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di Martino Pinna

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

Il 16 maggio del 1890 Vincent van Gogh lascia la clinica di Saint-Rémy-de-Provence dove si è fatto ricoverare per farsi curare. L’anno prima, oltre ad aver dipinto molti dei suoi più noti capolavori, si è tagliato un orecchio e ha sofferto di varie crisi: allucinazioni, deliri, tentativi di suicidio. La guarigione tanto desiderata non è arrivata nella clinica di Saint-Rémy gestita dal dottor Peyron, che gli diagnostica l’epilessia e che lo cura con dei semplici bagni settimanali. Risultato? Il pittore tenta di avvelenarsi ingerendo i suoi stessi colori e il cherosene delle lampade, finché, in un momento di lucidità, capisce che il suo soggiorno in quella clinica è del tutto inutile, così decide di lasciare Saint-Remy e raggiungere il fratello Theo a Parigi, a cui chiede consiglio.

Il 21 maggio del 1890, dopo essersi consultato con lui, Van Gogh parte per Auvers-sur-Oise, un piccolo e tranquillo villaggio di campagna a pochi chilometri da Parigi, dove abita il dottor Paul-Ferdinand Gachet, il vero protagonista di questa storia.

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Medico, collezionista d’arte, è anche lui un pittore, e tra i due si instaura un rapporto di stima reciproca e amicizia. La speranza è che il dottor Gachet possa finalmente portare alla guarigione l’artista ed evitare le frequenti crisi e i tentativi di suicidio. Il medico spiega a Van Gogh che soffre di malinconia. Successivamente Vincent scrive al fratello Theo:

«[Il dottore] mi ha detto che se la malinconia, o che altro, diventasse troppo forte, potrebbe fare sicuramente ancora qualcosa per diminuirne l’intensità, e che non dovevo farmi scrupolo di essere franco con lui. Sì, il momento in cui avrò bisogno di lui può certo arrivare, comunque per adesso mi sento bene.»

Qualche settimana dopo, il 29 luglio del 1890, il pittore si spara una pallottola al petto e muore dopo varie ore di agonia. Aveva 37 anni.

“Per adesso mi sento bene” diceva nella lettera. Allora cos’è successo nel frattempo? Il dottore aveva sottovalutato la depressione del suo nuovo paziente? E che rapporto c’era tra il dottor Gachet e Van Gogh?

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Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Gachet è un personaggio molto interessante. E’ considerato il medico amico dei pittori: amico di Courbet, Manet, Pissarro, Renoir e Cézanne, che per un periodo visse proprio nel villaggio del dottore. Dipingeva e incideva, ma soprattutto collezionava tele di impressionisti, che amava follemente. Era un uomo particolare, il dottore. Un passionale, uno che quando nel 1870 scoppia la guerra contro la Prussia di Bismarck va a Parigi, rischiando la pelle come medico in prima linea, durante l’assedio alla città. Si era laureato con una tesi dal titolo “Etude sur la mélancolie”, studio sulla malinconia. Quando Vincent lo conosce il dottore ha 62 anni ed è ancora molto provato dalla morte della moglie, scomparsa 16 anni prima, nel 1874. I due quindi non hanno in comune solo l’amore per l’arte, ma anche una situazione di sconforto, di tristezza insuperabile. Tanto che Van Gogh si identifica in lui e scrive:

«[Il dottore] è scoraggiato nel suo lavoro di medico di campagna come io lo sono nella pittura.»

Si verifica una situazione paradossale: doveva essere Gachet a osservare e curare il pittore, ma probabilmente a sua insaputa, è Van Gogh ad analizzare il dottore. Nelle lettere al fratello Vincent considera Gachet come colpito “da un male nervoso” e descrive il suo volto come “irrigidito dalla sofferenza”. La diagnosi perfetta però non arriverà dalle parole, ma dai colori, in quello che è uno degli ultimi capolavori del grande artista olandese: il celebre “Ritratto del dottor Gachet”.

Vincent-van-Gogh-Il-Ritratto-del-dottor-Gachet-1890

Questo magnifico dipinto è stato analizzato varie volte in chiave psicologica. Diciamo la verità: non c’è bisogno di una laurea per capire che quello ritratto non è proprio un allegrone. Una descrizione e un’analisi tanto accurata quanto involontaria, arriva proprio dalle parole del dottor Gachet, scritte molti anni prima nella sua tesi di laurea sulla malinconia. Parlando dei malinconici infatti scrive:

«L’atteggiamento del malato è assolutamente particolare […] La testa china sul petto e leggermente inclinata a destra o a sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in stato di semicontrazione permanente, in specie quelli flessori; i muscoli facciali sono come raggrinziti, tormentati e conferiscono alla fisionomia un’impronta di particolare durezza; quelli sopraccigliari, sempre tesi, sembrano nascondere l’occhio e rendere l’orbita piú profonda; le arcate sopraccigliari sono prominenti e separate da due o tre pieghe verticali. La bocca disegna una linea retta, sembra che le labbra siano scomparse […]. Il solco naso-labiale è piú vistoso, le gote sono cave, la pelle è come incollata agli zigomi, la tinta è giallastra o terrea […]. Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso terra o di lato»

Provate a rileggere queste parole guardando il “Ritratto del dottor Gachet” e noterete diverse similitudini. Il dottore è ritratto come un malinconico. Perché? Il pittore vede nel dottore un suo doppio? I due dopotutto si assomigliano non solo caratterialmente – sebbene con le dovute differenze: Gachet aveva ancora entrambe le orecchie intere – ma anche fisicamente: hanno entrambi i capelli rossi. Il ritratto del dottore dunque sarebbe allo stesso tempo un autoritratto di Van Gogh. O forse è l’occhio malinconico del pittore a vedere il mondo attraverso il filtro della sofferenza che lo affligge rappresentando dunque il medico più malinconico di quello che è nella realtà?

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Il dottor Gachet infatti verrà rappresentato altre volte, non solo da Van Gogh, ma anche, successivamente, da Norbet Goeneutte, in una tela dove non sembra avere la pesante malinconia che invece mostra nel capolavoro del suo amico e paziente.

Nella descrizione che lo stesso pittore – in una delle lettere al fratello – fa del ritratto si scopre che considerava il dottore “un vero amico e in un certo senso un nuovo fratello, tanto ci somigliamo fisicamente e anche moralmente. È molto nervoso e assai bizzarro anche lui”.

Dunque l’ipotesi del doppio, del ritratto-autoritratto sembra sempre meno azzardata. In una lettera non portata a termine del giugno del 1890 (un mese prima di morire) diretta a Gaugain, il pittore scrive:

«Ho adesso un ritratto del dottor Gachet con l’espressione straziata [navrée] del nostro tempo.»

Viene da chiedersi: cosa avrà pensato Gachet riconoscendo nel suo ritratto la descrizione che lui stesso aveva fatto del paziente malinconico? Come si sarà sentito ad essere rappresentato così proprio dall’uomo che si era incaricato di curare? Erano entrambi l’uno specchio dell’altro?

In realtà leggendo una delle ultime lettere al fratello (luglio 1890) si scopre che il pittore, dopo poche settimane di permanenza nel villaggio, non considerava il medico utile per la sua guarigione, dato che anche lui, ai suoi occhi, era evidentemente malato:

«Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire.»

La situazione per il pittore è senza dubbio angosciante: la persona a cui lui ha chiesto aiuto, ha a sua volta bisogno d’aiuto. Più che aiutarsi a vicenda – pensa il pittore dimostrando grande lucidità – il rischio è i due malinconici finiscano per danneggiarsi reciprocamente. Possono forse capirsi, ma aiutarsi, questo no.

Marguerite_Gachet_in_the_garden

Inoltre, come in ogni buon racconto, a un certo punto compare una donna. Si chiama Marguerite, ha 21 anni ed è la figlia del dottor Gachet. A quanto si dice lei si innamorò di Van Gogh, e lui iniziò a ritrarla. Prima mentre suona il piano, poi nel giardino con un abito da sposa. La relazione però viene impedita dal dottore, preoccupato che sua figlia possa finire con una persona che stima e a cui è affezionato, ma che resta comunque un malato. In effetti Vincent, tra abuso di alcol e assenzio, automutilazioni, allucinazioni e tentativi di suicidio, non è esattamente lo sposo ideale.

C’è chi ipotizza che anche questo rapporto interrotto o forse mai nato (di fatto, che si sappia, ci sono solo i due quadri, a cui il dottore non aveva dato il permesso) influirà sull’umore del pittore e sulla sua opinione nei confronti di Gachet (“Mi sembra che sia più malato di me”).

In quegli stessi giorni Van Gogh va ancora una volta nei campi e dipinge quello che si può considerare diagnosi e testamento del pittore: il Campo di grano con volo di corvi (luglio 1890, oggi si trova al Van Gogh Museum, Amsterdam).

Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_Wheat_Field_with_Crows_(1890)

Questo dipinto straordinario nell’ultimo secolo è stato analizzato psicologicamente più di molti esseri umani. C’è chi si è concentrato sui colori, chi sulla direzione dei corvi, chi sul significato dei tre sentieri, chi ci ha voluto vedere un’allucinazione (l’ipotesi più suggestiva e paradossale, se ci pensate: voler vedere un’allucinazione). Ma ciò che rappresenta è molto più triste e semplice, anche se questo non ne scalfisce la potenza e il fascino, ed è spiegato dallo stesso pittore in una successiva lettera al fratello: tristezza. Tristezza ed estrema solitudine.

«Ritornato qui mi sono sentito molto triste, e ho continuato a sentire pesare su di me la tempesta che vi minaccia. […] Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine. Spero che li vedrete fra poco – perché spero di portarveli a Parigi il più presto possibile, perché ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire, ciò che non riesco a dire a parole, ciò che io vedo di sano e di rinfrancante nella campagna.»

La versione leggendaria vuole che Van Gogh stesse dipingendo proprio questa incredibile tela quando estrasse la pistola e si sparò al petto. In realtà questo è improbabile e non sappiamo con precisione come andarono le cose. Di recente c’è anche chi ha ipotizzato che non si sia trattato di un vero e proprio suicidio: il pittore sarebbe stato colpito da due ragazzi che giocavano con una pistola, e allora vide in quell’incidente un’occasione per morire. Non disse nulla, andò nella sua stanza d’albergo e aspettò di morire.

Si scoprirà in seguito che negli ultimi 70 giorni della sua vita passati a Auvers-sur-Oise Van Gogh realizzò 70 dipinti: una media di uno al giorno.

Ma la storia non finisce qui. Perché, come abbiamo detto all’inizio, il vero protagonista è il dottor Gachet. Infatti il primo ad essere chiamato in soccorso nell’albergo è lui, il dottore Il proiettile non si può estrarre, dunque il dottore si limita a fasciare la ferita. Alcune ore dopo arriva anche il fratello Theo al quale Vincent spiega che ha tentato il suicidio ma ha fatto cilecca. Inoltre gli confessa che la sua “tristezza non avrà mai fine” e che se dovesse sopravvivere proverà ancora a togliersi la vita. Passerà le ultime ore a fumare la pipa.

All’una e trenta del 29 luglio 1890 Vincent van Gogh muore.

Il dottor Gachet si siede a fianco al suo letto e disegna il volto di van Gogh senza vita. Il disegno reca una scritta: “Vincent van Gogh sur son lit de mort” con la firma del dottore, che ne realizzerà anche un’altra versione. Solo un mese prima era stato il pittore a ritrarre il dottore, nella posa malinconica che abbia visto prima. E ora è lui, il medico che doveva curarlo, a ritrarre il suo corpo morto. Un disegno che, secondo molti, è il suo lavoro migliore: beffarda consolazione.

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Secondo diverse testimonianze il dottor Gachet resta scioccato dalla morte del pittore. Non c’è solo il dolore per la morte di quello che era velocemente diventato un amico, ma anche – ipotizziamo – quel senso di frustrazione e di sconfitta di un medico che perde il proprio paziente. E quindi l’inevitabile senso di colpa.

Alla sepoltura, avvenuta il 30 luglio, sono presenti pochi amici, oltre il fratello Theo e ovviamente il dottor Gachet. La bara viene ricoperta di dalie e girasoli.

Uno dei pochi presenti, il pittore Emile Bernard, in una lettera descrive la scena raccontando che il dottor Gachet voleva dire qualche parole su Vincent “ma anche lui stava piangendo così tanto che avrebbe potuto solo balbettare un addio molto confuso”.

Successivamente il dottore sarà criticato per non aver in qualche modo evitato il suicidio del pittore. Eppure vanno considerati diversi fattori: quella che affliggeva il pittore era una malattia all’epoca sconosciuta. Oggi, dopo centinaia di diagnosi diverse, si tende a pensare che soffrisse di una forma di psicosi epilettica o di porfiria acuta intermittente. Inoltre il dottor Gachet poté seguirlo per sole dieci settimane, durante le quali il pittore continuò a bere, nonostante i consigli del medico.

Insomma, Van Gogh era senza dubbio un paziente difficile, forse uno dei più difficili che possano capitare a un medico e anche oggi uno psichiatra avrebbe grosse difficoltà ad aiutarlo e ad evitare una morte che ancora oggi appare inevitabile. Perché la malinconia, come la chiamavano all’epoca, va a colpire proprio quelle forze che dovrebbero aiutare a reagire.

Lo stesso Gachet nella sua tesi l’aveva descritta molto bene, fatto che fa pensare che la conoscesse da vicino, non solo come medico, da prima che incontrasse Van Gogh e da prima che perdesse sua moglie:

«Sembra che ci sia in tutto l’essere un ostacolo che rallenta, diminuisce, o perfino inibisce completamente il movimento vitale […] Di fronte a questo ostacolo, il pensiero, il movimento si urtano di continuo, si incalzano incessantemente e vanamente; l’ostacolo non può essere superato, il blocco non recede, diventa permanente: si realizza lo stato stazionario. Tutte le potenze dell’essere umano si concentrano in un medesimo punto; e cosí − vuoi che simile concentrazione sia il risultato di una lotta preesistente che ha abusato delle forze reattive, vuoi che tutte le forze vitali agiscano in senso opposto alle leggi della vita e del movimento alle quali ogni essere vivente è fatalmente sottomesso – ha luogo la quiete […]. Questo stato di incubazione costante, concentrico, permanente, indefinito, è il punto culminante, la pietra di paragone di ogni delirio malinconico. La creatura malinconica assume in alto grado tutti i caratteri dell’inerzia piú completa, piú profonda; il principio vitale, che presiede a tutto l’essere, tace, e con lui gli organi, i sensi, la mente, gli istinti, le passioni sono colpite da mutismo. L’uomo assomiglia a un vegetale, a una pietra»

Vegetable man, canterà molti anni dopo un altro artista che affogava nella follia, Syd Barrett, all’apice del suo delirio, quando si allontanerà dalla sua band, i Pink Floyd, e in un certo senso dal mondo intero. Il suo produttore, Peter Jenner, a proposito di questo brano dove si parla di un uomo vegetale e di colori, dice:

«Per me queste canzoni sono come il dipinto di Van Gogh con gli uccelli sopra il campo di grano, che poi è quello che era il cervello di Syd. Provate a guardare la confusione, l’agitazione di Van Gogh attraverso i suoi dipinti. Se volete capire Syd, se volete sapere cosa gli stava succedendo, dovete ascoltare queste tracce allo stesso modo.»

Peter Jenner

Curiosa coincidenza? Ma il dottor Gachet, quasi un secolo prima, era andato oltre ancora, scrivendo che se l’uomo malinconico assomiglia a un vegetale o a una pietra, viceversa:

«La malinconia è diffusa in tutta la natura. Ci sono animali, vegetali, perfino pietre, che sono malinconici.»

Gachet era un uomo che vedeva pietre e fiori malinconici.

Sicuramente non era un bravo pittore come Van Gogh, o un bravo musicista come Syd Barrett, ma rileggendo le sue parole non è difficile immaginare i tre andare d’accordo. Qualcosa in comune ce l’avevano.

Martino Pinna

 

Fonti: Emanuel Von Baeyer London, Wikipedia,  Artnet.net, New York Times, The New England Journal of Medicine, mentre le citazioni delle lettere di Van Gogh e del dottor Gachet vengono da “L’inchiostro della malinconia” di Jean Starobinski