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“Spettacolarizzare” un sito archeologico pur di renderlo appetibile al grande pubblico (in modo da renderlo economicamente sostenibile) magari rinunciando a un po’ di rigore scientifico? E’ questa la domanda che si pongono gli studiosi rispetto a esperimenti come la “living history”, la rievocazione storica. Intanto, nei colli piacentini si è tenuta la sesta edizione di uno dei festival culturali più originali d’Italia – Preistorica – capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica.

A Travo, 6000 anni fa, tra le verdi colline della Val Trebbia e ai piedi dell’omonimo torrente, si insediò una comunità di cacciatori e raccoglitori. Era l’età della Pietra, il Neolitico, punto di svolta dell’Umanità, periodo in cui l’uomo cominciava a diventare sedentario, a coltivare i campi e a allevare il bestiame. Quel poco che sappiamo su quell’epoca, che precede di circa un millennio l’apparizione della scrittura in Mesopotamia, lo dobbiamo agli archeologi e agli archeotecnici che in base ai ritrovamenti hanno potuto ricostruire filologicamente un habitat neolitico e rappresentare il suo vissuto quotidiano.

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All’epoca la speranza di vita era di circa 30 anni e era in uso la poligamia. Il villaggio aveva una sua sovranità alimentare basata sull’economia di sussistenza. La comunità era composta da una trentina di persone distribuite in una decina di abitazioni. C’erano anche stalle e depositi agricoli. Si suppone che vigesse un sistema di divisione dei compiti. Ognuno svolgeva una propria funzione all’interno della comunità e l’uomo andava specializzando le proprie mansioni.

A Travo, oggi, all’interno del Parco Archeologico, sorge il villaggio Neolitico di Sant’Andrea, uno dei siti preistorici più notevoli d’Italia. Caratteristica principale del Parco è la conservazione in vista di parte delle strutture preistoriche messe in luce nel corso delle campagne di scavo svoltesi nell’area dal 1995 sino ad oggi. Dal 2010 sono visibili anche le ricostruzioni di alcuni edifici neolitici in scala reale, allestiti con materiali e oggetti copie di quelli realmente ritrovati in sito. E’ la combinazione fra scavi e ricostruzioni di habitat dell’epoca che conferisce al Parco tutta la sua importanza e il suo fascino. Nell’area del Parco, a fianco degli scavi, sorgono infatti due capanne neolitiche e una stalla ricostruite grazie alla perizia di archeologi e archeotecnici, chiamati anche archeologi sperimentali.

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Ed è proprio per decrittare il mistero di quei millenni remoti che archeologi, archeotecnici e rievocatori si sono ritrovati in Val Trebbia domenica 21 giugno, nel solstizio d’estate, al festival “Preistorica”, la prima kermesse culturale d’Italia interamente dedicata alla Preistoria giunta alla sua sesta edizione.

La manifestazione si propone di animare il villaggio ricostruito con le attività che occupavano le donne e gli uomini di una comunità sviluppatasi circa 4000 anni avanti Cristo. Per attirare e coinvolgere i visitatori, gli operatori del Parco, gestito da “Archeotravo” una cooperativa composta da quattro archeologhe, si sono inventati di tutto. Dai laboratori per l’infanzia in cui cimentarsi nelle produzioni artigianali dell’epoca alle visite guidate di notte, dalle conferenze e dai workshop specifici sulle tecnologie e le tecniche di costruzione, caccia e allevamento fino alla Living History.

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La Living History è una forma di sperimentazione scientifica, un nuovo modo di concepire la visita archeologica grazie alla rievocazione storica della vita quotidiana delle popolazioni antiche. E’ una disciplina già rodata e di successo in nordeuropea sin dagli anni ’80 e significa, per gli addetti ai lavori, calarsi letteralmente nei panni del personaggio che si vuole rappresentare, in questo caso un gruppo sociale dell’Evo Antico, la vita comunitaria e le relazioni sociali dell’epoca. L’obiettivo è mostrare al visitatore come vivevano in nostri progenitori attraverso la simulazione di varie situazioni e circostanze quotidiane: dalla preparazione e cottura degli alimenti alla cura dell’orto, dalle tecniche di scheggiatura e tessitura alla fabbricazione di vasellame e di punte di freccia in selce usate per la caccia.

Un archeologo, oggi, fa di tutto. Scava e analizza i ritrovamenti prevalentemente, ma se serve, si traveste. Luca Bedini ha 35 anni è di Modena, è laureato in archeologia, specializzato in Preistoria e fa l’archeotecnico. Il suo mestiere è sperimentare. Ricostruire gli oggetti rinvenuti dai suoi colleghi archeologi cosi come le tecnologie che hanno reso possibile la fabbricazione dei reperti un tempo funzionali alla vita quotidiana. Ha quindi competenze in campo archeologico, tecnologico e artigianale. Al festival si è occupato della lavorazione dell’osso con cui riproduceva delle spatole da ceramista, degli ami e degli aghi, tutti oggetti di uso comune in epoca neolitica. Stupisce sentire un ricercatore iperspecializzato come Luca dire sommessamente:”In alcune rievocazioni in costume, persone del pubblico mi hanno dato del travestito, del clown, il mestiere dell’archeotecnico è perlopiù sconosciuto e non è ancora valorizzato qui in Italia”.

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Anche se molti fra gli archeotecnici hanno una formazione e una cultura enciclopedica, la loro modalità di divulgazione fa storcere il naso alla comunità archeologica nazionale che predilige un approccio più tradizionale e rigoroso. “Il mondo accademico considera la Living history come para-archeologia, poco più che una pagliacciata”, si rammarica Luca.

Non che manchino iniziative strettamente tradizionali legate al Parco Archeologico per il pubblico più esigente e conservatore: lo scorso maggio si è tenuta un’importante conferenza regionale sulle “Scelte alimentari nella Preistoria” patrocinata dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici. Ma è attraverso la Living history e la rievocazione storica che il Parco Archeologico di Travo riesce ad attirare più pubblico e a fornire vari gradi di approccio alla materia in base al carattere più o meno profano del visitatore. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici non ha patrocinato “Preistorica” e ciò conferma la sfiducia dei vertici nei confronti delle sperimentazioni locali nate “dal basso”.

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Così studiosi iperspecializzati con un’altissima preparazione e elevate competenze multisettoriali vestono larghe tuniche di lino o di canapa e si truccano perché bisogna saper decifrare i segni del tempo ma anche rendere accessibile ai visitatori comuni un’epoca remota. A livello prettamente estetico i resti archeologici di un sito preistorico non possono certo competere con il colpo d’occhio che offre un anfiteatro romano, una Agorà o un tempio greco: Travo non può né vuole confrontarsi con Taormina, Agrigento o Paestum, per citare alcuni siti archeologici d’epoca classica.

Il fascino del sito di Sant’Andrea deriva anche dal contesto paesaggistico in cui si trova. L’area del Parco è da incorniciare, il villaggio ieri come oggi si trova incastonato fra le verdi colline della Val Trebbia solcate da un torrente limpido e balneabile. Negli Stati Uniti avrebbero valorizzato il Parco aprendoci a fianco un McDonald’s o inserendolo in un centro commerciale aperto ventiquattro ore su ventiquattro – sette giorni su sette. In Germania avrebbero invece classificato l’area come riserva protetta naturalistico-archeologica collegata al maggiore centro urbano con un servizio di navette a propulsione elettrica ogni quarto d’ora. In Italia la disciplina cugina e un po’ bastarda dell’archeologia, l’archeotecnica e la rievocazione preistorica in particolare, si trova ad un bivio: persistere con la Living history migliorando la qualità scientifica della rievocazione o ritirarsi dalle scene lasciando Parchi così specializzati come quello di Travo morire lentamente a causa della penuria di visite e ad un interesse e ad una “fruibilità culturale” non immediata se paragonata alla visita di un’Acropoli o ad un giro a Pompei.

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Nonostante tutto, di Parchi archeologici in Italia settentrionale che trattano l’epoca preistorica ce ne sono diversi: in Veneto c’è il Parco didattico-archeologico del Livelet vicino a Treviso, in Lombarda c’è il Parco Archeologico del Forcello a Mantova, in Trentino Alto-Adige il Parco Archeologico di Ledro a Trento e l’Archeoparco di Val Senales nei pressi di Merano, in Emilia il Parco Archeologico di Montale alle porte di Modena e, appunto, quello di Travo. Molti degli archeotecnici dei Parchi sopraccitati erano presenti al festival in Val Trebbia: più che competizione, nel settore si cerca infatti di fare fronte comune, condividere esperienze e scambiarsi buone pratiche. Così il Parco di Travo conta su di una fitta rete di contatti nazionali e internazionali. Da alcuni anni è membro di Exarc, una comunità scientifica attiva nel campo degli “Open air museums” con sede in Olanda.

Durante la “Living history”, davanti a centinaia di visitatori, gli archeologi descrivono la vita comunitaria mentre gli archeotecnici si esibiscono in dimostrazioni pratiche sul sapere tecnologico dell’epoca. Quest’anno sono giunti archeotecnici dalle Università di Modena e di Ferrara oltre che dal museo di Piadena e dal museo del Castello e quello del Sigillo di La Spezia.

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Per la riuscita del festival “Preistorica” risulta decisivo il contributo dei cosiddetti “Rievocatori”. Un rievocatore non è necessariamente un archeologo o un archeotecnico, è una persona che per passione aderisce a un’associazione dedita alla messa in scena del passato. A Travo c’era il gruppo del Cardium-Cinghiale Bianco, un’associazione ferrarese specializzata in rievocazione preistorica e celtica ma che si è misurata anche nella rappresentazioni di Unni e di Lanzichenecchi. Sono una trentina, fanno i vigili del fuoco, i pasticceri, gli impiegati; ci sono pensionati e studenti medi e universitari. Hanno il physique du rôle: molti portano i capelli lunghi, hanno le unghie sporche e usano soprannomi quali Cinghio, Epos, Nahé.

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“Faccio rievocazione perché mi permette di vivere un’esperienza profonda con la natura, con i grandi boschi e i grandi spazi, fare rievocazione implica elevare il proprio rapporto con la natura e di conseguenza con se stessi. Preferisco rappresentare i Celti o i popoli preistorici, società che secondo me vivevano in relazione con la Madre Terra. Non potrei mai incarnare un romano, per esempio”, dice Fabrizio Pirani, detto “Cinghio”, fondatore e presidente del gruppo. Gli fa eco Epos, che alla disciplina marziale romana preferisce l’armonia anarchica delle comunità primitive e che suggerisce un’interessante seppur vaga contrapposizione ideologica nel mondo della Living history:“La rievocazione dell’epoca primitiva riflette in pieno la mia indole e la mia personalità. I gruppi di rievocazione romana o napoleonica, per esempio, sono pieni di militari, poliziotti e forze dell’ordine in generale”.

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Fra spettacolo teatrale in costume e esperienza simbiotica con la natura le rappresentazioni dei rievocatori sono il pezzo forte del festival “Preistorica”, capaci di catalizzare l’attenzione del grande pubblico, delle famiglie, lasciando i più piccoli a bocca aperta davanti alla drammatizzazione della dura realtà nel Neolitico. I rievocatori conoscono le regole del gioco e anche se i loro costumi non sono filologicamente perfetti e rivelano talvolta anacronismi, evitano di indossare oggetti che contraddicono platealmente l’esperienza storica che cercano di rappresentare. “Ma la pataccata è sempre in agguato – nota Luca, l’archeotecnico modenese – come nelle feste celtiche dove talvolta i rievocatori vanno in giro con il corno alla cintura e altri clichés; anche l’uso dei materiali deve essere studiato meticolosamente, ci sono oggetti fuori contesto e anacronistici che possono minare la verosimiglianza delle scene”.

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La Rievocazione storica è quindi una cosa seria, una disciplina complementare all’archeologia tradizionale. Il problema è la credibilità scientifica, la sòla dietro l’angolo, il dilettantismo. La sfida è elevare gli standard della Living history, essere riconosciuti a livello accademico e reimpostare anche in Italia il modo di fare cultura, aprendo i cancelli degli scavi al pubblico, nel senso più largo del termine. Anche a costo di allestire un’area archeologica a parco giochi. Anche a costo di sacrificare un po’ la dimensione scientifica a beneficio di quella “ludico-didattica”, come la chiamano gli addetti ai lavori in questo gioco di equilibri anche linguistici che è diventata la divulgazione scientifica di massa.

testo e foto di Gaetano Gasparini