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Quando il 28 giugno 1914 il “Giovane Bosniaco” Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando dando fuoco alla miccia della polveriera europea, non commise uno tra i tanti delitti politici che costellano la storia dell’umanità, ma segnò il punto esatto tra il prima e il dopo di un mondo intero. Il mondo avanti Gavrilo era quello della Belle Époque, un periodo di benessere e prosperità, di crescita demografica e industriale, di progresso e invenzioni – dall’automobile all’illuminazione elettrica – che fecero credere alla borghesia del tempo che il ‘900 sarebbe stato il secolo di uno sviluppo positivo a tempo indeterminato. Una sorta di “fine della storia” superata per sempre da un’umanità religiosamente dedita al culto del progresso scientifico e tecnologico.

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Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, immagine dell’epoca

Quel che accade dopo il 28 giugno invece, il mondo dopo Gavrilo, è il primo conflitto mondiale. Ovvero, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, come dal titolo del testo teatrale “irrappresentabile” di Karl Kraus pubblicato nel 1922. Non solo la fine di un sogno e la caduta di ogni illusione, ma anche lo sterminio fisico di un’intera generazione. Una catastrofe che avrà il suo epilogo quarant’anni dopo, con la fine della seconda guerra mondiale, quando un’Europa coperta solo di macerie sarà costretta a dar vita a nuovo ciclo.

“Catch the Wormhole of 3:45 PM” di Eugenia Loli

A riportarmi a quei giorni, gli ultimi fuochi di un’epoca, è stato un libello pubblicato solo in versione digitale da Raffaele Alberto Ventura, il cui titolo, “Teoria della classe disagiata”, fa il verso al lavoro più famoso dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen che nel suo “Teoria della classe agiata” del 1899, teorizzò la nascita di una borghesia totalmente improduttiva, post industriale – una “proprietà assenteista” che condiziona e incide sulle forze produttive senza aver mai messo piede in una fabbrica – caratterizzata dal consumo vistoso, ovvero dallo spreco e dalla sua esibizione. Gente da Belle Époque, appunto, prima della catastrofe.

Il punto è che, cento anni dopo, la stessa suadente musichetta da orchestrina del Titanic ci ha accompagnati a lungo, fino ad arrivare ad oggi, senza che ce ne rendessimo conto se non nel momento del brusco risveglio. Quando grossa parte del ceto medio è passata nell’arco di una generazione da classe agiata a una condizione di incomprensibile e insostenibile disagio. Con l’aggravante – scrive Ventura – “di essere troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Un cortocircuito ormai irrimediabile: l’aver assaggiato la mela di un benessere illusoriamente illimitato, destinato ad accrescersi generazione dopo generazione, di padre in figlio, e di trovarsi oggi a non potersela più permettere. Né oggi, né – assicura Ventura – nel prossimo futuro:

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io rispondo come Kafka: c’è molta speranza, ma non per noi. Verranno forse nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, e si piglieranno il mondo che lasceremo.

A impedire una piena presa di coscienza della irreversibilità del mutamento che stiamo vivendo, sono le illusioni che ancora vengono rifilate a piene mani col fine, non meno illusorio sul lungo periodo, di mantenere sotto controllo e continuare a garantire una certa pace sociale. Detta in maniera semplice: portate pazienza, si tratta semplicemente di attendere che “passi la nottata”. Perché, assicurano i pacificatori sociali:

  • siamo di fronte a una delle crisi cicliche del capitalismo;
  • perché stiamo “lavorando per voi” nel correggere o almeno temperare i guasti delle politiche neoliberiste sposate dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale);
  • perché la ripresa è dietro l’angolo e noi le daremo una mano rispolverando e attualizzando – non si sa bene come – John Maynard Keynes. L’economista che assegnò allo Stato il compito di regolare il flusso imperioso e sregolato del capitale intervenendo in maniera diretta sul mercato attraverso mirate politiche monetarie e di bilancio, riequilibrando brevi manu, di persona, il rapporto tra domanda e offerta, rilanciando attraverso le propria azione l’occupazione. Con tutto quel che ne consegue.
“Cosmic float” di Eugenia Loli

Sfortunatamente, ribatte Ventura, non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma strutturale. L’errore non sta in questa o quella scelta politica o economica, nelle teorie di Friedman o di Keynes, ma è sistemico:

Le attuali politiche di austerità sembrano meno il prodotto di una superstizione neoliberista quanto piuttosto il risultato dell’incapacità strutturale — e oramai palese — delle nostre economie tardo-capitaliste e post-industriali di produrre ricchezza. Al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui la classe media occidentale difende il valore, oramai liquefatto, delle attività economiche per le quali è stata formata in previsione di un modello di crescita del tutto irrealistico. E mentre aumentava la massa di sostituti simbolici della ricchezza — in forma di moneta virtuale, scritture contabili e attivi improbabili — nessuno faceva caso alla sparizione della ricchezza reale.

Che non tornerà mai più, secondo l’autore. Perché per decenni abbiamo vissuto in una specie di bolla in cui la domanda è stata “drogata” per poter corrispondere all’offerta che, per la natura stessa del capitalismo, tende all’infinito.

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«Jouissez sans entraves» (Godete senza limiti). Foto di Henri Cartier-Bresson, 1968, Parigi

Ma il gioco, almeno per quanto riguarda la nostra società così come l’abbiamo intesa almeno dagli anni ’80 in poi, ha raggiunto le sue colonne d’Ercole. Ovvero il punto in cui l’offerta, abnorme, non potrà più essere assorbita dalla domanda. Solo che, spiega Ventura, “in assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne” e “la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili”. Boom. Punto di non ritorno. Fine di tutto. Di questa Belle Époque targata Terzo millennio.

Perché soluzione al momento non è data. Almeno nei termini in cui siamo abituati a pensare delle “soluzioni”: cioè a interventi che non cedano di un passo dal modello ormai introiettato da una fetta troppo ampia di popolazione. “La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes”. Nel maggio del 1968 sui muri di Parigi – ricorda Ventura – appare una scritta che diventerà l’imperativo di una generazione: «Godete senza limiti». Game over.

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Giorno di Natale del 1981: giovane sorridente con televisore, registratore Betamax e Atari

A pagare fino in fondo il prezzo della conclusione di un gioco iniziato da quei padri, sono oggi i figli. Quella che Ventura, con un parallelo efficacissimo, chiama Generazione Betamax, dal sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS. Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore rispetto al concorrente, ma questo non bastò perché non sempre ciò che è “migliore” è anche il più “funzionale” in un dato momento storico. O anche per motivi molto più futili e occasionali che, senza grandi spiegazioni, non danno riscontro all’auspicio “vinca il migliore”. Un’affermazione, semplicemente, non sempre vera.

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Il problema della Generazione Betamax, tanto “bella quanto inutile, destinata a morire” (per parafrasare le parole che all’esame di patologia il professore universitario rivolge a Nicola Carati/Luigi Lo Cascio in una scena cult de “La meglio gioventù” riferendosi all’Italia intera) è che

a differenza di quello che una volta veniva chiamato «proletario» perché non possedeva nulla se non la propria prole, il membro della classe media dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.

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Sony Betamax SL-2410. Era chiamato il “talking betamax”, il perché si può vedere in questo video.

Questo “eccesso di capitale” è la sua formazione. In pratica siamo tutti, o quasi tutti, scolarizzati. Anzi, iperscolarizzati. Solo che i figli della borghesia sono più di quanti siano i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo.

In pratica, non c’è e non ci potrà essere nemmeno in futuro sufficiente lavoro, almeno nella tipologia dalla quale un figlio della borghesia non può derogare, il terziario avanzato, per poter rispondere alle esigenze di tutta questa generazione. Figlia di una classe media che l’ha messa al mondo in una fase di (relativa) espansione carica di promesse, ma che oggi al momento di garantirne l’inserimento nel mondo del lavoro a parità di condizioni, si trova col cerino in mano. E l’erede in casa. Innocente ma, egualmente, con una inappellabile condanna pendente sul capo. Come scrive Ventura citando a sua volta il sociologo marxista Michel Clouscard:

Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio.

Ed è questa sua incapacità di derogare, la sua pena (tutta da leggere, anche se non è possibile approfondirla in questa sede, la feroce analisi, elaborata nel terzo capitolo del pamphlet, al sistema educativo in quanto tale: “una perversa utopia democratica”).

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Videoregistratore Betamax in vendita in un mercato dell’usato

Vale la pena, a questo punto, riportare quasi per intero la mail che ci ha inviato una giovane aspirante collaboratrice di questa testata. Quello che lei propone di raccontare nei suoi eventuali articoli è questo:

Il leitmotiv delle conversazioni quotidiane negli ultimi periodi, tra i miei coetanei e non, è quello del lavoro. Si passano ore a parlare di ricerche disperate, di colloqui, di cassa integrazione, di frustrazioni, depressione e quant’altro. Poi avvengono degli incontri e senti di storie, di persone che tentano e a volte riescono a rendere il proprio quotidiano (perché ormai è il quotidiano l’unica cosa che ci resta di salvabile) ricco di senso, un senso che non coincide solo con un lavoro ‘creato’ su misura, ma anche con iniziative, progetti culturali, musicali che poco o niente hanno a che fare con una retribuzione ‘significativa’, ma che sicuramente riescono a riempire con ‘senso’ appunto un vuoto lavorativo e sopratutto un vuoto di dignità. In breve, se davvero il lavoro nobilita l’uomo, io vorrei parlare di quelle persone che cercano di ‘nobilitarsi’ senza un lavoro.

Niente meglio di queste parole, disperate nelle prospettive, prima ancora che nel racconto di una realtà, potrebbero sintetizzare meglio il tramonto di un occidente. Cioè, di quell’idea di occidente sul quale troppo a lungo abbiamo costruito una bolla totalmente irreale. Fino al presente in cui, giorno dopo giorno, riceviamo continue certificazioni di un fallimento. Un irrimediabile inconveniente, di questi tempi, quello “di essere nati”. Ma, per citare il filosofo rumeno Emile Cioran:

Allorché qualcuno si lamenta che la sua vita è un fallimento, basta ricordargli che la vita stessa è in una situazione analoga, se non peggiore.

E per fortuna che ci resta la consolazione della filosofia.

Davide Lombardi