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Anche se in Italia non esiste una legislazione particolare sui diritti degli omosessuali, è meno complicato rispetto ad altri paesi UE ottenere asilo per motivi di discriminazione sessuale. Essere gay in molte nazioni è un reato grave punito dalla legge. In altre, come la Russia, una violenta cultura omofoba non è solo tollerata ma addirittura incentivata dallo Stato. Ecco alcune storie di ragazzi che in Italia stanno cercando di poter finalmente iniziare a vivere.

di Franco Giubilei, Davide Lombardi, Eva Ferri.

VIDEO / Vogliamo vivere


Essere gay può essere molto pericoloso. Nel mondo sono 91 i paesi in cui i comportamenti omosessuali, anche praticati in casa propria, sono illegali. In 7 di di questi è prevista la pena di morte. Ecco perché in Italia la richiesta di asilo per motivi di discriminazione sessuale viene generalmente accettata una volta che riconosciuta – anche grazie all’aiuto fornito da Arcigay – l’effettiva omosessualità del richiedente.

REPORTAGE / Vite di gay perseguitati

Si dice “richiedenti asilo” e il pensiero va istintivamente ai profughi di uno dei tanti Sud del mondo, gente in fuga da regimi oppressivi, perseguitata per l’appartenenza politica o per la fede religiosa diversa da quella ufficiale. Ma ci sono anche altre forme di persecuzione, a volte ancora più feroci, che colpiscono gay e lesbiche costringendoli a nascondersi e, quando ci riescono, a scappare dal loro paese d’origine, spesso rompendo ogni legame anche con la loro famiglia. Farzan, 33 anni, iraniano, è uno di loro. Arrivato in Italia dopo essere transitato dalla Danimarca, ora vive a Carpi grazie all’aiuto di Arci Gay, che l’ha sostenuto nel percorso burocratico del riconoscimento di esule per motivi di discriminazione sessuale. “Sono in Italia da meno di un anno – racconta in un buon italiano -. Prima, quando vivevo in Iran, era impossibile essere gay: era come essere considerato una donna, o anche meno di una donna. Ci sono gravi problemi con la cultura e con l’Islam, sotto questo aspetto”.
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Via da Teheran

La vita di un omosessuale a Teheran, un ragazzo di buona famiglia e ben inserito socialmente, con un lavoro nell’informatica, in un’agenzia di servizi adsl, viene descritta così: “Se sei gay, sei costretto a mettere una maschera da eterosessuale e a fingere di comportarti così quando parli di donne, o anche quando ti muovi. Quando conosci un altro omosessuale c’è paura di esprimersi, la libertà esiste solo quando sei chiuso in casa. Ho anche preso un altro nome, per potermi ‘sdoppiare’ meglio, perché non puoi avere certi gesti e devi stare attento a come fumi, a come muovi le mani, in modo da sembrare ‘normale’ quando sei in pubblico”.

Nonostante l’attenzione ai dettagli che potessero rivelare i suoi gusti sessuali, i problemi non sono mancati: “Una volta ho baciato un ragazzo per la strada, la polizia mi ha visto e fermato, mi hanno chiesto chi era la mia famiglia e hanno raccontato tutto ai miei”.

La famiglia

Da parte della famiglia, Farzan non trova comprensione: “Mia madre pensa che la mia omosessualità sia stata provocata dalle medicine che ha preso quando era incinta di me, mio padre e mio fratello invece sono convinti che per me sia una specie di divertimento, solo mia sorella è più tollerante”. Una situazione che lo ha portato alla depressione, malattia che lo affligge da circa otto anni. Il senso d’isolamento, ma soprattutto l’impossibilità di vivere la sua sessualità in modo sereno, lo hanno spinto a lasciare l’Iran: “Io non sapevo più cos’era il gusto della vita, non potevo vivere con un ragazzo, non potevo comportarmi come volevo e sentivo. Così mi sono procurato un visto per poter espatriare. Per ottenerlo mi sono rivolto a una persona a Teheran, e ho dovuto pagare circa 5mila dollari per fare i documenti necessari”. Una volta in possesso del visto Farzan può finalmente andarsene, ma ad attenderlo in Europa ci sono nuove difficoltà, anche perché il suo obiettivo iniziale in realtà non era il nostro paese, ma Copenaghen, dove approda nel 2012: “Sono andato in Danimarca perché sapevo che in quel paese è possibile sposarsi con un ragazzo, pensando che il mio visto per l’Italia valesse anche per gli altri stati dell’Unione europea. Qui sono stato sottoposto a controlli e a colloqui molto severi nel campo della Croce rossa, dopodiché mi hanno mandato in Italia”. Nel giugno del 2013 trascorre un mese a Modena, poi un breve periodo a Ivrea, per poi tornare nuovamente a Modena. “Ho chiesto di venire qui perché ho degli amici. E’ molto difficile stare da soli, senza parlare con nessuno. Ora vivo a Carpi in un appartamento con cinque rifugiati, fra cui un altro omosessuale siriano”.

Vita in Italia

La vita in Italia lo espone sicuramente a meno rischi di quella che conduceva in Iran, ma per altri aspetti resta ancora molto complicata, in quanto un immigrato con problemi di occupazione resta sempre un immigrato, con tutte le conseguenze in termini di integrazione che questo comporta: “In Italia sono ancora uno straniero, anche se i miei amici di Arci Gay mi aiutano tantissimo. La prima cosa che gli altri omosessuali mi chiedono, quando mi conoscono, è se ho la macchina e se ho un lavoro. Ci frequentiamo per qualche giorno e dopo una settimana escono già dalla mia vita. E così ancora non so cos’è l’innamoramento. I rifugiati sono diversi dalle altre persone, la gente tiene le distanze: ho vissuto sia in Emilia che a Torino e a Ivrea, e anche lì è stato difficile. Le conoscenze che faccio sono sempre su internet, oppure nei locali gay come il Cassero a Bologna, ma lì gli altri si avvicinano solo per divertimento, niente di più”. I rapporti con la famiglia a Teheran sono rarefatti e compromessi: “Mia madre mi ha telefonato per farmi togliere anche una mia foto con la sciarpa arcobaleno che avevo messo sul profilo Facebook, mi ha detto che non dovevo rovinare l’immagine di mio fratello e di mia sorella”. E poi c’è il lavoro, che in un periodo di crisi come questo è un vero miraggio: “Ho lasciato in giro tanti curriculum ma non c’è ancora niente, è molto difficile stare in Italia. Non ho ancora una casa mia e un mio spazio”. L’unica cosa che è riuscito a trovare, al momento, è un lavoretto di volantinaggio per un sito di gadget erotici.

Storia di Slava

Diverse, ma altrettanto drammatiche, le ragioni alla base della scelta di Slava di cercare una vita migliore nel nostro paese. Ventiquattro anni, nato e cresciuto a Volvograd, da dove si è trasferito a Mosca per laurearsi in relazioni internazionali, Slava di trova in Italia da marzo di quest’anno: “La maggior parte della gente in Russia preferisce non parlare dei gay, e se lo fa lo fa in termini molto negativi. Mosca è una città più tollerante, ma alcuni insegnanti si dichiarano apertamente anti-gay e dicono che è una cosa immorale. Prima di partire stavo per cominciare a parlare della mia omosessualità con i miei amici più intimi, ma non ero ancora pronto a fare coming out. Alla fine dell’università sono partito per gli Usa, dove sono rimasto per sei mesi e dove mi sono informato per ottenere l’asilo, ma non ero ancora sicuro, perché è un passo molto importante”.

L’incubo del servizio militare

Poi Slava torna in Russia, dove lo aspetta la prospettiva inquietante del servizio militare: “Il problema è che nell’esercito c’è una grande aggressività da parte dei superiori e dei soldati più anziani verso le reclute e io ne avevo molta paura, perché le violenze aumentano quando scoprono che sei un omosessuale: c’è chi è stato costretto a prostituirsi, e chi ci è morto”. Leva obbligatoria a parte, la vita di un gay in Russia è complicata e rischiosa già per conto suo: “C’è una legge per cui il semplice fatto di manifestare la propria omosessualità in pubblico è reato perché potrebbe influenzare negativamente i bambini. Anche indossare una t-shirt arcobaleno quindi diventa propaganda pro-gay e, in quanto tale, è proibito. Ecco perché, per evitare di essere picchiato o peggio, ho deciso di chiedere asilo in Italia”.

Essere gay in Russia

Slava racconta un paio di episodi significativi: “A Mosca c’era una discoteca gay, che ho frequentato anch’io, che è stata presa di mira più volte da gente che ha tirato dei fumogeni accesi all’interno del locale. La cosa è stata denunciata, ma la polizia ha completamente ignorato le denunce. Una volta, all’uscita della stessa discoteca, sono stato seguito da un tizio che continuava a insultarmi, dandomi del frocio. Non mi sono mai voltato e mi sono allontanato, mi è andata bene. Poco tempo dopo i gestori hanno dovuto chiudere il locale”.
Intimidazioni, persecuzioni vere e proprie, atteggiamento connivente delle forze dell’ordine: “A spingermi a venire in Italia, dove all’inizio sono stato ospite di un amico di mia madre, è il fatto che non puoi essere apertamente gay, devi stare nascosto: è illegale dire che una relazione omosessuale è pari a una relazione etero, non sei mai al sicuro, e non sei al sicuro neanche con la polizia, che in un paio di occasioni ha violentato una persona con una bottiglia, fino a provocarne la morte”. Se poi si pensa che, aggiunge il ragazzo, il responsabile della principale agenzia di stampa “ha detto pubblicamente che i cadaveri dei gay andrebbero bruciati perché gli organi donati fanno diventare omosessuali chi li riceve”, si capisce ancora meglio il clima che regna in Russia per gli omosessuali. Dice di avere un buon rapporto con la madre, alla quale ha confidato di essere gay proprio nel giorno del suo 24esimo compleanno: “La sua reazione è stata la migliore che si potrebbe avere da una madre russa: è rabbrividita, spera che sia una cosa temporanea, ma almeno non mi ha detto che non mi voleva più come figlio e non mi ha mandato all’inferno”. Ora Slava sorride, dice che in Italia si trova bene, che la comunità gay è stata gentile e accogliente con lui: “Mi invitano ad andare alle feste con loro, o al cinema. Il problema semmai è la lingua, non molti parlano inglese. So solo una cosa: dopo che sono stato negli Stati Uniti non volevo più che la mia omosessualità restasse un segreto”.

Franco Giubilei

FOTO / Sono solo Farzan. E ho 33 anni

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Dalla pagina Facebook di Farzan, storia fotografica di una doppia vita vissuta tra Iran e Italia, tra il desiderio di poter vivere la realtà del suo essere omosessuale e la necessità di fingersi qualcos’altro.  VAI ALLA GALLERY