Salviamo le foche degli altri, ma abbiamo fatto estinguere le nostre

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80.

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80. Cioè più o meno nello stesso periodo in cui Greenpeace portava avanti la campagna contro la caccia alle foche nelle acque canadesi, finendo per rovinare l’economia degli inuit. Nel frattempo la foca monaca, quella che abitava i nostri mari, è scomparsa nel silenzio generale. Com’è successo? Facciamo un passo indietro.

Le foche degli altri

Per gli inuit, quelli che da bambini chiamavano eschimesi, la tradizionale caccia alla foca ha sempre rappresentato una fonte di sostentamento ma anche un momento importante di vita comunitaria. Da quando in Groenlandia e Canada sono apparse le popolazioni non autoctone, che venivano dal sud, la foca è diventata un elemento di scambio all’interno di una economia di mercato. Questo significa che gli inuit hanno continuato a praticare la caccia per mangiare la carne e per realizzare indumenti con le pelli, ma anche per vendere i prodotti ricavandone il denaro necessario per vivere e continuare a cacciare. Tutto bene, a parte per le foche, ma diciamo che c’era un certo equilibrio.

Nel 1977 però appare questa foto:

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Brigitte Bardot con un cucciolo di foca, 1977

Ora, tra la bellezza indiscutibile di Brigitte Bardot e gli occhioni del cucciolo di foca (e sottolineiamo cucciolo, poi vedremo perché è importante) restare freddi è praticamente impossibile: viene voglia di sposare Brigitte e adottare la piccola e adorabile foca e vivere per sempre felici dentro un igloo.

L’attrice francese, da sempre attivista animalista, in quel periodo diventa testimonial di una grossa campagna di Greenpeace contro la caccia alla foca. Si tratta, assieme a quella contro la caccia delle balene, della più grande campagna nella storia dell’organizzazione ambientalista.

Una campagna motivata: in Canada la caccia commerciale non aveva limiti, venivano uccisi soprattutto i cuccioli per la loro candida pelliccia, oltretutto con metodi che il resto del mondo considera crudeli. Cioè, nella maggior parte dei casi, colpendoli alla testa con un bastone per poi scorticarli ancora vivi. Una situazione totalmente diversa dalla tradizionale caccia degli inuit. Tanto che all’inizio anche loro appoggiano la campagna di Greenpeace.

Ma le cose fatte con buone intenzioni a volte possono rivelarsi peggio delle cose fatte con cattive intenzioni.

Ecco cosa succede: la campagna di Greenpeace, dall’enorme eco mediatica, soprattutto in Europa, porta la Comunità europea, nel 1983, a una direttiva che vieta l’importazione di prodotti derivanti da cuccioli di foca cacciati con metodi non tradizionali. E’ scritto espressamente che la direttiva “si applica soltanto ai prodotti che non provengono dalla caccia tradizionale praticata dalle popolazioni Inuit”, una precisazione in realtà inutile dato che, tradizionalmente, gli inuit non cacciano i cuccioli.

La direttiva vuole andare a colpire economicamente la caccia alle foche praticata dai canadesi, ma a rimetterci sono anche gli inuit, perché per tutto il mondo l’equazione è molto semplice: nessuna caccia alla foca va bene.

La distinzione tra i cuccioli di foca e le foche adulte, e quella tra la caccia commerciale canadese e la caccia di sostentamento inuit, sparisce completamente: diventa una campagna mondiale contro tutti i cacciatori di foca, con conseguenze disastrose per l’economia e la vita sociale degli inuit. Le alternative per la popolazione locale non sono molte, e col tempo si diffondono fenomeni mai visti prima: povertà, suicidi, alcolismo.

“I nostri giovani hanno iniziato a suicidarsi negli anni ’70 perché non potevano più nutrire le loro famiglie”. Parole di Rosemarie Kuptana, ex presidente del Consiglio circumpolare Inuit, organizzazione che rappresenta gli inuit.

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Cacciatori di foche canadesi

Va precisato che le foche cacciate dai canadesi – Harp seal (Pagophilus groenlandicus) o Grey seal (Halichoerus grypus) – non sono in via di estinzione. Anzi, nella lista rossa dell’IUCN, dove sono monitorate le specie a rischio di estinzione, quelle specie di foca sono considerate a rischio minimo (LC / Least Concern). Solo quella chiamata Hooded seal (Cystophora cristata) è segnalata come “vulnerabile”. Rivedremo più avanti la stessa lista, per altri motivi.

Nel 2009 la direttiva europea viene modificata: si vieta l’importazione di prodotti derivati sia da cuccioli sia da adulti di foca, ma si fa eccezione per gli inuit. Nel Regolamento 1007/2009 del Parlamento europeo si precisa che “è opportuno che non siano lesi gli interessi economici e sociali fondamentali delle comunità Inuit che praticano la caccia alle foche a fini di sostentamento”.

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Anche in questo caso le intenzioni sono buone (per quanto in ritardo) ma il risultato è del tutto inutile. Il Canada continua a cacciare le foche, ogni anno viene stabilito un numero, anche se spesso ne vengono cacciate meno semplicemente perché la domanda del mercato è minore. Nel frattempo gli inuit sono ormai una comunità depressa. Sempre più suicidi, disoccupazione, abuso di alcol e droghe, giovani che migrano altrove e decenni di studi per sociologi e antropologi culturali.

Solo quest’anno Greenpeace, a decenni di distanza, rendendosi conto dell’involontario ma enorme danno causato dalla sua campagna, si scusa con gli inuit, precisando che le intenzioni erano buone e i danni arrecati alla comunità locali non erano intenzionali. Tra gli inuit e l’organizzazione ambientalista ora, dopo qualche perplessità da parte degli indigeni, sembra sia scoppiata la pace, tanto che attualmente sono uniti contro le trivellazioni petrolifere nel mare artico. Un’alleanza strana, considerando il passato, tanto che il quotidiano canadese The Globe and Mail li ha definiti “strani compagni di letto”. I maligni pensano che le scuse di Greenpeace siano arrivate giusto in tempo per avere gli inuit come alleati nella nuova campagna mediatica, ma lasciamo i maligni ai loro oscuri pensieri.

Le nostre foche

L’aspetto davvero paradossale della vicenda, è che in Europa – Italia compresa – non si dormiva la notte al pensiero delle foche uccise a 4mila chilometri di distanza, ma nel frattempo nei nostri mari, praticamente sotto casa, c’erano altre foche che lentamente si estinguevano a causa nostra. Uccise dall’uomo. Prima dalla pesca e poi dal turismo. Senza giustificazioni di tipo economico, commerciale o culturale.

Vediamo un’altra foto, del tutto differente dalla precedente:

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Tavolara 1953 – Foca monaca deceduta, dopo essere stata tenuta in cattività per essere venduta ad uno zoo estero

Come potete notare qua non c’è Brigitte Bardot. In realtà ci troviamo molto lontani dai freddi mari artici. Quelli ritratti nella foto sono dei pescatori sardi con un esemplare di Monachus monachus, ovvero di foca monaca mediterranea. Si chiama così perché il manto degli esemplari maschi adulti ricorda il saio di un monaco, in inglese infatti si chiama “monk seal”, anche se in italiano, per il sostantivo femminile, fa pensare alle foche suore.

Molti non lo sanno, alcuni se lo sono dimenticati, ma la foca era uno degli animali marini tipici dei nostri mari. In realtà ha smesso di esserlo non molto tempo fa: più o meno nello stesso periodo in cui volevamo salvare le foche dell’Artico.

Oggi in Italia la foca è estinta e appare solo sporadicamente, e secondo la red list dell’IUCN che abbiamo già visto prima, è considerata uno dei mammiferi marini più a rischio d’estinzione al mondo.

Si stima che gli esemplari in tutto il pianeta si siano ridotti a poche centinaia, tra i 400 e i 500 in tutto il mondo. Una parte sono nella costa della Mauritania, le altre nel mare mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Marocco. Tra gli anni ’50 e ’60 erano circa 5mila. Dal 1960 in poi si calcola che il numero si sia ridotto del 90%.

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Pescatori con foca monaca nel Sulcis, sud Sardegna

Questi mammiferi sono sempre stati cacciati, fin dai tempi degli antichi romani e anche durante il medioevo. Successivamente l’attività umana, in particolare la pesca e il turismo, hanno portato le foche monache a cercare sempre di più luoghi isolati e appartati come le grotte marine, al sicuro dalla presenza umana. Ma fuori da questi ripari, le foche incontravano inevitabilmente i pescatori.

A volte capitava che mangiassero i pesci incastrati nelle reti, a volte che rimanessero incastrate a loro volta. Risultato: i pescatori le uccidevano. A volte per divertimento, a volte per esibirle come animale bizzarro e magari scattare una fotografia. A volte semplicemente perché le vedevano come un concorrente e un nemico.

In alcuni casi le foche venivano catturate per essere esposte negli zoo, come si può vedere in questo curioso video in cui una foca monaca proveniente dalla Sardegna fa il bagno addirittura della fontana di Trevi:

Insomma, erano anni spensierati dove si agiva senza riflettere troppo e la parola “estinzione” faceva pensare al massimo ai dinosauri. Nel frattempo sulle coste frequentate dalle foche aumenta il turismo. Gli spazi per ripararsi e riprodursi si riducono ancora e l’animale, già molto elusivo, diventa sempre più raro e diffidente.

Nel 1955 in Sardegna iniziano le visite turistiche nella Grotta del Bue Marino (il bue marino sarebbe appunto la foca, mentre il cucciolo in sardo è chiamato vitellino). I visitatori sono sempre di più: si passa da poche decine di individui all’anno a decine di migliaia negli anni ’70.

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Cucciolo di foca monaca nato a Tavolara, 1975. Foto di Carlo Alberto Martines

In questo periodo, uno strano personaggio, Padre Antonio Furreddu, un prete ma anche un esperto speleologo, è l’unico a portare avanti uno studio sulle grotte frequentate dalle foche in Sardegna, ridotte ormai a circa una decina di esemplari. Più aumentano i turisti, più diminuiscono le foche, che smettono di riprodursi nelle grotte: molte muoiono, altre si spostano altrove. Nel 1969, secondo alcune testimonianze, erano circa una decina in tutta l’isola.

Negli anni ’80 in Sardegna ci sono alcuni tristi ritrovamenti: nel 1983 un maschio adulto ucciso da un colpo di fucile, nel 1984 un cucciolo ucciso da un amo nelle coste di Bosa, testimonianza forse di una delle ultime rare riproduzioni nella zona. Alla fine degli anni ’80 il Wwf, che da tempo chiedeva l’istituzione di aree protette, inizia una campagna di sensibilizzazione: lancia allarmi, fa pubblicità sui giornali, vengono distribuiti volantini ai turisti sui traghetti.

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Foca monaca a Cala di Levante, Tavolara, anni ’60

Tutto questo porta al decreto Padovan del 1987, che prende il nome dall’allora ministro dell’ambiente. Questo decreto, un po’ come la campagna di Greenpeace nel mare artico, si dimostrerà sia problema che una soluzione. Un altro esempio di come leggi restrittive fatte sull’onda di emergenze o campagne emotive portino a conseguenze imprevedibili.

L’obiettivo principale del decreto è quello di interdire la navigazione e la pesca in tutto il golfo di Orosei per 40 km di costa. Gli amministratori locali non la prendono per niente bene: “Arroganza e colonialismo” si legge nei quotidiani dell’epoca.

Il traffico marino, la balneazione e la pesca sono vietati, e ovviamente il turismo – economia fondamentale dell’isola – ne risente. La Repubblica del 6 luglio 1988 titola addirittura: “Guerra in Sardegna, d’estate meno turisti e più foche monache”. La situazione si è paradossalmente capovolta: sembra che i turisti siano a rischio di estinzione a causa delle foche monache.

In realtà il decreto non porterà né al crollo del turismo né a un ripopolamento delle foche, ormai destinate all’estinzione, anche perché verrà annullato dal governo successivo.

E oggi?

Oggi in Italia sono stati documentati alcuni sporadici avvistamenti, in Sardegna, in Sicilia, nell’Istria, in Calabria, e nell’isola del Giglio (sì, quella della Costa Concordia). Dal 1998 al 2010 l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha documentato 30 avvistamenti ritenuti validi. Sottolineiamo validi perché è capitato spesso che le foche, soprattutto in mare aperto, venissero confuse con altri animali, e in passato addirittura con mitologici mostri marini. In alcuni casi sono state fotografate e riprese, ma si tratta quasi sempre di eventi rari che dimostrerebbero come le foche ormai si fermino nei nostri mari solo per brevi periodi.

Ci sono alcune eccezioni di foche che sembrerebbero stanziali: ad esempio nell’arcipelago delle Egadi ce n’è una ribattezzato Morgana, nome particolarmente azzeccato vista l’elusività di questo animale. Un’altra chiamata Adriana era presente nelle spiagge di Pula, Croazia, fin dal 2006, dove conviveva con i bagnanti.

Lo scorso agosto è stata trovata morta, molto probabilmente di vecchiaia, fatto che porterebbe a ipotizzare che si era fermata in quelle coste solo perché molto vecchia e non in grado di andare lontano. Inoltre, nonostante siano passati 50 anni dagli anni spensierati in cui le foche venivano uccise senza scrupoli, la foca Adriana era stata più volte inspiegabilmente attaccata e picchiata. In un caso riportato dai quotidiani, perfino presa a sassate.

La foca monaca scompare lentamente, nel silenzio generale.

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Foca monaca in Mauritania, foto di E.Trainito

Ma mettiamo anche che le foche monache si estinguano. C’è una domanda che di solito si sottovaluta ma alla quale non si può sfuggire: è davvero così importante la loro sopravvivenza? Come per i panda o le tigri: perché è importante che questi animali non si estinguano?

Non commettiamo l’errore di considerarla una domanda stupida, né di rispondere “perché sì” o un semplicistico “perché la biodiversità è importante” senza spiegare davvero perché.

In realtà si tratta di una domanda fondamentale per capire quale sia il ruolo della specie umana su questo pianeta. C’è chi sostiene che quello delle foche è il loro destino e mettersi in mezzo vorrebbe dire mettersi in mezzo al ciclo naturale delle cose. E’ la natura, si dice, sottolineando la sua spietata ineluttabilità. Ma è davvero così?

Questo vorrebbe dire che l’uomo si sente parte della natura, perché in realtà – nel caso delle foche ma non solo – non sono state le condizioni climatiche o qualche causa ambientale a farle morire, ma l’uomo. E’ l’uomo che le ha portato all’estinzione, con la sua presenza e con il suo intervento diretto.

Se invece non ci sentiamo parte della natura ma al di sopra di essa, allora siamo come Dio, e stiamo decidendo noi chi può sopravvivere e chi no. E non so quanti di noi abbiano voglia di prendersi questa responsabilità.

Martino Pinna

(per le foto della foca monaca si ringrazia Egidio Trainito. Nella foto di copertina pescatori delle Baleari con un esemplare di foca morta, circa 1945)

In bici vai piano e raccogli pezzi di storia

di Anna Ferri

Ermanno pedalava veloce come la storia, sugli stretti sentieri degli Appennini, in quelle giornate che avrebbero segnato la fine di un’epoca e anche della sua fanciullezza. Era il 1939 ed Ermanno era solo un diciannovenne con i pantaloni alla zuava e la voglia di vincere le gare in bicicletta.

Qualche anno dopo, quello stesso ragazzo sarebbe stato travolto dalla seconda guerra mondiale, prima come soldato dell’esercito e poi da partigiano, avrebbe scoperto la passione politica e civile e diventato quell’Ermanno Gorrieri parlamentare della DC, per pochi giorni anche ministro del Lavoro nel governo Fanfani, che poi ha fondato il sindacato Cisl e contribuito alla nascita dei Democratici di sinistra. In quei giorni lontani, però, tornato a casa dopo aver pedalato per chilometri con l’entusiasmo di chi si appresta a conquistare un pezzo di mondo, tirava fuori un grande quaderno e disegnava con la matita i percorsi fatti, appuntando sulla carta quelle sensazioni che l’aria fresca dei boschi gli aveva incollato al viso.

mappa quinto giro

Settantacinque anni dopo, sua nipote, Giulia Bondi, giornalista e cicloturista, decide di salire in sella alla sua bici e seguire quelle mappe scritte a matita, in un viaggio dove la ricerca personale si fonde con quella storica, dove seguendo le tracce del giovanissimo nonno cerca di scoprire qualcosa di se stessa. Il quaderno, a dire il vero, lo aveva trovato circa dieci anni prima, quando Ermanno morì. Allora, però, Giulia non aveva ancora la passione per la bicicletta e quindi la cosa le era sembrata interessante ma non così affascinante. Era il dicembre 2004. Nei dieci anni successivi succedono un po’ di cose che le fanno rivalutare quel materiale, la prima e più importante è che una sua amica le propone un giro in collina in bici: Giulia si presenta con una vecchissima bicicletta scatenando l’ilarità dell’amica, che le presta una delle sue, e così lei capisce che ci sono tanti modi di andare in bici. Giulia inizia a pensare che le due ruote sono perfette perché “vai piano piano e vedi tante storie sulla strada e puoi fermarti a raccoglierne le tracce”. La bici, comunque, è una questione di famiglia: la bisnonna Maria, per esempio, andava tutti i giorni in bicicletta per quattordici chilometri da Modena a Magreta, in campagna, dove faceva la maestra. Una cosa che all’inizio del Novecento faceva anche un po’ scandalo, perché la bicicletta da una parte era un simbolo di indipendenza e dall’altra costringeva le donne a sollevare un po’ la gonna. Lei però non fece caso alle chiacchiere e continuò a pedalare con la stessa sicurezza di quando disse a suo marito, contadino, che tutti e quattro i loro figli – quindi non solo Ermanno e il fratello, ma anche le due ragazze – si sarebbero laureati.

timbri dei rifugi alpini sui passi

L’avventura di Ermanno inizia nel 1939 quando, racconta Giulia, “era presidente di un’associazione cattolica e neanche troppo antifascista. Molti del suo gruppo, però, ad un certo punto andarono nella Brigata Italia – di cui lui divenne comandante – rivelandosi antifascisti nei fatti. Mio nonno era un giovane appassionato di sport, viaggi e un po’ esaltato. Nei suoi appunti descrive queste gare a Serramazzoni e Fiumalbo e la cosa che gli interessava di più era vincere”. Il primo viaggio Ermanno lo fa con un amico di nome Oddo, che poi diventa cardinale. Alcune tappe invece lo vedono al fianco di Claudio Corni, che nella primavera del 1942 venne dato per disperso ed Ermanno quando entrò nei partigiani, dove per proteggere amici e famiglia non veniva usato il vero nome, decise di prendere quello di Claudio come nome di battaglia. Ogni pedalata è un pezzo di storia, nei viaggi del giovane Ermanno. “Mio nonno usava la bicicletta non solo per spostarsi ma anche come mezzo di scoperta del mondo. Quando ho capito questo – spiega Giulia – io e il mio compagno Glauco Babini ci siamo messi in sella e siamo partiti”. Nasce così cicloturista partigiano, il progetto che ha portato Giulia alla scoperta di un pezzo di Italia, di storia e di tanti frammenti di resistenze quotidiane – perché anche oggi ogni giorno ci sono persone che lottano per i diritti civili e la libertà – il cui racconto presto prenderà forma anche fuori dal web.

pordoi

Giulia ha diviso i sei giri di Ermanno in due grandi itinerari: uno ad agosto sulle Dolomiti e uno a ottobre sugli Appennini: “Mio nonno aveva vent’anni mentre io ne ho quasi venti di più: per ogni sua tappa ci ho messo il doppio del tempo. Sulle Alpi ho fatto una parte che lui non era riuscito a percorrere a causa del maltempo e nel suo quaderno l’itinerario era tratteggiato. Vedere quello che lui non ha visto è stato emozionante”. Giulia ha osservato le tracce del passaggio della linea gotica e dello scontro con i tedeschi che, vedendosi mancare il terreno sotto i piedi, si sono vendicati sui civili durante il secondo conflitto mondiale; ha visto le lapidi che hanno segnato la grande guerra sulle Dolomiti; fino a tornare indietro al cammino di Garibaldi, che nel 1848 perde la Repubblica Romana e va verso nord a Venezia inseguito da tre eserciti.

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In Appennino, invece, la Storia si è intrecciata alle storie delle persone che hanno incontrato lungo la strada e che spesso l’hanno ospitata per la notte, come “a Firenze abbiamo dormito da un amico nel quartiere Isolotto, dove don Enzo Mazzi, prete illuminato, solidarizzò con i cattolici che non si riconoscevano nella politica democristiana e nel 2009 ospitò Beppino Englaro”. Un po’ come aveva fatto Ermanno prima di lei – perché se l’itinerario era molto preciso, della parte logistica l’unica traccia è una lettera di raccomandazione di un prete per trovare alloggio presso una parrocchia nella provincia di Lucca – Giulia ha trovato ospitalità grazie al passa parola sul web e si è vista aprire la porta di casa da amici di amici di amici ed è riuscita a dormire anche in alcune parrocchie e associazioni: “Grazie a tutte le persone che mi hanno accolta sono venuta a conoscenza di tante storie, come quella della Fiera delle Donne di Urbania, dove le giovani in età da marito arrivavano agghindate dalle colline dei dintorni per cercare uomini degni di sposarle. Tornati a casa abbiamo scoperto che anche la zia di Glauco era una di loro”. Un viaggio tra passato e presente dove i quaderni ora sono due – quello di Ermanno e quello di Giulia – e dove le fotografie si confondono tra paesaggi e pose simili di nonno e nipote, uniti nel percorrere insieme quel pezzo di strada che porta all’età adulta.

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I viaggi di Ermanno sono solo sei perché a un certo punto decide di arruolarsi nell’esercito, rinunciando al rinvio per motivi di studio – frequentava la facoltà di chimica – perché gli amici andavano in guerra e quindi parte anche lui. Il racconto dettagliato dei viaggi Giulia lo trova in una lunga lettera dell’estate del 1942, quando suo nonno era ricoverato all’ospedale militare e trova quindi il tempo di scrivere agli amici, specificando però che quella corrispondenza la rivoleva indietro per tenerla nei suoi ricordi personali, a futura memoria. Come faceva Ermanno, appena ventenne, ad avere questa consapevolezza del suo ruolo nel mondo? Cosa ha trasformato un giovanotto interessato alle corse in bici in uno dei protagonisti della politica del Novecento? “Salendo in bicicletta mi sono messa alla ricerca delle tracce di quella maturazione che avverrà poi nel corso della lotta partigiana e si trasformerà in quell’impegno politico e civile che andrà avanti per tutta la vita”. E per una volta, sorride Giulia, non sono io la più giovane dei due. Già, perché con suo nonno aveva già lavorato fianco a fianco alla stesura di un libro nato da una ricerca sulla Repubblica di Montefiorino: “Un giorno a tavola dissi che lavorare nella redazione di un tg significava fare riassunti. Qualche giorno dopo mio nonno venne da me e mi chiese ma questa cosa dei riassunti? Così iniziammo a lavorare insieme per trasformare la sua ricerca in un libro. Io avevo 28 anni e lui 84. Oggi, io ne ho 38 e lui 20”.

Anna Ferri

Spaghetti e Budweiser: alla ricerca dell’Italia nella provincia americana

di Martino Pinna

Circa 150 anni fa, milioni di italiani lasciarono le proprie case diretti verso l’America, il paese dei sogni, quello delle grandi opportunità. Si partiva col sorriso, ma giunti a destinazione le facce erano cambiate.

C’era chi moriva durante il lungo e per niente comodo viaggio, chi veniva discriminato all’arrivo, a Ellis Island, dove si veniva classificati in base al colore della pelle (e quella degli italiani in alcuni casi non era abbastanza bianca) e ad altri parametri oggi discutibili. Milioni di famiglie italiane si adattarono, facendosi strada tra mille difficoltà, povertà, razzismo e quelli che noi oggi chiameremmo “problemi di integrazione”, in cambio di una speranza che in Italia non avevano trovato. Ma 150 anni dopo cos’è rimasto? Chi sono gli italoamericani di oggi?

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La crew di Italian American Country

Se lo sono chiesti tre reporter, Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri, in un tour di 35 giorni coast-to-coast, percorrendo 10mila chilometri sulle tracce dei discendenti di quelle famiglia partite 150 anni fa. L’obiettivo finale di questo viaggio è produrre un libro e un documentario che raccontino questi lontani cugini italiani, “tra football e bocce, Sangiovese e Coca Zero, padri minatori e figli governatori”. Per farlo è stata lanciata una campagna di crowdfunding attualmente in corso sulla piattaforma Indiegogo. Parliamo del progetto “Italian American Country” con Paolo Battaglia.

Parto da una premessa: il regista Werner Herzog una volta definì gli Usa “il paese più esotico del mondo”.

Gli Stati Uniti che abbiamo attraversato con il nostro viaggio più che esotici li definirei distanti: le smalltown che abbiamo conosciuto e le persone che le abitano sono infatti davvero distanti dal nostro modo di concepire la vita. Per come l’ho compresa, nelle smalltown si vive ancora una vita di frontiera, in cui la consapevolezza che ogni scelta può essere temporanea è unita allo slancio e all’entusiasmo per le nuove sfide. Come direbbero gli americani “a world apart” (un mondo di distanza) dal nostro modo di vivere.

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Il saloon di Paradise Valley

Quali sono le cose più strane e bizzarre che avete sentito/visto in questi 35 giorni sulle tracce degli italo-americani?

Ne cito una che vale per tutte: dopo avere percorso decine di chilometri di nulla in mezzo al deserto del nord Nevada, arriviamo a Paradise Valley e la prima persona a cui ci rivolgiamo per avere indicazioni sugli italiani del luogo è un’anziana signora. Le sue prime parole sono: “Benvenuti alla fine del mondo!”. E Paradise Valley sembra davvero essere alla fine del mondo, o almeno sembra essere la fine di un mondo che sta scomparendo con il suo saloon, gli edifici in legno allineati sull’unica strada del paese e le persone che scrutano l’orizzonte da sotto la visiera dei loro cappelli come se stessero cercando le tracce della prossima carovana di pionieri.

Gli italoamericani cosa pensano dell’Italia di oggi? Che immagine hanno? La stessa che hanno gli altri americani?

Per alcuni, soprattutto tra i più anziani, è un rapporto di amore e odio: amore per la terra dei loro antenati, odio per quella terra che non era stata in grado di offrire loro un futuro. Per la maggior parte degli italo-americani, l’Italia è però un luogo di sogno in cui tornare, a volte per riscoprire le radici della propria famiglia, ma più spesso da semplici turisti. E oggi possiamo dire che l’Italia, per quanto ci possa sembrare strano vivendola, è un “brand” che per tutti gli americani è carico di significati positivi. Una piccola grande rivincita per gli italo americani che dopo essere stati oggetto di discriminazione per decenni si sentono finalmente invidiati per la storia e la tradizione di cui sono eredi.

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Discendenti di pescatori siciliani in California

Quanta Italia è rimasta in loro?

Quasi tutti si rammaricano di non essere in grado di parlare l’italiano che già per la seconda generazione nata negli Stati Uniti era stato quasi completamente dimenticato. Abbiamo trovato molto interessante il fatto che molti degli intervistati ci abbiano citato come esempio positivo quello degli immigrati messicani che pur cercando di integrarsi nel tessuto sociale americano hanno mantenuto la loro tradizione linguistica. Mentre per gli italiani, la storia che ci siamo sentiti raccontare identica in ogni luogo che abbiamo visitato era che per favorire l’inserimento dei figli nati in America, i nostri immigrati impedivano loro di parlare italiano appena varcata la soglia di casa.

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Modena, New York

Per il resto, pur mediate e stemperate nelle abitudini americane, restano molto vive alcune tradizioni legate principalmente alla tavola, dalle ricette, all’abitudine a considerare i pasti come momenti fondamentali della vita sociale e famigliare. Per la storia delle nostre comunità, la tradizione di coltivare piccoli orti, di allevare animali da cortile e di essere in grado di produrre salumi, conserve, vino è stata anche fondamentale nella storia; infatti, è stato grazie a queste conoscenze tradizionali che il periodo terribile della Grande Depressione degli anni Trenta ha colpito in modo più blando le comunità italiane che, rispetto alle altre, avevano qualche mezzo di sussistenza in più.

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Il giudice Michael Aloi, West Virginia

Voi vi siete concentrati su quelli che ce l’hanno fatta, they made it. Ma avete trovato anche le storie di chi invece non ce l’ha fatta?

In realtà non abbiamo parlato solo con quelli che ce l’hanno fatta, ma anche con persone molto normali che sentono però l’orgoglio di essere riusciti a cavarsela nella nuova nazione che aveva accolto i loro antenati. Abbiamo sentito alcune storie di fallimenti, ma anche in quel caso si trattava di storie raccontate con la consapevolezza che chi le aveva vissute aveva avuto la possibilità di tentare, una possibilità che in Italia non avrebbero avuto.

Una vicenda per tutte è quella di uno dei primi abitanti italiani di Lake Village in Arkansas, un ragazzo che proveniva da una famiglia marchigiana di 7 fratelli. Al momento di partire i fratelli avevano estratto a sorte chi sarebbe dovuto andare in America perché tutti erano convinti che il fortunato avrebbe trovato strade lastricate d’oro e avrebbe potuto aiutare anche il resto della famiglia rimasta in Italia.

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Valdese, North Carolina

La realtà che si trovò ad affrontare era ben diversa perché gli italiani arrivati a Lake Village furono costretti a vivere in semi-schiavitù e a lavorare nelle piantagioni di cotone e anche lui si trovò a dovere sopravvivere per tutta la vita come bracciante, come ci ha detto una nipote: “senza potere risparmiare neanche i pochi dollari del biglietto da restituire ai fratelli rimasti in Italia”, ma nonostante questo non pensò mai di tornare in patria perché sentiva che i suoi sacrifici sarebbero serviti ai suoi figli e ai suoi nipoti che infatti oggi sono proprietari di una buona parte dei campi in cui lavorava il nonno.

lo scultore carrarese giuliano in vermont
Lo scultore carrarese Giuliano in Vermont

Esiste ancora un atteggiamento di intolleranza, se non proprio di razzismo, nei confronti degli italoamericani o ormai è storia passata?

Per fortuna è una storia passata, anche se esistono ancora oggi associazioni nazionali come Unico che tra i propri scopi statutari hanno quello di proteggere le nostre comunità dagli stereotipi che a volte vengono proposti dai mass-media.

Qui il crowdfunding del progetto. E a seguire il video di presentazione:

Il collezionista di mele

di Luca Cremonini

Prima che la Apple s’inventasse l’IPhone, Christian si era destreggiato tra una marea di Nokia, Samsung ed Eriksson senza conoscere mai il vero amore. Poi l’epifania. Il primo iPhone nel 2007, acquistato per 500 euro a Bologna da un ragazzo che ne aveva importati cinque dagli Stati Uniti. Da lì in poi la conversione ad uno dei culti più importanti dell’Era Globale. E oggi non rinuncerebbe per nessun motivo a mordere il suo pezzo di mela.

A dire il vero Christian era già da tempo un soggetto a rischio: esperto in materia per aver lavorato 10 anni nella telefonia, possessore di un iMac G3 (quelli colorati) e di un portatile pre MacBookDa. Ma la vera conversione al culto Apple, con tanto di mela tatuata sul braccio a riprova di una fede indistruttibile, avviene grazie a quel primo lontano IPhone: “Pian piano ho cominciato a comprare il MacBook Pro, il MacBook Air, l’iMac fisso, cambiato di recente anche se non ce n’era effettiva necessità. Mi trovo molto bene con i sistemi operativi della Apple, mi piace provarli e cambiarli quando escono quelli nuovi: ho appena installato Yosemite, il nuovo sistema operativo lanciato da Apple, e sono molto soddisfatto” racconta parlando di quello che lui definisce “il suo hobby”.

Il brand Apple per molti oggi, prima che un prodotto, è una religione. I suoi adepti vengono definiti “fanboys”. L’azienda di Cupertino li fidelizza con ogni mezzo. E loro amano farsi riconoscere mettendo in bella mostra i prodotti e il simbolo, la mela morsicata che attaccano come adesivo sulle loro macchine, zainetti, borse. Hanno la loro liturgia, scandita dalle messe, che si chiamano presentazioni (dei nuovi prodotti), e dalle processioni (le file per accaparrarseli al Day One, il giorno del lancio di un nuovo prodotto), nonché i loro leader spirituali monocratici, che si susseguono per diritto di successione, prima la leggenda Steve Jobs ed ora Tim Cook. Come ogni fede, il culto Apple non è razionalmente comprensibile e giustificabile. Chi non vi appartiene non è in grado di capire dall’esterno quale sia la ragione intima che spinge gli adepti ad aderirvi. Occorre un insider.

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Christian gli iPhone li ha avuti tutti, dal primo all’ultimo. Del modello di ultima generazione ha comprato il 6 al Day One, in Francia, perché il Plus non era disponibile, e l’ha venduto dopo due settimane, comprando il Plus color oro che era il suo vero oggetto del desiderio. Nella sua personale collezione di oggettistica sacra, chiaramente non mancano gli iPad, anche se – confessa – il trasporto è minore: “I primi li ho avuti tutti, però mi sono fermato al secondo iPad mini. Mi ci trovo meglio. È più gestibile, più facile da portare in giro. Non lo uso quasi mai, al 90% uso il fisso oppure il telefono. Ma mi dà sicurezza sapere che comunque c’è, e a volte fa comodo, come per le chiamate con Skype”.

L’attaccamento e l’apprezzamento per Apple non nascono da esigenze professionali, “non faccio grafica né montaggi video. Soprattutto navigo in Internet, qualche gioco, foto, essenzialmente i social e la messaggistica istantanea, Skygo ed Instagram. Ho fatto una sola volta il jailbreak – l’installazione su iPhone di applicazioni e pacchetti alternativi a quelli ufficiali dell’App Store – ma preferisco evitare per non avere problemi con la garanzia”.

Da cosa nasce dunque questa passione? Cosa spinge ad acquistare sempre l’ultimo prodotto sul mercato? Dov’è si alimenta il sacro fuoco? “Seguo due o tre siti specializzati – ci racconta – in particolare iPhone Italia, iSpazio e Tech Fanpage. Lì ti fanno gli unboxing, cioè ti fanno vedere il telefono nei minimi dettagli, e allora insomma, ti viene voglia di comprarlo! Poi a me se una cosa piace… Cioè, o che mi piace, o che non mi piace, non ho una via di mezzo. Se la voglio, la prendo subito, se non mi piace, non la comprerò mai. E quindi se una cosa mi piace e me la posso permettere, la compro. Punto”.

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Christian non subisce solamente il fascino di Apple ma contribuisce ad alimentarlo. “Ho scritto piccole recensioni su un blog di miei amici di Milano, AnteprimaiPhone, e alcuni articoli tecnici a livello di hardware e di software in occasione dell’uscita del 5s e del 6. Niente di che, non ne faccio una professione. Inoltre ho provato a farmi assumere come Genius in un Apple store, ne avrei le competenze conoscendo tutti i prodotti: ho avanzato la mia candidatura sul sito ma non mi hanno mai degnato di una risposta, credo che anche lì servano conoscenze ed agganci”.

Purtroppo anche ai fan più convinti può capitare una battuta d’arresto, un dubbio, la necessità di un momento di riflessione, o ancora peggio di coltivare la serpe in seno. La sorella dopo aver avuto un iPhone ha voluto passare a Samsung. Da non credersi: “le avevo detto, comprane un altro!, visto che si era trovata bene anche lei con Apple, ma niente. D’altronde ognuno è libero di fare quello che vuole” concede.

Però poi precisa: “Oddio, anche io ho avuto il Galaxy S5, sempre però insieme all’iPhone, perché volevo metterli a confronto: dopo una settimana l’ho venduto, non era proprio cosa, non mi ci trovavo. In generale se dovessi prendere un computer con Windows 8, o anche un Lumia, sono talmente abituato con i dispositivi della Apple che saprei usarli ma mi troverei comunque male”.

Christian oggi ha 38 anni e vive ancora a Modena con i propri genitori, non per scelta ma per necessità essendo al momento disoccupato. “In molti si chiedono come faccio a permettermi tutto questo senza lavorare. Faccio tutti i miei calcoli ma, soprattutto, bisogna saper vendere. Io il prezzo non lo metto mai, mi chiamano e ci accordiamo. Rivendo sempre prima di comprare e ogni volta ci metto una differenza minima, ho sempre speso poco a parte l’investimento iniziale di 500 euro. Si sa che gli iPhone non svalutano mai rispetto a quello che può essere un Samsung. Anche l’iMac di 5 anni fa l’ho venduto a 750 euro e l’avevo comprato a 1099, mentre l’S5, oggi costa già 200 euro in meno, per dire. Quando metto qualcosa in vendita chiedo cifre elevate ma riesco sempre a concludere. Tengo tutto perfettamente, vendo un prodotto integro che non si svaluta. Metto sempre pellicola e cover, non ci sono mai graffi o segni, e tutta la gente a cui ho venduto non si è mai lamentata o ha avuto problemi. Per questo ultimo 6 Plus ad esempio ho preso una pellicola da 19 euro per evitare impronte e segni. A me piace vendere l’usato trattato in modo impeccabile, dalla scatola alla fattura. Nel primo IPhone 6 ci avevo messo dentro pochissima roba, perché sapevo benissimo che non l’avrei tenuto, e infatti l’ho rivenduto dopo meno di due settimane”.

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Christian ha partecipato anche ai pellegrinaggi, ha fatto cioè due Day One, uno a Nizza per il 5s e uno ad Aix-en-Provence, quest’anno. “In entrambe le occasioni sono andato via con degli amici di Milano. Si portano dietro altri ragazzi, cui pagano le spese del viaggio, i pasti, e danno loro un po’ di soldi. Ognuno poi compra due telefoni, che è il massimo consentito, e li rivendono in Italia con il ricarico. Io ne ho presi uno per me e uno per loro, in cambio non mi hanno fatto pagare il costo della benzina per andare in Francia. So che li hanno acquistati per Belen e per alcuni giocatori dell’Inter, ma sinceramente non so a quanto glieli rivendano”.

“Il bello di queste occasioni è che fai la fila tutti insieme, conosci nuova gente. Quest’anno, ad Aix-en-Provence, siamo andati 2 giorni prima, partiti da Milano in 25. La prima notte non hanno lasciato mettere i sacchi a pelo, e abbiamo dormito in macchina. La notte prima dell’apertura invece ci hanno fatto disporre i sacchi, hanno allestito le transenne ed oscurato le vetrine. Io ho lasciato il mio sacco come segnaposto, ma eravamo comunque i primi 25 della fila. Da quest’anno poi si possono fare le prenotazioni online, perciò ci hanno diviso in due file: a sinistra quelli senza prenotazione, a destra quelli con prenotazione ed orario di entrata, tra cui noi. In effetti avrei potuto presentarmi il giorno stesso… diciamo che mi sono fatto tre giorni di vacanza!”.

“Durante il giorno abbiamo visitato la città, che è molto cara; per lavarci utilizzavamo i bagni dei locali. Siamo andati ad Aix-en-Provence perché ci avevano avvertito che al Cap 3000 di Nizza, il centro commerciale dove siamo andati l’anno scorso, ci sarebbe stata molta gente, quindi molto casino e meno telefoni. Invece il centro commerciale di Aix non lo conoscono in tanti, è solo 60 km dopo Nizza, e insomma ci è andata bene. Quelli senza numero hanno cominciato ad arrivare alle 4 o 5 del mattino del giorno dell’apertura”.

“A Nizza invece sono stato due giorni. Siamo arrivati alle 14 e c’erano già 70 persone davanti a noi. Il giorno dell’uscita eravamo in 700, e sono riusciti a servire solamente 120/130 persone. A noi è andata bene, siamo arrivati a pelo; quelli più indietro cercavano di comprare il cartellino di chi aveva diritto al telefono per la posizione in fila. Veniva venduto a 300 euro, da aggiungere ai 749 del telefono. Chi poteva permetterselo lo comprava, gli altri si incavolavano e tornavano a casa. Posso dire che è stata una bella avventura, la cosa più brutta è la stanchezza con la quale torni a casa. Credo che non farò più dei Day One, ho fatto un’esperienza che mi mancava, addirittura due volte, ora basta”.

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Trecento euro e ore di fila per poter avere prima degli altri qualcosa che esce due settimane dopo ovunque: questa è la fede. Fede che ha anche dei corollari e delle appendici, o meglio dei sotto-brand. Ad esempio Christian non ama i videogiochi, e in casa ha una sola console, la Wii, con la quale gioca molto poco, e solo per sfogarsi. Ma ha altri oggetti tecnologici, che solo all’apparenza non sono della Apple. “Ho un mini drone; anche questo l’ho visto su alcuni siti, mi è piaciuto e l’ho preso. È della Parrot, lo vendono sul sito ufficiale della Apple, come le cuffie Beats. Di queste ne ho cambiate tre paia in poco tempo, pagandone solo uno grazie al diritto di riconsegna. Le avevo blu e wireless, poi finalmente ho trovato queste che mi soddisfano a pieno: hanno il cavo ma suonano meglio e sono color oro, lo stesso del mio iPhone.”

L’appartenenza non è acritica e cieca, non è per sempre, lascia spazio a riflessioni e possibili cambiamenti, o conversioni. “Sinceramente, se dovessi partire da zero, senza avere alcunché da vendere, non spenderei 1000 euro per il 6 plus, ma forse nemmeno per i precedenti. Sto andando avanti perché posso farlo aggiungendo solo un minimo margine. I prossimi telefoni non so ancora se li prenderò, mi devono piacere; io guardo soprattutto l’estetica. Se mi piace lo prendo, se non mi piace… Ma devo ammettere che finora mi sono piaciuti tutti! Ad esempio l’Apple Watch non credo che lo utilizzerei, e costa 380 euro”. Sicuro? “Sicuro no! Quando vedo qualcosa e dico che è bello i miei amici sanno già che dopo 2 o 3 giorni la compro. Una cosa se mi piace la prendo, e non aspetto a prenderla. Prima di farlo ho 24/48 ore nelle quali ne calcolo la fattibilità.”

Secca dirlo, ma esiste una vita al di fuori della Apple, con la quale bisogna fare i conti, anche se meschina e troppo materiale. E quella di Christian non è facile. “Ho lavorato alla Tim, alla Vodafone e alla Wind, nei loro punti vendita. Mi trovavo bene. Ero arrivato ad essere il responsabile del centro Wind in viale Storchi a Modena, e quello è stato il mio ultimo lavoro. Poi hanno chiuso il negozio perché non ci stavano più dentro con le spese. È stato il 22 dicembre 2011, mi hanno fatto un bel regalo di Natale in anticipo! La Wind non mi ha riciclato, Tim e Vodafone non mi hanno più richiamato nonostante l’esperienza, e ora sono iscritto all’ufficio di collocamento e aspetto una qualche chiamata.”

“Se trovassi un lavoro potrei finalmente tornare a viaggiare, la mia più grande passione. È dal 2008 che non faccio un viaggio. L’ultimo è stato in Polinesia. Ho visto su YouTube persone che viaggiano per mesi, e si mantengono con i click dei loro filmati. Potrebbe essere un’idea, mi piacerebbe diventare uno Youtuber”.

Luca Cremonini

Prendi la chitarra e scappa

di Antonio Tomeo

Lamerica dei giovani italiani continua ad avere profumo di Londra. Non è una novità a dire il vero. E’ così almeno dagli anni ’60, i tempi della Swinging London, quando tutto ciò che si muoveva in Italia, assai lentamente, pareva solo una replica di provincia dell’effervescenza che si respirava oltremanica, nella Cool Britannia. In campo musicale poi, il confronto resta semplicemente improponibile. Oggi come allora. E se vuoi far musica sul serio, Londra è sempre la mecca. Più o meno.

Mirko Piconese, ventottenne da Torre Santa Susanna, provincia di Brindisi, di professione fa il chitarrista. L’11 settembre del 2011 – non una data a caso, ma il giorno in cui i voli sono più economici perché l’aereo verso Inghilterra e Stati Uniti si prende meno tranquillamente – si è messo in spalla la sua chitarra e lasciato il paese. A dire il vero neanche lì come musicista andava poi male: “Avevo una cover band di Battisti e una rock band di pezzi nostri – racconta – e ce la passavamo meglio di quanto si possa pensare. Per i concerti, tiravamo su 50 euro a testa a serata. In inverno se ne faceva uno, due al massimo a settimana, ma in estate eravamo impegnati quasi ogni sera. Se ci aggiungi le lezioni private che davo a 10 euro l’ora e il fatto di vivere a casa coi miei, non posso proprio dire che le cose andassero nel verso sbagliato. Ma neanche in quello giusto. Non quello che sognavo io”.

Un sogno coltivato dai 20 anni, quando un viaggio a Londra per trovare alcuni amici apre a Mirko gli occhi sul mondo. Che esiste davvero, non si vede solo in tv: “Ho capito che questa era la mia città e che mi avrebbe offerto ciò che stavo cercando”. Solo che dalle parti del Tamigi non è che si aspettino che il prossimo Keith Richards arrivi da Torre Santa Susanna, provincia di Brindisi, e il primo anno – soprattutto per uno che come molti altri italiani l’inglese lo biascica appena – è di quelli parecchio duri.

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A migliaia di chilometri di distanza da casa, il classico “vado a vivere da solo”, non è una finzione: passata la sbornia per il fascino della novità, la solitudine e l’ambiente estraneo possono spezzare i più tenaci. “Prima di arrivare a Londra non ero mai andato via di casa: studiavo e stando con i miei avevo determinate sicurezze. Sapevo anche che scegliendo di vivere da solo avrei dovuto smettere di studiare perchè i miei economicamente non avrebbero potuto aiutarmi”. Mirko però tiene duro, anche grazie ai due amici che lo ospitano – Veronica e Sebastian, vuole siano citati – facendolo sentire un po’ meno solo.

Immancabilmente, l’impatto con la “vita vera”, col lavoro, è di quelli tosti: “Il primo anno ho fatto veramente un po’ di tutto. Il primo impiego – ricorda – in un ristorante con italiani. Mesi bruttissimi in cui mi hanno fatto ruotare in ogni mansione: barista, cameriere, in cucina. Il vero problema è che stando in mezzo a loro l’inglese non lo imparavo proprio. Non avevo tempo per studiare la lingua, e nemmeno per esercitarmi con la chitarra: me la portavo al ristorante e suonavo nei break, mezz’ora di pausa ogni sei ore di quei lavori massacranti. Quando ho detto che sarei andato in vacanza in Italia per un breve periodo, mi hanno licenziato. E buonanotte ai suonatori”.

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Tornato a Londra Mirko cerca di fare il suo lavoro nel modo più semplice, anche se parecchio scomodo, in cui un musicista può tentare di suonare: per strada. Quattro mesi, da novembre a febbraio. Non proprio i migliori per far scorrere veloci le dita sulla tastiera della chitarra all’aperto. Coi soldi che raccoglie però, si può permettere di frequentare un corso per stranieri in un college, perché, spiega, “a Londra si può fare carriera, ma senza sapere bene l’inglese non vai da nessuna parte”. Nel frattempo trova lavoro come ragazzo Aupair e per undici mesi, in cambio del lavoro di babysitting, ha vitto e alloggio gratis e anche un centinaio di sterline a settimana.

Poi, finalmente, sembra arrivare il momento della svolta: “Conosco un’artista americano che mi propone di lavorare per lui come co-writer. Ma soprattutto mi fa balenare la prospettiva di un tour in tutta Europa e negli Usa. Mi sembrava un sogno. Il mio compito era riarrangiare le basi e anche se soldi non se ne vedevano, era troppo bello immaginare notte e giorno il mio primo tour. Un tour vero, di quelli che ogni musicista sogna dal giorno in cui prende in mano per la prima volta lo strumento. Dopo otto mesi il grande momento sembra arrivare: il tipo ci annuncia che possiamo partire. Con me ci sono anche altri due italiani e due turchi. Al momento della firma del contratto ci accorgiamo però che è tutto gratis. In pratica, un tour a nostre spese. Delusione atomica e tutti a casa”.

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Però dopo due anni, ormai con l’inglese ci siamo. E pure economicamente le cose sono parecchio migliorate con lezioni private di musica a una ventina di allievi per 25 pound l’ora più un contratto con una scuola elementare come insegnante. Sempre di musica. E’ il momento di mettere in piedi una band ma, ennesima sorpresa: “In Inghilterra è costoso avere un gruppo perché nessuno ti paga per suonare nei locali. Per me è stato uno shock. E’ come da noi: le cover band riescono a guadagnare qualcosa di più, ma la musica originale non paga. Però va detto che la Gran Bretegna resta un buon approdo per suonare: ci sono buone case discografiche e buoni contatti. Sono entrato in un gruppo che si chiama “The Curious Incident”. Ognuno di noi ha un lavoro e quindi possiamo investire e selezionare i contatti. Ci autoproduciamo con la speranza di essere poi ripagati. E qualche risultato è già arrivato. Abbiamo registrato un pezzo che ora sta girando su BBC Radio, partecipato a uno dei più importanti festival in Svizzera, il Caprices, e faremo un tour in Sudafrica a dicembre”.

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Però, gli chiedo, che differenze ci sono con l’Italia se uno vuol far musica? Non mi paiono così abissali. “In Italia – ribatte Mirko – le case discografiche sono difficili da raggiungere, ci arrivi solo se hai soldi. Qui invece sono aperti, puntano sui giovani, ti danno fiducia. Da noi si ha la sensazione di un mercato assolutamente chiuso. Non dico aver successo con la propria musica, ma nemmeno si riesce a fare il turnista in qualche band affermata. Qual è il problema? Da noi la meritocrazia è sconosciuta, in Inghilterra no. Non è semplice, devi lavorare molto, ma hai la sensazione che se sei bravo e dai il massimo alla fine ce la puoi fare davvero. La tua vita può cambiare sul serio”. Già, la differenza in fondo sta tutta qui.

Antonio Tomeo (ha collaborato Davide Lombardi)

Tutte le immagini sono tratte dai profili Instagram e Facebook dei “The curious Incident”.

Sono italiano e nessuno mi farà niente

di Anna Ferri

Una mattina Guido Melli, uscendo dal barbiere, barba e capelli tagliati di fresco, fu fermato dai fascisti e portato in prigione, prima di essere deportato al campo di transito di Fossoli, nel modenese, e poi ad Auschwitz, dal quale non fece più ritorno.

Morì il 4 maggio 1944 di malattia: “Era diabetico, le condizioni del lager lo uccisero prima della camera a gas”, scrive il giornalista Arrigo Levi nel suo libro “Un Paese non basta”. Guido Melli era nato a Reggio Emilia alla fine dell’Ottocento, era sposato con Adriana Usiglio e a Modena aveva un negozio di abbigliamento inglese al numero 85 di via Emilia centro, vicino al Portico del Collegio.

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Melli aveva alcune cose che i fascisti proprio non potevano mandar giù: la prima era che era ebreo, la seconda che non la pensava come loro e non faceva nulla per nasconderlo; la terza era che non aveva paura e la quarta, molto legata alle altre due, era che l’8 settembre del 1943 aveva preso a schiaffi, sotto il Portico del Collegio e quindi in pieno centro storico, un caporione fascista. Quando da un funzionario della questura arrivò la soffiata che i fascisti sarebbero passati a cercare gli ebrei lui non ne volle sapere di scappare. Silvana Formiggini racconta che “Guido Melli rifiutò di nascondersi nella convinzione che non potesse accadergli nulla, ma fu arrestato il 12 novembre 1943. Gli dicevano dai nasconditi e lui che cosa? Io sono modenese e nessuno mi farà niente. E invece, un giorno, lui antifascista da sempre, conosciuto, era andato a farsi tagliare i capelli. Uscito dal barbiere l’hanno preso e poi l’hanno mandato ad Auschwitz e da Auschwitz non è più tornato”.

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Guido Melli fu portato nel campo di Fossoli insieme allo zio di Arrigo Levi, Enrico, come racconta il giornalista nel suo libro. Pochi mesi prima della sua morte fece un gesto molto coraggioso: firmò insieme ad altri otto internati un appello scritto a macchina, indirizzato al vescovo di Carpi e all’arcivescovo di Modena. Nella lettera si chiedevano “soccorsi per vecchi, donne, bambini, infermi, implorano alla umana solidarietà dei meno diseredati”. Per farlo corsero rischi terribili: se scoperti sarebbero stati uccisi all’istante. Secondo Arrigo Levi, però, la lettera non raggiunse mai il vescovo. In ogni caso, il giorno dopo averla scritta e consegnata in mani ritenute sicure – il 20 febbraio 1943 – giunsero al campo di Fossoli le SS e il mattino successivo si seppe che “gli ebrei sarebbero partiti”.

E’ Primo Levi a raccontare quella lunghissima e terribile notte dove la speranza morì – perché nessuno ancora sapeva cosa fosse Auschwitz ma tutti avevano capito che la fine era vicina – ma nonostante questo “le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare” scrive Levi in “Se questo è un uomo”. Guido Melli viaggiava su uno dei dodici vagoni: erano in seicentocinquanta “pezzi”, come li chiamavano i funzionari fascisti. Con loro non c’era lo zio di Arrigo Levi, Enrico, che era stato trasferito in ospedale poco prima della partenza e dal quale riuscì a fuggire due giorni dopo. Arrivati ad Auschwitz dopo un lunghissimo viaggio tra freddo e fame, le porte si aprirono: “In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini e dei vecchi noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”. Guido Melli finì nel gruppo dei sani, di quelli che potevano lavorare. Tre mesi dopo morì a causa del diabete e per le dure condizioni di vita. Non aveva ancora 50 anni. Ne aveva 47 quando fu portato via dai fascisti, barba e capelli appena tagliati.

 

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Fondazione CDEC, Fondo Massimo Adolfo Vitale

Arriviamo davanti alla porta del suo negozio 71 anni dopo il suo arresto guidati da un’applicazione per smartphone e tablet che raccoglie alcuni itinerari legati ai luoghi della Resistenza. Si chiama Resistenza mAPPe, appunto. Pensiamo che Guido Melli, una cosa così, non se la sarebbe mai immaginata. A farla sono stati gli istituti storici dell’Emilia Romagna in rete ed è un po’ come la versione contemporanea dei percorsi tra i cippi partigiani e ha di bello che ti racconta qualcosa che non sapevi della tua città. La foto in bianco e nero di Guido Melli, un uomo con la faccia larga e i capelli ordinati, elegantemente vestito e con il volto girato di tre quarti e illuminato dalla luce come si usava nelle foto d’epoca, è spuntata dopo la tappa nelle carceri giudiziarie dove sempre Guido Melli era stato imprigionato con altri cinque modenesi: Giuseppe Coen, Marcello Coen e la moglie Ines Levi Coen, Mario Fornari e Gino Jona.

E’ il percorso sulla deportazione e la comunità ebraica di Modena. Siamo ancora qui davanti al numero 85 di via Emilia centro e decidiamo di entrare per chiedere se anche loro lo conoscono, Guido Melli. La commessa ci dice che sì, quello è il numero 85 ma il negozio in realtà è su corso Canalgrande, a due passi da lì. Giriamo l’angolo e vediamo l’insegna bianca e luminosa: Melli. E’ un negozio di vestiti eleganti e dentro ci sono due signori che stanno rifacendo la vetrina. Entriamo per chiedere se quello è proprio il negozio di Guido Melli e loro dicono che sì, è proprio quello. Allora ci viene spontaneo chiedere se sono parenti, visto che il nome è lo stesso. No, non sono parenti.

Però il signore più anziano lavora qui dal 1959 e ha conosciuto la famiglia di Guido Melli. La moglie e la figlia sono state deportate in un campo di concentramento in Svizzera ma sono sopravvissute e finita la guerra sono tornate a casa. Il proprietario si chiama Andrea Serrao e ci spiega che “l’arredo è lo stesso di quando c’era Guido Melli, solo il pavimento e il soffitto sono cambiati”. Ci guardiamo intorno e respiriamo un po’ di storia, felici che di Guido Melli sia sopravvissuto qualcosa di più del ricordo.

Anna Ferri

Extra – Il Secondo regno

La fama internazionale che raggiunse negli anni ’50 e ’60 il manovratore di sogni, Paul Campani, si deve anche all’apporto fondamentale di Max Massimino Garnier e di Secondo Bignardi. Quest’ultimo, considerato uno dei maestri dell’animazione italiana, dopo esserne stato socio, lasciò la Paul Film di Campani nei primi anni ’60 per trasferirsi a Milano, come regista e capo animatore, alla Cartoons Film. L’esperienza milanese si conclude nel 1965 quando Bignardi torna a Modena per fondare una propria casa di produzione, la Bignardi Films, attiva fino alla sua morte nel 1998. Sempre negli anni ’60 conosce e collabora con un artista del calibro di Štěpán Zavřel con cui creerà due capolavori che faranno conoscere il suo lavoro in tutto il mondo, “Heart of Hearts” del 1967 e “Ogni regno” (1969) che qui presentiamo, preceduti dal racconto del figlio Fabio, sugli inizi della carriera paterna insieme a Paul Campani.

Ogni Regno from Bignardi Film on Vimeo.
 

Heart Of Hearts from Bignardi Film on Vimeo.
 

L’immagine di copertina, tratta dal video “Ogni regno”, è una gentile concessione di Fabio e Giacomo Bignardi.

Cattolici: the next generation

di Martino Pinna

Forse c’è stato un tempo in cui bastava dire “cattolici” per capire di chi si stava parlando. Difficile dire quando: forse prima del Concilio Vaticano secondo, forse prima del grande scisma d’Oriente. O forse prima che internet ci facesse scoprire che il mondo era più grande, più vario e non necessariamente più bello di quello che vedevamo dal nostro vicoletto. Non saprei.

Oggi la galassia cattolica è molto più complessa e variegata di quanto molti non cattolici e atei possano immaginare. Non è un blocco unico di persone tutte uguali, che si vestono allo stesso modo e pensano allo stesso modo, ma qualcosa di più simile al bar di Guerre Stellari.

C’è di tutto, dalle persone più bizzarre a quelle più normali, quelli che leggono i libri di Paolo Brosio e quelli che leggono Hans Küng, e molti cattolici fra loro non hanno niente in comune se non forse l’amore – o quantomeno una certa simpatia – per Gesù e una preoccupazione continua per la cosiddetta famiglia tradizionale.

Ma pensare che siano tutti uguali sarebbe come pensare che noi atei siamo tutti uguali, che ci si incontra per strada e ci si riconosce facendo il saluto segreto di noi atei e si parla delle tante cose che abbiamo in comune (ad esempio non credere in un dio) sorridendo e dandoci pacche sulle spalle. Non è così. E non è così nemmeno per i cattolici.

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Come in nessun’altra chiesa in quella cattolica si sono create al suo interno subculture e microcomunità in maniera parallela alla scissione del cristianesimo in decine di altri credi religiosi. A parte quelli che sono veri e propri movimenti nati all’interno della Chiesa, spesso dai nomi molto suggestivi, come i Legionari di Cristo, i Carimastici, i Focolarini, Comunione e Liberazione, i Neocatecumenali, la Gioventù ardente mariana, la Comunità Gesù Risorto o la Comunità Nuovi Orizzonti, ci sono decine e forse centinaia di piccole e grandi rappresentanze cattoliche di precise categorie.

Prendete il fiato perché si tratta di un elenco lungo: i giuristi cattolici, l’associazione cattolica operatori sanitari, l’associazione cattolica esercenti cinema, l’Unione Cristiani Cattolici Razionali (in opposizione all’Unione Atei Agnostici Razionalisti), l’associazione Famiglie Separate Cristiane, l’associazione Medici Cattolici Italiani, i Cattolici per l’Indipendenza del Veneto, il Movimento cristiano lavoratori, l’Unione cristiana imprenditori dirigenti, gli animalisti cattolici, i cattolici omosessuali, i cattolici comunisti, i cattolici integralisti, il gruppo cattolico Chiediamo le dimissioni di Bergoglio (dove si sostiene che Bergoglio sia l’Anticristo, 535 fan),  l’associazione vegetariani cattolici, i cattolici medjugoriani, i papaboys, gli scout cattolici, il movimento studenti cattolici: esistono perfino punk cattolici (uno solo in realtà, Giovanni Lindo Ferretti), atei cattolici (anche qua un solo esemplare noto, Giuliano Ferrara) e i single cattolici, che hanno uno slogan molto particolare, teologicamente e sessualmente ambiguo.

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L’apertura dell’account ufficiale del papa, @Pontifex (voluto da Ratzinger, ricordiamo, poco prima delle sue dimissioni), secondo alcuni ha lanciato la Chiesa cattolica in una nuova era di comunicazione, mentre secondo altri non è cambiato niente, semplicemente la Chiesa ha portato la sua missione evangelica dove ora si trova la gente, cioè su internet.

Ma questo è quello che succede nei piani alti. Nel frattempo, dal basso, il web ha favorito la proliferazione di gruppi cattolici sempre più piccoli e antropologicamente sempre più interessanti, come i Cattolici per l’Indipendenza del Veneto (355 mi piace), secondo i quali lo Stato è “la Bestia Immonda” e dal Catechismo si evince piuttosto chiaramente che il Veneto dev’essere indipendente. Siamo passati dai cattocomunisti ai cattovegetariani, cattoanimalisti, cattoindipendentisti, aggiungendo sempre nuove specie alla complessa tassonomia cattolica.

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Ad esempio, un nuovo esemplare di cattolico figlio del web è il cattonerd.

Unisce il cattolicesimo con l’attitudine nerd, ovvero – secondo l’obsoleta definizione di Wikipedia – “chi ha una certa predisposizione per la scienza e la tecnologia ed è al contempo tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione”. Questo forse 20 anni fa, o ancora oggi in qualche film italiano, ma in realtà oggi il nerd è cool, va alle feste, di tecnologia ne sa quanto un normale 12enne dipendente dallo smartphone, e sostanzialmente è riconoscibile solo per una propensione alla letteratura fantasy, ai fumetti, ai videogiochi e a un certo tipo di cultura pop. Sono quelli che se gli segnali un’immagine che fa ridere ti dicono che l’hanno già vista 4 anni fa.

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Unire questo tipo di cultura all’appartenenza alla Chiesa cattolica – un’istituzione millenaria – sembra difficile, ma non è impossibile.

Uno dei cattonerd si chiama Dario, ha 30 anni e fa il perito informatico, dunque è in linea con lo stereotipo-standard del vero nerd originale. E’ uno dei ragazzi che gestisce il sito cattonerd.it, che a una prima occhiata colpisce per il suo aspetto accattivante, moderno, pop, contemporaneo. L’obiettivo sembra quello di voler dare un’immagine diversa del cattolico, un’immagine giovane e cool. E’ così?

“No. Ci tengo a precisare che non vogliamo dare un’immagine diversa del cattolico” spiega Dario. “Il sito è nato principalmente per rappresentare quello che siamo, nella speranza che le nostre passioni possano essere un veicolo per arrivare, insieme ai nostri lettori, a Dio”.

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All’inizio è un po’ destabilizzante: articoli che parlano del cartone animato Lilo & Stitch e la fecondazione assistita, l’esaltazione della castità secondo i manga, citazioni di Ratzinger e di Aragorn del Signore degli Anelli nella stessa pagina, il tutto con un’impaginazione grafica molto bella e testi ben scritti. Per un ateo, ma credo anche per un cattolico non-nerd, l’impressione è quella di entrare in un mondo dove quello che vedi non è Gesù, ma un cosplayer vestito da Gesù.

Appunto: destabilizzante.

Dove sono i cattolici che da ateo sognavo di contrastare? Dove sono i papaboys con le chitarre a cantare Osanna Osanna? Dov’è Rocco Buttiglione?

Chiedo a Dario: ma non è che siete come i preti che suonano con la chitarra le canzoni rock and roll per avvicinarsi ai giovani?

“All’apparenza potrebbe sembrare così. In realtà il metodo è diametralmente opposto. Le messe beat, così come fece secoli prima San Filippo Neri (anche se il paragone forse è eccessivo), erano un cambiamento estetico che aveva come scopo l’assecondare i gusti di quella generazione. Noi, al contrario, esterniamo ciò che siamo, consapevoli del fatto che i nerd (nonostante adesso stiano andando di moda), così come i cattolici, non sono molto visti di buon occhio. Noi essendo sia catto che nerd, molto probabilmente saremo gli esclusi degli esclusi. Non lo dico per vittimismo, perché ci ridiamo su, ma per prove empiriche. Ci capita di essere guardati male sia dai geek (e al Lucca Comics è successo), sia da alcuni cattolici per i quali risultiamo essere troppo eccentrici o anche poco rispettosi”.

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Dietro al progetto non c’è un’associazione o un movimento cattolico. Dario fa parte di Azione Cattolica, sua madre è credente, mentre suo padre è ateo e anticlericale. La sua formazione come cattolico parte dalla nonna materna: “La prima che, fin da quando ero piccolo, mi ha fatto prendere in simpatia il Figlio del Capo”. Poi, dai 17 anni in su, il percorso in Azione Cattolica l’ha avvicinato sempre di più alla Chiesa, anche se, per anni, come tanti cattolici, è andato a messa solo sporadicamente, perché non ne capiva l’utilità. Solo recentemente ne ha scoperto “la sua reale bellezza” e l’anno scorso per qualche mese è addirittura riuscito ad andarci tutti i giorni prima di recarsi a lavoro: “Posso assicurare che è un ottimo modo per ingranare la giornata”. Meglio di fare jogging, a quanto pare.

In un articolo di Cattonerd leggo l’apologia di Suor Cristina, la suora cantante nota per aver partecipato a una trasmissione televisiva dove ha ottenuto tanto successo da finire sui giornali di tutto il mondo. Suor Cristina ha fatto una cover di “Like a Vergin” di Madonna, e qua è fantastico come religione e pop si confondano sublimamente, come solo un bravo barman con un cocktail ben riuscito è in grado di fare. La cover di Suor Cristina ha esaltato i cattonerd, che scrivono: “Se una suora prende una canzone simbolo dell’amore carnale come Like a Virgin e riesce ad elevarla a preghiera non è impresa da poco. È come costruire una chiesa sui ruderi di un tempio pagano”.

Nella sezione “tavole di pietra” ci sono invece presenti i meme cattolici, la maggior parte dei quali risulta di difficile lettura per un ateo forse un po’ ignorante come me:

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“Il nostro pubblico ideale? Chiunque sia interessato a scoprire cosa voglia dire essere un nerd, o cosa voglia dire essere un cattolico praticante” dice Dario. “Per il momento abbiamo attirato principalmente i cattolici nerd o credenti che sanno prendersi alla leggera, ma anche qualche agnostico che vuole capire qualcosa di più sul nostro mondo. Speriamo in futuro di poterci confrontare anche con utenti lontani dalla Chiesa e magari in disaccordo con noi”.

Ecco, inutile girarci attorno: bella grafica, simpatici i meme (quelli che ho capito) e bellissimo il logo, ma la Chiesa oggi è anche quella del no all’aborto, no all’eutanasia, no alla fecondazione assistita, no all’estensione dei diritti civili per gli omosessuali. Cosa ne pensa un Cattonerd?

“Nonostante nella mia vita io abbia avuto pareri e prese di posizioni in contrasto con la Chiesa, adesso come adesso, dopo studi e realizzazioni, mi trovo d’accordo con ciò che insegna il Catechismo rispetto a questi ambiti. Non abbiamo però intenzione di trattarli di petto. Non perché abbiamo paura di farlo, ma perché sappiamo che alla base di questi discorsi, che molti trattano come massimi sistemi, ci sono persone che soffrono e che vanno capite e accolte; nonostante abbiamo opinioni e stili di vita diversi dai nostri, restano Figli di Dio, e per questo sono nostri fratelli e sorelle, e nutriamo verso di loro il massimo rispetto”.

Ok, ma la Chiesa starà sbagliando qualcosa: sono uomini dopotutto, ci sarà qualche aspetto sul quale è rimasta indietro rispetto alla comunità di fedeli che rappresenta?

“Credo che uno dei tema dove la Chiesa non è riuscita ad affrontare con la giusta presa, sia quello dell’affettività” risponde Dario. “Ci ritroviamo ad agire nell’ebrezza di una fantomatica libertà di una sessualità senza vincoli, una libertà che si paga svalutando quanto realmente valiamo e quanto meritiamo. Una libertà solo apparente che ci lascia un vuoto che corriamo a riempire con altri vuoti. Molti degli argomenti che hai citato nella domanda precedente non si affronterebbero nemmeno se ci venisse insegnato il valore della vita, del corpo umano e del rispetto del prossimo”.

Forse è così. Ma chissà Gesù cosa farebbe, se tornasse qua tra noi. Vorrebbe discutere di aborto ed eutanasia oppure scaricare l’ultima stagione di Games of Thrones?

Martino Pinna

Il pranzo della domenica

di Anna Ferri

“Le nostre storie sono tutte uguali”, ripetono mentre ci sediamo al loro tavolo chiedendo di raccontarci pezzi della loro vita da badanti e migranti. Lo dicono così, con un sorriso velato di triste rassegnazione mentre ci offrono pomodori e formaggio – da prendere con le mani perché le posate ognuna le porta solo per sé – e una fetta di pane nero “quello ucraino, che però ora facciamo fatica a farci mandare perché i corrieri qui non arrivano più”.

La tavola è imbandita e tutte indossano bei vestiti, alcune hanno gli occhi truccati. E’ il pranzo della domenica. Poco importa se sono in una sala offerta da un’associazione di anziani dove non si può cucinare ma solo portare piatti freddi, perché almeno possono stare al caldo invece che sulle panchine di un parco qualsiasi. Qui, a 3400 km da casa, un esercito di madri e nonne ucraine cerca una piccola parentesi dalla solitudine.

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“Siamo arrivate in Italia per aiutare le nostre famiglie e siamo rimaste per evitare che i figli debbano fare questa vita”, ci spiega Anna, 59 anni. Quella che abbiamo davanti è la prima generazione di donne partite alla ricerca di fortuna lasciando a casa marito – “perché per noi è più facile trovare lavoro” – e i figli. Gli occhi diventano lucidi quando si parla di loro: “I primi sei mesi ho pianto tutte le lacrime che avevo per il dolore di aver lasciato mia figlia di 10 anni”. Era il 2002. Sono passati dodici anni, diciamo quasi in un soffio. “Sono partita pensando di restare un paio di anni ma poi c’è sempre qualcosa che serve: prima lo studio, poi la casa e poi il lavoro che là manca. A dicembre però torno per sempre. Vedrò crescere i miei nipoti”.

Accanto ad Anna c’è la sorella più grande, arrivata senza sapere una parola di italiano: “A Roma sono stata immobile per delle ore cercando di capire come fare a chiedere un biglietto per Modena. Arrivata ho trovato un lavoro con un signore malato di tumore. Doveva vivere e invece è morto dopo tre mesi. Era notte, ero sola e non sapevo cosa fare”. Liubor ha 64 anni, tre figli e sette nipoti: “Prima venivamo per aiutare la famiglia e crescere i figli, ora per sopravvivere alla guerra. In Italia non se ne parla più e non capisco perché. Per informarmi guardo su internet. I nostri ragazzi vengono chiamati a combattere e ci sono città dove non c’è più nulla. Quando possiamo mandiamo soldi per i soldati che sono stati feriti”.

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Qui come vi trovate? “Dipende dalla famiglia: quello che conta non è l’età ma la malattia”. Il lavoro è durissimo: 24 ore su 24, cinque giorni e mezzo su sette. Sono libere il mercoledì pomeriggio e la domenica. In regola prendono tra gli 850 e i mille euro al mese. Per loro ne tengono poco più di 200, giusto quelli che servono per ricaricare il telefono e comprare qualche vestito. Il resto viene spedito alla famiglia. A volte mandano anche pacchi di cibo o ne ricevono. Come quello con il pane nero tipico dell’Ucraina. Però da qualche mese il corriere non si ferma più a Modena ma solo a Bologna e loro non sanno come fare. “I primi giorni passati qui sembrano anni – racconta Nadia, in Italia dal 2008 – All’inizio non c’erano i cellulari e chiamavamo dalle cabine due volte la settimana. Oggi con internet ci possiamo vedere e le distanze si accorciano. A volte mio nipote mi chiede dove sono e quando dico Italia mi risponde non vieni a dormire?”.

La sala si è riempita. Ci sono una quarantina di donne che tengono in mano borse di plastica piene di pacchetti di cibo. A piccoli gruppi si siedono ai tavoli, ognuna con le sue amiche. Lentamente stendono la tovaglia, sistemano affettati, verdura, carne e polpette nei piatti di plastica e condividono tutto. Quando passiamo ci chiedono di assaggiare. Alla fine ci infilano dei dolcetti ucraini nella borsa. Pensiamo a quante sale come questa ci saranno nel mondo.

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In Italia, nel 2013, gli assistenti famigliari stranieri erano più di un milione e 100mila, di cui oltre l’80% donne. “Finché la salute lo permette resto qui – dice Dana – Piuttosto che far fare questa vita a mia figlia rimango io. I primi anni non sono mai tornata a casa perché non avevo il permesso di soggiorno. E’ stato terribile”. “Ho perso tutta la mia vita là – spiega Alessandra – Non sono andata al matrimonio dei miei figli e non c’ero quando sono nati i nipoti”. Le più fortunate tornano a casa due volte l’anno. Il viaggio dura un giorno in pullman, qualche ora in aereo. Portare qui la famiglia invece è un sogno impossibile perché bisognerebbe affittare una casa.

Finito di pranzare, in questa sala che avranno solo fino a gennaio e dopo si vedrà, vanno in chiesa: prima il rosario e poi la messa. Ljuba ci racconta che le preghiere l’hanno aiutata quando è arrivata in Italia: “Sono partita con un pullman e non sapevo dove fermarmi. Mi dicevano dove vai? E io in Italia. E loro insistevano sì, ma dove? Mi sono fatta il segno della croce e sono arrivata vicino a Firenze, dove ho trovato persone che mi hanno aiutata. Per venti giorni ho dormito in una chiesa. Mi ricordo che di notte guardavo la cupola bianca e tremavo dal freddo”. E oggi, invece, per cosa pregate? “Per tornare presto a casa”.

Anna Ferri

Le cellule morte

La città come corpo, l’urbanistica come anatomia. Non è una novità: l’uomo vede l’Universo a sua immagine e somiglianza, e in diverse epoche e diverse culture, ha sempre avuto la tendenza ad antropomorfizzare tutto quello che gli capitava sotto gli occhi. Anche le città.

Per i dogon del Mali ad esempio il villaggio è come un corpo supino: i capi del consiglio sono a nord, cioè nella testa, mentre nel petto ci sono le case delle famiglie, e sono presenti anche gli organi sessuali, rappresentati dalle pietre per schiacciare i semi, che simboleggiano il sesso femminile, e dall’altare verticale che naturalmente allude a quello maschile, posti al centro del villaggio.

Anche successivamente, in civiltà più complesse come quelle greche e romane, si ritrova la tendenza a prendere come modello il corpo umano nell’architettura e nell’urbanistica. La tendenza prosegue nel Rinascimento e oltre: anche Bernini, realizzando il colonnato di piazza San Pietro, parla di “braccia” pronte ad accogliere i cattolici.

Successivamente questo tipo di simbolismo rallenta, diminuisce, e il paragone città uguale corpo è sempre meno presente nell’atto di progettare e costruire – con delle notevoli eccezioni, come quella del cimitero Aldo Rossi ad esempio – ma sempre più presente nel nostro modo di vedere la città.

Parliamo di “cuore pulsante della città” per definire il centro, di “arterie” per definire le strade trafficate. E se osserviamo la mappa di una grande metropoli, non possiamo non vederci un apparato circolatorio, con vene e capillari. Il nostro organicismo è sfrenato, e il fascino di questa antica relazione tra urbanistica e antropomorfismo è per noi irresistibile.

Ma la città ha anche le sue cellule morte, piccole macchie che il corpo non riesce a riassorbire: sono le sue parti dimenticate, dove l’erba cresce e poi si secca. Sono angoli abbandonati, sotto gli occhi di tutti, proprio nelle parti più vitali dei nostri moderni, trafficati e complessi villaggi. Il corpo continua a funzionare anche senza di loro.

M.P.

Foto di Isabella Colucci

Il giorno dei morti

In diverse parti del mondo il 2 novembre è dedicato alla commemorazione dei defunti. In Messico si chiama Día de los Muertos, ed è una specie di festoso carnevale dedicato alla morte. In Italia si usa visitare i cimiteri, mettere dei fiori sulle tombe dei propri parenti morti e, in alcune regioni, preparare i cosiddetti “dolci dei morti”.

Alla morte e al luogo dove vengono sepolti i corpi, il cimitero, abbiamo dedicato un intero reportage, La realtà della morte. Dove, fra le altre cose, abbiamo raccontato come il 2 novembre sia l’unico giorno in cui la maggior parte delle persone compra fiori freschi, dato che il resto dell’anno i fiori finti hanno ormai superati da tempo quelli veri, perché più economici e duraturi.

Qui invece pubblichiamo delle straordinarie fotografie che documentano la commemorazione dei defunti a Nule, un piccolo paese della Sardegna, nel 1965. All’epoca delle fotografie Nule aveva circa 2mila abitanti, ma in cimitero sembrano esserci solo donne, tutte rigorosamente  vestite di nero. L’unico uomo presente è un sacerdote con i chierichetti. Gli scatti sono della danese Ruth Bentzon, che visse in Sardegna con suo marito, l’antropologo ed etnomusicologo Andreas Fridolin Weis Bentzon, morto a soli 35 anni.

Visita delle donne al cimitero

Giorno dei morti Visita delle donne al cimitero

Visita delle donne al cimitero  1

Visita delle donne al cimitero  2

Visita delle donne al cimitero 3

Visita delle donne al cimitero 4

Sempre il 2 novembre, il giorno della commemorazione dei defunti, le donne preparavano il pane per poi spartirlo. Nell’ultimo scatto un abitante di Nule nel 1965.

Donne che biscottano il pane 0

Donne che biscottano il pane

Donne che spartiscono il pane

Giorno dei morti pane per i chierichetti

Il padre di Paolo Masala a Brassamo

Le immagini vengono dal Fondo Bentzon, donato dall’Università di Copenaghen all’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Regione Sardegna, e sono disponibili su Sardegna Digital Library.

Martino Pinna

Quando gli infedeli scrivono per le musulmane

di Davide Lombardi

Nelle mie intenzioni iniziali, questo articolo doveva essere esclusivamente dedicato al blog YallaItalia.it, attraverso il racconto di uno dei suoi fondatori, Martino Pillitteri. Yalla lo merita: è un progetto davvero interessante per chi vuole cercare di avvicinarsi senza pregiudizi al mondo degli immigrati arabi di seconda generazione, i 2G, gli italiani in parte.

Figli di culture diverse che cercano faticosamente di intrecciarsi tra loro. Riuscendo solo in parte a risolvere le proprie contraddizioni. Un tentativo che forse sarebbe meno faticoso, fossero consapevoli di essere le incarnazioni viventi della negazione del principio logico del terzo escluso: tertium non datur. Vero, quando due civiltà trovano solo nello scontro la propria ragion d’essere. Falso, se sulla pelle porti geneticamente i segni di entrambe.

Ma poi, tra me e le mie intenzioni, si è infilata lei, Noor, a ribaltare completamente il progetto iniziale. Noor, che in arabo significa ‘luce’, è la giovane donna egiziana che ha cambiato in due ore la vita di Martino. E la storia di questo articolo. Un tradimento relativo se si considera che, in fondo, anche Yalla inizia da lei. Da Noor. Perché, come spiega Martino, “se non l’avessi conosciuta, e se lei non mi avesse convinto con un ultimatum – vieni qua al Cairo e mi sposi o te ne trovi un’altra – ad andare in Egitto, oggi non mi alzerei tutte le mattine soddisfatto e felice di andare in ufficio”. A coordinare il lavoro redazionale nella sede milanese di Yalla.

Con Noor “fu amore a prima vista. Senza conoscere nulla di lei, neppure da dove venisse, dopo il primo scambio di battute ero già talmente pazzo di lei che dentro di me sentivo di aver trovato la donna della mia vita. Dopo la prima serata insieme già sognavo di sposarla”. Lei, “una musulmana che sembrava una venezuelana e che credeva di essere la reincarnazione di Cleopatra” vede nell’allora giovanissimo Martino un novello Marco Antonio, ricambia e lo elegge quasi subito a proprio habibi, termine arabo che significa “amore mio” usato continuamente come intercalare dalle donne per rivolgersi ai loro uomini.

Ma un passo alla volta: questa storia comincia a New York. Sono gli anni a cavallo del nuovo millennio e Martino, dopo tre anni e un diploma al Marymount Manhattan College, ha decisamente scelto la Grande Mela come proprio orizzonte. La sua città d’origine, Milano, e l’Italia intera al confronto gli paiono un museo e l’idea di tornarci – perché senza lavoro se la sogna la famosa green card, l’autorizzazione che consente a uno straniero di risiedere negli Stati Uniti per un periodo illimitato – lo terrorizza. C’ha provato a Wall Street, ma è andata male. Il panico è dietro l’angolo. Poi, in una serata di poetry reading (roba che a New York si organizza con le stesse finalità, solo coperte di patina intellettuale, degli speed dating “dove racconti tutta la tua vita in cinque minuti a una decina di ragazze sedute di fronte a te, e poi aspetti la telefonata di quella su cui hai fatto colpo”) conosce Noor, l’egiziana.

Segue quella che sembra una sceneggiatura firmata da Nora Ephron, autrice di “Insonnia d’amore” e “Harry ti presento Sally” . Solo ancora più complicata. Da subito. Perché Martino è sì ormai un vero Harry, il cui “pane quotidiano sono le partite dei New York Yankees, le passeggiate a Central Park e il caffè a Starbucks”, ma Noor, figlia di una famiglia egiziana decisamente benestante vicina all’allora presidente Mubarak, per quanto occidentalizzata, ha molto meno a che fare con la bionda Sally.  E mette subito le cose in chiaro, di fronte alla dichiarazione di lui di essere “cattolico anche se non praticante”:

“Ma almeno sei un credente. Con i dovuti ritocchi, in futuro potremo andare d’accordo. Se non credevi in Dio non avrei più continuato la conversazione con te. Ti sei salvato all’ultimo minuto. Meglio un cattolico che un ateo”.
“A quali ritocchi ti riferisci, Noor?”
“Che un giorno mi guarderai negli occhi e mi dirai che esiste un solo Dio e che Mohammed è il suo profeta”.

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In direzione della Mecca. Photo credit: minoir via photopin cc

It won’t be easy, buddy” capisce subito Martino. Ma che importa? Come scriveva Platone, “le cose dell’amore le decide il cielo”. E cosa conta se questa decisione l’ha presa Maometto o Gesù Cristo?  Dopo un minuto Martino è già pronto a recitare con calda voce hollywoodiana un romantico “I love you”. Naturalmente a lei, araba fin nel midollo, non basta: la sua lingua ha sessanta parole che possono essere usate per comunicare le diverse sensazioni amorose. Ma che importa? I love you!

Seguono otto mesi di grande amore all’ombra del ponte di Brooklyn. Poi Milano. Fino al fatidico giorno in cui Noor gli chiede di “mettere le cose a posto”. Insomma, di sposarsi come deve fare una brava ragazza araba. Si va veloci da quelle parti: “non ho mai frequentato uno speed dating – commenta Martino – ma grazie a Noor ho sperimentato la versione aggiornata in voga in Egitto, lo speed matrimonio; prima ci si sposa, e poi ci si conosce”. Yalla, yalla, dai, dai, veloci!

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

Qualche perplessità da parte sua ci sarebbe perché lei è sì una ragazza dell’élite egiziana, con tutto quel che ne può conseguire in termini economici e culturali, ma è anche una fervente musulmana. “A dire il vero – commenta Martino – il pensiero di abbracciare la fede islamica, fare il Ramadan e litigare con la mia futura moglie per non chiamare i nostri figli Mohammed e Fatima non mi faceva fare salti di gioia. Io mio figlio l’avrei voluto chiamare Elvis. Questo nome è un investimento; chi si dimentica di uno che si presenta con quel nome? D’altro canto invece, chi si ricorda di te quando ti chiami Mohammed?”.

Però, naturalmente, alla fine l’amore trionfa, e lui cede volando in Egitto per chiedere la mano al padre di lei. Missione quasi impossibile – lui ne ne vuole sapere di dare in mano a un infedele la sua adorata principessa – quanto ineludibile. Visto che sposare una musulmana significa fare altrettanto con la sua famiglia (nel caso di Noor, un grande clan di circa trecento persone), la sua comunità e la sua religione. Passando naturalmente attraverso il beneplacito del patriarca. Che di fronte all’incapacità di Martino di andare oltre un’adesione del tutto formale all’Islam, ma soprattutto di rinunciare alla propria identità occidentale e liberal, arriva a tentare di prenderlo a badilate. Dal canto suo, Martino però ammette “che ci prendevo anche un po’ gusto a provocare gli uomini egiziani sul fatto che una bella principessa araba musulmana si fosse innamorata di un infedele occidentale invece che di uno sceicco azzurro”.

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

La vita al Cairo è tutta un’iperbole: bellissima e complicatissima. “Ero riuscito a inserirmi all’interno del circuito che forniva assistenza alle imprese italiane che volevano investire in Egitto. L’unico deterrente era il mio ufficio: era una sorta di Striscia di Gaza, stretto e pericoloso. Tra la mia scrivania e il muro dietro le mie spalle c’erano settanta centimetri. Non potevo fare stretching né sgranchirmi le gambe. Davanti e sotto la mia scrivania passavano topi e insetti che sembravano delle mini iguane, mentre dal balcone del piano di sopra gettavano la spazzatura che atterrava sul pianerottolo adiacente alla mia finestra. Vedevo letteralmente bucce di banane, avanzi di cous cous, spezie e stracci cadere giù dai piani superiori e transitare davanti alla mia finestra. Nel mio ufficio c’era uno staff di tredici persone, di cui undici egiziani. Si iniziava a lavorare alle 8,30 ma i miei colleghi carburavano intorno alle 11. Arrivavano in ufficio con le occhiaie, tutti, nessuno escluso. I colleghi maschi passavano le serate nei locali a fumare shisha, il narghilè, mentre le ragazze andavano al ristorante, ci restavano fino a tarda notte e poi parlavano per ore al telefono di casa. Io stesso ricevevo telefonate alle 3 del mattino da parte del mio assistente, che mi chiedeva se avevo voglia di farmi un narghilè. Inevitabilmente i loro ritmi notturni influivano sulla loro performance professionale”.

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Photo credit: The Gallery Goddess via photopin cc

Noor invece, pur innamorata nel modo che concepiamo noi occidentali, non rinuncia a nutrire la sua parte araba, quella più formale e fedele alle usanze locali. Cerca di convincere Martino a cambiare nome (“Noor aveva scelto il mio nuovo nome arabo la sera stessa che ci eravamo conosciuti: mi sarei chiamato Marwan. Caspita, non sapevo nulla sull’Islam ma avevo già un nome musulmano”) e a convertirsi all’Islam. Perché, “il matrimonio nel mondo musulmano non è soltanto un’unione d’amore. È una sorta di condivisione di un progetto che si basa sulla fiducia nel proprio partner e sull’amore verso Allah”. Non di solo amore avrebbero dovuto vivere Martino e Noor, “lei voleva tutto il pacchetto: mi voleva in Egitto in pianta stabile; ci teneva che avessi un lavoro che conferisse una certa credibilità socio-economica; che amassi lei; che le comprassi una casa; che diventassi musulmano; e soprattutto che digiunassi durante il Ramadan e pregassi il suo Dio al suo fianco; ed esigeva che i nostri figli venissero circoncisi”.

“A un certo punto – continua – ero arrivato a uno stato d’animo in cui rigettavo tutto quello che riguardava l’Islam; nonostante sia sempre stato un laico convinto, mi dispiaceva addirittura di non essere mai stato un chierichetto”. Ma il vero punto di rottura, quello che poi porterà alla fine della storia d’amore tra Martino e Noor, è l’usanza egiziana di garantire alla sposa anche dopo il matrimonio un tenore di vita adeguato a quello della sua classe sociale. Che nel caso di Noor è parecchio alto.

Questo il dialogo conclusivo col padre di Noor.
“Va bene ragazzino, andiamo al sodo della questione. Devi essere un musulmano vero, e comprare una casa per mia figlia. Ma una casa grande, non un loft. Come minimo ti costerà mezzo milione di dollari”.
“Ma io non li ho tutti quei soldi”.
“Beh, visto che vieni da una famiglia benestante, puoi chiederli ai tuoi genitori. Loro li avranno”.
“Cosa? E io vado a chiedere i risparmi di una vita perché le tradizioni egiziane esigono che un uomo si sveni per sposarsi? Per compiacere la vostra reputazione, per far vedere ai vostri amici e vicini di casa che Noor si è maritata con un uomo del suo stesso livello?”.
“Queste sono le condizioni, ragazzino. E poi le tradizioni impongono che sia la famiglia del fidanzato a comprare i mobili e pagare le spese del matrimonio e del viaggio di nozze. Stando larghi, prevedo circa settecentomila dollari di spesa”.
“Ma quanto costa avere una vita sessuale normale in questo Paese? Questo pensai, ma non fui così pazzo da dirlo a voce alta”.

Martino, in un ultimo disperato tentativo cerca di convincere Noor a rinunciare, lei, a modalità per lui insostenibili (non solo economicamente), e scegliere lui, per quello che è – fino in fondo – e per quello che può darle. Noor, pur combattuta, decide di rimanere fedele al suo mondo. E la storia – che Martino Pillitteri ha raccontato in un libro stimolante e spassoso, “Quando le musulmane preferiscono gli infedeli”, si conclude lì. Martino lascia la casa di lei e non si rivedranno mai più.

Al di là di un amore finito, Noor è stata comunque “il battito di ali della farfalla del Cairo che provoca un terremoto a Milano”. La chiave per accendere in Martino un interesse da allora mai sopito per il Medio Oriente e il Nord Africa. Nonostante quella ormai lontana delusione: la loro storia si è conclusa più di dieci anni fa. “Oggi il mondo arabo, l’Islam e i media arabi sono il nutrimento della mia vita” dice. E spiega: “la bellezza di quel mondo risiede nel suo essere pieno di contraddizioni. Non è mai scontato o banale. D’accordo, nemmeno la vita qui da noi è così banale, ma di sicuro più scontata. Tendiamo a perdere le sfumature che invece sono il sale per gli arabi. Nella mia vita, da qui a un mese so cosa mi aspetta, in Egitto ogni giorno è una sorpresa. Tutto può cambiare dalla sera alla mattina, da un giorno all’altro. La differenza sta nel controllo dei processi che anche in un Paese incasinato come il nostro è molto più facile rispetto all’Egitto. Nel mondo arabo è un arte gestire il tempo, i rapporti, ogni momento della quotidianità. Se cerchi l’avventura, se sei attratto dall’ignoto, quello è il posto giusto, anche se è facile perdere la pazienza. Alla fine della mia esperienza cairota, non reggevo più, adesso mi manca”.

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Per le vie del Cairo. Fonte: Andrew Demma.

La vita in Egitto? “Un’utopia trascorrere una serata a casa da solo a leggermi un libro in santa pace; non riuscivo a tenermi lontano tutte quelle persone che avevano continuamente bisogno di favori e di soldi; non era possibile evitare di impiegare trenta minuti per fare un chilometro in taxi; non ero più in grado di trattenere la mia collera quando i commercianti mi facevano pagare di più le merci rispetto al prezzo di mercato; e spesso non riuscivo semplicemente ad attraversare le strade del centro senza dover dare una mancia a un qualsiasi uomo in uniforme che fermasse il traffico puntando il mitra verso le macchine”.

Rientrato in Italia, a metà del primo decennio del 2000, inizialmente non ne ne vuole nemmeno sentire parlare di arabi, di Egitto e di Islam. Ma assorbite delusione e stanchezza, il seme ormai piantato torna a fiorire. E’ così che nasce Yalla, fondata insieme all’islamologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Paolo Branca, inizialmente come supplemento periodico dell’allora settimanale Vita, poi come sito indipendente seppur sempre legato al gruppo di Vita.

“L’idea – spiega – era di raccontare l’Italia che cambia attraverso le voci dei protagonisti di questo cambiamento, gli immigrati di seconda generazione. La forza del nostro blog collettivo è che non esiste una linea editoriale precisa. Non esiste un Verbo che vogliamo spargere per il mondo. L’unica linea guida è quella del confronto tra voci diverse che raccontano, discutono e litigano sui temi che ci interessano. Su Yalla Italia ragazzi e ragazze mettono nero su bianco il loro processo identitario. Parlano di se stessi, delle loro esperienze, dei loro punti di vista, dei rapporti con i genitori e parenti, di come conciliano l’essere musulmani con la vita in una società secolarizzata”.

Può sembrare una mera curiosità che un uomo abbia riversato su un progetto collettivo, open, l’essenza della propria vicenda autobiografica nata dall’incontro/scontro tra due identità profondamente diverse, ma così non è. Nella sua storia che ha dato origine al progetto di Yalla, nei post che quasi quotidianamente i ragazzi propongono sul blog, è possibile rintracciare le riflessioni, ma anche i dubbi, i tentativi – e naturalmente le paure – che ognuno di noi si trova ad affrontare davanti all’evidente transizione di un Paese che non sarà mai più lo stesso. E che forse non è proprio quel disastro che a volte appare a noi autoctoni: “Dopo il mio ritorno dall’Egitto – dice Martino, che nemmeno per un minuto ha rinunciato nella sua esperienza agiziana alla propria identità occidentale seppur cercando sempre il confronto – la realtà italiana ha incominciato ad apparirmi come se fosse un laboratorio multicolor dal quale far uscire nuove idee, soluzioni, linguaggi e anche, una sorta di Islam europeo moderno che possa competere con l’Islam esportato dall’Arabia Saudita in tutto il Medio Oriente”.

E Noor? Anche lei profondamente cambiata da questa vicenda. Quattro anni dopo la fine della loro storia d’amore, Martino riceve una email. Questa:

«Caro Martino, avevi ragione sui matrimoni misti. I tre figli che mi ha dato mio marito cattolico canadese si affezionano alle persone in base alla loro simpatia e alla loro umanità. Non sono né cattolici né musulmani. Saranno loro a scegliere la loro fede. Sempre se ne avranno una, Inshallah. In fondo, come dice il Profeta, se Allah avesse voluto che tutti gli uomini fossero musulmani, l’avrebbe fatto. Ci tengo a dirti che non rimpiango nessun momento che abbiamo passato insieme. Dopo quella sera a casa mia, ero certa che saresti ritornato da me. Avevo anche convinto la mia famiglia ad accettare la tua conversione formale. Non ti chiedevo mica la luna. Solo una firma e un nome nuovo. Mica di circonciderti. Che Allah ti protegga sempre. Salam e baci. Noor».

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: leeno via photopin cc

Io sono ciò che una volta avevo paura di vedere

di Giordano Silvetti

Prima di incontrarmi per l’intervista Pauli è stato all’ufficio postale per spedire una lettera (“2 euro e 10 centesimi, deve arrivare in Norvegia”) a una ragazza con cui finora ha comunicato solo su Facebook. “Sono emozionato perché non ci siamo ancora mai parlati o incontrati dal vivo” dice.

In automobile raggiungiamo Pitkakoski, uno dei tantissimi spazi verdi che popolano la Finlandia. “Ho bisogno di un posto rilassante per concentrarmi e risponderti”. Siamo a Vantaa, una cittadina alle porte di Helsinki, dove Pauli risiede.

Radio Rock trasmette il primo singolo dell’imminente album dei Foo Fighters: “Un altro di quei gruppi sopravvalutati, proprio come i Nirvana. Qualche anno fa ho comprato ben due libri su Kurt Cobain e i Nirvana. Capisci, ho speso dei soldi per realizzare quanto fosse inutile lui, la sua band e la sua musica. Se chiedi in giro chi è Kurt Cobain nessuno lo conosce, la musica dei Nirvana non viene più ricordata”.

Pauli è andato via dalla sua terra natia, la Grecia “una nazione ormai compromessa per sempre”, perché non voleva fare la fine di tutti gli adolescenti che rimangono a vivere tutta la vita con i propri genitori, che dipendono da loro, che ricevono la paghetta senza sgobbare. Voleva un lavoro, guadagnare dei soldi, avere un’abitazione tutta sua perché “alla fine credo sia questo lo scopo della vita: non essere dipendente dagli altri”.

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Pauli sceglie la Finlandia perché è qui che ha un contatto, un cugino a Järvenpää, a mezzora da Helsinki, e arriva nel gennaio del 2013, a soli 18 anni, dopo aver saltato il servizio di leva ancora obbligatorio nel suo paese. “E’ tutto rinviato a dopo gli studi” mi spiega. “Ma chi ci ritorna più in Grecia?”.

Pauli sceglie la Finlandia dopo aver valutato anche altri paesi scandinavi, come la Svezia e la Norvegia: “E’ noto a tutti che queste nazioni possano offrire più possibilità della Grecia, inoltre mi piace la solitudine dei finlandesi e il freddo”. Il freddo ritorna spesso nel corso della nostra conversazione. “Preferisco la fredda onestà scandinava alla calda ipocrisia dei mediterranei che sembrano accoglierti salvo poi pugnalarti alle spalle”.

Ora vive in quartiere di Vantaa, città gemella della capitale, appena sopra il 60° parallelo nord dove raramente le temperature superano i 30 gradi in qualche fortunato giorno estivo e si mantengono basse, intorno allo zero, o bassissime con punte che toccano i -20 gradi, per sei mesi l’anno. Tutto il contrario di quanto avviene ad Atene, dove il sole che riscalda il paese rimane l’unica fonte di sostentamento per il turismo e la disastrata economia greca. Ma Pauli ha definitivamente scelto il freddo.

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La parola “cold”, fa anche parte del nome del suo gruppo, ‘Coldbound’: “E’ un nome che non significa niente, è che mi piace il freddo, e poi ho aggiunto ‘bound’: non volevo un altro stupido nome da band metal”. Pauli è una one man band. E’ artefice dell’intera produzione: dalle linee di basso agli assoli di chitarra, dalle percussioni elettroniche al canto, nonostante non abbia mai studiato musica e non sappia leggere uno spartito: “Mi bastano i numeri e qualche nota, il resto viene da sé”.

Pauli ha ripreso a suonare in Finlandia, dopo quattro tentativi di suicidio. “Non parlavo la lingua e non avevo amici, i finlandesi sono molto introversi e non avevo un lavoro” spiega. Dopo quel periodo acquista una scheda audio economica da attaccare al computer per registrare nella solitudine della sua stanza la Yamaha nera comprata di seconda mano,.

Quattro album auto-prodotti finora da piccole case discografiche che distribuiscono attraverso internet: “Non ho intenzione di guadagnare con la mia musica, ormai l’ambiente è rovinato per sempre. Una volta c’era lo scambio di cassette, ora si scambiano mp3 e una volta che la musica è là fuori non puoi fare più niente per controllarla, per limitare gli scambi senza pagamenti. E forse è giusto che sia così”.

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Nella musica Pauli ha trovato una cura per la sua insoddisfazione: “Non avrei mai potuto assumere farmaci, sono contrario, sono un essere umano: i farmaci ti fanno diventare un fantasma senza sentimenti”.

Sentimenti che il ragazzo sfoga nella musica, inserita in quel calderone metal che contiene decine di sottogeneri differenti: “Il mio è doom metal, anche se qualcuno lo ha definito funeral. Si differenza dal più aggressivo black metal perché la mia musica è più lenta, dissonante. Truce”.

Pauli è quindi riuscito a combattere la depressione iniziando a comporre musica deprimente.

Le parole dei suoi pezzi non si riescono a comprendere, ed è proprio quella l’intenzione: “Canto testi che non condivido pubblicamente perché sono connessi con la mia vita privata” spiega. “Spesso alle persone non interessano i testi, è sufficiente una melodia accattivante per portare le loro menti verso direzioni indefinite mai raggiunte prima”.

In pochi mesi la pagina ufficiale di Coldbound su Facebook ha raggiunto i 900 mi piace. “Penso che sia un buon traguardo avere 900 sostenitori” dice. Non fan, non ammiratori, ma sostenitori, perché “sono un essere umano, non una stupida squadra di calcio”.

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Qualche intervista su magazine online del settore, un’altra in un libro di prossima uscita, una voce sull’enciclopedia del metal e un sito internet realizzato e gestito dall’ex fidanzata tedesca, conosciuta su Facebook. La ragazza ha tentato di riconciliarsi con l’ex ragazzo, durante la sua visita natalizia in Finlandia aveva già comprato il biglietto aereo per tornare a trovarlo, senza sapere che sarebbe stata scaricata prima: “Quella volta è stata lei a perdere l’aereo” dice Pauli, “ma anche a me è capitata una vicenda simile”.

Sempre su internet, appena arrivato in Finlandia, Pauli conosce una ragazza americana con la quale instaura una relazione a distanza piena di sentimenti ma anche tante gelosie. In una delle ultime scenate virtuali lei lo cancella dalla lista degli amici su Facebook, scatenando nel ragazzo la voglia di ricucire lo strappo. Così Pauli decide di andarla a trovare negli Stati Uniti e compra il biglietto Helsinki – Newark, passando per Copenaghen. Non riesce nemmeno a salire sull’aereo perché viene fermato alla dogana: la ragazza americana aveva contattato la polizia e denunciato Pauli per stalking: “Mi hanno revocato il visto per tre anni con una semplice mail”.

Anche se quella non è stata l’unica volta che Pauli ha avuto problemi con le forze dell’ordine. Quando ancora abitava ad Atene è stato fermato dalla polizia durante una manifestazione del partito del lavoro ed è stato accusato di nascondere delle molotov nella borsa. “Ma dentro avevo solo dei libri”. Viene colpito in testa e portato in centrale, dove le accuse si dimostrano false. “Un classico esempio della corruzione dilagante in Grecia”.

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Manifestazione in Grecia, prima della partenza in Finlandia. Pauli è il primo da sinistra

È proprio ai tempi della scuola superiore che Pauli scopre la sua passione per la musica: “Eravamo quattro ragazzi nel gruppo e i Green Day suonavano l’unica musica di merda così facile da essere riprodotta. Il mio primo concerto si tenne alla fine dell’anno scolastico e le reazioni del pubblico furono entusiastiche. Sono stato obbligato a suonarli perché volevo far parte del progetto musicale”.

In Finlandia Pauli è anche riuscito a farsi degli amici: “Non ai concerti, non vado nei club ad ascoltare musica per trovare gente con i miei stessi gusti. Anzi, a volte c’è qualcuno che si avvicina per chiederti se ti piace quel gruppo e allora inizi una conversazione, condividi esperienze e passioni e magari il giorno dopo, incontrando gli stessi individui per strada, ti accorgi che nemmeno ti riconoscono, non ti salutano perché non si ricordano di te, non vogliono o, forse, la sera prima erano soltanto ubriachi”.

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È una radiosa giornata di fine ottobre e la temperatura è di circa zero gradi, non c’è neve, ma il freddo è pungente come potrebbero testimoniare i capezzoli, entrambi con piercing, di Pauli che sagomano una delle 80 magliette con sopra i loghi delle sue band preferite, che rappresentano un pezzo immancabile della divisa giornaliera: “Li ho fatti perché sembravano carini, un uomo con piercing nelle parti sensibili è quanto di meglio per una famiglia perché può comprendere meglio il dolore della donna” spiega.

La sua tenuta è completata da scarpe e jeans neri, sovrastati da una giacca in pelle nera che copre le braccia sulle quali si stanno cicatrizzando gli ultimi tagli auto-inflitti: “Sono una persona autodistruttiva, sono l’unico che può sfasciarsi da solo”. Lunghi capelli neri lisci, occhiali neri, e un ciondolo di metallo a forma di croce che sbuca dal colletto della maglietta: “E’ il martello di Thor, l’ho comprato nel 2010 non ricordo più nemmeno il perché”.

Pauli ha iniziato ad acquistare magliette e memorabilia delle sue band preferite dopo aver trovato lavoro. Il primo, come pet-sitter, a quattro mesi dal suo arrivo, dopo aver spedito curriculum e sostenuto vari colloqui di lavoro: “Anche nelle case degli altri, quando mi presentavo vestito da metallaro, non ho mai avuto problemi. Non sono un esaltato che mima il famoso gesto metal delle corna in ogni occasione o davanti ai bambini”.

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Il lavoro da pet-sitter, però, non dura molto per le difficoltà di Pauli con la lingua finlandese e la ricerca di una nuova occupazione lo porta all’assunzione in un ristorante greco a Helsinki. Un solo mese nel quale si trasforma in tuttofare, dal servizio ai tavoli al lavaggio dei piatti in cucina, in quella che ricorda come “la peggiore esperienza della mia vita: ho lavorato come un asino e non sono stato nemmeno pagato: alla faccia della solidarietà tra conterranei.”

Con pazienza Pauli riesce a trovare un altro lavoro, che mantiene tuttora, per un’agenzia pubblicitaria: tre volte alla settimana, di notte, attacca sugli autobus le pubblicità che gireranno nell’area metropolitana di Helsinki. “Con l’esperienza ho imparato che la vita è composta da un 60% di fortuna e il restante 40% di abilità. Io, per esempio, ho avuto fortuna nel trovare un capo rispettoso del mio duro lavoro”.

Ma non solo: la solidarietà che non aveva trovato con i greci, l’ha trovata con il suo capo, con il quale condivide gli stessi interessi musicali. Gli ha regalato il biglietto per assistere insieme a lui al recente concerto dei Metallica tenutosi nella capitale e ha regalato al ragazzo la sua chitarra personale, “una Flying V rossa e nera”.

Nel frattempo Pauli si fidanza di nuovo, con una ragazza finlandese, anche questa conosciuta su Facebook, ma la storia finisce dopo pochi mesi.

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Pauli/Coldbound in uno scatto di Sara Strömmer

La musica di Couldbound è di nicchia e così vuole rimanere. Pauli non ha voglia di diventare popolare, di confondere la sua musica con quella dei tanti gruppi che affollano l’ordinaria rotazione radiofonica, anche perché è troppo esigente nella scelta della sua musica preferita: “Mi piacciono i finlandesi Kingston Wall e un tempo erano grandi anche i Sonata Artica e i Nightwish con il loro symphonic power metal che ti faceva sentire le farfalle nello stomaco. Poi gli svedesi Sabaton che nei testi includono tematiche di guerra, i norvegesi Dimmu Borgir, gli Emperor e i miei preferiti, Borknagar”.

Per Pauli è importante conoscere il passato dei suoi musicisti preferiti per tentare di comprendere in che modo abbiano canalizzato il talento che li ha resi così famosi: “Una volta Gesù disse ‘credete senza esplorare’, invece io non la penso in questo modo. Viviamo in una società che si interessa solo delle realtà virtuali, c’è tanta apatia in gir ed è rassicurante vedere come i membri dei Borknagar siano padri di famiglia e abbiano lavori normali con cui mantenere i propri figli. Non sono come quelle rockstar costrette a suonare fino all’età della pensione. Sono loro i veri campioni della vita. E’ stato fantastico avere un contatto diretto con loro, via Skype”.

In Finlandia Pauli è ufficialmente diventato un metallaro: “ciò che una volta avevo paura di vedere”. È una frase che Pauli usa per riferirsi ai musicisti black-metal, quelli con il viso dipinto proprio come il suo quando deve posare per un servizio fotografico: “Avevo paura di quelle storie intorno al metal, la gente che adorava il diavolo, che diceva di bere sangue, che si tagliava per creare una stupida identità che il pubblico idiota avrebbe seguito”.

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Pauli è una persona buona, infatti ha appena concluso il periodo lavorativo di prova al termine del corso di lingua finlandese, scegliendo di passare sei settimane in un asilo “perché i bambini sono innocenti” dice, “e volevo trascorrere del tempo con loro per sviluppare un approccio diverso con le persone”.

Nonostante tutto, sa anche essere ironico, tanto da improvvisare e coinvolgere, nel mezzo di un servizio fotografico serio, la collega cantante Sara Strömmer in pose divertenti che diventeranno un meme finito anche su 9gag.com.

A Pauli non interessa la nuova musica pompata dalle grandi case discografiche: “Non sopporto le nuove band, non mi trasmettono niente.” Allora perché qualcuno dovrebbe ascoltare Coldbound e supportarlo? “Non l’ho mai chiesto, lasciatemi in pace, voglio solo sopravvivere, ottenere una laurea sicura da sfruttare in una professione decente”.

A Pauli non interessa nemmeno essere amato, nonostante riceva costanti manifestazioni d’affetto. Per esempio, sotto l’ultima foto postata sul suo profilo Facebook, un autoscatto di ritorno dal turno notturno di lavoro nel quale ribadiva le rigide temperature autunnali, il primo commento è di un’amica: “Povero ragazzo, voglio cucirti qualcosa all’uncinetto: preferisci un cappello o una sciarpa? Oppure un paio di guanti senza dita?”.

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Pauli ci tiene a ribadire di essere una brava persona: “Non uso droghe, non rubo, pago le tasse, non ho nessun contatto con criminali e non sono mai andato a puttane. Non ho mai pensato di comprare tabacco e uccidere lentamente la mia vita come sono sicuro faranno molti dei segaioli che ora mi stanno leggendo. Essere buoni è elementare”.

Quando chiedo a Pauli se posso inserire nell’articolo la sua opinione a proposito dei miei lettori mi risponde che “non ci sono problemi, nella vita ho imparato che prima di tutto bisogna essere onesti. Con me stesso e con tutti quelli che mi circondano. Il 95% delle donne è cliente dei sex shop e circa il 99.9% degli uomini ha visto almeno un film porno durante la propria vita. Cosa di tutto questo non rende dei segaioli i tuoi lettori? Oppure sono dettagli troppo personali? Beh, tu hai chiesto informazioni personali su di me e mi hai messo con le spalle al muro. Sono giovane ma posso usare i miei occhi e la mia mente per vedere quello che c’è intorno e, a essere sincero, tutto questo è parte del pacchetto”.

Giordano Silvetti

Tutte le foto vengono dal profilo Facebook di Pauli

Questa è la pagina Facebook di Coldbound

L’infinito pedalare

di Anna Ferri

La bicicletta a scatto fisso si chiama così perché, avendo un solo rapporto, il pignone – che è la ruota dentata che aggancia la catena – fa un giro continuo. Questo significa, in poche parole, che non c’è nessun meccanismo di ruota libera e quindi la pedalata è solidale con il movimento della ruota posteriore. Si pedala sempre: in curva, salita e discesa. Non ci si ferma mai.

“Sei un pezzo unico con la trazione”, spiegano Matteo Zazzara e Walter Carrubba, che quest’anno con la loro squadra corse Iride Demode – formata da sei ciclisti guidati dal capitano Samuele Cai – hanno vinto la Red Hook Criterium Championship Series, la corsa ciclistica più grande d’America che è sbarcata in Europa conquistandola. Una gara di velocità in tre tappe, Brooklyn, Barcellona e Milano dove la caratteristica è facilmente intuibile dal nome: hook significa uncino e quindi nel percorso deve esserci almeno una curva a uncino. La prima cosa che ci si chiede è come si fa a frenare. Prima o poi ci si dovrà fermare, chiediamo.

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Matteo Zazzara (a sinistra nella foto) e Walter Carrubba

La spiegazione lascia un po’ perplessi ma i due ragazzi giurano che funziona: ci si deve buttare in avanti con il corpo dando un colpo netto con tutta la forza possibile e in questo modo si blocca la catena, di conseguenza la ruota, che però non si ferma subito ma inizia a strisciare. “E’ più facile quando vai veloce perché abbatti gli attriti”, ci raccontano, ma la verità, ammette Walter, è che per frenare “bisogna scollegare il cervello” e fare qualcosa che, se ci dovessi riflettere, non faresti mai. Come alzare il sedere dal seggiolino e rischiare di ritrovarti a terra.

La gara di bici a scatto fisso è molto più simile a quelle di moto che a una tradizionale corsa di biciclette. Si parte nel pomeriggio con i giri liberi di prova del percorso, che è lungo un miglio. Poi ci sono le batterie di qualifica e da quelle si forma la griglia di partenza in base ai tempi. I primi tre vengono premiati e i primi 24 guadagnano dei punti. Alla fine delle tre gare si sommano i punti e si forma la classifica dei ciclisti e della squadra. Un’altra cosa che la rende simile a una gara di motociclismo è che quando qualcuno cade puoi solo saltarlo o passarci sopra. Perché, anche se lo volessi, sarebbe impossibile fermarsi visto che non hai i freni. A meno che uno non se ne renda conto molto prima e allora si può tentare di rallentare e aggirare.

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“L’evoluzione di questo sport ha portato a un livello tale di bravura e velocità che se sei nei primi venti sei più sicuro”, spiega Matteo. Il rischio quindi è quando sei tra gli ultimi, che sono quelli con meno esperienza. Arrivati al traguardo per fermarsi bisogna fare almeno cento metri, se non un intero giro di rallentamento. Lo stesso concetto è applicato alla vita di tutti i giorni dove però sarebbe obbligatorio per legge avere almeno un freno e quindi si rischia una multa o un concorso di colpa in caso di incidente. Sui forum dei fissati ci tengono a precisare che anche se non hai il campanello o le luci i vigili possono sanzionarti. Anche se la velocità è ovviamente inferiore, quando si gira per strada, gli ostacoli possono solo essere evitati. Proprio come nei film dove i bike messangers, i famosissimi pony express su due ruote, sfrecciano nel traffico delle metropoli schivando macchine e persone come se stessero danzando. “Paura non ne ho mai avuta perché quando sei tra le auto hai una botta di adrenalina – spiega Walter – più che altro all’inizio mi incazzavo perché non riuscivo a frenare e quindi cadevo”.

Matteo ha fondato con altri amici Iride Modena nel 2009, in un capannone del villaggio artigiano, dove hanno iniziato a costruire le bici a scatto fisso che anni dopo – oggi – sono diventate una moda. L’ispirazione arriva dall’altra parte dell’Oceano, dove già si usavano le bici da corsa per andare al lavoro, vestiti normali. Una cosa che ha affascinato moltissimo Walter, che ha quindi deciso di esportarla puntando molto sulla ricerca estetica. Basta entrare nel loro negozio di viale Tassoni a Modena per capire che l’aria che si respira non è certo quella della piccola città di provincia: sulle bici a scatto fisso hanno costruito una filosofia di vita all’insegna di “car is over” con magliette, cappellini e gadget vari che sono diventati subito un must have. Matteo e Walter hanno la stessa camicia di jeans e sotto la stessa tshirt con la faccia di Matteo, che è anche l’uomo simbolo del marchio Iride. Lo facciamo notare a Walter che sottovoce ci dice: “Gli ho mandato un messaggio per chiedergli come si vestiva e non mi ha risposto. Questo è il risultato”. Poi afferra una maglietta da una gruccia e si va a cambiare.

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Matteo nel 2010 andò a New York per partecipare a un criterium – una gara di velocità per bici a scatto fisso – e quando tornò, entusiasta, ne parlò con il suo socio che decise di organizzarne una. Il primato italiano l’hanno perso per pochissimi mesi, ma quello europeo è loro. Si chiamava “The wild side of the moon” e si svolgeva per cinque giovedì, di notte, in una zona industriale di Modena i cui accessi venivano controllati da alcuni amici per evitare il passaggio delle auto. Alla prima erano in dieci, alla seconda in sessanta. Arrivava gente da tutto il nord Italia: “Le persone erano scontente del ciclismo, dopo gli scandali del doping. Guardando noi ritrovavano l’entusiasmo dell’inizio e ci seguivano. La gente stava per strada a guardare. Anche i vigili urbani”.

Grazie al web le informazioni viaggiano veloce e nel giro di poco tempo Iride è diventata una delle realtà più conosciute. “E’ quello che è successo con lo skater negli anni Sessanta – racconta Walter – solo che questa volta noi non solo c’eravamo quando nasceva, ma abbiamo anche contribuito a farlo crescere”. A guardarle, le bici a scatto fisso, sembrano fatte di nulla. Niente di più sbagliato. Dietro la loro essenziale eleganza c’è una ricerca meccanica e una precisione chirurgica nell’assemblaggio. Per esempio, il movimento centrale (la scatola interna con la guarnitura a cui si attaccano i pedali) e i pedali sono più alti rispetto al normale, perché così quando pedalando in curva ti devi piegare non tocchi l’asfalto.

“Ha geometrie diverse rispetto alle bici da corsa – spiegano Matteo e Walter – e abbiamo dovuto imparare a farle, guardando video e provando sulla nostra pelle”. Oggi le bici le disegnano loro e per i telai hanno un marchio, Iride Betulla. Walter e Matteo non corrono più e hanno fondato un’associazione sportiva e gestiscono la squadra corse e il negozio e laboratorio Iride Modena. L’associazione si chiama Meo Venturelli, in ricordo di un ciclista modenese che “era veloce ma anche un perdente”. Falling and rising, come il loro motto. Perché quando cadi puoi solo rialzarti e tornare in sella.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: mqnr via photopin cc

Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida

di Eva Ferri

Ho immerso i piedi nell’acqua limpida e, subito, una miriade di piccoli pesci sono arrivati, curiosi e delicati, a farmi il solletico. I pesciolini si sono concentrati nelle zone più rigide e stanche, dando migliaia di piccoli baci.

Ho sentito il formicolio della micro-circolazione attivarsi e i fasci nervosi restituire la tensione. Sono stata lì mezz’ora, in pace, senza pensare a nulla. Ad ascoltare l’ineffabile muoversi delle endorfine. No, non ero ai Caraibi e nemmeno alle Maldive e queste non sono le insopportabili memorie delle mie vacanze. E’ successo l’altro ieri, nel mio borghese paesone emiliano: me ne stavo con i piedi a mollo, in una situazione di relax tropicale di quelle che si vedono in vetrina nelle agenzie turistiche, a due passi da uno degli incroci più trafficati della città, dove ogni mezz’ora sfreccia un’ambulanza e, sulle strisce pedonali, si viene avvolti da una roboante nube di gas di scarico.

Si chiama fish therapy, in italiano ittioterapia: un trattamento al confine tra estetica e medicina alternativa, che pulisce la pelle dalle cellule morte e la rende morbida e levigata come dopo un peeling, ma senza l’uso di aggressive sostanze sintetiche.

I terapeuti sono loro, i Garra Rufa, conosciuti anche come “pesci dottore”. Fanno parte della stessa famiglia delle carpe e vengono dalle acque dolci del Medio Oriente: Turchia, Siria, Iran, Giordania e bacino idrico del Tigri e dell’Eufrate. Si tratta di un piccolo pesce pulitore – chi ha avuto un acquario sa di cosa stiamo parlando – che si nutre un po’ di tutto e, tra le altre cose, anche di detriti organici come le cellule morte della cute.

Non avendo denti, rilasciano al contatto, con movimenti della bocca che somigliano a piccoli baci, un particolare enzima che, oltre a consentire loro di staccare le sostanze nutritive, ha sulla pelle umana un effetto emolliente, lenitivo e rigenerante. Il primo a scoprirne i benefici – si racconta – è stato un pastore turco che, dopo essersi immerso in uno stagno per pulire una ferita, notò uno straordinario miglioramento. Leggenda o verità, sta di fatto che in Turchia, a partire dalle rive del lago di Kangal, si è da tempo sviluppata una florida industria turistica che ha come core business l’attrattiva terapeutica del Garra Rufa. La fish therapy si è così diffusa in molti Paesi asiatici come pratica tradizionale utile al benessere e, come sempre più spesso accade, è stata importata anche in Occidente.

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Un giorno in una via del centro storico di Modena è apparso un nuovo strano negozio: in vetrina non abiti o scarpe o cover per lo smartphone, ma una specie di salotto arabescato, con due grandi vasche di vetro piene d’acqua in cui roteano tantissimi piccoli pesci. A volte poi, passando, si vedono sedute in vetrina, con i pantaloni arrotolati e i piedi a mollo, persone che chiacchierano o leggono. I passanti si perdono a fissare, senza capire, i ciclisti continuano a pedalare con la testa voltata indietro; qualcuno decide di entrare per chiedere informazioni.

Wiky Bonacorsi e Sauro Di Lato, con i loro 1.400 Garra Rufa puro sangue, hanno scommesso su un’ambiziosa impresa commerciale che, con la fish therapy, vuole portare nella provincia emiliana un angolo metropolitano, in cui il concetto di “fusion” – che in cucina è sinonimo di interculturale, sano e molto chic – si estende alla sfera del benessere e dell’estetica.

Il percorso inizia con quello che loro chiamano “il rituale”: prima di immergersi è chiaramente necessario lavarsi i piedi o fare la doccia, a seconda del trattamento, con un apposito sapone a base di oli naturali. “Oltre alle impurità – spiega Wiky – è necessario rimuovere anche eventuali creme cosmetiche che potrebbero dare fastidio ai pesciolini e, di conseguenza, tenerli a distanza”.

E’ possibile scegliere il trattamento ai piedi, alle mani, oppure a tutto il corpo, immergendosi completamente. “Quest’ultimo – spiega Wiky – è particolarmente adatto a persone che hanno psoriasi, acne, eczemi e dermatiti”.

Specie nel caso della psoriasi, alcuni studi medici hanno infatti riscontrato l’efficacia di questo metodo che, a quanto pare, consente di lenire e controllare i sintomi senza ricorrere a farmaci come il cortisone.

Non è tuttavia necessario avere un problema dermatologico per accedere alla fish therapy, anzi, il centro ha già parecchi clienti fissi che, oltre al “total body”, richiedono la “fish pedicure” e la “fish manicure”, come trattamento estetico e rilassante. Oltre a liberare la pelle dagli strati secchi e opachi con un’azione esfoliante e ad idratarla in profondità grazie al magico enzima, con i loro micro-baci i Garra Rufa praticano infatti un massaggio che riattiva la circolazione, scioglie le tensioni e toglie il senso di fatica e pesantezza dalle estremità.

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Pare persino che questi piccoli terapeuti siano portati a riconoscere le parti del corpo che hanno più bisogno del loro intervento, concentrando istintivamente le loro operose e voraci attenzioni proprio in quei punti. Sesto senso? “No – sorride Wiky – è che le parti del corpo più stressate sono anche quelle con più pelle morta, che per loro è nutrimento”.

Più che di empatia, si tratta quindi di uno di quei casi – rari, al giorno d’oggi – in cui ci si ricorda che l’uomo fa parte di un ciclo vitale fatto di biodiversità, dove ciò che non serve a qualcuno può essere nutrimento per qualcun altro. Un po’ come accade per quegli uccellini della savana che vivono nella bocca dell’ippopotamo: si nutrono dei detriti della sua masticazione e in questo modo mantengono in salute la sua enorme dentatura.

Immergere i piedi nell’acqua cristallina e sentirsi fare il solletico dai pesciolini non è certo un’esperienza all’ordine del giorno oggi, nemmeno per chi vive al mare o sulle rive di un lago, eppure, paradossalmente, è possibile farlo in città, all’interno di un negozio.

Trattandosi di una tecnica nuova, che implica il contatto con animali esotici e l’immersione in una vasca d’acqua in cui sono state altre persone, viene spontaneo chiedersi se sia sicura. “Non si tratta di una pratica pericolosa – spiega Emanuele Del Fava, ricercatore in campo epidemiologico presso il Centro Dondena dell’Università Bocconi di Milano – ci sono più che altro alcune cose a cui fare attenzione”.

Quando arriva qualcosa di nuovo dall’esterno non si può mai escludere il rischio di entrare in contatto con agenti patogeni a cui non si è abituati, come accadde cinquecento anni fa, quando i conquistatori sbarcarono in America: portarono con sé malattie che in Europa erano abituali, come la varicella e certi tipi di influenza, che però tra gli indigeni provocarono epidemie letali.

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Sulla carta questo vale ogni volta che c’è circolazione di persone, animali e merci provenienti da molto lontano, anche se – come conferma Del Fava – la globalizzazione ha ormai mescolato parecchio le carte, riducendo progressivamente il grado di estraneità dei microrganismi su scala mondiale.

Il rischio di entrare in contatto con batteri e virus “alieni” facendo fish therapy è quindi presente solo se il pesce è stato importato dall’estero, cosa non frequente in Italia, dicono i titolari dello Spazio Garrarufa di Modena, che hanno acquistato i loro preziosi “collaboratori” da allevatori italiani certificati.

Non è quindi tanto dai pesci che ci si deve guardare, quanto dagli altri clienti dei centri che offrono questo servizio, con cui, in assenza di complessi impianti di sterilizzazione e rigorose prassi di sicurezza, si condivide giocoforza una invisibile ma molto concreta situazione di promiscuità, che veicola facilmente lo scambio di funghi e batteri. In Italia – in cui il boom di queste attività commerciali è scoppiato nel 2011 – non c’è una legge specifica, ma esistono precisi protocolli igienico-sanitari che, in teoria, garantiscono la sicurezza dei trattamenti.

“Le nostre – spiega Wiky – sono vasche specifiche, realizzate in collaborazione con università e istituti di ittiologia. In pratica sono acquari, ognuno con il proprio impianto di ricircolo continuo dell’acqua, dotato di filtri meccanici e biologici che eliminano le impurità e le sostanze dannose”.

Chiaramente, non tutti coloro che cavalcano l’onda della fish therapy seguono le procedure di sicurezza in maniera scrupolosa. Si pensi ad esempio alla Riviera Romagnola, dove da un paio di estati a questa parte la fish pedicure è una delle attrazioni più trendy del momento all’interno degli stabilimenti balneari; oppure alle spiagge spagnole, “dove – spiega Wiky – gli impianti sono fatti a regola d’arte, ma viene fatto entrare un cliente dopo l’altro, a ripetizione, senza aspettare che l’acqua venga filtrata: non è molto diverso da mettere i piedi nella stessa bacinella di acqua ferma in cui li ha messi uno sconosciuto un attimo prima”.

“In ogni caso – conclude Emanuele Del Fava – per poter contrarre qualche malattia è necessario avere una ferita aperta: la pelle è una barriera più potente di quanto si pensi, perciò, per non correre il rischio di essere contagiati, dal pesce o da qualcuno che si è immerso prima di noi, è sufficiente evitare questa pratica quando si hanno escoriazioni. Per sicurezza, il trattamento è inoltre sconsigliato a coloro che sono affetti da alcune malattie particolari, come ad esempio il diabete”.

Certo, la nostra è una società ipocondriaca e schizzinosa, viviamo tutti con il gel igienizzante – un presidio medico-chirurgico – in tasca o nella borsa; qualcuno ha anche già trovato la versione naturale, quella alle erbe – che fa meno male ed è più sostenibile, ma igienizza altrettanto bene – ed invita gli altri a provarla. Ma quando si parla del demone della bellezza e della giovinezza, non c’è prudenza o nevrosi che tenga.

Come resistere alla tentazione di avere, a quaranta, cinquanta o sessant’anni la pelle luminosa come una foglia di edera? C’è una cliente, una delle tante signore modenesi ormai affezionate al posto, che non si accontenta della fish pedicure e ogni settimana si fa immergere completamente nella vasca con i pesci garra rufa, tutta intera, dal collo in giù. “E’ come immergersi in una vasca di champagne”, dice.

Eva Ferri

Foto di Davide Mantovani

L’ho visto in sogno

di Martino Pinna

Antonio non ha gli occhi. Gli sono stati asportati i bulbi oculari quando era un bambino. La prima volta che ho parlato con lui al telefono, mi ha colpito la sua millimetrica precisione nel darmi le indicazioni per raggiungere la casa dove vive. Sono le indicazioni più dettagliate che io abbia mai ricevuto in vita mia. Più preciso di un navigatore.

“Sono nato con il glaucoma” racconta. “Ci vedevo male e da un occhio solo e a quattro anni  me l’hanno tolto. Fino alla quinta elementare però un po’ ci vedevo. A 14 anni poi mi hanno asportato anche il secondo bulbo oculare”. Da allora Antonio vive nel buio assoluto.

“Io nei sogni sono vedente” mi dice. “Vedo i colori, le sagome. Nei sogni non sono cieco. Ad esempio nella realtà uso il bastone, nei sogni no. Ma sogno anche di guidare la bicicletta, o addirittura di guidare la macchina. La macchina in effetti una volta l’ho guidata davvero grazie a quel pazzo di mio cugino, una 500 truccata… Però è difficile, perché non riesco a percepire lo spazio, chiuso dentro la macchina”.

Oggi fra i ciechi vanno molto i corsi di orientamento e mobilità. Servono a imparare a muoversi con naturalezza nello spazio. Alcuni ciechi diventano così bravi che rischiano di passare per falsi invalidi. Potreste incontrarli per strada e non accorgervi che non ci vedono. Antonio invece non ha fatto questi corsi. “Sono autodidatta” dice compiaciuto. Tutta la sua vita è all’insegna di un’ostinata determinazione.

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Antonio

È una storia che si sente spesso: persone che hanno condotto vite normali, poi diventano ciechi e si prendono tre lauree, vanno a sciare, partecipano alle maratone, scalano montagne. Altri invece si rassegnano, si chiudono, si incazzano con il mondo, non accettano la realtà della cecità. Antonio non è fra questi, appartiene più alla prima categoria, anche se per ora non partecipa alle maratone ma ogni mattina alle cinque fa una lunga passeggiata, da solo.

“Io ho lasciato casa appena ho potuto, a 18 anni, perché volevo essere indipendente” mi spiega. “Molti pensano che siccome sono nati con una diversità allora devono essere iperprotetti. Io non sono d’accordo, bisogna uscire dalla campana di vetro. La verità nuda e cruda è che molto spesso i parenti vedono il cieco come una fonte di reddito, per via della pensione, e quindi se lo tengono stretto”.

Antonio da giovane si trasferisce in un’altra città, fa un corso come centralinista, trova lavoro, si sposa. Tutti gli chiedono sempre se anche la moglie è cieca. Una domanda a cui è abituato, come se i ciechi si sposassero solo tra loro. La risposta comunque è no, la moglie ci vede bene. All’inizio con lui non ci voleva stare, ma Antonio ha saputo conquistarla. Ora sono sposati da trent’anni e hanno due figli grandi.

Anche lui, come molti altri ciechi, usa in continuazione il verbo vedere. I vedenti non abituati a frequentare i non vedenti sono sempre terrorizzati dal fare delle gaffe dicendo frasi come “arrivederci”, “ci vediamo” o “hai visto”, ma tra ciechi è del tutto normale.

“Per me il verbo vedere non comporta solo l’atto dell’occhio, ma anche la somma di tutti gli altri sensi, ecco perché io dico che vedo una cosa” mi spiega Antonio. Per lui vedere è un mix di informazioni sensoriali: “Io quando esco di casa e cammino mi formo una mappa nel cervello con la posizione del sole, le ombre che percepisco dalla differenza di temperatura, gli spifferi d’aria, i rumori… Tutto questo insieme per me è vedere”.

Questa mappa però dev’essere molto precisa, altrimenti Antonio perde l’orientamento.

Mentre parliamo si alza per rispondere al telefono muovendosi dentro casa con una naturalezza che nemmeno io – vedente – ho dentro casa mia. Ma quando ritorna al tavolo manca clamorosamente la sedia: la sua mano cerca nel vuoto, sbagliando di almeno 30 centimetri. Io non dico niente, un po’ per imbarazzo, un po’ perché voglio vedere cosa succede.

Lui si blocca per un attimo e in quel momento capisco che è davvero nel buio più assoluto.

Ma dura poco, poi si riprende, come se il sistema di navigazione ripartisse. Trova la sedia e si siede. “Hai visto?” mi dice. “Basta poco, ho notato che c’era qualcosa che non andava. Ho sentito dal viso che il termosifone non era alla distanza giusta. Il fatto è questo: i vedenti con un colpo d’occhio vedono tutto insieme quello che stanno guardando, invece noi ciechi per vedere una cosa dobbiamo sommare vari elementi: ne tocchiamo un pezzo, poi un altro e un altro ancora, e così costruiamo la mappa. Ma se qualcosa non è al posto giusto…”.

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Angela

Quando Antonio sogna vede i luoghi che conosce, quelli della sua infanzia. “L’altra notte ho sognato che facevo la pasta a mano con mia moglie. Io quando ancora potevo un po’ vedere, da bambino, ho visto mia madre che faceva il pane in casa. Poi quando ho sposato mia moglie, lei mi ha insegnato a lavorare la pasta. Ora non la fa più, si è comprata l’impastatrice. Ma nel sogno facevamo la pasta insieme, prima nella casa dei miei genitori, poi nella nostra vecchia casa, infine nella casa dove abitiamo ora”.

Se ci fosse una classifica dei ciechi, Antonio sarebbe ai primi posti, dato che addirittura non ha gli occhi. Ma non al primo, perché comunque non ha sempre vissuto nel buio: per qualche anno ha visto un po’ di realtà. Il primo posto di questa improbabile classifica spetterebbe senza dubbio ai ciechi dalla nascita. Non lo dice nessuno, ma parlando con molti non vedenti viene fuori un aspetto interessante: c’è una sorta di rivalità tra i vari tipi di cecità.

Nessuno sarà disposto ad ammetterlo, ma quando un cieco totale mi parla di un ipovedente, o di una persona diventata cieca dopo i 30 anni, lo fa con una strana sufficienza.

Un giorno una persona cieca dalla nascita mi confessa, parlando di un’altra persona, che ha il sospetto che non fosse davvero cieca, “o comunque secondo me esagera”. Gli chiedo di spiegarmi perché, su quale base ha questo sospetto. Non me lo sa dire, ma siccome un po’ ci vede, non lo considera un “vero cieco”. E poi, “quello fino ai 30 anni ci vedeva perfettamente, ora viene qua a dare lezioni… Mah”.

Angela invece è nata con la retinite pigmentosa, una malattia genetica che colpisce la retina: prima peggiora la vista in situazioni di poca luce, poi si perde il campo visivo periferico e col tempo peggiora. Non per forza può portare alla cecità totale, ma in alcuni casi sì. Angela vive da sola vicino al mare, è un insegnante in pensione ed è il tipo di persona che ride con gli occhi. “Non ho mai visto bene, ma fino ai 35 anni qualcosa vedevo. Ora quasi niente.”

Si ricorda i colori, il suo preferito è il blu. Nei suoi sogni Angela vede spesso parenti o amici, così come se li ricorda. È come se il tempo si fosse fermato al periodo in cui riusciva ancora a distinguere i volti. Le persone nel frattempo sono invecchiate, ma nella sua memoria sono rimaste com’erano, e così i luoghi.

Anche lei non sogna mai di essere cieca. Nei suoi sogni vede. “C’è un sogno ricorrente che faccio. Sogno di stare al mare, è un posto dove ci portava mio padre. Non c’è la spiaggia, è tutto roccia e mare. Si chiama Sas Covas. È un luogo che sogno da anni. Certe volte sono sola sulle rocce e guardo il mare. A volte è agitato, a volte è calmo. A volte c’è il sole, a volte ci sono le nuvole. In alcuni sogni ci sono anche i miei fratelli o altre persone. Nei sogni me li ricordo bambini, così come li ho visti l’ultima volta”.

Anche Carmela è nata con la retinite pigmentosa. È una bella signora di 74 anni. Da piccola vedeva la differenza tra ombra e luce, poi dai 16 anni in su la vista si è offuscata sempre di più. “Per anni vedevo un po’ di luce, poi si è spenta” mi dice. Ora è nel buio.

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Carmela

Le piace molto ascoltare la musica da Youtube, soprattutto Elton John. La sera invece si mette sul divano per vedere i film: “Il problema è che non dicono il titolo. Io so che a una certa ora iniziano i film, sento la musica, ma non so di che film si tratta. Allora chiamo mio figlio e gli chiedo ‘che film stanno facendo su questo canale?’ e lui me lo dice”.

Le chiedo se usa le audiodescrizioni dei film, pensate apposta per i ciechi, cioè quelle voci che descrivono ogni scena. Mi dice di no. Anche lei, come molti altri ciechi che ho conosciuto, preferisce guardare i film così come sono. “Preferisco quelli dove parlano molto. E poi di solito quando c’è silenzio vuol dire che si stanno baciando” ride.

Suo marito è morto anni fa. Quando si sono conosciuti lei aveva 26 anni e già viveva nel buio, quindi non ha mai visto il suo viso. “Dopo la morte di mio marito una volta l’ho sognato. Eravamo in una casa che non conoscevo. L’avrei potuto riconoscere dalla voce, ma non parlava. Però sentivo che era lui” mi dice. “Da piccola invece sognavo quello che sognano tutti, di volare, di giocare. Da adolescente ho iniziato a fare anche sogni sentimentali, come tutte le ragazzine. Magari sognavo un ragazzo che mi piaceva.”

Però non sapeva com’era fatto, le chiedo.

“No, ma nemmeno mio figlio so che aspetto ha, non nel senso che intende lei. Però so come sono fatte le persone perché posso toccarle” mi dice. E poi mi racconta un aneddoto per farmi capire meglio: “Vede, una volta a scuola c’era un professore, era un prete e un bravo disegnatore. Ci spiegava i colori, ci faceva toccare gli oggetti per riconoscerli. Un giorno ha portato una testa fatta da lui, voleva vedere se noi ragazzi eravamo in grado di indovinare chi era. Tutti l’abbiamo toccata. Anche io l’ho toccata e l’ho riconosciuta. Aveva fatto la mia faccia. Ero io”.

Testo e foto di Martino Pinna

L’italiano in parte

di Davide Lombardi

Oussama Mansour ha 23 anni e frequenta Lettere a Bologna. Gli piace scrivere e sogna di diventare un giorno giornalista. E’ la ragione per cui è collaboratore fisso di Yalla Italia, il “blog delle seconde generazioni”. Figli di immigrati non sempre nati, ma sicuramente cresciuti nel paese dove hanno studiato e vissuto la maggior parte della loro vita.

Qualche tempo fa, il padre di Oussama, Lotfi, cinquantunenne di origine tunisina immigrato in Italia nei primi anni ’90, gli ha mandato un messaggio. Questo:

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“Se Dio vuole” è stata la risposta di Oussama. Insomma, la speranza che questo evento possa un giorno avverarsi. A Dio piacendo, naturalmente. Solo che non è per niente facile. Perché già l’invito di Lotfi suona stonato in partenza: vale per lui, immigrato di prima generazione, ma non certo per Oussama, che immigrato non è. E’ italiano in tutto e per tutto, e non certo solo per la cittadinanza. Anche se il suo nome – che si può scrivere anche Osama, come il cattivone per eccellenza degli anni 2000 – non si trova nel calendario dei santi. Anche se a domanda diretta, “quanto ti senti italiano e quanto tunisino”, un po’ nicchia, fatica a determinare una percentuale precisa, ammesso che ne esista una. In fondo “le mie radici numide – le definisce così – le ho scritte nel dna, pur avendo io vissuto qui da quando avevo sei mesi” dichiara sornione col suo marcato accento modenese. Solo dopo una certa insistenza concede: “Certo che sono italiano. Sì, ma in parte”.

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Lotfi e Oussama

Se si parla di percentuali, suo padre Lotfi ha invece le idee chiarissime: “Noi siamo la famiglia Mansour, non dico che i miei quattro figli debbano essere come me, ma almeno al 90% sì”. Ed essere come lui, in pratica, significa “non sentirsi italiani”. Nonostante la cittadinanza, di cui pure Lotfi è ormai in possesso, dopo venticinque anni da immigrato. Dice sicuro: “Un italiano che si dovesse trasferire in Tunisia non diventerebbe tunisino, resterebbe quello che è. Così noi non siamo italiani. Conta la famiglia, contano le radici. E’ sbagliato dire che siamo italiani. I tanti emigranti che anche voi avete avuto sono rientrati prima o poi. Quasi tutti. Anche noi dovremo tornare un giorno nella nostra patria. Anche Oussama. Che però non vuole tornare proprio più a casa sua, in Tunisia. Anzi, a trovare i nostri parenti laggiù ci va sempre meno”.

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Più che in Tunisia, Oussama sogna un giorno di trasferirsi in qualche paese anglofono. Perché “oggi l’inglese è come il latino per l’impero romano” e soprattutto perché, come tutti i ragazzi italiani, vive con preoccupazione la mancanza di prospettive e l’inarrestabile declino che questo Paese sembra incapace anche solo di frenare. “Quanto sono arrabbiato per questo? Né più né meno di qualsiasi altro ragazzo. E proprio come tutti gli altri, amo l’Italia tanto quanto la odio. Oggi è molto faticoso essere giovani: ti devi creare da solo le opportunità perché nessuno ti aiuta, ti devi arrangiare e basta. E non è facile”.

“Paradossalmente – continua – in questo momento di crisi, la situazione è migliore per me che ho la doppia cittadinanza. Male che vada qualsiasi mio progetto di vita, ho sempre la possibilità di ripiegare sulla Tunisia dove, con un po’ di soldi, anche solo 20 mila euro, potrei aprire un’attività che mi permetterebbe di campare benissimo. Ma che ci vado a fare ora come ora? A me piace una città come Milano, mi piace una dimensione come quella europea. Figurati se penso di tornare in Tunisia”.

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Oussama Mansour

Quasi una bestemmia per Lotfi, che in “Oussama l’italiano” legge il fallimento di una durissima vita di sacrifici, lontano dalla sua terra. Lamenta l’allontanamento del ragazzo dalla famiglia e dalle radici, dall’adolescenza in poi: “Gli ho dato una buona educazione. A lui come a tutti i miei figli. Da bambino era bravissimo: non faceva casino. Era bravo, gentile, rispettoso. Adesso invece non ascolta, ha una mentalità italiana. Non sono contento di lui. Ha iniziato e poi mollato Giurisprudenza a Modena, adesso fa Lettere a Bologna. Non si sa cosa voglia fare. Non è più l’Oussama che conoscevo prima. Ha trovato una ragazza italiana e con lei si comporta nel modo degli italiani. Vivono insieme. Non si fa. E’ vietato dalla religione. Non vorrei che diventasse come quei ragazzi di qui che pensano solo a divertirsi. Oggi una ragazza, domani un’altra. Con tutte le malattie che ci sono nel mondo… C’è un detto del Profeta che recita così, ‘Ti piace fare il puttanello con le donne, eh? Ma se un altro lo facesse con tua madre, tua sorella, tua moglie, ti piacerebbe ancora? No, vero? E allora perché lo fai tu?’ Ecco, non dico che Oussama sia proprio così, ma mi dà dolore nel cuore il giovane che è oggi. Io per sposare mia moglie, sua madre, ho chiesto il permesso ai suoi e ai miei genitori. E solo dopo averlo avuto, l’ho sposata”.

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Per Lotfi la religione è molto importante. Importantissima. Ed è probabilmente ciò che l’ha tenuto in piedi in anni difficilissimi quando, appena immigrato, ha vissuto in case diroccate, dormito nei prati (“In Sicilia, sotto gli alberi di arance”), in una fonderia dismessa  nel carpigiano insieme a centinaia di altri immigrati tunisini, algerini, marocchini. “C’era di tutto – ricorda ridendo – in quel posto entravi la sera pulito e la mattina ne uscivi nero di sporcizia”. Ha fatto ogni genere di lavoro, dal muratore, al bracciante, all’operaio. Oggi fa il corriere. “E lavoro con dei ritmi che non so quanti italiani riuscirebbero a tenere” assicura. “Io so cosa è il dovere – dice – perché sono una persona religiosa e la mia religione non mi permette di comportarmi male. Devo essere onesto, laborioso, responsabile. E’ un obbligo per me, prima ancora che una scelta. Non ha senso fare il furbo perché tanto c’è Dio che controlla. Oussama invece si è allontanato sia dalla comunità tunisina, che vorrei frequentasse, sia dalla religione islamica. E così non va, mi delude”.

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“Il paradosso – ribatte Oussama – è che mio nonno, il padre di Lotfi, non voleva che lui andasse a pregare. Nella Tunisia che il suo fondatore e primo presidente Habib Bourghiba rese secolarizzata forzatamente. Invece adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione dei Gelsomini del 2010/2011, c’è una rinascita dei movimenti islamici. Per quanto mi riguarda, io sono musulmano né più né meno di quanto la maggioranza dei ragazzi italiani siano ‘cattolici’. A casa dei miei, adesso io abito e studio a Bologna, a volte capita che inveisca contro mio padre, dicendogli che è un integralista autocrate. Lui mi risponde che sono un infedele, che diventerò cristiano e me ne pentirò amaramente e bla bla bla. Di religione mi interesso dal punto di vista antropologico e culturale, il Corano è un meraviglioso poema, ma dubito che andrò oltre questo. Le religioni monoteiste in fondo hanno una base rigorosamente comune: servono a dare un ordine sociale e, logicamente, spirituale. Forniscono delle regole che le persone applicano. Tutto qui. Lo stesso dicasi rispetto al mondo arabo. Conosco la lingua e naturalmente sono legato a quella dimensione così forte in me, ma il mio avvicinamento anche in quel caso è di tipo culturale”.

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Niente ponti allora, tra il tuo mondo è quello di tuo padre, chiedo? “Sempre ‘sta palla del ‘ponte tra due culture’ – risponde Oussama giochicchiando col suo IPhone – tutte chiacchiere. Io voglio realizzare qualcosa di utile davvero. Inventare qualcosa. Cambiare, non fermarmi agli stereotipi e ai soliti discorsi triti e ritriti”.

Dunque niente libro sull’immigrazione di prima e seconda generazione, per far contento Lotfi almeno su questo? “In Italia la letteratura meticcia è ancora molto carente, contrariamente ad esempio alla Francia, molto più ricca di bellissimi romanzi che affrontano il tema della doppia identità. Adesso però ne sto leggendo uno italiano: ‘Antar’ di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Stupendo. Se realizzerò mai il desiderio di mio padre di scriverne uno io? Non lo so. Ti rispondo come ho già ho risposto a lui: Inchallah”.

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Davide Lombardi

Le foto davanti alla moschea di Modena sono di Davide Mantovani

La maga dello Zecchino d’oro

di Anna Ferri

Carla Cortesi è stata per quasi quindici anni la scenografa dello Zecchino d’oro, la rassegna canora di musica per l’infanzia andata in onda ininterrottamente dal 1959 fino ad oggi e che è diventata parte del patrimonio culturale italiano. All’inizio disegnando solo i bozzetti, poi realizzando con le sue mani praticamente l’intera scenografia. Il suo maestro? Il leggendario Paul Campani.

Oggi, Carla Cortesi ha quasi ottant’anni, uno sguardo affilato e dita lunghe e magre che muove nervosamente mentre dice che “i disegni fatti al computer non hanno anima. Sono morti” e per essere chiara cita i cartoni giapponesi “che hanno gli occhi vuoti e la bocca che si apre e chiude senza che ci sia il labiale”. Ai suoi tempi, dentro gli studi della Paul Film di Modena, si macinavano disegni su disegni per rendere credibile un personaggio che parlava: un lavoro talmente lungo e complesso che “quando la gente iniziò a lasciare la ditta perché le cose andavano male vennero saccheggiati gli archivi con i disegni delle bocche che si muovevano”.

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Il Mago Zurlì. Fonte immagine: Amici di Mago Zurlì

Erano gli anni Cinquanta e lei era una giovanissima studentessa dell’istituto d’arte che iniziava a muovere i primi passi dentro il magico mondo di Paul Campani. Quando il sogno si sbriciolò, alla fine degli anni Sessanta, andò a lavorare a Bologna in uno studio pubblicitario. I suoi disegni vennero notati da padre Berardo Rossi, che allora gestiva l’Antoniano dove si faceva il famosissimo Zecchino d’oro presentato da Cino Tortorella (meglio conosciuto come il Mago Zurlì), affiancato dalla inossidabile direttrice del coro Mariele Ventre. Padre Rossi decise di portare la Cortesi a lavorare con sé in quella trasmissione cult il cui titolo era stato ispirato dal Pinocchio di Collodi.

Era il 1973. Dal 1969 lo Zecchino d’oro veniva trasmesso in Eurovisione e, giusto per dare la dimensione del suo incredibile successo, in quell’anno raggiunse la bellezza di centocinquanta milioni di spettatori, superato solo dallo sbarco sulla luna.

Nei primi anni ’70 non esistevano certo le stampanti 3D, i computer per creare le immagini o gli studi virtuali e anche per la televisione si lavorava con forbici, taglierini e pennelli. Carla Cortesi fu subito messa all’opera come scenografa e dopo un paio di prove ritenute non soddisfacenti, creò un mondo parallelo che ricorda un po’ quello di Mary Poppins: i bambini cantavano dentro un enorme nido circondati da uccellini colorati e fischiettanti. Fu un successo. “Ero giovane e piena di idee. Facevo i modellini in scala e se andavano bene diventavano reali”.

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All’inizio c’era un cartellonista che ingrandiva i disegni e li dipingeva, ma una volta seguendo sul monitor la registrazione vide l’ombra del carbone sotto il colore. Insomma, un lavoro non fatto a regola d’arte come piaceva a lei, e quindi: niente più cartellonista. Iniziò a dipingere e ingrandire lei stessa i disegni. Poi ci fu un problema con il falegname che tagliava il compensato. Carla Cortesi si tirò su le maniche e iniziò a usare il taglierino: “Il falegname alla fine mi armava solo le sagome per metterle in scena”. A quel punto divenne una specie di mito: “Quando venivano le squadre della Rai dicevano ‘è qui la scenografa che lavora?‘ perché invece di limitarmi a disegnare il bozzetto, facevo tutto”. Ma il suo lavoro non si limitava a quello di scenografa, molte delle copertine degli lp che venivano pubblicati a manifestazione conclusa, portano la sua firma (quella di questo articolo rimanda al brano Volevo un gatto nero che raggiunse una popolarità mondiale). O come quella dell’edizione del 1975 in cui la scenografia riproduceva un ufficio gigantesco, col Piccolo Coro raccolto in una macchina da scrivere.

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Qualche anno fa Carla Cortesi ha incontrato uno dei bimbi del coro, che nel frattempo è diventato ovviamente adulto, che le ha confessato che lui – come quasi tutti gli altri bambini che negli anni sono passati per il Coro – rimaneva incantato a vederla lavorare, anche se lei li cacciava sempre via. Non è difficile immaginarla giovane, seduta a terra a lavorare, sempre magrissima, mentre con lo sguardo diretto e la voce dura dice ai bambini di sparire “che non ho mica tempo da perdere”. In effetti, fare le scenografie era abbastanza complicato: si usava un compensato sottile sul quale veniva data una base con il colore da muro, un bel bianco “di buona qualità”, poi lo stesso bianco si mescolava agli acrilici per fare i colori. Un lavoraccio. E oggi invece? “Il computer ci ha tagliati fuori”, risponde secca Carla Cortesi.

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Nell’immagine, Carla Cortesi è la seconda a destra

Ci fu anche il periodo dei pittori naif, come la modenese Anna Martani Gasperi, dai quali prese ispirazione per alcune scenografie. “Le migliori sono le idee che arrivano di getto” racconta Carla Cortesi, che all’Antoniano è rimasta per 13 anni, finché non firmarono un contratto con la Rai dove si diceva che lo scenografo lo portavano loro: “C’era uno che aveva una scuola di disegno e doveva sistemare i suoi studenti” commenta lei oggi, ancora con una certa amarezza.

Così iniziò la sua seconda vita di disegnatrice, l’avventura con la Pia Opera Fratini, il centro missionario francescano dell’Emilia Romagna: oggettistica da cerimonia, illustrazioni e i biglietti di Natale. Già, perché c’è ancora qualcuno che ama mandare cartoncini colorati per fare gli auguri di buone feste ad amici e parenti, invece di una mail con un biglietto virtuale che dura il tempo di un click e poi sparisce nell’infinito archivio dell’etere.

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Da quasi trent’anni, Carla Cortesi, inventa un biglietto ogni Natale: “Sono molto richiesti dalle suore, dai preti e dalle scuole”, spiega. I più gettonati sono i classici ma lei ogni tanto si lascia ispirare dalla vita reale e trasforma il biglietto in una riflessione sulla società contemporanea. Nel 2012, anno del terremoto nella bassa modenese, c’erano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù che offrivano un monolocale con riscaldamento autonomo a chi più ne aveva bisogno mentre quando è arrivata la crisi economica ha disegnato i Re Magi che chiedevano l’elemosina a un Gesù bambino un po’ perplesso. Non sempre però queste sue interpretazioni sono state capite e a volte ammette di essere dovuta tornare a cose più semplici e immediate, magari con una citazione di Papa Francesco come per quello di quest’anno. Carla Cortesi racconta che l’illustrazione è sempre stata la sua passione e che da piccola passava l’estate a disegnare “anche le bisce morte che mi portava mio fratello”, poi sono arrivate le belle arti e la scuola di nudo, dove il risultato “dipendeva molto anche dalla modella, perché i fisici legnosi e secchi, quelli senza curve, vengono male”. Al centro di tutto c’era la matita: “Oggi invece si tende a dimenticare che parte tutto da lì”.

Anna Ferri

Extra – La dura vita del Pole man

Chi mai direbbe che qualcosa che si chiama “Pole dance”, lontana cugina della “Lap”, possa essere uno sport da uomini? Eppure la variante maschile della Pole, disciplina che abbiamo raccontato nel reportage “Il ballo del nuovo femminismo“, è ancora più impegnativa dal punto di vista atletico di quanto già lo sia – e lo è parecchio – per le donne. E i maschi che la praticano assomigliano decisamente più a Yuri Chechi che a Dita Von Teese. Eppure, per quanto faticosa come attività, si può praticarla a qualsiasi età con sicuri benefici per il fisico e per la sua salute. Almeno così assicurano Valerio Mei e Michelangelo Gatto, due degli allievi della scuola modenese di Pole.  Per testare la veridicità di una simile affermazione, abbiamo fatto provare a uno dei giornalisti di Converso, non proprio di primissimo pelo, l’esperienza della “danza intorno al palo”. Con risultati solo parzialmente apprezzabili.

I migliori diari della nostra vita

di Eva Ferri 

“Non puoi mettere le braccia intorno a un ricordo”, cantava disperato Johnny Thunders alla fine degli anni Settanta, quando dall’Inghilterra e dagli USA arrivò quell’onda di disillusione musicale, politica ed esistenziale che ha fatto la storia del punk. Spinte trasgressive ce n’erano già state, ma non così

Qui si trattava di teorizzare il No Future, disobbedire al domani come prospettiva sociale e vivere un eterno presente senza veli e senza freni. L’estetica del punk, arrogante e scarna, ha segnato una linea di non ritorno per cui, da allora più che mai, essere giovani significa anche questo: non avere niente da perdere, essere fragili, onnipotenti e noncuranti. Ecco allora questa età dell’oro tingersi a tratti anche di retorica, a partire dal mito di quegli artisti che il No Future l’hanno preso alla lettera e a meno di trent’anni si sono ammazzati nella vasca da bagno di qualche Chelsea Hotel, come se l’aver esaurito l’esistenza in tempi record, prima che degenerasse in una gabbia, desse loro una specie di bollino di qualità.

In realtà, la maggior parte di coloro che hanno vissuto e amato questa impronta alla fine sono andati avanti, hanno finito la scuola, hanno trovato lavoro e magari si sono anche sposati e hanno avuto dei bambini. Alcuni la voglia di vivere l’attimo e dire le cose come stanno forse l’hanno persa, in nome di una vita che – come dice Cesare Pavese – “adopera amore e pietà, la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani”. Ma c’è anche chi a quella vitalità nuda e cruda non ha mai saputo rinunciare e continua a coltivarla e a cercare il modo di esprimerla, mettendo in relazione passato, presente e futuro.

“Non c’è dubbio che l’adolescenza sia un momento importante della nostra vita – osserva Stefano Pasquini, uno dei curatori della mostra ‘I diari delle medie’, inaugurata nello Studio Cloud 4 di Bologna alla fine del settembre scorso – e spesso, in quegli anni, si delinea quello che sarà il nostro futuro, che ancora non possiamo conoscere”.

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Il diario nasce come oggetto comune, prodotto in serie, in cui segnare i compiti e i voti, ma quasi sempre diventa espressione di identità in presa diretta: “traboccano di biglietti di concerti e del cinema, foto di celebrità, citazioni, poesie, vignette, e nella scelta di questi frammenti – spiega Pasquini – comincia già a delinearsi una visione personale”.

In mostra una trentina di diari delle medie e delle superiori che raccolgono la potenzialità creativa di personaggi che poi sono diventati artisti, musicisti, cantautori, scrittori, ingegneri, fotografi o ancora studenti.

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Per alcuni degli autori il diario è stato il luogo ideale in cui accumulare dettagli di vita, per ricordarsi di non dimenticare; per altri era la sede elettiva della bellezza che volevano far propria; o ancora uno spazio in cui raccontare una dimensione ironica e surreale che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, ma che non tutti – soprattutto gli adulti – sanno vedere.

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“Il fatto – dice Pasquini – è che siamo tutti equamente creativi, poi ognuno decide cosa fare della sua vita: se usare la creatività, sopprimerla, o fingere che non ci sia; ma è comunque presente e in questi diari si vede, anche in quelli di chi oggi non fa l’artista e non si ritiene tale”.

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Com’è riaprire il proprio diario, pubblicamente, a distanza di vent’anni? Credo di non aver mai visto gli autori di una mostra emozionarsi e sorridere così, la sera dell’inaugurazione. Era un po’ come aver fregato lo spazio-tempo: ritrovarsi per le mani quello che si è stati e riconoscere quello che si è.

Eva Ferri

Foto di Isabella Colucci

Gallery – I migliori diari della nostra vita

 

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