CONDIVIDI

di Anna Ferri

“Le nostre storie sono tutte uguali”, ripetono mentre ci sediamo al loro tavolo chiedendo di raccontarci pezzi della loro vita da badanti e migranti. Lo dicono così, con un sorriso velato di triste rassegnazione mentre ci offrono pomodori e formaggio – da prendere con le mani perché le posate ognuna le porta solo per sé – e una fetta di pane nero “quello ucraino, che però ora facciamo fatica a farci mandare perché i corrieri qui non arrivano più”.

La tavola è imbandita e tutte indossano bei vestiti, alcune hanno gli occhi truccati. E’ il pranzo della domenica. Poco importa se sono in una sala offerta da un’associazione di anziani dove non si può cucinare ma solo portare piatti freddi, perché almeno possono stare al caldo invece che sulle panchine di un parco qualsiasi. Qui, a 3400 km da casa, un esercito di madri e nonne ucraine cerca una piccola parentesi dalla solitudine.

pranzodomenica1

“Siamo arrivate in Italia per aiutare le nostre famiglie e siamo rimaste per evitare che i figli debbano fare questa vita”, ci spiega Anna, 59 anni. Quella che abbiamo davanti è la prima generazione di donne partite alla ricerca di fortuna lasciando a casa marito – “perché per noi è più facile trovare lavoro” – e i figli. Gli occhi diventano lucidi quando si parla di loro: “I primi sei mesi ho pianto tutte le lacrime che avevo per il dolore di aver lasciato mia figlia di 10 anni”. Era il 2002. Sono passati dodici anni, diciamo quasi in un soffio. “Sono partita pensando di restare un paio di anni ma poi c’è sempre qualcosa che serve: prima lo studio, poi la casa e poi il lavoro che là manca. A dicembre però torno per sempre. Vedrò crescere i miei nipoti”.

Accanto ad Anna c’è la sorella più grande, arrivata senza sapere una parola di italiano: “A Roma sono stata immobile per delle ore cercando di capire come fare a chiedere un biglietto per Modena. Arrivata ho trovato un lavoro con un signore malato di tumore. Doveva vivere e invece è morto dopo tre mesi. Era notte, ero sola e non sapevo cosa fare”. Liubor ha 64 anni, tre figli e sette nipoti: “Prima venivamo per aiutare la famiglia e crescere i figli, ora per sopravvivere alla guerra. In Italia non se ne parla più e non capisco perché. Per informarmi guardo su internet. I nostri ragazzi vengono chiamati a combattere e ci sono città dove non c’è più nulla. Quando possiamo mandiamo soldi per i soldati che sono stati feriti”.

pranzodomenica2

Qui come vi trovate? “Dipende dalla famiglia: quello che conta non è l’età ma la malattia”. Il lavoro è durissimo: 24 ore su 24, cinque giorni e mezzo su sette. Sono libere il mercoledì pomeriggio e la domenica. In regola prendono tra gli 850 e i mille euro al mese. Per loro ne tengono poco più di 200, giusto quelli che servono per ricaricare il telefono e comprare qualche vestito. Il resto viene spedito alla famiglia. A volte mandano anche pacchi di cibo o ne ricevono. Come quello con il pane nero tipico dell’Ucraina. Però da qualche mese il corriere non si ferma più a Modena ma solo a Bologna e loro non sanno come fare. “I primi giorni passati qui sembrano anni – racconta Nadia, in Italia dal 2008 – All’inizio non c’erano i cellulari e chiamavamo dalle cabine due volte la settimana. Oggi con internet ci possiamo vedere e le distanze si accorciano. A volte mio nipote mi chiede dove sono e quando dico Italia mi risponde non vieni a dormire?”.

La sala si è riempita. Ci sono una quarantina di donne che tengono in mano borse di plastica piene di pacchetti di cibo. A piccoli gruppi si siedono ai tavoli, ognuna con le sue amiche. Lentamente stendono la tovaglia, sistemano affettati, verdura, carne e polpette nei piatti di plastica e condividono tutto. Quando passiamo ci chiedono di assaggiare. Alla fine ci infilano dei dolcetti ucraini nella borsa. Pensiamo a quante sale come questa ci saranno nel mondo.

pranzodomenica3

In Italia, nel 2013, gli assistenti famigliari stranieri erano più di un milione e 100mila, di cui oltre l’80% donne. “Finché la salute lo permette resto qui – dice Dana – Piuttosto che far fare questa vita a mia figlia rimango io. I primi anni non sono mai tornata a casa perché non avevo il permesso di soggiorno. E’ stato terribile”. “Ho perso tutta la mia vita là – spiega Alessandra – Non sono andata al matrimonio dei miei figli e non c’ero quando sono nati i nipoti”. Le più fortunate tornano a casa due volte l’anno. Il viaggio dura un giorno in pullman, qualche ora in aereo. Portare qui la famiglia invece è un sogno impossibile perché bisognerebbe affittare una casa.

Finito di pranzare, in questa sala che avranno solo fino a gennaio e dopo si vedrà, vanno in chiesa: prima il rosario e poi la messa. Ljuba ci racconta che le preghiere l’hanno aiutata quando è arrivata in Italia: “Sono partita con un pullman e non sapevo dove fermarmi. Mi dicevano dove vai? E io in Italia. E loro insistevano sì, ma dove? Mi sono fatta il segno della croce e sono arrivata vicino a Firenze, dove ho trovato persone che mi hanno aiutata. Per venti giorni ho dormito in una chiesa. Mi ricordo che di notte guardavo la cupola bianca e tremavo dal freddo”. E oggi, invece, per cosa pregate? “Per tornare presto a casa”.

Anna Ferri