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di Anna Ferri

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Sono sempre di più gli italiani che cercano all’estero uno sbocco per potersi realizzare personalmente e professionalmente. E oggi, emigrare è molto più facile che in passato. Se non altro perché il viaggio in aereo costa pochissimo. Anche se il difficile, naturalmente, comincia una volta atterrati. Da tempo, in cima alle preferenze dei giovani italiani c’è Londra che però sembra meno disponibile di un tempo ad accoglierli. Abbiamo chiesto a dei ragazzi che vivono Oltremanica di raccontarci com’è una vita “made in England”.

La terra promessa dista solo un’ora e 15 minuti di volo e per raggiungerla basta investire il budget di un venerdì sera qualsiasi, circa 50 euro. A volte anche meno. L’aereo della speranza si chiama Ryanair e senza offrirti neanche un bicchiere di acqua ti porta dritto verso il tuo sogno: Londra. Per chi ha dai 20 ai 35 anni e vive in Italia in questo tempo di crisi economica, occupazionale e sociale, la capitale britannica è come un miraggio di soddisfazioni professionali e indipendenza. Là c’è il lavoro, dicono tutti. Là puoi fare carriera prima dei 50 anni. Io sto pensando di andare, risponde chi qui ha solo un contratto a progetto con il quale non può neanche chiedere un finanziamento per acquistare un armadio all’Ikea. Allora si risparmia un po’ che con la sterlina è tutta un’altra cosa e si schiacciano i vestiti in una piccola valigia, perché con le linee low cost più pezzi della tua vita decidi di portarti dietri e più il prezzo sale.

Londra, vista da qui, è proprio bellissima. Lo pensano in tanti, si può quasi dire troppi. Secondo il reportage di Marco Mancassola pubblicato su Internazionale, il numero degli italiani che hanno deciso di tentare la fortuna sulle rive del Tamigi sono aumentati del 300 per cento in quattro anni:

“Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare”.

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Photo credit: City via photopin (license) 

Un dato che da una parte preoccupa la politica e infatti il premier David Cameron non fa nulla per nascondere la volontà di rinegoziare i termini della libertà di movimento per i cittadini europei e pensa anche a pesanti modifiche per l’accesso ai sussidi. Per quanto riguarda l’Europa, si è addirittura parlato di un referendum per capire se gli inglesi vogliono restarci oppure no. Pura fantapolitica. Anche perché, se da una parte l’immigrazione interna dell’Europa – come appunto quella italiana – può creare qualche tensione, dall’altra l’economica ha le sue regole, come spiega giustamente Mancassola sul suo reportage:

“I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare”.

Londra, vista da qui, è lontanissima. Difficile capire cosa succede davvero nella metropoli, quali sono le difficoltà che si incontrano cercando la propria fortuna e perché no, felicità, e come vengono visti tutti questi giovani europei da chi lì ci vive da sempre: gli inglesi. Lo abbiamo chiesto a chi qualche anno o anche solo alcuni mesi fa è salito su un volo Ryanair e ora vive sulla sua pelle le conseguenze, positive o negative che siano, della scelta di migrare.

Nico Sarti: “C’è stata un’esplosione e i tempi sono duri”

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Photo credit: via photopin (license)

nico sartiSono originario di Bologna, Quartiere Mazzini, classe 1980. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla cultura e musica britannica, così appena ne ho avuta l’opportunità ho iniziato a visitare Londra e stringere amicizie con gente di qua. Nel 2006 mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a cercare lavoro, puntando a quello che l’Italia non poteva darmi e non sto parlando di fare cappuccini o servire pizze. Erano tempi in cui la maggior parte degli italiani a Londra erano qui per divertirsi o studiare. In entrambi i casi non aspiravano a niente di più che un miglior salario, grazie alla forza della sterlina. Dieci anni fa non si parlava di fughe dei cervelli ma solo a quanto fosse facile trasferirsi qui e avere un minimo sindacale più alto di quello italiano. Sin dal mio primo giorno come “immigrato” al Job Centre avevo capito bene che non potevo pretendere di arrivare qua e comportarmi come se fossi a Bologna. Non potevo andare in giro a chiedere favori ai pochi italiani che conoscevo qui, implorando per le classiche “bazze” o “dritte” da immigrato. Ho iniziato a lavorare come specialista nel settore social media e musica, un settore che 10 anni fa era già in grande espansione qui in Gran Bretagna e che cominciava a pagare bene. Avevo dimostrato di aver passione e talento e dopo vari mesi di prova mi hanno dato un ruolo a tempo indeterminato. Così ho iniziato a spostarmi da agenzia ad agenzia, costruendomi una carriera.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’esplosione di italiani che si sono spostati qui su voli della speranza, con l’aspettativa di un lavoro facile. Non è vero che il Regno Unito non ci vuole più, ma è vero che i tempi sono più difficili. Molti, troppi italiani con nessuna conoscenza di questo paese si spostano, specialmente nella capitale, con la convinzione di trovare un futuro migliore. Troppi si rimettono ai soliti trucchi per poter ricevere il National Insurance Number: in teoria fino a quando non hai fissa dimora non puoi ricevere il tuo NIN e quindi molti si fanno mandare una lettera a casa di un amico o parente residente e usano questa massi gallicome conferma di domicilio. La maggior parte degli inglesi non sono contrari all’immigrazione ma hanno paura che non ci siano controlli su quanti e chi siano le persone che entrano in questo vortice di offerta e domanda di lavoro. Si sente che i tempi sono cambiati e che c’è un’inflazione di talenti stranieri nel paese. Una delle cose che ho notato è che gli inglesi hanno perso il loro humour sul tema impiego e immigrazione: non vogliono più sapere se hanno di fronte un candidato italiano, tedesco o francese, ma solo se il suo talento e personalità sarà decisivo nella crescita di un team, agenzia o dipartimento.
Sono gli Italiani all’estero che portano avanti gli stereotipi che ci contraddistinguono nel mondo. E’ la cultura da immigrato al quale manca il baretto locale, il cibo di mamma e la pausa pranzo di tre ore che pesa sui datori di lavoro inglesi. Purtroppo qualcosa è cambiato e lo spazio a disposizione una volta si è ristretto. Voglio credere e spero di vivere qua molto a lungo e anche che Cameron non mi cacci via. Gli Italiani, nonostante i luoghi comuni, sono ammirati e rispettati nella capitale, ma ogni tanto penso che siano loro a non ricambiare i compaesani inglesi.


Massimiliano Galli: “Non è l’America ma se vali puoi farcela”

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Photo credit: All along the watchtowers – Hayward Gallery abstract by night – London DSC00796.jpg via photopin (license)

Sono arrivato a fine giugno 2014, in Italia vivevo in uno stato di frustrazione costante a causa dell’imbarazzante azione che è diventato il volersi cercare un lavoro: ho strippato e dopo due anni da vomito sono partito. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e così è stato: appena arrivato mi sono fatto due settimane nelle quali mi sono vissuto Londra come andrebbe vissuta, chiaramente il costo è insostenibile e le mie ridotte finanze hanno subito un primo contraccolpo. Una mattina mentre ho pensato di mandare un curriculum a un’azienda italiana per la quale avevo lavorato e che aveva una sede a Londra dove non lavora neanche un italiano. Dopo una nottata ad aggiustare, tradurre e pompare il curriculum all’inverosimile chiamo, mi presento e chiedo se posso inviare i miei dati. Mando tutto martedì e il giorno successivo mi fissano il primo colloquio: un massacro di due ore per poi chiamarmi venerdì sera per dirmi se potevo fare il colloquio il sabato. Altre due ore di tortura ma la sera mi chiamano e mi assumono.

Quella sera vado a festeggiare in un locale dove ero l’unico straniero ma una pinta di birra favolosa costava 3 sterline. Trascorro la serata con uno sconosciuto di nome Brandon, etilista irlandese, che fuori dal pub mi chiede quanto peso. Alla mia risposta mi dice che non ha mai visto uno così magro bere così tanto. Il lunedì inizio a lavorare.
Qui iniziano una marea di eventi positivi che ti riassumo così: non è l’America ma essendoci ancora un criterio semi meritocratico c’è modo di farsi valere e spuntarla. Per questo anche se la misura è colma e la competitività in ogni ambiente e ad ogni livello è alta, c’è ancora speranza. Però ripeto: non è l’America e doversene tornare a casa è un attimo, ambientarsi non è semplice ma si può fare almeno per un po’ di tempo. Per me è durissima: i rapporti umani qui sono diversi e non è solo una questione di culture diverse: è che qui sei a Londra.

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Carolina Rinaldi: “I problemi ci sono per chi chiede i benefit”

E’ vero che siamo veramente tanti qui ma resta comunque il fatto che se sei bravo e ti impegni qualcosa trovi. I problemi degli inglesi sono verso quelli che vengono a chiedere i benefit, gli aiuti dello Stato, senza lavorare o cercare occupazione. Nonostante tutto, gli inglesi sanno bene che la loro cultura è questa grazie al mix di nazionalità ed è proprio questo che rende Londra una potenza. Insomma, qui che tu sia marocchino, neo zelandese, italiano o scozzese se hai voglia di lavorare e sei bravo tutto il resto non c’entra.

Anna Ferri

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