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A fine anni Settanta esce in Italia in un’edizione pirata “Il morto” di Georges Bataille. Si tratta di un racconto postumo che sviluppa alcuni dei suoi temi classici: l’erotismo, la morte, la trasgressione. L’artista modenese Daniele Lugli se ne innamora subito e insieme all’amico Paolo Montanari riduce in forma di fotoromanzo l’opera dello scrittore e filosofo francese. Da qui comincia la lunga odissea tra Italia e Francia per tentarne la pubblicazione. Nonostante all’epoca goda del pieno sostegno di personaggi come Roland Topor del Movimento Panico, il fotoromanzo resta ancora oggi inedito. La vicenda de “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Dopo due anni di tentativi, Lugli e Montanari gettano la spugna e si rassegnano a lasciarlo in un cassetto. E’ la resa. Invincibile. Come quella dell’intera generazione di cui hanno fatto parte.

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Lotta Continua del 20 gennaio 1978. A firma dei compagni “Jerry e Carlo” esce una recensione del racconto postumo di Georges Bataille, “Il morto”, appena tradotto in italiano in una versione pirata edita dalle misteriose “Edizioni del Sole nero” di Amsterdam. Anche se la figura del morto che dà il titolo al racconto aleggia su tutta la vicenda, la vera protagonista della storia è Marie, che fugge nuda dalla casa dove giace il cadavere di Edouard e finisce in un bar di paese dove si lascia andare ad eccessi di ogni tipo fino a ridursi a mero oggetto sessuale a disposizione degli avventori del locale. A un certo punto entra in scena un uomo che si presenta come ‘il conte’, la cui somiglianza col morto colpisce immediatamente Marie, convinta di trovarsi di fronte al suo fantasma. Insieme, il conte e Marie tornano nella casa del morto. Nel finale Marie si suicida, tagliandosi i polsi.

“Al centro de ‘II Morto’ – scrivono Jerry e Carlo pasticciando un po’ con la punteggiatura e le parole – è una esperienza dell’erotismo fatta sul limite e con la complicità di quella della morte; un’esperienza della morte che si esprime, si realizza in quella dell’erotismo. La frenesia di Marie che caca, piscia, vomita, balla, scopa sviene, ha qualcosa di inquietante, di profondamente vicino alle convulsioni di un moribondo”.

A rimanere affascinato da “Il morto”, dal radicalismo di uno scrittore e filosofo maledetto come Bataille, è anche il pittore, fotografo e videomaker modenese Daniele – per tutti semplicemente Denny – Lugli. Uno che oggi verrebbe etichettato come “artista underground” ma, all’epoca, in grado di intercettare, e vivere in prima persona, pulsioni e tensioni di una stagione, i Settanta, che hanno avuto una lunga coda esauritasi solo alla fine del decennio successivo. Non a caso, proprio nel corso dei primi anni ’80, Lugli sarà tra i protagonisti di uno dei più importanti – e misconosciuti – movimenti artistici di quegli anni: Retroguardia (al manipolo di artisti che ne hanno fatto parte, dedicheremo un prossimo articolo).

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“Nel 1979 ho letto il racconto di Bataille e ne sono rimasto entusiasta – racconta oggi – mi aveva colpito il fatto che fosse una storia con una progressione molto fredda, implacabile, fino all’inevitabile conclusione finale. Ho pensato subito che avrei voluto riproporla a mio modo”. Ed ecco arrivare l’idea. Bataille è autore di nicchia, per pochi, ma il fotoromanzo come genere tira come mai in precedenza: nella seconda metà degli anni Settanta, riviste come Sogno, Grand Hotel, le edizioni Lancio, raggiungono in Italia tirature di quasi nove milioni di copie al mese. Un anno dopo Lugli decide quindi di trasformare in un fotoromanzo, lettura popolare per eccellenza, un racconto estremo come “Il morto”. Impresa nient’affatto scontata perfino in una Modena decisamente più aperta della città borghese e conservatrice che è ora. Bisogna trovare “attori” disposti a farsi fotografare nudi, location dove girare scene passibili di “oltraggio al pubblico pudore”. Denny si rivolge così all’amico e collaboratore di sempre, Paolo Montanari, che si incarica di svolgere opera di arruolamento tra amici e conoscenti, morose ed ex morose, nonché ricercare persone disposte a offrire i loro ambienti per degli scatti “scabrosi”.

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“Con un po’ di fatica – racconta Montanari – sono riuscito a trovar tutto: posti e persone. Le scene iniziali ad esempio le abbiamo girate in un’osteria del centro storico di Modena durante la giornata di chiusura. Il titolare, un amico, era molto disponibile anche se non gli avevamo raccontato esattamente cosa volevamo realizzare. Quel giorno, mentre fotografavamo una scena di sesso orale, lui entra tranquillo e si trova davanti uno che se la spassa in mezzo alle gambe di Marie, che era poi interpretata da una mia ex morosa. Anni dopo, il poveraccio mi ha raccontato di aver rischiato l’infarto” conclude ridendo.

In una settimana circa, seguendo lo schema del minuzioso storyboard disegnato da Denny, gli scatti sono completati. Ci vorranno altri sei mesi però per svilupparli e stamparli. Infine, tutte le foto vengono incollate su pagine di cartocino nero seguendo una struttura di vignette ispirata alle tavole di Valentina di Guido Crepax. Una spessa copertina tiene insieme tutte le tavole. L’originale del fotoromanzo è pronto per essere proposto agli editori per un’eventuale pubblicazione. C’è solo un piccolo problema: l’opera di 44 pagine, oltre ad essere in edizione unica, pesa circa sette chili. Un vero e proprio bagaglio a mano al quale, per essere trasportato, vengono applicate anche due solide maniglie.

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Da sinistra a destra, Lugli e Montanari oggi, mentre tengono in mano il fotoromanzo da “sette chili” tratto dal racconto di Bataille.

Qualche mese prima che Lugli e Montanari concludessero il loro fotoromanzo, Vincenzo Sparagna ha fondato insieme a Filippo Scòzzari e Stefano Tamburini, Frigidaire, rivista di fumetti e attualità che, grazie alla presenza di uno straordinario gruppo di talenti tanto creativi quanto trasgressivi, si caratterizza come “un contenitore in cui stivare materiali presi dai luoghi più disparati e sorprendenti, quasi alieni e perturbanti, come fosse un frigorifero”. Il successo è immediato: le vendite si stabilizzano intorno alle 20 mila copie. Tantissime. Come i problemi economici che da subito affliggono la creatura di Sparagna. Infatti, “la società filo-socialista – ovvero filo-craxiana – Quadratum, che ha messo il capitale iniziale per pagare i collaboratori e si è fatta garante presso cartiere e stampatori del credito necessario per far partire l’avventura, si accorge subito che la rivista non ha nulla a che spartire con il proprio milieu sociale e politico di riferimento”. Sparagna deve sborsare 200 milioni per liquidarla.

La parentesi è importante perché è proprio a Frigidaire che Montanari e Lugli, allora poco più che ventenni, si rivolgono in prima battuta per piazzare “Il morto”. Prendono appuntamento con Sparagna e si recano col loro malloppo in redazione, a Roma, dove assistono in diretta a una delle leggendarie litigate – per soldi naturalmente – tra il direttore e Andrea Pazienza, uno dei principali collaboratori.

“A Sparagna il nostro fotoromanzo piacque parecchio – ricorda oggi Lugli – e ci propose di pubblicarlo come supplemento di Frigidaire. Una soluzione che però, gasati dal fatto di aver incassato un sì al primo tentativo, non ci convinceva del tutto. I supplementi infatti venivano stampati sua una carta di scarsa qualità, tipo quella dei quotidiani. In più era chiaro che non avremmo visto un soldo dalla pubblicazione su Frigidaire. Quindi ci lasciammo con l’accordo di risentirci, dopo averci pensato un po’ su”. I due tornano a Modena convinti che “Il morto” è destinato a percorrere il viale del successo. Piace. Si tratta solo di trovare l’editore giusto. Provano con Gremese, casa editrice romana fondata nel 1977 e all’epoca specializzata in cinema, teatro e televisione, nonché detentrice dei diritti delle opere di Bataille. E lì si scontrano per la prima volta con quello che sarà il leit motiv di tutti i successivi tentativi: “Il morto” o è troppo porno o lo è troppo poco. Come nel caso de “Le ore” di Milano – storica rivista erotica che sempre nel ’77 ha virato decisamente verso l’hard – alla quale propongono l’opera. Che viene appunto rifiutata perché troppo casta. E troppo intellettuale.

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Tutte le porte sembrano chiudersi davanti a “Il morto”. Poi d’improvviso, la speranza si riaccende. A Modena, per presenziare a una mostra, viene invitato Roland Topor, illustratore e scrittore francese che insieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky è tra i fondatori del movimento surrealista “Panico”, caratterizzato in tutte le opere e le performance prodotte dai tre, da un taglio irriverente, violento e grottesco. I due scoprono in quale albergo è alloggiato e riescono a recapitargli un bigliettino da visita con stampato su un lato uno scatto dal fotoromanzo. Sull’altro, un messaggio. Questo: “Nous vendons cauchemars, si vous êtes intéressé venez à minuit devant de l’Academie”. Vendiamo incubi, se siete interessato venite a mezzanotte davanti all’Accademia. Che sarebbe poi la storica accademia militare di Modena che ha sede nel Palazzo ducale, in piazzale Roma, pieno centro storico. Allo scoccare della mezzanotte, puntuale, Topor si presenta all’appuntamento accompagnato dalla moglie. Lugli e Montanari sono lì ad aspettarlo con il librone in mano. Passano tutta la notte a bere, chiacchierare e a discutere de “Il morto”. Che a Topor piace. Molto. Promette loro di aiutarli a pubblicarlo in Francia. E, per quel che gli sarà possibile, manterrà la promessa fatta a questi due ragazzini modenesi “spacciatori” d’incubi.

Nell’aprile 1081, Lugli e Montanari si recano a Parigi coi loro sette chili sotto braccio. Il primo tentativo lo fanno con Dominique Leroy, libraio parigino che nel 1970 ha fondato l’omonima casa editrice specializzata in fumetti e romanzi erotici. Poi Topor li mette in contatto con Jean Jacques Pauvert, anch’egli titolare di una storica casa editrice, la quale, oltre a Bataille, è nota per pubblicare testi dimenticati, censurati e marginali. Pauvert è disposto a dare alle stampe “Il morto”, ma l’ex moglie di Bataille, Sylvia, si rifiuta di cedere i diritti. “Non tanto per il nostro fotoromanzo – spiega Lugli – che non ha mai nemmeno visto, ma perché stanca di veder ridotte a pornografia pura le opere del marito. Nonostante le pressioni di Pauvert, Sylvia non cede”. Se nemmeno Topor riesce a farli pubblicare, il destino del morto sembra segnato. Dopo due anni di tentativi andati a vuoto, Lugli e Montanari gettano la spugna, dedicandosi ad altri progetti artistici all’interno del movimento della Retroguardia.

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“Il morto” si conferma così una storia maledetta e la versione made in Modena del duo ancora oggi deve vedere la luce. Di visionabile esiste solo il video, che pubblichiamo oggi in prima assoluta, in cui gli scatti del fotoromanzo sono riprodotti in sequenza con le voci recitanti degli attori che presero parte alla realizzazione del progetto. L’unico altro tentativo compiuto di riduzione per immagini del racconto di Bataille è del 1987, ad opera della video artista sperimentale americana Peggy Ahwesh, col suo “The deadman”, anche questo visibile integralmente in rete.

La vicenda del fotoromanzo “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Ma anche, a suo modo la rappresentazione scenica della bellissima utopia di un’intera generazione: quella irriverente e trasgressiva formatasi negli anni ’70 che proprio in Emilia – a Bologna ma non solo – ha avuto uno dei suoi centri nevralgici. “Anche se la nostra riduzione è dei primissimi anni ’80 – ricorda Lugli, oggi sessantenne – è chiaro che questo lavoro, come tutti quelli successivi nella Retroguardia, culturalmente è legato ai fermenti del decennio precedente. Allora io ero vicino a Stampa Alternativa, la casa editrice romana fondata nel 1970 da Marcello Baraghini sull’esempio delle Alternative Press anglosassoni. Come in molti altri posti, anche a Modena e in tutta l’Emilia si respirava un’aria molto vivace. Si faceva controcultura, controinformazione, portavamo qui gruppi di rock alternativo fin dalla Germania. Per dire, a Rubiera, nel reggiano, nel 1974 venne organizzato un festival rock sul modello dei ‘Festival del proletariato giovanile’ promossi dalla rivista ‘Re Nudo’ di Andrea Valcarenghi. La cosa curiosa è che a darci una mano, per esempio permettendoci di utilizzare il loro ciclostile, erano i socialisti, in una città come la nostra dove il Partito Comunista era assolutamente egemone. Poi tutto quella vivacità, quel caos creativo, questo divertimento folle – perché sì, soprattutto ci divertivamo un sacco – fu pian piano inghiottito dai canali ufficiali, quelli del Comune o delle varie associazioni giovanili dell’epoca. E così venne normalizzato”.

Di quella straordinaria utopia – pornografica rispetto a qualsiasi tentativo di intruppamento ideologico o, ancora di più, alla progressiva omologazione che ha marginalizzato fino a rendere insignificante qualsiasi visione alternativa – non resta più niente. Ma è l’Italia di oggi il vero cadavere, molto di più di quanto lo sia il fotoromanzo di sette chili che riposa nella polvere della casa studio di Denny Lugli. Eppure, si sa, la storia non si ferma. E non è detto che sotto la cappa di immobilismo e grigiore che ammorbano l’Emilia e l’intero paese, qualcosa – per adesso ancora invisibile – si muova. E forse, da qualche parte sotto le ceneri, lo spirito di questi vecchi ragazzi sessantenni continua a risplendere. The king is dead, long live the king! Anche se non ce ne accorgiamo, il morto continua a camminare.

Davide Lombardi