Le strade che portano al jihad

Ripercorriamo l’itinerario della radicalizzazione dei fratelli Kouachi, Amédy Coulibaly e altri ragazzi come loro che hanno trovato nel jihad un modo di contestare il presente.

La radicalizzazione dei fratelli Kouachi cominciò in un parco della capitale francese, Amédy Koulibaly fece i suoi primi passi verso il fondamentalismo armato in prigione. Ma quello che i tre jihadisti avevano in comune era il fatto di essere nati e cresciuti ai margini della società francese. Dove, in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. Ripercorriamo le strade percorse dai giovani attentatori francesi per capire come si arrivi dove sono arrivati loro.

E’ lungo i sentieri del parco parigino di Buttes-Chaumont, con le sue collinette, il suo stagno e un falso tempio romano, che Chérif Kouachi, il fattorino di una pizzeria del posto, amava fare jogging. Il parco di Buttes-Chaumont brulica di gente che corre come lui. Ma Kouachi e il suo gruppo di amici facevano jogging per tenersi in forma per il jihad.

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Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

Il gruppo parigino dei fratelli Kouachi, che i giornali chiamarono “la banda di Buttes-Chaumont”, era composto da una dozzina di ragazzi fra i 20-30 anni. Alcuni di loro si sono conosciuti a scuola. Molti avevano storie famigliari complesse e rendimenti scolastici scarsi. Venivano dai bassifondi del 19imo arrondissement nel nord-est di Parigi, una zona segnata da un mix di appartamenti e loft riqualificati accanto ad edifici popolari e a un patchwork di palazzoni in mano alla piccola criminalità e alle bande.

I jihadisti del 19imo arrondissement si consideravano dei combattenti, dei giusti che lottavano per una causa legittima: l’instaurazione di uno Stato islamico attraverso l’azione violenta. Giurarono di rifiutare qualsiasi ipotesi di compromesso o di collaborazione con il loro paese natale, la Francia, (ma in generale con tutto il mondo occidentale) nel momento in cui misero il Jihad al centro del loro credo, rendendolo un obbligo religioso. In generale, per tutti i jihadisti il ricorso alla violenza è sia ideologico che tattico. Così questi gruppi preferiscono l’azione diretta ad approcci “politici” che, invece, rifiutano sistematicamente.

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Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

I ragazzi appartenenti al gruppo dei fratelli Kouachi, molti dei quali disoccupati o alle prese con piccoli lavori precari, erano tutti conosciuti dalle forze dell’ordine per reati minori, furti e traffico di droga. Poi incontrarono una figura carismatica, un leader. Il capo carismatico esercita un magistero morale, religioso e ideologico sul discepolo ed è una figura ricorrente nella galassia dei gruppi islamisti radicali che da sempre si rifanno alla conoscenza coranica di alcuni teologi militanti o emiri ritenuti detentori del messaggio divino. Lo era Oussama Ben Laden, lo è l’attuale “califfo” del cosiddetto Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi.

Nel suo piccolo lo era anche Farid Benyettou. Anch’egli giovanissimo, un anno più grande di Chérif Kouachi (classe 1982). Farid era un inserviente presso un’impresa di pulizie e punto di riferimento per i suoi coetanei con i quali discuteva dell’ipotesi di “Jihad”. Era il 2004, all’indomani dell’invasione statunitense dell’Iraq e il gruppo decise di partire per il paese mediorientale per combattere gli americani.

Farid Benyettou

Farid Benyettou

Questo piccolo gruppo di combattenti per la fede, descritto dai magistrati come dei dilettanti sprovveduti, è stato definito dal quotidiano Le Monde come la “prima scuola del Jihad in Francia”. Fra una sessione di jogging e l’altra, impararono a tenere in braccio un kalashnikov e presto una manciata di loro partì alla volta dell’Iraq, per fare la guerra santa agli Americani. Tre di loro morirono in combattimento, altri tornarono gravemente menomati: uno senza un occhio e senza un braccio. Altri ancora non riuscirono a partire, bloccati dalla polizia francese.

All’epoca Chérif Kouachi si guadagnava da vivere come fattorino presso una catena di pizzerie, El Primo Pizza. Venne arrestato nel gennaio del 2005 mentre tentava di imbarcarsi su di un volo con destinazione Damasco. I servizi di intelligence francesi erano convinti che stesse per raggiungere i ribelli islamisti in Iraq, via la Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Chérif Kouachi dichiarò ai magistrati che l’intervento della polizia era stato provvidenziale e che si sentiva sollevato dell’arresto poiché, in fondo, non aveva intenzione di arruolarsi. “Più si avvicinava la data della partenza, più ci ripensavo” disse al giudice. “Allo stesso tempo non volevo che i miei compagni venissero a sapere del mio cedimento”. La corte gli inflisse una condanna relativamente lieve: 36 mesi, la metà dei quali passati in regime di libertà condizionale. Oltre al biglietto aereo per la Siria non vi erano prove schiaccianti contro di lui.

Per gli avvocati, Chérif era un ragazzo fragile senza particolari idee politiche e psicologicamente manipolato da una simil-setta. Non è sbagliato usare la parola setta in merito alle cellule jihadiste contemporanee poiché esse si muovono come vere società segrete. I membri condividono la stessa convinzione e la preservano in segreto. “L’idea di appartenere a un gruppo di eletti con una missione divina e di rappresentare la più pura avanguardia di Allah, in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, implica la segretezza per difendersi da quella stessa società empia, quella occidentale, che diffonde volontariamente dei valori anti-islamici e attua le persecuzioni contro i musulmani”, dichiara un ex-jihadista francese pentito al quotidiano Libération.

Dopo il processo del 2008, Chérif si sistemò e trovò lavoro in una pescheria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Meno di una decade dopo, Chérif (32 anni) e suo fratello maggiore Said (34 anni) compiono l’attacco terroristico più feroce degli ultimi 50 anni della storia di Francia. Entrano con i Kalashnikov nella redazione del mensile satirico Charlie Hebdo. Fanno fuoco: 12 morti. Dopo tre giorni di follia i fratelli Kouachi muoiono durante una sparatoria a nord di Parigi provocata dall’irruzione delle forze speciali del GIGN (“Groupe d’intervention de la gendarmerie nationale”) all’interno della tipografia sequestrata dai fratelli Kouachi, nella quale detenevano un ostaggio. Nel frattempo, Amédy Coulibaly (32 anni), dopo aver ucciso una poliziotta, assaltava un piccolo supermarket di alimentari kosher, nell’est della capitale, tenendo in ostaggio i clienti e uccidendone quattro. Anche in quell’occasione il GIGN fece irruzione e uccise il jihadista.

Sia i fratelli Kouachi sia Amédy Coulibaly erano francesi, dell’area metropolitana parigina, cresciuti e avvicinatisi all’Islam radicale sul posto. Il quotidiano Libération li ha chiamati “Figli di Francia”; un noto avvocato che garantisce la difesa di un altro giovane jihadista li ha chiamati invece “I figli smarriti della Repubblica”.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Intanto il governo francese corre ai ripari, la questione è delicata, ci sono oltre 7,5 milioni di francesi di confessione musulmana. L’obiettivo a breve termine è intervenire sui sistemi di reclutamento per impedire la crescita del terrorismo fatto in casa, e poi capire come hanno fatto dei pregiudicati segnalati persino nelle black list degli Stati Uniti a organizzare, pianificare e commettere una carneficina. Il governo francese ha preso molto sul serio il pericolo di imminenti attacchi da parte dei reduci francesi della guerra in Siria, tant’è che ha alzato il livello di guardia e rafforzato la divisione antiterrorismo.

Secondo il governo, 1400 francesi hanno raggiunto o stanno pianificando di raggiungere, in nome della Jihad, i teatri di guerra in Siria e in Iraq. Circa 70 jihadisti francesi hanno invece già perso la vita durante i combattimenti.

Ma la radicalizzazione dei fratelli Kouachi e di Amédy Koulibaly è iniziata molto prima della guerra in Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

I jihadisti di oggi che partono per la Siria e per l’Iraq vengono spesso dalla classe media, talvolta hanno una buona educazione e buone prospettive. In contrasto, i jihadisti che andarono a combattere 10 anni prima in Iraq erano dipinti come mentalmente fragili, poveri e senza prospettive.

Come mai i veterani della guerra in Iraq, come Kaouchi e i suoi amici, pur essendo un pericolo per la sicurezza nazionale, hanno potuto muoversi indisturbati, procurarsi armi e soldi, organizzare l’attentato? Forse l’intelligence francese si è troppo concentrata sulle nuove generazioni di jihadisti, coloro che partono in Siria, trascurando la generazione precedente di jihadisti, quelli che partirono per l’Iraq.

Chérif Kouachi è nato a Parigi nel 1982, nel 10imo arrondissement che si estende da place de la République fino alla Gare du Nord. Era uno dei cinque figli di genitori di origine algerina. Un amico d’infanzia di Chérif ha detto alla televisione pubblica francese: “E’ stato abbandonato in giovanissima età, non si è mai capito se fossero i genitori ad essere stati incapaci di curare i cinque figli oppure se fossero morti”. Risultato: Chérif è entrato nelle comunità d’accoglienza per minori non avendo compiuto neanche 10 anni. Le case d’accoglienza erano lontane da Parigi e la sua infanzia venne descritta come caotica.

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Chérif e Said Kouachi ancora minorenni a Treignac

A 18 anni, gli orfani Chérif e Said (il fratello piu’ grande) tornano a Parigi, dal nord-est dove erano cresciuti. Chérif era in possesso di un diploma in educazione fisica ma i suoi risultati scolastici erano miseri e non aveva nessuna famiglia a cui chiedere aiuto. Quando si legò al gruppo di Buttes-Chaumont era già tornato a Parigi e viveva di espedienti.

“Viveva come un vagabondo, trovava sempre un tetto sotto il quale dormire ma si doveva quasi sempre accontentare di un materasso per terra o poco più: era chiaramente un emarginato. Era immaturo, appena uscito dall’adolescenza. Non era rancoroso. Andava in moschea, ma andava anche per discoteche, si cimentava con il rap, fumava erba e beveva in compagnia, insomma non era un santo ma nemmeno un asociale”, precisa l’amico d’infanzia alla televisione pubblica transalpina.

Secondo Le Monde, quando Chérif venne arrestato poco prima del suo imbarco per la Siria, si presentò ai poliziotti definendosi un “Ghetto Muslim”.

“Prima ero un delinquente, ma dopo ho trovato la forza. Non mi immaginavo neanche di poter morire”, dichiarò ai magistrati. In un documentario televisivo sulla gioventù francese radicalizzata troviamo proprio Chérif che, durante un’esibizione rap, pronuncia le seguenti parole:”E’ scritto nei Testi, morire da martire è un onore”.

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via nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Le aspirazioni del gruppo jihadista di Buttes-Chaumont erano direttamente legate ai destini della seconda guerra irachena del 2003. Di solito si riunivano in casa di un membro e guardavano insieme le immagini dell’invasione statunitense. “Tutto quello che ho visto in tv, su Internet, le torture nella prigione di Abu Ghraib, tutto quello, è proprio quello che mi ha motivato”, dichiarò un amico dei Kouachi durante il processo a Chérif.

Durante la presidenza di Jacques Chirac, però, la Francia si rifiutò di intervenire in Iraq. Il gruppo concentrò quindi il suo odio nei confronti degli americani e nell’ossessione di combatterli per liberare l’Iraq.

“Sono stati i pionieri del jihadismo francese”, scrive Jacques Follorou, giornalista di Le Monde e specialista di questioni islamiche. “Erano un gruppo di ragazzi con poca istruzione, senza progetto politico, senza esperienza, de-socializzati, delinquenti, disoccupati, ai margini della società e alla ricerca di un’identità. Il mentore, loro coetaneo, era un manipolatore”. Follorou sostiene anche che quando i ragazzi del gruppo entrarono in carcere, davanti ai loro occhi si aprì un nuovo universo:“Se Buttes-Chaumont era la scuola informale del jihad, il carcere era l’università degli studi del jihad”.

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1965-1969. Carcere di Fleury-Mérogis. Foto Fonds Guillaume Gillet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine.

Dopo il suo arresto nel 2005, mentre tentava di lasciare il paese alla volta di Damasco, Chérif fu condotto presso la casa circondariale di Fleury-Mérogis, un enorme e decadente super-prigione di cemento armato. E’ il carcere più grande d’Europa, solo la sezione maschile contiene 3,800 detenuti.

Costruita negli anni ’60, Fleury-Mérogis doveva rappresentare il modello del carcere dal volto umano. Finì per diventare un inferno di tensioni, violenza fra detenuti, droga, suicidio e persino episodio di una rivolta dei detenuti con tanto di agenti di polizia penitenziaria presi come ostaggi.

Kouachi si trovava a Fleury-Mérogis, in attesa di giudizio. In quel periodo la popolazione carceraria eccedeva del 150% le capacità di “accoglienza” della prigione.

Nel 2008 alcuni carcerati riuscirono a consegnare all’esterno un video sulle condizioni di vita a Fleury-Mérogis. Il filmato mostrava scene di violenza fra carcerati, soffitti infiltrati di acqua, muffa sui muri, sanitari fuori uso e inaccessibili, acqua stagnante e freddo gelido. “Ci stiamo congelando come i vagabondi, anzi siamo peggio dei vagabondi”, dice un recluso nel video.

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Amédy Coulibaly

Uno dei prigionieri in prima linea nella denuncia delle condizioni carcerarie fu Amédy Coulibaly. Era in carcere per rapina a mano armata, la sua terza condanna. Coulibaly incontrò Chérif in carcere, erano nella stessa ala e diventarono presto inseparabili. Meno di dieci anni dopo, Coulibaly si unisce ai fratelli Kouachi per compiere la sua parte nell’attacco, cioè l’uccisione di una poliziotta e di quattro clienti di un negozio ebraico.

Amédy Coulibaly, conosciuto come “Doly”, è nato in Francia da genitori del Mali. Unico maschio, fratello di nove sorelle, Amédy cresce nella Cité (complesso di case popolari) della Grande Borne, a Grigny, a sud di Parigi. “E’ una delle Cité più difficili del paese”, nota un giornalista di Libération.

Costruita negli anni ’60, nei piani degli urbanisti doveva essere la cittadella-dormitorio ideale. Invece con i suoi 11mila abitanti, la Grande Borne divenne nota per la povertà, per il traffico di droga e di armi, per l’alto tasso di criminalità giovanile, per gli attacchi alla stazione della polizia locale e per gli incendi dolosi di edifici pubblici.

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La Grande Borne, Grigny

Alcuni sociologi francesi la definiscono un “cassonetto per l’immondizia sociale” dove venivano confinati i più poveri elementi della città. Il 40% dei suoi abitanti è disoccupato, le famiglie vi abitano in una situazione di miseria, il livello di violenza e decomposizione sociale è alle stelle.

“E’ un contesto favorevole allo sviluppo del radicalismo, non tanto per la povertà quanto per lo sfascio dell’ordine sociale. C’è una miseria sociale estrema, le famiglie sono abbandonate a se stesse. Lo Stato qui è assente, la polizia neanche ci mette i piedi”, spiega un educatore della zona che aggiunge: “Se un datore di lavoro ha per le mani un cv con sopra scritto l’indirizzo della Cité con ogni probabilità la candidatura finisce direttamente nel cestino”. In quest’angolo di Francia, i valori repubblicani, “Liberté, égalité, fraternité”, non si sa neanche cosa siano.

Nel 2005 le periferie dei grandi centri urbani francesi furono teatro delle più gravi sommosse della storia recente di Francia. La rabbia esplose dopo l’uccisione di due ragazzini in fuga da un controllo di polizia. Proprio a Grigny la violenza raggiunse livelli mai visti prima, quando dai rivoltosi partirono colpi di arma da fuoco verso le forze dell’ordine.

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La Grande Borne, Grigny

Anche alla Grande Borne, come in molte Cité, c’è una sottocultura giovanile fatta di soldi facili, rapine, droghe e armi. Damien Brossier, avvocato che si occupa di criminalità giovanile nella vicina Evry si ricorda di Coulibaly. “Una testa calda, un ragazzo coraggioso”, racconta il legale che lo ha difeso in due casi di rapina a mano armata risalenti a dieci anni fa.
Il primo caso fu una rapina a un negozio di articoli sportivi. In quell’occasione, dopo un inseguimento con la polizia, la macchina su cui scappavano lui e il suo complice venne coinvolta in un incidente stradale. Il suo complice, Alì, coetaneo di origini magrebine, rimase ucciso. Coulibaly invece riuscì a uscire dalla vettura disastrata e tornò a casa a piedi.

L’avvocato Brossier difese poi Coulibaly dall’accusa di rapina a mano armata in banca. “Era un cane sciolto, al contempo era socievole e gentile, non era difficile entrarci in confidenza”.

Il padre di Amédy era un lavoratore maliano di umili origini, immigrato in Francia. Come molti suoi coetanei nella Cité, Amédy non voleva fare la stessa vita del genitore. “Aveva dei risultati scolastici molto scarsi, non penso avesse mai avuto delle vere ambizioni lavorative. Come molti giovani delle periferia aveva il culto del denaro facile”, ricorda ancora l’avvocato Brossier.

Coulibaly e Chérif fecero amicizia in prigione, e sempre in prigione trovarono un nuovo mentore che li portò alla definitiva radicalizzazione: Djamel Beghal.

Djamel Beghal, said to be the mentor of Cherif Kouachi, one of the Charlie Hebdo Massacre Gunmen - 2015

Djamel Beghal

Beghal, condannato a 10 anni per il fallito attentato all’ambasciata israeliana di Parigi, era stato un frequentatore della moschea londinese di Finsbury park e discepolo dei predicatori radicali Abu Hamza e Abu Qatada. Secondo l’intelligence francese e americana era il reclutatore di al Qaeda in Europa.

Una volta scontata la pena, Chérif Kouachi uscì di prigione, si sposò e trovò un lavoro in una pescheria: sembrava che volesse mettere la testa a posto. Uscito dal carcere, era diventato un uomo. La reclusione avesse inasprito il suo carattere e cambiato il suo fisico. Un suo amico ha affermato recentemente alla televisione pubblica: “Era fisicamente cambiato, muscoloso, aveva fatto sollevamento pesi, in carcere non c’è nient’altro da fare”.

In quel periodo, Benyettou, il guru del gruppo di Buttes-Chaumont, studiava per diventare infermiere. Coulibaly, invece, era riuscito a trovare lavoro presso una fabbrica della Coca-cola e nel 2009, nonostante la fedina penale, fu uno dei 500 giovani invitati all’Eliseo dall’allora presidente Nicolas Sarkozy per discutere di disoccupazione giovanile. “Forse riuscirà lui a trovarmi un lavoro”, disse allora il giovane, intervistato dal quotidiano Le Parisien.

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Fabbrica della Coca-Cola, Grigny

Meno di un anno dopo, la polizia aprì una nuova indagine su Coulibaly. Era sospettato di appartenere a un gruppo che cospirava per fare evadere di prigione l’islamista algerino Smain Ait Ali Belkacem, condannato all’ergastolo nel 2002 per l’attentato dell’ottobre 1995 al treno urbano RER in sosta presso la stazione Musée d’Orsay, un attentato che provocò il ferimento di 30 persone.

I seguaci di Beghal vennero arrestati per cospirazione.

I sistemi di sorveglianza della polizia mostrano Coulibaly e Chérif Kouachi in visita a Beghal, all’epoca uscito di prigione ma agli arresti domiciliari in una piccola cittadina della Francia rurale. Le foto di Coulibaly assieme a sua moglie in niqab nero, Hayat Boumeddiene, intenti a maneggiare una balestra in aperta campagna, sono state scattate proprio nella zona in cui Beghal era agli arresti domiciliari. Boumeddiene sposò Coulibaly secondo la tradizione islamica. Dopo il matrimonio, la giovane decise di lasciare il suo lavoro di cassiera in un supermercato per dedicarsi interamente alla religione e per portare in libertà il niqab, velo che il presidente dell’epoca, Nicolas Sarkozy, avrebbe poi bandito da tutti i luoghi pubblici.

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Hayat Boumeddiene

Hayat Boumeddiene è ad oggi latitante. Gli 007 francesi pensano che abbia raggiunto la Siria ad inizio gennaio per arruolarsi fra i combattenti dello Stato Islamico (secondo l’intelligence potrebbe essere apparsa in un video dell’Isis). Anche Hayat è cresciuta nelle case-famiglia della periferia di Parigi, dopo la morte della madre e le difficoltà economiche del padre.

Durante una perquisizione presso il domicilio di Amédy e Hayat a Bagneux, nella periferia della capitale, la polizia trovò un gran numero di munizioni di AK-47 e un revolver. “Sono miei”, dichiarò Coulibaly alla polizia. “Sono munizioni di Kalashnikov. Avevo intenzione di venderle sul mercato nero”, aggiunse. La polizia lo interrogò tentando di capire se fosse ispirato dalla religione. Coulibaly rispose che faceva del suo meglio per essere un buon musulmano, ma che non sempre ci riusciva.

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una via di Bagneux (Street View – Google Maps)

Dal canto suo, Kouachi rimase in silenzio durante gli interrogatori. Venne rilasciato poco dopo per mancanza di prove. A Coulibaly, invece, inflissero una pena detentiva di 5 anni di reclusione per aver ideato il piano di evasione del jihadista algerino Ali Belkacem. Descritto dalle autorità penitenziarie come un detenuto modello, venne rilasciato nella primavera del 2014. Ad aspettarlo fuori dalle mura del carcere c’era Hayat Boumeddienne con la quale tornò a convivere. Meno di un anno dopo, Coulibaly sarà uno dei protagonisti del peggior attacco terroristico in terra francese degli ultimi decenni.

Una precedente perizia psichiatrica su Coulibaly, citata dal quotidiano Libération, indica che il giovane “non soffre di nessuna patologia” ma che ha “una personalità immatura e paranoica”. Lo psicologo precisava anche che la personalità di Amédy “mancava di analisi critica e di senso morale” e che aveva “manie di grandezza”.

Un testimone dell’assalto al supermercato kosher di porte de Vincennes afferma che, dopo aver ucciso quattro ostaggi e aver trasformato l’alimentari ebraico in un teatro di guerra, Coulibaly si sia preparato un panino, incurante dei corpi senza vita intorno a lui.

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Amédy Coulibaly

Poco dopo la morte di Amédy Coulibaly, la madre e una delle sorelle hanno rilasciato una dichiarazione in cui prendevano le distanze dal giovane, condannando gli attacchi e definendoli “atti di odio”.

Il fratello maggiore di Chérif Kouachi, Said, co-responsabile della mattanza alla redazione di Charlie Hebdo era l’unico del trio a non essere mai stato in prigione. E’ stato tuttavia indagato e interrogato dalla polizia nel 2005 nel quadro dell’inchiesta alla cellula jihadista di Buttes-Chaumont. Gli investigatori lo considerarono una figura minore. Una persona diversa dal fratello Chérif. Meno aggressivo e più preoccupato di trovare lavoro che a fare il Jihad.

Secondo i servizi segreti yemeniti, Said avrebbe soggiornato nel paese della penisola arabica per diversi mesi. E’ sospettato di aver combattuto per al Qaeda. Entrambi i fratelli Kouachi erano sulle “no-fly list” britanniche e statunitensi.

Said e Chérif Kouachi

Prima dell’attacco a Charlie Hebdo, Said abitava con la moglie e i figli a Reims, nella regione della Champagne. I vicini lo descrivevano come silenzioso e solitario.

Non è la prima volta che la sicurezza nazionale e i servizi di intelligence transalpini vengono pesantemente criticati dall’opinione pubblica. Il paese porta ancora le cicatrici di altri casi clamorosi. Nel 2012 Mohamed Merah, disoccupato e pregiudicato di origini magrebine di 23 anni, appena tornato da un periodo di addestramento in Pakistan e Afghanistan, tenne sotto scacco le forze dell’ordine per 10 giorni. L’avventura di Merah culminò nell’uccisione a sangue freddo di un rabbino e di tre bambini ebrei, tutti assassinati davanti a una scuola ebraica di Tolosa.

Medhi Nemmouche

E poi c’è stato Medhi Nemmouche, un ex delinquente giovanile cresciuto nella miseria in una città della Francia settentrionale. Abbandonato dai genitori, anche lui è cresciuto in una casa-famiglia. E’ sospettato di essere l’autore della strage del 2014 al museo ebraico di Bruxelles in cui persero la vita quattro persone. Era stato formato e addestrato in Siria dove aveva combattuto per lo Stato Islamico.

Marie, un’educatrice parigina che si occupa di assistere le famiglie i cui figli sono tentati dall’ipotesi jihadista o hanno addirittura già preso la strada della guerra santa nel Levante, sostiene che il profilo delle giovani reclute sia cambiata. Kouachi, Merah e Nemmouche rappresenterebbero la “vecchia guardia” dei jihadisti.

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casa murata nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Fragili psicologicamente, cresciuti nella giungla metropolitana e con famiglie disastrate o inesistenti. “Il discorso fondamentalista attecchisce fra coloro con una bassa autostima. Si tratta di sostituire il sentimento di disagio con il sentimento di onnipotenza. E’ un modo per rivalorizzare la propria identità in un contesto sotto tutti i punti di vista sfavorevole allo sviluppo individuale”. Ma il profilo del giovane combattente sta cambiando ed è ormai obsoleto “sostenere che il terrorismo nasca semplicemente dalla combinazione di discriminazione e disagio sociale”.

Marie fornisce assistenza a famiglie di estrazione sociale molto diversa. Ha aiutato ragazzi di famiglie istruite della classe media, figli di medici e di altri professionisti, molti provenienti da famiglie non musulmane. Così i profili della nuova generazione di giovani jihadisti radicalizzati o auto radicalizzati in Francia si fa più complesso e sfumato.

Ma la questione rimane la stessa: in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. L’Islam viene quindi considerato come un’ideologia degli oppressi, l’unica ideologia capace di incanalare l’energia della ribellione in un paese che sembra aver perso i suoi riferimenti più intimi.

Gaetano Gasparini

L’esperimento svizzero

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

di Giulia Mameli, foto di Tobias Gaulke

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

“Cosa ci faccio qua?” è la domanda che ho in testa nei momenti morti delle mie giornate zurighesi, come se improvvisamente mi svegliassi e fossi stata sonnambula per gli ultimi dieci mesi, come se non ricordassi il concatenarsi di eventi e decisioni che hanno portato a trovarmi qua, ora, a Zurigo. Sono italiana, una farmacista, o più precisamente un chimico farmaceutico. Al momento non lavoro e non ho intenzione di scrivere l’ennesima lagna della laureata disoccupata da cui trarre giudizi sulla crisi, confronti con l’estero o la storia esemplare condita da una facile “morale della favola”. Non è così semplice.

Quando lascio l’Italia per seguire il mio ragazzo, stanca dei tanti vicoli ciechi temporanei, tra farmacie, parafarmacie e un breve progetto di ricerca, avevo aspettative tanto grandi quanto vaghe.

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A un certo punto, ormai in avanzato stato di disoccupazione, compro un biglietto di sola andata per la Svizzera ed eccomi a Zurigo. Quando scendo dal treno la città si presenta confermando il repertorio classico dell’immaginario svizzero già dai primi particolari: una coreografia perfettamente sincronizzata di moderni tram, in centro poche e lussuose auto, edifici immacolati, senza scritte, pavimentazione stradale intatta, vetrine di cioccolaterie che sembrano scenografie teatrali.

Questa, più o meno, è Zurigo.

Un posto dove, se nella stazione ci sono dei lavori in corso, il personale delle ferrovie distribuisce agli utenti un volantino per scusarsi e degli smarties confezionati come medicinali, e per Natale nel tradizionale mercatino natalizio viene eretto un monumentale albero di cristalli Swarovski protetto da un vetro antiproiettile, una delle tante attrazioni della città, come il Money Museum (il museo dei soldi – sì, esiste davvero).

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Non ho un piano preciso, come se l’instabilità lavorativa prolungata mi avesse resa inadatta a pianificare a lungo termine e più soggetta a fidarmi del caso: avendo fallito con l’impegno e la dedizione, procedo per improvvisazione.

Non sono così ingenua da pensare che sarà facile e che troverò subito lavoro. So benissimo che per ogni storia di successo all’estero che ci viene proposta dai media, ce ne sono molte di più di fallimenti silenziosi o semplicemente di condizioni non dissimili da quelle che si erano lasciate. Troppo noiose o dolorose da raccontare.

Prima cosa da fare: cercare di integrarsi.

Mi iscrivo ad un corso di tedesco, a mio carico ma abbordabile grazie a delle sovvenzioni pubbliche per l’integrazione. I miei compagni sono indiani, bengalesi, molte persone provenienti dall’area Albania-Kosovo-Montenegro, spagnoli e ovviamente altri italiani. Quasi tutti confluiti qua per un simile destino, cioè a seguito di un consorte che ci lavora e a loro volta alla ricerca di occupazione.

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Dopo vari tentativi i miei standard si abbassano progressivamente: tecnico di laboratorio, addetto al confezionamento dei farmaci, controllo “visuale”. Tutte cose che non sono neanche sicura di poter fare. Non solo per la scarsa esperienza pratica nell’industria, ma anche perché richiedono l’equivalente di un diploma in istituti tecnici professionali e io, ahimè, risulto laureata. E in Svizzera l’abbassamento di livello non solo non è ben visto, ma forse non è neanche possibile.

Un giorno, mentre ormai cercavo un lavoro qualsiasi, su un forum per stranieri anglofoni in Svizzera, trovo l’annuncio di un dottorando in Neurologia:

“Cercasi volontari!
Buona sera a tutti!
Sono un chirurgo inglese e dottorando al Laboratorio di Ricerca sulle Lesioni del Midollo Spinale della Clinica Universitaria. Useremo una tecnologia all’avanguardia per studiare l’effetto di varie patologie neurologiche […] Ma per comprendere l’andatura in pazienti con problemi neurologici, abbiamo bisogno di conoscere com’è quella normale! Per questo ci servono soggetti di controllo che prendano parte al nostro studio. Tutte le informazioni necessarie sono sul nostro sito www…, dove troverete i volantini in inglese e tedesco e i contatti dei ricercatori.
Il test vi occuperebbe per circa 4 ore della vostra vita in due giorni e ricevereste 25 CHF (circa 23 euro, ndr) all’ora.

Cordiali saluti,
Tom”

“Che fine sto facendo?”, penso. Eppure al momento mi sembra l’unico modo per riprendere contatto con il mondo della ricerca, da “esaminata”, poiché un ruolo da ricercatrice mi è precluso. Si tratta solo di camminare. E io so camminare! Perfetto.

Decido di compilare il modulo online per candidarmi.

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Lo studio si chiama “Analisi dei movimenti degli arti superiori e inferiori, durante diverse attività al tapis-roulant” e mira a definire e misurare le anomalie nell’andatura in soggetti con diversi disturbi neuro-muscolari tra i quali morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla o dovuti a conseguenze di un infarto. In pratica io e gli altri volontari sani dobbiamo semplicemente camminare su un tapis roulant.

Verranno misurati vari parametri come la forza muscolare e in seguito confrontati coi dati ottenuti da analoghi test sui pazienti della clinica neurologica.

Non c’è nessuna assunzione di farmaci sperimentali e rischi di effetti collaterali connessi. La cosa mi rassicura, forse solo perché sfugge alla definizione più classica ed evocativa di “cavia umana”. Non sono (ancora?) un soggetto da esperimento! E ho l’occasione di dare comunque il mio contributo – passivo – alla scienza.

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Un video dimostrativo mostra una simulazione con un modellino umano che cammina, ottenuto con la stessa tecnologia utilizzata per il film “Avatar”, chiamata Vicon 3D Motion Capture. Dopo l’esperimento verrò ridotta ad un colorato omino-bastoncino che deambula indefinitamente in uno spazio nero e comparata ad altri omini-bastoncini, mere rappresentazioni cartesiane dei parametri studiati, dentro ad un computer.

Vengo ricontattata dopo pochi giorni, via mail, per alcune domande preliminari sul mio stato di salute: non ho disturbi cronici, non sono obesa, non ho subito interventi alla spina dorsale. Congratulazioni, lei è idonea! Il che, dopo tanti rifiuti di candidature, è un magro conforto.

Alla reception della clinica neurologica, mostro l’email coi dettagli del mio appuntamento e poco dopo arriva il dottor Tom, un affabile trentenne inglese, che mi porta nell’ambulatorio. Qua mi presenta il resto del gruppo, tutti molto giovani, sotto i trenta di sicuro, e quasi nessuno è svizzero. Una fisioterapista, un infermiere, un informatico e uno studente-tirocinante che si occupano dell’analisi al computer. L’ambiente è asettico e il clima è formalmente amichevole.

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Mi spiegano ulteriormente cosa si accingeranno a fare, partendo con un linguaggio molto semplificato, poi, rivelate quasi sommessamente le mie basi scientifiche – amici, sono una di voi! – e data la mia curiosità per i dettagli, si sentono autorizzati a ritornare ai più confortevoli “termini tecnici”.

In realtà il “giorno 1” consiste in una visita neurologica approfondita e in una prova al tapis-roulant, il test vero e proprio sarà il giorno successivo.

Leggo e firmo il consenso informato e altre clausole per la privacy, come l’utilizzo di tutto ciò che riguarda il mio test per scopi didattico-scientifici. Questo vuol dire che avrò l’impagabile privilegio di presenziare a conferenze mediche nel mondo o ai seminari di qualche università… sotto forma virtuale di omino-bastoncino deambulante. Devo impegnarmi a camminare meglio che posso, per l’occasione.

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Dopo essermi cambiata nella tenuta “da maratoneta scalza” richiesta, il neurologo testa tutti i miei riflessi, usa anche quel martelletto che mi era capitato di vedere solo in mano ai dottori delle vignette della Settimana Enigmistica, tanto che temo per un istante di tirare un calcione involontario e trasformarmi davvero in una imbarazzante gag, ma la contrazione riflessa del quadricipite femorale è evidentemente stata sopravvalutata dai disegnatori della celebre rivista. Niente calcione, solo un piccolo riflesso.

Arrivano poi delle domande surreali, come “Chi sei? Sai dove ti trovi e perché sei qua?”, il cui obiettivo è semplicemente quello di accertarsi che io sia nel pieno delle mie facoltà mentali. Si ride, anche se affiora un’istantanea impressione di essere smascherata, come se fossero apparsa in sovrimpressione le domande che mi tormentano. Chi sono? So dove mi trovo e perché sono qua?

Poi mi prendono tutte le misure del corpo necessarie a posizionare con precisione gli elettrodi e gli speciali “marker” per gli infrarossi, segnando i punti con inchiostro chirurgico viola. Croci e segni ornano il mio corpo, come la mappa di una macabra caccia al tesoro chirurgica.

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Trovandomi totalmente in balìa di “esperti”, in un ambiente così professionale e tecnologico, tra monitor, elettrodi, tondi occhi ad infrarossi, circondata di persone che tra loro parlano una lingua sconosciuta – il tedesco – e mi sembra di essere in un film di fantascienza, di quelli coi rapimenti alieni. Eppure mi piace.

Nonostante normalmente non ami il contatto umano, in quella situazione essere completamente abbandonata in mani estranee ma competenti, manipolata sapientemente, lo trovo confortante, quasi piacevole. E’ come se per un po’ del tuo corpo non fossi responsabile e fosse affidato a super specialisti che sanno gestirlo anche meglio di te.

Nel corridoio eseguo un test di camminata rapida, vengo cronometrata e ribattezzata “Speedy Gonzales”. Poi la prova al tapis-roulant, impostato in modo che non superi mai la mia velocità massima, quella duramente raggiunta in anni di ritardi cronici. Va tutto liscio, ora sono pronta per il vero “esperimento” di domani.

Le informazioni che si trovano in rete sulla ricerca che coinvolge esseri umani, ed in particolare sui volontari sani, solitamente si riferiscono agli studi clinici su farmaci e dispositivi medici, la cosiddetta “Fase I”, che riguarda le industrie che hanno come obiettivo finale la commercializzazione di un prodotto sicuro. Per questo motivo è necessario conoscere dati come le dosi ottimali, gli eventuali effetti avversi, la migliore via di somministrazione.

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I toni dei titoli dei giornali su questo tema sono spesso allarmanti, “forzati della sperimentazione”, “cavie umane”, “disperazione”, evocando immagini più da lager che da ospedale. Ma se si apre un qualsiasi sito informativo si scopre che esistono norme molto rigide e restrittive a tutela della salute del volontario, che può abbandonare lo studio quando vuole.

Ogni aspetto è controllato innanzitutto da un comitato etico esterno che deve preventivamente valutare rischi e benefici dello studio dal punto di vista scientifico e occuparsi dei risvolti legali ed etici, eventualmente approvare e infine monitorare tutto il processo. Lo studio deve essere poi ulteriormente approvato dalle autorità competenti, l’Agenzia Italiana del Farmaco in Italia e in Svizzera la Swissmedic, che riesamineranno tutta la documentazione fornita dai ricercatori e dal comitato etico.

Il rischio di effetti avversi non sarà mai assente, ovviamente, e per questo il soggetto sarà ricoverato e costantemente controllato e assistito dal personale medico ed infermieristico dell’ospedale per tutta la durata del trial. Insomma, nessuno è forzato contro la sua volontà e “cavie umane” suona davvero inappropriato.

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Questa chiarezza e trasparenza opportunamente regolamentata a tutela del soggetto “in esame”, purtroppo non trova una controparte altrettanto trasparente a fine dello studio, poiché non esiste una norma che obblighi a pubblicarlo e si stima che dalla metà ad un terzo di queste ricerche non vengano pubblicate, con più probabilità di omissione se il risultato è negativo. Questi dati spesso considerati non significativi, vanno perduti, mentre potrebbero essere importanti per altri ricercatori o medici.

Per questo motivo il medico, divulgatore e debunker Ben Goldacre (autore di libri come “Bad Medicine” e “Bad Pharma”, rispettivamente sulle truffe della medicina alternativa e sugli inganni delle industrie farmaceutiche) ha lanciato la lodevole campagna “AllTrials”, per la creazione di un registro “open data” di tutti gli studi biomedici, con l’intento di spingere le autorità a colmare questo vuoto normativo nell’interesse della conoscenza e della salute di tutti, raccogliendo il supporto delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

Tornando ad aspirazioni meno “alte”, non si può negare che la motivazione principale dei volontari sani siano i soldi, il denaro, la moneta.

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Non a caso la maggioranza dei partecipanti, me compresa, sono disoccupati senza altra prospettiva (anche se molto rappresentati sono anche gli studenti di facoltà medico-scientifiche). Significativo è il fatto che la maggior parte dei volontari reclutati per studi in Ticino provengano dall’Italia. Eppure è improbabile considerare questa attività come un lavoro, poiché ci sono delle restrizioni al numero di studi ai quali uno stesso soggetto può partecipare annualmente e un tempo minimo che deve intercorrere tra un esperimento ed il successivo.

Quando arriva il giorno dell’esperimento, saluto tutti come se ormai fossimo amici, salvo che dopo i convenevoli mi ritrovo in piedi, in posizione da “uomo vitruviano”, sottoposta ad una specie di accuratissima vestizione, con i ricercatori che cercano i segni, tastano e piegano in corrispondenza delle articolazioni e applicano i due diversi tipi di dispositivi: degli elettrodi, per misurare l’attività muscolare, e delle sferette in materiale riflettente, gli unici punti che le telecamere vedranno di me e che serviranno a ricostruire la mia me stessa-bastoncino.

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(Scusa e buona lettura)

Conto circa una trentina di questi ammennicoli tecnologici sul mio corpo, attaccati con “una speciale colla ipoallergenica a base acquosa”, come specificato nel documento ricevuto via email. Il tutto viene tenuto fermo da delle garze elastiche a rete e in sintesi sembro un cyborg in convalescenza dopo un intervento di chirurgia estetica.

“Clavicula rechts”
“Ok”
“Clavicula links”
“ok”
“Quadrizeps”
“ok”

Si passa all’appello e controllo dei sensori e poi salgo finalmente sul nastro. Vengo anche imbragata, nell’improbabile rischio di cadere da un tapis-roulant. Ora sono concentrata, da sola sul nastro, non interagisco più col personale. In quasi un’ora e mezza eseguo gli esercizi: cammino a varie velocità, premo coi piedi delle croci luminose che appaiono sul nastro a diverse distanze, cammino ancora mentre la mia mente viene distratta con vari giochini da risolvere su uno schermo.

Quando scendo dal tappeto, c’è un ultimo dato che devono prendere, quanti metri riesco a camminare in sette minuti, a velocità sostenuta. Così, dopo la rimozione di tutta l’apparecchiatura, vado con Lila, la fisioterapista, nei corridoi del sotterraneo della clinica, in modo da non intralciare personale o pazienti nei reparti. Sono vestita da maratoneta, sudata, le guance rosse. Qualche paziente mi guarda strano, come fossi una offensiva e fuori luogo rappresentazione stereotipata della salute.

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Nei corridoi sotterranei, dei magazzinieri sfrecciano in bici trasportando farmaci e altro materiale ospedaliero. Chiacchierando con Lila scopro una storia già sentita: anche lei si è trasferita qua dall’Ungheria per seguire il suo ragazzo, ora suo marito. Ha dovuto reiscriversi all’università perché il suo titolo non era riconosciuto. Fortunatamente parlava molto bene il tedesco e non ha avuto ulteriori difficoltà, ma capisce la mia situazione, solidarizza e cerca anche di darmi qualche consiglio.

Al momento di andarmene saluto tutti, vengo ringraziata svariate volte per il mio contributo alla scienza e fornita di altri volantini da diffondere a conoscenti interessati. Quando esco dalla clinica provo un senso di soddisfazione ma anche di abbandono, nostalgia, per non far parte di quel mondo, per aver dato solo un piccolissimo e passivo contributo, e in generale per non essere incanalata in un percorso, un progetto, come invece lo sono loro.

Sono di nuovo da sola su uno sfondo ignoto, senza direzioni segnate, ma continuo a camminare spinta dalla curiosità. La meta precisa non è definita, proprio come le imprevedibili strade che spesso prende una ricerca scientifica.

Giulia Mameli

Le foto dell’articolo, compresa la copertina, sono di Tobias Gaulke, un fotografo di Zurigo che, fra le altre cose, fotografa più o meno ogni giorno i passanti della città. Qui il suo Flickr e qui il suo sito.

Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

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Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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Nella foresta amazzonica dove tutto sembra lontanissimo

Tra India e Amazzonia, il lungo viaggio di Domenico ai confini del mondo cosiddetto civilizzato alla scoperta di se stesso

 di Anna Ferri

Quando è salito su quell’autobus Domenico non si aspettava di iniziare un viaggio che lo avrebbe portato a vivere dall’altra parte del mondo, in una piccola casa di mattoni vicino alla foresta amazzonica. Era il 2006, anno della laurea, e con l’inconsapevolezza dei suoi 23 anni aveva deciso di partire con un gruppo di amici per l’India, però non con un volo diretto e neanche con un treno, ma con un autobus che si sarebbe fermato per delle tappe lungo la strada, per vedere un po’ di mondo e a fare spettacoli teatrali e circensi in Grecia, Turchia, Kurdistan, Pakistan per promuovere incontri tra le culture.

Un’idea pazzesca arrivata durante la stesura della tesi in filosofia morale. E così Domenico Campanelli, classe 1983, una testa di ricci biondi e occhi azzurri, aveva deciso di prepararsi per questa nuova avventura facendo un corso intensivo con Jean Mening, maestro francese di teatro e clownerie. A settembre nel suo gruppo erano in 18 tra amici e amiche: 12 stavano sull’autobus e altri sei su due furgoni. Una vera e propria carovana. Per raggiungere l’India ci vollero quattro mesi e in mezzo ci furono spettacoli nelle scuole, quartieri poveri, orfanatrofi. Arrivati finalmente in India ne restano talmente affascinati che Domenico decide di fermarsi cinque mesi e continuare lì gli studi di teatro e musica, iniziando anche un percorso spirituale legato allo yoga e alla terapia alternativa. Come spesso accade, l’India rimescola le carte nella vita di una persona e trasforma un viaggio in luoghi geografici in un viaggio dentro se stessi: per Domenico e suoi amici l’idea di tornare alla vita normale, tra università e lavoro, era ormai un pensiero lontanissimo.

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La comunità nomade del Circo Paniko

Dopo circa nove mesi dalla partenza la carovana torna in Europa con l’idea di non sciogliersi ma, anzi, di diventare ancora più grande. Nasce così a Bologna il Circo Paniko, una vera e propria comunità nomade e indipendente. Un esperimento sociale e di convivenza che con i suoi furgoni e tende colorate gira per l’Europa per portare un messaggio di pace.
“Avevamo visto la sofferenza e le problematiche sociali, politiche e culturali dei paesi del Medio Oriente e dell’India, tra guerre e povertà”, spiega Domenico. “In tutto questo però c’era anche tanta ricchezza e colore. Il mondo è più grande e vasto di quello che pensiamo. Abbiamo capito che dovevamo andare avanti e abbiamo fondato questo circo pirata: i cinque furgoni iniziali sono diventati quindici”.

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Decidono di partire dalla Grecia e da subito è chiaro a tutti che il lavoro del circo e del teatro è solo una piccola parte di quello che sta realmente accadendo: “Vivere in comunità ci mette di fronte a degli specchi – che poi sono le altre persone – dove vediamo riflessi i nostri difetti, il nostro ego e altre cose che raramente notiamo di noi stessi. Questo ci ha aiutato molto a crescere. Suonavamo, facevamo gli spettacoli e arriviamo in posti dove nessuno si aspettava di vederci e la gente rimaneva sbalordita”. Il progetto culturale è ambizioso: Circo Paniko propone un atto scenico forte, ama il grottesco: attraverso i racconti di alcuni personaggi mette a nudo le dinamiche umane per portare a una riflessione sulla società contemporanea. Per questo viene classificato come spettacolo per adulti. Passano i giorni, le settimane e i mesi. La carovana arriva in Spagna e con lei il freddo. Un giorno si trovavano vicino a Barcellona, in un centro residenziale per compagnie e Domenico decide che non ha intenzione trascorrere l’inverno lì e con altri tre prende un biglietto per il Brasile.

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Il richiamo della foresta
“Da subito ho sentito che il Brasile era un posto che aveva tanto da offrire e come spesso accade le cose sono successe e basta: ho conosciuto persone che conducevano un’altra qualità di vita e ho iniziato a lavorare in un progetto dentro la foresta”. Nella Chapada Diamantina, un gigantesco parco nazionale che si trova nello Stato di Bahia, Domenico resta cinque anni e qui incontra quella che nel 2012 è diventata sua moglie, Dulcinea. Lei stava lavorando a un progetto educativo per i bambini nativi della zona che a parte la famiglia potevano contare su pochi stimoli di crescita e Domenico decide di aiutarla a costruire questa scuola su un pezzetto di terra. Danno vita a questo spazio ricco di teatro, musica, disegno, yoga, capoeira dove tante persone arrivano ad aiutare trasformandolo in un luogo di scambio culturale molto attivo.

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All’inizio la vita è piuttosto dura: vivevano in una struttura senza finestre, gas e luce. L’acqua c’era solo perché dal fiume vicino erano riusciti in un qualche modo a fare un collegamento. La spesa si fa nel mercato del paese vicino e il cibo si cuoce con il fuoco. Una cosa difficilissima se ci si pensa guardando la propria cucina super attrezzata. Però lì, lontano dal mondo, lontano da tutti, completamente immersi in un paradiso naturale incontaminato, riscoprendo i ritmi e i tempi che la natura ti dà, Domenico trova casa sua. “Animali, insetti, acqua cristallina, luoghi fantastici e ore e ore di camminate senza trovare altro che la bellezza della natura”, racconta Domenico: “Ho compreso cose dentro di me, aspetti del mio passato e del mio presente. La natura è stata la mia più grande maestra”. Dopo due anni riescono a recuperare un fornello a gas e poi arrivano anche i soldi per costruire porte e finestre. La casa diventa uno spazio educativo per i bambini e piano piano la situazione della zona migliora e arriva anche l’elettricità.

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Ritorno a casa
Adesso Domenico è tornato in Italia e ha deciso che ci si fermerà per un po’. Sua moglie arriverà tra qualche mese perché adesso è in Cile. In questi anni hanno sempre trascorso qui l’estate, organizzando spettacoli e diffondendo le pratiche imparate nella foresta. Chissà cosa pensano mamma e papà, chiediamo sorridendo: “Che sono un matto”, ci risponde in un soffio. “Ho dei genitori fantastici che mi hanno sempre appoggiato e seguito in questo mio percorso. Senza il loro aiuto e la loro comprensione sarebbe stato più difficile”. Gli chiediamo quali sono queste pratiche che ha imparato nella foresta e lui ci parla del Santo Daime di cui noi, un po’ vergognandoci, ammettiamo di non conoscere nulla. Domenico ci spiega che è una pratica molto speciale di purificazione interiore che porta benefici sia in termini di salute fisica che spirituale.

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Ci chiediamo come sia possibile vivere là e qua, in due luoghi così diversi, sentendosi sempre se stessi. “C’è voluto tempo per superare la sensazione di difficoltà a riconciliarmi col mondo occidentale. Poi ho capito che non dipendeva da quello che c’era fuori ma solo da aspetti di me legati a questa mia vita”. Già, perché per capire se stesso Domenico è andato dritto dritto alle radici senza aver paura. Ripartendo dalla natura e distaccandosi da tutta una serie di cose che lo legavano a degli schemi dati dalla società, che ci spiega “alla fine ti porta a fare quello che vuole lei”. Ma lì, nella foresta amazzonica, tutto sembrava lontanissimo ed è riuscito a osservarsi e a rendersi conto di come funzionavano le cose: “Per comprendere me stesso mi sono allontanato dalle situazioni del mondo. Sono dovuto scappare perché sentivo che c’era qualcosa che non andava. Ho imparato a riconoscere gli aspetti che non mi fanno bene, a distaccarmene e a non farmi condizionare. E ora, dopo tutto questo tempo, mi sento libero anche qui”.

Anna Ferri

Fare il mezzadro in Italia nel 2015

Stefano lavora nella raccolta delle olive ma non viene pagato in euro e oggi ha la casa piena di bottiglie d’olio. La mezzadria esiste ancora?

Lavorare ed essere pagato in bottiglie d’olio: il ritorno della mezzadria, un lavoro che in realtà non è mai scomparso dal medioevo a oggi. Ufficialmente non esiste più, ma durante la raccolta delle olive negli oliveti arrivano pensionati, disoccupati e cassaintegrati pronti ad arrotondare.

A partire dagli anni 2000 abbiamo visto nascere professioni sempre più nuove, mai sentite prima, di quelle che a volte sono difficili da spiegare quando qualcuno ti chiede “Sì, ma esattamente che lavoro fai?”. C’è stato poi il ciclo degli hobby che diventano lavori e lavori che ritornano ad essere hobby: i numerosi videomaker, copywriter, giornalisti, designer e artisti che a un certo punto si sono sentiti dire che il loro lavoro in fondo era poco più che una passione, un passatempo, e quindi non per forza deve essere pagato.

Ma c’è anche chi fa lavori manuali che sono identici da almeno 600 anni: stesse modalità di lavoro, stesse modalità di pagamento. Stefano ad esempio ultimamente lavorava come mezzadro. Ha 31 anni, abita in Sardegna, ha mandato curriculum in tutta Italia e in buona parte d’Europa per cercare un lavoro qualsiasi, ma nella sua isola, al momento, l’unico “lavoro” che ha trovato è quello in campagna. E ora spieghiamo il perché delle virgolette.

Stefano non viene pagato in euro ma in bottiglie d’olio. Varie volte nella sua vita ha lavorato in campagna, perché in Sardegna – come capita anche in molte regioni del sud Italia – è uno di quei pochi lavori che più o meno richiedono sempre manodopera.

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Occupazioni instabili, faticose e pagate poco. Ma quando proprio non si trova altro a parte i famigerati call center o i soliti contratti a progetto come operatori di vendita o agenti di commercio, allora la campagna resta l’unica soluzione. Pochi euro ma subito, in contanti e non di rado in nero, che passano da una mano all’altra, arrivederci e grazie. Niente false promesse, niente provvigioni: esci di casa, lavori e torni con in tasca qualche euro.

Ma nell’ultimo lavoro che Stefano sta facendo per mettere da parte un po’ di soldi, la paga non è in euro. Nemmeno in sterline, dollari o yen. Viene pagato in bottiglie d’olio. È l’antica mezzadria, una parola che alla maggior parte di noi suonerà come antica, appartenente a un’altra epoca, ma non è così. Seppur non ufficialmente, seppur in forma marginale, la mezzadria esiste ancora ed è sempre esistita.

“Ci sono piccoli-medi proprietari di oliveti che mettono a disposizione il proprio terreno per la raccolta delle olive. Chi vuole, la maggior parte pensionati, va e raccoglie quanto più riesce” spiega Stefano. “A quel punto consegna le olive al proprietario, che si occupa della molitura, cioè l’estrazione, e la resa in olio viene divisa in due: metà va al proprietario e metà ai raccoglitori. Se sei fortunato riesci a portare a casa 10/15 litri di olio al giorno”.

Il lavoro del mezzadro negli oliveti è rimasto sostanzialmente invariato dal medioevo a oggi. Certo, c’è qualche piccola migliora tecnica, ma per il resto è uguale. Anche la divisione, da secoli, è quella 50 e 50: metà a chi raccoglie, metà al proprietario. Nonostante nei secoli ci siano state diverse rivolte per cambiare la divisione del prodotto e portarla a 60/40, oggi si divide ancora a metà. La maggior parte dei moderni mezzadri sono pensionati, disoccupati o cassaintegrati che arrotondano così.

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Anche in Farmville, il popolare gioco su Facebook dove si simula la vita di un agricoltore, è possibile piantare un oliveto, raccogliere le olive e perfino produrre l’olio. Farmville ha circa 40 milioni di utenti attivi al mese e circa 8 milioni che ci giocano ogni giorno. Probabilmente perché nessuno di questi le deve raccogliere davvero.

In teoria in Italia la mezzadria è stata abolita nel 1964 e la legge vieta di stipulare nuovi contratti di questo tipo. Il punto è che qua non si parla di aziende e quindi non esistono contratti. E il proprietario dell’oliveto, anche se volesse, non ha nessun vantaggio ad assumere i braccianti come dipendenti e a trasformare l’olivo in una vera azienda e la raccolta in un vero lavoro. Perché? La risposta è molto semplice.

“Perché non conviene. Il punto è che questi oliveti non sono vere aziende: l’alternativa sarebbe appunto lasciare le olive sugli alberi. Così invece, in qualche modo, tutti guadagnano qualcosa, anche se non sempre sono euro. La concorrenza del mercato dell’olio è spietata: al supermercato puoi trovare bottiglie d’olio a 3 euro. Qua, con tutte le spese ridotte al minimo, non puoi farlo pagare meno di 7 euro al litro… ma è olio di ottima qualità”.

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Ma dal punto di vista del bracciante dove sta il guadagno, oltre a riempirsi la casa di bottiglie d’olio di ottima qualità? “Se hai i contatti riesci a venderlo, in nero naturalmente, visto che io non ho nessun titolo per commerciare il prodotto. Altrimenti te lo tieni in dispensa come provvista. Io ora in casa ne avrò circa 50 litri” spiega Stefano.

Eppure questa parola così antica – mezzadria – oggi può suonare anche molto moderna. Abbiamo visto l’interessante caso della “Real shit”, letame di design che, con un’astuta operazione di marketing, è riuscito ad arrivare nei punti vendita di Eataly. Oppure pensiamo anche a quel genere di cose nuove e cool tipo il WWOOF (Willing Workers On Organic Farm), che consiste nell’andare nelle fattorie, essere ospitati e lavorare gratis.

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Il lavoro in campagna in questo caso diventa non più sopravvivenza ma esperienza culturale. Non solo non vieni pagato, ma sei tu a pagare. E non sono poche le persone che sborsano centinaia di euro per andare a raccogliere le olive di qualcun altro, per vivere “l’esperienza della campagna”.

Un certo scalpore ha destato l’estate scorsa la notizia che per raccogliere olive nella tenuta toscana di Sting bisognasse pagare 262 euro al giorno. In cambio, a parte il sudore della fronte per raccogliere le olive della popstar, un picnic sul prato e una degustazione di vini. L’agognato incontro con l’ex Police? Quello non veniva garantito.

Un’esperienza di cui Stefano invece farebbe volentieri a meno: “Ogni mattina mi devo alzare presto e controllare il tempo, perché se piove non si lavora” spiega. “Per un po’ di tempo lavorare così non è male: sai di usare in cucina dell’olio buono, se lo vendi ti fai anche qualche euro e almeno non stai a casa con le mani in mano. Però, certo, non si può considerare un lavoro vero”.

Martino Pinna

Foto di copertina: Agriturismo San Giovannello / Flickr, foto nell’articolo Florian Rieder / Flickr – Licenza Creative Commons 2.0

Buonanotte, compagno emiliano

Incontro con uno di quelli che han fatto la storia dell’Emilia rossa. Tra lambrusco e comunismo, figa e CGIL.

di Davide Lombardi

La politica? Una “roba bella e divertente”. Pura passione. Come quella per il genere femminile, altra stella polare di Fausto Cigni, classe 1948, noto in città come il “sindaco” di Modena est. Insomma, uno che ancora oggi ha il suo peso e sposta voti. Anche se lui smentisce e si sminuisce: “Io conto solo per un voto, il mio, spero solo che non mi venga l’Alzheimer per non sbagliarmi”. E giù una risatina compiaciuta per la battuta. Perché Fausto è così: un gigione. Che però, ridendo e scherzando, ha fatto la sua parte per costruire quel che viene definito “modello emiliano”. Anche se oggi, di quella storia, resta poco.

Pan, parsot, figa e lambrosc! Naturalmente consumati con rigore marxista: pane e prosciutto proletari innaffiati da abbondanti dosi di lambrusco cooperativo. Tutta roba emiliana doc. E la gnocca? No, beh, per quella, sul localismo è sempre prevalsa la vocazione internazionalista inclusa nel dna di qualsiasi comunista che si rispetti: “proletarie di tutto il mondo, unitevi! Preferibilmente al sottoscritto”. Il compagno Cigni Fausto (nomen omen, dal latino faustus, felice & fortunato), conosciuto in tutta la città come il “sindaco di Modena est”, popoloso quartiere periferico che però, precisa lui, “noi chiamiamo la città di Modena Est”, è uno degli ultimi mohicani emiliani. Quella tribù di comunisti goderecci cresciuti tra gli Appennini e la Bassa a “pan, eccetera” e piccì, che hanno costruito e fatto la storia – quella dal basso, popolare – del cosiddetto modello emiliano. Tanto per capirci, “mica come quei fighetti di oggi che si vantano di metterci la faccia per quel po’ di fuffa che producono, noi ci mettevamo il culo!”.

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Milano 25 aprile 1977

Ma far ripercorrere al compagno Fausto i dettagli di una storia personale che per molte parti coincide con quella politica e sociale di una città e di una regione, è come tirar fuori sangue da una rapa. Una fatica improba. Che lui spiega così: “Sono molto reticente a parlar di me – puntualizza – conta il partito non l’individuo, il personale. Questa è la mia cultura”. E poi dai, giù: “mica come quelli di oggi per cui il partito è solo un autobus per far carriera, utile in campagna elettorale quando mettere il simbolo sotto la faccia è ancora necessario. Non è che io sia contro tutto ‘sto nuovismo che va di moda. Anzi, ben venga. Però, attenzione (parola che ripete spessissimo), se sotto il vestito di tutto questo nuovo che avanza non c’è un’idea di società, vedi mo’ bein che presto si va a sbattere. Capito, cipollino? (appellativo che ripete spesso, forse in sostituzione dell’ormai obsoleto ‘compagno’)”.

La storia politica di Cigni, che è del ’48, comincia negli anni ’60. “A sedici anni ho cominciato a lavorare come operaio metalmeccanico. Poco eh, tre giorni in tutto, come dico sempre io. Perché mi sono subito infilato nel sindacato, prima tessera quella della Fiom di cui sono diventato delegato, e nella Fgci. La politica è nel mio dna, da sempre: come strumento per risolvere problemi concreti delle persone e per cambiare la società. Mi sono sempre impegnato moltissimo. Senza prendermi mai troppo sul serio, eh, né allora né oggi. Studiavo sì, Marx e Lenin, anche se i miei miti erano il Che e Fidel, Hồ Chí Minh, la rivoluzione cubana e i vietcong, mica l’Unione Sovietica di Brèžnev. Mi piacevano molto anche le donne. Anche oggi per la verità. E far casino con gli amici. Ci davo dentro con la batteria in un gruppo rock che si chiamava “I derelitti”. Cover dei Rolling Stones. Che quella musica lì sulla gnocca aveva ottima presa. Abbiamo suonato un po’ di tempo in giro sì, ma non eravamo granché. Più che altro, come diceva mia nonna, ci piaceva la vita. Si spaziava molto ed eravamo parecchio goderecci. Anche perché essendo tutti in bolletta dovevamo trovare il modo di divertirci con poco”.

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Parco Lambro, 1976

L’altro grande amore del compagno Fausto, oltre alla gnocca (ci sta: l’Emilia è l’unica regione italiana con un nome femminile), è la politica. “Che allora – assicura – era con la p maiuscola. Modena dal dopoguerra fino ai primi anni sessanta, era una città in continua fibrillazione. Strascichi del periodo bellico. Scontri con la polizia. Conflittualità varie. Poi è scoppiata la pace. La parte più intelligente della città, gli intellettuali, i padroni, il sindacato, il PCI e la DC, hanno cominciato a ragionare sul futuro della nostra terra cercando di fare sintesi su un progetto comune, mettendo in secondo piano le ideologie in nome del pragmatismo. Certo, ognuno aveva il suo blocco sociale. I padroni facevano i padroni, gli operai gli operai. Battaglie anche pesanti, tra noi. Ma sono nati allora grandi progetti come il villaggio artigiano o il mercato del bestiame, che crearono sviluppo vero. Se Modena è questa, oggi, si deve alle felici intuizioni dei protagonisti di allora”.

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Scritta su un muro di Modena, primi anni ’80

E il presente? “Di quel modo di concepire e fare politica non è rimasto niente”. Cigni il nostalgico? Lui giura di no. Anche perché, seppure le sue idee e la sua visione non siano oggi maggioritarie nel partito erede di quella storia, anche se lui per primo si definisce “un pensionato esodato dalla politica”, in città ‘il sindaco di Modena est’ ha ancora il suo peso. Qualche centinaia di voti e forse più li sposta ancora. E sotto elezioni, a farsi una chiacchierata con Cigni ci provano un po’ tutti. Almeno quelli che sanno di aver qualche speranza di entrare nelle sue grazie. Voti che possono bastare e avanzare per entrare, ad esempio, in consiglio comunale, ambito territoriale in cui si è sempre mosso il “sindaco”, due volte consigliere comunale, due provinciale, oltre che a più riprese nella direzione locale del PCI, PDS, DS e PD. “Mai fregato un cazzo di fare il parlamentare, quando supero la Fossalta (piccola località sul fiume Panaro a est di Modena, che insieme al Secchia, ad ovest, delimita i confini della provincia) mi girano le balle” precisa, tanto per chiarire bene i confini della sua azione politica.

“Oggi la politica è una roba abissalmente diversa dai miei tempi – commenta più con orgoglio sornione, che afflitto – anche se non contrappongo gli anni miei al presente. Noi eravamo segnati da un fortissimo senso di appartenenza: i nostri enti locali, quelli guidati dal PCI, dovevano dimostrare al governo centrale che noi rappresentavamo il meglio che potesse esserci. L’Emilia rossa è nata da questa necessità. Dovevamo per forza essere i migliori. Punto”.

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Manifestazione a sostegno della lotta vietnamita, primi anni 70, Toscana

Il grande sviluppo di Modena, il benessere che ancora oggi mantiene nonostante la crisi, si devono, secondo Cigni, a questo pragmatismo collettivo, molto emiliano, rispetto a un’idea di sviluppo allora condivisa. “Ed anche – precisa – ad esponenti politici per i quali la sobrietà era scontata: il sindaco di una città come la nostra prendeva come un funzionario di partito che era legato al salario di un metalmeccanico. Oggi un sindaco prende come minimo tre volte di più. Per non parlare di parlamentari o i consiglieri regionali. Non si capisce perché un consigliere regionale debba prendere 6000 euro o giù di lì. Che cazzo fa più di un consigliere comunale che coi gettoni di presenza intasca infinitamente meno? Dislivelli che sono una follia”.

“Lascia stare destra e sinistra, oggi la politica, tutta, è ormai una macchina del consenso per tornaconti personali o di gruppo o di casta. Il popolo non vede altro, ma questo significa la morte della politica! Già l’Italia è il paese delle vongole, figuriamoci se la classe dirigente dà questo tipo di esempi. Manca totalmente la formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Io vengo dal PCI di Berlinguer. Negli anni ’70 ho studiato alle Frattocchie, la scuola di formazione di quadri e dirigenti del partito. Quattro mesi e mezzo di corsi intensivi di politica, economia, grandi temi culturali. Oggi basta che uno sia bello e carino, telegenico, e zac, è più o meno fatta. Voglio vedere chi, tra gli elettori, si legge i programmi elettorali. Tutto si gioca in televisione. Un tempo il segretario del partito contava più di un sindaco e di un deputato. Oggi non conta un cazzo, almeno a livello locale. Detto questo, io sono molto critico nei confronti del mio partito, ma allo stesso tempo constato che siamo gli unici ad avere delle risorse in giro, risorse umane. Però dai, basta con ‘ste contrapposizioni tra ex Ds ed ex Margherita, il PD è nato per fare sintesi. Non so perché non si riesce a fare il salto, forse rendite di posizione e pigrizia”.

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Achille Occhetto alla svolta della Bolognina. Fine del PCI

Su Matteo Renzi, la stella cometa del nuovo Partito Democratico, il compagno Cigni è ovviamente tutt’altro che tenero. “A parte che sotto il vestito di Renzi non c’è niente – dichiara – un uomo solo al comando non ti porta da nessuna parte. A che serve, poi, attaccare la Cgil come ha fatto di recente? Ma dai, su. Smettiamola di costruir steccati, guardiamo al sodo, al pragmatismo. La politica è nata per risolvere i problemi, non per crearne. Sulle questioni deve essere all’avanguardia e arrivarci prima se possibile, non rincorrerle. Per me un partito deve avere questa funzione. Stiamo sul pezzo, sui temi, il sesso degli angeli a me non interessa. Voglio un partito moderno ma con una storia. Non una roba fatta di slogan e comitati come quello di Renzi”.

Restio a parlar di sé, il compagno Fausto parlerebbe invece per ore, senza fatica, di donne e di politica. Con la libertà di chi tanto non ha niente da perdere. Niente da conquistare. Ecco, giusto qualcosa da difendere: la sua storia personale, di cui appunto parla malvolentieri, glissando completamente su alcune stagioni. Come quella, negli anni ’70, all’interno del leggendario servizio d’ordine del PCI. “Anni difficili – la sua unica concessione – in cui sì, spesso si faceva a botte coi fasci. Ma non solo, anche con gli autonomi, o il katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco. Poi vabbè, si è tanto parlato di gladio bianca, gladio rossa, dei preparativi per difendersi da eventuali colpi di stato che dopo Grecia e Cile non sembravano così impossibili, ma di questo io non so niente…”. Inutile insistere, niente, bocca cucita.

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Volantini delle Brigate Rosse

Nessuna concessione invece, parlando sempre di quegli anni, alle Brigate Rosse: “Compagni che sbagliavano? Tutte pugnette. Niente compagni, gente che sbagliava e basta. Io li ho sempre visti come Giorgio Amendola: fascisti rossi. Lo stragismo voleva far regredire i grandi movimenti di massa stimolando risposte di carattere autoritario. Sindacato e politica hanno respinto questa sfida. Allora, su qualcuno esercitarono un certo fascino, ma poi milioni di persone si schierarono togliendo loro l’acqua in cui sguazzavano”.

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“Rifarei tutto quello che ho fatto – assicura –  ho avuto la grande fortuna nella vita di fare quello che volevo e per me la politica è stata una cosa bella e divertente. Ecco se devo proprio ricordare tra le tante cose del mio passato, quella di cui sono particolarmente orgoglioso, quella che spicca in alto a sinistra come si diceva una volta, è stato mettere in piedi il centro lavoratori stranieri della Cgil, nei lontani anni ’80. Di fronte a una novità come l’inizio del fenomeno migratorio, la capacità di PCI e sindacato, la mia Cgil, è stata allora quella di inventarsi una contrattazione ad hoc, e diversi servizi per integrare i cosiddetti nuovi cittadini che arrivavano. L’immigrazione va intesa come contaminazione e non come esclusione del diverso. Anche di fronte a fatti come la strage delle redazione di Charlie Hebdo diventa sempre più determinante l’accoglienza, licenziare leggi che aprano spazi di integrazione all’interno di un quadro di diritti e di doveri.

Perciò, sono assolutamente favorevole allo ius soli, al voto amministrativo dopo 5 anni che uno risiede qui e paga le tasse. Lo sai che sono 93 mila i permessi di soggiorno regolari in provincia di Modena? Quindi questi pagano 240 milioni di tasse, di cui 170 vanno all’Inps: stanno pagando le pensioni agli italiani. Questa è la verità! Altro che tutto ‘sto urlare al lupo per gli sbarchi. Bisogna che la politica guardi alla realtà: o le trasformazioni si affrontano per quello che sono o sono guai. Oggi non lo stiamo facendo, né in Italia, né in Europa”.

Scuote la testa. Borbotta. Poi sbotta, si alza e se ne va: “Quando si invecchia c’è solo posto per il come eravamo, che palle! Me ne vado: ciao cipollino”. Buonanotte, signor Cigni.

Davide Lombardi

La bottega dove si cuciono sogni

In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen.

di Anna Ferri

Una tradizione che continua da oltre cento anni senza aver perso il suo fascino antico. In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen. Negli anni il laboratorio ha avuto parecchie collaborazioni di grande rilievo: dal regista del Gattopardo Luchino Visconti a Koki Fregni, il maggiore scenografo modenese del ‘900, disegnatore, pittore e costumista che firmò oltre 150 spettacoli di lirica.

Quando Carmen Reali, giovane donna torinese amante dell’arte, entrò per la prima volta nel laboratorio di costumi della famiglia Barbieri di Modena capì che quello era esattamente il suo sogno. Nella città emiliana era arrivata per presentarsi alla famiglia del fidanzato, Mario Barbieri, conosciuto grazie al telegrafo: lei nell’ufficio delle poste di Torino e lui in quello di Vercelli, dove faceva il militare, avevano parlato per mesi finché Mario non prese il coraggio a quattro mani e le chiese di uscire. Un appuntamento al buio un po’ come succede oggi con le chat su internet. Era il 1940. L’anno dopo erano sposati. Carmen certe passioni le aveva nel sangue: sua madre, Emilia Blan, faceva i busti a mano e la bisnonna era stata alla corte dei Savoia, quando erano a Roma, e con loro si era poi trasferita a Torino.

I nonni di Barbara

“Mia nonna era eccentrica – racconta Barbara Casalgrandi, che ora gestisce il laboratorio di costumi – era nata nel 1914 e voleva fare a tutti i costi l’istituto d’arte. Una scelta azzardata per quei tempi e infatti i suoi genitori glielo impedirono perché avrebbe dovuto disegnare dei nudi”. Appassionata di arte, cucito e ricamo, durante la sua vita confezionò centinaia a centinaia di costumi rendendo il laboratorio della famiglia Barbieri talmente prestigioso da attirare mostri sacri come il regista Luchino Visconti, quello del Gattopardo tanto per capirci, che proprio lì prese alcuni abiti quando, arrivato a Modena per dirigere lo spettacolo teatrale il “Duca d’Alba”, si rese conto che la sartoria romana alla quale si affidava di solito non aveva confezionato abbastanza costumi e così gli fu consigliato il laboratorio di Carmen Reali. A Visconti – scrivono sui giornali dell’epoca – “era bastato il linguaggio della signora per giudicarla costumista di grande valore”.

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A dire il vero, il laboratorio non nasce con la famiglia Barbieri. La storia della bottega di via della Vite, in pieno centro, inizia nei primi del Novecento con Silvio Galli, un personaggio abbastanza noto in città perché, oltre al noleggio dei costumi, aveva una compagnia teatrale, dove faceva pure l’attore e una scuola di danza. Silvio Galli non aveva figli e così quando morì lasciò il noleggio di costumi a Oreste Rubbiani, di cui era padrino. Oreste poi sposò una maestra di nome Marta Barbieri, che negli anni Venti e Trenta del Novecento era molto famosa perché insegnava alle Polle, sull’Appennino modenese a circa cinquanta chilometri dalla città, e ogni anno partiva a piedi all’inizio della scuola per raggiungere la sua classe e tornava prima dell’estate. Marta aveva due sorelle e un fratello, che era appunto quel Mario Barbieri che poi sposò Carmen Reali di Torino.

Siamo negli anni Quaranta: Carmen arriva a Modena e chiede di collaborare con il laboratorio di costumi. Da Torino inizia a mandare dei cappelli creati da lei, gli anni passano e dà alla luce due bambine. A quel punto tutta la famiglia si trasferisce a Modena, dove sia lei che il marito Mario iniziano a lavorare alle locali poste. Il lavoro d’ufficio dura poco perché un bel giorno Carmen decide che vuole seguire la sua passione per i vistiti e l’arte e allestisce il laboratorio nell’appartamento doveva viveva con il marito e le figlie, che è poi quello dove ora vive la nipote Barbara: “Allora era più facile perché c’era meno burocrazia. Mia madre e mia zia hanno sempre odiato i costumi perché si trovavano i clienti anche in bagno. Mia nonna piano piano ampliò il laboratorio e comprò l’appartamento di una cugina, al piano di sopra, dove negli anni Settanta è stata trasferita la bottega. Da lì incominciò a confezionare abiti su abiti, soprattutto d’epoca”.

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Oggi il laboratorio, che è stato trasferito vicinissimo alla prima sede, in via Ruggera, conta circa mille abiti, la maggior parte sono pezzi unici creati proprio da Carmen. Negli anni furono parecchie le collaborazioni: da Luchino Visconti a Koki Fregni che firmò oltre 150 spettacoli di lirica e infine Carmen Reali fu anche protagonista di un’importante mostra in Giappone, dove andò lei stessa tornando a casa con un kimono che ancora oggi spicca nella collezione di abiti insieme ad un altro, nero e decorato, confezionato da lei.

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Barbara iniziò a frequentare il laboratorio già da bambina, quando faceva da modella per la nonna. Da ragazza iniziò a lavorarci part time e infine, dopo la morte di Carmen il 30 dicembre 2003, ne prese in mano la gestione: “Mia madre e mia zia mi chiesero se volevo continuare. Io dissi di sì. A quel punto ci trasferimmo in via Ruggera 13, dove siamo ancora oggi”. Con lei lavora il marito Luca e insieme portano avanti una tradizione di famiglia. “Non ho mai indossato dei costumi in vita mia – racconta Barbara – ma amo vestire gli altri. E’ un lavoro faticoso e divertente: tutti i clienti strani li abbiamo noi. A volte ci sono situazioni esilaranti: a carnevale hai diversi clienti di cui non conosci il nome e li chiami in base ai costumi, per esempio Biancaneve come va? Oppure Il gladiatore è a posto? e a quel punto tutti scoppiano a ridere. E’ un lavoro bello e creativo, ci divertiamo a mischiare costumi e creare nuovi personaggi”.

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Mentre siamo nel laboratorio incantati dai costumi che ricoprono le pareti e riempiono le stanze squilla ancora una volta il telefono e Barbara risponde: dall’altra parte del filo c’è qualcuno che insiste dicendo che conosce perfettamente la taglia che serve e sentiamo Barbara con una calma esemplare rispondere che no, non è come andare in un negozio e il costume va provato e nel caso modificato. La conversazione dure alcuni minuti e noi ci fermiamo a pensare che in effetti non deve essere facilissimo. Quando attacca la cornetta c’è uno sguardo di intesa e lei ci spiega che “da qui passano dal ragazzino di 15 anni alla signora della Modena bene che vuole il costume a misura perché veniva quarant’anni fa quando c’era mia nonna”. Viene da chiedersi come siano cambiate le richieste, da quando c’era Carmen a governare quel piccolo regno, fino a oggi. A quanto pare, negli anni Settata e Ottanta l’epoca che andava per la maggiore era l’Ottocento, lo stile di Rossella O’Hara di “ Via col vento”. Poi sono arrivate le rievocazioni storiche, la prima a Castelvetro e poi a Mirandola, nella provincia modenese, negli anni Settanta, e poi a Modena negli anni Ottanta e Novanta, che portarono con sé il vento del rinascimento e Carmen si adeguò cucendo costumi adeguati.

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Per il carnevale di Venezia invece è il Settecento ad andare per la maggiore. Per chi se lo chiedesse come abbiamo fatto noi, sì, ci sono persone che si prendono su un week end solo per indossare un costume da favola in piazza San Marco. Per quanto riguarda il carnevale, invece, Barbara ci tiene a sottolineare che qui non si seguono le mode: “Se avessimo avuto un costume da Peppa Pig per adulti lo avremmo noleggiato almeno 20 volte. Però non è la nostra filosofia. Noi abbiamo abiti dai romani agli anni Cinquanta. In mezzo ci sono Biancaneve, maghi, fate, principesse e nani”. Poi ci sono gli evergreen, come lo smoking, che per un uomo va sempre di moda e infatti fioccano le prenotazioni per le cene e le feste eleganti organizzate dalle grandi aziende. Per le donne invece il discorso cambia, perché appunto esistono le varie tendenze. Nel laboratorio si trovano abiti lunghi neri molto classici oppure i charleston anni Venti, che ancora vanno a ruba. Per quanto però non si voglia seguire la moda, è la moda che segue noi: allora scopriamo che, per esempio, negli ultimi anni Pierrot ha visto crollare le sue quotazioni perché considerato troppo triste, mentre Arlecchino, che da tempo sembrava aver perso il suo fascino, ha riscoperto una seconda giovinezza. Un must sembra essere anche il vestito da bagnante dell’Ottocento, quel pigiamone a righe bianche e rosse arricchito da una paglietta – che poi è un cappello – che ricorda le vignette umoristiche o le barzellette.

Sarebbe sbagliato pensare che noleggiare un abito sia una semplice transazione, perché in realtà racchiude molto di più: quell’abito, nella maggior parte dei casi, significa realizzare un sogno. Barbara ammette che “in questo lavoro c’è anche tanta psicologia, perché spesso c’è un sogno ma li clienti non te lo dicono e allora sei tu che devi capire e aiutarli. Dopo ore e ore di prove si riesce a trovare il costume giusto che li rende felici. A quel punto si prendono le misure e facciamo le modifiche del caso in base alla taglia, che ovviamente non può essere molto distante da quella dell’abito. Il cliente viene a ritirarlo e poi lo può tenere quattro giorni”. Prima di andare via chiediamo se la crisi economica è arrivata fin qui, tra le parrucche e le calze colorate, tra gli specchi d’epoca e le gonne che si gonfiano tra pizzi e pieghe. “La verità – risponde Barbara – è che non c’è più la tradizione che c’era una volta, quella dei veglioni di carnevale dove tutti, ma proprio tutti, si mascheravano. Ora il lavoro è spalmato su tanti mesi invece che concentrato su pochi momenti. La voglia di travestirsi c’è sempre e per questo ci si inventano feste ed eventi. Ne affittiamo molti per le lauree, ad esempio, cosa che qualche anno fa era impensabile. Non ci sono più canoni definiti: una volta andavano le befane, adesso al loro posto ci sono i Re Magi”. E Babbo Natale, chiediamo con una voce che tradisce un po’ di ansia. “Babbo Natale? – risponde Barbara sorridendo – Lui resiste ancora”.

Anna Ferri

L’uomo in rivolta

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi. Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha raccolto migliaia di adesioni.

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi.  Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha già raccolto migliaia di adesioni. E presto vuole scendere in piazza. Per gridare tutta la propria rabbia e riuscire finalmente “a farsi vedere”.

Il 31 dicembre, esasperato, ha postato un messaggio sul profilo personale e da lì, lasciato che qualcuno lo raccogliesse nel mare magnum di Facebook. Un breve testo accompagnato da un hashtag, #iononmiammazzo, in cui lui, commerciante di Breno, nel bresciano, rilancia la protesta contro una pressione fiscale alle stelle, a livelli della Svezia – loro il 44,7%, noi il 44,1 – che, unita alla crisi economica e a un livello record di disoccupazione (il 13,4 %, il 43,9 per gli under 25), sta riducendo alla fame decine di migliaia di italiani.

“Mi chiamo Beretta Massimo, lavoratore e prima ancora marito di una donna splendida, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte quelle tasse che lo Stato mi chiede. Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Art. 54 del Codice Penale e il 53 della Costituzione per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica.

Poi l’accusa più pesante: con questo sistema iniquo, lo Stato induce al suicidio quei cittadini che non ce la fanno più a sopravvivere, magari senza o con poco lavoro, schiacciati da una tassazione tra le più alte al mondo e dalle spese insostenibili. Che siano pochi o tanti non importa. Anche uno solo è sempre troppo. Perciò, dichiara Beretta, ribellarsi è giusto, sacrosanto. Di certo meglio che ammazzarsi. “Se ho pensato anch’io a togliermi la vita? Sì, certo. Sono in grave difficoltà, come ho scritto nel mio messaggio. Certe volte la notte è molto lunga da passare, la mente va via libera e si pensano tante cose”. Ma sulla disperazione ha prevalso la voglia di lottare. “Ho 36 anni – dice – e non è giusto io mi ritrovi a fare di questi pensieri. Voglio provare a cambiare le cose”.

Il successo della protesta di Beretta è stato tale che, ad oggi, il suo primo post ha ricevuto oltre 30 mila condivisioni su Facebook. Persone che lo hanno convinto ad aprire cinque giorni fa una pagina Facebook dedicata, che nel momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 8 mila “Mi piace”.

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“Non me lo aspettavo – racconta – ma dopo quel post mi sono arrivati centinaia di messaggi. E quasi mi vergogno oggi della mia situazione che, rispetto a tante altre persone che mi scrivono, è meno disperata di quello che mi appariva. In fondo io sono in rosso per 45/50 mila euro. Sono nella media. C’è chi è messo molto peggio di me. La mia storia è semplice: cinque anni fa mi sono messo in proprio e ho aperto una mia attività, un pet shop, un negozio di prodotti per animali, all’interno di un centro commerciale. Ci lavoriamo io e mia moglie e un paio di ragazze dipendenti part-time, di cui una a chiamata, per 362 giorni l’anno, dalle 9 e 30 alle 19 e 30, esclusi Pasqua, Natale e il primo dell’anno. Le cose non andrebbero poi così male, clienti vecchi e nuovi ne ho, ma con i miei incassi non riesco più a mandare avanti il mio negozio con i continui aumenti di tasse e bollette. Leggo poi che l’Iva potrebbe essere progressivamente portata al 25,5%. Se così fosse, un prodotto dal valore di 100 euro dovremmo farlo pagare al cliente 125. Ma siamo impazziti? Col crollo dei consumi che c’è! Così si blocca tutto”.

E conclude secco: “Io non ce la faccio a sostenere i costi che lo Stato mi impone. Pagare l’Iva è più importante della mia vita e di quella di mia moglie? Oppure: perché dovrei licenziare le mie due dipendenti? Io prima pago loro poi, se riesco, le tasse e l’Iva. Solo dopo”.

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(Scusa e buona lettura)

Ci tiene a precisare che non è uno di quelli per cui il fisco è il demonio. “Mai stato un evasore – assicura – sono una persona onesta e le tasse, se sono eque, le pago e le voglio pagare. Avendone in cambio dei servizi pubblici adeguati. Che in Italia però non abbiamo affatto. E’ semplice da capire, no?”.

Sì, semplice. Come “una persona semplice” si definisce Massimo Beretta. Che ha capito che per dar voce a una protesta bisognosa di una miccia per esplodere doveva metterci la faccia. Trasformarsi egli stesso in un marchio e usare il social network più diffuso al mondo come volano. Il volto dello scontento sottotitolato da un hashtag: #iononmiammazzo. Piuttosto, giustamente, m’incazzo. E dopo di lui sono in tanti che stanno mandando alla pagina Facebook la propria faccia accompagnata dallo stesso cartello. A testimonianza di una rabbia crescente che, se non placata, rischia facilmente di indirizzarsi verso obiettivi davvero poco centrati.

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Immagine di copertina dell’edizione tascabile Gallimard de “L’Homme Révolté” di Albert Camus

 

Lo spunto per esprimere il suo profondo malcontento, Beretta l’ha trovato in una foto. Una persona che teneva in mano il cartello “Io non mi ammazzo”. “Da lì ho macchinato per venti giorni – prosegue – e poi l’ho fatto anch’io. Ho subito pensato che il miglior canale per diffondere il mio messaggio dovesse essere per forza Facebook. Io ho la terza Ipsia, elettricista. Non ho contatti coi media, non conosco gente famosa. L’unica cosa che è alla portata di tutti, o almeno di tutte le persone con la mia istruzione e le mie capacità, è Internet. Oltre che usarlo per le solite stupidate, gattini e cagnolini, che pure io amo moltissimo, ho provato a usarlo in maniera diversa. E sta funzionando. Può sembrare un paradosso, ma da un lato mi dispiace tantissimo che la pagina di #iononmiammazzo abbia tanto successo. Avrei preferito che i Mi piace fossero venti o trenta, perché io credo ancora in questo Paese, lo amo. Ma questo successo è la dimostrazione che, purtroppo, la situazione è veramente catastrofica”.

La colpa di tutto questo? Nel suo post Beretta lo imputa alla politica, ma chiacchierando la sua posizione è più articolata, meno disposta a individuare facili bersagli: “Penso che al 90 per cento la responsabilità sia nostra, di tutti noi: non abbiamo mai voluto cambiare veramente le cose. Dar la colpa al politico è piuttosto facile, me ne rendo conto. Ma l’Italia è nostra e se non riusciamo a tirarla fuori da questo caos, ne siamo i primi e diretti responsabili”.

La battaglia di Beretta è, come si dice, post ideologica. Afferma sì, di aver avuto in passato simpatie per una parte politica, non difficili da intuire dalla sua bacheca, di recente di aver sperato in Grillo, poi in Renzi, ma adesso si dichiara deluso di entrambi. Nessuno che rappresenti lui e quelli simili, in tutto o in parte, a lui, la “maggioranza invisibile” racconta dal sociologo Emanuele Ferragina, che non comprende solo precari, disoccupati o migranti, ma anche la parte più fragile di una classe media in costante impoverimento.

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E, senza aver mai letto o sentito parlare di quel saggio, sono esattamente le parole con cui Beretta spiega gli obiettivi del movimento che, partito come una scommessa, ora sta cominciando a prendere forma: “Dobbiamo riuscire a farci vedere ad ogni costo – sottolinea – e sono sicuro che questa protesta funzionerà perché non possiamo andare avanti così. Leggete sulla bacheca della pagina che ho aperto, ci sono messaggi di persone veramente disperate. Dobbiamo fare qualcosa”.

Iniziando con l’andare oltre Internet: “Vogliamo organizzare una protesta pacifica, una manifestazione a cui partecipino almeno diecimila persone, che ci dia visibilità. La mia preoccupazione è organizzare qualcosa di positivo: niente forconi, niente manganelli, niente violenza di alcun tipo. Temo atti di vandalismo perché le persone sono davvero esasperate. Certo, se fossi al posto di qualcun altro, spererei nella confusione. I media sono bravissimi a distrarre l’attenzione quando si crea il caos in questo tipo di eventi. Ma se, quando la manifestazione ci sarà, si spacca una vetrina, si ribalta un cassonetto, noi abbiamo già perso. Si parlerebbe solo di questo e non dei contenuti della nostra protesta. Della nostra rabbia.

La deriva violenta è un rischio che questo Paese sta correndo. La gente è veramente arrabbiata. E quando è così, è pericolosa. Lo capisco. Qui si sta giocando col fuoco. Il popolo è come un cane: lo bastoni tre, quattro, cinque volte, ma prima o poi si rivolta. La situazione è pericolosissima, bisogna far capire quello che pensiamo, come siamo messi. Dobbiamo renderci visibili. Penso che in questa forma, la nostra protesta possa canalizzare tutta questa rabbia e trovare uno sbocco positivo. Essere finalmente ascoltati. Io ci credo fermamente. Devo crederci per forza”.

Davide Lombardi

In copertina: “Sunday” di Edward Hopper (1926)

Quei delitti che Modena ha dimenticato

Il 3 gennaio 1995 veniva brutalmente assassinata Monica Abate, ultima di una serie di vittime, giovani donne, di quello che venne chiamato “il mostro di Modena”. A distanza di vent’anni esatti, giustizia non è stata fatta: tutti gli omicidi sono ancora senza un colpevole.

Otto delitti efferati nell’arco di dieci anni, tra l’85 e il 95. Otto ragazze legate agli ambienti della droga e della prostituzione barbaramente uccise da quello che venne chiamato il “mostro di Modena”.  Ma sulle indagini calò subito una fitta nebbia, tra il torpore di una città accusata di indifferenza per la sorte di vittime “considerate di serie b” e i veleni di una Procura rispetto alla quale si parlò di depistaggi e approssimazione nelle inchieste. Che, per un certo periodo, videro coinvolti anche alcuni poliziotti, poi scagionati. A distanza di tanti anni, l’unica verità accertata è che per quelle giovani vite strappate nessun colpevole è stato assicurato alla giustizia. Né, probabilmente, lo sarà mai.

di Davide Lombardi

Giusto vent’anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1995, veniva assassinata nella sua casa di Rua Freda, nel centro di Modena, Monica Abate. Quello di Monica, all’epoca trentunenne, è l’ultimo di una sequenza di delitti che nell’arco di dieci anni fece otto vittime tra Modena e provincia. Giovani donne tra i venti e i trent’anni che in comune avevano la dipendenza da eroina. E, per sette di loro, la prostituzione come mezzo per procurarsi i soldi necessari per acquistare la sostanza. La prima fu Giovanna Marchetti, appena diciannove, ritrovata il 21 agosto 1985 in una fornace abbandonata, il volto da bambina sfigurato e il cranio fracassato da una grossa pietra ritrovata accanto al cadavere. Le indagini vanno avanti per circa sei mesi concentrandosi su un paio di sospettati, inizialmente un agricoltore della provincia di Reggio che si fa tre mesi di carcere prima di venire scagionato, poi il fidanzato di Giovanna, anch’egli tossicodipendente, pure lui quasi subito riconosciuto estraneo ai fatti. L’indagine si spegne lì, con un nulla di fatto. La morte di Giovanna non sconvolge più di tanto la città.

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La polvere sotto il tappeto del benessere modenese

E’ vero, si tratta di un assassinio, che soprattutto in provincia fa sempre scalpore, ma all’epoca le morti per droga sono tutt’altro che infrequenti. Negli anni ’80, la città ha il reddito pro capite più alto d’Italia insieme a Milano. E un numero di eroinomani che i carabinieri quantificano in circa 300, molte centinaia di più secondo la stampa locale. “Qualcuno – scrive La Stampa in un articolo del 3 novembre 1981 – sostiene che Modena sia seconda in Italia, dopo Verona, per diffusione di droga. Molti giovani incominciano a drogarsi perché hanno i soldi. Poi, quando il denaro non basta più, scippano la borsetta o la catenina alle passanti. Centocinquanta scippi nei mesi estivi”. Il titolo del pezzo è di quelli che piacerebbero tanto pure oggi, anche se la paranoia per la “sicurezza” nel più grasso capoluogo dell’ex Emilia rossa adesso si fonda su convinzioni persecutorie differenti: “Scippi, furti e droga pesante. Anche Modena conosce la paura”.

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Ma non basta il volto infantile e sorridente di Giovanna a commuovere la città che archivia quasi subito il delitto come uno spiacevolissimo, ma comprensibile, incidente per chi si infila in certi giri da bassi fondi. Marginalità che germogliano un po’ dappertutto e che vengono in fondo tollerate se non sconfinano, se rimangono invisibili e non salgono in superficie a disturbare il torpore della quiete pubblica. E nemmeno le vittime successive di quel decennio di sangue, sempre prostitute eroinomani, producono alcun effetto. Anzi, le indagini si fanno sempre più veloci e, visti i risultati – il niente – sommarie, come vedremo in seguito. Un’inchiesta di appena 30 giorni per Donatella Guerra, accoltellata a morte nella notte dell’11 settembre 1987. Così come per l’amica, Marina Balboni, strangolata meno di due mesi dopo, forse perché, si sospetta, poteva essere a conoscenza di particolari riguardanti l’assassino di Donatella che la notte in cui era salita sull’auto del suo ultimo cliente si trovava a pochi metri a Marina: anche per lei caso chiuso dopo un mese circa di indagini. Poi ancora Claudia Santachiara, strangolata nel maggio del 1989 con un cappio dopo aver lottato disperatamente per opporsi al suo carnefice e ritrovata nuda nel terminal dell’Autobrennero di Campogalliano, cittadina a pochi chilometri dal capoluogo. Per lei indagini di un paio di mesi, l’arresto di un sospettato poi scagionato, e infine il solito nulla di fatto.

Le vittime del presunto Mostro

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Per la prima volta si parla di un “mostro di Modena”

A risvegliare un certo interesse per la sequenza di delitti di queste giovani donne è l’allora titolare della nera della Gazzetta di Modena, Pier Luigi Salinaro, oggi in pensione, che comincia nei suoi articoli a collegare tra di loro i vari delitti individuandone la serialità. Dapprima semplicemente collegandola all’ambiente, quello di droga e prostituzione, poi alla sequenza temporale degli omicidi, ogni due anni (in realtà, una forzatura almeno nei casi di Marina Balboni, uccisa subito dopo Donatella Guerra e di Fabiana Zuccarini, assassinata l’8 marzo 1990, dieci mesi dopo Claudia Santachiara). Infine ai luoghi di ritrovamento delle vittime che, collegati l’un l’altro da una serie di linee, formerebbero secondo Salinaro un pentacolo, figura geometrica considerata in alcuni ambiti esoterici un simbolo demoniaco, anche se la pista satanista non è mai stata presa seriamente in considerazione dagli inquirenti. Prende vita così il “Mostro di Modena”, il fantomatico serial killer che finalmente comincia a suscitare un certo interesse, almeno nella seconda metà degli anni ’90, perché il riconoscimento dello status di “seriale” per l’assassino, o gli assassini, delle otto ragazze fa molto romanzo giallo.

Ma è davvero esistito un unico serial killer?

“Il mostro di Modena l’ho inventato io” dice oggi Salinaro, lasciando così intendere di esser stato il primo a ricucire in un’unica trama la serie di delitti che invece la Magistratura ha sempre faticato ad attribuire alla stessa mano. Anche perché ogni indagine è stata presa in carico di volta in volta da un magistrato diverso, senza mai creare un pool fino alla seconda metà degli anni ’90 quando il caso dell’ultima vittima, Monica Abate, ha fatto scoppiare per qualche mese un polverone politico mediatico che, se all’atto pratico non ha prodotto nulla visto che tutti i delitti restano ancora oggi impuniti, almeno ha acceso l’interesse dell’opinione pubblica. E, come vedremo in seguito, messo temporaneamente sotto accusa gli stessi inquirenti. Poca cosa. Ma questo è stato l’unico risultato – se così si può chiamare – raggiunto a distanza di vent’anni dall’ultimo omicidio della serie. Per la quale, l’ipotesi del killer seriale è sempre rimasta tale, come riportato dallo studio comparativo del 1998 basato sulle autopsie delle vittime realizzato dal professor Francesco De Fazio, criminologo di fama mondiale e allora Direttore del Dipartimento di medicina legale del Policlinico di Modena, secondo il quale – si legge nel testo – non sarebbe possibile delineare una “tipologia unitaria d’autore, non bastando pertanto la tipologia pressoché unitaria delle vittime a configurare l’ipotesi di un unico autore, che tuttavia – concludeva De Fazio – non può essere esclusa in assoluto”.

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Presunti depistaggi e sicure superficialità nelle indagini

A smuovere un po’ le acque pareva potesse essere l’ultimo omicidio, quello di Monica Abate appunto, consumato in circostanze parecchio diverse dalle altre. Monica è stata uccisa a casa propria, luogo che non utilizzava per prostituirsi. L’omicida, o gli omicidi, che sicuramente la ragazza conosceva, ha tentato di simulare una morte per overdose piantando un ago nel braccio della giovane mentre in realtà l’autopsia ha certificato la morte per soffocamento. L’assassino le ha premuto la bocca e il naso con le mani fino ad ucciderla. Sul pianerottolo di fronte alla porta di casa vengono trovate delle macchie di sangue che l’esame del dna identifica come appartenente a Laura Bernardi, all’epoca convivente da breve tempo dell’Abate e prima a lanciare l’allarme dopo aver scoperto il cadavere nel pomeriggio del 3 gennaio. La ragazza viene inquisita per omicidio volontario. Secondo la ricostruzione della Procura, la Bernardi si è ferita mentre, con altre persone, uccideva l’amica. All’udienza preliminare del 18 novembre 1997 però, il gip Francesco Maria Caruso proscioglie la donna dalle accuse, con una sentenza che dà il via a mesi di polemiche. Scrive infatti Caruso: “Quello di Monica Abate è un omicidio che forse si sarebbe potuto risolvere e che forse si potrebbe ancora risolvere a partire dai dati esistenti e dalla loro valorizzazione investigativa. Purtroppo errori e interferenze hanno largamente compromesso un’indagine assai delicata, che meritava di essere trattata con estrema cautela. Allo stato, agli inquirenti non rimane che riprendere il filo e tentare di dipanare la matassa”.

La polizia sotto accusa

In pratica – commenta il giornalista di Rai Emilia-Romagna Luca Ponzi nel suo libro “Mostri normali”, quello di Caruso è un atto d’accusa contro la polizia: “il giudice ha lasciato intravedere uno scenario inaspettato per Modena, un gruppo di poliziotti avrebbe avuto rapporti con tossicodipendenti, sfruttandole, cedendo loro droga, ottenendo in cambio informazioni e, soprattutto, prestazioni sessuali. Per questo – continua Ponzi – il gip ha restituito gli atti al Pubblico Ministero, indicando in maniera piuttosto esplicita da che parte cercare. Fin dai primi interrogatori (…) erano emersi i nomi di due agenti, in servizio alla centrale operativa e alle volanti, che conoscevano la ragazza”. I due poliziotti vengono messi sotto accusa dal pool di tre magistrati che viene formato per la prima volta, coordinato dal Sostituto Vito Zincani inviato da Bologna nel giugno del 1998 dal Procuratore generale. Oltre ai due poliziotti, finiscono nel registro degli indagati due piccoli spacciatori. A tutti e quattro viene prelevata della saliva per effettuare l’esame del dna.

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Alle pesanti accuse di Caruso risponde dopo mesi, con un intervista rilasciata al Carlino il 25 aprile 1998, l’ex sostituto procuratore della repubblica Alberto Pederiali, al tempo in servizio non più a Modena ma a Trento, che per primo si era occupato dell’inchiesta Abate. Pederiali respinge al mittente le accuse di mancanze e superficialità nell’inchiesta. Tornando a puntare il dito contro Laura Bernardi, l’amica di Monica: “nel corso dell’indagine l’abbiamo sentita sei o sette volte ed è sempre caduta in contraddizione. Per esempio solo alla fine raccontò di essersi bucata sul pianerottolo della casa di Monica Abate dove poi fu trovata la traccia del suo sangue”. Per Pederiali fu fatto tutto ciò che c’era da fare: “Sono stati approfonditi tutti i legami sospetti dei poliziotti (…). Sul loro presunto coinvolgimento nel delitto non è emerso nulla. I due agenti indagati inoltre hanno entrambi alibi per la notte dell’omicidio”. I risultati del successivo test del dna dei poliziotti effettuato dal Reparto d’investigazioni scientifiche, il Ris di Parma, acquisiti dalla procura nel novembre 1998 scagioneranno i due: non erano nella stanza. L’eventualità di un coinvolgimento di elementi deviati delle forze dell’ordine, oltre a essere un’ipotesi investigativa almeno fino ai risultati del test del Ris, intriga la stampa e l’opinione pubblica. Anche perché gli anni dei delitti del “mostro di Modena” coincidono con quelli delle azioni criminali dalla banda della Uno Bianca dei tre fratelli Savi, due dei quali erano poliziotti di base proprio nella vicina Bologna. E, nel 1998 è ancora fresca l’eco della cattura dei tre e dei loro complici avvenuta nel novembre 1994.

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“Gli omicidi sono maturati nello stesso giro di poliziotti corrotti”

La temporanea ripresa delle indagini ridà soprattutto fiato alla disperazione di Romana Caselli, mamma di Monica, quella che insieme al papà di Fabiana Zuccarini, Ermanno, ha lottato più a lungo per avere giustizia, senza mai ottenerla. Negli anni, Romana ha cercato in tutti i modi di tener viva l’attenzione sull’omicidio di sua figlia e delle altre ragazze assassinate dal presunto mostro, partecipando a varie trasmissioni televisive, da “Telefono giallo” a “Moby Dick”, o rilasciando interviste di fuoco a vari giornali. Come quella dell’aprile del 1998 al Messaggero, dove Romana lancia pesantissime accuse. “Io non ci credo all’ipotesi di un serial killer modenese – dichiara nell’intervista rilasciata all’inviato Enzo Pasero – però sono convinta che tutti e otto gli omicidi siano maturati nello stesso giro, un giro di poliziotti corrotti che fanno i soldi con la droga e la prostituzione”. Perché, scrive Pasero, secondo la Caselli alcuni poliziotti avrebbero “costretto Monica con angherie e persecuzioni ad accettare la loro protezione, in cambio di qualche dose di roba buona. Che lei si iniettava accuratamente sotto le unghie dei piedi per non deturparsi le braccia”. Nella stessa intervista Romana avanza qualche dubbio anche sull’estraneità dell’amica di Monica, Laura: “Mi aveva telefonato dicendo di essere rimasta senza chiavi, e che era sicura che Monica era in casa, però non apriva. Io ero andata di corsa, le avevo passato le chiavi dal finestrino mentre parcheggiavo l’auto. E non avevo ancora finito di parcheggiare che lei era già scesa, gridandomi di chiamare la polizia: possibile che avesse già fatto in tempo a salire tre piani a piedi, perché non c’era ascensore, aprire la porta e capire subito che c’era bisogno della polizia e non di un’ambulanza?”.

la stampa 19 gennaio 1995

“Della morte di quelle ragazze non importa a nessuno”

Ma la mamma di Monica non lancia solo, da subito, accuse precise. Ce l’ha con la città intera. A suo dire, in qualche modo “complice” del pressapochismo delle indagini (“manchevolezze e superficialità nella conduzione delle fasi più urgenti, quindi il più delle volte decisive”, furono rilevate e segnalate anche dalla successiva relazione di Zincani al Procuratore generale) perché riguardanti vittime di serie b, ragazze drogate e tossicodipendenti. E in un articolo su La Stampa del 19 gennaio 1995, afferma: “la loro morte non commuove, la gente dice: tanto erano drogate e poco di buono. Nessuno si allarma, tutti pensano: i miei figli sono al sicuro, tanto il mostro ammazza solo quelle là”. Gabriele Romagnoli, autore del pezzo, conclude con quello che è un vero e proprio atto d’accusa nei confronti dell’intera comunità modenese: “a mettere insieme gli otto casi, per quel che ne resta negli archivi, i punti di contatto affiorano, l’ombra del serial killer si allunga, ma l’unico elemento comune che si delinea, netto e forte, è questo: quando a Modena ammazzano una prostituta eroinomane gli inquirenti non perdono il sonno e la città non trema”.

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(Scusa e buona lettura)

Sono passati vent’anni da quella notte di gennaio del 1995. Da allora, il presunto mostro non ha più colpito e, anche se ancora a piede libero, ha capito che forse il gioco stava diventando troppo pericoloso. Dopo le polemiche successive alla sentenza di Caruso e al presunto coinvolgimento di elementi deviati della Polizia di Stato, attizzate dall’allora segretario del PDS Massimo Mezzetti e l’ex senatore, sempre PDS, Luciano Guerzoni che chiesero conto di presunte interferenze e depistaggi nelle indagini (per altro senza nulla ottenere a parte un po’ di rumore sui giornali), pian piano il “mostro di Modena” è finito nell’oblio. Come le varie inchieste che hanno riguardato le otto giovani vittime. L’ultimo a cercare di tener viva una vicenda che ha visto la fine di giovanissime vite ancora senza giustizia, è stato l’ex consigliere del PD Fausto Cigni, con un’interrogazione presentata in consiglio provinciale nel 2013. Un breve interesse suscitò anche la pubblicazione del libro di Luca Ponzi, nel 2012. Ma tutto si è esaurito con qualche articolo, l’ennesimo, sui giornali locali.

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Tra i pochi rimasti a chiedere una giustizia che probabilmente non arriverà mai, c’è la mamma di Monica Abate, Romana, che a piedi o in bicicletta incontro spesso in centro a Modena. La si riconosce subito, assomiglia incredibilmente a sua figlia. Giura di non aver smesso di voler cercare i colpevoli della morte di Monica. E’ ancora piena di rabbia, comprensibilmente. Senza giustizia, non può esserci pace. Per Romana, ma nemmeno per questa città, anche se da tempo ha smesso di interessarsi a una ragazza – e a tutte le altre come lei – uccisa proprio in questo giorno, vent’anni fa. E il cui assassino, o gli assassini, magari in questo momento si starà bevendo tranquillamente un caffé in piazza Grande.

Davide Lombardi

I video più visti dell’anno su Converso

Punk, anarchici, cimiteri, giovani e più o meno giovani, artisti e più o meno artisti, alluvioni, motori, linguaggi, zamponi e religione: i video di Converso più visti nel 2014, cioè l’anno in cui Converso è nato e cresciuto.

Punk, anarchici, cimiteri, giovani e più o meno giovani, artisti e più o meno artisti, alluvioni, motori, linguaggi, zamponi e religione: i video di Converso più visti nel 2014, cioè l’anno in cui Converso è nato e cresciuto.


 

Donne svelate

Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

Da grande voglio fare il punk

Punk e anarchici di provincia. Ovvero: la storia della Paolino Paperino Band e del punk a Modena nei primi anni 90 attraverso i racconti di Yana, Fox e Colby.

She loves to pole

Cos’è la pole dance? Quella cosa che si fa intorno al palo. E prima di questo video non lo sapevamo nemmeno noi. La storia di Sara, che ha sfidato i pregiudizi aprendo una scuola di pole dance, dove le farfalle imparano a spiegare le ali.

Emmanuelle

“Io ci sono nata in mezzo alle mutande”. La storia di Manuela, ovvero Emmanuelle, e della sua attività di famiglia: un negozio di biancheria sexy in pieno centro, a pochi passi dal Duomo. Storia di un’Emilia che sarebbe piaciuta a Fellini.

La città dei morti

Un cimitero considerato un capolavoro di architettura, i cui disegni sono esposti al MoMa di New York. “Vengono i pullman di giapponesi a vederlo” spiega un dipendente della polizia mortuaria. Ma in realtà il cimitero di Aldo Rossi, un progetto innovativo e visionario, pensato come “una chiesa di tutte le religioni”, non è mai stato completato e ai cittadini modenesi non piace: “Molti non vorrebbero mai farsi seppellire qua”. Perché?

The link – Viaggio nell’incubo

Il “link” – il legame – è la teoria scientifica in base alla quale la crudeltà su animali è propedeutica e indissolubilmente connessa all’attuazione di comportamenti violenti e criminali anche nei confronti delle persone. Questo video racconta alcuni comportamenti deviati che vengono attuati sia sugli animali che sugli esseri umani.

Gli ospiti – Come si reagisce al razzismo?

Sul Web è molto facile trovare pesanti insulti razzisti e perfino minacce. Ma cosa succede se la stessa cosa capita per strada? Abbiamo provato a provocare le persone per vedere come reagivano, per vedere cosa pensano degli “ospiti” e del loro diritto a essere italiani. C’è chi non interviene e si fa gli affari suoi, chi è d’accordo e chi invece – molti – reagisce energicamente contro il razzismo.

Giochi di ruolo

Cinque trentenni laureati, tutti lavoratori anche se precari, decidono di vivere insieme in una grande casa di campagna. Una scelta che per quattro anni li tiene uniti. Poi qualcosa cambia e il quintetto decide di dividersi. Ma solo un po’. Una storia di ragazzi e ragazze che cercano di rispondere a loro modo, facendo gruppo, al bisogno di sentirsi meno soli in una società dove è sempre più difficile riuscire a mettere in piedi una nuova famiglia.

Ask the mask

Il social delle vanità. Su Ask.fm, il network dei giovanissimi, l’unico obiettivo è parlare di se stessi. “Se non sei popolare, non sei nessuno”. Viaggio nella socialità on line, trasgressiva e a tratti violenta, dove la vita si misura in like.

Impara l’arte e basta

Cosa rende un “pezzo di legno colorato” e un “uovo siliconato” oggetti d’arte? Perché uno street artist abbellisce la città e un writer la imbratta e basta? Come riuscire oggi ad emergere nel mondo dell’arte? Viaggio tra Modena e Milano per scoprire come e perché i galleristi possono far diventare uno sconosciuto, un artista.

La sacra ruota

“Ho visto gente con i denti rotti e l’auto bella”. Il culto dell’automobile nel tempo è cambiato: in passato le auto venivano modificate perché corressero di più, mentre oggi si fa soprattutto perché stiano ferme e siano belle da vedere. Alcune auto vengono modificate tanto da non poter più essere usate.  Viaggio nel mondo delle elaborazioni estetiche e meccaniche, tra marmitte, cerchioni, casse giganti e ricerca della felicità.

Maniemiliane

Nel Gennaio 2014, a meno di due anni dal terremoto, la Bassa modenese viene colpita dall’alluvione. Queste terre e i suoi abitanti si piegano, ma non si spezzano, divisi tra il senso di rabbia e solitudine e la voglia di ricominciare. E per farlo, Laura e Gilberto hanno un motivo in più. Un bambino.

Commercianti di sogni

Ascesa e caduta della Paul Film. Una casa di produzione modenese di cartoni animati e spot pubblicitari che nel periodo del boom economico arrivò ad avere quasi un centinaio di dipendenti. A guidarla il suo fondatore, il “genio della matita” Paul Campani, che non si è mai considerato un artista ma “un commerciante”. Questa è la storia di quel periodo, di un Italia che vive l’ebrezza del benessere, del Carosello e dei giovani animatori che imparavano a fare i cartoni animati.

Il mondo dei sordi

I sordi si considerano una minoranza linguistico-culturale. La loro lingua, la LIS (Lingua italiana dei segni), infatti non è una semplice traduzione dall’italiano, ma esprime concetti e modi di sentire che appartengono solo alla comunità dei sordi.  La comunicazione non sempre è facile. Il video è sottotitolato in italiano, per attivare o disattivare i sottotitoli cliccare sull’apposito tasto del player di Youtube. Noi consigliamo di guardarlo con i sottotitoli e senza audio.

Superzampone

Una domenica emiliana come tante, grigia e allucinata, tra Lenin, famose cantanti, mantelli misteriosi e uno zampone che pesa più di 1000 kg.

Fuoco amico

Appena entri in contatto con lui capisci subito che ha nel dna quel modo di fare di chi non te la manda – mai – a dire. Anche troppo. Fino a risultare il classico rompicoglioni atomico, sempre e comunque. O lo stereotipo del giornalista vecchio stampo, quello con la ghigna del duro ma un’infantile adrenalina che sale a mille quando può tuffarsi in una nuova storia. Che lui, da freelance, racconta in zone di guerra dove gli altri non vanno. E’ stato in Siria, Afghanistan, Iraq, posti nei quali fare giornalismo significa sudare l’anima e rischiare la pelle. Dove tutto diventa essenziale. E che Cristiano Tinazzi racconta allo stesso modo. Senza fronzoli. Per far male. Come fuoco amico.

Hai raccontato la guerra da zone come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. La prima domanda è, forse, la più scontata (ma non troppo): chi te lo fa fare?
Direi nessuno. In questo senso i giornalisti sono un po’ egocentrici, sono al centro delle storie e spesso anche al centro della storia quella con la esse maiuscola. Se avessi dovuto usare la razionalità avrei smesso di fare questo lavoro dopo le prime esperienze, vista la situazione sempre più deprimente del mercato editoriale italiano. Ma parafrasando Luigi Barzini Jr, anche se è un lavoro in declino è sempre meglio che lavorare. Tant’è che me lo sono pure tatuato. E poi c’è forse un problema di immaturità, anche se negli ultimi anni sono diventato molto pianificatore nel calcolare rischi e benefici di ogni trasferta. A 42 anni mi sento ancora “in the middle without any plans/I’m a boy and I’m a man” come canta Alice Cooper in ‘Eighteen’.

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libia 2011

La tua bio (laurea in storia, poi operaio, rappresentante, receptionist d’ostello, contrabbandiere, custode, ecc. ecc,) sembra un copia/incolla contemporaneo di, che so, quella di Jack London.
In effetti uno dei miei libri preferiti è Martin Eden di London. Io però, a differenza del protagonista del libro, vengo da una normalissima famiglia di estrazione borghese. Mia madre aveva un negozio a Milano, mio padre era un piccolo imprenditore. Per vicissitudini finanziarie e dopo la morte di mia madre, dall’essere uno che non studiava e veniva mandato all’ultima spiaggia delle scuole private e poi all’università Cattolica mi sono trovato a dovermi rimboccare le maniche, pagare l’affitto di casa e mantenere me e mio padre, sempre inseguito dal fisco e dalle banche. Ho passato momenti duri e a volte ci si doveva inventare lo stipendio. Questo per dire che non ho avuto un sviluppo lineare casa-studio-famiglia-lavoro. Una vita un po’ errabonda, in quel periodo, che mi ha portato anche a vivere a Londra. La storia del contrabbando è limitata al fatto che per arrotondare lo stipendio, commerciavo stecche di sigarette che rivendevo sottobanco. Sì, ho fatto tanti lavori. Mi sono mantenuto agli studi guidando un muletto, facendo il magazziniere e lavorando nella grande distribuzione degli ipermercati. Mi sono avvicinato al giornalismo, nel 2004, e in dieci anni ho percorso tutte le tappe fino ai massimi livelli pubblicando su innumerevoli testate nazionali, per quello che mi era concesso arrivare, visto che non ho avuto raccomandazioni, parenti nel settore e padrini politici. E non ho un bel carattere.

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Siria 2012

Cosa vuol dire oggi, fare giornalismo di guerra?
Io parlerei di giornalismo di esteri. Il giornalismo di guerra è un settore fin troppo elitario e nello stesso tempo un termine fin troppo abusato per usarlo come metro di paragone. Ho sentito gente che si definiva “inviata di guerra” senza sapere neanche che gli inviati sono quelli interni ai giornali ed è una qualifica (appunto di inviato); così come c’è gente che va embedded coi militari per poi dire di aver visto una guerra. I grandi giornalisti di esteri in Italia sono una quindicina e l’età media è molto alta. Ci sono poi le nuove generazioni, soprattutto fotografi. Un po’ scapestrati e spesso non pienamente consci del concetto di giornalismo classico. Dall’altra parte sono fuori dall’anacronismo esistenziale e mummificante dell’ordine dei giornalisti. Respirano, sudano, danno l’anima e qualcuno purtroppo anche muore, come è successo ultimamente. E’ l’eccesso della vita presa a pieni polmoni. Però sono loro il futuro.

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Cristiano Tinazzi insieme al grande inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo

Generalizzare è sempre una forzatura, ma come valuti dal tuo punto d’osservazione la qualità media dell’informazione italiana rispetto alle aree di crisi?
Bassa. Direi molto bassa. Manca anche un settimanale, un mensile di riferimento capace di dare spazio a grandi temi internazionali e ai reportage. Foto e testi di qualità. E quando c’è paga molto poco rispetto alla qualità che chiede.

Quale testata o sito web consiglieresti come maggiormente attendibili per quanto riguarda questo tipo di informazioni?
Come italiani direi Limes. Poi c’è East e Q Code. E Internazionale. Anche Pagina99 ha belle pagine di esteri. Per il resto è molta fuffa, spesso copiata da siti stranieri. Per i giornali ‘storici’ è sempre un piacere leggere Bernardo Valli su Repubblica e gli approfondimenti di Ugo Tramballi sul Sole24Ore. Poi ci sono Daniele Raineri del Foglio e Lorenzo Cremonesi del Corriere.

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Libia 2011

C’è ancora qualcuno che pensa valga la pena avere un inviato (o pagare un freelance come te) piuttosto che attingere dalla Reuters?
Tranne le pochissime testate che ancora hanno inviati, direi di no. Almeno in Italia.

Cosa ti fa più incazzare di come vengono raccontate le guerre?
La superficialità e il tuttologismo. Spesso gli inviati o anche i freelance che si recano in un contesto sanno poco o nulla del posto in cui si trovano. Passano dalle elezioni in Brasile alla Siria. Spesso c’è gente che fa interni che a un dato momento si inventa sugli esteri.

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Libia 2011

Come funziona esattamente la tua attività di freelance in zone di guerra?
Ho una formazione di studi storici e quindi mi pongo con un approccio analitico rispetto ai Paesi che devo seguire. Innanzitutto seguo solo alcune zone, come l’area nordafricana e quella mediorientale. Ritengo che si debba essere specializzati, non generalisti e questo comporta grossi studi e molto tempo perso in rete a cercare materiale affidabile. Non per niente ho scritto e scrivo spesso per testate di geopolitica. Serve anche valutare appieno quali sono i rischi andando in un determinato posto e come muoversi avendo un minimo di sicurezza. Se ci sono alert di possibili rapimenti, l’atteggiamento della polizia nei confronti della stampa etc. Il secondo step è sul posto.

Ti proponi tu a qualche testata/tv per seguire gli eventi? Ti contattano loro?
Entrambi i casi. Ho ormai una serie di referenti e di contatti sviluppati nel corso degli anni che mi permettono un ventaglio di possibilità sia sulla carta stampata che in ambito radiotelevisivo. A volte vengo contattato per committenze da altre realtà con le quali non ero precedentemente in contatto.

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Libia 2011

Con che tipo di attrezzatura “basic” ti muovi?
Io paragono sempre una partenza per lavoro a una escursione in montagna. Cosa mi serve per partire? Che tipo di indumenti? Come li trasporto, come distribuisco il peso, quanto peso massimo posso trasportare calcolando che potrei dovermi spostare con tutto il materiale. In questo caso quindi il mio consiglio è che devi provare più volte a portare tutto addosso. E ti devi allenare a farlo. Due zaini, uno da trekking di ultima generazione e uno frontale con l’attrezzatura. Anche qui come riempirlo lo decidi in base a dove vai. Ti serve giubbotto antiproiettile ed elmetto? Hai un kit medico? E soprattutto sai correttamente usare questo materiale? Altro peso supplementare. E poi doppi cavi, batterie, caricatori. Il peso varia a seconda del contesto in cui si opera. Anche qui vale la logica. Ho visto gente girare con le valigie con le rotelle o portarsi le scarpe coi tacchi. La testa serve anche a questo.

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(Scusa e buona lettura)

Concretamente, come ti organizzi per realizzare i tuoi reportage quando ti trovi sul territorio? Come ti crei i tuoi contatti in zona? Quali canali usi per raccogliere le informazioni necessarie per scrivere i tuoi pezzi?
L’organizzazione viene a monte, prima di partire, si trova un fixer, lo si incarica di pianificare e preparare interviste o sviluppare delle idee, trovare contatti. Se non hai idee è inutile che ti prendi un fixer e lo paghi 200 euro al giorno. Lo devi guidare tu. Se non sa cosa vuoi difficilmente ti porta a trovare qualcosa. Quindi anche qui: la testa. Si parte se si hanno idee da sviluppare e se c’è spazio sul mercato. Altrimenti si fanno le stesse cose che han fatto altre cento persone e difficilmente si vende qualcosa. Fare il giornalista è un lavoro, non un gioco per adulti.

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Siria 2012

Che rapporto si instaura tra giornalisti presenti in zona di guerra? Solidarietà o competizione?
Una forte solidarietà che diventa spesso amicizia. Spesso mi capita di trovare persone che ho conosciuto in altri posto in precedenza. A volte offri un passaggio, altre ti viene offerto. Situazioni dove hai bisogno della corrente elettrica o di spedire un file. Un posto per dormire. E’ una situazione molto comunitaria. Oggi poi esistono piattaforme dedicate ai giornalisti internazionali anche su Facebook dove ci si scambia informazioni, contatti, si condividono idee. La stessa funzione che aveva prima il sito Lightstalker.org. C’è un bell’ambiente, ci si scambia informazioni senza nessun problema. Ci sono sottogruppi dedicati a specifiche aree di crisi. Non ho mai avuto problemi a dare o ricevere contatti e persone sul posto, cosa che invece mi è capitata con alcuni giornalisti italiani.

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Libia 2011

Cosa consiglieresti a chi ha intenzione di intraprendere il tuo stesso percorso?
Di deviare percorso.

Insieme ad alcuni colleghi, sei stato presente all’attacco a Tripoli al compound di Gheddafi. Oltre a questa, quali sono le esperienze più forti e significative che hai vissuto durante il tuo lavoro di giornalista di guerra?
Credo Aleppo. A Tripoli ero in un contesto di caos totale. In Siria invece mi sono sentito come un topo in trappola, sotto bombardamenti aerei e d’artiglieria per giorni. Lì in diverse occasioni ho pensato che non ce l’avrei fatta a tornare.

Intervista di Davide Lombardi.

Tutte le foto sono di Cristiano Tinazzi

Depressione Finlandese

La Finlandia è considerata una delle nazioni migliori al mondo dove vivere, ma molte persone sono depresse e passano il tempo a bere. Uno dei motivi è il disordino affettivo stagionale, ma non è l’unico.

di Giordano Silvetti

Le finestre delle abitazioni, senza tende per permettere alla luce di entrare meglio all’interno, sono già illuminate dal calore giallo delle lampadine. Il colore bianco nei bulbi è vietato, perché gli esperti dicono che possa contribuire ad accrescere la depressione. Si chiama disordine affettivo stagionale (Seasonal affective disorder, SAD in inglese) che coinvolge tutto il corpo. Dal cervello che in mancanza di luce inizia a produrre più melatonina del necessario, al resto delle membra che iniziano a rilassarsi prima del solito. Bloccate a letto, nella penombra di un sole che si alzerà appena dietro l’orizzonte, le gambe e le braccia sono pesanti mentre la mente è offuscata da pensieri suicidi. Durante l’inverno sono necessarie l’assunzione di compresse di vitamina D e l’esposizione a forti fonti di luce artificiale.

Alle undici del mattino al centro per l’impiego ci sono poche persone. Una signora sulla cinquantina è seduta di fronte al computer connesso a internet con un cavo adornato da un vistoso lucchetto antiscippo, alla ricerca di un posto di lavoro. Sulle poltrone grigie, acquistate in una catena finlandese di arredamento che vende roba cinese simile a quella dell’Ikea anche se al triplo del prezzo, è seduto un uomo dall’età indefinibile, potrebbe avere dai trenta ai cinquanta anni, che immobile e con lo sguardo perso sulla parete bianca tenta si smaltire le due lattine di sidro trangugiate a colazione.

Di fronte a lui un televisore sintonizzato sul secondo canale che a quest’ora trasmette un telefilm tedesco, con l’inudibile voce monocorde che racconta gli avvenimenti in finlandese coprendo in parte l’audio originale. Sugli altri monitor a led appesi al soffitto compaiono i volti sorridenti di quelli che ce l’hanno fatta in Finlandia, dagli evidenti tratti asiatici e africani, che ora possono condividere la loro esperienza con i reietti in fila allo sportello alla ricerca di un futuro. Peccato che anche questi schermi trasmettano senza volume e che a nessuno venga in mente di puntare il naso all’insù per guardare il loop di finti e costosi sorrisi frutto di cure odontoiatriche che un disoccupato non potrà mai permettersi potendo contare solo sui cinquecento euro mensili del sussidio statale. Un dipendente a tempo pieno in Finlandia riceve uno stipendio di circa 3.000 euro al mese, appena sopra la media europea.

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La cinquantenne al computer sposta lo sguardo dallo schermo bianco che non consegna nessun risultato utile verso la finestra con i doppi vetri che dà sulla strada. Sul marciapiede un ragazza rischia di scivolare, salvata solo dalla ghiaia sparsa dall’automezzo della contea la notte precedente, mentre le auto continuano ad arrotolare ai bordi delle strade il fango residuo della nevicata di qualche giorno prima.  Il cielo rimane scuro a causa delle fitte nubi.

Tutto tace nell’ufficio e il silenzio è interrotto solo dal ticchettare delle dita dell’impiegata che sta aggiornando la scheda dell’ultimo disoccupato che si è presentato, puntuale come ogni mese, per aggiornare il centro dell’impiego sulla sua attuale condizione lavorativa. Ancora disoccupato, come l’8% della popolazione.

Anche se le statistiche potrebbero nascondere che aggiungendo ai reali disoccupati le persone che non cercano lavoro e quelle che sono fuori dai censimenti si potrebbe raggiungere quasi il 20% di non lavoratori.

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È il turno di una ragazza, Sanni, che ha appena terminato un periodo di prova non retribuito di quattro mesi al supermercato dopo il quale l’azienda ha deciso di non assumerla e avvalersi dei tuoi servigi: a differenza di molti altri paesi, come l’Italia, non è possibile rinnovare a oltranza il rapporto di schiavitù tra proprietario e dipendente. Anche se il governo ha appena allungato a dieci mesi il periodo per l’apprendistato.

La signora allo sportello continua a battere le dita sul computer, copiando gli appunti che prima aveva trascritto a mano sopra un blocco di carta. Con tutti questi alberi l’economia sulla carta è l’ultimo dei problemi del riciclaggio finlandese. Non degna nemmeno di uno sguardo la persona che, in piedi da cinque minuti, è in attesa del proprio turno. Senza alzare la testa o guardare in direzione opposta alla scrivania, l’impiegata si alza dalla sua postazione e si dirige verso il corridoio che porta alla macchinetta del caffè. È il momento della pausa per rigenerarsi e ricaricare le batterie.

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Julia ha deciso che rispetterà tutte le pause che le sono concesse. Non ha paura di non finire il lavoro giornaliero, anche perché lo straordinario, come lo intendono altri paesi, è qualcosa che da queste parti non è previsto. Julia non deve stressarsi, è questo che ha detto il medico l’ultima volta che le ha firmato il certificato. Sei settimane di riposo in cui la donna è riuscita a ritrovare se stessa dopo mesi di interminabile stress in ufficio dove era stata sopraffatta dai problemi dei disoccupati. Per lei erano stati giorni difficili. Dopo il faticoso lavoro, come tutte le mogli e mamme doveva affrontare il rientro a casa di un marito la cui unica preoccupazione era di finire la cena in tempo per guardare la partita. Hockey o calcio, non aveva importanza. Qualsiasi sport sarebbe sempre stato meglio di uno dei tanti reality trasmessi dalle reti che Julia tanto amava.

Quante volte invece Julia avrebbe voluto gridare in faccia a un disoccupato che anche la sua vita da impiegata era un inferno nonostante avesse un lavoro. Questo è proprio quello che accadde un giorno, causando un incidente con molti precedenti, che venne risolto come da prassi allontanando precauzionalmente la lavoratrice del posto del lavoro.

Durante il periodo di riposo Julia era andata al lago, uno dei tanti luoghi dell’anima che la Finlandia può offrire, anche se la gita a due passi da casa non era riuscita a tranquillizzarla. Tutto era troppo calmo e bello per essere reale.

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Quello specchio d’acqua ferma, immobile, nel quale si rifletteva un cielo ancora più sconfinato che solo a tratti si univa alle cime di migliaia d’alberi che si chiudevano intorno alla donna in un’immaginaria prigione.

L’anno scorso 430.000 finlandesi (su una popolazione di circa 5 milioni e mezzo di abitanti) sono stati diagnosticati con depressione. Anche se, secondo l’Istituto Nazionale per la salute e il benessere il numero dei depressi in Finlandia sia almeno il doppio: persone che non comprendono di avere bisogno d’aiuto, non vogliono o non possono permettersi le costose terapie.

L’uomo seduto sui divanetti grigi, Pekka, non ricorda più nemmeno perché si è recato al centro per l’impiego, del resto ne possiede già uno, anche ben remunerato come custode notturno di un magazzino. Si alza ed esce dallo stabile e solo quando è all’ultimo gradino di scale si ricorda il motivo della sua visita: comunicare l’ingresso nel mondo del lavoro di suo figlio appena rientrato dal servizio militare, così come gli avevano spiegato all’ufficio della salute.

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Quando si gira per tornare dentro, Pekka ha un piccolo giramento di testa, in parte dovuto all’alcol, in parte al sonno, e decide di puntare verso il bar dall’altra parte della strada. Attraversandola, un’automobile riesce a frenare in tempo, nonostante le difficili condizioni del manto stradale, evitando di investire l’uomo che, senza controllare ai suoi lati, stava percorrendo le strisce bianche. Del resto in Finlandia non c’è persona che guardi l’arrivo delle macchine quando attraversa la strada: è compito del guidatore fermarsi per accertare che nessun pedone stia transitando in quel momento.

Sono quasi le dodici ed è ora di un altro bicchiere. Ad accompagnare silenziosamente l’uomo ci sono tante altre persone in pausa dal lavoro e il loro pranzo è costituito da una pinta di birra alla quale, probabilmente, ne seguiranno altre. Fuori dalle vetrate opache del bar il cielo continua a diventare sempre più scuro. L’uomo beve un sorso di birra e ripete nella sua testa che tutto andrà bene, così come gli hanno insegnato fin da bambino perché in Finlandia tutto funziona, lo stato supporta gli individui, le infrastrutture sono all’avanguardia e non manca niente per realizzarsi nella vita e nel lavoro. Anche se in questo momento la situazione finanziaria finlandese rincorre la crisi che ha recentemente investito mezzo mondo.

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Non trovando nessuno con cui parlare, sono tutti già tornati a lavoro, Julia gira la testa verso il corridoio e il suo sguardo lo percorre tutto fino a raggiungere la porta a vetri trasparente dietro la quale c’è Sanni con il naso all’insù a fissare il monitor dove Rashida, che vieen dalla Somalia, sorride per essere riuscita ad arrivare in Finlandia e a trovare lavoro.

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È arrivato il turno della ragazza allo sportello. Julia le dice che durante il periodo di tirocinio ha perso il diritto al sussidio di disoccupazione, sostituito dal contributo d’assunzione, e che non c’è problema nel ripristinare la sua precedente posizione di non lavoratrice: basta recarsi all’ufficio della salute.

Sanni esce dal centro per l’impiego e corre verso la sua nuova destinazione, quasi inciampando sul marciapiede per evitare di cadere sul ghiaccio.

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Dopo aver atteso il suo turno, Sanni ascolta le istruzioni dell’impiegata che le dice di andare al centro per l’impiego per poter inoltrare la pratica. La ragazza conferma di esserci già stata ma l’impiegata non può ancora far partire la pratica prima dell’arrivo dei documenti da Helsinki. Sconsolata, Sanni s’incammina verso casa, con molta più incertezza per il futuro e non sa se dovrà aspettare i consueti dieci giorni della decisione, oppure mesi perché nel frattempo le liste d’attesa sono state ingolfate dai nuovi disoccupati. Il principale timore di Sanni, però, rimane quello di cadere di nuovo nella depressione. È preoccupata soprattutto per le persone che la circondano, molte delle quali non comprendono cosa ci sia oltre una grande tristezza, dopo l’accumulo di stress accompagnato dalla progressiva perdita della fiducia in se stessi. I ricoveri, il ricorso ai farmaci antidepressivi, cocktail di pillole che necessitano di essere dosati e mescolati di tanto in tanto perché dopo poco tempo il corpo riesce a riconoscerli ed evitarli.

Le sedute dallo psichiatra e la definita rassegnazione al fatto che per la persona depressa esistono due mondi: uno nel quale è impossibile vivere e l’altro, mantenuto dalla terapia, dove è possibile ritrovare l’individuo che si credeva perso. Anche se nel percorso che porta alla stabilità bisogna fare attenzione, c’è il rischio di fidarsi troppo del prossimo e magari, sperimentando una delle tante terapie della luce consigliate per combattere i disturbi del sonno e la depressione, si può incappare in una start-up fraudolenta che promette di rigenerare la mente con fasci di luce sprigionati nelle orecchie attraverso delle cuffiette.

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Verrebbe da chiedersi perché in un paese come la Finlandia, considerata una delle nazioni migliori al mondo, con tanto da offrire, dalla natura sconfinata alla ricchezza di risorse economiche che consentono il mantenimento di un elevato standard nei servizi, ci siano tante persone depresse, tristi, svogliate sul lavoro e nelle relazioni con gli altri. Forse è proprio il mantra che viene ripetuto a oltranza, quel “non stressatevi troppo perché tutto andrà bene”, alla base di tante, future, depressioni. Forse il problema è proprio la relativa mancanza di problemi, dalla quale scaturisce una reale difficoltà nell’affrontare le situazioni con la giusta determinazione. In un ambiente così protetto, e molto autoreferenziale, l’illusione di avere stabilità impedisce di esplorare il mondo circostante e diminuisce la volontà di proiettarsi nel futuro.

testo e foto di Giordano Silvetti

Il silenzio invisibile degli innocenti

di Davide Lombardi

Una sera di un paio d’anni fa, a margine di un convegno di studio, mi trovai a fare una chiacchierata con una dirigente regionale di una delle tre grandi confederazioni sindacali. Una cosa del tutto informale, da dopocena, quando la stanchezza, il cibo e il vino sciolgono la naturale ritrosia verso uno sconosciuto appena conosciuto. Perfino se si tratta di un giornalista. Naturalmente si parlava di lavoro (non sono tantissimi gli argomenti a disposizione con una sindacalista che non conosci). Soprattutto di quello che non c’è, e che non c’era nemmeno due anni fa. O di quello che, quando c’è, è brutto, sporco e malpagato. Insomma, quello che va per la maggiore.

A un certo punto, con finta ingenuità – confesso – le ho chiesto: “Ma senti, visto che oggi il lavoro è sempre più precario, che per i giovani un’occupazione a tempo indeterminato è praticamente un miraggio oggi e in futuro, che a pagare la crisi sono soprattutto le categorie sociali più deboli e meno tutelate, in crescita esponenziale per altro, perché il sindacato, guardando in prospettiva, non concentra tutti i suoi sforzi su di loro invece che sulle categorie tradizionali che tutto sommato tengono di fronte alla crisi?”. Mi aspettavo, sbagliando, il solito giro di giostra in sindacalese, e invece la franchezza della sua risposta mi ha spiazzato: “Perché a tenere in vita un’organizzazione come la nostra sono pensionati e lavoratori a tempo indeterminato, precari e disoccupati non ci pagano gli stipendi”.

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L’aneddoto, che cito spesso quando si parla di “crisi del sindacato”, mi è tornato in mente in questi giorni leggendo un libretto – come dimensioni ma non per sostanza – scritto da un giovanissimo sociologo italiano, Emanuele Ferragina, appena trentunenne ma docente di Politiche sociali all’Università di Oxford (all’estero, quelli bravi di solito li premiano), “La maggioranza invisibile” (BUR). L’aspetto più interessante del libro è il tentativo, non solo di fornire una chiave di lettura complessiva del disastrato periodo storico di questo Paese, ma anche di prospettare orizzonti possibili per politiche che vadano un po’ al di là di slogan degni di un coro da stadio come “L’Italia può uscire dal tunnel della crisi”. Anche perché, secondo il sociologo, al di là delle indubbie abilità nel marketing politico dell’attuale premier, nel merito delle politiche del governo, “il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici, rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia”.

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Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è rivedere innanzitutto le categorie con le quali siamo abituati a leggere la società italiana, destra/sinistra, classi tradizionali, operai/impiegati, termini del conflitto sociale. ecc. Secondo Ferragina, oggi in Italia esistono tre gruppi distinti. Due sono rappresentati politicamente e riconosciuti socialmente e uno che invece è privo, in parte o del tutto, sia di rappresentanza sindacale che politica: la maggioranza invisibile appunto. Invisibile e silente proprio perché priva di rappresentanza e dunque, di voce. Una massa che Ferragina quantifica ormai in circa 25 milioni di persone, citando dati Istat, e pure stimati al ribasso. Sono pensionati sotto i mille euro al mese, precari, disoccupati, neet, acronimo inglese che include quella fascia di persone, sopratutto giovani, che non sono istruiti né in formazione, non hanno lavoro né lo cercano più. Insomma, i milioni di “perdenti” rispetto alla grande rivoluzione neoliberista successiva alla fine del modello fordista, tra gli anni Settanta e Ottanta, e alla conclusione della guerra fredda e degli equilibri che questa aveva, nel bene e nel male, garantito.

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Antagonisti della maggioranza invisibile sono gli altri due blocchi. Il primo che Ferragina definisce “neoliberista”, è composto da quelli che un tempo avremmo chiamato semplicemente “i ricchi”, coloro i quali della crisi hanno sgradevole sentore giusto dalla lettura dei giornali. Poi ci sono i “garantiti”, quelli con posto fisso, ferie pagate, tredicesima e magari quattordicesima, che la crisi invece la sentono, ma che oltre a contenere le spese in attesa che passi la tempesta, si occupano soprattutto di difendere all’arma bianca i diritti acquisiti (per quanto indeboliti) contro tutti coloro che – intenzionalmente o meno – li minano, anche solo potenzialmente. Per esser chiari, se la torta è ridotta, non sono disposti a cedere una briciola della propria fetta in nome di una solidarietà nei confronti di una comunità nazionale che, in Italia, semplicemente non esiste (forse l’unico anello mancante dell’analisi di Ferragina). Insomma, a pagare la crisi, sono soprattutto loro, noi, la maggioranza invisibile.

“I neoliberisti – scrive Ferragina – vogliono ridurre lo stato sociale ed estendere il loro mantra a quasi tutti gli aspetti della società. Tale prospettiva ideologica, pur non essendo rappresentata pienamente da nessun partito, ha trovato terreno fertile grazie al contesto internazionale e al parziale sostegno delle principali forze di governo (di centrodestra come di centrosinistra), ma è stata frenata dalla forza dei garantiti. Questi ultimi, che hanno difeso a spada tratta le concessioni ottenute durante l’epoca fordista, sono stati capaci di ancorarsi allo status quo e farsi rappresentare da partiti e sindacati. I garantiti, tuttavia, sono un gruppo sociale in via di disgregazione: il loro numero decresce ogni giorno, mentre si ingrossano le fila della maggioranza invisibile”.

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Nulla più di un esempio concreto legato all’impero decadente a cui appartengo, quello del giornalismo, può aiutare a capire come questa configurazione delle classi sociali sia – oltre che efficacissima come sintesi – del tutto trasversale alle categorie professionali, i cui membri sono ormai solo in linea teorica assimilabili ad un blocco univoco: i giornalisti, i medici, gli operai, ecc. ecc.

Cosa volete che abbiano mai in comune un giornalista come Ferruccio De Bortoli, prossimo ad essere liquidato dal Corriere della Sera con una buonuscita da 2,5 milioni di euro, con uno dei tantissimi giornalisti precari pagati a 4 euro lordi a pezzo (anche qualora questo riempia un’intera pagina), se non la tessera dell’Ordine? La risposta è evidente anche senza aver letto Ferragina: assolutamente nulla. Anche perché, contrariamente a quanto accadeva in passato quando la giusta gavetta giornalistica, anche lunga, avrebbe comunque portato prima o poi a un’assunzione, oggi una simile prospettiva è semplicemente impensabile per un giovane che voglia dedicarsi alla professione.

Chiaro che De Bortoli e il giovane precario sono i due casi estremi: l’uno è una star (almeno economicamente) del giornalismo, l’altro un oscuro soldatino intruppato nell’anonima falange dei peones. In mezzo si trova il sempre più sparuto gruppo degli ultimi giapponesi, ipercontrattualizzati e ipergarantiti, pronti a difendere a cannonate i propri benefici in un settore industriale in caduta libera, ma nei fatti costretti a ritirarsi passo dopo passo, se non dal punto di vista salariale, almeno rispetto alla qualità delle proprie prestazioni professionali, sempre più impiegatizie.

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(Scusa e buona lettura)

Il bello è che sono ipergarantiti anche in caso di fallimento dell’impresa editoriale. Per salvare quattro gatti di una testata giornalistica con dipendenti forti di rapporti contrattuali “a norma”, si muovono sindacati, istituzioni, ordine dei giornalisti, politici, insomma il tradizionale circo delle “parti sociali” che si esibisce sui tavoli della contrattazione. E per l’enorme massa dei collaboratori senza una garanzia che sia una? Al solito, il nulla. Si dà ormai per scontato che siano da sacrificare sull’altare della flessibilità, incontrovertibile dogma neoliberista, che per altro da noi funziona benissimo soprattutto in uscita, mai in entrata.

E dunque, in definitiva, davvero possiamo pensare che De Bortoli e il nostro giovane precario (o anche un freelance come me) possano essere portatori degli stessi bisogni e interessi? Che possano avere un ordine professionale che rappresenti credibilmente problematiche e prospettive di entrambi? Un sindacato che riesca a tutelare interessi che, di fatto, sono diametralmente opposti?

E lo stesso vale, ovviamente, per tante altre professioni. Penso a mio padre, medico oggi in pensione, riuscito a vincere nei primi anni Settanta un concorso da primario anestesista a poco più di trent’anni. D’accordo, all’epoca, in un piccolo ospedale di montagna, non certo il Niguarda di Milano, ma il suo trampolino di lancio è stato quello. Possiamo immaginare un medico trentenne che oggi riesca a diventare primario, foss’anche nel più sperduto ospedale rimasto in Italia?

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Per concludere con gli esempi, ne voglio portare uno che ritengo particolarmente significativo delle storture di un welfare tutto da ripensare (non certamente in chiave neoliberista) e di una cultura della rappresentanza e della tutela dei lavoratori, non meno da rivedere.

Ho un amico ex Alitalia che, dall’accordo del 2008 tra governo e parti sociali in seguito al crac della compagnia di bandiera, percepisce una cassa integrazione mensile superiore ai 2.000 euro.

La supercassa Alitalia allora concordata era in deroga alla normativa vigente: riguardava la bellezza di 6 mila persone ed è durata 7 anni (4 di cassa in senso stretto e 3 di mobilità) rispetto ai 2 anni previsti per le casse integrazione normali. Essendo di tipo speciale non era neppure in parte coperta dalla contribuzione aziendale, ma ricadeva e ricade quasi per intero sulla fiscalità generale, cioè è stata pagata dai cittadini con le tasse. Ai dipendenti venne garantita una copertura economica per sette anni che ha riguardato in media l’80 per cento della retribuzione originaria. Pagata però dai contribuenti.

Un esempio estremo, esattamente quanto tracciare un parallelo tra De Bortoli e il povero giornalista precario, ma il punto resta sempre lo stesso: cosa volete che abbia in comune il mio amico, che ha usato la sua disoccupazione per laurearsi, contribuire all’economia familiare, andare in vacanza al mare e in montagna come fosse normalmente occupato, con un precario di oggi che a conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato e in attesa di strappare un nuovo contratto, si trova magari per mesi senza uno straccio di copertura?

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A questo punto, riprendendo Ferragina, “la domanda che sorge spontanea di fronte a questa strutturazione del campo sociale è: riuscirà la maggioranza invisibile a dispiegare la sua forza, trovando un terreno che la unifichi in opposizione a neoliberisti e garantiti? La risposta, pur se incompleta, è che il terreno comune per avviare il processo di riconoscimento esiste già. È quello della redistribuzione efficiente e della riforma in senso universale del welfare state” che per il sociologo significa, per esempio, l’introduzione del reddito minimo garantito che “potrebbe essere già implementato, seppur scegliendo una soglia minima bassa”.

Anche perché, come dimostra uno studio dell’Ocse, l’inversione di rotta rispetto a queste diseguaglianze inaccettabili (non solo eticamente, in una società evoluta) non danneggiano nel lungo periodo solo gli sfigati della maggioranza invisibile, ma rallentano la crescita. Cioè danneggiano tutti (a parte i super ricchi naturalmente, che potrebbero essere messi in difficoltà esclusivamente dall’esplosione atomica della bolla finanziaria globale). Infatti, secondo l’Ocse, “L’Italia ha perso il 6,6 per cento di Pil a causa della disuguaglianza, registrando una crescita dal 1985 al 2010 leggermente superiore all’8 per cento, mentre sarebbe potuta essere del 14,7 per cento. (…) In pratica, dice l’Ocse, se si attuano misure per ridurre le disparità di reddito, anche l’economia in generale ne gioverà parecchio”.

Tempo fa, una sera a cena fuori col mio amico ex Alitalia che sta a Roma, ho parlato di queste cose. Gli ho spiegato e lui ha capito. Gli ho raccontato che questo periodo per me, che sono un giornalista e videomaker freelance agganciato di volta in volta a lavori occasionali, è particolarmente difficile economicamente. Abbiamo chiacchierato a lungo, raccontandoci di noi e di questo tempo. Della crisi. Poi ci siamo alzati e siamo andati a pagare. Alla romana.

Davide Lombardi

Tutte le immagini di questo articolo sono di Stefania Spezzati per le Officine Tolau e si riferiscono alla manifestazione degli indignados a Roma, il 15 ottobre 2011.

Emilia psichedelica: lo zampone più grande del mondo

di Martino Pinna

Sono su un palco vicino a una gigantesca zampa di maiale finta ripiena di carne suina, tra il presidente della regione, il sindaco della città, una cantante di fama mondiale, eleganti signori con il mantello e un tizio con un microfono a forma di coccodrillo. Fotografi e video operatori riprendono freneticamente la gigantesca zampa di maiale come si fa con le star. Tutto intorno, sotto il palco, migliaia di persone sgomitano per vedere meglio e nell’aria regna uno strano odore grasso e dolciastro. Non è un sogno: è una domenica emiliana.

In questo grande luna park che è l’Emilia, ci sono due attrazioni importanti, due piazze fondamentali che rappresentano l’essenza stessa di questa terra, fatta di contraddizioni e sapori forti: il busto di Lenin a Cavriago e il maiale in bronzo di Castelnuovo Rangone. Si può dire che l’Emilia inizia e finisca in queste due piazze, in questi due monumenti apparentemente lontani tra loro eppure legati da un legame invisibile ma dall’odore molto forte.

Molti non lo sanno, molti forse non lo vorrebbero sapere, ma l’intestino del maiale può raggiungere i 25 metri di lunghezza: ed è questo il vero fil rouge che lega Lenin e la mortadella, il comunismo e la piadina, Cavriago e Castelnuovo Rangone. Per quanto moderna, industrializzata, all’avanguardia e inquinata, in Emilia le code più lunghe non sono quelle per il nuovo iPhone né quelle in autostrada, ma quelle alla festa dell’Unità per il panino con la porchetta. Si ritorna sempre lì: all’unto e succulento simbolo dell’Emilia rosso sangue, il maiale.

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Nella vecchia iconografia anticapitalista il padrone è spesso rappresentato come un maiale, ma anche altrove i suini rappresentano il potere, sono simboli dell’opulenza, del grasso, dell’eccesso. Nella “Fattoria degli animali” di George Orwell erano i maiali, gli animali considerati più intelligenti, a diventare dittatori. In “Animals” dei Pink Floyd i maiali sono i politici e i capitalisti, ed entrando a Castelnuovo Rangone una delle prime cose che noto è proprio un maiale volante, un palloncino gonfio di elio, che fa pensare al famoso maiale volante usato nei concerti dal gruppo inglese. Tutto torna: il logo della manifestazione è una mongolfiera-zampone.

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Nelle bancarelle ci sono statuine a forma di maiale, borse a forma di maiale, magliette con il maiale, e ovviamente molti prodotti fatti con carne suina, come lo “stinco Pavarotti”, chiamato così in onore del grande tenore modenese. Ma la star della giornata è il Superzampone. Ovviamente non si tratta di una vera zampa di maiale, dato che, viste le dimensioni, se fosse reale dovrebbe appartenere a un suino grande quanto un dinosauro. Il Superzampone è una rappresentazione della zampa del maiale: è un insaccato che ha la forma di una zampa e che viene riempito con un impasto di carne suina. Diciamo che è l’idea di maiale, il concetto stesso di maialosità, stilizzato, astratto, portato all’eccesso.

E qui a Castelnuovo Rangone è tradizione portare questo concetto all’eccesso ormai da 26 anni. Qui ogni anno si celebra la Festa dello Zampone più Grande del Mondo, realizzando zamponi sempre più grandi e pesanti, battendo di volta in volta ogni record. Quest’anno pesa 1038 chilogrammi, ovvero più di una tonnellata, ed è il record assoluto. Se la tendenza è quella di battere ogni anno il record, viene da chiedersi come sarà il Superzampone tra 10 anni. Nessuno può immaginarlo.

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A prepararlo sono stati i membri dell’Ordine dei Maestri Salumieri. Nella piazza principale di Castelnuovo, in attesa che il Superzampone venga tagliato e distribuito al popolo, i Maestri salumieri si aggirano come figure misteriose, che incutono riverenza e rispetto. Hanno un mantello e appesa al collo una medaglia raffigurante un suino. Prendo coraggio e rivolgo la parola a uno dei Maestri, gli chiedo quante persone prevede che possa sfamare il gigantesco zampone, e lui, sicuro di sé, mi dice circa tremila. Gli vorrei chiedere anche anche quanti maiali sono stati usati per realizzare il Superzampone, ma il Maestro è chiamato altrove, e la nostra conversazione finisce lì.

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Sul palco un presentatore molto popolare da queste parti, incita il pubblico urlando in un microfono a forma di coccodrillo, mentre il Superzampone è in una vasca metallica chiamata “zamponiera” dove ha cotto per 90 ore. Ho l’impressione che la situazione non sembri strana a nessuno del pubblico, come se l’insieme dei singoli elementi assurdi, sommati, costituisse qualcosa di perfettamente normale. Perfino il microfono a forma di coccodrillo, o l’esistenza stessa di un aggeggio che si chiama “zamponiera”, in questo contesto non meravigliano, come se si trattasse di un sogno o un’allucinazione dove la regole della realtà non hanno valore, dunque tutto è possibile e ci si abitua in fretta a qualsiasi stramberia.

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Il Superzampone viene bucato dai Maestri salumieri e i loro fedeli assistenti affinché perda il liquido, così mi spiega una giovane adepta. La gente ride svogliata alle battute del presentatore e applaude solo quando lui lo chiede esplicitamente. Lo spettacolo è obbligatorio, devono soffrire se vogliono arrivare al piatto finale, cioè l’agognata porzione di Superzampone. Non basterà per tutti, e infatti c’è già chi è in fila da ore. A mezzogiorno le autorità si affacciano dal Palazzo: le teste del pubblico si spostano sono verso l’alto, ci sono il presidente della Regione, il sindaco, un altro sindaco, il soprano Mirella Freni, cantante d’opera di fama mondiale, e altri personaggi che vengono salutati dal pubblico affamato.

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Il momento è giunto: il Superzampone da una tonnellata dev’essere spostato dalla zamponiera al palco, dove sarà eseguito il taglio ufficiale per poi essere distribuito. Un po’ preoccupato, mi rivolgo al signore che guida il mezzo adibito a questo compito e gli chiedo informazioni sui movimenti. Lui mi rassicura, dice che sa quello che fa, anche se mi sembra preoccupato dall’eventualità che una volta in alto il Superzampone si metta a ondeggiare. Difficile che prenda il volo, come il maiale volante, ma potrebbe cadere sulle persone, e questo rischierebbe di rovinare la festa.

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Di nuovo le teste delle persone sono verso l’alto: il Superzampone, imbragato con delle catene, viene sollevato di qualche metro stagliandosi magnifico sul cielo grigio di questa domenica di dicembre. Non è un mese a caso: il maiale si è sempre ucciso nei mesi freddi, si facevano ingrassare il resto dell’anno e in dicembre veniva ucciso come provvista per l’inverno, anche perché le basse temperature garantivano una buona conservazione della carne. Per questo motivo negli antichi calendari il mese di dicembre è spesso rappresentato da un uomo che squarta un maiale. Oggi il rito si ripete.

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Sul palco sale miss Superzampone 2014. Ma il taglio ufficiale, una volta che il Superzampone viene sistemato sul palco, spetta prima a un Maestro Salumiere, che ne saggia la qualità, insieme all’ospite d’onore, la cantante Mirella Freni, e successivamente al presidente della Regione e al presidente della Provincia. Eseguono il taglio insieme tra gli applausi del pubblico, le battute del microfono a forma di coccodrillo, i molti flash dei fotografi e le lamentele di parte del pubblico che non vede nulla perché il palco è coperto dai fotografi, dove però c’è un problema più importante: il grasso del Superzampone cola dal tavolo, rivoli di liquido denso e giallastro avanzano inarrestabili. Si cerca di fermarlo in tutti i modi con la carta, perfino il sindaco interviene e tenta almeno di non sporcarsi le scarpe. Mentre il Superzampone veniva spostato sembrava un missile, ora sembra una bomba pronta ad esplodere.

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A questo punto una fila lunghissima di persone aspetta l’ormai imminente momento della distribuzione del Superzampone, che sarà servito con un contorno di fagioloni (ne sono stati preparati 8 quintali) e un bicchiere di Lambrusco. I primi della fila sono soprattutto anziani, che diligentemente uno dietro l’altro scorrono di fronte alla statua in bronzo del maiale che si trova nella piazza della chiesa. Se la posizione della statua può risultare bizzarra considerate che in uno dei più noti macelli del paese c’è la statua di San Francesco. Anzi, a conferma che le barriere tra sacro e profano qua non sono mai esistite, a Castelnuovo Rangone si vantano di essere l’unico paese ad avere la statua di un maiale di fronte alla chiesa e la statua di un santo di fronte a un macello.

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Inoltre, durante le celebrazioni dello Zampone più Grande del Mondo, ci sarà spazio anche per un ricordo a John Lennon, di cui ricorre l’anniversario della morte, curiosamente l’unico dei Beatles – pare – a non essere diventato vegetariano. E sempre seguendo quel fil rouge dall’odore così caratteristico, ricordiamo che nel romanzo di Orwell il maiale protagonista pare rappresentasse Lenin. Dunque il legame tra Cavriago e Castelnuovo Rangone, inizialmente intuibile ma di incerta definizione, assume una forma sempre più sensata.

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Videoperatori e fotografi dei giornali locali hanno tutti gli obiettivi puntati sul Superzampone, che dopo essere stato tagliato e assaggiato dalle autorità inizia a essere distribuito al popolo in piatti e vassoi. Il rito è concluso. Il Superzampone era troppo pesante per volare via. Quel che rimane alla fine è la vasca dove ha cotto per 90 ore, ancora colma di quel liquido giallognolo, denso e grasso. Mi chiedo che fine farà. Penso che forse andrebbe distribuito anche quello alla folla, per essere bevuto, per cospargersi la pelle, ma anche che sarebbe bello se Miss Superzampone facesse il bagno nuda dentro la zamponiera, per la gioia dei videoperatori e fotografi dei giornali locali. Ma sarebbe chiedere troppo a questa domenica di dicembre che ci ha già dato abbastanza. Nel frattempo a Cavriago immagino Lenin nella piazza vuota. Solo, silenzioso. Chissà se l’odore del Superzampone arriva fin là.

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(Video Martino Pinna, Alessandro Violi / Foto Alice Lombardi, Martino Pinna)

Tutto quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato

“Noi qui in Italia mangiamo male”. Questa è la frase che non ti aspetti e per un attimo ti chiedi se hai capito bene. Lui, Andrea Segrè, agronomo ed economista nonché docente all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, ti dice che sì, hai capito bene e te lo dimostra con i numeri, spiegandoti che quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato e costoso.

Insomma, che mangiar male non è per niente economico e altre cose che ti fanno riflettere sulla precarietà della tua gestione domestica. Allora ti chiedi perché tra tutte le cose di cui poteva appassionarsi ha scelto proprio lo spreco di cibo e lui te lo spiega raccontandoti che tanti anni prima, dopo la caduta del muro di Berlino, era nei paesi Baltici con un progetto di cooperazione internazionale ed entrando in un supermercato ha visto che sugli scaffali c’era un solo prodotto: un solo tipo di sapone, un solo tipo di miele, un solo tipo di latte. Stupefatto – dice proprio così – torna nel mondo diciamo sviluppato ed entrando in un supermercato guarda gli scaffali e vede che ci sono 50 tipi di sapone, 50 tipi di miele e 50 tipi di latte. Si chiede perché da una parte un prodotto solo e dall’altra migliaia: “Va bene la diversificazione, ma noi abbiamo esagerato. Guardando il ripiano frigo con gli yogurt ne ho visti 32 e mi sono perso”.

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Confezione Barilla 1984

Professor Segrè, che cosa significa sprecare il cibo?
Significa gettare via alimenti che sono ancora buoni da mangiare o bere e che quindi diventano un rifiuto. Lo si fa perché magari la scadenza è ravvicinata o la confezione è danneggiata ma in realtà il contenuto è ancora buono. Noi pensiamo che il cibo sia una merce come le altre, perché possiamo sostituirlo e pagarlo poco. Non ne riconosciamo più il valore: non sappiamo a cosa ci serve e chi lo produce, cosa c’è dietro, quali sono i costi e quali i guadagni. Per questo bisogna portare l’educazione alimentare nelle scuole, riconoscendola così come una parte importante nella nostra vita. Sembra incredibile da dire ma noi, qui in Italia, mangiamo male.

In effetti sembra abbastanza incredibile. In Italia abbiamo una delle cucine più premiate al mondo e anche la famosa dieta mediterranea.
La verità è che quando facciamo la spesa il nostro carrello è sbilanciato: poca frutta e verdura e molti zuccheri. In media, secondo le nostre ricerche, questo ci costa 48 euro la settimana. Sa quanto costa lo stesso carrello fatto secondo le regole della piramide alimentare e quindi della famosissima dieta mediterranea, sulla cui qualità siamo tutti d’accordo?

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Pubblicità della Nutella presumibilmente 70, 80

Non ne ho idea, forse costa molto di più.
Anche io credevo così: si dice che la dieta mediterranea faccia bene ma nessuno ti dice che costa solo due euro in più. Lo abbiamo testato con un carrello da 50 euro nello stesso posto dove abbiamo fatto la spesa classica italiana. La differenza, quei due euro, li investiamo in salute e impatto ambientale. Il problema, qui in Italia, è che nessuno ti insegna a mangiare perché non c’è nessun interesse a farlo. Ed è sbagliatissimo. Pensi che c’è un terzo carrello, quello cosiddetto fast food, che evidentemente non è sinonimo di low cost perché ci costa 130 euro la settimana. Più del doppio.

C’è qualcuno che mangia peggio degli altri?
I poveri mangiano male e la prova è che l’obesità è un problema delle fasce di popolazione con reddito più basso. Sembra assurdo ma questo problema legato all’alimentazione non è sinonimo di ricchezza: il ricco cerca di mangiare meglio, spende di più e ha un tasso di obesità inferiore. Il povero invece magia male perché vuole spendere poco e non sa scegliere gli alimenti. In più c’è un altro fattore che deve essere considerato: si preferisce spendere soldi per uno smartphone piuttosto che in cibi sani. Una decisione che ha ripercussioni sulla salute e sull’ambiente, perché il cibo spazzatura fa male a entrambi.

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Torniamo allo spreco alimentare. Con la crisi economica vien da dire che la situazione sia migliorata. Tutti stanno più attenti a risparmiare?
Sì, un po’ è vero. Ma non è un bel segnale: dovremmo stare attenti allo spreco alimentare per la salute nostra e del pianeta, non per i soldi.

Quali sono le regole da seguire per ridurre lo spreco?
Quelle delle nonne: fare la spesa in maniera decente senza troppo accumulo, recuperare gli avanzi, usare meglio i fornelli e la cucina. Il frigorifero non è un bidone della spazzatura refrigerato dove infilare roba che poi nessuno consuma e che quindi diventa rifiuto.

Lei ha fondato Last Minute Market con il quale cerca di ridurre lo spreco di cibo coinvolgendo grande distribuzione e associazioni di volontariato in un circuito virtuoso. Qual è il vostro obiettivo?
Chiudere, è questo il nostro obiettivo. Questo significherebbe non aver più spreco su cui lavorare. Ci siamo resi conto che non risolvi il problema recuperando perché l’obiettivo è non sprecare, non mettere in condizione di riutilizzare qualcosa. Questo perché lo spreca significa costi ambientali ed economici.

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(Scusa e buona lettura)

Il nostro modello sociale ed economico è però basato sul consumismo. Difficile uscirne, che dice?
Il nostro modello economico è basato sul produrre e consumare e visto che non si riesce a consumare tutto si distrugge parte della produzione. Quello che serve è un cambiamento radicale: passare dal modello attuale, che è di crescita lineare, ad un modello di crescita circolare, che è quello della natura. Se ci pensa, noi siamo gli unici animali a distruggere il territorio che abbiamo intorno. Riflettiamo sul fatto che i nostri rifiuti sono risorse per altre specie e che il tempo permette di ripristinare le risorse.

Perché ha iniziato a occuparsi di politiche agricole, modelli di consumo e strategie contro gli sprechi?
Ho lavorato molto nella cooperazione internazionale e ho guardato in faccia lo spreco. Sono partito da lì. Ho visto gettare via le risorse e ho capito perché i paesi in via di sviluppo restano sempre in via di sviluppo. Per me era insopportabile veder sprecati tutti quei prodotti agricoli, ma nessuno diceva nulla. Io però sono un professore indipendente e così ho iniziato a parlare. E adesso sono qui e continuo a farlo.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: John Donges via photopin cc.

La biblioteca di Tidiane Diagne, l’afro-barbaricino

Diciamolo subito: non è il solito crowdfunding. E’ una di quelle storie che ci sarebbe piaciuto raccontare su Converso, ma l’ha già fatto qualcun altro benissimo, quindi ci limitiamo a riportarla brevemente e per approfondirla (merita) vi rimandiamo all’articolo di Vito Biolchini “Storia di Diagne, il senegalese che difende la poesia sarda (e che ora ha bisogno di noi)”. All’interno si trova anche il corto “La valigia di Tidiane Cuccu”.

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E’ la storia di Cheick Tidiane Diagne, senegalese, che appena arriva a Nuoro conosce tziu Cuccu (tziu in sardo è un amichevole “zio”), un signore che vendeva libri di poesia sarda in giro per l’isola con la sua Panda. Gli chiede indicazioni e tziu Antoni Cuccu decide di aiutarlo in tutti i modi.

“Quando sono arrivato a Nuoro, fuori dalla stazione, la prima persone che ho incontrato è tziu Antoni, con una valigia e dei libricini. Gli ho chiesto di indicarmi dove potevo trovare i miei connazionali, così lui mi ha preso per mano e mi ha portato nel posto in cui si trovavano i senegalesi. Si chiamava Antonio Cuccu. Da quel giorno è nata la nostra amicizia e le mia scoperta del suo incredibile lavoro”

(Cheick Tidiane Diagne)

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I due diventano molto amici, Diagne si appassiona alla cultura sarda e inizia anche lui a girare la Sardegna vendendo libri. Nel 2003 tziu Antoni muore, la sua biblioteca potrebbe andare perduta per sempre ma Diagne prende in eredità i libri di tziu cuccu, ma soprattutto la sua missione e e la sua particolare iniziativa editoriale.

Oggi chiede aiuto per poter stampare due nuovi libri, uno proprio di tziu Antonio Cuccu. Bastano 2mila euro: qui la pagina del progetto di crowdfunding.

Metafisica del cesso

di Martino Pinna

C’è una parte di mondo che non ha il bagno, non ha acqua pulita e fa la cacca all’aperto, e un’altra parte di mondo che di bagni ne ha anche due, comodi, lussuosi, accoglienti, e del cesso ne ha fatto quasi un tempio.

Non è moralismo: non voglio farvi sentire in colpa mentre siete seduti sulla tazza del cesso e pensate “c’è un bambino in Africa che non è fortunato come me”. Non è questo lo scopo. Però è un dato di fatto: nel mondo 2 miliardi e mezzo di persone non hanno accesso ai servizi igienici, soprattutto nei paesi orientali e africani.

Il dato viene dall’agenzia delle Nazioni Unite UN-Water. Circa un miliardo di persone defeca all’aperto, e di questi 600 milioni sono in India, dove la pratica è molto diffusa, nelle zone rurali povere ma non solo. Anche dove ci sono case con elettricità, famiglie che lavorano, scuole, automobili, capita che non ci siano i bagni. Questa situazione porta a malattie, colera, diarrea, varie malattie infettive, e col tempo provoca malnutrizione, danni alla crescita e alle funzioni cognitive. Inoltre, nelle nazioni dove trovare un bagno è quasi impossibile, sono frequenti gli stupri ai danni di donne che, nell’oscurità, cercano all’aperto un posto riparato dove fare i bisogni.

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Cacca all’aperto sulla spiaggia da qualche parte in India

Una situazione classica che fotografa perfettamente questi due mondi paralleli – il nostro e quello di chi non ha accesso ai servizi igienici – è quello del turista occidentale che va in India a vedere il Taj Mahal, prenota in un lussuoso albergo con stanza dotata di ampio e accogliente bagno e vista sulla grande opera, si alza all’alba pronto a immergersi in un’esperienza mistica a contatto con la Bellezza per poterla magari fotografare e poi raccontare agli amici, si affaccia alla finestra e quello che si trova di fronte è una distesa con decine e decine persone che defecano all’aperto. Sullo sfondo, magnifico, il Taj Mahal. Benvenuti in India, si dice in questi casi.

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Defecazione all’aperto sulle rive del Yamuna, alle spalle il Taj Mahal

Anche se con numeri decisamente più piccoli quello dell’assenza dei servizi igienici per qualcuno è un problema anche nelle nostre civilissime nazioni europee. Pensiamo ai campi rom, ma anche ai senza tetto, alle persone che dormono in macchina, a tutti quelli la cui vita non a caso ruota attorno al mondo delle stazioni ferroviarie e dei bagni pubblici.

Recentemente, parlando con alcuni volontari dei centri di accoglienza Caritas, è venuto fuori che è in aumento il numero di persone che si rivolgono a queste strutture per utilizzare i bagni e le docce. Nella maggior parte dei casi si tratta di senza tetto, ma sempre di più arrivano persone che una casa ce l’hanno, ma non possono utilizzare il bagno. A volte perché vivono in case che in realtà case non sono, come garage, edifici abbandonati o stanze non adibite all’abitazione. A volte perché non hanno i soldi per pagare le bollette dell’acqua o riparare servizi igienici rotti. Quindi la mattina si svegliano e vanno nelle strutture di accoglienza, dove l’utilizzo dei bagni è organizzato in turni, oppure nei bagni pubblici.

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Quello che noi diamo per scontato, cioè una stanza della casa dedicata alla pulizia del corpo e alle funzioni corporali, non è scontato per tutti, e non lo è sempre stato nemmeno in Italia. E’ solo da qualche generazione che il bagno fa parte della casa: prima il gabinetto era quasi sempre esterno, e nei palazzi spesso condiviso con gli altri inquilini. Nei primi anni del Novecento in Italia si erano diffusi anche i cosiddetti “alberghi diurni”, sostanzialmente dei bagni pubblici molto comodi, con tanto di terme e arredamento elegante, di solito costruiti all’interno o nei pressi di stazioni ferroviarie. Un bagno con doccia costava lire 3,50, la toletta completa con bidet, wc, sapone ecc., una lira. Ad esempio a Bologna era molto famoso l’Albergo diurno Colabianchi.

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Una celebre scena dei Simpson

Dagli anni ’60 in poi, complice anche il boom economico, il bagno è passato da semplice luogo di servizio a un ambiente della casa dedicato alla cura di sé, a momenti di riflessione e a momenti – per citare una parola ricorrente sulle riviste di arredamento – di “relax”. Successivamente è diventato qualcosa di sempre più importante, fino a sconfinare addirittura nell’arte e nell’esperienza trascendentale.

Forse molti non lo sanno, ma negli ultimi 30 anni gli arredi sanitari sono diventati uno dei più tipici prodotti del made in Italy. Al pari di borse, scarpe e vestiti i water e i bidet italiani sono tra le eccellenze mondiali, anche se forse vantarsene fa meno figo di vantarsi del made in Italy di Gucci o Prada.

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I tempi in cui il nonno si svegliava per primo e col giornale sotto braccio andava nel cortile battendo tutti sul tempo sembrano lontani, così come sembrano appartenere a una realtà parallela le nostre moderne, lussuose e super accoglienti “stanze da bagno”, soprattutto se confrontate alle situazioni drammatiche di alcuni paesi poveri.

Sfogliando i cataloghi delle aziende del settore non si capisce immediatamente che si sta parlando di oggetti il cui scopo principale è quello di rendere comoda e igienica l’evacuazione degli intestini. Water che hanno nomi da profumi costosi, come Veus, New light, Genesis, Eden, Casanova Royal, o “l’orinatoio Nuvola”. Un lavabo viene chiamato “Graal”, come la mitica coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo. Si parla di “un nuovo concetto di vasca da bagno” e il gabinetto non viene mai chiamato gabinetto, bagno o cesso, ma stanza da bagno, ambiente bagno o in alcuni casi spazio bagno. Fino ad arrivare a definirlo “la sala benessere”, per dare l’idea di avere una piccola Spa in casa.

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I copywriter, cioè le persone che si occupano dei testi pubblicitari e aziendali, si devono sbizzarrire per descrivere prodotti dalla connotazione molto precisa, puntando non tanto sul reale scopo e sull’utilità, ma più sulle sensazioni, e in alcuni casi addirittura sulle emozioni, che questi prodotti dovrebbero provocare. Come se l’esperienza dell’evacuazione diventasse un’esperienza mistica. Di un water non leggerete mai che è molto efficiente e ha un ottimo scarico, ma più cose di questo tipo:

Sottrarsi agli impulsi della realtà, lasciandosi trasportare dall’illusione di ogni singola fantasia. Immergersi in un luogo magico che lascia spazio all’immaginazione. Un foglio bianco sul quale scrivere la storia del proprio spazio benessere e della propria intimità, attraverso forme adeguate e un design morbido.

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Questo brano è tratto da un testo che pubblicizza una collezione di water e bidet di un noto marchio italiano. In questo caso bisogna fare i complimenti al copywriter perché è riuscito a creare un mondo dalle mille e una notte parlando di water, senza peraltro mentire.

“Luogo magico che lascia spazio all’immaginazione”: molto vero. Quanti di noi, mentre sono seduti per l’evacuazione quotidiana, si lasciano andare a pensieri e fantasie? C’è perfino chi ha idee geniali o intuizioni fondamentali seduto sul vaso. Una delle più celebri scene della serie tv americana Breaking Bad è quella in cui Hank ha un’intuizione fondamentale che cambierà drasticamente la trama della serie, e ce l’ha proprio mentre è seduto sul water.

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Hank ha un’intuizione fondamentale seduto sul water. Scena tratta da Breaking Bad

Un altro testo tratto da un catalogo di un’azienda di sanitari, parlando sempre di water, spiega che la “linea” è stata concepita…

“…come strumento sia pratico che mentale: un’ampia gamma di misure che permette l’inserimento in qualsiasi tipo d’ambiente, un linguaggio contemporaneo con un’attenzione ossessiva per le proporzioni che rendono le forme sottili e leggere: forme che appartengono alla memoria, comode, corrette, internazionali”

Anche in questo caso, chapeau.

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Un catalogo di un’azienda di arredi sanitari di design si chiama “Everyday emotions”, e anche in questo caso si cerca di unire la comunicazione di tipo emozionale alla regolarità intestinale (everyday, appunto – almeno per chi non ha problemi di stitichezza).

Nell’introduzione del catalogo – simile a una vera e propria prefazione di un libro – si legge che per l’azienda “se sfogliando questo libro, se guardando queste immagini, sentirete un’emozione, sarà un altro successo”. Seguono 150 pagine di fotografie di sanitari.

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Gabinetto d’oro a 24 carati, di Lam Sai-wing, Hong Kong

Per ovvi motivi quello degli arredi sanitari è un campo pubblicitario dove, così come non viene mai descritta o esaltata la reale funzione dei prodotti, raramente viene mostrato il prodotto mentre viene utilizzato.

Non si vedono mai pubblicità dove una persona è seduta sul water, conclude quello che stava facendo, tira soddisfatto lo sciacquone per poi rivolgersi all’obiettivo della telecamera e manifestare la soddisfazione per l’esperienza appena vissuta. Di solito le immagini sono più evocative, in alcuni casi perfino poetiche. Se ci fate caso non si vede mai neanche la carta igienica. I bagni dei cataloghi e delle pubblicità sono tutti sprovvisti di carta igienica. Gli asciugamani sì, le saponette sempre, ma la carta igienica mai e poi mai.

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Rendering 3d di uno “spazio bagno”. Niente carta igienica

Normalmente nelle foto pubblicitarie i bagni sono vuoti, senza gli utilizzatori, per i motivi già spiegati. Ma in alcuni casi pubblicitari e fotografi si lasciano andare al loro spirito creativo e mostrano donne che in bagno fanno di tutto: soffiano la schiuma, giocano con l’acqua della vasca, si specchiano, sorridono, innaffiano le piante, a volte si truccano, a volte si struccano, si fanno selfie e in alcuni casi perfino piastrellano. Insomma di tutto tranne Quella Cosa, la cosa innominabile, cioè la cacca.

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Donna che piastrella un bagno

Negli ultimi anni poi l’evoluzione dei sanitari ha portato l’attenzione italiana alla bellezza e al design a unirsi con la tecnologia e l’incredibile cura per i dettagli dei paesi orientali, in particolare del Giappone. Quindi water ormai simili ad astronavi, con bidet inclusi, getto d’acqua regolabile, tavoletta riscaldabile, ma anche l’otohime, cioè un congegno che riproduce un suono con lo scopo di coprire quello delle funzioni corporali. In precedenza le persone imbarazzate all’idea che gli altri potessero sentire certi rumori tiravano lo sciacquone più volte, cosa che accade ancora oggi in molti uffici italiani, con un notevole spreco d’acqua. Invece i giapponesi hanno risolto così:

I paesi più ricchi ovviamente hanno sviluppato anche tutta una serie di nevrosi e perfino fobie legate alle evacuazioni: stitichezza, diarrea nervosa, colon irritabile. Sappiate che esiste anche la Comunità Italiana Paruretici che riunisce le persone che soffrono della sindrome della vescica timida, definita come “una condizione di ansia che il soggetto affettone prova quando tenta di urinare in presenza di altre persone o su mezzi di trasporto”. Online si trovano addirittura guide che spiegano in maniera dettagliata come fare la cacca e forum dove si discute dell’argomento.

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Secondo Google Trend, lo strumento che misure le tendenze nelle ricerche di Google, la ricerca “come fare la cacca” è in aumento dal 2008 a oggi, con un inspiegabile picco nell’agosto 2014, quando questa ricerca ha superato di molto “come fare la pizza”. Pizza contro water. E ha vinto il water. Una data storica per il made in Italy.

Martino Pinna

(Immagine di copertina da Flickr / 1stbase)

Le lunghe notti di Kampala

La vita notturna di Kampala, capitale dell’Uganda, negli scatti del fotoreporter Michele Sibiloni. Tra gente che si diverte, che balla, si ubriaca, ma anche che lavora, in una delle più belle e povere nazioni africane.

Testo Martino Pinna, Foto Michele Sibiloni

Ancora oggi, nella maggior parte dei casi, gli europei vedono l’Africa come un unico blocco tutto uguale, e non come un enorme e complesso continente quasi impossibile da descrivere. Quel che si può fare è tentare di raccontarne un pezzo per volta, ammettendo che molti di noi non saprebbero indicare sulla cartina nemmeno la metà dei 54 stati che compongono il continente africano. Ad esempio sapreste dire con esattezza dove si trova l’Uganda?

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Michele Sibiloni è un fotogiornalista che si trova in Uganda da 4 anni. Negli ultimi tempi sta documentando la vita notturna della capitale, Kampala, “un buon posto dove vivere se lavori in questa regione: è più piccola di Nairobi e anche più sicura, anche se la delinquenza sta aumentando”.

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Le sue foto delle notti di Kampala fanno venire in mente le parole che il grande giornalista polacco Ryszard Kapuściński scrisse a proposito del continente africano: “Una zona del mondo percorsa da una inquieta, violenta carica di elettricità”. Così sembra Kampala negli scatti di Sibiloni.

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Ma cosa fa la gente la notte a Kampala? “Di notte la gente fa quello che non può fare di giorno: trasgredisce, beve balla, si diverte. Allo stesso tempo c’è chi lavora e chi si guadagna da vivere come succede in tutte le grandi città”.

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Negli anni ’70, l’Uganda divenne nota al mondo per essere stata teatro di quello che ancora oggi è considerato il più famoso raid antiterrorismo della storia, la liberazione da parte delle forze speciali israeliane degli oltre cento ostaggi di un volo Air France dirottato sull’aeroporto di Entebbe, 35 km a sudovest di Kampala, e  per le famigerate imprese di uno dei più folli e sanguinari dittatori della storia africana, Idi Amin Dada. Colui che si autoproclamò Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell’Impero britannico, in Africa in Generale e in Uganda in Particolare. Questi sono solo alcuni dei titoli.

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L’eccentrico e spietato dittatore era un appassionato di cartoni Disney, sosteneva di controllare i coccodrilli col pensiero, si ricopriva la giacca militare di medaglie e titoli che si conferiva da solo, tra i quali Re di Scozia, e fece uccidere un numero imprecisato di persone. Un’Uganda folle, naif e sanguinaria, oggi ricordata solo per fare paragoni con l’attuale presidente del paese, Museveni, al potere da 25 anni.

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“Il presidente Museveni è uno dei presidenti africani più influenti” spiega Sibiloni. “L’Uganda è lo stato che fornisce il maggior numero di soldati nella missione Amison, sopratutto in Somalia per combattere al Shabaab, e anche per questo è in buoni rapporti con gli Stati Uniti. C’è stata qualche tensione riguardo la legge contro gli omosessuali che il parlamento Ugandese ha approvato e poi successivamente abolito/modificato. Ma la gente in Uganda è gentile, pacifica con voglia di divertirsi. La religione è molto forte ed influente, in in modo particolare i Cristiani evangelici e protestanti. Consiglio al riguardo il documentario God loves Uganda“.

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L’Uganda oggi ha 34 milioni di abitanti, si parla inglese e swahili, e nonostante alcuni progressi ha sempre alti tassi di mortalità infantile soprattutto nelle zone rurali, colpite da diarrea, malnutrizione e Aids. A proposito del costante incubo Aids Sibiloni racconta: “L’Hiv è una paura presente: la prevenzione è tanta e i preservativi sono facili da reperire, ma in alcuni casi hanno un costo, nonostante si possano anche trovare gratis. Quindi in un paese povero spesso anche la mancanza di denaro può portare a non utilizzare il preservativo. Questo nelle città. Nei villaggi l’atteggiamento è un po’ diverso: più povertà, più ignoranza e quindi meno attenzione”.

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Su Aljazeera c’è un bel reportage di Sibiloni sul consumo di droga a Kampala tra le fasce più povere della popolazione: eroina, cocaina, crack, colla, farmaci, tutto quello che si riesce a trovare e soprattutto che costa poco. Perché le notti in Uganda sono lunghe, ma le giornate – per alcuni – lo sono ancora di più.

Martino Pinna

(foto di Michele Sibiloni)

120 giorni su un’isola lontanissima

di Anna Ferri

Little Island – piccola isola – è un fazzoletto di terra di 500 metri quadrati nell’arcipelago Vesteralen, in Norvegia, subito sopra il circolo polare artico. Un posto lontanissimo per tanti motivi: il primo e più importante è che per arrivarci bisogna prendere un aereo fino a Oslo, poi prendere un volo interno di mattina presto per arrivare al nord e da lì salire su un pullman per un viaggio di quattro ore nelle lande desolate e infine, arrivati in un porticciolo, prendere una barca con un motore molto potente per affrontare le onde del mare e saltare per venti minuti finché non si arriva a Little Island.

Il secondo motivo è che si devono avere ragioni molto valide per andarci, perché in quella piccola isola ci sono solo un faro e una casetta e per raggiungerla si devono fare 300 gradini a piedi. Su quell’isola vive Elena, signora norvegese con un passato da giornalista nelle zone di guerra, come la Palestina, e da osservatrice Onu. Un giorno decide che quella non poteva più essere la sua vita e acquista casa, faro e un pezzettino di terra su quell’isola deserta sfidando molti pregiudizi: Elena è del sud della Norvegia e invece l’isola è al nord, dove ci sono soprattutto pescatori uomini che non vedono di buon occhio l’idea che una donna sola gestisca quel bellissimo posto.

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L’isola è un microcosmo autonomo: ci sono i pannelli solari per l’energia e un generatore diesel per quando il sole non batte – praticamente metà anno – e un pozzo per l’acqua che però va sempre bollita prima di essere bevuta. La doccia calda si fa solo due volte la settimana e per risparmiare acqua ci sono (anche) i bagni esterni con la segatura. Vicino alla casa c’è un bellissimo orto che si riesce a coltivare grazie al microclima dell’isola e per le altre cose bisogna scendere 300 scalini, prendere la barca, saltare per 20 minuti, andare sulla terraferma, raggiungere il paese più vicino, fare la spesa e ripetere il percorso al contrario considerando che a questo punto i 300 scalini si dovranno fare con dei pesi in mano.

Un giorno qualsiasi di aprile, a circa 3mila chilometri di distanza dalla piccola isola, Francesca Zanetti, trentenne italiana con un piccolo studio di comunicazione ed editoria, decide che è arrivato il momento di cambiare aria per un po’ e inizia a guardare workaway.info un sito che mette in contatto domanda e offerta di lavori volontari nel mondo, quelli in poche parole dove si mettono a disposizione le proprie competenze in cambio di vitto e alloggio per un periodo di tempo. Trova un annuncio di Elena, che cerca tra le altre cose anche qualcuno che si occupi della cucina. Francesca manda subito una mail ma la risposta non è positiva: il posto è già assegnato.

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La cosa sembra finita lì quando a giugno arriva un messaggio di Elena che dice che il posto si è liberato e se vuole può partire subito. Dopo tre giorni Francesca ha il biglietto in tasca e parte alla volta dell’isola, dove si fermerà quattro mesi: “Appena arrivata vedo la casa che spunta sopra i 300 gradini e capisco che lì ogni cosa ha un valore diverso, perché te la devi conquistare”. Sull’isola ci sono quattro volontari e il clima è accogliente: per il compleanno di Romi, una ragazza olandese, le hanno costruito un’amaca sospesa a sette metri di altezza e fatta con il materiale trovato sulla spiaggia: resti di reti da pesca, legno, galleggianti. “Era spaventosa e bellissima, ci salivamo uno alla volta per paura di cadere. Romi si era commossa perché sapeva che era costata tanta fatica. Abbiamo iniziato a suonare e anche se era mezzanotte il cielo era viola e la sensazione era di stare in un posto magico dove persone diverse e lontanissime cercavano un senso nel mondo”.

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La vita sull’isola non è facile: la giornata è costruita sul rendere possibile operazioni che tutti consideriamo scontate, come bere acqua pulita, lavarsi, cucinare, portare via la spazzatura, fare la spesa. La maggior parte del cibo viene per forza fatto sul posto, a mano: il pane si prepara con la pasta madre che ha anche un nome: Ragnar. Per le verdure c’è l’orto che però va coltivato, lì ci sono anche la frutta – fragole in particolare – e le erbe per le tisane. Il rabarbaro viene trasformato in marmellata. Anche il mare dà il suo contributo: ogni giorno si raccolgono lumachine e si pescano merluzzi. La sera si sistemano le trappole con delle teste di pesce marcio e la mattina si raccolgono decine di granchi, che però vanno poi puliti “anche se piove a dirotto e per farlo ci vogliono magari due ore”, spiega Francesca, “il pesce si pulisce su un banchetto di legno al molo e i resti che non sono in nessun modo utilizzabili si lanciano ai gabbiani, che li afferrano al volo”.

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A luglio e agosto i volontari sono anche dodici contemporaneamente: Elena mette anche annunci per dei lavori di fatica perché deve costruire una scala di roccia che dalla casa porta ai bagni esterni (quelli senza acqua ma con solo la segatura) e arrivano un gruppo di uomini che passano le giornate a spostare massi da venti chili. “Una volta ero in cucina e ho sbuffato perché non ne avevo voglia ma Romi mi ha fermata subito e mi ha detto hey, sei tu che decidi quanto stressarti in una cosa e secondo me dovremmo decidere che in questa cucina non c’è stress. La cosa ha funzionato. Vivere sull’isola è stata una piccola palestra: ho iniziato a credere in me stessa perché vedevo che il mio impegno e la mia passione erano apprezzati. Da Elena ho imparato a non mollare mai, che abbiamo infinite possibilità e bisogna solo imparare a metterle a fuoco. E che non è mai troppo tardi”.

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“Quando sei su un’isola e vedi arrivare una barca è un’emozione molto bella, quasi primitiva”. A volte Francesca stendeva una coperta sul prato e si metteva a scrutare l’orizzonte aspettando un segnale. Un giorno è arrivato un piccolo veliero di legno e sono tutti corsi giù per i trecento gradini per andare ad accogliere i viaggiatori. Qualcuno si fermava per il pranzo o la sera, altri visitavano l’isola e se ne andavano. In quel fazzoletto di natura incontaminata si potevano incontrare lontre, visoni e foche. Nel cielo erano le aquile a farla da padrone, insieme ai gabbiani. Guardando il mare era più facile vedere passare un’orca piuttosto che una nave. Chiediamo a Francesca se è vero che per cambiare si deve andare lontanissimo. Lei sorride e ci dice che “tutto quello che vuoi lasciare te lo porti dietro, però la distanza aiuta a cambiare prospettiva”. In un posto come quello ci arrivi solo se vuoi arrivarci e per farlo devi avere buoni motivi: “Elena diceva che tutti arrivavano in cerca di qualcosa, come se l’isola fosse un catalizzatore di persone che stavano affrontando un cambiamento nella vita. La sensazione è che quel posto fosse già dentro di te, prima ancora di metterci piede”. E tornare a casa? “Sono partita quando ho capito che era il momento di farlo. L’isola mi manca. Qui ho trovato lavoro in un ristorante e sono molto felice. Se non avessi fatto questo viaggio non avrei fatto chiarezza dentro di me su quello che voglio dal futuro e non avrei capito quanta passione ho per la cucina. Per scoprire le mie radici, da modenese e rezdora (donna emiliana che storicamente gestisce la casa e si occupa con amore della cucina), sono dovuta andare dall’altra parte del mondo”. Su un’isola lontanissima.

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Foto di Francesca Zanetti

Il fachiro della porta accanto

di Davide Lombardi

Il paragone più semplice che gli viene in mente per aiutarmi a capire il demone che lo abita è quello col dottor Jekyll e Mr Hyde. “L’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due”. E’ nella nostra natura e punto, non ci sono grandi spiegazioni. E’ così che Riccardo, timido, impacciato, faccia da bravo ragazzo della porta accanto e una dolcezza disarmante mentre racconta di sé e del suo “lato oscuro”, si trasforma in Abraxas, il fachiro che durante gli spettacoli si infila la punta di un trapano acceso nel naso, si appende al soffitto con dei ganci da macellaio conficcati nella schiena o nelle ginocchia, spegne una fiamma ossidrica infilandosela in bocca.

Un nome d’arte, Abraxas, non proprio qualsiasi: per gli gnostici, un dio che incarna insieme il pensiero del bene e del male, per i cristiani uno dei tanti nomi del demonio dopo che i Basilidiani, eretici attivi almeno fino al IV secolo d.C., identificarono in lui il dio supremo. “Non so perché ho scelto di chiamarmi così – assicura – probabilmente è Abraxas che ha deciso per me”. Ma il lato misterico di certe esperimenti estremi, per lui finisce qui, quasi che Riccardo-Yin si rifiuti di scandagliare nel profondo i segreti di Abraxas-Yang: “quel che faccio è solo uno show – assicura – nient’altro che uno spettacolo per il pubblico, anche se non ci sono trucchi e tutto quello che propongo è possibile grazie a conoscenze minime di fisica e anatomia che ho appreso da autodidatta leggendo in Internet articoli sulle varie pratiche dei fachiri”.

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I suoi riferimenti non sono le Danza sacra del sole degli indiani d’America (ricordate uno dei più famosi film western di tutti i tempi, “L’uomo chiamato Cavallo”?) o le pratiche ascetiche dei dervisci e dei fachiri indù, ma i Freak Show, gli spettacoli in cui venivano esibite ogni genere di bizzarie biologiche – fenomeni da baraccone come donne barbute, nani, gemelli siamesi, persone affette da malattie deturpanti come the elephant man – in voga soprattutto negli Stati Uniti a cavallo tra Ottocento e Novecento e celebrati dal capolavoro del 1932 “Freaks” di Tod Browning.

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“Da bambino, a Spilamberto, cittadina della provincia modenese, abitavo proprio sopra il piazzale destinato ai circhi che arrivavano in città. I miei mi ci portavano sempre, fin da piccolissimo. A parte forse i clown, non c’era qualcosa in particolare, ma mi affascinava proprio tutto l’insieme: l’odore, le luci, i colori. Un sogno. Tutto è nato da lì. Poi ho scoperto i Sideshow, le esibizioni ai margini dei circhi che, in origine, consistevano in acrobazie o imprese assurdamente pericolose, o dolorose, per impressionare il pubblico. Ho sempre avuto fascinazione per il bizzarro e l’inusuale. Non c’è spiegazione, mi piace e basta. Se sono autolesionista? No, per niente. Mi piace sfidarmi non perché goda nel provare dolore, ma per vedere fino a che punto posso resistere, per misurare i miei limiti. Su un letto di chiodi o appeso a un soffitto. Non mi creo lesioni permanenti, anche se qualche cicatrice sulla lingua a causa dei miei esperimenti con la fiamma ossidrica o sul petto e la schiena per il body suspension, ce l’ho. Ma niente di che. Avrei voluto nascere da una famiglia circense, anche se della mia non mi posso proprio lamentare. I miei non vengono a vedere le mie esibizioni. Però tutte le attrezzature che uso – il letto a otto chiodi da una ventina di centimetri, o quello da 400 (più corti) o il cannone per spararmi una patata nel ventre – le ha realizzate quasi tutte mio padre”.

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I primi tentativi di Riccardo, che oggi ha ventisette anni, sono di cinque anni fa, nel 2009: “E’ stato allora che ho fatto la mia prima sospensione di prova. Mi sono appeso al soffitto per qualche minuto. In realtà si prova un po’ di dolore quando il tuo assistente, nel mio caso un amico esperto di piercing, ti infila sotto la pelle i ganci da 3 o 4 millimetri, a seconda della quantità che aghi che uno si infila per appendersi. Generalmente uso due aghi nelle scapole o uno più grosso in mezzo alla schiena. Una volta che sono appeso, dolore non ne sento. Nemmeno dondolando. Si impara a conoscere questa sensazione forte, traumatica per il corpo, controllando la sofferenza, ad esempio attraverso la respirazione. Posso stare appeso pochi minuti o anche per mezz’ora. Cosa penso mentre sono appeso? Boh, niente, agli affari miei. Sono serenissimo, mi diverto perché si diverte il pubblico. A volte chiacchiero con chi mi sta vicino. Non provo sensazioni mistiche, è uno spettacolo e basta. So che non per tutti è così. La body suspension è una pratica mistica per qualcuno, per altri una forma di body art. C’è chi, quando è su, vive di tutto, ha delle visioni. Ho un’amica che dice di aver avuto un orgasmo durante una sospensione. Se vogliamo, l’unica alterazione che percepisco chiaramente è la temperatura: non sento né caldo né freddo. E’ talmente tanta l’adrenalina in circolo che il corpo non sente niente a parte quello che sto facendo in quel momento”.

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Dopo le prime sperimentazioni fatte in casa arriva anche, quasi subito, il primo spettacolo a un congresso di prestigiatori, accompagnato da quello che Riccardo chiama ‘l’imbonitore’, il partner che come nei Sideshow di un tempo chiama a raccolta il pubblico intorno all’attrazione. In quel caso, una sospensione e una performance di Bile Beerman, un tubo di 75 centimetri infilato dal naso nello stomaco. “Roba inventata negli anni ’90 – spiega – l’imbonitore versa nel tubo della birra che arriva allo stomaco e poi la risucchia di nuovo. Poi cerca qualche volontario tra il pubblico che voglia gustarsi la birra arricchita dai miei succhi gastrici. Se abbiamo trovato qualcuno che volesse provarla? Sì, di volontari ce n’erano, ma non gliel’abbiamo data da bere”. Oggi Riccardo fa ancora un lavoro normale, il magazziniere, ma il suo sogno è quello di vivere della sua arte di fachiro: “In realtà nei vari spettacoli in giro per locali, feste di paese, discoteche, guadagno abbastanza bene ma non ancora a sufficienza. Il mio sogno comunque è lavorare in un circo, adesso ho un contatto importante. Vediamo se va tutto come voglio”.

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Nell’attesa, Riccardo cerca di arricchire sempre di più la varietà della propria proposta. Attualmente la sua offerta comprende il cosiddetto blockhead, infilarsi oggetti appuntiti come chiodi o la punta del trapano nel naso (“le prime volte, per imparare sfruttando l’anatomia del corpo umano in quel punto, ho usato dei cotton fioc”), la body suspension, spegnere una fiamma ossidrica con la lingua, far scattare una tagliola sulla mano e una trappola per topi sulla lingua, gettarsi addosso un secchio di azoto liquido (versato sulla testa col pericolo di ustioni immediate a causa della temperatura, meno 195°). Questo il pacchetto attuale. “Per il futuro, mi propongo di imparare a appoggiare una mano sul metallo rovente”. Tutta roba, insiste, che non richiede trucchi, ma solo la conoscenza di leggi fisiche. Nel caso dell’azoto liquido ad esempio, cita l’effetto Leidenfrost, il fenomeno per il quale quando un liquido entra in contatto con una massa con una temperatura significativamente più alta, produce un vapore isolante. Il che evita le ustioni di cui sopra. Anche se a Riccardo, durante un tentativo, si è congelata la maglietta e toglierla poi è stato un problema.

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“ Tutto quello che faccio – dice – l’ho visto fare prima da altri. E se lo fa uno che non ha superpoteri lo posso fare anch’io, questo è il mio approccio. Però mi piacerebbe un giorno inventare qualcosa di solo mio. Oppure, al limite, anche entrare nel Guinness dei primati, che so, col maggior numero di trappole per topi fatte scattare sulla lingua in un minuto, record esistenti che mi piacerebbe sfidare. Nella mia attività non mi ispiro ad artisti, penso a Marina Abramovic per la body art, ma a fenomeni da baraccone. Con Erik Sprague, conosciuto come l’uomo lucertola per la sua passione per i tatuaggi e la body modification, ci ho lavorato insieme per quattro giorni. È fantastico. È un nerd che ti sorprende per la semplicità e la disponibilità. La sua è stata indubbiamente una scelta molto forte. Io ero affascinato da lui, non schifato, nonostante la sua trasformazione totale. Che ci posso fare? I fenomeni da baraccone mi piacciono, non so perché. Mi piace proporre queste forme di spettacolo perché piace guardarle a me per primo. Prendi un canale come Real Time. 24 ore su 24 dove vengono proposte malattie imbarazzanti, amore tra nani, mostri vari, ossessioni di ogni genere. Roba da freak. La gente, quasi tutta, è incuriosita da queste cose. Magari si copre gli occhi ma sbircia tra le dita”.

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“Se mi sento anch’io un fenomeno da circo anch’io? No, non direi, non penso di voler superare un certo limite e lasciare che Riccardo diventi in tutto e per tutto Abraxas. Anche se ne sono parecchio affascinato da questo continuo confronto coi miei limiti. Di tatuaggi ne ho parecchi e mi piacerebbe farmeli anche sulla faccia, ma capisco che dopo potrebbero essere un problema, per trovare un lavoro “normale” nel caso ne avessi bisogno. Forse se non avessi la mia ragazza, i miei genitori, insomma le persone che mi sono più vicine, mi lascerei andare e sperimenterei ancora di più. Andrei oltre. Ma per ora mi fermo a quello che faccio. In futuro, non so”.

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Anche il corpo di Riccardo, oggetto delle sue sperimentazioni, ha però il suo tallone d’Achille. Anzi due: il collo e l’incavo delle braccia. Quelli non si toccano. “E’ una specie di fobia – spiega – ho grossi problemi a farmi tatuaggi sul collo o prelievi di sangue dalle braccia. Per superare i blocchi rispetto a queste zone intoccabili, mi sono fatto aiutare da un counselor, un professionista nella relazione d’aiuto. Infine ho capito che avevo bisogno di forzarmi per superare questi limiti. Così ho provato a prelevarmi del sangue da solo, farlo colare in un bicchiere e poi berlo. Quindi ho spaccato il bicchiere e mangiato il vetro. Quest’ultima è stata la parte più facile. Nessun problema”.

Davide Lombardi

Foto di Maura Corvace