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“La nostra mente ha bisogno di fare esperienze”. Ma non per forza esperienze piacevoli. Parliamo di cinema horror e psicanalisi con Angelo Moroni, psicoanalista e appassionato di horror. Scopriamo cos’è il perturbante e perché Freud non si è mai interessato al cinema. Ma soprattutto rispondiamo alla domanda: perché guardiamo i film horror?

Per anni, da fanatico del cinema horror quale sono, quando le persone mi dicevano “ma come fai a vedere quei film spaventosi! C’è più terrore là fuori, nella realtà!”, sorridevo e rispondevo che forse non avevano visto i film che avevo visto io, lasciando solo immaginare quali orribili visioni mi concedessi la sera sul divano di casa.

In realtà, come tutti gli appassionati sanno, la maggior parte dei film horror fa schifo, e appena conclusa la visione ti chiedi perché hai perso 90 minuti della tua vita così, senza ricavarne niente, finché la sera successiva (o, in alcuni casi, subito dopo), ti concederai altri 90 minuti, sperando che sia la volta buona.

E di volte buone, ogni tanto, ne capitano alcune di buonissime.

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The Babadook (2014) di Jennifer Kent

Perché con l’horror funziona così: ogni 99 film indecenti, ce n’è uno straordinario, e due o tre bellissimi che riescono a rappresentare paure irrappresentabili, regalando allo spettatore vere e proprie esperienze.

Nonostante nell’immaginario collettivo l’horror sia appunto un “genere” , il cui obiettivo dovrebbe essere solo quello di intrattenere spaventando, quindi lontano da aspirazioni alte (“autoriali”, come si usa dire), molti dei migliori film usciti negli ultimi anni sono film horror (alcuni titoli li troverete più avanti), ed è proprio dall’horror che sono venuti fuori alcuni dei più interessanti e originali autori recenti. Ma non solo: alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema, sono film horror.

(Prima che vi venga un colpo gridando “Non è vero! Voglio le prove!” cito solo qualche titolo tra i più noti: Nosferatu, Shining, Alien, Psycho, L’Esorcista, Rosemary’s Baby… e si potrebbe continuare.)

Resta il fatto che, se ci atteniamo ai numeri, la maggior parte sono filmacci, questo è vero. Eppure, anche tra quelli c’è sempre qualcosa di interessante, un’immagine, una paura, un’idea, qualcosa che avreste provato solo sognando che colpirà la vostra mente come un qualunque “buon film” insapore non avrebbe mai saputo fare.

L’uso che ho sempre fatto io dei film horror è un uso che definirei quasi terapeutico: provare paura per conoscermi meglio. Esplorare territori vergini della mia immaginazione, percorrere strade che di solito, da svegli (cioè prima che spengano le luci al cinema) evitiamo di percorrere, perché non sappiamo dove potrebbero portare o perché, ancora peggio, sappiamo esattamente dove ci vogliono portare.

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Insidious (2011) di James Wan

Poi però sono arrivati i video dell’Isis e qualcosa, in quella mia sicurezza da spettatore horror veterano, si è incrinata. Ripensavo alle frasi come “c’è più terrore là fuori, nella realtà” e di colpo non mi sembravano più così ingenue, così campate in aria. Perché i video dell’Isis sono terrificanti, ma montati benissimo, costruiti secondo logiche cinematografiche. Ma soprattutto: sono reali.

Mentre, come vedremo tra poco, nell’horror contemporaneo è frequente la tendenza a cercare l’immagine volutamente amatoriale, in modo da rendere sempre più realistico ciò che si rappresenta, nei video dell’Isis accade esattamente il contrario. Il mostro è vero, ma è girato come se fosse finto, come un film.

In particolare l’ultimo, quello del pilota giordano bruciato dentro una gabbia, con gli incappucciati gialli intorno come terribili statue, il tutto sotto la luce del sole, è talmente inquietante che mi è venuta voglia di rifugiarmi nei miei più terrificanti film horror, tra violenza e mostri finti, come per chiudere gli occhi e tornare a sognare.

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Muadh Kassasbe, il pilota giordano catturato dall’Isis, viene bruciato vivo all’interno di una gabbia

Ma cos’è l’horror? E perché pensiamo, scriviamo, realizziamo e poi guardiamo questo tipo d’arte? Ho deciso di parlarne con uno psicoanalista – Angelo Moroni – che, prima di essere uno psicoanalista, è un grandissimo appassionato del genere. Il suo blog (http://psicheetechne.blogspot.it) è uno di quelli dove ho sempre trovato le recensioni più interessanti e stimolanti. Volendo approfondire il cinema horror e il rapporto tra cinema horror e psiche, lui era la persona giusta, anzi forse l’unica.

Prima domanda: premesso che si tratta ovviamente di un fatto soggettivo, secondo lei qual è il film più spaventoso mai realizzato?

Sono indeciso tra due film in verità, molto diversi tra loro, e cioè tra “Martyrs” e “L’esorcista”, ma visto che la domanda aggetta sulla soggettività, direi che “L’Esorcista” ha avuto un certo impatto su di me più di altri film: ho impiegato molti anni per “digerirlo”, dopo averlo visto per la prima volta, ed è stato anche un protagonista di rilievo nel tessuto di una delle mie due analisi personali. E vi assicuro che di film horror ne ho visti davvero parecchi.

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L’Esorcista (1973) di William Friedkin

Qual è l’aspetto che più l’attrae del genere horror? La sua passione nasce prima o è susseguente all’interesse professionale?

Il mio interesse per il genere perturbante al cinema nasce prima dei miei interessi professionali, sebbene tali interessi siano a loro volta “nati” molto tempo fa, e quindi i due filoni si siano ben presto intrecciati. In ogni caso ciò che mi attrae del genere horror è appunto la sua capacità narrativo-estetica di mettere in forma angosce che altrimenti sarebbe molto difficile raffigurare e/o mettere in parole.

Credo che sia l’aspetto eminentemente artistico ciò che mi appare di maggior rilievo in un cosiddetto “film horror”. Sto parlando dell’architettura drammaturgico-narrativa di un film perturbante (la sceneggiatura, la regia, l’interpretazione da parte degli attori, etc.), cioè delle modalità estetiche di declinare il Perturbante su un piano filmico, modalità che sono specifiche per ciascun film. La mia attività professionale, la mia formazione di psicoanalista, l’esperienza clinica che ho maturato nel corso degli anni, hanno poi contribuito ad un intrecciarsi del mio interesse per il cinema con quello per la psicoanalisi, portando il mio percorso formativo e di ricerca su sentieri a mio parere inediti, generativi è certamente per me arricchenti.

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Martyrs (2008) di Pascal Laugier

Com’è possibile che si provi piacere nel provare paura? Perché guardiamo i film horror, invece di evitarli?

La nostra mente ha bisogno di fare esperienza, non semplicemente di provare piacere. La mente ha soprattutto bisogno di sperimentare situazioni in cui sia possibile riorganizzare gli stimoli emotivi e percettivi da cui è continuamente “bombardata”, attraverso quelle che potremmo definire delle “teorie traumatiche provvisorie” attraverso cui la nostra psiche cerca di tenere a bada tali stimolazioni, di dar loro un senso, un orizzonte, una prospettiva. La struttura drammaturgica di un film horror può, a mio avviso, essere paragonata ad una “teoria traumatica” cui la nostra mente si appoggia, trovandosela davanti, per dare un senso all’angoscia, che poi, soggettivamente si declina, nell’individuo, in differenti tipi di paure (che assumono forme diverse nel corso degli anni, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta).

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The Descent (2005) di Neil Marshall

Un film horror in questo senso possiede delle forti similitudini con le fiabe che vengono narrate dalla mamma al bambino: si tratta cioè di contenitori narrativi che presentano anche contenuti angoscianti (le fiabe fanno spesso paura), ma che contemporaneamente sono utili a rappresentare, a dare un nome alle paure dei bambini, consentendone, per così dire di esorcizzarle temporaneamente. Credo che sia fondamentalmente per questi motivi che i film horror possano essere guardati come oggetti estetici interessanti, anche molto apprezzabili (pensiamo ad esempio a quei film che veicolano la rappresentazione di angosce collettive, vedi ad esempio alcuni opere di George A. Romero, oppure, come esempio fra i molti che mi verrebbero in mente, “Essi vivono” di John Carpenter, girato nel 1988).

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La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero

Perché alcune persone evitano il genere come la peste e altre ne sono follemente attratte? Ha senso inquadrare questi estremi in due specifiche tipologie umane?

Nella mia esperienza la fruizione del cosiddetto “genere horror” produce effetti particolarmente attrattivi se non addirittura seduttivi per il target degli spettatori adolescenti. L’adolescenza è infatti un periodo della vita in cui la personalità dell’individuo è una specie di cantiere a cielo aperto, nel quale molti aspetti “grezzi” del Sé (in particolare le pulsioni sessuali e quelle aggressive) non sono ancora del tutto “lavorate” e integrate. Un film horror pone spesso in primo piano elementi, emozioni, agiti piuttosto violenti nei quali l’adolescente può riconoscersi e questo può consentirgli di riorganizzare vari aspetti di sé. Non parlerei quindi di due tipologie umane distinte, rispetto alla fruizione del genere cinematografico horror, ma piuttosto vedrei nell’area dei fruitori un continuum che varia a seconda del bisogno di riorganizzazione di elementi “adolescenziali” inconsci più o meno attivi in ciascun individuo.

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Lovely Molly (2011) di Eduardo Sánchez

La paura è una delle cifre della nostra società occidentale. E’ ormai intrinseca alla nostra cultura, dalla paranoia per la “sicurezza” alla fobia per lo straniero, il “diverso”. Pensa che l’enorme diffusione del cinema horror abbia qualcosa a che fare con questo sentimento diffuso?

Ritengo che il “cinema horror “, a partire dalla nascita del cinema stesso, abbia da sempre contribuito a “mettere in scena” le angosce collettive di un’epoca particolare, contribuendo anche – è molto importante ricordare questo aspetto- ad elaborare queste angosce. Spesso, pensando ad una possibile funzione sociale-catartica del Cinema, ricorro ad un paragone: quello con il teatro greco, in particolare alla tragedia euripidea, nella quale è sempre molto accentuato l’intreccio tra tematiche sociali venate dal conflitto, e rappresentazione scenica.

La tragedia greca spesso metteva in scena dinamiche sociali vissute quotidianamente dagli stessi spettatori, ma costruendoci intorno un setting rappresentativo idoneo a farle rivivere promuovendo una riflessione su di esse. Il teatro greco era cioè una sorta di psicodramma collettivo che coinvolgeva direttamente le emozioni degli spettatori, ponendoli di fronte a drammi molto potenti, molto perturbanti. Pensiamo alla Medea i Euripide, ad esempio: una madre che uccide i figli per vendicarsi di essere stata tradita e abbandonata dal marito. Quante vicende dalle simili tinte angoscianti attraversano ad esempio la nostra attuale società, anche attraverso l’amplificazione parassitaria prodotta dai mass-media. Su un piano storico, dicevo, certamente credo che il cinema horror abbia accompagnato la società occidentale nell’attraversamento delle proprie paure.

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La cosa (1982) di John Carpenter

Pensiamo ad esempio a tutto il filone horror/fantascientifico statunitense degli anni ’50/’60: ricordiamo ad esempio “Ultimatum alla terra”(1951) di Robert Wise, oppure “La cosa venuta da un altro mondo” di Christian Nyby sempre del 1951, che ha generato quel meraviglioso, memorabile remake di John Carpenter, “The Thing”, vera pietra miliare della mitopoiesi horror cinematografica contemporanea. Si tratta di un filone volto a rappresentare le angosce di invasione “extraterrestri” da parte dei sovietici sul suolo americano durante la guerra fredda.

In quegli anni le angosce relative ad uno scatenarsi di un nuovo conflitto mondiale successivo alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, si traducevano in film tra cui, oltre a quello citato, troviamo anche “L’invasione degli ultracorpi”, di Don Siegel, del 1956. Arrivando a epoche più vicine a noi, innumerevoli sono i film perturbanti che pongono in primo piano le angosce che attraversano un’epoca.

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Megan is Missing (2011) di Michael Goi

Credo che il senso di precarietà della nostra cosiddetta “società liquida” (Zygmut Bauman) sia oggigiorno ben rappresentato dal sottogenere horror detto mockumentary. Com’è noto si tratta di un uso volutamente “amatoriale” della tecnica di ripresa, volto a rendere il più realistico possibile, il più vicino possibile alla realtà dello spettatore il processo di identificazione con la storia.

Maestri e fondatori di tale uso della cinepresa, qui certamente da ricordare, sono Eduardo Sánchez (The Blair Witch Project, 1999, girato con Daniel Myrick; Exists, 2014), Matt Reeves (Cloverfied, 2008) e Michael Goi (Megan is missing, 2011) grande innovatore del genere mockumentary nonché sensibilissimo narratore del vuoto di valori e di senso cui sono immersi gli adolescenti di oggi. La lista sarebbe ancora molto lunga, ma qui mi fermerei dal momento che mi sembra di aver risposto alla domanda in modo, spero, sufficientemente articolato.

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The Strangers (2008) di Bryan Bertino

Possiamo ritenere corretta l’affermazione che la società del benessere ha aperto il vaso di pandora di alcuni degli incubi più reconditi del nostro inconscio, impensabili in società e culture precedenti?

Non sarei così drastico. Le società e le culture precedenti alla nostra contenevano incubi ben più concretamente vissuti da chi le abitava, a differenza di oggi. Pensiamo al Medioevo, alla peste, ai Lager nazisti. È evidente che la distruttività umana alberga sempre tra noi e in noi, che l’odio nei confronti dell’alterità continua anche oggi a generare guerre, atrocità impensabili, orrori ben più reali di un horror. La società del benessere ha generato tuttavia nuove forme di disagio, nuove patologie individuali e gruppali caratterizzate dall’impossibilità di tollerare le frustrazioni, di modulare la ricerca di piacere, di differenziare il sé dall’altro, di accettare la dipendenza psicologica e il legame, di pensare il senso del limite e dell’onnipotenza.

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Eden Lake (2008) di James Watkins

La società del benessere accentua inoltre il narcisismo individualistico e il mito del denaro a tutti i costi, a discapito delle spinte solidaristiche che dovrebbero essere maggiormente valorizzate. Il degrado culturale e sociale che spesso incontriamo oggi è spesso rappresentato molto bene da un certo tipo di cinema perturbante contemporaneo, che possiamo definire “illuminato”. Penso soprattutto al filone horror inglese, e in particolare mi viene in mente un film a mio avviso emblematico, oltre al fatto di essere molto ben costruito e girato, e cioè “Eden Lake”, di James Watkins, del 2008.

Che cos’è il Perturbante?

Il Perturbante è una modalità organizzativa di quell’insieme di emozioni disturbanti che colpiscono l’individuo dall’interno del suo stesso mondo intrapsichico, quando è posto di fronte alla fruizione di opere estetiche letterarie, pittoriche, cinematografiche che generano in lui turbamento. In questo senso definirei il Perturbante una “teoria traumatica provvisoria” della mente. Ho dato una definizione credo abbastanza esauriente di questo concetto a suo tempo studiato anche da Freud, sul sito della Società Psicoanalitica Italiana, nella sezione Spipedia, che è una specie di enciclopedia online dei termini psicoanalitici, cioè una sorta di Wikipedia della Psicoanalisi. Segnalo qui il link della mia voce sul Perturbante in Spipedia, per chi fosse interessato ad un approfondimento.

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Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene

E’ vero che Freud non si interessò mai al cinema? Perché?

È vero, Freud non amava mescolare la disciplina medico-scientifica che andava costruendo con quelle che lui considerava delle mondanità modaiole quali appunto il cinema. Freud rifiutò un’offerta di centomila dollari da parte del produttore americano Samuel Goodwin, per partecipare alla stesura di script relativi a tutta una serie di film che Goodwin aveva in mente. Nonostante Karl Abraham e Hans Sachs, due tra i suoi allievi più quotati avessero deciso nel 1925 di collaborare con il regista Wilhelm Pabst alla sceneggiatura di un film divulgativo sulla psicoanalisi, Freud si tenne sempre molto alla larga da tutta questa faccenda.

In una lettera a Ferenczi del 1916, scriveva:

“La riduzione cinematografica sembra inevitabile, come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare, e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie del genere. La mia obiezione principale rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una rappresentazione plastica che si rispetti. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

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Un tranquillo week-end di paura (1972) di John Boorman

Come si vede l’idea che Freud ha del cinema come trasposizione di teorie o concetti psicoanalitici è molto tranchant. Sul tema del Perturbante in Freud occorre poi andare ancor più cauti. Nel suo scritto del ’19 Freud parla di Perturbante in Letteratura, e non di Cinema. Il Cinema non é proprio nelle sue corde e tutta l’attenzione del padre della psicoanalisi é rivolta al racconto di Hoffmann, “Il mago sabbiolino”. Occorre andare oltre e dopo Freud, per cogliere un reale interesse della Psicoanalisi verso il Cinema Perturbante: bisogna cioè arrivare ai giorni nostri, ad esempio alla profonda interpretazione che lo psicoanalista francese Renee Kaës (2010) dà del film “Un tranquillo week-end di paura” di J. Boorman.

E’ possibile usare il cinema horror in maniera terapeutica? Le è mai capitato di consigliare un film horror a un suo paziente?

È abbastanza comune che in un’analisi paziente e analista utilizzino metafore cinematografiche per raccontare e interpretare i vissuti e la sofferenza del paziente. Spesso può essere utile trattare un film raccontato da un paziente come se fosse un sogno che sta facendo per così dire da sveglio durante la seduta. Oppure, su un altro versante, i sogni che il paziente racconta possono essere “visti” dall’analista come un film il cui regista é lo stesso paziente, pur non rendendosene conto. Occupandomi di adolescenti mi è capitato molto spesso di sentirmi narrare film horror da parte dei miei giovani e giovanissimi pazienti. La mia conoscenza della materia mi ha probabilmente permesso di cogliere piuttosto bene il senso del racconto di quei pazienti, la filigrana, il tessuto delle loro angosce, contenute narrativamente nella trama del film di cui il paziente mi stava parlando. Usualmente mi astengo tuttavia dal “dare consigli”. Un analista questo non lo fa praticamente mai.

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Audition (2000) di Takashi Miike

Secondo lei quanto differisce l’esperienza della visione di un film horror in casa, in solitudine, e quella invece condivisa nella sala cinematografica?

Suggerirei di visionare qualsiasi film in sala, possibilmente in lingua originale con sottotitoli (esperienza che, mi rendo conto, è assai difficile da attuare nelle sale italiane, purtroppo). Stesso discorso vale, forse a maggior ragione, per quanto riguarda un film horror. Un film come “The Babadook”, opera prima della regista australiana Jennifer Kent, e che ritengo senza mezzi termini un vero capolavoro del Perturbante cinematografico di oggi , va visto necessariamente in sala. Si tratta di un film che visto in casa perderebbe moltissimo, soprattutto per quanto concerne l’uso fondamentale in quel film della fotografia, che possiamo definire uno dei protagonisti principali del film stesso. Rispetto alla parte della domanda che riguarda il guardare un horror da soli o in compagnia, credo che dipenda dagli stati d’animo che in quel momento attraversano la mente dello spettatore. Vi sono alcuni film horror che ho voluto visionare da solo per riflettere tra me e me, senza stimolazioni esterne, su alcuni spunti precisi, altri che invece ho voluto vedere insieme ad amici.

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Alien (1979) di Ridley Scott

Quali sono i suoi film horror preferiti di sempre?

Direi senz’altro che il primo della lista rimane “The Thing” (1982) di John Carpenter. Poi indubbiamente “L’esorcista” (1973) di William Friedkin, cui segue “Alien” (1979) di Ridley Scott. Più recentemente trovo indimenticabile quella chiave di volta della cinematografia perturbante contemporanea che porta il nome di “Martyrs” (2008) di Pascal Laugier, film sul quale si potrebbe scrivere più di un libro. Se passiamo a quel cambiamento di paradigma nel genere horror introdotto dalla tecnica del mockumentary, su questa nuova strada troviamo “The Blair Witch Project” (1999) di Sánchez e Myrick, “Exists” (2014), recente evoluzione della poetica mocku portata avanti dallo stesso Sánchez, nonchè il giá citato “Megan is missing” (2011) di Michael Goi.

Quali sono, secondo lei, i film che meglio rappresentano la depressione?

Me ne vengono in mente due, a mio avviso fondamentali, che descrivono e testimoniano situazioni di regressione melanconica in un contesto sociale di grande deprivazione e abbandono affettivo (quali è possibile trovare anche nel lavoro di analisti e psicoterapeuti nella realtá da loro frequentata professionalmente), e cioè: “May” (2002) di Lucky McKee, e “Lovely Molly” (2012), di Eduardo Sánchez.