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di Arthur La Piqûre

Karim ha 38 anni, è marocchino, abita da oltre vent’anni nella zona più problematica di Piacenza, un quadrilatero adiacente alla stazione ferroviaria, chiamato “quartiere Roma”. Non è il Bronx né la periferia londinese. Piacenza conta 100mila abitanti con un 16% di residenti stranieri.

La zona si è guadagnata negli ultimi vent’anni una pessima reputazione legata al traffico di stupefacenti, ai furti, alla prostituzione, alle risse multietniche e alle manifestazioni più evidenti di ubriachezza molesta.

E’ un crocevia di razze concentrate in una manciata di strade: ecuadoriani, peruviani, albanesi, bosniaci, magrebini, cinesi e indo-pakistani. Le ultime due etnie sono in ascesa nel quartiere. Fra call-center, mini-market universali, bar e tavole calde, l’Oriente Estremo regge l’economia del quadrilatero. La strada è sempre stata però dei magrebini, degli slavi e dei latinos. D’estate, chiudendo per un secondo gli occhi e aprendo bene le orecchie si possono udire le melodie della salsa o del rai che escono dalle finestre degli appartamenti del quartiere. Per un attimo sembra di essere a Little Havana o a Casablanca. E invece è Piacenza.

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Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View

E’ in questo quartiere che Youssef si è trasferito nel 2000 da Rabat, la capitale del Marocco. E’ qui che ha conosciuto Esmeralda, la fidanzata ecuadoriana con cui ha diviso un pezzo di clandestinità. “Brava ragazza l’Esmeralda, non ha parlato, è stata poi espulsa, chi l’ha mai più rivista”, ricorda Karim senza nostalgia alcuna.

Karim e io siamo amici di lunga data, è nel “quartiere Roma” che abbiamo conosciuto entrambi Youssef. “Ti ricordi di quando Youssef ha sfondato la sbarra metallica del casello autostradale?”, dice Karim sputacchiando il tabacco della sigaretta rimastogli incollato sulle labbra.
“Certo che mi ricordo, poco più di un gesto dimostrativo”, rispondo sorridendo.
“Il Turco non si fermava davanti a nulla”, ribatte Karim.

Piazzale Roma, Piacenza.
Piazzale Roma, Piacenza. Foto da Google Street view

Il soprannome di Youssef era il Turco. Se lo era guadagnato nel cantiere in cui lavorava per la sua tenacia e la forza fisica: per i magrebini i turchi hanno la fama di essere gente tosta, dura, con un alto grado di sopportazione al dolore.

La prima volta che incontrai Youssef ero in una delle tante taverne del quartiere. Bar senza pretese frequentati solo da migranti, neanche fosse il sud segregazionista americano. Youssef se ne stava seduto al bancone con Esmeralda a sorseggiare una bottiglia di birra formato famiglia. Portava una maglietta dell’Olympique di Marsiglia. Poggiai il braccio sul bancone e ordinai un paio di birre da portar via e un pacchetto di sigarette. Oltre ai bar con la birra a buon mercato, fino al 2007 nel quadrilatero trovavi tutte le maggiori marche di sigarette contrabbandate dai montenegrini che le rivendevano ai locali della zona.

Mentre aspettavo al bancone, Youssef alzò lo sguardo verso di me: non era alla sua prima consumazione, su questo non ci sono dubbi. Aveva gli occhi arrossati mezzi chiusi e biascicava qualcosa sulla qualità delle noccioline. Era appena arrivato in Italia, parlava a fatica. La lingua francese e il calcio ci aiutarono a dialogare. Quasi tutti i magrebini parlano francese e tutti sono appassionati di calcio.

Parlammo per un quarto d’ora della corruzione nel mondo del pallone e sul costo della vita. Mi disse che era arrivato sei mesi prima da Rabat e che aveva subito trovato lavoro in Italia. Era il 2001.

Via Roma, Piacenza
Via Roma, Piacenza. Foto da Google Street View

“A Youssef piaceva lavorare, non era come gli altri”, ricorda Karim. Lavorava in un cantiere in provincia. Ogni mattina sveglia alle 6, pranzo al sacco, settimana di 6 giorni, per uno stipendio di 1200 euro al mese.

Con Youssef cominciammo a frequentarci nei fine settimana. Bevevamo qualche birra insieme, lui mi raccontava del suo paese e dei suoi progetti. “Voglio diventare capocantiere, magari prendermi il diploma da geometra, questo lavoro è duro, non voglio crepare a 50 anni”, mi confessò un giorno. Quella bettola diventò presto il luogo di ritrovo di una piccola comitiva di nordafricani. Dopo qualche mese la polizia chiuse il bar e appose i sigilli. C’era stata una rissa violenta all’interno del locale fra clienti insoddisfatti, un avventore era stato accoltellato.

Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza
Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza. Foto da Google Street View
Durante il controllo e i sopralluoghi delle forze dell’ordine che seguirono venne fuori che il gestore del locale era un ricettatore. In cambio di pochi spicci comprava merce rubata dai ladri e dai tossicodipendenti del circondario: telefoni cellulari, televisori, lettori dvd, navigatori satellitari, orologi, monili. Cambiammo quartier generale per stabilirci in un altro bar poco distante con caratteristiche simili.
Nel 2003 Youssef fu vittima di un incidente sul lavoro. A fine turno, sovrappensiero, levigando una struttura di ferro con della carta vetrata, si era procurato una ferita seria alla mano destra. Uno spigolo gli aveva perforato il guanto e aperto il dorso della mano. Mi chiamò sul cellulare e lo raggiunsi in macchina sul cantiere. Sanguinava copiosamente. Nel cantiere non c’era acqua corrente, solo barili con acqua stagna. Gli altri muratori, quasi tutti bosniaci e macedoni, gli consigliarono di lavarsi la ferita con l’urina. “Amico non è niente, tu non va a ospedale, tu piscia su tua mano subito, vedi che disinfetta ferita, perché c’e’ ammoniaca nel pipì”, disse un suo collega bosniaco.
Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Presi un asciugamano e improvvisai una benda. Lo portai al pronto soccorso. Non avevamo scelta, la ferita era profonda e i punti di sutura inevitabili. Non disse nulla durante il viaggio, né una parola né un lamento. All’entrata, quasi a scusarsi con me, mi guardò negli occhi e mi disse: “Meglio se non entriamo, non ho i documenti, sono clandestino”.

I medici del pronto soccorso non fecere troppe domande. Gli pulirono la ferita e gli praticarono dieci punti di sutura. Al momento di chiedergli il motivo della brutta ferita lui disse che se l’era procurata nel suo garage mentre aggiustava il motorino.

Il giorno dopo Youssef strinse i denti e la benda che gli fasciava la ferita e andò in cantiere puntuale come sempre. Ad aspettarlo c’erano i suoi colleghi e il datore di lavoro, un paffuto cinquantenne nato e cresciuto nella provincia piacentina. Youssef venne licenziato in tronco, senza indennità, senza pietà e senza lamentarsi. Aveva mentito per proteggere il suo lavoro ma il padrone si era spaventato, perché tutti i suoi operai lavoravano in nero.

Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo Karim, quell’episodio condizionò per sempre la vita di Youssef: “Cominciò a non fidarsi degli italiani e a frequentare brutta gente. Prima di allora Youssef non sapeva neanche che cosa fosse la droga”. Fece amicizia con un gruppo di marocchini dediti ad ogni sorta di traffici.

Era il 2004 e si stava compiendo davanti ai miei occhi la trasformazione di Youssef. Da uomo di fatica e immigrato modello, a delinquente, spacciatore e ladro. “Il crimine paga”, pensava. Comincio’ con le biciclette, rubandone una dozzina al mese, di tutti i tipi: da città, da campagna, da corsa, da cross. Ne aveva il garage pieno. Le rubava nella zona della stazione con un suo connazionale proprietario di un furgone nel quale stipavano le biciclette destinate al mercato nero di Lodi. A Lodi rubava altre biciclette che rivendeva sul mercato nero di Piacenza. Poi provò a passare ai furti in appartamento, ma non era molto agile: un ladro che va a sbattere contro i mobili durante i furti notturni non ha molto futuro nel settore. Lasciò perdere.

Trovò infine la sua vocazione nello spaccio al dettaglio di droga. Iniziò con la cannabis. Vendeva hashish a pezzi da 10 euro. Quando si muoveva teneva sempre la pila di tocchi da 10 euro di hashish nel pugno, nel caso ci fossero stati controlli avrebbe potuto liberarsi immediatamente della sostanza lanciandola via. L’idea era poi di andare a riprendersela dopo aver superato le eventuali formalità della polizia. Quando non era in movimento nascondeva le barrette di hashish fra le frasche dei Giardini Margherita, il parco antistante la stazione ferroviaria, epicentro del commercio di stupefacenti di ogni tipo.

Giardini Margherita, Piacenza
Giardini Margherita, Piacenza. Foto da Google Street View

Aveva cominciato a vestirsi diversamente. Con abiti costosi, orologi d’oro, cinture vistose e altre frivolezze. Ormai era l’unico vero momento di integrazione per Youssef: comprare le stesse cose costose dei ricchi bianchi. Anche il tenore di vita di Esmeralda migliorò di colpo. Youssef si era specializzato nel commercio di cannabis e successivamente di cocaina. “I soldi veri”, diceva. Aveva battuto tutta la concorrenza del quartiere. Era il venditore perfetto: schivo, discreto, molto cauto nello scegliere la clientela. Ma soprattutto Youssef non era un vizioso, non aveva nessun consumo personale da far pesare sul bilancio della sua start-up.

Youssef infatti non fumava hashish e non esisteva quindi il pericolo che consumasse le dosi da vendere. Non era neanche completamente cosciente dei soldi che stava facendo. Riflesso della saggezza della povertà, teneva i piedi per terra. Finché non cominciò a vendere cocaina. E a consumarla. Era il 2005, la trasformazione era ormai completa: cominciò a farsi crescere l’unghia del mignolo, l’unghia del benessere e del cocainomane. In quegli anni era spesso attaccato alla bottiglia e quando era sotto effetto della cocaina diventava paranoico, doveva stare al chiuso, in una casa fra pochi intimi perchè tutto il mondo esterno gli appariva ostile.

Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Era diventato presto il “re di via roma”, poteva contare su una decina di piccoli spacciatori, fra i quali alcune insospettabili giovani ragazze piacentine che rispondevano ai suoi ordini. Adesso era lui il padrone. Fissava lui i prezzi al dettaglio per tutto il quartiere. Aveva creato un monopolio della cannabis e della cocaina. Era diventato anche una sorta di benefattore del quartiere, prestava soldi, quando non li regalava, ai mendicanti della zona ma anche alle famiglie e ai disoccupati.

A fine aprile del 2008, di ritorno da un viaggio, venni a sapere del suo arresto. “Il crimine non paga, stavolta” ricordo di aver pensato. Erano giorni che cercavo di parlargli, nessuno sapeva dove fosse, Esmeralda era sparita cosi come i suoi cavallini e spacciatori di zona. Andai in emeroteca a sfogliare i giornali del mese appena trascorso, trovai subito l’articolo con le sue iniziali e quelle di Esmeralda, l’indirizzo di casa loro e la ricostruzione dell’arresto.

“Quella sera Youssef era andato a Milano a ritirare una partita di hashish e cocaina. Era nervoso, teso, continuava a bere e a sniffare come se non ci fosse un domani”, ricorda Karim. In macchina con lui c’era Issam, un suo giovane e fedele dipendente.

Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View
Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo il resoconto del giornale, Youssef aveva forzato un posto di blocco ed era finito con la sua Yaris blu in un canale dopo un breve inseguimento con due volanti della polizia di Stato. Secondo Issam e lo stesso Youssef, la polizia lo stava aspettando e il suo arresto era dovuto a una soffiata. “Verso le 23 siamo arrivati al casello di Fiorenzuola – ricorda Issam. Oltre il casello c’erano due macchine della polizia ferme. Youssef ha presentato al casellante un biglietto danneggiato, che aveva ritirato bruscamente dalla macchinetta del pedaggio di Milano sud. La provenienza del veicolo e l’importo del pedaggio erano illeggibili. Innervosito, il casellante ha alzato la cornetta del telefono per chiamare la polizia”.

Senza patente né assicurazione, alterato da droga e alcol, e con in macchina cinque chili di hashish e tre di cocaina, Youssef si fece prendere dal panico. Fece retromarcia. La macchina si fermò ad una decina di metri dal casello. Con un ultimo profondo respiro e la sensazione di essere in trappola, Youssef ingranò la prima, premette con rabbia sull’acceleratore e sfondò la sbarra di metallo. “Siamo passati a tutta velocità davanti alle gazzelle che hanno preso subito ad inseguirci” mi raccontò in seguito lui stesso. “Non è vero che siamo finiti in un fosso, siamo arrivati fino in centro con le volanti che ci tallonavano. A un certo punto la macchina ha sbandato. Eravamo in una piazzetta, lungo le mura vecchie della città”. Poi l’estrema fuga: ”Siamo usciti dalla macchina e ci siamo messi a correre, amico mio, a correre come non avevo mai fatto”, ricorda.

Al suo fermo partecipò anche una pantera dei carabinieri accorsa sul posto. Youssef, il Turco, non voleva arrendersi. Durante l’arresto ci fu una colluttazione perciò oltre al possesso e al traffico di sostanze stupefacenti, alla guida senza patente e in stato di ebbrezza, al reato di immigrazione clandestina, Youssef fu giudicato anche per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per tutti questi reati gli venne inflitta una pena detentiva di quattro anni di reclusione da scontare nel carcere cittadino.

Via Torricella, Piacenza
Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View
Stavolta il crimine non aveva pagato. Anche Issam viene arrestato. Lo rilasciano il giorno dopo con un decreto di espulsione con la sola accusa di immigrazione clandestina. E’ lui a raccontarmi alcuni dettagli della notte passata in camera di sicurezza della Questura di Piacenza, prima del processo per direttissima della mattina seguente.
“Sentivo urlare Youssef, inveire contro tutto e tutti e poi sentivo il rumore delle guardie che entravano nella sua cella per farlo tacere”. Delle violenze Youssef non mi ha mai parlato. Mi ha solo descritto la camera di sicurezza come “il posto più orribile su questa terra, peggio del carcere normale, senza finestre, sembrava di essere dentro un cubo”. Cosi Youssef è in prigione.
Entra nell’aprile del 2008 e esce nell’ottobre del 2011, sei mesi prima del fine pena. Lo Stato gli concede la semilibertà. Di giorno lavora in una cooperativa per ex detenuti, alla sera torna in carcere. Torniamo a vederci poco dopo. Fisicamente è uguale al 2008. Nelle lunghe discussioni che abbiamo, parla raramente del carcere se non per menzionare conoscenti e gente del quartiere finita nei guai. Non considera neanche di aver sbagliato, “in fondo ho solo avuto sfiga”, mi dice. Ma difficilmente non ha trovato il tempo per riflettere sul suo itinerario personale: da bravo ragazzo lavoratore con fidanzata, a criminale comune. Nelle nostre discussioni emerge la sua voglia di riorganizzarsi la vita, di ritrovare il benessere solo sfiorato. L’unghia del mignolo è ancora curata come un tempo.
Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Ritrovare i contatti di prima è stato un gioco da ragazzi. Benvoluto da tutti, Youssef restava il numero uno nel piccolo-medio smercio di sostanze stupefacenti. Un tipo affidabile con un’ottima reputazione criminale. Comincia a fare i primi soldi della sua nuova vita. Provengono dal commercio di dvd pornografici masterizzati che vende ai carcerati. Un lavoro che si era inventato nei sei mesi di semilibertà. Li masterizzava di giorno, di nascosto in cooperativa, e poi li portava dentro alla sera. Ogni dvd 5 euro. “Un margine troppo basso per lui”, dice Karim. Intanto cercava inutilmente Esmeralda, espulsa nel 2009, e prese a frequentare prostitute. “Non posso certo pretendere di avere a mio fianco una brava ragazza di provincia, anche se mi piacerebbe”, diceva dispiaciuto.

Quando conobbi Youssef faceva il muratore e abitava in affitto con Esmeralda, di cui era davvero innamorato. Meno di dieci anni dopo, è un ex detenuto con un decreto di espulsione. Ha scalato i gradini della delinquenza ordinaria: da cavallino per i grossi pusher di Milano a spacciatore indipendente, libero professionista nel campo della distribuzione della cannabis e della cocaina.

Via Valmagini, Piacenza
Via Valmagini, Piacenza. Foto da Google Street View
E’ a fine pena, con la piena libertà, che la storia di Youssef prende un ritmo diverso. Sa di avere i giorni contati se rimane a Piacenza, soprattutto nel quartiere Roma dove negli ultimi anni i controlli delle forze dell’ordine si sono intensificati.
Ha bisogno di soldi, dice di voler andare in Francia. Non ha il tempo di rimettere in piedi l’organizzazione di cui era il vertice fra gli anni 2003 e 2008. E anche se avesse avuto tempo non c’erano più gli uomini giusti. Molti dei suoi spacciatori di quartiere erano finiti in prigione o espulsi dal paese. Altri evaporati in altre città del nord Italia o oltre il confine. Torna a frequentare i pezzi grossi di Milano per i quali lavorava all’inizio della sua carriera criminale e riallaccia i contatti con i suoi vecchi acquirenti. Gli insospettabili, alcuni dei quali molto facoltosi. “I tossici bianchi con i soldi”, come li chiamava. All’inizio si prende carico della vendita di tre chili di cocaina e cinque di hashish a settimana. Presto i numeri si impennano. Ma nel giro di qualche mese, proprio quando sembrava che fosse tornato sulla cresta dell’onda, Youssef si presenta a casa mia con il volto tumefatto e gli incisivi rotti. “Che cosa ti è successo?”, gli chiedo. “Sono caduto dalla bicicletta”, mi risponde.
Via Vincenzo Capra, Piacenza
Via Vincenzo Capra, Piacenza. Foto da Google Street View

Youssef non amava parlare di violenza. Karim mi spiego’ che era stato malmenato da alcuni scagnozzi in trasferta di lavoro per conto di un pesce grosso. Secondo il malavitoso i conti con Youssef non tornavano. Nonostante il trattamento, il boss decise di fidarsi di Youssef e di affidargli un’altra importante partita di cannabis e cocaina.

E’ in quel momento che Youssef decise di fuggire. Scappare con il bottino senza salutare amici e conoscenti e datore di lavoro. “Alla fine li ha fregati tutti, lo Stato che voleva rimandarlo in Marocco e i mafiosi”, così la vede Karim.

Mi torna in mente il viaggio verso il pronto soccorso con Youssef ferito, spaventato dalla sua condizione di clandestino più che dalla profonda ferita alla mano. Quel Youssef delle bevute senza pretese alla bettola dell’angolo. Il Youssef innamorato di Esmeralda e con ancora gli incisivi in bocca.

Un giorno di ottobre del 2012, sei mesi dopo la fine della sua pena detentiva e dall’emissione del foglio di via a suo carico, Youssef sparisce. Dopo un anno circa ricevo una telefonata nel cuore della notte. E’ lui. Mi spiega che sta bene e che era rimasto bloccato per vari mesi lungo il confine francese ma che alla fine era riuscito a varcare la frontiera.

Viale Sant'Ambrogio, Piacenza.
Viale Sant’Ambrogio, Piacenza. Foto da Google Street View

Si trovava a Granada, in Spagna. Con i soldi della droga un bravo dentista gli aveva ricostruito gli incisivi.Trovai il tempo per fargli qualche domanda: ”Ti rendi conto che cosa hai dovuto fare per salvarti?”. “Non avevo scelta mi dispiace”, mi rispose. “Potevi continuare a lavorare in cooperativa, eri diventato bravo con il computer”, dissi. “Sai – rispose freddamente – in questi anni ho imparato ad odiare le leggi, e ho imparato che non voglio essere schiavo del lavoro, non voglio passare davanti a una vetrina e dirmi che dovrò lavorare 10 anni con il mio salario di merda per potermi permettere quello che mi piace, capisci? Dopo tutto quello che ho subito, ora ho tutti i diritti del mondo”.

Un anno dopo, nell’autunno del 2013, Youssef torna a farsi vivo con una breve telefonata fatta da un call center. “Mi sono sposato con una spagnola, ora ho i documenti a posto, capisci? Mi è costato un po’ ma erano soldi ben spesi”, mi disse con giubilo. Gli chiesi cosa avrebbe fatto ora che era in regola. Mi rispose che avrebbe chiesto il divorzio. Dai lavori di fatica malpagati alla malavita e al carcere fino ai documenti e alla legalità, Youssef e morto e risorto più volte. Ma dopo anni di criminalità, fra la galera e la strada, non sarà facile per lui inserirsi nel meccanismo che ha apertamente ripudiato nelle parole quanto nelle azioni. E’ impossibile che torni a fare il muratore o altri lavori di fatica. Il crimine, però, questa volta paga. Youssef ha usato un metodo illegale per regolarizzare la sua posizione e in teoria ripartire da zero.

Qualche mese fa ricevo una nuova chiamata da Youssef. E’ a Vienna e fa il cuoco.

Arthur La Piqûre

Immagine di copertina: photo credit: Pusher via photopin (license)