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Dentro il mondo delle rievocazioni storiche. Tra accampamenti, battaglie tra celti e romani, alla ricerca di un’identità. Di Martino Pinna, foto di Davide Mantovani

VIDEO / Celti e romani a Modena

Parliamo con Pietro Comeri, Andrea Ferretti e Aldo Brianzi di Aes Cranna – Teuta Boica di rievocazioni e di come si scelga da che parte stare: con i romani o con i celti?

REPORTAGE / Il mio nome è Biatec Ateboduus

Nell’aria ormai resa irrespirabile dai lacrimogeni e delle automobili incendiate, riecheggia il ritmo inquietante dei tamburi. Come nel Medioevo, con la città sotto assedio, le campane della cattedrale suonano l’allarme. I manifestanti attaccano la polizia con spade, scudi e bastoni. C’è chi indossa una vera armatura medievale, chi si prepara all’attacco con arco e frecce. Chi in testa ha uno scolapasta e più che gli eroici guerrieri medievali ricorda quelli scalcagnati dell’armata Brancaleone. Tra il fumo, le esplosioni delle granate, le barricate impenetrabili, le urla e i tamburi, si fa largo tra la folla addirittura una catapulta di legno.

Immagini di un’altra epoca, o di un film del genere post-apocalittico, di quelli dove la società è tornata alle barbarie di un tempo e sopravvive solo chi sa uccidere e combattere? No. È tutto vero: sono le scene degli scontri in Ucraina.  Ci sono dei morti. È la realtà, e la stiamo guardando su Youtube.

C’è chi suo malgrado in guerra ci finisce davvero e chi, invece, per sua fortuna, può farla solo per gioco. Un gioco serio, come tutti i giochi, ma comunque un gioco. Quello della rievocazione storica.

L’arrivo dei celti a bordo dei cavalli di ferro

È domenica mattina e il sole splende sulla pianura padana. Quello che un tempo era un immenso campo di battaglia per gli scontri tra celti e romani, oggi è una distesa di villette con giardino e garage, antenne e parabole per la tv satellitare, rotatorie, neon, bar gestiti da cinesi, pompe di benzina e autolavaggi.

Siamo in pieno inverno ma oggi la temperatura è mite. I celti iniziano ad arrivare a bordo delle loro auto. O “cavalli di ferro” come li chiama qualcuno. Vengono da Modena, Bologna e da altre città dell’Emilia-Romagna e sono qui per una sessione fotografica.

Un giovane guerriero si presenta con un elmo nuovo che provoca diffidenza negli amici, molto attenti che tutto sia preciso dal punto di vista storico. Il dubbio è se quell’elmo, definito da alcuni “molto tamarro”, possa essere indossato da un celta oppure no. A qualcuno sembra un po’ troppo romano. Altri però fanno notare che poteva capitare che dopo le battaglie gli sconfitti venissero derubati. “Era facile trovare degli schinieri etruschi addosso a un capo gallico, oppure una cresta romana su un guerriero celtico” puntualizza Pietro, uno degli organizzatori del festival modenese Mutina Boica. Alla fine l’elmo passa il check dell’attendibilità storica.

Partita in piccolo quattro anni fa, ora Mutina Boica è diventata una grande manifestazione in grado di attirare migliaia di persone. Da tutta Italia e non solo. L’obiettivo è far rivivere l’atmosfera delle popolazioni che abitavano il territorio emiliano durante l’età del Ferro, in questo caso nel IV secolo a.C. Ecco quindi che si ricostruiscono villaggi e accampamenti, si mettono in scena antichi rituali, si beve birra prodotta secondo antiche ricette. E, ovviamente, si combatte.

È un gruppo molto vario: si va dallo studente di storia con la passione per la birra artigianale, allo schermidore interessato soprattutto all’aspetto bellico, fino al metallaro immerso nel suo immaginario di corna, capelli lunghi e spade. Quel genere di persone che un po’ non ti aspetteresti: persone magari incrociate il venerdì in ufficio davanti a un computer e il sabato letteralmente trasfigurate su un campo di battaglia con una pelle d’orso sulle spalle e una clava tra le mani, mentre incitano i propri uomini con urla di guerra spaventose.

Cercami su Facebook, mi chiamo Biatec Ateboduus

Biatec ad esempio è un trentenne che lavora nel campo dei social media. Come molti altri rievocatori, la storia era la sua materia preferita quando andava a scuola, ma ha iniziato ad interessarsi seriamente alla rievocazione grazie alla musica.

Quando era giovane e punk, era un fan dei Pogues, storico gruppo folk punk anglo-irlandese, “e da lì il passo verso l’interesse per la cultura celtica è stato molto breve”, spiega. Oggi fa parte di un ensemble di musica celtica continentale dell’età del ferro, un sottogenere. “A me interessa l’età del ferro nei suoi vari aspetti. Trovo molto poco interessante il dopo Cristo imperiale e non ho nessun interesse per l’Alto Medioevo”.

Biatec si rende conto che la rievocazione storica non è un semplice hobby, anche perché nessun hobby è semplice. Sono quasi sempre passioni divoranti, che prendono un sacco di tempo e influenzano diversi aspetti della vita.

Lui, come tutti gli altri rievocatori, non sopporta l’inaccuratezza dei film storici, soprattutto delle grandi produzioni americane, dove l’azione spettacolare ha il sopravvento e i guerrieri vengono rappresentati come supereroi da fumetto. Serie come “Spartacus” o “Rome”, film come “Druids”, “Heracles” o “L’ira dei Titani”, risultano letteralmente inguardabili ai loro occhi. Non a caso il film più citato è invece un capolavoro della commedia, dichiaratamente parodistico, come “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli.

“Ciao a tutti! Cerco armatura lamellare a squame per il periodo longobardo”

È un annuncio in un gruppo Facebook. Rispondono in quattro: c’è chi chiede di precisare “lamellare o a squame? E di che secolo: cuoio o metallo?”. Il titolare dell’annuncio precisa: “a squame in metallo, del VIII secolo”. E incredibilmente trova ciò che cercava.

È un gruppo dedicato al “baratto storico”, dove gli appassionati si scambiano armi medievali, spade, pugnali, cotte di maglia (curiosità: una cotta usata, non zincata, taglia L, costa 140 euro), scudi di metallo, zoccoli di legno rivestiti di lana, oppure elmi vichinghi, che non avevano affatto, precisiamolo, le tipiche corna laterali a cui siamo abituati fin da bambini.

Quello della rievocazione è un hobby costoso. Anche se non più di altri: “Anni fa una rivista propose una foto con il raffronto tra un rievocatore del 1300 completamente bardato ed un motociclista nella sua tuta e casco: le spese si equivalevano” speiga Biatec.

Anche se ammette che, se non tenuta a bada, può essere una passione in grado di svuotare le tasche: “Penso che la rievocazione celtica o germanica sia quella più economica in assoluto. Diverso è l’ambito romano militare, con costi molto più alti per gli equipaggiamenti. In quel caso i costi aumentano moltissimo. Come per i costumi del 1400/1500: un vestito da lanzichenecco fatto a mano ti costa di base sui 500€”.

Spesso i rievocatori fabbricano con le proprie mani abiti e utensili: è un modo per contenere le spese che altrimenti consumerebbero metà stipendio. Chi ad esempio sa fabbricare una schiniera o gambiera (quelli che nel calcio oggi chiamiamo parastinchi) può scambiarla con un abito cucito a mano o dei calzari. Sulle armi però è più difficile risparmiare: “Nell’ambito dell’evo antico il costo maggiore è dettato dall’armamento: sia che si tratti di oggetti in ferro sia in bronzo, le armi sono la cosa che costa di più in assoluto.”

Alla ricerca di un’identità

Tra i rievocatori non si trovano poveri o disoccupati, ma neanche grandi benestanti. Ci sono invece molti impiegati, operai, meccanici e artigiani. E forse il motivo è questo: “Credo che un operaio si senta meno emotivamente legato ad un nobile del 1700 e più ad un guerriero in cotta di maglia del 1300” dice Biatec. “Rimane il fatto che non ho conosciuto nobili o grandi imprenditori, in questo mondo.” Niente di strano in fondo: da sempre, a lasciarci la pelle sui campi di battaglia, raramente sono stati o sono i ricchi e i nobili, almeno quelli che rimangono. Così, perfino nel gioco, le classi sociali sono sempre quelle.

E non solo. I guerrieri, veri o finti, non sono che strumenti nelle mani dei politici. Oggi come allora. Dalle Alpi fino al valico dell’Appennino tosco-emiliano, a tentare di impossessarsi di tutto l’immaginario celtico proclamandosene custode culturale ed erede genetica, è stata la Lega Nord del capoclan Umberto, alla ricerca di un’identità che differenziasse il suo popolo dal resto della deprecabile italica genia.

Ancora oggi ai raduni della Lega Nord capita di vedere militanti con elmi pseudo-celtici, spade e scudi, sostenere di discendere da chissà quale tribù gallica. Scene che fanno rabbrividire molti rievocatori. Ma non tutti: diverse persone che frequentano l’ambiente celtico sono legate o sono state legate alla Lega Nord, così come diversi rievocatori romani sono legati all’estremismo di destra.

Un gioco nel gioco, che potrebbe farsi pericoloso, per questo Biatec cerca di chiamarsene fuori: “Un rievocatore professionale sa che quando interpreta un celta o un romano deve tenere fuori ogni istanza politica. Perché un conto è portare in scena il III secolo a.C., un altro è proiettare situazioni del 2014 nell’evo antico.”

Eppure questa scissione tra la persona e il ruolo che sta interpretando diventa difficile, soprattutto nei momenti in assoluto più intensi delle rievocazioni storiche: le battaglie.

Panem et circenses

Finché si tratta di accendere un fuoco e preparare un accampamento, interpretare un celta non comporta grossi problemi: è una via di mezzo tra l’archeologia applicata, lo scautismo e il cosplay. Ma quando ci si trova in battaglia con i “propri uomini”, diventa difficile ricordarsi che è solo un gioco. Simboli e realtà si confondono.

Tutto è deciso e coreografato, è vero. Ma l’eroe che vince la battaglia sarà veramente portato in trionfo. È la differenza tra una comparsa e il protagonista, tra chi sta sullo sfondo e chi, trionfante, a giochi conclusi innalzerà la propria spada davanti al pubblico in delirio. E chi fa il capo in battaglia, è il capo anche fuori, così come chi difende i propri uomini sul campo, è pronto a farlo anche fuori. Nella vita “vera”.

È difficile tornare nei propri panni di qualunque cittadino del 2014 quando si è appena sconfitta una temibile legione romana. Così, come capita a certi attori, si finisce per portarsi quel ruolo anche a casa, e magari iniziare a pensare di avere davvero origini celtiche.

“Nessuno di noi può essere certo delle nostre origini” spiega Andrea, nome celta Boiomaros, un rievocatore con barba rossa e capelli lunghi, che sembra davvero appena arrivato da un altro tempo. “È impossibile tornare così indietro: parliamo di migliaia di anni fa, nel frattempo è successo di tutto”.

Nonostante i gruppi di rievocazione si occupino dei vari aspetti, da quello gastronomico a quello musicale, i combattimenti restano il motivo principale per cui molti si avvicinano a questo mondo: “Ci sono gruppi nati solo attorno alla componente bellica” spiega Biatec. “Il motivo principale è che le battaglie attraggono il pubblico come la luce la falena: ogni evento deve avere la sua battaglia come ciliegina sulla torta per appagare gli spettatori”.

Insomma, sono passati molti secoli, ma a quanto pare siamo davvero simili ai nostri antenati: al popolo, panem et circenses. Anche se i celti non avrebbero mai accettato di scriverlo in latino.

Martino Pinna

FOTO / La posa del guerriero

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I celti di Mutina Boica in una session fotografica a Montale Rangone, Modena / Davide Mantovani.  VAI ALLA GALLERY