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Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo.

VIDEO / Donne svelate


Proprio in questi giorni, per i fedeli musulmani di tutto il mondo, è cominciato il Ramadan, il mese del Digiuno. Lo festeggeranno anche molte donne, figlie di immigrati ma nate e vissute in Italia – e ormai italiane a tutti gli effetti – che hanno scelto di indossare il velo come simbolo identitario. Personale in primo luogo, ma anche di un’Italia che cambia, volente o nolente, segnata dalla contaminazione di culture differenti.

REPORTAGE / Chiedimi se sono fedele

La hijab a righe si intona al vestito, lungo fino ai piedi e con golfino in tinta. Sono pochi i centimetri di pelle scoperta. Hayette dice di non sentire caldo, anche se è estate e intorno a lei tutti hanno gambe e braccia nude. La guardi negli occhi, scuri e fieri, e ti chiedi se quella che hai davanti è una donna da liberare. Qualcuno di sottomesso, vittima di una tradizione e di una religione che la opprimono. Hayette ha deciso da sola di indossare il velo, sfidando i pregiudizi di amici, colleghi e anche della sua famiglia. Ha deciso di farlo perché – dice – lo chiede il Corano come atto di sottomissione a Dio. Anche le suore cristiane nascondono i capelli ma nessuno ha nulla da dire. Allora perché fa così paura? Perché ogni volta che il nostro sguardo incrocia quello di una donna velata pensiamo di avere davanti una potenziale Hina Saleem, la ventenne pakistana uccisa nel 2006 dagli uomini della sua famiglia perché voleva vivere all’occidentale?

Chi me lo fa fare?

Inutile girarci intorno. Quello che tutti si domandano è chi chiede alle donne di coprirsi in questo modo. Perché a guardarci bene, il Corano non lo esplicita così chiaramente. Per esempio, nella sura XXIV c’è scritto: “E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo […]”, ma di fatto non c’è un’imposizione diretta, anche se qualche indizio lo si trova. In realtà, spiega Demetrio Giordani, docente di Storia dei paesi islamici all’Università di Modena, questo tipo di comportamento deriva da una “imitazione dei modelli delle prime generazioni di donne e in particolare delle mogli del profeta”. Nella “Vita di Maometto” di Muhammad Ibn Garir al Tabari si racconta di come una delle mogli si coprisse il capo. Quello che vediamo comunemente indossare dalle donne musulmane si chiama hijab ed è un pezzo di stoffa – una sorta di foulard – che copre testa, capelli, collo e petto.

Il termine deriva dalla radice h-j-b che in arabo significa “rendere invisibile, celare allo sguardo, nascondere e coprire”. Perché coprirsi? Secondo il professor Giordani i motivi, sostanzialmente, sono due: ripararsi dagli sguardi e difendere quindi l’onore delle donne; tutelare la divisione dei sessi fuori dalle case, utilizzando appunto un velo. “L’ambiente domestico è impenetrabile agli estranei. Come le donne, a loro volta, sono impenetrabili a causa del velo. L’interiorità, per gli islamici, deve essere coperta e velata”.

Le disposizioni in fatto di abbigliamento secondo la giurisprudenza islamica sono chiare, anche se vale la regola posto che vai, legge che trovi. Le donne devono coprire capo, braccia e gambe fino alle caviglie durante le preghiere. Allora perché usano questo abbigliamento in ogni momento della loro vita pubblica? La risposta è talmente semplice da apparire quasi ovvia: perché si suppone che una persona stia alla presenza di Dio sempre. “Il velo – spiega Giordani – non è un simbolo di sottomissione al marito, ma a Dio. E’ questo che noi occidentali fatichiamo a comprendere: quando vediamo una donna musulmana sposata pensiamo subito che sia il marito a imporre l’abbigliamento, ma nella maggior parte dei casi non è così”. Dall’altra parte, anche gli uomini hanno le loro regole, anche se fanno molto meno scalpore: in Iran, per esempio non possono usare camice o maglie a maniche corte oppure mostrare le ginocchia. In alcuni paesi è raccomandato di coprirsi il capo. “Ci sono disposizioni che riguardano entrambi i sessi, ma per le donne sono più restrittive. Questo perché sono molto più belle e devono proteggersi dagli sguardi illeciti degli uomini”.

Come mi copro

Come dicevamo, la hijab è la più diffusa, tanto da diventare anche un simbolo di lotta. Nel 2012, infatti, la FIFA ha deciso di permettere alle donne mussulmane di indossare il velo nel calcio internazionale, dopo che la squadra femminile iraniana aveva dovuto rinunciare alle qualificazioni per le Olimpiadi perché, come previsto dai regolamenti di sicurezza, non potevano giocare con la testa coperta da un pezzo di stoffa. La campagna promossa dal principe Ali Bin Al Hussein di Giordania ha portato a ideare un modello di hijab con velcro che risponde ai requisiti richiesti per le competizioni sportive e ora le giovani campionesse possono scendere in campo con la loro divisa tradizionale.

Se escludiamo i paesi dove la legge impone regole severe sull’abbigliamento, come nel caso dell’Iran di oggi o dell’Afghanistan del Mullah Omar dove le donne dovevano indossare il burqa – un abito spesso azzurro che copre interamente testa e corpo e ha una griglia all’altezza degli occhi -, la scelta di quanto coprirsi dovrebbe essere del tutto personale. Tra le varie opzioni ci sono il niqab, un velo che copre il volto della donna lasciando scoperti gli occhi (diffuso in Arabia Saudita e Yemen); l’abaya, un abito lungo dalla testa ai piedi che lascia scoperto solo il volto, utilizzato soprattutto nel Golfo Persico e infine il chador, diffuso in Iran, che abbina un velo sulla testa a un mantello che copre tutto il corpo. Regole che non valgono solo per le fedeli musulmane, sui siti di viaggi fioccano consigli sull’abbigliamento da indossare nel caso si intenda viaggiare, per esempio, sul territorio iraniano: ci si deve munire di un foulard che copra il capo e le spalle nascondendo i capelli e indossare qualcosa come uno spolverino lungo e largo, nascondendo anche braccia e gambe appena si sbarca. Se invece si vola con la compagnia di bandiera, l’Iran Air, è necessario prepararsi prima di mettere piede sull’aereo.

Viaggiando e incontrando donne con burqa o chador, è impossibile non pensare anche alle difficoltà che quel tipo di abito crea nella vita di tutti i giorni: spostarsi, muoversi, comunicare. Anche solo andare in bagno diventa un’impresa. Difficile anche mangiare e bere. E allora perché, se una persona è davvero libera di scegliere, decide di indossare un indumento così limitante? La storia incredibile della 24enne italiana Giulia – che ora si fa chiamare Fatima – è illuminante: giovanissima si converte all’Islam e in pochissimo tempo dal velo passa al niqab. Tutto questo a Milano davanti agli occhi increduli di famiglia, amici e colleghi. Quando le chiedono perché sia così importante come si appare risponde che il profeta dice che “l’Islam è una questione interiore, ma anche esteriore”. Quello che si indossa, che sia un velo o una tunica coprente, è un simbolo di fede. E’ come urlare al mondo chi sei.

Storie di viaggio

“Quando vai in Iran devi indossare il velo obbligatoriamente. Poi vedi le donne di lì che, al contrario, appena salgono su un aereo se lo tolgono”. Barbara Schiavulli, giornalista inviata di guerra, la questione del velo la vive sulla sua pelle: quando viaggia spesso lo indossa di sua volontà e grazie a quel pezzo di stoffa e a una fisionomia quasi medio orientale, riesce a passare inosservata. Importantissimo per chi come lei deve raccogliere storie e testimonianze. “Mi trovavo a Najaf, stupenda città irachena che è un po’ il Vaticano degli sciiti, per intervistare il portavoce di un famoso Imam ribelle, poi arrestato dagli americani. Ho dovuto coprirmi non solo col velo, ma con un lungo mantello. Mentre camminavo verso di lui ho fatto un gesto brusco e mi è caduto tutto l’abito. Ora mi ammazzano, ho pensato. Invece le guardie ridevano per la mia goffaggine. Lui si è girato dall’altra parte e mi ha detto di sistemarmi. Durante l’intervista non mi ha mai guardata, parlava solo con il mio interprete”.

Barbara Schiavulli non è l’unica a pensare che nascondersi dietro un velo non sia poi una brutta idea, quando questo ti permette di non essere notata. Molte donne afghane usano il burqa perché non essere viste le rende sicure. Un sistema per sopravvivere in una società difficile, soprattutto per le donne? Non solo. Perché “per chi crede, il velo è una divisa, come per le nostre suore. A Londra ho intervistato arabe che studiano in università prestigiose e per motivi religiosi hanno scelto di indossare il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi”. E’ abbastanza chiaro che quello del velo è un falso problema, sentito soprattutto dagli occidentali: “Per le donne arabe non è una priorità. E’ più importante non essere picchiate in famiglia e accedere all’istruzione”. Cose che per altro prevede il Corano, che condanna la violenza domestica e predica la conoscenza. Le interpretazioni però sono tante, varie e la politica ci mette sempre un piede dentro. Ogni Paese ha le sue regole e non sempre è possibile distinguere tra religione e Stato. Anzi, difficilmente lo è.

“A Kabul sono andato in una palestra di aerobica aperta da una donna la cui sorella era stata uccisa dai talebani perché faceva karate (per gli “studenti coranici”, alle donne è vietato, tra le altre cose, fare sport). La palestra era aperta dalle 5 alle 8 di mattina perché sono gli unici momenti in cui una donna è libera prima di doversi dedicare alla casa, al marito e ai figli”, racconta la giornalista. “Mi sono presentata lì con il mio traduttore, un uomo, che alla vista di tutte quelle donne in tuta ha quasi rischiato un colpo. Loro ridacchiavano invece lui era imbarazzatissimo, pur essendo una persona colta e laureata”. Questo per dire che le difficoltà di relazione tra i sessi vanno al di là della cultura e dell’apertura mentale di ogni singolo individuo.

Dove nasce il pregiudizio

Gli occhi scuri di Hayette continuano a fissarci e noi ancora non siamo sicuri che la sua sia davvero una scelta libera. Da dove nasce questo pregiudizio? In buona parte dall’idea che dietro una donna che si copre ci sia sempre un uomo che glielo impone. Il velo, agli occhi di molti in Occidente, è un simbolo di sottomissione, e non solo a Dio. A dare manforte a questa opinione ci sono migliaia di tragiche storie che raccontano violenze inaudite. L’Islam c’entra? Per essere il più chiari e sintetici possibile: no. La violenza sulle donne è trasversale a tutte le religioni, nazionalità, culture e appartenenze politiche. Il professor Demetrio Giordani spiega come nella religione islamica sia vietato obbligare la propria moglie a fare qualcosa che non vuole, e proprio sul rapporto tra coniugi il profeta sostiene che il migliore degli uomini è quello che si comporta il più correttamente possibile con la propria sposa, che per diventare tale deve essere consenziente, perché nel matrimonio islamico entrambi devono essere d’accordo. Questo esclude, in teoria, qualsiasi tipo di forzatura. Anche se purtroppo sappiamo bene che non è così. A giocare un brutto colpo sono le interpretazioni, che spesso seguono fini politici e non religiosi.

Il delitto nella legge islamica è punito. Qualsiasi tipo di delitto. E – giusto per non lasciare dubbi – non esiste il delitto d’onore, presente invece in Italia fino a non troppo tempo fa (l’articolo 587 del codice penale riduceva la pena a chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella per difendere appunto il proprio onore o quello della famiglia. L’abrogazione arriva nel 1981, addirittura dopo il referendum su divorzio e aborto). Viene da chiedersi se tutti quei casi di donne trucidate dagli uomini perché accusate di aver disonorato la famiglia siano un abbaglio. Ovviamente no, ma si devono fare le dovute distinzioni: “Quello che accade, per esempio, in Pakistan riguarda il diritto tribale – spiega il professore -. Quando una donna si rifiuta di sottostare alla volontà della famiglia viene punita perché trasgredisce le leggi tribali alle quali fanno riferimento gruppi di persone. Il fatto che un nomade afghano sia anche musulmano è solo una coincidenza. Si comporterebbe nella stessa maniera con le donne anche se avesse una religione diversa”. Per esempio, il principale gruppo etnico dei talebani, in Afghanistan, sono i pashtun, che seguono un codice religioso di onore e cultura indigeno e pre islamico, il Pashtunwali, integrato dalla religione islamica nella sua interpretazione più tradizionalista. Questo insieme di fattori fa sì che le regole che determinano la condizione della donna in quei paesi siano tra le più restrittive e penalizzanti al mondo. Gli abiti, insomma, non sono certo il problema maggiore.

Perché il velo fa così paura, allora? Da una parte perché i fatti ci dicono che ci sono paesi dove è effettivamente il simbolo di una disuguaglianza di genere, e poco importa se la responsabilità non è dell’Islam in sé ma di interpretazioni e leggi tribali. Se una donna non può accedere all’istruzione, rischia pene allucinanti come la lapidazione per aver disubbidito a un uomo e non è in grado di far valere i propri diritti umani basilari, come l’autodeterminazione, è un problema di tutti e statisticamente è innegabile che ciò accada maggiormente nei paesi dove la religione più diffusa è quella islamica. Dall’altra parte serve un esame di coscienza collettivo: fino a poche decine di anni fa entrare in una chiesa con un fazzoletto che copriva il capo (e i capelli) in forma di rispetto era una prassi in tutta Italia. Il fatto che oggi questo accada sempre più raramente non ci autorizza a gridare allo scandalo se una donna, liberamente, sceglie di coprirsi perché crede sia giusto. Noi abbiamo smesso di farlo, non sono loro che improvvisamente hanno iniziato. Siamo talmente abituati a poter sollevare ogni velo che ci separa da quello che vogliamo vedere e conoscere che forse ci sembra impensabile che qualcuno scelga di celarsi al nostro sguardo senza avere qualcosa di orribile da nascondere. Se lo potessimo sollevare, quel velo, forse scopriremmo solo che Hayette ha degli splendidi capelli scuri e non si sente meno libera solo perché noi pensiamo che quel pezzo di stoffa faccia la differenza.

Anna Ferri

(ha collaborato Davide Lombardi)

FOTO / Come indossare il hijab – tutorial

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Il hijab, il tipico velo delle donne musulmane, può essere indossato in molti modi. In questi tutorial sono evidenziati tre possibili modi per avvolgerlo intorno al capo. Il hijab, secondo l’Islam più tradizionalista, manifesta una condotta di vita delle donna ritenuta conforme ad alcuni versetti contenuti nel Corano, ma per molte donne è anche una scelta di stile e di eleganza legata al gusto personale. Foto di Antonio Tomeo.   VAI ALLA GALLERY