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Le saracinesche abbassate nelle vie principali dei centri storici ci raccontano una società che cambia. Un po’ come quegli spazi, un tempo pieni di tessuti o libri, che ora invece propongono smartphone e contratti per chiamate illimitate. Li guardiamo smarriti alla ricerca di una bellezza che non c’è più, chiedendoci se il fascino che le botteghe storiche ancora oggi conservano mai tornerà.

Il dato più preoccupante è senza dubbio quello delle chiusure: secondo l’ultimo report di Confesercenti da gennaio ad aprile, in tutto il paese, ogni giorno hanno cessato di esistere 166 negozi. La scorsa estate l’associazione aveva lanciato l’allarme sostenendo che tra la crisi economica e la mancanza di politiche adeguate entro 10 anni si potrebbe avere la totale chiusura dei negozi. Un dato realistico? Speriamo di non scoprirlo mai. Quello che però è sotto gli occhi di tutti è che le botteghe storiche e i piccoli negozi  – ma anche le vecchie osterie – stanno scomparendo per lasciare il posto a grandi marche, franchising, temporary store o altri tipi di spazio vendita che non hanno nulla, ma proprio nulla, della bellezza di ciò che li ha preceduti.

Un esempio? Le botteghe artigiane, che sono una caratterizzazione sociale ed economica dei nostri centri storici e che sono a rischio estinzione. A dirlo, anche in questo caso, sono i freddi numeri. Lorenzo Tagliavanti, direttore della Cna di Roma, spiega come “l’aumento dei costi nelle zone di maggior pregio unito alla crisi generale abbia portato all’espulsione di queste botteghe dai centri storici di tutte le città”. Le cause però non sono solo meramente economiche: “C’è una diseducazione al bello e al pezzo unico. I consumatori non ne riconoscono più il valore”. Ed è questo, più di tutto, che segna la fine di un’epoca.

Tempo fa ho letto la storia di un negozio di dischi che stava per chiudere e tutti andavano dal titolare a stringergli la mano e a esprimere solidarietà e dispiacere. Lui ha chiesto loro quanti dischi avessero comprato nell’ultimo anno. La verità era che tutti amavano la bellezza di quel posto: le casse piene di dischi, la musica, il sorriso del proprietario che ti conosce, il piacere di fare due chiacchiere e chiedere consiglio, ma poi preferivano scaricare la musica dal web. Contraddizioni di una società che cambia, di un modello di commercio che evolve e di un futuro che iniziamo a leggere passeggiando per le strade delle città.

(Anna Ferri)

Quel che resta della bellezza delle botteghe storiche e tipiche del centro storico di Modena negli scatti di Isabella Colucci e Davide Mantovani.

  • Enrico Monaco

    Complimenti per l’articolo. Racconta una storia vera che forse è più profonda della stessa crisi delle botteghe storiche. Negli ultimi 10/15 anni c’è stata una mutazione culturale che ha incoronato grandi ipercoop, cinema multisala e residenze tranquille in provincia. C’è stato un decentramento voluto e un culto della grandezza che ha portato con sé anche una riduzione della qualità. Questo è un processo che tuttavia sembra essere in crisi oggi, vedi i maxi parcheggi in centro i cui box sono invenduti, vedi gli appartamenti sfitti. Tocca a noi rilanciare un’idea di ricerca, di diversità e ricchezza che rimetta al centro queste botteghe, avendo il coraggio di aprire piccoli negozietti (che possano avere mercato), frequentandoli, acquistando e magari anche dando consigli ai titolari per sviluppare ulteriormente la loro attività. L’unico modo per difendere e rilanciare un’idea è contribuire al suo sviluppo. E visto che anche voi nel vostro piccolo avete aperto un blog molto artigianale, siete a buon titolo i primi custodi di questa idea antica e così affascinante.

  • ruggero garagnani

    Questa sera su rai uno, in questo momento ,trasmettono “petrolio” con un servizio su villa Adriana. Vicino alla Villa prima si voleva creare una grande discarica, ora si vorrebbe “riqualifare” quel territorio con una grande edificazione intensiva. Per arrivare a Villa Adriana non esiste praticamente una segnaletica definibile tale. Quest’ultima marginale annotazione é priva di valore o ha un significato simbolico relativamente al livello culturale del nostro paese ? Ovvero di noi italiani (salvo una minoritaria percentuale di ribelli), dei nostri politici (salvo un minoritario e insufficiente numero), della nostra industria (salvo rarissimi illuminati filantropi), della nostra burocrazia (salvo….non saprei) per cui l’Italia che ha il doppio del patrimonio culturale della Francia ha solo la metà dei visitatori?Che c’entra tutto questo con la chiusura dei negozi? Le osservazioni contenute nell’articolo sono secondo me molto intelligenti in quanto colgono gli aspetti di una crisi molto profonda della società italiana, forse più profonda della stessa epocale crisi economica. Mi piace molto la considerazione sul venir meno dell’interesse del pubblico sul pezzo unico, sul lavoro artigianale; e sul fatto che prevale la diseducazione al bello, bello di cui “i consumatori non riconoscono più il valore”. Tale diseducazione verso l’arte, ma anche nei comportamenti, come i dibattiti urlati televisivi, oppure il linguaggio quotidiano che per farsi intendere spesso “deve” essere scurrile (facebook docet), é la sub cultura sviluppatasi negli ultimi 20/30 anni nel paese. Per cui diventa possibile tutto, persino la sfrontatezza sopra riferita di quella… capitana d’industria che, in “petrolio”, al pubblico televisivo, questa sera ostentava sicurezza nell’usare il verbo “riqualificare” a proposito di programmate edificazioni intensive nell’area attigua a Villa Adriana.