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Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto. La chirurgia plastica ricostruttiva nasceva cento anni fa “grazie” al primo conflitto mondiale. I morti furono milioni, ma altrettanti e ancor di più i feriti. Alcuni con lesioni gravissime che, se li lasciarono fisicamente in vita, di fatto li resero dei fantasmi sociali. In Italia furono 5440 i mutilati al viso. Spesso, con i modesti strumenti dell’epoca, negli ospedali da campo i medici dovevano rinunciare a rimuovere le schegge più grandi. E la faccia di questi ragazzi diventava un orribile assemblaggio di carne e pezzi di metallo.


 

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La moderna chirurgia plastica nasce con la prima guerra mondiale. Dalle sperimentazioni sui volti devastati dei veterani. Non che prima non fosse in qualche modo praticata – i primi casi di “innesti cutanei” risalgono addirittura al 6 secolo a.C. come riporta il Sushruta Samhita, testo di medicina ayurvedica, la medicina tradizionale indiana – ma la quantità impressionante di feriti che quel primo conflitto globale provocò, finì inevitabilmente per stimolare la sperimentazione e la ricerca scientifica. Se complessivamente i caduti militari di tutte le parti in conflitto furono tra i 9 e i 10 milioni, solo la Russia ebbe quasi 5 milioni di feriti. 4.266.000 la Francia. Più di 2 milioni la Gran Bretagna. Oltre 8 milioni gli Imperi Centrali. 947 mila l’Italia di cui, accertati, 5440 mutilati al viso. Ferite spesso mostruose che non solo devastavano i lineamenti distruggendo per sempre la vita sociale dei reduci, ma impedivano anche funzioni basilari come la masticazione o la respirazione.

947mila i feriti italiani della Prima guerra mondiale. Di questi, 5440 i mutilati al viso

Quello che viene considerato il primo reparto ospedaliero al mondo esclusivamente dedicato alla chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale nasce a Londra nel 1917, al Queen Mary, a seguito della terribile battaglia della Somme. All’inizio degli scontri, nel luglio 1916, l’attesa stimata di soldati feriti al volto era di circa 200. Alla conclusione, a novembre, sui tavoli dei chirurghi britannici ne arrivarono 2000. Tradizionalmente, le ferite facciali venivano semplicemente ricucite, ma quando i tessuti cicatriziali si ricomponevano lasciavano i volti completamente sfigurati. Nacque così la necessità di ricostruire i volti utilizzando altre parti del corpo. Impresa tutt’altro che scontata all’epoca, visto che gli antibiotici non erano ancora stati inventati e spesso, con l’innesto di tessuti prelevati da altre parti, si sviluppavano infezioni mortali. E’ rimasto negli annali della medicina il caso del soldato William M. Spreckley al quale, durante la battaglia di Ypres, una scheggia asportò completamente il naso. All’epoca, la ricostruzione che fu effettuata venne considerata miracolosa.

William M Spreckley

In Italia, pionieri nel campo furono i due chirurghi bolognesi Arturo Beretta e Cesare Cavina. Entrambi, allo scoppio del conflitto nel ’15, partirono per il fronte, Beretta con il grado di maggiore medico, Cavina, come tenente. In particolare quest’ultimo, si dedicò alle ferite al volto e alla mandibola. Di stanza sul Carso, Cavina studiò, fotografò e praticò i primi interventi di cura e ricostruzione chirurgica. Al termine del conflitto rientrarono all’ospedale militare di Bologna dove, sempre sotto la guida di Beretta, operava un reparto per la cura dei numerosi feriti bucco-facciali. Ma anche a guerra ormai conclusa, i casi restavano migliaia. Nel 1919, Beretta – anche grazie ai bolognesi che contribuirono grandemente alla somma di 165.000 lire che fu allora raccolta – trasformò l’ospedale militare in una nuova istituzione che venne denominata “Istituto Clinico per le Malattie della Bocca” (oggi parte dell’Ospedale Maggiore) affidando la direzione del reparto di chirurgia allo stesso Cavina. Le tecniche sviluppate dai due pionieri nel corso del conflitto e successivamente, furono prese a esempio in molti ospedali militari dell’Intesa.

A distanza di cento anni da quei primi tentativi a cui tanto deve la chirurgia plastica contemporanea, quel tipo di ferite che normalmente vengono “nascoste” e di cui ben poco si parla rispetto a qualsiasi conflitto, rimangono ancora oggi il “vero volto della guerra”. Il suo lascito per decine di migliaia di belligeranti. Ad esempio, nelle guerre di Iraq e Afghanistan, il numero dei militari feriti resta altissimo: oltre 50.000 gli americani, 10.000 gli inglesi. Più di 30.000 sia per l’esercito regolare afghano che per quello iracheno. Secondo dati riportati dal New York Times, nei conflitti ai quali hanno partecipato gli Stati Uniti negli ultimi cento anni, le ferite al volto incidono percentualmente tra il 17 e il 21 per cento sul totale, e arrivano addirittura al 40 per cento nel caso di queste ultime due guerre. Nonostante le tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi venti o trent’anni per proteggere il corpo dei militari in battaglia, il viso resta ancora oggi una delle parti più esposte e complicate da proteggere.

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Difficile, cento anni fa come oggi, rintracciare in quei volti devastati alcunché di “eroico” da celebrare a posteriori. Difficile ammantare il loro sacrificio di retorica bellica sul genere di quella con cui a mio nonno Pietro fu assegnata la medaglia d’argento al valor militare (anche se lui, nel corso della guerra civile spagnola, per fortuna fu ferito solo alla mano): “Comandante di plotone fucilieri, durante un furioso attacco nemico, incurante del pericolo accorreva dove più ferveva la lotta animando con la sua presenza e con l’esempio i propri uomini. Rimasto ferito continuava nel comando del reparto che lasciava soltanto a combattimento ultimato e per ordine del comandante del battaglione” (Brihuega, 18 marzo 1937).

Niente di tutto questo per quei ragazzi rovinati per sempre dalla guerra – volti «che non hanno quasi più forma umana», come scrisse nel 1917 il relatore della legge al Senato sull’assistenza dei ciechi di guerra, Ferrero di Cambiano – e che film e romanzi difficilmente hanno raccontato. Se non per quel capolavoro del 1939 “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, in cui il protagonista, Joe Bonham, colpito da una cannonata nell’ultimo giorno della prima grande guerra, perde gambe, braccia e parte del viso: vista, olfatto, udito e parola.

Una scelta volutamente beffarda, quella di fargli perdere tutto al termine del conflitto, quando ormai la salvezza e il ritorno alla vita, dopo gli anni passati in mezzo alla morte, sembrano a un passo. Invece, come dimostrano queste gallerie fotografiche della Wellcome Library (qui e qui), una delle più importanti raccolte al mondo di materiali sulla storia della medicina, per molti sopravvissuti a quella e a tante altre guerre, non c’è mai stato alcun ritorno. (dl)

GALLERIA FOTOGRAFICA

Casi di chirurgia plastica fotografati all’ospedale militare londinese “King George”, (più tardi Ospedale della Croce rossa), tra il 1916 e il 1918.