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L’8 marzo di cento anni fa celebrato, a suo modo, da una gran donna.

Metti un’aristocratica cinquantenne newyorkese, scrittrice e giornalista, ex moglie di un banchiere bostoniano, a inzuppare la punta dell’ombrellino nel fango di una trincea francese. Mettile in mano una penna e falle raccontare il primo conflitto mondiale con gli occhi di una donna, una delle pochissime reporter ammesse al fronte. Risultato? La guerra non è mai stata così frivola. E agghiacciante.

Edith Wharton, resa celebre da romanzo “L’età dell’innocenza” Premio Pulitzer nel 1921, il primo agosto del 1914 è a Parigi e osserva dalle finestre di un ristorante di Rue Royale la mobilitazione gioiosa dei soldati francesi che vanno insieme alla guerra lampo, alla guerra giusta, senza il minimo sospetto della tragedia che li aspetta sul campo. “Tutto pareva strano, minaccioso, irreale, come il riverbero giallo che precede una tempesta. C’erano momenti in cui mi pareva di essere morta, e di essermi svegliata in un mondo sconosciuto. Ed era così. Due giorni dopo fu dichiarata la guerra”, ricorda nella sua autobiografia “Uno sguardo indietro“. “I Viaggi al fronte“, scritti tra febbraio e agosto del 1915, sono invece i suoi diari di guerra che raccolgono gli articoli scritti per lo storico settimanale americano The Saturday Evening Post.

SEP

Come giornalista, è definita con disprezzo dai colleghi maschi un’amazzone perversa capace, secondo loro, di andare solo a caccia di emozioni. Ma, mentre i resoconti maschili sono infarciti di carica ottimistica ed eroica, questa donna non ha alcuna intenzione di nascondere l’orrore. Pur non essendo avulsa da un certo tipo di propaganda, ottiene infatti il permesso di andare al fronte allo scopo preciso di sfruttare la solida reputazione di scrittrice per il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica americana a favore della causa francese, restituisce una visione onesta in opposizione alla solita retorica bellica. Nel suo viaggio in Lorena, ad esempio, la città di Gerbéviller le appare “l’immagine clamorosa della distruzione”, come se “le sue rovine siano state vomitate dagli abissi e simultaneamente scagliate dal cielo”.

Oppure quando descrive il cadavere violato di una vecchia caduta nel suo giardino di gigli perché attirata dalle urla del figlio morente. La guerra è una “scelta insensata” e i soldati nelle trincee sono “traumatizzati, distrutti, congelati, resi sordi e mezzo paralizzati”. Raccontare la guerra, ambito narrativo della tradizione maschile, per la Wharton ha la funzione di autoterapia, aiuta a liberarsi dall’angoscia e dallo sgomento. Ma lei non si limita a questo. Visita gli ospedali militari vicino al fronte e organizza, fin dal 1914, un’intensa attività umanitaria relativa a soccorsi, raccolta fondi, creazione di laboratori di cucito per donne prive di mezzi di sussistenza. Per questo suo impegno sarà premiata con la Legion d’onore nel 1916, mai riconosciuta prima a una donna straniera.

Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell'esercito. Fonte:  France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker
Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell’esercito. Fonte: France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker

Diversamente, la stampa ufficiale, soprattutto quando le cose al fronte peggioravano per una parte o per l’altra, era sottoposta ad una rigida censura sulle notizie, spesso necessaria ad coprire errori strategici o anche politici. Erano banditi i commenti ostili al governo o all’alto comando dell’esercito, erano fatti sparire gli elenchi di morti e feriti, lasciando le famiglie nella disperazione del dubbio. Come racconta Max Hastings nel saggio “Catastrofe 1914“, il giornale Homme Libre venne chiuso per una settimana perché aveva denunciato il trattamento brutale dei soldati feriti. Le ultime ricerche hanno persino dimostrato che quasi tutte le nazioni, per scagionare se stesse e accusare il colpevole di averle aggredite, distrussero la documentazione sul proprio ruolo in guerra o ne crearono una fittizia. Non esistono, ad oggi, due libri che concordino sul numero dei morti.

No alle pagine femminili, no alla cronaca mondana, dunque, sì alla cronaca bellica sul campo. Ma pur di donna si tratta. Così, Edith Wharton non rinuncia a qualche vezzo glamour. Camicetta bianca, scarpette eleganti, cappello e guanti: la mise in cui è ritratta in una foto del 1916 deve apparire ben strana sul campo di battaglia. E poi l’attenzione alla bellezza che la guerra non può distruggere. Parigi è ancora più bella, resa deserta dalla partenza dei soldati e dall’assenza di traffico. Le strade sono silenziose e lasciano spazio a tranquille camminate estive. “Parigi non aveva mai visto pomeriggi grigio-azzurri tanto delicati” e “mai una luna così magnifica era cresciuta nel corso di serate tanto perfette”. La Senna contribuiva all’accrescimento misterioso della bellezza della città.

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Edit Wharton

Certo si vive sotto la legge marziale, ma nella Ville lumière per una come la Wharton non ci sono poi problemi più gravi che trovare un ristorante che sia aperto e che offra un servizio efficiente. Soprattutto se sa reinventarsi con l’ironico e disperato nome: “Al Ristorante delle rovine”. Quando nella città si riaccendono dei lampi di vita e i boulevard ritrovano le gambe festose dei passanti, completamente cessato il traffico su ruote, l’attenzione della Wharton non può non soffermarsi sui cani che le donne portano con sé, “comodamente sistemati nella piega del braccio”, con la “tranquilla consapevolezza del cane parigino”. Senza tralasciare il fatto che, nelle uniformi dell’esercito francese, “non esiste sfumatura di azzurro che passi davvero inosservata” se messa a confronto con le nuove stridenti “tinte ardesia”.

È la nobildonna alla moda, è l’esperta di design, è l’amante dei cagnolini a parlare, ma è anche una donna che non ha distolto gli occhi e l’animo dal dolore.
Senza mai perdere la frivolezza.