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Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Avevo due obiettivi sabato sera: capire finalmente le regole del football americano e fare un video sulla prima partita dei Vipers in casa.

Non ci troviamo in America, ma poco fuori Modena, più precisamente nei campi della Polisportiva Saliceta San Giuliano. Qua si svolgerà tra poco il derby emiliano del campionato nazionale di football americano: i Vipers contro i Knights di San Giovanni in Persiceto, Bologna. Le vipere contro i cavalieri.

La partita è importante per vari motivi. Intanto perché è un derby, cosa che ai non sportivi non fa né caldo né freddo, ma per chi ci crede il derby non è mai una partita come le altre. E poi perché, oltre a essere la seconda partita che i Vipers di Modena giocano in assoluto, è anche la prima che giocano in casa. Quella precedente, a Piacenza, l’hanno persa, risultato prevedibile per una squadra nata da poco. Anzi, rinata.

I Vipers di Modena infatti sono nati per la prima volta negli anni ’80. Giocavano già in questi campi di Saliceta San Giuliano anche se – ci spiegano – quelli di oggi sono sintetici e sono molto meglio di quelli dove giocavano all’epoca.

I primi Vipers, 1988
I primi Vipers, 1988

Il football americano in Italia si è diffuso e ha avuto successo più o meno a metà degli anni ’80. Anche se era già approdato in Italia molto tempo prima: durante la seconda guerra mondiale il gioco americano per eccellenza era arrivato qua assieme alle truppe alleate e si parla di una storica partita a Bari nel 1944, anche se in una versione particolare dato che, per ovvi motivi, le due squadre non erano in grado di procurarsi le protezioni necessarie per giocare come si deve.

Se poi è arrivato a Modena si deve anche alla televisione. Il primo nucleo dei Vipers era formato soprattutto da spettatori di partite di football, gente che ai tortellini probabilmente preferiva un hamburger. “Ero appassionato delle cronache di Guido Bagatta su Canale 5” spiega Paolo Battaglia, che giocò con i Vipers in serie A e che oggi è tra i dirigenti della nuova squadra.

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Bagatta, popolare giornalista sportivo, nonché volto ma soprattutto voce televisiva, è un nome famigliare a tutti i non appassionati di calcio in Italia. Quei pazzi che, mentre tutti gli altri seguivano il Milan e la Juventus, sapevano tutto del Superbowl o dell’Nba. Quelli che rimpiangevano di essere nati qua, quelli che avrebbero voluto avere un papà che li portava a vedere le partite dei Lakers, dei New York Yankees o dei Dallas Cowboys. Insomma tutto, ma il calcio no. Gente nata nel continente sbagliato.

E fu così che soprattutto negli anni ’90 c’era chi abitava a Barletta, a Treviso, a Catania o a Oristano, che parlava di touchdown, regular season, shooting guard e così via, mentre gli altri li guardavano e scuotevano la testa con compassione, per poi tornare a completare il fantacalcio e altre cose più serie.

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In Italia il football americano è rimasto uno sport di nicchia. Per capirci, secondo dati Coni-Istat (Coni – Lo sport in Italia, 2014), gli atleti tesserati che in Italia giocano a calcio sono 1.098.450. Più di un milione. I tesserati del bridge sono 22mila, quelli del rugby 76mila. I tesserati alla Federazione italiana di American Football invece sono circa 5mila. Parliamo quindi di uno sport praticato da un manipolo di appassionati.

Steve Cavazzuti, oggi coach e general manager dei rinati Vipers, come Battaglia faceva parte della formazione originale anni ’80/90 e col football giocato ha smesso solo qualche anno fa. Ora è a guida del gruppo degli ex giocatori che vogliono formare le nuove leve modenesi del football americano. Il primo obiettivo, già raggiunto, era trovare un numero sufficiente di ragazzi. Infatti le squadre di football americano sono composte da 40, 50 o anche 60 giocatori. I Vipers, rinati nel maggio dell’anno scorso, si allenano duramente da settembre. Ma è solo oggi, sabato 14 marzo 2015, che giocano per la prima volta nel loro campo di Saliceta. Sono in 40, e di questi solo 3 avevano già giocato a football.

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Durante il riscaldamento parliamo con alcuni dei ragazzi. Riccardo, votato come giocatore migliore nella partita precedente, in passato giocava a pallavolo, ma ora trova molto più divertente il football americano. Mi mostra tutte le protezioni che indossa, scopro che le chiamano casco e armatura, come i cavalieri medievali. Scopro che la conchiglia, cioè la protezione per i genitali, non la porta nessuno, anzi è sconsigliata. Scopro anche che il football è uno sport più di impatto che di contatto. Ovvero che sono frequenti le collisioni. Ovvero, come spiega il dizionario, “urti e incontri più o meno violenti di un corpo con una superficie”. Nel nostro caso la superficie è rappresentata da un altro corpo umano con armature e occhi che ti fissano sotto il casco di protezione (ma niente conchiglia).

Tendenzialmente siamo portati a evitare in ogni modo possibile di impattare contro qualcosa o qualcuno. In questo tipo di giochi invece è quasi certo che capiterà. Ecco perché sul casco non ha risparmiato nessuno: può costare anche 400 euro. “Ma dopotutto ci devi mettere dentro la testa” mi spiegano. In effetti, memori del nostro viaggio nel mondo della traumatologia sportiva, concordiamo che su certe cose sia meglio non risparmiare.

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Parliamo anche con il quarterback dei Vipers, cioè il lanciatore, uno dei ruoli più importanti all’interno della squadra. E’ il capo dell’attacco, cioè quello che chiama gli schemi. In pratica l’allenatore da bordo campo gli dice i numeri relativi agli schemi imparati (circa 80) e il quarterback deve applicarli. E qua già iniziamo ad addentrarci nell’insidioso terreno delle regole del football.

Ammettiamolo: non sappiamo assolutamente come si gioca, ed esclusi i giocatori in campo, gli allenatori e i dirigenti ex giocatori, sono poche le persone negli spalti a capirne le regole.

In Italia impari come funziona il fuorigioco nel calcio a 6 o 7 anni, ma capire il football… a world apart, direbbero gli americani. Per ora, per farla breve, diciamo che per certi versi assomiglia al rugby, con alcune fondamentali differenze: la palla si può lanciare anche in avanti e non solo verso l’indietro, il numero di giocatori è diverso, si indossano caschi e protezioni. Maggiori dettagli li vedremo più avanti.

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Dopo il riscaldamento i Vipers entrano in campo. Sono in fila in coppie di due con il quarterback che incita la squadra gridando “cuore e polmoni, ragazzi!”. Qualcuno si dà colpi sul casco, altri insistono sull’importanza della concentrazione con l’aggiunta di qualche parolaccia motivazionale. Poi fanno la loro entrata: corrono sul campo con la bandiera gialla dei Vipers davanti, come dei guerrieri sul campo di battaglia. Niente musica come negli stadi americani, dopotutto siamo pur sempre a Saliceta San Giuliano. Lo spirito però c’è eccome.

Verrebbe da seguirli e unirsi a loro, ma l’assenza della conchiglia continua a preoccuparmi. In più penso di non avere il fisico adatto, né la necessaria convinzione, anche se scopro che questo è in parte un falso mito. Così mi spiegano: “E’ uno degli sport più democratici in assoluto, perché tutti possono giocare. A seconda del fisico hai il ruolo più adatto a te. Non sei grosso? Magari sei veloce. Ci sono molti ruoli specialistici quindi tutti hanno il loro compito all’interno della squadra”.

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Quello che si nota subito guardando la partita è che si tratta di uno sport molto tattico. Spettacolare, sì, ma per pochi istanti.

Apparentemente si svolge così: azioni velocissime e molto brevi. Da lontano non si capisce bene cosa succede. Poi tutti si fermano, come se la scena non fosse venuta bene e il ciak fosse da rifare. E va avanti così per tutta la partita. Ecco perché durano tanto e gli americani l’hanno riempita di attività collaterali: musica, cheerleader, mangiare e bere. In teoria sono 4 quarti da 15 minuti, ma di tempo effettivo giocato. Se aggiungete le continue soste una partita può durare anche più di due ore. Anche a Saliceta ci sono le cheerleader: le sei coraggiose dei Knights, che nonostante il freddo pungente ballano e incitano la squadra per tutta la partita, ma anche quelle chiamate a sostenere i Vipers, le “Quakes Cheer Team La Patria” di Carpi.

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Non capendo del tutto come si svolge il gioco si perde parte dell’emozione e della spettacolarità. Per quanto il paragone può sembrare assurdo, è come guardare una partita di scacchi un po’ più violenta senza però sapere né le regole né cosa rappresentano i singoli pezzi. Vi ritrovereste a tentare di intuire cosa sta succedendo, senza riuscirci. Ecco perché, anche grazie al fatto che la partita è così spezzettata, c’è uno speaker che tenta di spiegare le regole e ogni azione di gioco. La visione della partita dunque non è passiva, ma è un continuo chiedere al vicino di spalti se ha capito cos’è successo, e se è un bene o un male per i Vipers. Cos’è successo? Stiamo vincendo? Sta andando bene?

Elenco brevemente alcune delle cose che ho capito guardando la partita e chiedendo spiegazioni a tutti quelli che avevo intorno: ogni squadra è formata da due squadre, una di attacco e una di difesa. Quella di attacco deve portare avanti la palla fino alla meta. Si procede per yard, unità di misura usata solo negli Usa e dagli inglesi, che corrisponde a quasi un metro (per la precisione a 0,9144 metri).

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Ci sono 4 tentativi a disposizione per superare 10 yard. Se non ci riesci la palla va agli avversari, se ci riesci continui ad avanzare. Si chiama touchdown quando il giocatore entra nell’area di meta ricevendo un passaggio al volo o arrivando di corsa con la palla. Che, tra parentesi, è molto leggera. La squadra di difesa invece ha il compito di fermare l’azione di attacco della squadra avversaria. L’avanzamento avviene tramite gli schemi studiati in precedenza.

Questo credo sia il 10%, e forse non del tutto corretto, delle regole del football americano, o almeno quello che ho capito io. Ora pensate ai vostri amici che si ostinano a non capire la regola del fuorigioco nel calcio e provate pietà per loro.

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Particolare tecnici a parte, un aspetto fondamentale ce l’ha la filosofia di fondo, U.S.A. al 100%, un mix perfetto di individualismo e spirito di squadra.

Non a caso il giovane quarterback, quando sfioriamo vagamente l’argomento comando, risponde immediatamente che qui non c’è un capitano, ma 40 capitani. Ognuno ha il proprio ruolo, ma è il gruppo che conta. Ripenso alle mie poche conoscenze di football americano, ovvero il film “Ogni maledetta domenica”, quando Al Pacino spiega che si combatte centimetro per centimetro, ma soprattutto quando negli spogliatoi, per incitare i suoi giocatori, dice: “Questa è una squadra, signori. E quindi o noi risorgiamo ora come squadra, o moriremo individualmente” .

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Nella versione italiana del film, per evitare di ripetere la parola “team” (squadra) più volte, fanno dire ad Al Pacino – doppiato magistralmente da Giancarlo Giannini – “collettivo”, trasformando il discorso motivazionale negli spogliatoi in una surreale riunione da centro sociale. Ma a parte questi dettagli, la potenza del famoso discorso di “Ogni maledetta domenica” è indubbia, tanto che è diventato uno di quei video che vengono usati nei corsi aziendali per motivare i dipendenti. Tu sei uno e tutto dipende da te, ma tu sei anche parte della squadra.

Nel film, dopo questo discorso, la squadra ovviamente vince. A Saliceta San Giuliano il risultato va com’era previsto: i Vipers perdono il derby, il tabellone – non c’è, ma immaginiamolo – segna 33-7, ma è un risultato migliore di quello che può sembrare. La squadra, soprattutto nella prima parte della partita, ha giocato bene, e fino a un minuto dalla fine della partita era a 21-7, con la possibilità di segnare. Poi è andata com’è andata. Hanno perso. Ma avete presente quando i giocatori a fine partita dicono che quel che conta è aver giocato bene? Beh, è vero.

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Idem per me. Il mio obiettivo era capire le regole del football e fare un video della partita. Delle regole qualcosa l’ho capita. Il video invece non l’ho fatto: tornato a casa ho scoperto di non aver registrato nemmeno un secondo di audio. Durissima lezione. Controllare sempre tutte le impostazioni della videocamera, dieci, cento, mille volte. Diciamo che ho perso come individuo. E non posso manco dire di aver giocato bene. Alla prossima partita.

M.P.

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