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Stringere il palo per afferrare la vita. Così Sara ha sfidato i pregiudizi aprendo una scuola di pole dance. Dove le farfalle imparano a spiegare le ali. Di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo

VIDEO / She loves to pole

Come e perché ho deciso di diventare una pole dancer.

REPORTAGE / Quella cosa che si fa intorno al palo

La rivoluzione può avere forme inaspettate. Lo sa bene Josiah Grant, che, indossando un aderentissimo due pezzi rosa è salito sul palco del Tinley Park Convention Center di Chicago, dove, esibendosi sulle note di “Kiss” di Prince è stato il primo uomo a vincere il campionato di pole dance del North America. E’ l’estate del 2013. E mentre in Italia ancora non è chiara la differenza tra lap dance e pole dance, il giovane Josiah si assicura un posto nella storia. Ma quella è l’America.

“Così ho imparato a non mollare”

L’ignoranza è la madre del pregiudizio. Infatti basta cercare una definizione di pole dance per chiarirsi non pochi dubbi. Secondo Wikipedia, per esempio, “la pole dance è una disciplina sportiva che combina danza e ginnastica. Spesso collegata alla lap dance e agli strip club, la pole dance si svolge in ambienti tutt’altro che erotici, come palestre e studios con insegnanti qualificati. La pole dance si basa sull’esecuzione di figure acrobatiche anche molto difficili, che richiedono notevoli doti di forza, scioltezza, coordinazione, agilità, flessibilità e resistenza”. Niente a che vedere con le spogliarelliste che hanno pratiche e obiettivi completamente diversi. Ma, come dicevamo, il pregiudizio è duro a morire. E possiamo solo immaginare le battaglie che Sara Bello, Luna Alvarez ed Erika Esposito hanno dovuto affrontare quando hanno deciso di aprire una palestra di sola pole dance nella provincialissima Modena.

La loro avventura è iniziata per caso due anni e mezzo fa, dopo aver provato una lezione. “Credevo di fare una goliardata e invece mi sono innamorata – spiega Sara -. Ho trovato danza, sport, fisicità, sensualità e divertimento”. Lei e la sua amica Erika hanno conosciuto Luna, insegnante di pole dance formatasi in Australia “dove le cose si fanno seriamente”, e hanno aperto la palestra. “A Modena corsi specifici non c’erano, abbiamo pensato: perché non farlo noi?”. E così è nato il Female Arts Studio. “Ci sono tanti pregiudizi su questa disciplina – spiega Sara. – La gente pensa che sia lap dance, che facciamo quella cosa intorno al palo. Io dico: provaci te, fai una bandiera… prova ad afferrare il palo e a tenere il corpo in posizione orizzontale con le braccia tese, se ci riesci…”.

“Quando abbiamo aperto avevamo il terrore di riempire la scuola di entreneuse, avevamo pregiudizi anche noi – racconta Erika ridendo -. In realtà non ne è venuta neanche una. Il perché per noi è chiaro: quando fai pole dance devi lavorare davvero. Una lap dancer ci sta quattro ore attaccata al palo, noi dopo quattro minuti dobbiamo riposare”. Di spettacoli ne fanno anche loro, ma – dicono – è tutta un’altra storia. Niente night, tanto per capirci. Erika non c’è mai stata, neanche da cliente. “Una volta ho provato a entrare con alcune amiche, ma ci hanno sbattuto la porta in faccia dicendoci che le ragazze c’erano già”.

La verità è che la pole dance è una questione di testa. Lo si capisce quando, stanca di parlare, Sara ti fa vedere quello che sa fare. La guardi sollevare il corpo tendendo ogni singolo muscolo, o lasciarsi cadere giù restando sospesa solo con la morsa delle gambe. E’ in quei secondi che sfida il limite delle sue capacità. Perché che riesca nell’acrobazia o che cada rovinosamente al suolo, non può contare su nient’altro che sulla propria forza. E sulla certezza che, se si finisce a terra, poi ci si rialza. “La pole dance mi ha insegnato a non mollare”, spiega. E come lei in tante, stringendo quel palo, hanno imparato come si afferra la vita.

Un femminismo che fa arrabbiare la mamma

Sembra una questione di karma. Come è possibile che le figlie delle figlie dei fiori abbiano deciso di arrampicarsi su tacchi altissimi per ballare proprio intorno a quel palo che nell’immaginario collettivo è uno dei simboli della donna oggetto? Perché se è vero che la pole dance è in primo luogo una danza acrobatica, è innegabile che la sensualità sia una sua componente altrettanto importante. La mamma di Luna, ex sessantottina, “dice che così buttiamo via il lavoro fatto dalla sua generazione”, spiega Erika. Ma è proprio vero?

In fondo, l’obiettivo è condiviso: riprendersi il proprio corpo. E farne ciò che si vuole. In un mondo che sembra lontanissimo dalle stanze di questa palestra ci sono le Femen che usano il seno nudo come arma di protesta. Viene da chiedersi se il nuovo femminismo abbia deciso di mostrarsi senza veli. Ma il confine su cui si cammina è sottilissimo: la differenza tra provocante e provocatorio. Difficilmente abbiamo visto la rabbia presentarsi in una veste patinata, perché quando si lotta per un diritto negato, trucco e tacchi sono l’ultimo dei problemi.

Lasciando stare la politica, in queste stanze si lavora su un modello di donna che vuole prima di tutto piacersi, per poi piacere. “Il lavoro fatto dalle nostre madri ha portato a un aumento esponenziale dei divorzi – spiega Erika -. Le donne si sono dimenticate che avere una famiglia significa anche piacere al proprio partner. Se torni a casa e trovi la tua compagna che cucina in tuta, struccata e spettinata, poi è chiaro che guardi le altre. Il corpo è importante e va curato. Richiede tempo e dedizione. Del resto Michelangelo non ci ha messo quindici minuti a fare la cappella Sistina”.

Qui si parla di una vera e propria trasformazione: ragazze che si presentano alla prima lezione in leggins e maglia larga poi sono costrette a fare i conti con uno sport che prevede pochi vestiti “perché se no non stai attaccata al palo”, e che le costringe a confrontarsi con lo specchio. Dopo tre mesi – giurano Sara, Erika e Luna – ci sono solo body, trucco e capelli perfetti. In poche parole, “si tira fuori qualcosa che non si ricordava più di avere: la femminilità”. Quella coi tacchi alti. Fondamentali per sedurre, certo, ma anche per difendersi: “Sono l’unica arma che abbiamo”, spiega Erika.

La pole dance, però, non è uno sport per donne fragili: una lezione dura un’ora e mezza e per 45 minuti si è sottoposti ad un allenamento che non ha nulla da invidiare a quello dei marines, perché “sollevare il proprio corpo è come tirare su della ghisa”. Qui si viene per lavorare sodo, come in ogni classe di danza che si rispetti. Si scolpisce il corpo e si tempra il carattere: bellezza, determinazione, sicurezza. E ironia. Ce ne vuole tanta quando scegli l’unica disciplina al mondo che tutti confondono per uno spogliarello.

La rivoluzione di Josiah

Abbiamo lasciato Josiah Grant, stretto nel suo due pezzi di paillettes rosa, a ballare sul palco di Chicago, dove ha sbaragliato le rivali donne conquistando il titolo di miglior pole dancer dell’America del Nord. Viene da chiedersi quanti Josiah ci siano al mondo, o perlomeno in Italia. In realtà non sono pochi. Se si guarda nelle grandi città, come Milano, corsi di pole dance per uomini se ne trovano parecchi. La differenza nello stile, rispetto alle colleghe, è nella percentuale di sensualità: quella maschile è ancora più acrobatica, ma resta il fatto che ci si trova davanti a ragazzi muscolosi, semi nudi, che si muovono in modo sexy. Ma questo è il futuro, o almeno così sostengono due ballerini che frequentano la Female Arts Studio di Modena. Lì ci sono finiti per caso, e poi se ne sono appassionati.

Michelangelo Gatto, nella vita coach, accompagnava un’amica a cui aveva regalato un corso di pole dance e quando si è reso conto di quanto fosse impegnativo praticarla, ha pensato perché no? “Mi ha affascinato perché mi ricorda gli anelli, li vedi e ti chiedi cosa puoi farci. Il palo è più o meno la stessa cosa. Non hai idea di quello che puoi creare. Ma serve tecnica e potenziamento”. Valerio Mei, personal trainer, parla di “voglia di mettersi in gioco” e anche di un’opportunità concreta di lavoro: “Tra poco ci sarà il boom, molti vorranno farlo. Piace l’idea di costruire un bel corpo, ma anche quella di attrarre le donne, che ti guardano con ammirazione”.

La possibilità è quella di insegnare, certo, ma anche di esibirsi. Se uno vuole, spiegano, può fare uno spettacolo a settimana, tra locali e discoteche. E vista l’esclusività, la paga non è certo da buttar via.
La pole dance non è ancora stata sdoganata per le donne e già diventa terreno di conquista per gli uomini. E’ una passione che di certo non passa inosservata, e qualche battaglia l’hanno dovuta fare anche loro. “Quando ne parlo con gli amici faccio un cappello introduttivo lunghissimo perché spesso non sanno neanche cosa sia e pensano subito alla lap dance”, e questo è un problema che hanno in comune con le donne.

Ma come spesso succede, gli uomini se la cavano più facilmente, come spiega Michelangelo: “i miei amici mi dicono vabbé, hai sempre fatto cose strane”, e la discussione finisce lì. Niente femministe sul piede di guerra o madri che si chiedono dove hanno sbagliato. Solo qualche commento, forse un po’ volgare, da parte delle ammiratrici. Ma loro ci ridono sopra. Come ha fatto Josiah Grant quando è salito sul gradino più alto del podio compiendo la sua piccola rivoluzione.

Anna Ferri

FOTO / La fatica della farfalla

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La pole dance, una disciplina sensuale, a tratti erotica, ma che è anche e soprattutto fatica e sudore / Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY