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di Davide Lombardi

Nemo propheta in patria. Locuzione latina vera come non mai se riferita all’artista modenese (anche se lui preferisce definirsi ideatore e autore di progetti artistici atipici) Ilmo Malagoli. Sebbene autore capace di muoversi con abilità indiscutibile tra le più diverse discipline artistiche, dalla musica, sua vera musa, al cinema, in città nessuno lo hai mai preso seriamente in considerazione. Nessun giornale locale ha mai recensito le sue opere. Nessun assessore alla cultura lo ha mai chiamato per partecipare a eventi ufficiali. Eppure nessuno come Malagoli è espressione altrettanto pura dell’anima più verace e profonda della provincia emiliana.

Non fosse nato e vivesse in provincia, verrebbe probabilmente celebrato come un bizzarro e geniale funambolo capace di saltellare divertito e divertente tra un’arte e l’altra. Invece qui in provincia, quella vera, piccola e conservatrice, dove perfino al vento pare vietato arrivare fino in centro che non sia mai si muova qualcosa, le sue opere non “raggiungono il minimo sindacale di ciò che è da considerarsi arte & cultura”. Eppure: che follia! A uno come Ilmo Malagoli, da Cognento, frazione di Modena, dovrebbero fare un monumento in piazza grande. Perché nessuno più di lui è un talentuoso, straordinario, artista di provincia. Quando attacco l’intervista cercando di sviluppare un ragionamento su quella che penso sia la sua estetica trash, mi spiazza subito: “ma no, ma quale trash, mai amato il trash. E’ che non ho i mezzi e quel che faccio viene come viene”.

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Un artista poliedrico

Video, musica, soprattutto musica, tantissima, ma anche: editoria, poesia, narrativa, cinema. Malagoli è un vulcano e in quindici anni di onorata attività artistica, senza mai un riconoscimento se non quello dei pochi ma affezionatissimi fan, ha spaziato alto tra una pletora d’arti con la cocciuta maestria di un artigiano. Quale per altro è, visto che l’arte per lui è una passione. La sua attività principale è il laboratorio rilevato dal padre dove realizza finiture in acciaio per giostre. “Ma mi va bene così – spiega – non ho mai pensato di dedicarmi solo all’arte, io la vivo come pura passione e come tale, sono sempre stato libero di fare tutto quel che mi pareva. Se la trasformassi in una professione probabilmente dovrei scendere a compromessi”. Gli chiedo se almeno esiste qualche legame tra le sua attività artistica e quella con l’acciaio, se nel tempo ha costruito delle connessioni tra i suoi mondi. “Assolutamente no”.

L’amore per l’arte, per Malagoli – giovane di età imprecisata – over 35, concede vezzoso, è storia antica. “Fin da bambino scrivevo e riempivo pagine e pagine di disegni, anche se non sono mai stato capace di disegnare. Un’ossessione” mi racconta. “La mia prima vera esperienza artistica – prosegue – risale a circa quindici anni fa, quando incontro un amico musicista, Mucci. Avevo dei testi già pronti e gli ho chiesto di musicarli. Abbiamo un po’ discusso perché lui voleva una cosa più musicale, io invece puntavo su dei reading da leggere su delle basi, visto che non so suonare né cantare. Alla fine ci siamo accordati e abbiamo trovato una cantante che interpretasse le nostre canzoni. E’ nato così il progetto narrator.it, che era il nome del gruppo ma anche il sito Internet. Allora mi sembrava un’ottima operazione promozionale unire le due cose, così chi ci ascoltava si ricordava subito il nome del sito in cui poterci trovare.

Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo

Abbiamo realizzato il nostro primo e unico album: ‘Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo’. Anche questa era una scelta promozionale perché fungeva anche da testo dell’annuncio che abbiamo pubblicato sui giornali e sulle radio locali. Se ci ha mai chiamato nessuno? No, mai. Anche se per quell’album mi sono molto occupato proprio della promozione. Avevo preparato dei manifesti che andavo ad appendere nei treni. Sceglievo apposta quelli che andavano lontano, treni a lunga percorrenza, che magari arrivavano fino a Palermo o Lecce. Vedi mai che li notasse qualcuno e ci chiamasse. Se è mai successo? No, mai. Ho portato il cd che abbiamo realizzato in quindici mesi di lavoro a una radio locale, oggi defunta, Antenna 1, e credo che un paio di volte ci abbiano fatto passare un pezzo. Ma insomma, non si può dire che sia stato un successo.

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Morse tua, vita mea

Comunque con Mucci abbiamo messo in piedi tempo dopo un altro bellissimo progetto. Lo incontro: lui ha per mano delle basi musicali interessanti e aveva già fatto la copertina di un possibile album con delle foto tirate giù da Internet. Alle sue basi elettroniche ci abbiamo aggiunto i miei testi. Il nuovo gruppo si chiama ‘Morse tua, vita mea’ e l’album che alla fine abbiamo realizzato ‘Le sette vite del gatto nero’. La particolarità di questo progetto è che i testi non sono cantati ma trasmessi in codice morse. Nel libretto di accompagnamento abbiamo dovuto aggiungere una legenda perché altrimenti i testi sarebbero stati incomprensibili, così invece gli ascoltatori potevano tradurli. E’ stato un lavoro molto lungo, anche perché abbiamo dovuto cercare uno che conoscesse il codice morse per poter registrare i brani. A lavoro completato, ho portato al solito il cd in radio ma non è mai stato trasmesso nessun brano.

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La stagione del menarca viene e va

Prima di questa seconda esperienza con Mucci però c’è stato quello che posso considerare uno dei miei maggiori successi. E’ una storia un po’ lunga ma parecchio interessante. Io ero un grande fan di Antonio Facci Tosatti, meglio noto col nome d’arte di Menarca, un personaggio un po’ di culto nell’underground modenese. Ha fatto un sacco di cose negli anni ’90. All’epoca telefonavo ogni giorno in radio richiedendo che trasmettessero qualche brano tratto dal suo album ’93-99 il peggio della sua vita’. E dai e dai, hanno cominciato a mandarlo in onda e lui, anche grazie a questo modesto contributo, ha avuto un certo successo. Lo abbiamo chiamato per partecipare come ospite al primo e unico album dei narrator.it e poi anche al concerto che abbiamo fatto nel cortile della mia ditta (poi la cantante se ne è andata ad abitare a Livorno e i narrator.it hanno appeso gli strumenti al chiodo). Io avevo una voglia matta di fare ancora qualcosa con lui. Era agosto, perciò gli dico: senti, la mia ditta – che usavo anche come studio di registrazione – è chiusa per un mese. Perché in questo periodo non facciamo un album?

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Lui prima ha nicchiato un po’, poi ha ceduto. E’ nato così il progetto Viados, acronimo di “Verga in ano dolente orifizio sfonda”. Come gruppo, insieme ad Antonio, abbiamo realizzato due album. Il primo, 50 copie, in studio, ‘Lo sperma di Eva” (qui il video del brano ‘Tangenziale‘), il secondo live, ‘Nessuno mi caga e se mi cagano, cagano il cazzo’. Possiamo considerarli due successi. Penso per la presenza del Menarca, perché era lui il riferimento. Il cd live ha una storia un po’ particolare. Visto che era andato bene l’album in studio propongo al Menarca un album dal vivo. Lui dice ok, facciamolo, ma non deve esserci nessuno mentre registriamo. E così è stato. A dire il vero una sola persona ha assistito a quel leggendario concerto. Un mio amico, fan sfegatato. Dell’album live abbiamo stampato 15 copie. Una mia amica che lavora in radio, sempre Antenna 1, mi telefona e dice che in studio ‘Lo sperma di Eva’ non si trova più. Allora le porto il live e devo dire che lo hanno promosso per tanto tempo con un buon successo. Al punto che ci chiesero di fare un concerto organizzato da loro, dalla radio. Ma Facci Tosatti non ne volle sapere e così saltò tutto.

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Mi sono buttato allora su un nuovo progetto: Giacobazzi e Beethoven. Questo il nome del gruppo. Ha una storia un po’ particolare. Mi ritrovo con un amico, Raimondi, col quale avevo già lavorato coi Viados. Lui però non vuole che compaia il suo nome così troviamo due tizi che conoscevo per interpretarci. Giacobazzi e Beethoven appunto. Quest’ultimo si è fatto fare anche la maglietta apposta per la copertina dell’album che si intitola ‘Noi suoniamo solo in playback’. Altra particolarità del disco è che tutti i brani, a parte CCCP che è l’acronimo di ‘cose che capitano purtroppo’, sono dei nomi di persone: Loris, Nurglo e altri.

Guaìtoli e il suo doppio

Una canzone si intitola col cognome di un altro mio amico, Guaìtoli. E’ importante questo pezzo perché mi aggancia al progetto successivo, ‘Due stinchi di santo‘ di cui parlerò dopo. Insomma, per recitarlo, chiamo un altro amico, Cavazzuti. Guaìtoli, inteso come brano, racconta la storia di un tizio – interpretato da Cavazzuti – che comincia ad andare in paranoia perché ovunque vada incontra lui, Guaìtoli. Comincia a pensare che Guaìtoli ce l’abbia con lui, lo spii. Così assolda un killer per farlo fuori. Solo che, dall’altra parte, anche Guaìtoli incontra sempre il tizio che va in paranoia perché incontra lui, Guaìtoli. Che precipita nello stesso loop mentale e perciò assolda a sua volta un killer per ammazzarlo. Alla fine il killer uccide Guaìtoli, e lo getta nel Panaro, uno dei due fiumi di Modena, poi uccide l’altro (quello interpretato da Cavazzuti) e getta pure lui nel Panaro con un bel paio di stivali di cemento. Solo che questo qui, mentre sprofonda, chi ti incontra sul fondo del fiume? Il cadavere di Guaìtoli! Ah, all’inizio Guaìtoli, quello vero, il mio amico, non l’ha presa tanto bene la storia del brano, ma alla fine si è divertito anche lui.

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Cavazzuti & Me: due stinchi di santo

Dopo quell’esperienza, Cavazzuti mi dice: c’ho della musica. Io, al solito: c’ho tutti i testi che vuoi. E’ l’epoca in cui muore papa Wojtyla e sta per essere eletto Ratzinger. Decidiamo allora di dar vita ai “Due stinchi di santo” che in pratica sono due peccatori ravveduti che vanno in giro a predicare. Realizziamo un sacco di roba. Prima un minidisc  di 4 brani, ‘Cantando e portando la croce‘ che contiene anche la nostra hit ‘Tutti i santi del calendario’ il cui testo è esattamente come da titolo: l’elenco tutti i santi del calendario, snocciolati uno ad uno in una specie di litania. Poi un album doppio. La prima parte un cd con 12 pezzi che si chiama ‘Per un nuovo diluvio universale’, la seconda parte un dvd registrato durante un concerto dal vivo nella frazione di Marzaglia, ‘Libera me domine’. Ho portato il cd in radio, sempre la solita Antenna 1, che ha cominciato a far girare un gran pezzo: ‘Satana è una merda‘. Da quei successi abbiamo tratto il cofanetto de luxe ‘Solo per pochi’ riprodotto in 12 copie vendute tutte in un solo concerto. Che ha un format un po’ particolare. Nel senso che Cavazzuti inizia buttando per terra dei ceci sui quali si inginocchia. Poi comincia a fustigarsi mentre io attacco a recitare i nostri brani.

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Di solito i miei progetti nascono a termine. Non devono continuare. Ma ‘Due stinchi di santo’ lo posso considerare ancora attivo perché per il nuovo album stiamo aspettando il prossimo papa. L’idea è proprio questa:  il gruppo deve fare un disco e un video ogni morte di papa. Solo che, come dice un pezzo del nostro primo album, ‘Dio c’è e prima o poi si vendica’. Dopo 2000 anni il papa non è morto. Quando è stato eletto Bergoglio, abbiam detto: beh, anche se è stato solo un cambio della guardia, facciamo l’album lo stesso. Ma sono sorte una serie di altre complicanze e Cavazzuti non ha più potuto. Così è saltato tutto: dio si è vendicato”.

In attesa che un altro papa ascenda al paradiso, Malagoli abbandona temporaneamente la musica dandosi al cinema co-sceneggiando, insieme all’amico Termanini, detto Thermos, batterista della storica band modenese Paolino Paperino Band, il film di 45 minuti diviso in tre parti, “L’ispettore Brugnacci” e, sempre con Thermos, “Le storie incredute” alle quali partecipa anche come attore.  “E’ un film a episodi ispirato dalle metamorfosi di Apuleio. Le storie incredute sono molto importanti – mi spiega – perché Thermos aveva inventato un metodo detto ‘Pinna’, dal nome della casa di produzione che ha fondato, la Bramiero Pinna Production. Il metodo, credo per la prima volta al mondo, applica una visione totalmente democratica al cinema. Niente piramide che scende giù dal regista, padrone assoluto, fino all’ultima delle maestranze. Nel metodo Pinna viene assegnata a ciascuno dei partecipanti una parte che gestisce in totale autonomia, e su quell’aspetto del film ha potere totale. Tu immaginati il casino che ne è venuto fuori”. Poco dopo, Malagoli conosce Lenny Pescara.

Lenny Pescara and the Cactus Cowboys

“Lenny Pescara – mi racconta – è un cantautore americano nato in Italia ma emigrato piccolissimo negli Usa dove per tanti anni ha lavorato come musicista di strada. Torna brevemente qui per vendere una casa ereditata da due zii e così ci conosciamo. Prima di tornare negli Stati Uniti, realizza un solo album per pochi intimi che si intitola ‘Spaghetti versions of my songs’. Lo ascoltiamo con un gruppo di amici, e decidiamo di fondare una band, di cui io sono il manager, che faccia cover dei pezzi di Lenny Pescara, i Cactus Cowboys.  Solo che nel frattempo succede che Lenny appende la chitarra al chiodo e si dedica alla pittura. Si trasferisce a El Paso, in Texas, e si dà alla meditazione dipingendo poi quello che vede nei suoi viaggi della mente. Raggiunge uno stadio di meditazione così profonda da toccare zone inesplorate dell’animo umano in cui riesce a vedersi in vite precedenti e future. Scopre così di esser stato in una sua vita precedente una vacca, e in quella futura un cactus. Quindi in tutti i suoi quadri ci sono solo una vacca e un cactus in mezzo al deserto.

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Lenny mi manda il suo trittico ‘Vacca d’un cactus’ che mi entusiasma. Propongo a Giancarlo Guidotti della galleria Spazio Fisico, l’unica galleria modenese che abbia mai dimostrato interesse per la mia opera (anche se in questo caso non era nemmeno mia), di fare una mostra sui quadri di Lenny Pescara. In realtà si tratta di quadri muggenti, nel senso che se ti avvicini scatta una fotocellula e il quadro comincia a muggire. La mostra viene fatta nell’ambito del Festival della filosofia 2010. Realizzo una bellissima installazione: una staccionata che separa il Trittico dagli spettatori e all’interno vi inserisco anche un’opera d’arte vivente che insieme al co-autore, il mio amico Lugli, chiamiamo ‘Cactusification‘, in omaggio a Lenny. Il cactus vivente, che ha una chitarra in mano, propone agli spettatori la cosiddetta ‘Prova del cactus’. Bisognava piazzarsi davanti al cactus e se lui percepiva delle good vibration, nel senso che vede in te qualcuno che ha trovato la strada per la realizzazione del vero se stesso, fa una certa scala di note, in caso contrario, se sei ancora lontano dalla tua via, ne fa un’altra. Tra l’altro, a quelli ormai sulla via della luce, il cactus regalava un Pescara Drink, un cocktail di Whiskey and Cola che poi è lo stesso che Lenny beve ogni mattina prima di darsi alla meditazione. E’ tanto che non lo sento più. Ma i suoi quadri ce li ho ancora e sono in vendita: costano dai 1500 ai 3000 euro l’uno.

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I libri post datati

E’ nello stesso periodo che nasce quella che Malagoli considera ancora oggi la sua opera più importante. Un vero capolavoro: i libri post datati. Fonda una sua casa editrice, Quarto Millennio, e vi pubblica la collana “Romanzi post-datati. Letture differite”. Dieci romanzi di autori vari – uno, lo stesso Malagoli – in bella edizione cartonata con una caratteristica unica: ogni volume infatti è protetto da un solido lucchetto che potrà essere aperto con la chiave consegnata all’acquirente (la collana può essere venduta solo in blocco) solo ogni cento anni, secolo dopo secolo. In pratica il primo romanzo potrà essere sfogliato solo nel 2110, il secondo nel 2210 (la data di apertura è specificata in copertina) e così via fino al 3010. Se il compratore – o più probabilmente i suoi discendenti – non resistesse alla tentazione di leggerne il contenuto, i romanzi post-datati da leggersi in differita sono dotati di un meccanismo di autodistruzione che in pochi secondi cancellerà i testi contenuti privando l’umanità, forse, dei più grandi capolavori letterari che siano mai stati scritti. “L’idea di fondo di questo progetto – mi spiega – è di produrre volumi contemporanei che durino nel tempo, visto che un libro ai giorni nostri passa direttamente dalla tipografia al macero dopo un breve passaggio in libreria. Come per tutti gli altri progetti, la mia intenzione è ribaltare la prospettiva, puntare sul bizzarro e sul grottesco, l’ironico, anche un po’ sul goliardico, sì, che sono le chiavi di tutti i miei lavori. I book trailer realizzati per i romanzi post datati ne sono un ottimo esempio. Si tratta di un’opera iperbolica e il prezzo di vendita non può che essere lo stesso: esagerato. Ognuno costa mille volte il prezzo medio di un libro moltiplicato per i dieci volumi dell’intera collana che appunto, non vendo separatamente”.

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Cult mute

Il progetto più recente è di nuovo una produzione cinematografica. Dieci film cult, da ‘Apocalypse Now’ a ‘Il silenzio degli innocenti’, dal ‘Secondo tragico Fantozzi’ a ‘L’Esorcista’ trasformati in film muti, in bianco e nero e sottotitolati, musicati con opere di grandi del primo Novecento, da Béla Bartòk a Sergei Prokofiev, a tanti altri. “Si tratta di un lavoro molto impegnativo perché è una sfida straordinaria cimentarsi con questi grandi del cinema e della musica. E’ come andare a spaciulare sulla Gioconda. In casi simili, più facile raccogliere critiche che consensi. Comunque finora è andata bene. Abbiamo proposto le prime quattro opere, che sono tutte integrali, lunghe quanto i film originali, in una maratona iniziata alle sette di sera proiettando ‘La corazzata Potëmkin’ di Ėjzenštejn, capolavoro per eccellenza del muto, per poi proporre le nostre opere di film rivisitati fino alle sei del mattino. L’obiettivo era riuscire a mandare via tutti gli spettatori, cosa che mi propongo spesso durante le mie varie performance, ma invece niente: in quattro hanno resistito fino alla fine e devo ammettere che la cosa mi ha piacevolmente sorpreso”.

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La provincia ed Io

“Tutto ciò che faccio – conclude – queste opere di cui ho parlato e tanta altra roba ancora, è tutto materiale autoprodotto nell’ambito di un contesto locale. Nel quale voglio rimanere. Anche perché ci ho provato a inviare le mie produzioni musicali a varie radio e riviste, tipo Rockerilla o quel genere lì, ma non mi ha mai risposto nessuno. Del resto nemmeno in ambito locale non mi caga nessuno. Mai avuto nemmeno una recensione su un giornale modenese.  Del resto sono un artista indipendente e tale voglio rimanere, anche perché qui in Emilia tutto, cultura compresa, tende a essere pianificato, burocratizzato, inserito in piani quinquennali. Io invece voglio rimanere libero, anche perché so bene che le mie produzioni sono destinate a un pubblico di nicchia. I benpensanti quando vedono anche solo i titoli dei miei lavori storcono il naso, e ritengono che non raggiungano il minimo sindacale di ciò che qui è da considerarsi ‘arte & cultura’. A parte la galleria di Guidotti, che è uno che vede avanti, a ospitare le mie performance sono soprattutto i centri sociali locali. Fondamentalmente perché lasciano fare qualsiasi cosa a chiunque si proponga, se non c’è di mezzo la politica. In carriera ho fatto sei concerti in tutto, uno con i narrator.it e cinque con i Due stinchi di santo. A parte naturalmente il live coi Viados con un solo spettatore. Se sono incazzato con la mia città, Modena? Assolutamente no. Io qui ci sono nato e mi ci trovo bene, anche se naturalmente sono molto critico. Mi piace girare, incontrare persone. Vado spesso a mostre e inaugurazioni perché c’è socialità. No, alle inaugurazioni dei negozi non più: un tempo onoravo i buffet, ma adesso mi sono messo un po’ a dieta. Dal lunedì al venerdì lavoro nel mio capannone con l’acciaio. Dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18. Poi, la sera, mi muovo.  Non che sia sempre fuori, eh, magari lavoro a casa ai miei progetti. O guardo semplicemente un film. Leggo. In generale, faccio cose, vedo gente. Ma non nel senso che gli dà Nanni Moretti, eh, mi raccomando”.

Davide Lombardi