamano Salafiti. Hanno le loro regole e contano sulla predicazione per islamizzare le coscienze e il mondo. Ecco le loro storie.

“Prendete il Libro e fatene la base della vostra identità islamica perché tutti voi dovete essere messaggeri dell’Islam in un ambiente che viene regolato da norme di vita che non vengono da Allah né dal suo profeta Mohamed”. Lo dice con voce gentile e in perfetto italiano l’imam, un signore anziano del milanese, ad una platea di una cinquantina di ragazzini che lo ascoltano in silenzio, composti.

Occhi chiari, barba folta sale e pepe, tunica bianca e tono pacato, continua il sermone alla gioventù islamica: “Dobbiamo evitare i comportamenti, gli atteggiamenti, i modi di pensare, i modi di vestire di coloro i quali appartengono ad un’area culturale, spirituale, diversa da quella che ha le sue fonti nel Sublime Corano”. L’imam si alza, si avvicina ai ragazzi e li guarda per qualche secondo. Poi con tono enfatico ammonisce:”Rimanete tutti uniti alla corda di Allah, cioè all’Islam, e non vada ciascuno di voi per i fatti suoi. E soprattutto predicate l’unità dei fratelli musulmani”.

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I ragazzini presenti possiedono gli ultimi modelli di smartphone e si vestono come i loro coetanei italiani: pantaloni a carota strettissimi lunghi fino alle caviglie, magliette a “V” larghe e giubbotti di pelle. Vengono dal Marocco, dal Senegal, dal Pakistan, dalla Bosnia e dall’Albania. E’ l’Internazionale islamica, sono il futuro del nostro paese: meticcio, multietnico “e presto musulmano”, aggiunge l’imam.

Il religioso spiega ai ragazzi l’inerranza del Corano:”State lontano dai vizi occidentali. Nel nostro Sacro Corano, scritto 1400 anni fa, troviamo il divieto di usare droghe, alcol e tutte le sostanze che possono rovinare il cervello. E’ tutto scritto nel Corano. Nelle discoteche, nei luoghi in cui si ascolta la musica a volume molto alto, si altera il pensiero, ricordatevelo prima di entrarci”.

Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?

Intanto, nella sala a fianco, le Giovani Musulmane (ragazzi e ragazze sono divisi) stanno concludendo la loro riunione settimanale con alcune domande curiose. Di età fra i 10 e i 20 anni, tutte rigorosamente vestite con l’abaya e il velo, chiedono alla loro coordinatrice marocchina, di qualche anno più grande di loro, quanto sia islamicamente opportuno tenere un pelouche in casa e se sia vietato mettersi lo smalto sulle unghie.

“Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?”, chiede la bimba bardata con un foulard viola. “Non li spaventano ma i pelouche possono essere abitati dal diavolo e dai demoni”. ”Perché non ci si può mettere lo smalto sulle unghie?” chiede un’altra ragazza. “Perché siamo invitate a essere umili e non civette” risponde la coordinatrice, una ragazza severa di 21 anni avvolta in un jilbab nero integrale che le lascia in vista solo il viso, dominato da due occhi scuri ornati da forti sopracciglia nere che si ricongiungono all’altezza del setto nasale.

Siamo in Emilia settentrionale, nel cuore economico del paese, presso un grande Centro Islamico polifunzionale, appena ristrutturato, capace di ospitare oltre 3500 fedeli. Nel week end il centro si anima con le attività dedicate all’infanzia e alla gioventù. Corsi di arabo per tutti i livelli, partite di calcio, conferenze, riunioni e dibattiti su argomenti religiosi e su come armonizzare la propria fede con il mondo circostante. In una terra che eccelle nella gastronomia suina e nella produzione vinicola: vino e salame, insomma.

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I musulmani nel mondo sono 1 miliardo e mezzo, di cui solo 400mila sono credenti arabi. L’islam sunnita (maggioritario nel mondo islamico) non è un monolite, non esiste un’autorità centrale né un clero. Geograficamente si estende in tutto il mondo: dal Marocco alla Malesia. Storicamente, l’Islam ha integrato i costumi locali dei paesi conquistati dagli eserciti musulmani, dando vita ad ibridi culturali e a sincretismi religiosi.

L’Islam è oggi la seconda religione d’Italia e del Vecchio Continente. Nella penisola vivono quasi un milione e mezzo di musulmani. Le regioni che contano il maggior numero di credenti sono la Lombardia (26,5% del totale dei musulmani), l’Emilia-Romagna (13,5%), il Veneto e il Piemonte (9%). In relazione al rapporto tra la comunità musulmana ed il totale della popolazione in regione, è l’Emilia-Romagna ad avere la percentuale maggiore con il 4,7% dei suoi abitanti di fede musulmana. In questo quadro, Modena è nella classifica delle prime dieci città italiane, precisamente al settimo posto, per il numero di residenti di religione islamica. Davanti alla città della Ghirlandina, ci sono al primo posto Milano, seguita da Roma, Brescia, Bergamo, Torino e Bologna.

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Esistono circa 770 luoghi di culto islamico in Italia, in Emilia circa 110 edifici sono adibiti a sala di preghiera. Nel territorio di Modena sono presenti quattro centri islamici.

Dagli scantinati ai moderni centri islamici polifunzionali: la storia dello sviluppo dell’Islam organizzato in Italia comincia negli anni ’70 con un tappeto di preghiera messo in casa, al lavoro, in un angolo di strada, per proseguire con le prime preghiere collettive in garages o capannoni fino all’acquisto di edifici adibiti a centri culturali.

Chi sono i salafiti, gli ultrafondamentalisti

I musulmani in Italia sono divisi su linee culturali, politiche e religiose. Stati stranieri, moschee ed organizzazioni culturali competono per avere una loro rappresentanza e status quo. Il risultato è una miriade di organizzazioni sparse per tutto il Paese. Tale frammentazione ha inciso, tra l’altro, sulla rappresentanza istituzionale dell’Islam ed il suo rapporto con lo Stato italiano, con cui le maggiori organizzazioni islamiche non hanno ancora trovato un’intesa.

Questa frammentazione unita ad alcuni particolari contesti sociali e politici ha favorito anche lo sviluppo di una corrente dell’Islam profondamente ortodossa: i salafiti. Il salafismo è un fenomeno relativamente nuovo in Italia, non in Francia e Gran Bretagna o in altri paesi del nord Europa di storica immigrazione o con un passato coloniale come Germania, Belgio e Olanda dove è emerso negli anni ’80.

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La parola salafismo deriva dall’arabo “salaf”, ovvero antenato. L’obiettivo dei salafiti è di tornare a un Islam primitivo, l’Islam mitico delle origini, scevro da ogni innovazione. Ultrafondamentalisti e ultrarigoristi, i salafiti si considerano come un gruppo di eletti da Dio che nell’aldilà verrà trattato con particolare clemenza. “Essere salafita per me significa ricercare un legame con l’Islam delle origini, quello del profeta e dei suoi primi compagni. Nel XXI secolo significa preservare il messaggio originale, rispettare e seguire l’Islam dei nostri antenati nella nostra vita quotidiana in seno alle società moderne”, afferma Emir, giovane di origini bosniache emigrato 15 anni fa in Emilia del nord.

Integralisti e contro il jihad

La grande maggioranza dei salafiti in Italia sono “quietisti”, in opposizione con i salafiti “politici” e i salafiti “jihadisti”.

Se i salafiti politici europei si compromettono con la politica per ottenere benefici per le loro comunità, gli jihadisti sono coloro che vogliono la guerra contro gli infedeli. Sono quelli che si radicalizzano o autoradicalizzano velocemente via internet, magari fanno un breve stage militare all’estero e poi vanno sul fronte in Iraq, Siria, Libia, Mali e altrove dove il richiamo di Allah risuona più forte.

“Le persone che mi vengono ad ascoltare non lo fanno per sentirmi urlare “A morte l’America e Israele” ma per avere risposte concrete dal Corano alle loro difficoltà quotidiane. E’ anche vero che alcuni giovani hanno trovato, nei criminali degli attentati di Parigi del 7 gennaio scorso per esempio, gli “eroi dei nostri tempi” da emulare. “Eroi” che lottano contro intere nazioni a suon di drammaturgia ben orchestrata”, dice l’imam.

Tutte le correnti salafite vorrebbero una società, uno stato e un mondo regolato dalle leggi dell’Islam. Ma solo gli jihadisti spingono per una soluzione armata e violenta. Il gruppo di al Qaeda e dello Stato Islamico fanno parte di questa corrente salafita minoritaria.

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I Quietisti sono la corrente maggioritaria all’interno del salafismo. Sono profondamente contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza. Il loro atteggiamento nei confronti dell’Occidente non consiste né a sperare in una conversione di massa da parte degli europei né ad aspettare una crisi o una caduta dello Stato in cui risiedono. Essi vorrebbero solo farsi da parte per poter preservare la loro purezza personale e comunitaria. Indifferenti alle riforme sociali, il salafista quietista è contrario ad ogni forma di partecipazione politica poiché la “democrazia è contraria all’Islam. La democrazia è per i salafiti una forma di associazionismo che conduce all’eresia perchè i deputati occidentali legiferano in nome di valori estranei alla sharia”, osserva Samir Amghar, sociologo francese specializzato in questioni islamiche, nel suo ultimo saggio “Le salafisme d’aujourd’hui” (“Il salafismo contempoaneo”).

Sì alla barba, no al principio di libertà

Nella strada adiacente al Centro islamico intercetto Murad, un giovane musulmano algerino dalla barba lunga e rigorosamente senza baffi. E’ il tipico look salafita basato su di un “hadith”, una delle fonti della teologia islamica. Gli hadith sono una raccolta di detti e di comportamenti del profeta Maometto secondo cui, nel caso specifico, bisogna “curare con attenzione i baffi e lasciare la barba crescere fluente” (secondo Ibn Umar Muslim, hadith 498).

Murad mi dice:”La società occidentale ha forse dei punti positivi. Ma il principio di libertà non corrisponde alla natura degli uomini. Una società troppo permissiva che lascia l’individuo libero di decidere sulla propria vita è un’impostazione sbagliata. La gente è debole, ha bisogno di struttura, in caso contrario finisce per commettere errori e perdersi. Io sono affascinato dai regimi autoritari arabi. Con noi arabi funziona solo il bastone, se no è anarchia. Poi, a livello personale, posso dire che l’Islam mi ha aiutato: è molto angosciante dover controllare la propria vita senza punti di riferimento.

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I quietisti rappresentano una forma di radicalismo non violento. Sono la corrente maggioritaria nell’universo del fondamentalismo islamico. Altri salafiti, quelli “politici”, hanno avuto piu’ visibilità con l’ascesa e il fracasso dei Fratelli Musulmani alla prova del potere in Egitto, nel 2012-2013. I salafiti jihadisti, invece, imperversano dalla Nigeria e dai fronti mediorientali del Levante fino al Caucaso.

L’ideale è lo stesso per tutti: l’instaurazione di uno Stato ispirato alla legge islamica. Per i quietisti ne differisce però la tattica e la modalità. Contrari alla violenza ed estranei alla politica, i salafiti “quietisti”, sono ben visti dalle istituzioni locali e nazionali che spesso li usano come bastione anti-jihadismo. Il disegno dei “quietisti” è di islamizzare dal basso, attraverso la predicazione, la società o almeno parti della società.

No alla musica, no agli omosessuali, no a Michelangelo

Nei week end, le bambine dei Centri islamici dominati dai salafiti vengono separate dai loro compagni maschi e nonostante la loro giovane età assistono alle lezioni di arabo classico con l’hijab addosso. Il colpo d’occhio non lascia indifferenti.

Ai ragazzi delle sezioni giovanili dei Centri islamici viene insegnato a dire “no alla droga e alle discoteche”. E anche che i tossicodipendenti e gli omosessuali sono inevitabilmente destinati a estinguersi e “a bruciare all’inferno”, ricorda un giovane di un Centro dell’Emilia centrale. Viene anche spiegato che ascoltare musica, realizzata con degli strumenti, è “haram” (cioè peccato in arabo). Le vocalizzazioni dei versetti del Corano sono invece ben viste.

I Giovani Musulmani organizzano, attraverso i rispettivi Centri Islamici di cui sono la costola giovanile, gite e viaggi entro i confini nazionali: lago di Garda, Venezia, Pisa, lago Trasimeno. Ma niente arte locale, la religione islamica proibisce le raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe, un precetto che risale all’epoca del profeta Maometto, e pensato per arginare l’adorazione di idoli pagani, bandita dal monoteismo islamico.

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Risultano inverocondi i nudi, sia pittorici che scultorei. “Se vuoi chiamarla arte”, mi disse una delle coordinatrici di un Centro islamico emiliano davanti al David di Michelangelo durante una gita a Firenze. Niente Venere del Botticelli, quindi, niente Bronzi di Riace, ma spazio invece alle nature morte e ai paesaggi. Il rapporto con l’arte è uno dei tanti punti di conflitto, riguardo all’intercultura, che può emergere nella discussione con un salafita quietista e persino con un semplice musulmano praticante. La regola non scritta è evitare musei, chiese e altri monumenti storici. La tendenza generale è quindi di ignorare la vita e la storia culturale locale. Per i musulmani, la Storia inzia con l’islamizzazione del mondo. Il 622, l’anno in cui Maometto partì per Medina per predicare, equivale al nostro anno 0. Per molti musulmani praticanti l’integrazione reale è implicita e passa per la scuola dell’obbligo e per il lavoro.

Le storie di Raghad e Michele, coppia salafita

Dopo un lungo negoziato, aiutato da alcuni amici musulmani, sono riuscito ad ottenere un appuntamento con una coppia di salafiti, frequentatori abituali di un Centro islamico dell’Emilia del nord. Come molti complessi islamici in Italia e in Europa, anche questa struttura è nata e si è sviluppata grazie ai finanziamenti dei paesi del Golfo arabo: Arabia Saudita e Qatar. In cambio, questi paesi hanno imposto la propria linea religiosa rigorista improntata al “wahhabismo”, una corrente islamica ultra-ortodossa fondata nella penisola araba nella metà del ‘700 dal religioso Mohamad Ibn Abd’ al-Wahhab. Corrente che si basa su un’interpretazione letterale dei Testi, il “wahhabismo” è la religione di Stato in Arabia Saudita. Dalle “Primavere arabe” in poi, l’esportazione di questa dottrina nel mondo si è intensificata.

Incontro Raghad a casa sua, situata a pochi kilometri dal Centro Islamico. La giovane donna ha scelto il “minhaj” (la via) salafita. Porta un “niqab” nero, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, e un “jilbab” grigio scuro, un ampio abito femminile della tradizione islamica che nasconde le forme e copre tutto il corpo fuorché i piedi e le mani. Indossa dei guanti neri finemente ricamati.

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Raghad ha 23 anni, è madre di un bébé di 6 mesi. Mi invita a togliermi le scarpe prima di entrare in casa. L’interno è impeccabile, la decorazione minimalista. Niente foto né quadri, nessun riferimento all’Islam a parte alcuni libri religiosi elegantemente rilegati con finiture dorate, ordinati con cura in un mobile del salotto. Una tenda di colore beige separa il salotto dal resto dell’appartamento. “Questa sistemazione ci permette di dividere gli spazi quando ricevo le mie amiche, per noi la promiscuità di genere è vietata. Quando le mie amiche vengono a bere il tè a casa mia, abbasso la tenda e mio marito scompare in un’altra stanza”.

Raghad è di origine marocchina ed è nata in Italia in una famiglia numerosa. Si è avvicinata al salafismo in modo spontaneo e graduale. “Sono l’unica della mia famiglia ad avere scelto di portare il velo. Ho letto il Corano e studiato la vita del profeta e delle sue mogli che costituiscono per me dei modelli da seguire. Anche loro si coprivano. Ho trovato nell’Islam le risposte che cercavo: la religione è semplice e i divieti sono chiari”, spiega Raghad.

Convinta della sua scelta, Raghad non ha dubbi: la via salafita è quella giusta. L’unico rimpianto che confessa è l’esclusione dal mondo del lavoro. E gli sguardi ostili, i sarcasmi e il disprezzo dei non musulmani. “Non capisco questa ondata di odio. Non mi pongo al di fuori della legge, benché coperta non mi sono mai sottratta, per esempio, ai controlli delle forze dell’ordine. L’unica cosa a cui mi oppongo è l’educazione pubblica italiana, è incompatibile con i miei principi religiosi. Finché potrò, educherò mia figlia a casa, insegnandole le basi della religione islamica. Più avanti, spero di poterla iscrivere ad una scuola privata islamica, come già esistono in Francia e in Inghilterra”.

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Un rumore di chiavi spezza la nostra conversazione. E’ Michele, il marito di Raghad, che torna dal lavoro accompagnato dal fratello Giovanni. Dopo qualche minuto Michele riappare vestito con un “kamis” bianco, l’abito maschile islamico tradizionale lungo fino alle caviglie. Michele è panettiere. E’ un uomo grande e grosso dai capelli corti e la lunga barba d’ordinanza. Entrambi i fratelli sono di origine italiana, e si sono convertiti otto anni fa all’Islam.

Un’infanzia difficile, la disoccupazione, l’alcolismo dei genitori e poi la piccola delinquenza. Vulnerabili sia economicamente che socialmente e psicologicamente, i due fratelli hanno trovato negli scritti salafiti la propria ragione d’essere. “Eravamo dei casi umani, l’Islam ci ha salvati – ricorda Michele – Oggi non mi faccio più schifo. Se Allah accoglie e perdona coloro che si pentono, ebbene posso perdonare me stesso”.

Il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio

Raghad e Michele si sono sposati 4 anni fa dopo essersi incontrati una sola volta. Un incontro regolato dalle leggi salafite. Si chiama “moukabala, una specie di speed dating islamica”, dice Raghad. Negli ambienti salafiti è vietato frequentarsi fuori dal matrimonio. Coloro che desiderano convolare a nozze informano la propria cerchia di parenti ed amici. Giungono poi le proposte concrete filtrate dalle rispettive famiglie. “Si tratta di essere precisi rispetto ai criteri fisici, all’età, al colore della pelle”, spiega Raghad. In seguito si combina un incontro fra gli aspiranti sposi. In questi casi la donna è sempre accompagnata da un tutore, di norma il padre o il fratello o uno zio.

La “moukabala” non è quindi un incontro galante. Nella dimensione salafita non è ammesso il colpo di fulmine. La priorità è un’altra: condividere gli stessi valori e principi religiosi. Si discute di educazione dei futuri figli, di vita di coppia e di pratiche religiose. Arriva poi la decisione dei potenziali sposi di proseguire o meno la reciproca conoscenza. In quest’ultimo caso si è liberi di rifare la “moukabala” alla ricerca del partner ideale. Non ci si sposa per amore, “ci si sposa perché il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio”, afferma Michele.

I salafiti pretendono incarnare l’organizzazione perfetta voluta da Allah. Hanno la convinzione di essere gli unici detentori della verità in ambito religioso. Rappresentano un “puritanesimo esclusivista” secondo il sociologo delle religioni Samir Amghar. “Si differenziano dagli altri musulmani praticanti per la loro pretesa ad un esclusivismo religioso, ritengono di essere l’incarnazione dell’unico Islam autentico e stigmatizzano le altre espressioni islamiche. I suoi aderenti si considerano come membri di una ecclesia islamica pura, di un’aristocrazia religiosa, un’assemblea di puri e di guardiani del dogma islamico originale”, sostiene lo studioso francese.

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(Scusa e buona lettura)

In qualità di avanguardia virtuosa in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, è imperativo per i salafiti limitare le relazioni con gli “altri”, musulmani o meno, per timore che questi ultimi possano contaminarli. Il ripiego comunitario e l’esclusivismo religioso rappresentano una precisa strategia identitaria di distinzione sociale rispetto alla propria comunità d’origine ma è anche la manifestazione di una reazione contro la società ospitante e la sua gerarchia sociale. Il desiderio di appartenere a un gruppo di eletti risponde a un bisogno di rivalsa rispetto al declassamento sociale di cui alcuni musulmani si dicono vittime oggi in Italia.

Giovanni, il fratello minore di Michele mi riaccompagna in macchina al Centro Islamico, è quasi giunta l’ora del “maghrib”, la preghiera del tramonto, una delle cinque preghiere canoniche quotidiane nell’Islam. Una volta in macchina, il telefono cellulare di Michele squilla. Non è una telefonata, è la sveglia che lo avverte di prepararsi alla preghiera. La suoneria del telefono non è come le altre: “Sono canti coranici”, spiega il giovane convertito. All’improvviso mi torna in mente il divieto di ascoltare la musica. Lo metto alla prova:“Posso accendere la radio?” chiedo. “No per favore, la musica fatta con gli strumenti è vietata per noi salafiti, perché fra le note degli strumenti musicali si nasconde il diavolo. I canti religiosi sono invece permessi e incoraggiati”.

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Torniamo al grande Centro Islamico. Il Centro non è una moschea. Una moschea è essenzialmente un luogo di preghiera, mentre in un Centro Culturale si possono svolgere altre attività come l’insegnamento e corsi di formazione, lo sport, la promozione di convegni e conferenze e un certo inquadramento giovanile. Nel Centro si celebrano inoltre battesimi, matrimoni e funerali secondo la legge islamica. “Ci siamo resi conto dell’importanza di una società di mediazione che si ponga fra il mondo circostante occidentale e le nostre tradizioni”, dice Giovanni.

Di nuovo al Centro Islamico, incontro Sarah, una donna trentacinquenne di origine tunisine. ”Lasciateci vivere in pace – chiosa – non siamo degli animali, siamo stanchi di doverci giustificare. Voglio dirvi una sola cosa: questo paese e tutto l’Occidente sono governati da persone che lavorano per Satana”. Quando la dottrina è radicale, il dialogo diventa difficile.

In definitiva i salafiti quietisti non violenti d’Italia sono innanzitutto un movimento pietista e moralizzatore incentrato sulla vita individuale e famigliare. Si astiene dal preconizzare l’azione armata. Esprimono la loro opposizione rispetto all’Occidente attraverso un atteggiamento di indifferenza politica e il rifiuto all’integrazione sociale.

Mentre mi allontano dal Centro Islamico, verso lidi più libertari, mi tornano in mente i due grandi modelli di integrazione pensati in Occidente in epoca contemporanea: il paradigma assimilazionista francese e quello multiculturalista britannico. Sono entrambe modelli obsoleti, ormai in evidente crisi. Eppure l’Italia, volente o nolente, ha adottato il modello multiculturalista che oggi fa rima con separatismo etnico-religioso intrasocietario, ghettizzazione e comunitarismo. Una deriva che interpreta l’integrazione delle popolazioni migranti attraverso la loro organizzazione in funzione della loro comunità d’origine. Blocchi etnici divisi che non si incrociano ma che generano scintille ogni volta che si toccano.

Gaetano Gasparini

Come farsi espellere dall’ordine dei giornalisti e vivere lo stesso felici

Ecco come l’Ordine dei giornalisti radia un iscritto che non ha pagato la quota.

di Matteo Rinaldi

Ecco come l’Ordine dei giornalisti radia un iscritto che non ha pagato la quota: un’avventura da Inquisizione medievale che dà pienamente ragione a chi spinge per la sua abolizione.

dx01Quanti sono i giornalisti iscritti all’ordine che non vedono l’ora di cancellarsi ma non ne hanno il coraggio?

Secondo me tantissimi, soprattutto tra i pubblicisti. Migliaia, voglio dire. Li capisco: l’ordine è realmente inutile come lo disegnano in molti (soprattutto chi giornalista non è, questo va detto). Ma è un’inutilità talmente evidente che perfino un paese come l’Italia dovrebbe capirlo prima della prossima rivoluzione galattica. Non solo inefficace, incapace, forte coi deboli e debole coi forti: l’ordine è perfino incapace di tenersi stretti i guadagni che ottiene senza far niente. E perfino di cacciare un collega senza spendere un sacco di tempo e denaro.
Un distinguo: l’ordine è totalmente inutile per la maggioranza dei giornalisti, i cosiddetti “pubblicisti”. I “professionisti”, la minoranza, ne hanno invece necessità e pare perfino qualche beneficio. Ma le migliaia di pubblicisti – ovvero chi non lavora a tempo pieno in un giornale e non conta sul contratto professionistico – non ci guadagnano niente.

Le ragioni serie per cui i pubblicisti iscritti continuano a pagare la farsesca tessera annuale sono principalmente tre:
1) scrivono in qualche giornale, anche piccolo, che li riconosce come pubblicisti e non come co.co.pro (meno tasse per tutti);
2) ne dirigono uno, fosse anche un bollettino parrocchiale, e ricevono un rimborso spese. Senza tessera non è possibile dirigere e senza direttore un giornale paga una spesa postale molto più alta;
3) sognano di diventare professionisti e hanno bisogno della tessera per la scalata sociale verso il contratto vero e proprio.

dx02Al di fuori di queste tre categorie, le uniche con una solida ragione di base, ne esista una quarta, numerosa ma in costante calo: quella dei pubblicisti appassionati (o squilibrati, scegliete voi il termine migliore) per i quali la tessera ha un valore di prestigio. Dio sa perché: già il nome, da serie B rispetto al professionista, dovrebbe far vergognare.
Eppure una volta erano decine di migliaia i giornalisti pubblicisti fieri: ogni giornale aveva i suoi collaboratori che si vantavano di possedere la tessera e si sentivano colleghi di Montanelli pur scrivendo le brevi sulle sagre di paese o sulle partite di terza categoria.
Forse io ebbi la sfortuna di incrociare uno di questi, all’inizio della mia carriera. Era certamente un pazzo che scriveva malissimo (ma otto giornalisti su dieci scrivono malissimo), si sentiva Hemingway (ma nove su dieci si sentono Hemingway) e considerava la sua tessera come un punto d’arrivo esistenziale (dieci su dieci).

Per questo io, che sono sempre stato più demente dei personaggi sopra elencati, decisi che la tessera non la volevo. Volevo scrivere e basta.

Con i miei diciassette anni e un futuro tutto da decifrare, pensavo che un documento di carta non avrebbe potuto certificare la mia eventuale bravura, passione, capacità, ovvero il mio professionismo. Perché avevo letto i colleghi scarsi e avevo letto i bravi: avevo capito che l’unico professionista è il cronista che scrive la verità (a volte è difficile) e soprattutto che attacca con più forza e coraggio i potenti piuttosto che le mezze tacche. E questo è molto più difficile.

dx03Mi era già evidente, senza mai essere entrato nella redazione di un giornale, che due terzi dei giornalisti non avrebbero attaccato un potente nemmeno sotto tortura. E che tre quarti dei pezzi che leggevo, nei quotidiani al bar, erano scritti coi piedi e, ancora peggio, pensati coi piedi.

Più leggevo e più capivo che gli articoli erano un interminabile elenco di frasi fatte, di inizi sempre uguali, di banalità ripetute a pappagallo, di sciatteria e pigrizia mentale. Dopo tre pezzi di sport, avevi letto tutti i pezzi di sport. Dopo tre di politica, davi ragione a chi odiava la politica. Dopo tre di cultura… Aspetta, credo di non averli mai letti, tre pezzi interi nelle pagine di cultura: sono svenuto al secondo.

Il brutto era talmente evidente, nella scrittura dei giornalisti, che perfino la mia testa minorenne sentiva la necessità di rifugiarsi nei pochi che scrivevano col cuore, con una tecnica vera, limata, sudata, col rispetto per chi legge e perfino col coraggio di osare.
Insomma, se quelli delle pagine di politica e cultura erano i giornalisti con la tessera, io la tessera non la volevo.

E così fu. Scrissi per anni senza più pensarci, tanto il mio giornale era piccolo, pagava pochissimo e la parola “contratto” si usava solo per definire il muscolo contratto del bomber costretto al riposo (ecco, solo a ricordare sto già scrivendo come loro, dannazione).
Purtroppo nel giornalismo, come in tutte le carriere, la cosa importante è la continuità. La mia andava a corrente alternata: dx05ogni due anni mi stancavo e cambiavo passione. Un’agenzia editoriale, un’agenzia di pubblicità, lavoretti dimenticati…

Finché un giorno, mi capita tra le mani una copia della Stampa. Sono gli anni novanta e leggendo distrattamente la cronaca nazionale trovo il primo pezzo di nera scritto senza imitare il linguaggio del verbale dei Carabinieri: non “Il Trombini entrava dalla finestra e qui si impossessava di un sacchetto contenente bigiotteria tra cui una fede nuziale e una madonna di Loreto”.

No, il cronista entrava nella casa di un assassino e raccontava la casa, la vita, gli odori perfino, le sensazioni: “Entro nella camera: ha mobili semplici, quasi tutti Ikea. C’è un’aria ordinata ma fredda, come se la stanza fosse sì abitata ma non vissuta davvero”.

L’autore era Gabriele Romagnoli, me lo ricordo ancora. Quella Stampa aveva un giovane Curzio Maltese, non ancora trasformato in Johnny il Triste, e un ancor più giovane Massimo Gramellini, che scriveva come scriveva solo Gramellini.

Voi non avete mai letto il suo primo libro, vero? Si chiamava “Colpo Grosso”, era un instant book scritto a sei mani con lo stesso Maltese e Pino Corrias. dx04Berlusconi aveva vinto le prime elezioni e loro raccontavano il futuro immaginato (e impeccabile) con un’ironia da piangere da quant’era bella e veritiera. Non potete averlo letto in ogni caso: i berluscloni fecero razzia di copie dal giorno dopo: le comperarono quasi tutte e le fecero sparire, convincendo poi l’editore a non ristampare nemmeno una copia. Io ebbi la fortuna, chissà come, di trovarne una e la stupidità di prestarla a chissà chi.

Grazie a quella Stampa mi torna la voglia di scrivere. Ma stavolta vado in un giornale vero, il principale quotidiano vicentino. Collaboro tre mesi. Sono anni in cui fare il giornalista è un sogno per moltissimi: c’è un fila di collaboratori infinita, davanti a me.

Alcuni bravissimi, da anni in attesa di un piccolo contratto per arrivare un giorno all’assunzione. Alla fine del terzo mese il direttore mi chiama: mi assume, scavalcando tutti, per sei mesi di fila, in sostituzione di un collega che prende aspettativa. In verità mi devo sposare tra poche settimane ma la proposta è secca: sette giorni di ferie al massimo in tutto il semestre, prendere o lasciare, decisione in otto secondi.

dx06Accetto e comincio dal giorno stesso. La stessa sera stacco e mentre punto l’uscita, barcollando (nei giornali veri, da giovane e neo-assunto lavori come un pazzo, altro che no) un amministrativo mi ferma: “Rinaldi, dammi la tessera che devo prendere il numero per fare il contratto. “Eh? Non l’ho mai fatta io la tessera”.
La scena si blocca, come un film. Sento le zanzare della stanza accanto. Ma è così importante questa cazzutissima tessera? Dopo il silenzio, l’esplosione.

Mi insultano con una sequela di bestemmie che avevo sentito solo nell’esercito: “Cazzooooo, come cazzo è possibile che non hai la tessera dopo quindici anni che scriviiiiiiii!”

Ecco, non mi pare il caso di spiegare a tutti la mia interessante teoria sul professionismo reale e percepito. Meglio spiegare a voi quel che succede: mi chiudono tutta la notte in una stanza, a ritagliare i trenta articoli scritti nei mesi precedenti (per fortuna li trovo) e a ritagliarne altri sessanta, rubacchiandoli qua e là (per fortuna molti professionisti non firmano mai i loro pezzi, così posso spacciarli per miei).

Li incollo in un quaderno, compilo carte e giuramenti e all’alba del giorno dopo – previa telefonata di un potente del giornale a un potente dell’ordine – filo a Venezia a fare la tessera più veloce della storia.
Tutto questo giusto per mettere nero su bianco la serietà del sistema con cui si diventa pubblicisti: perché è chiaro che lo ero, un cronista. Anzi, ero già un professionista vero e proprio, almeno in prospettiva. Ma se ci sono delle regole, bisognerebbe rispettarle. Invece le regole italiane sono così: non solo stupide, ma aggirabili in quattro e quattr’otto.

dx07Era il 1995. Due anni dopo smetto di fare il cronista e torno in pubblicità. La tessera però la tengo: non si sa mai, con questa testa. E poi non serve più dimostrare che scrivi: puoi anche smettere per dieci anni, nessuno fa una piega. L’ordine poi: a quelli basta il fisso annuale. Vi pare che abbia senso?
La tengo senza ragione. L’unico servizio che ottengo è la rivista dell’ordine – un bollettino tristissimo e illeggibile – e un curioso regalo: una specie di enorme bibbia con l’elenco di tutti i giornalisti d’Italia, divisi tra pubblicisti e professionisti. Nome, cognome, età, anno e mese dell’iscrizione. Un po’ come se ai macellai italiani regalassero un libro con tutti i macellai, da Aosta a Lampedusa. Mah.

Molti anni dopo però la tessera mi torna utile: mi chiamano a dirigere un giornale e il documento è fondamentale: per scrivere “direttore responsabile” di fianco al nome e per prendere una querela per diffamazione (un milione di euro, pensate un po’) che dopo dieci anni e passa è ancora a spasso tra i cassetti del tribunale.
Con la querela davanti al naso, penso che forse per la prima volta potrò sfruttarlo, l’amico ordine. Finalmente mi servirà per qualcosa di molto più importante della sacra bibbia dei colleghi.

Chiamo e spiego il problema: “Un assessore mi ha fatto una causa milionaria, ma le cose che ho scritto non possono essere considerate diffamazione, secondo me e pure secondo il mio legale. Cosa posso fare? Come potete aiutarmi?”

dx08Capisco, rispondono. Segue un lungo silenzio, come quelli delle interrogazioni scolastiche di Franti su Cuore. Scusate, ripeto la domanda: cosa mi consigliate di fare? Come mi potete aiutare? “Richiamiamo noi” rispondono, dopo un altro silenzio frantesco.
Nessuno richiama. Telefono ancora, più volte. Stessa scena. Nessuno sa niente, nessuno fa niente. Mi consigliano di rivolgermi al sindacato. Il sindacato giornalisti mi ascolta, poi chiede: “Sei nostro socio?” No, dico, dirigo un piccolo giornale, non siamo nemmeno pagati come giornalisti”. “E allora che cacchio vuoi da noi?” Richiamo l’ordine. A parte la parole “cacchio” il risultato è lo stesso.
Lascio perdere, convincendomi ancor più di quanto l’ordine sia non solo inutile ma addirittura immateriale, inconsistente, incapace di una qualunque reazione umana.

Il mio giornale chiude dopo due anni, ma tengo la tessera e faccio bene: un ente ha bisogno di un direttore e sceglie me. Mi pagano mille euro l’anno per mettere semplicemente la firma e controllare che non escano pezzi a rischio denuncia. Nel frattempo continuo a scrivere, collaborando con più giornali, ma ormai nessuno paga più noi scribacchini come giornalisti.
Ed eccoci al presente: tre anni fa pago la tessera in ritardo (succede); mi arriva una penale irritante ma sopportabile.
Due anni fa non pago perché cambio casa e dimentico di dare all’ordine il nuovo indirizzo. Così non ricevo le lettere di sollecito che mi mandano.

I mesi passano: un bel giorno mi arriva un plico che neanche al re di Francia prima della ghigliottina. È un faldone gigantesco, firmato e controfirmato da araldi e cicisbei: mi intimano di recarmi a Venezia dove una corte di giudici togati mi interrogherà sulle cause del mio mancato pagamento e deciderà se cancellarmi dalla faccia dal Sacro Ordine Dei Giornalisti Pubblicisti O Se Perdonarmi A Patto Che Io Abiuri Come Galileo E Paghi Cospargendomi Il Capo Di Cenere.
A naso, la spesa in carte, timbri e bolle papali supera lo stipendio di un consigliere regionale.
In piccolo però, alla fine della bolla papale, è scritto: “Pagando questa cifra con un vaglia postale entro il giorno X, la sua posizione sarà di nuovo in regola”.
Penso: pagliacci. Se mi avessero fatto una telefonata, una semplice telefonata, avremmo risolto tutto in otto secondi. Però pago. E penso: pagliaccio.

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(Scusa e buona lettura)

Siamo alla fine della storia. Quest’anno succede lo stesso. Dico la verità: lo lascio succedere. Voglio vedere che accade. Voglio vedere i cavalli neri dell’Ordine di Mordor, la ghigliottina dei Pubblicisti, la mia tessera messa a ferro e fuoco, la maledizione del Grande Giornalista Professionista, padre di tutti i pubblicisti, cadermi tra capo e collo. Voglio essere un pagliaccio vero: loro hanno più onestà di tutti noi.

Purtroppo non mi spediscono il faldone con la Bolla Tutta In Maiuscolo. Mi inviano un faldone più piccolo, ma odorante di zolfo, con un testo laconico: il Gran Consiglio Della Corte Giudicante si è riunito (e immagino dieci persone attorno a un tavolo per me: chi ha pagato il loro viaggio veneziano? Dieci anni d’iscrizione di un altro pubblicista?). Qui – prosegue – il Gran Consiglio ha preso atto della mia Assenza Ingiustificata e con una Penna Stilografica Mefisto color nero pece ha cancellato il mio nome dal Sacro Libro Dei Pubblicisti Veneti Et Italiani.

Mi avvisano che non c’è più niente da fare: potrei scrivere la Divina Commedia, il viaggio di Pigafetta, il Milione di Marco Polo, il Codice Da Vinci e Diciotto Editoriali Di Scalfari ma, per cinque anni almeno, nessuno mi ridarà la prestigiosa tessera. Solo al sesto anno, a patto di aver perso tutti i capelli ed essermi lasciato crescere una lunga e serissima barba grigia, potrò rifare domanda

Ho perso il guadagno della rivista, questo è vero. Ma che siate d’accordo o no, ho fatto anche una delle poche cose giuste della mia vita.

Matteo Rinaldi

L’elenco dei complotti attualmente in corso in Italia

Realtà parallele. Pensate di sapere davvero quello che succede nel paese dove vivete? Sbagliate. Ecco tutti i complotti attualmente in corso nell’Italia parallela.

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Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che niente è reale
(Jorge Luis Borges)
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Scopo di questa pagina non è quello di confutare o analizzare le idee complottiste. Né quello di fare un’approfondita analisi delle ragioni per cui siano così diffuse in Italia. Ma semplicemente quello di scattare una fotografia della realtà parallela che questo tipo di idee hanno creato. Karl Popper nel saggio “La società aperta e i suoi nemici” paragona l’idea che il futuro sia prevedibile studiando il passato, cioè che la storia proceda in una direzione, alla teorie cospirative, dove “qualunque cosa avvenga nella società […] è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”. Questi due pensieri hanno in comune l’idea che ci sia un disegno da seguire, privo di imprevisti, che non procede a caso. Anzi: quando gli imprevisti si presentano, è solo perché erano compresi nel Piano.

Così il susseguirsi degli eventi che costituiscono quella che definiamo realtà – da una guerra alla diffusione di un virus, dalla morte di un famoso cantante a un incidente sull’autostrada – sono parte di un preciso piano che avanza inesorabile.

A Popper questo modo di pensare ricorda la Grecia di Omero, in cui tutto ciò che accadeva sulla terra, tra noi comuni mortali, era solo un riflesso delle cospirazioni che avvenivano nell’Olimpo. Ed ecco che se il mio medico mi prescrive un farmaco è solo perché al centesimo piano di un misterioso grattacielo dall’altra parte del mondo è stato deciso così.

Le ragioni del pensiero complottista, soprattutto in Italia, meriterebbero un’analisi sociologica e psicologica più approfondita, che eviteremo di fare, così come non ci concentreremo sulla confutazione delle teorie cospirative (il cosiddetto debunking), dato che esistono già moltissime pagine che si occupano solo questo. Infatti, così come esiste un’ampia letteratura complottista dominata da cliché, forzature e inesattezze, in Italia esiste anche un’ampia letteratura anti-complottista, necessaria, a volte accurata e sobria, a volte inaccurata e isterica, anch’essa non priva di certi cliché.

Ci limiteremo giusto a citare brevemente alcuni fattori secondo noi determinanti nella diffusione del pensiero complottista: la recente storia italiana fatta di misteri e segreti di stato, con servizi segreti deviati, morti sospette e la presenza sotterranea della criminalità organizzata; la diffusa e dilagante corruzione a più livelli della società, dai piani alti del potere a quelli del sottoscala di casa; una generale diffidenza verso la scienza e il pensiero razionale e una perdita progressiva di autorevolezza della comunità scientifica agli occhi di buona parte dei cittadini; la diffusione e la percezione dei social network come fonti d’informazione.

Questi sono alcuni degli elementi che hanno contribuito ad alimentare un immaginario collettivo cospirativo che ha iper stimolato la nostra immaginazione, portandoci a pensare che se in Italia qualcosa è possibile, anche le cose più strambe, allora forse tutto è possibile. Perché se capita che spesso dietro qualcosa ci sia qualcos’altro, allora posso pensare che forse dietro tutte le cose ci sia qualcos’altro: forse la mafia ha messo del veleno nel mio caffè, forse il pediatra vuole uccidere il mio bambino, forse dietro il mio licenziamento c’è la lobby dei meteorologi, o quella dei banchieri, o quella dei meteorologi banchieri. La cospirazione entra così nel salotto di casa.

Accettando una parte di realtà possibile, accettiamo il pacchetto completo: se è vero che il latte potrebbe farmi male, così come ho letto nella pagina Facebook di un amico che riporta la segnalazione di un blog che cita un articolo che parla di uno studio di 70 anni fa, allora potrebbe essere vero che è in atto una mega cospirazione su scala mondiale per sterminare la popolazione utilizzando le mucche. Perché no? Queste cose succedono.

Il risultato è un Italia fantasy, governata da leggi misteriose, dove i complotti e le cospirazioni mescolano tra loro fatti reali, fatti impossibili e fatti probabili ma non verificati, ma assolutamente certi in questa nuova realtà dove tutto è possibile. Una realtà dove Bergoglio è l’anticristo, ci sono cure che funzionano ma vengono fermate dai potenti del pianeta che se le tengono per loro mentre uccidono il popolo con terapie inutili o irrorando i cieli con sostanze velenose, artisti o sportivi famosi vengono uccisi e i loro omicidi mascherati da malattie o suicidi, il presidente del Consiglio è stato scelto perché ha partecipato a un programma tv quando aveva 19 anni, le leggi sui diritti civili servono a sterminare la razza umana e così via.

Questa è l’altra Italia in cui viviamo, quella parallela, quella dove ogni complotto è vero. Dove non crediamo più a niente e quindi crediamo a tutto.


Elenco dei complotti attualmente in corso in Italia aggiornato al febbraio 2015

Bergoglio è l’anticristo massone eletto per portare gli uomini alla fine del mondo

bergoglioMario Jose Bergoglio, ovvero Papa Francesco, è l’Anticristo. Le dimostrazioni che si trovano in rete sono tante, ma come sempre a molti la cosa appare talmente evidente da non dover essere spiegata. Comunque, per nostra fortuna, qualcuno ci prova. Ad esempio: Bergoglio è un gesuita, e i gesuiti sono da sempre dietro a molti complotti, ed è considerato il vero “papa nero” previsto da Nostradamus, colui che porterà gli uomini alla fine del mondo. Non a caso sommando i numeri del codice ASCII equivalenti a ogni lettera del suo cognome, viene fuori 666, numero della Bestia. Inoltre il papa è considerato blasfemo, apostata (cioè che ha abbandonato la propria religione), massone e secondo alcuni perfino indemoniato. Tutto questo viene coperto, inutile dirlo, dal Vaticano, dalla massoneria e dai governi di tutto il mondo.

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono due militanti siriane pronte a colpire

gretaQuello che è successo dopo il ritorno delle due volontarie italiane rapite in Siria, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (conosciute dai giornali italiani semplicemente come “Greta e Vanessa”) probabilmente in futuro sarà materia di studio nelle facoltà di sociologia e psicologia. E’ stato ipotizzato praticamente tutto, dai più classici tormentoni post-rapimento come l’evergreen “è sospetto che siano tornate così paffute e sorridenti” fino a vergognose insinuazioni  – “hanno fatto sesso consenziente con i terroristi” diffuse anche da un vicepresidente del Senato italiano (“Maurizio”). Ma non è tutto, c’è anche un complotto. Che si può riassumere più o meno così: le due giovani cooperanti sono andate in Siria per unirsi alla rivoluzione, o quantomeno sostenere i militanti, dunque non sono state realmente rapite, hanno solo scucito soldi allo stato italiano (12 milioni, ovvero “12mila kalashnikov nuovi” secondo il quotidiano Libero) con un finto rapimento per finanziare la jihad e ora sono due cellule dormienti in attesa di essere attivate, pronte a colpire con attentati sul suolo italiano.

Emma Bonino si è fatta venire il cancro per fare propaganda alla chemioterapia

emma_bonino_web_chatUna delle più grandi preoccupazioni dell’uomo moderno è la salute. Per alcuni l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è il male assoluto, “una parte di quella forza che desidera eternamente il male e opera eternamente il bene”, come Mefistofele. Se sommate la diffidenza nella medicina, un generale atteggiamento antiscientifico sempre più in aumento in Italia, e una certa propensione alla paranoia, ecco che abbiamo il complotto secondo il quale Emma Bonino o non ha davvero il cancro – come purtroppo ha affermato – oppure ce l’ha ma lo sta usando per fare propaganda alla chemioterapia e ai metodi anti-cancro accettati dalla scienza, contrapposti a tutti quelli “alternativi”, che vanno dalla cura del bicarbonato a quelle con piante esotiche o acqua limone o dieta vegana e via dicendo. O, addirittura, si sarebbe fatta venire apposta il cancro per fare propaganda alla chemio. E così, dopo la notizia del cancro di cui è vittima la Bonino, si è immediatamente diffusa la voce che dietro in realtà ci sia “la Big Pharma dei banchieri” che nascondono le vere cure all’umanità, obbligando il popolo a curarsi con l’inutile e anzi dannosa chemioterapia.

E’ in corso, anche in Italia, uno sterminio tramite la sterilizzazione forzata

ded4Attraverso farmaci, terapie sanitarie, OGM, vaccini, nanomateriali nascosti negli alimenti, guerre batteriologiche e scie chimiche, esiste un piano per sterminare l’umanità. In Italia, e forse nel mondo la massima esponente di questa tesi è Monia Benini del Movimento 5 stelle e autrice del libro “Sterminio segreto”. Secondo la Benini è in corso un gigantesco complotto il cui obiettivo è di ridurre di 2/3 oppure di 3/4 la popolazione mondiale. Il piano è in atto almeno da 40 anni e sono coinvolti tutti i governi e le Nazioni Unite, che controllano la sanità, la finanza e l’informazione. La stessa Benini, presentando il libro, spiega che “può apparire allucinante, può sembrare assurdo, può suonare incredibile”. Questo complotto è il complotto dei complotti,  è un po’ come quella che nella fisica teorica viene definita “teoria del tutto”: unisce tutti gli altri complotti, bufale, leggende metropolitane, cospirazioni, in maniera trasversale, mischiando elementi di una realtà con elementi di altre realtà, dando vita a una vera e propria realtà parallela dove ogni fatto, ogni evento, anche quelli apparentemente insignificanti, vanno collegati allo sterminio globale.

Le leggi per le unioni gay sono promosse dalle élite occulte e dai governi per ridurre la popolazione mondiale

gyAltro complotto su scala mondiale, presente anche e soprattutto nel nostro paese, è quello per cui le richieste di diritti civili per gli omosessuali sono volute dalle lobby gay, dietro le quali si nascondono altre lobby (Illuminati, massoneria, élite occulte non meglio specificate) che hanno come obiettivo quello di ridurre la popolazione mondiale. In pratica la diffusione dell’omosessualità non sarebbe altro che uno dei tanti metodi per portare avanti lo sterminio dell’umanità. Più unioni gay, meno unioni tradizionali, meno coppie che si riproducono, meno bambini. In Italia è una tesi che attraversa un po’ tutta la galassia complottista e parte della destra cattolica, che usa questa argomentazione in difesa della cosiddetta famiglia tradizionale. Ad esempio qualche anno fa Carlo Giovanardi dichiarava: “Se i movimenti dell’orgoglio omosessuale fossero prevalenti o riuscissero a convincere il mondo che quella è la strada giusta allora il mondo finirebbe nell’arco di una generazione”.

Nei cieli italiani vengono irrorati veleni per provocare malattie e controllare il clima

scia-chimicaQuello delle scie chimiche è il complotto più diffuso e allo stesso tempo più analizzato, smentito, confutato, criticato. E’ anche quello dal fascino più antico. Da sempre gli uomini hanno guardato il cielo alla ricerca di qualcosa, e spesso quel qualcosa faceva paura. Ci piace pensare al primo uomo che ha visto un fulmine squarciare il cielo notturno: chissà cosa penserebbe oggi delle scie chimiche. Secondo i sostenitori di questa enorme cospirazione oggi in Italia, come in tutto il mondo, vengono irrorate sostanze dannose tramite gli aerei, che lasciano appunto delle scie “chimiche”. Queste scie sono responsabili dei cambiamenti climatici, delle malattie, della radioattività e di molte altre cose. Viene chiamata “geoingegneria clandestina”. La cospirazione è organizzata e coperta da governi, mondo della scienza, esercito, Vaticano, multinazionali del cibo e della farmaceutica, ma anche da comuni cittadini, meteorologi, professori, giornalisti, in sostanza chiunque la neghi o la metta in dubbio. E’ diventata molto popolare ed è arrivata perfino in Parlamento grazie a deputati di diversi partiti.

Le morti sospette di artisti famosi, potrebbero c’entrare la massoneria o le scie chimiche

danieleIl 4 gennaio 2014 muore di infarto il famoso musicista napoletano Pino Daniele. Da subito online si parla di morte sospetta. C’è chi sostiene che si tratta evidentemente dell”ennesimo omicidio massonico”, senza fornire maggiori dettagli, come se movente e mandanti fossero talmente ovvi da non essere necessario indicarli. Nel frattempo, su un altro piano della realtà, la procura di Napoli apre un’inchiesta contro ignoti per omicidio colposo: si indaga soprattutto sui soccorsi e sui dubbi legati alle ultime ore di vita dell’artista. Ma online si va molto oltre e vengono fuori le piste più imprevedibili: c’è chi parla di satanismo, chi nota la diffusione di “strani infarti” collegando la morte di Daniele a quella del cantante Mango (deceduto un mese prima) fino a intravedere addirittura un piano per destabilizzare l’Europa attraverso varie “morti sospette” di personaggi famosi, o la conferma di un generale peggioramento delle condizioni di salute di tutti a causa delle scie chimiche. Secondo il cardiologo di fiducia di Pino Daniele, il dottor Gaspardone, che lo seguiva da oltre 20 anni, la morte di Daniele non è sorprendente, dato che – a causa della gravissima malattie alle coronarie – la sua vita “era appesa a un filo”. In precedenza anche la morte di Fabrizio De Andrè era rientrata nel complotto degli artisti uccisi. Citiamo due elementi significativi: la data della morte, 11-1-1999, le tante – troppe – rose rosse sulla sua bara al funerale, simbolo della loggia massonica della Rosa Rossa, responsabile – secondo alcuni complottisti – dei più noti delitti italiani.

Il metodo Stamina funziona ma viene bloccato dai gruppi di potere della ricerca scientifica

staminaIl metodo Stamina è un trattamento a base di cellule staminali inventato da Davide Vannoni, un docente di scienze della comunicazione, che assicura di curare le malattie neurodegenerative. Pur privo di validazione scientifica, è diventato molto popolare grazie alla diffusione su tv, giornali e web. Il complotto anti Stamina sostiene che questo metodo funzioni ma che non venga accettato dalla comunità scientifica perché bloccato dai gruppi di potere della ricerca e delle università e da Big Pharma (la lobby dell’industria farmaceutica) che perderebbe così i propri preziosi clienti. La comunità scientifica continua a considerarlo inattendibile, ma nonostante questo nel 2013 il parlamento italiano ha preso sul serio questa cura e ha avviato una sperimentazione, successivamente fermata, anche se Vannoni ha annunciato che ricorrerà al Tar.

Il Nuovo Ordine Mondiale impianta microchip nel corpo delle persone, anche negli ospedali italiani

chipQuesta è una notizia ricorrente che da decenni alimenta panico, allarmismo e alcuni godibili romanzi di fantascienza. Negli ospedali italiani – non tutti, forse solo in alcuni – ai neonati vengono impianti dei microchip. E’ una pratica diffusa già da tempo in tutto il mondo dal cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale e dagli Illuminati: microchip nel cervello, oppure microchip sottocutanei dotati di GPS che, oltre a controllarvi, potrebbe uccidervi all’istante se fosse necessario, oppure sedarvi. In questo modo sarebbe possibile controllare la popolazione. Secondo questa affascinante teoria “questa tecnica di controllo sarebbe estremamente utile per arrestare quella che definisce Il risveglio delle coscienze”che sta avvenendo nella popolazione mondiale e che potrebbe mandare a monte il progetto illuminato del New World Order”, come spiegato dalla pagina Facebook “No al microchip sottocutaneo”. Tra gli esponenti politici noti sostenitori di questa teoria c’è Paolo Bernini del Movimento 5 stelle.

Se Matteo Renzi ha vinto a 19 anni alla Ruota della fortuna e poi è diventato presidente del Consiglio non è un caso

renziCom’è possibile che nel 1994 un 19enne partecipi al popolare programma tv  “La ruota della fortuna” (presentato da Mike Bongiorno, la cui salma quasi 20 anni dopo sarà trafugata) e riesca a vincere 48 milioni di lire diventando campione per diverse settimane? Proprio nella tv di quello che in teoria diventerà un suo grande avversario politico? L’ex 19enne è l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, il proprietario della tv è l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Secondo diverse pagine complottiste non può essere una coincidenza e dietro c’è un piano preciso e la loggia massonica P2. Tra i sostenitori della tesi c’è il senatore del Movimento 5 stelle Bartolomeo Pepe.

Marco Pantani è stato ucciso e il suo omicidio è stato insabbiato perché sapeva troppo

pantaniIl ciclista Marco Pantani è morto il 14 febbraio 2004 nel residence Le Rose di Rimini, dopo un periodo di crisi professionale e personale dovuto anche alla squalifica per doping. Per circa 10 anni la versione ufficiale è che si sia trattato di un suicidio-overdose dovuto a un abuso di cocaina. Nel 2014 però la famiglia dell’ex campione ha fatto riaprire il caso. A quel punto ha iniziato a diffondersi l’idea che Pantani sia stato ucciso, tesi che la madre ha sostenuto fin da subito. Ma perché Pantani sarebbe stato ucciso? Le ipotesi sono molte. Secondo alcuni dietro la morte del ciclista ci sarebbero le case farmaceutiche, la lobby del doping, gli sponsor, alcuni misteriosi ordini massonici, la malavita legata alle scommesse  clandestine, e gli americani. Infatti Pantani, con le sue vittorie, avrebbe rischiato di mettere in ombra il campione americano – poi rivelatosi dopato – Lance Armstrong, e per questo sarebbe stato inscenato il suo suicidio. La famiglia Pantani sostiene di sapere con precisione chi ha ucciso il ciclista e perché, ma non ha mai fatto i nomi. Il medico legale chiamato a lavorare dopo la riapertura del caso ha parlato di un cocktail di farmaci e droga che avrebbe portato a un’insufficienza cardiaca: non ci sarebbero elementi che porterebbero a ipotizzare un’assunzione forzata di queste sostanze.

Il latte causa i tumori ma la scienza ufficiale lo nega perché pagata dalle industrie

cow1Il consumo di latte provocherebbe il cancro. La fonte è l’ormai noto China Study, uno studio di 40 anni fa che individuava nella caseina un fattore determinante nell’insorgere dei tumori, oggi ritenuto non attendibile dalla comunità scientifica. A partire dal 2005 lo studio ha avuto grande successo e diffusione, diventando una sorta di bibbia per molte persone ossessionate dall’alimentazione corretta, molte delle quali hanno iniziato a sostenere non solo che il latte provochi il cancro, ma che sia possibile curare il cancro con una dieta vegana. Nella campagna promozionale legata al libro si legge che “questo studio è potenzialmente in grado di salvare milioni di vite umane”. Ma se fosse vero, perché la scienza ufficiale non lo considera attendibile? Perché i governi non obbligano i produttori di latte ad applicare la scritta “Il latte causa il cancro” come per le sigarette? Dietro questo clamoroso boicottaggio ci sarebbero le case farmaceutiche, i produttori di latte e l’industria della carne.

In Italia esiste una rete di clown che rapiscono i bambini per poi vendere gli organi

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Alla fine del 2014 in Italia si è diffusa la paura dei clown. Tutto sembra essere iniziato in Emilia, quando è venuta fuori la notizia di un’aggressione subita da un gruppo di ragazzi fuori da una scuola da parte di alcune persone vestite da clown. Nel frattempo altrove scompaiono dei bambini. Si inizia a parlare di slavi, forse rumeni, forse polacchi, travestiti da clown, su furgoni quasi sempre bianchi e spesso senza targa. E’ sufficiente perché il panico dilaghi: dall’Emilia alla Campania, ma anche nel nord Italia, iniziano ad arrivare avvistamenti e le prime spiegazioni su internet. Ovvero: sono bande di rapitori di bambini che, attirandoli vestiti da clown, li rapiscono per poi vendere gli organi. Lo sanno tutti, si sa da sempre, commenta qualcuno, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

Ci sono complotti che i potenti fanno tra loro

renziNon sempre i complotti sono a danno dei subordinati, del popolo impotente che li scopre e li denuncia mentre i potenti fanno di tutto per nasconderli. Anzi: l’utilizzo strumentale dei complotti da parte del potere ha radici antiche. E spesso sono proprio i potenti che complottano tra loro, esattamente come avveniva nell’Olimpo. In Italia negli ultimi anni il complottismo ai piani alti del Potere ha assunto spesso toni vittimistici: esemplare il caso di Silvio Berlusconi, contro il quale hanno cospirato per anni varie entità, dalla magistratura ai comunisti, fino al G20 al completo, guidato dalla Germania, dove – si sostiene – nel 2011 si decise di spodestare il suo governo. Berlusconi nel 2009 dichiarò di essere “il maggior perseguitato di tutta la storia di tutte le epoche del mondo”. Recentemente anche il premier Matteo Renzi ha iniziato ad assumere toni da perseguitato in balia di complotti, parlando di “un disegno per dividere l’Italia” riferendosi all’azione dei sindacati contro il suo governo.

La Costa Concordia è una messinscena di un complotto

costa--concordiaDietro l’incidente della Costa Concordia del 13 gennaio 2012 ci sarebbe molto di più di quello che abbiamo visto. E dietro quello, c’è altro ancora. Da subito l’incidente è stato interpretato in chiave simbolica, numerologica e massonica: il nome “Concordia” e l’isola del Giglio, simbolo che si ricollega alla massoneria, non potevano che ispirare una complessa interpretazione cospirazionista che mette insieme il gruppo Bilderberg, il Titanic, vari numeri (compreso il 999 rovesciato, quindi 666) la situazione economica mondiale e altri elementi che tutto sono fuorché coincidenze. In questo senso l’affondamento della Concordia sarebbe un potente messaggio simbolico da parte delle solite élite occulte – massoneria e banche – contro l’Europa: “affonderete” o “vi stiamo affondando”. Fin qui è abbastanza facile. Ma attenzione, perché questo è il finto complotto. C’è infatti un livello ulteriore per “complottisti più che abili” secondo cui questo incidente aveva lo scopo di mascherare “verità più profonde e inquietanti”. Cioè l’obiettivo era illuderci di poter decifrare il linguaggio simbolico usato dall’élite occulta (in questo caso l’affondamento di una nave), quando in realtà non è così. Ecco quindi che quello della Costa Concordia diventerebbe una messinscena di un complotto per  coprire altri complotti. Viene facile chiedersi: ma se abbiamo capito anche che si tratta di un finto complotto, è ancora un complotto? Ha funzionato? Sta funzionando?

Il vero motivo per cui Sergio Mattarella è stato eletto presidente della Repubblica

mattarella_sergio_r439_thumb400x275In realtà non ce n’è uno solo, sono tanti. Oltre ai calcoli politici, c’è tutta una parte di realtà non svelata ufficialmente, oscura, segreta, ma disponibile a tutti sui social network. Proviamo a elencare alcuni degli elementi ricorrenti. Intanto il numero di voti che hanno portato all’elezione di Mattarella: 665, troppo vicino al simbolico 666 per essere una semplice coincidenza. Poi l’applauso in anticipo: durante l’ultimo spoglio alcuni grandi elettori hanno applaudito prima che si raggiungesse il quorum, come se sapessero già l’esito. Ma soprattutto gli indizi massonici – troppi per essere elencati – che dimostrerebbero come Mattarella sia stato scelto da Mario Draghi e approvato da Renzi per entrare nel salotto buono delle massonerie atlantiche (tesi di Paolo Bernini, ad esempio, sempre lui, sempre del Movimento 5 stelle). Infine, la sospetta visita alla Fosse Ardeatine, letta come un omaggio al potere sionista, e non a caso altri fanno notare che Matti in ebraico significa dono di Dio.

I vaccini provocano l’autismo e altre mille cose

vacciniSono la vera pandemia del nuovo millennio. Altro che Aids ed Ebola: il vero pericolo sono i vaccini. L’ostilità verso i vaccini risale addirittura al primo scoperto a fine Settecento, quello contro il vaiolo di Edward Jenner che trovò subito forti resistenze.  Ma è negli anni ’80 del 900 che il movimento antivaccini esplode fino ad arrivare ad oggi. La correlazione tra vaccini e autismo, mai dimostrata scientificamente ma particolarmente di moda nel nuovo millennio, si deve invece al medico americano Andrew Wakefield che nel 1998 scrisse in un suo lavoro (rivelatosi poi una frode messa in piedi su richiesta di un avvocato che cercava pezze giustificative per una causa di risarcimento) di aver trovato anticorpi del virus del morbillo nell’intestino di alcuni bambini autistici. Wakefield venne radiato dall’ordine dei medici, ma da allora la leggenda non hai mai smesso di girare e riprodursi, come un virus, provocando danni enormi che ancora oggi hanno effetti devastanti. Inutile spiegare che tutti i dati scientifici dimostrano che grazie ai vaccini l’incidenza di molte malattie si è azzerata o che, nel caso del morbillo ad esempio, venendo a contatto con l’infezione la percentuale di rischio di contrarre la malattia da parte di chi non è vaccinato è del 90%. Niente da fare, per molti genitori i pericoli derivanti dalla somministrazione dei vaccini sono superiori al rischio di poter contrarre la malattia. Quella, al limite, si può curare con metodi naturali. Naturalmente non manca la dichiarazione – censurata dai media mainstream – del “maggior esperto di vaccini del mondo” che rivela che le multinazionali farmaceutiche hanno inoculato a mezzo mondo il virus del cancro e altre orribili malattie per mezzo dei vaccini. E l’autismo? Studi recenti dimostrano come l’origine dell’autismo risieda in alterazioni genetiche congenite. Ma non importa. La comunità scientifica fa parte del Piano.

 

(pagina in aggiornamento)

Il volo della speranza

Storie di giovani italiani che hanno deciso di emigrare Oltremanica per provare a regalarsi un futuro che qui in Italia non riescono più a trovare.

di Anna Ferri

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Sono sempre di più gli italiani che cercano all’estero uno sbocco per potersi realizzare personalmente e professionalmente. E oggi, emigrare è molto più facile che in passato. Se non altro perché il viaggio in aereo costa pochissimo. Anche se il difficile, naturalmente, comincia una volta atterrati. Da tempo, in cima alle preferenze dei giovani italiani c’è Londra che però sembra meno disponibile di un tempo ad accoglierli. Abbiamo chiesto a dei ragazzi che vivono Oltremanica di raccontarci com’è una vita “made in England”.

La terra promessa dista solo un’ora e 15 minuti di volo e per raggiungerla basta investire il budget di un venerdì sera qualsiasi, circa 50 euro. A volte anche meno. L’aereo della speranza si chiama Ryanair e senza offrirti neanche un bicchiere di acqua ti porta dritto verso il tuo sogno: Londra. Per chi ha dai 20 ai 35 anni e vive in Italia in questo tempo di crisi economica, occupazionale e sociale, la capitale britannica è come un miraggio di soddisfazioni professionali e indipendenza. Là c’è il lavoro, dicono tutti. Là puoi fare carriera prima dei 50 anni. Io sto pensando di andare, risponde chi qui ha solo un contratto a progetto con il quale non può neanche chiedere un finanziamento per acquistare un armadio all’Ikea. Allora si risparmia un po’ che con la sterlina è tutta un’altra cosa e si schiacciano i vestiti in una piccola valigia, perché con le linee low cost più pezzi della tua vita decidi di portarti dietri e più il prezzo sale.

Londra, vista da qui, è proprio bellissima. Lo pensano in tanti, si può quasi dire troppi. Secondo il reportage di Marco Mancassola pubblicato su Internazionale, il numero degli italiani che hanno deciso di tentare la fortuna sulle rive del Tamigi sono aumentati del 300 per cento in quattro anni:

“Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare”.

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Photo credit: City via photopin (license) 

Un dato che da una parte preoccupa la politica e infatti il premier David Cameron non fa nulla per nascondere la volontà di rinegoziare i termini della libertà di movimento per i cittadini europei e pensa anche a pesanti modifiche per l’accesso ai sussidi. Per quanto riguarda l’Europa, si è addirittura parlato di un referendum per capire se gli inglesi vogliono restarci oppure no. Pura fantapolitica. Anche perché, se da una parte l’immigrazione interna dell’Europa – come appunto quella italiana – può creare qualche tensione, dall’altra l’economica ha le sue regole, come spiega giustamente Mancassola sul suo reportage:

“I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare”.

Londra, vista da qui, è lontanissima. Difficile capire cosa succede davvero nella metropoli, quali sono le difficoltà che si incontrano cercando la propria fortuna e perché no, felicità, e come vengono visti tutti questi giovani europei da chi lì ci vive da sempre: gli inglesi. Lo abbiamo chiesto a chi qualche anno o anche solo alcuni mesi fa è salito su un volo Ryanair e ora vive sulla sua pelle le conseguenze, positive o negative che siano, della scelta di migrare.

Nico Sarti: “C’è stata un’esplosione e i tempi sono duri”

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Photo credit: via photopin (license)

nico sartiSono originario di Bologna, Quartiere Mazzini, classe 1980. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla cultura e musica britannica, così appena ne ho avuta l’opportunità ho iniziato a visitare Londra e stringere amicizie con gente di qua. Nel 2006 mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a cercare lavoro, puntando a quello che l’Italia non poteva darmi e non sto parlando di fare cappuccini o servire pizze. Erano tempi in cui la maggior parte degli italiani a Londra erano qui per divertirsi o studiare. In entrambi i casi non aspiravano a niente di più che un miglior salario, grazie alla forza della sterlina. Dieci anni fa non si parlava di fughe dei cervelli ma solo a quanto fosse facile trasferirsi qui e avere un minimo sindacale più alto di quello italiano. Sin dal mio primo giorno come “immigrato” al Job Centre avevo capito bene che non potevo pretendere di arrivare qua e comportarmi come se fossi a Bologna. Non potevo andare in giro a chiedere favori ai pochi italiani che conoscevo qui, implorando per le classiche “bazze” o “dritte” da immigrato. Ho iniziato a lavorare come specialista nel settore social media e musica, un settore che 10 anni fa era già in grande espansione qui in Gran Bretagna e che cominciava a pagare bene. Avevo dimostrato di aver passione e talento e dopo vari mesi di prova mi hanno dato un ruolo a tempo indeterminato. Così ho iniziato a spostarmi da agenzia ad agenzia, costruendomi una carriera.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’esplosione di italiani che si sono spostati qui su voli della speranza, con l’aspettativa di un lavoro facile. Non è vero che il Regno Unito non ci vuole più, ma è vero che i tempi sono più difficili. Molti, troppi italiani con nessuna conoscenza di questo paese si spostano, specialmente nella capitale, con la convinzione di trovare un futuro migliore. Troppi si rimettono ai soliti trucchi per poter ricevere il National Insurance Number: in teoria fino a quando non hai fissa dimora non puoi ricevere il tuo NIN e quindi molti si fanno mandare una lettera a casa di un amico o parente residente e usano questa massi gallicome conferma di domicilio. La maggior parte degli inglesi non sono contrari all’immigrazione ma hanno paura che non ci siano controlli su quanti e chi siano le persone che entrano in questo vortice di offerta e domanda di lavoro. Si sente che i tempi sono cambiati e che c’è un’inflazione di talenti stranieri nel paese. Una delle cose che ho notato è che gli inglesi hanno perso il loro humour sul tema impiego e immigrazione: non vogliono più sapere se hanno di fronte un candidato italiano, tedesco o francese, ma solo se il suo talento e personalità sarà decisivo nella crescita di un team, agenzia o dipartimento.
Sono gli Italiani all’estero che portano avanti gli stereotipi che ci contraddistinguono nel mondo. E’ la cultura da immigrato al quale manca il baretto locale, il cibo di mamma e la pausa pranzo di tre ore che pesa sui datori di lavoro inglesi. Purtroppo qualcosa è cambiato e lo spazio a disposizione una volta si è ristretto. Voglio credere e spero di vivere qua molto a lungo e anche che Cameron non mi cacci via. Gli Italiani, nonostante i luoghi comuni, sono ammirati e rispettati nella capitale, ma ogni tanto penso che siano loro a non ricambiare i compaesani inglesi.


Massimiliano Galli: “Non è l’America ma se vali puoi farcela”

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Sono arrivato a fine giugno 2014, in Italia vivevo in uno stato di frustrazione costante a causa dell’imbarazzante azione che è diventato il volersi cercare un lavoro: ho strippato e dopo due anni da vomito sono partito. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e così è stato: appena arrivato mi sono fatto due settimane nelle quali mi sono vissuto Londra come andrebbe vissuta, chiaramente il costo è insostenibile e le mie ridotte finanze hanno subito un primo contraccolpo. Una mattina mentre ho pensato di mandare un curriculum a un’azienda italiana per la quale avevo lavorato e che aveva una sede a Londra dove non lavora neanche un italiano. Dopo una nottata ad aggiustare, tradurre e pompare il curriculum all’inverosimile chiamo, mi presento e chiedo se posso inviare i miei dati. Mando tutto martedì e il giorno successivo mi fissano il primo colloquio: un massacro di due ore per poi chiamarmi venerdì sera per dirmi se potevo fare il colloquio il sabato. Altre due ore di tortura ma la sera mi chiamano e mi assumono.

Quella sera vado a festeggiare in un locale dove ero l’unico straniero ma una pinta di birra favolosa costava 3 sterline. Trascorro la serata con uno sconosciuto di nome Brandon, etilista irlandese, che fuori dal pub mi chiede quanto peso. Alla mia risposta mi dice che non ha mai visto uno così magro bere così tanto. Il lunedì inizio a lavorare.
Qui iniziano una marea di eventi positivi che ti riassumo così: non è l’America ma essendoci ancora un criterio semi meritocratico c’è modo di farsi valere e spuntarla. Per questo anche se la misura è colma e la competitività in ogni ambiente e ad ogni livello è alta, c’è ancora speranza. Però ripeto: non è l’America e doversene tornare a casa è un attimo, ambientarsi non è semplice ma si può fare almeno per un po’ di tempo. Per me è durissima: i rapporti umani qui sono diversi e non è solo una questione di culture diverse: è che qui sei a Londra.

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Carolina Rinaldi: “I problemi ci sono per chi chiede i benefit”

E’ vero che siamo veramente tanti qui ma resta comunque il fatto che se sei bravo e ti impegni qualcosa trovi. I problemi degli inglesi sono verso quelli che vengono a chiedere i benefit, gli aiuti dello Stato, senza lavorare o cercare occupazione. Nonostante tutto, gli inglesi sanno bene che la loro cultura è questa grazie al mix di nazionalità ed è proprio questo che rende Londra una potenza. Insomma, qui che tu sia marocchino, neo zelandese, italiano o scozzese se hai voglia di lavorare e sei bravo tutto il resto non c’entra.

Anna Ferri

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