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Il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione. Da una parte i grossi editori, che propongono di “regolamentare” il self-publishing, cioè l’autopubblicazione, confezionano libri come prodotti (ma a volte sbagliano) e grazie ai famosi editor decidono chi va bene e chi no. Dall’altra ci sono persone come lo scrittore Amleto De Silva, che dice: “Vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia”. Pubblichiamo qui il suo intervento.


di Amleto De Silva

Non mi ricordo quando, e nemmeno mi ricordo il nome, ma insomma una volta ho letto un’intervista a una signora, un pezzo abbastanza grosso di una qualche casa editrice, che a domanda, rispondeva che il self-publishing, sì carino, ma in qualche modo va regolamentato. E lì ho capito. Insomma, perché un personaggio in qualche modo importante di una casa editrice dice cose così? E con così, intendo così prive di senso? Perché hanno paura, mi sono risposto, e sono tuttora convinto di avere ragione. Le case editrici hanno il sacrosanto terrore del self-publishing; immaginate, che so, il manager dei Daft Punk. Un bel giorno si sveglia e comincia a chiedere di regolamentare (cioè, parliamoci chiaro, porre un freno per legge a) i cd autoprodotti dalle garage band. Ora, se non riuscite a immaginarlo, è esattamente per il motivo che pensate voi, e cioè che il manager dei Daft Punk, dall’alto dei suoi millemila fantastiliardi di copie vendute, delle garage band e dei loro patetici demo se ne fotte alla grande. Anzi, se non è fesso, cerca i suoi futuri Daft Punk proprio lì, tra gli sfigati. La cosa sarebbe diversa se i Daft Punk vendessero mille copie: allora sì che il manager sbraiterebbe contro i ragazzini che di copie ne vendono duecento (fatto salvo un mercato pari, diciamo, a millecinquecento, e non in espansione). Invece, la signora di cui non ricordo il nome, lasciava elegantemente cadere la cosa, così, tra una citazione colta e l’altra. Regolamentare. Come parlasse del porto d’armi. La cosa non mi stupì allora e continua a non stupirmi.

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Il mondo editoriale italiano è a dir poco sconcertante, o almeno sconcerta non poco me. Non riesci a leggere una sola intervista, un solo articolo senza che qualcuno che di quel mondo fa parte non asserisca con tono di rimprovero che in Italia si scrive troppo e si legge poco. Che poi, che significa, si scrive troppo? Chi lo ha detto a loro, che si scrive troppo? E anche se fosse, cazzo, da quando scrivere è diventato un male? Sul leggere, poi, è anche troppo facile prenderli per il culo; che significa si legge poco? Che ne sapete voi? Voi, al massimo, potete sapere quanti libri si vendono, ma questo non ha niente a che fare coi libri che si leggono effettivamente. Se il vostro ultimo capolavoro (barzellette, comici tv, chef sussiegosi e semianalfabeti) non vende, allora voi pensate che la gente non si presti a vicenda, che so, Moby Dick, o il Circolo Pickwick? O che non se lo scarichi? (illegalmente, certo. Ma chi ha la capacità di scaricarsi un libro ha anche abbastanza cervello da non comprare i libri della Gamberale, per cui stiano sereni). Sarebbe come pensare che siccome io sono uno sfigato, non mi invitano alle feste e non scopo, allora significa che nel mondo nessuno fa più festa e nessuno torna a casa abbracciato a una ragazza. Il fatto è che ci sono i rave, adesso, e loro non se ne sono accorti. Invece di aspettare l’invito della ragazza di buona famiglia per la sua festa nell’attichetto di papà, dove peraltro la parola d’ordine è abbassate la musica, le persone han cominciato a far festa senza di loro. Boccioni di vodka, musica a palla, droga e, soprattutto, un sacco di gente. La stessa gente che loro prima volevano tener fuori, e che adesso gli rode il culo se si organizzano per i fatti loro. Il guaio è che non funziona così. Se io mi diverto altrove, sai quanto me ne fotte di te e della tua festa pariolina? Niente, ecco quanto.

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Quello che gli editori italiani non hanno capito, e che li porterà alla rovina, è che non puoi far mangiar fiele alla gente e pretendere che cachi miele. Prendiamo un caso standard: ho scritto un libro e voglio sottoporlo all’attenzione di un editore. Il suo sito m’informa che non leggono manoscritti. Ecchillà, si dice a Roma. Come se una squadra di calcio non facesse i provini. Ma mettiamo che trovi un editore disposto a darmi ascolto: mi tocca una trafila immensa ed estenuante con l’editor di turno, che di default pensa che il libro vada cambiato qui e là. Se no non vende, dicono. Poi te lo cambiano, il libro non vende uguale, perché l’editor, non essendo Dio, non sa ovviamente costruire a tavolino un bestseller, e però la colpa è tua, e la figura di merda di aver firmato un libro rovinato dall’editor, e dall’editore, sempre tua. Il delitto perfetto: se le cose vanno male è colpa tua, se vanno bene è merito loro. Il guaio è che tu, che hai la passione della scrittura, hai perso un anno, o anche due, in pubbliche relazioni con questa gente, e intanto tutto hai fatto tranne che scrivere. Poi ci sono i social network: diventi amico di questo e di quello scrittore pubblicato, e loro ti dicono che non vendono un cazzo, che l’editore non gli spinge il libro, e ti chiedi: ma chi me lo fa fare, a me, di sottopormi a queste forche caudine? Vado su Amazon, e in cinque minuti ho il mio ebook. Vado su ilmiobro.it e in dieci ho il cartaceo da vendere. Poi magari faccio fetecchia, ma intanto so cosa mi sono risparmiato, in termini di salute e autostima. E qui interviene il discorsetto col ditino ammonitore: eh no, caro mio, per essere uno scrittore non basta scrivere, ci vuole che vengo IO e ti dico che lo sei. Strano, perché, io scrivevo prima di essere pubblicato (un libro in self-publishing e tre, il quarto in lavorazione, presso due diversi editori) e scrivo adesso. Per me, ci crediate o no, non è cambiato assolutamente niente.

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Intendiamoci, mi chiamasse, che so, un boss della Mondadori o della Rizzoli per farmi i complimenti e dirmi che mi vuole con loro, ne sarei lusingato. Ma certo non lascio che siano loro, o altri, a dirmi quanto valgo. Lo so, quanto valgo. Lo sapevo quando non pubblicavo, lo sapevo quando ho pubblicato la prima volta, lo so adesso che vendo anche benino, per essere un signor Nessuno. E la mia opinione sul mio lavoro non cambia a seconda di quante copie riesco a vendere: uno scrittore scrive, vendere i libri è un mestiere che non mi compete. E le telefonate che cambiano la vita te le fa il Superenalotto, non certo un editore. Gli editori, invece di suggerire regolamentazioni (quanto mi fa ridere questa cosa a me), si preoccupassero del loro, di mestiere. Perché è chiaro che nessuno, e guardate, proprio più nessuno, li prende sul serio. E la colpa è loro. Deciditi: vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia. E faccio bene, perché la tua autorevolezza te la sei giocata da quel dì.

Sei autorevole se sei autorevole, non se fai i soldi. Anche i delinquenti fanno i soldi. Se pubblichi qualche libro bello in mezzo a un mare di merda, sei uno che pubblica merda. Niente di male, per carità, anzi ti faccio anche i complimenti, ma in questo caso la predica la vai a fare a un altro, uno così fesso da starti a sentire. Abbassate le arie, state a sentire un amico. Questo tipo di business, quando crolla, lo fa in due minuti; la maggior parte della gente che frequento preferisce comprare in rete e pagare con paypal, e non pensa che pubblicare i libri della Littizzetto sia una garanzia, per chi vuol spendere i suoi soldi in letteratura, anzi. Si guarda il catalogo dell’editore, se è piccolo si fida di più, spulcia le recensioni in rete, quelle vere, perché solo voi non avete capito che quelle farlocche che vi organizzate voi le sgamano tutti subito. Magari viene sul tuo sito, legge quello che scrivi, ti segue sui social per accertarsi che tu non sia un decerebrato che scrive frasi d’amore scritte male per un pubblico di sciampiste. E lo fa in mezz’ora. E’ in quella mezz’ora che si gioca la partita, ormai, non sulle terze pagine dei giornali che nessuno compra più, non nelle trasmissioni tv, che raggiungono solo e sempre un pubblico che i libri, quelli veri, non li ha mai comprati e mai li comprerà, cafoni decerebrati cui lanciare un nuovo fenomeno semianalfabeta ogni anno. Pubblico di vegani per un salumificio, ecco quello che sono, gente cui potete rifilare una salsiccia ogni tanto dicendogli che è senza glutine e senza ogm, ma non è il pubblico che vi serve.
Quello lo state bistrattando e mortificando ogni giorno che passa. Attenti a fare le signorine sopracciò, che non invitano alle feste.
Poi non vi lamentate che restate zitelle.

Amleto De Silva

In copertina, rielaborazione grafica da 13:42 via photopin (license)