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Se esiste un mondo che può essere elevato a perfetto esempio della crisi sistemica che sta vivendo questo Paese, delle diseguaglianze incredibili che si sono generate in questi ultimi anni, be’, pochi altri settori come la “stampa” si prestano a un simile compito.

In termini di vendite e fatturato, i cosiddetti organi di informazione – quotidiani e settimanali su carta – sono da almeno 25 anni in costante recessione. La tabella qui sotto, riguardante i quotidiani e tratta dal Rapporto Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) 2012, segnala un calo del 34,4% dal 1990 al 2011. E gli ultimi due anni, ovviamente, non sono andati meglio.

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Questa la situazione attuale. E il futuro? Tutt’altro che roseo. Secondo Giuseppe Granieri (e con lui qualche centinaia di altri analisti), la carta ha finito il suo ciclo perché “costosa da stampare, da stoccare, da distribuire. Non è aggiornabile, non è ricercabile, non regala persistenza ai contenuti del giornalismo“.  Certo, di informazione ci sarà sempre bisogno, ma il futuro digitale è ancora in piena evoluzione e in cerca di una quadra, ad esempio, in termini di sostenibilità economica (discorso che però non affronteremo qui, ora).

La domanda dunque è: sono sufficienti 25 anni di recessione, la quasi totale assenza di prospettive future, per definire quella della carta stampata una crisi strutturale e non congiunturale? Risposta facile: il Titanic sta affondando sotto i nostri occhi. Ma proprio questa lenta agonia mette in luce, forse mai come oggi, i paradossi propri di questo tramonto, che forse non ne saranno la causa principale, ma certo hanno contribuito, a creare il cortocircuito in termini di credibilità che oggi vive non solo la carta stampata, ma l’intero mondo dell’informazione.

La crisi  (non quella del 2007, quella che dura da un quarto di secolo per la carta stampata)  ha stravolto qualsiasi equilibrio all’interno dei rapporti di lavoro legati alla professione giornalistica (o comunque delle professioni legate al mondo dell’informazione). Nessuno oggi si sognerebbe di consigliare a un giovane di fare il giornalista. Per dire, negli Stati Uniti, che pure stanno meglio di noi, considerano questa professione tra quelle destinante all’estinzione, in una classifica in cui prospettive peggiori in termini occupazionali le hanno solo i taglialegna.

Ci sono giovani giornalisti o aspiranti tali – veri prolet senza speranza né futuro – che costituiscono l’ossatura delle testate locali generalmente pagati da 3 o 4 euro fino a 10 euro a pezzo e colleghi garantiti da contratti stipulati in un’epoca in cui era ancora possibile entrare a far parte di una redazione che possono guadagnare dai 2500 euro in su (anche parecchio più in su). Sono la “classe media” che resiste, difende con ogni mezzo a disposizione i propri diritti, ma che è inevitabilmente destinata all’estinzione.

Poi ci sono i big, come il quasi ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (ha annunciato che lascerà la direzione della testata il 30 aprile 2015) che verrà liquidato da RCS – secondo quanto riportato da Prima Comunicazione – “con una buonuscita di 2,5 milioni di euro, comprensivi di 3 annualità, previste dal contratto firmato al momento del suo ritorno al Corriere nel 2009, più una cifra per patto di non concorrenza”. 

Supponiamo – in via del tutto ipotetica visto che non conosciamo i dettagli contrattuali del rapporto De Bortoli-RCS – che per rispettare il “patto di non concorrenza” siano stati riconosciuti a De Bortoli 700 mila euro. Sempre rimanendo nella medesima ipotesi, significherebbe che per il direttore, ad oggi, uno stipendio annuale corrisponderebbe a 600 mila euro (1 milione e 800 euro diviso le 3 annualità). Ossia a uno stipendio mensile di 50 mila euro per 12 mensilità. (Presumibilmente lordi, ma che possiamo tranquillamente considerare netti se spalmiamo sui 6 anni della direzione De Bortoli 2 – dal 2009 – la buonuscita da favola che il direttore, complimenti a lui, ha ottenuto da RCS).

Il che significa che un’operatore dell’informazione “top gun” come Ferruccio De Bortoli guadagna (sempre tenendo buona l’ipotesi di cui sopra) uno stipendio cento volte superiore all’oscuro giovane operatore dell’informazione di serie “non classificabile”, Giacomo Drudi, a cui Repubblica aveva offerto un posto (rifiutato) da impaginatore per 500 euro al mese (la storia l’abbiamo raccontata qui).

Un rapporto spropositato che conferma quanto riportato, citando un saggio di Luciano Gallino, nel nostro articolo “Se distogli gli occhi da questo monitor, ti accorgi che Mark Zuckerberg è il nemico“: intorno agli anni Ottanta i compensi globali di un dirigente erano dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente”.

Ora, nessuno può incolpare il buon De Bortoli di essere diretto e soprattutto unico responsabile della crisi che vive il suo giornale, la carta stampata e l’informazione in generale, ma è altrettanto vero che la crisi non la sta affatto pagando lui, né quelli come lui, ma i tanti Giacomo Drudi d’Italia.

(Davide Lombardi)

  • http://clach.wordpress.com/ Cloudio

    perfetto!