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di Eva Ferri 

“Non puoi mettere le braccia intorno a un ricordo”, cantava disperato Johnny Thunders alla fine degli anni Settanta, quando dall’Inghilterra e dagli USA arrivò quell’onda di disillusione musicale, politica ed esistenziale che ha fatto la storia del punk. Spinte trasgressive ce n’erano già state, ma non così

Qui si trattava di teorizzare il No Future, disobbedire al domani come prospettiva sociale e vivere un eterno presente senza veli e senza freni. L’estetica del punk, arrogante e scarna, ha segnato una linea di non ritorno per cui, da allora più che mai, essere giovani significa anche questo: non avere niente da perdere, essere fragili, onnipotenti e noncuranti. Ecco allora questa età dell’oro tingersi a tratti anche di retorica, a partire dal mito di quegli artisti che il No Future l’hanno preso alla lettera e a meno di trent’anni si sono ammazzati nella vasca da bagno di qualche Chelsea Hotel, come se l’aver esaurito l’esistenza in tempi record, prima che degenerasse in una gabbia, desse loro una specie di bollino di qualità.

In realtà, la maggior parte di coloro che hanno vissuto e amato questa impronta alla fine sono andati avanti, hanno finito la scuola, hanno trovato lavoro e magari si sono anche sposati e hanno avuto dei bambini. Alcuni la voglia di vivere l’attimo e dire le cose come stanno forse l’hanno persa, in nome di una vita che – come dice Cesare Pavese – “adopera amore e pietà, la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani”. Ma c’è anche chi a quella vitalità nuda e cruda non ha mai saputo rinunciare e continua a coltivarla e a cercare il modo di esprimerla, mettendo in relazione passato, presente e futuro.

“Non c’è dubbio che l’adolescenza sia un momento importante della nostra vita – osserva Stefano Pasquini, uno dei curatori della mostra ‘I diari delle medie’, inaugurata nello Studio Cloud 4 di Bologna alla fine del settembre scorso – e spesso, in quegli anni, si delinea quello che sarà il nostro futuro, che ancora non possiamo conoscere”.

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Il diario nasce come oggetto comune, prodotto in serie, in cui segnare i compiti e i voti, ma quasi sempre diventa espressione di identità in presa diretta: “traboccano di biglietti di concerti e del cinema, foto di celebrità, citazioni, poesie, vignette, e nella scelta di questi frammenti – spiega Pasquini – comincia già a delinearsi una visione personale”.

In mostra una trentina di diari delle medie e delle superiori che raccolgono la potenzialità creativa di personaggi che poi sono diventati artisti, musicisti, cantautori, scrittori, ingegneri, fotografi o ancora studenti.

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Per alcuni degli autori il diario è stato il luogo ideale in cui accumulare dettagli di vita, per ricordarsi di non dimenticare; per altri era la sede elettiva della bellezza che volevano far propria; o ancora uno spazio in cui raccontare una dimensione ironica e surreale che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, ma che non tutti – soprattutto gli adulti – sanno vedere.

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“Il fatto – dice Pasquini – è che siamo tutti equamente creativi, poi ognuno decide cosa fare della sua vita: se usare la creatività, sopprimerla, o fingere che non ci sia; ma è comunque presente e in questi diari si vede, anche in quelli di chi oggi non fa l’artista e non si ritiene tale”.

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Com’è riaprire il proprio diario, pubblicamente, a distanza di vent’anni? Credo di non aver mai visto gli autori di una mostra emozionarsi e sorridere così, la sera dell’inaugurazione. Era un po’ come aver fregato lo spazio-tempo: ritrovarsi per le mani quello che si è stati e riconoscere quello che si è.

Eva Ferri

Foto di Isabella Colucci

Gallery – I migliori diari della nostra vita

 

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