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di Eva Ferri

Ho immerso i piedi nell’acqua limpida e, subito, una miriade di piccoli pesci sono arrivati, curiosi e delicati, a farmi il solletico. I pesciolini si sono concentrati nelle zone più rigide e stanche, dando migliaia di piccoli baci.

Ho sentito il formicolio della micro-circolazione attivarsi e i fasci nervosi restituire la tensione. Sono stata lì mezz’ora, in pace, senza pensare a nulla. Ad ascoltare l’ineffabile muoversi delle endorfine. No, non ero ai Caraibi e nemmeno alle Maldive e queste non sono le insopportabili memorie delle mie vacanze. E’ successo l’altro ieri, nel mio borghese paesone emiliano: me ne stavo con i piedi a mollo, in una situazione di relax tropicale di quelle che si vedono in vetrina nelle agenzie turistiche, a due passi da uno degli incroci più trafficati della città, dove ogni mezz’ora sfreccia un’ambulanza e, sulle strisce pedonali, si viene avvolti da una roboante nube di gas di scarico.

Si chiama fish therapy, in italiano ittioterapia: un trattamento al confine tra estetica e medicina alternativa, che pulisce la pelle dalle cellule morte e la rende morbida e levigata come dopo un peeling, ma senza l’uso di aggressive sostanze sintetiche.

I terapeuti sono loro, i Garra Rufa, conosciuti anche come “pesci dottore”. Fanno parte della stessa famiglia delle carpe e vengono dalle acque dolci del Medio Oriente: Turchia, Siria, Iran, Giordania e bacino idrico del Tigri e dell’Eufrate. Si tratta di un piccolo pesce pulitore – chi ha avuto un acquario sa di cosa stiamo parlando – che si nutre un po’ di tutto e, tra le altre cose, anche di detriti organici come le cellule morte della cute.

Non avendo denti, rilasciano al contatto, con movimenti della bocca che somigliano a piccoli baci, un particolare enzima che, oltre a consentire loro di staccare le sostanze nutritive, ha sulla pelle umana un effetto emolliente, lenitivo e rigenerante. Il primo a scoprirne i benefici – si racconta – è stato un pastore turco che, dopo essersi immerso in uno stagno per pulire una ferita, notò uno straordinario miglioramento. Leggenda o verità, sta di fatto che in Turchia, a partire dalle rive del lago di Kangal, si è da tempo sviluppata una florida industria turistica che ha come core business l’attrattiva terapeutica del Garra Rufa. La fish therapy si è così diffusa in molti Paesi asiatici come pratica tradizionale utile al benessere e, come sempre più spesso accade, è stata importata anche in Occidente.

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Un giorno in una via del centro storico di Modena è apparso un nuovo strano negozio: in vetrina non abiti o scarpe o cover per lo smartphone, ma una specie di salotto arabescato, con due grandi vasche di vetro piene d’acqua in cui roteano tantissimi piccoli pesci. A volte poi, passando, si vedono sedute in vetrina, con i pantaloni arrotolati e i piedi a mollo, persone che chiacchierano o leggono. I passanti si perdono a fissare, senza capire, i ciclisti continuano a pedalare con la testa voltata indietro; qualcuno decide di entrare per chiedere informazioni.

Wiky Bonacorsi e Sauro Di Lato, con i loro 1.400 Garra Rufa puro sangue, hanno scommesso su un’ambiziosa impresa commerciale che, con la fish therapy, vuole portare nella provincia emiliana un angolo metropolitano, in cui il concetto di “fusion” – che in cucina è sinonimo di interculturale, sano e molto chic – si estende alla sfera del benessere e dell’estetica.

Il percorso inizia con quello che loro chiamano “il rituale”: prima di immergersi è chiaramente necessario lavarsi i piedi o fare la doccia, a seconda del trattamento, con un apposito sapone a base di oli naturali. “Oltre alle impurità – spiega Wiky – è necessario rimuovere anche eventuali creme cosmetiche che potrebbero dare fastidio ai pesciolini e, di conseguenza, tenerli a distanza”.

E’ possibile scegliere il trattamento ai piedi, alle mani, oppure a tutto il corpo, immergendosi completamente. “Quest’ultimo – spiega Wiky – è particolarmente adatto a persone che hanno psoriasi, acne, eczemi e dermatiti”.

Specie nel caso della psoriasi, alcuni studi medici hanno infatti riscontrato l’efficacia di questo metodo che, a quanto pare, consente di lenire e controllare i sintomi senza ricorrere a farmaci come il cortisone.

Non è tuttavia necessario avere un problema dermatologico per accedere alla fish therapy, anzi, il centro ha già parecchi clienti fissi che, oltre al “total body”, richiedono la “fish pedicure” e la “fish manicure”, come trattamento estetico e rilassante. Oltre a liberare la pelle dagli strati secchi e opachi con un’azione esfoliante e ad idratarla in profondità grazie al magico enzima, con i loro micro-baci i Garra Rufa praticano infatti un massaggio che riattiva la circolazione, scioglie le tensioni e toglie il senso di fatica e pesantezza dalle estremità.

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Pare persino che questi piccoli terapeuti siano portati a riconoscere le parti del corpo che hanno più bisogno del loro intervento, concentrando istintivamente le loro operose e voraci attenzioni proprio in quei punti. Sesto senso? “No – sorride Wiky – è che le parti del corpo più stressate sono anche quelle con più pelle morta, che per loro è nutrimento”.

Più che di empatia, si tratta quindi di uno di quei casi – rari, al giorno d’oggi – in cui ci si ricorda che l’uomo fa parte di un ciclo vitale fatto di biodiversità, dove ciò che non serve a qualcuno può essere nutrimento per qualcun altro. Un po’ come accade per quegli uccellini della savana che vivono nella bocca dell’ippopotamo: si nutrono dei detriti della sua masticazione e in questo modo mantengono in salute la sua enorme dentatura.

Immergere i piedi nell’acqua cristallina e sentirsi fare il solletico dai pesciolini non è certo un’esperienza all’ordine del giorno oggi, nemmeno per chi vive al mare o sulle rive di un lago, eppure, paradossalmente, è possibile farlo in città, all’interno di un negozio.

Trattandosi di una tecnica nuova, che implica il contatto con animali esotici e l’immersione in una vasca d’acqua in cui sono state altre persone, viene spontaneo chiedersi se sia sicura. “Non si tratta di una pratica pericolosa – spiega Emanuele Del Fava, ricercatore in campo epidemiologico presso il Centro Dondena dell’Università Bocconi di Milano – ci sono più che altro alcune cose a cui fare attenzione”.

Quando arriva qualcosa di nuovo dall’esterno non si può mai escludere il rischio di entrare in contatto con agenti patogeni a cui non si è abituati, come accadde cinquecento anni fa, quando i conquistatori sbarcarono in America: portarono con sé malattie che in Europa erano abituali, come la varicella e certi tipi di influenza, che però tra gli indigeni provocarono epidemie letali.

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Sulla carta questo vale ogni volta che c’è circolazione di persone, animali e merci provenienti da molto lontano, anche se – come conferma Del Fava – la globalizzazione ha ormai mescolato parecchio le carte, riducendo progressivamente il grado di estraneità dei microrganismi su scala mondiale.

Il rischio di entrare in contatto con batteri e virus “alieni” facendo fish therapy è quindi presente solo se il pesce è stato importato dall’estero, cosa non frequente in Italia, dicono i titolari dello Spazio Garrarufa di Modena, che hanno acquistato i loro preziosi “collaboratori” da allevatori italiani certificati.

Non è quindi tanto dai pesci che ci si deve guardare, quanto dagli altri clienti dei centri che offrono questo servizio, con cui, in assenza di complessi impianti di sterilizzazione e rigorose prassi di sicurezza, si condivide giocoforza una invisibile ma molto concreta situazione di promiscuità, che veicola facilmente lo scambio di funghi e batteri. In Italia – in cui il boom di queste attività commerciali è scoppiato nel 2011 – non c’è una legge specifica, ma esistono precisi protocolli igienico-sanitari che, in teoria, garantiscono la sicurezza dei trattamenti.

“Le nostre – spiega Wiky – sono vasche specifiche, realizzate in collaborazione con università e istituti di ittiologia. In pratica sono acquari, ognuno con il proprio impianto di ricircolo continuo dell’acqua, dotato di filtri meccanici e biologici che eliminano le impurità e le sostanze dannose”.

Chiaramente, non tutti coloro che cavalcano l’onda della fish therapy seguono le procedure di sicurezza in maniera scrupolosa. Si pensi ad esempio alla Riviera Romagnola, dove da un paio di estati a questa parte la fish pedicure è una delle attrazioni più trendy del momento all’interno degli stabilimenti balneari; oppure alle spiagge spagnole, “dove – spiega Wiky – gli impianti sono fatti a regola d’arte, ma viene fatto entrare un cliente dopo l’altro, a ripetizione, senza aspettare che l’acqua venga filtrata: non è molto diverso da mettere i piedi nella stessa bacinella di acqua ferma in cui li ha messi uno sconosciuto un attimo prima”.

“In ogni caso – conclude Emanuele Del Fava – per poter contrarre qualche malattia è necessario avere una ferita aperta: la pelle è una barriera più potente di quanto si pensi, perciò, per non correre il rischio di essere contagiati, dal pesce o da qualcuno che si è immerso prima di noi, è sufficiente evitare questa pratica quando si hanno escoriazioni. Per sicurezza, il trattamento è inoltre sconsigliato a coloro che sono affetti da alcune malattie particolari, come ad esempio il diabete”.

Certo, la nostra è una società ipocondriaca e schizzinosa, viviamo tutti con il gel igienizzante – un presidio medico-chirurgico – in tasca o nella borsa; qualcuno ha anche già trovato la versione naturale, quella alle erbe – che fa meno male ed è più sostenibile, ma igienizza altrettanto bene – ed invita gli altri a provarla. Ma quando si parla del demone della bellezza e della giovinezza, non c’è prudenza o nevrosi che tenga.

Come resistere alla tentazione di avere, a quaranta, cinquanta o sessant’anni la pelle luminosa come una foglia di edera? C’è una cliente, una delle tante signore modenesi ormai affezionate al posto, che non si accontenta della fish pedicure e ogni settimana si fa immergere completamente nella vasca con i pesci garra rufa, tutta intera, dal collo in giù. “E’ come immergersi in una vasca di champagne”, dice.

Eva Ferri

Foto di Davide Mantovani