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di Anna Ferri

Ermanno pedalava veloce come la storia, sugli stretti sentieri degli Appennini, in quelle giornate che avrebbero segnato la fine di un’epoca e anche della sua fanciullezza. Era il 1939 ed Ermanno era solo un diciannovenne con i pantaloni alla zuava e la voglia di vincere le gare in bicicletta.

Qualche anno dopo, quello stesso ragazzo sarebbe stato travolto dalla seconda guerra mondiale, prima come soldato dell’esercito e poi da partigiano, avrebbe scoperto la passione politica e civile e diventato quell’Ermanno Gorrieri parlamentare della DC, per pochi giorni anche ministro del Lavoro nel governo Fanfani, che poi ha fondato il sindacato Cisl e contribuito alla nascita dei Democratici di sinistra. In quei giorni lontani, però, tornato a casa dopo aver pedalato per chilometri con l’entusiasmo di chi si appresta a conquistare un pezzo di mondo, tirava fuori un grande quaderno e disegnava con la matita i percorsi fatti, appuntando sulla carta quelle sensazioni che l’aria fresca dei boschi gli aveva incollato al viso.

mappa quinto giro

Settantacinque anni dopo, sua nipote, Giulia Bondi, giornalista e cicloturista, decide di salire in sella alla sua bici e seguire quelle mappe scritte a matita, in un viaggio dove la ricerca personale si fonde con quella storica, dove seguendo le tracce del giovanissimo nonno cerca di scoprire qualcosa di se stessa. Il quaderno, a dire il vero, lo aveva trovato circa dieci anni prima, quando Ermanno morì. Allora, però, Giulia non aveva ancora la passione per la bicicletta e quindi la cosa le era sembrata interessante ma non così affascinante. Era il dicembre 2004. Nei dieci anni successivi succedono un po’ di cose che le fanno rivalutare quel materiale, la prima e più importante è che una sua amica le propone un giro in collina in bici: Giulia si presenta con una vecchissima bicicletta scatenando l’ilarità dell’amica, che le presta una delle sue, e così lei capisce che ci sono tanti modi di andare in bici. Giulia inizia a pensare che le due ruote sono perfette perché “vai piano piano e vedi tante storie sulla strada e puoi fermarti a raccoglierne le tracce”. La bici, comunque, è una questione di famiglia: la bisnonna Maria, per esempio, andava tutti i giorni in bicicletta per quattordici chilometri da Modena a Magreta, in campagna, dove faceva la maestra. Una cosa che all’inizio del Novecento faceva anche un po’ scandalo, perché la bicicletta da una parte era un simbolo di indipendenza e dall’altra costringeva le donne a sollevare un po’ la gonna. Lei però non fece caso alle chiacchiere e continuò a pedalare con la stessa sicurezza di quando disse a suo marito, contadino, che tutti e quattro i loro figli – quindi non solo Ermanno e il fratello, ma anche le due ragazze – si sarebbero laureati.

timbri dei rifugi alpini sui passi

L’avventura di Ermanno inizia nel 1939 quando, racconta Giulia, “era presidente di un’associazione cattolica e neanche troppo antifascista. Molti del suo gruppo, però, ad un certo punto andarono nella Brigata Italia – di cui lui divenne comandante – rivelandosi antifascisti nei fatti. Mio nonno era un giovane appassionato di sport, viaggi e un po’ esaltato. Nei suoi appunti descrive queste gare a Serramazzoni e Fiumalbo e la cosa che gli interessava di più era vincere”. Il primo viaggio Ermanno lo fa con un amico di nome Oddo, che poi diventa cardinale. Alcune tappe invece lo vedono al fianco di Claudio Corni, che nella primavera del 1942 venne dato per disperso ed Ermanno quando entrò nei partigiani, dove per proteggere amici e famiglia non veniva usato il vero nome, decise di prendere quello di Claudio come nome di battaglia. Ogni pedalata è un pezzo di storia, nei viaggi del giovane Ermanno. “Mio nonno usava la bicicletta non solo per spostarsi ma anche come mezzo di scoperta del mondo. Quando ho capito questo – spiega Giulia – io e il mio compagno Glauco Babini ci siamo messi in sella e siamo partiti”. Nasce così cicloturista partigiano, il progetto che ha portato Giulia alla scoperta di un pezzo di Italia, di storia e di tanti frammenti di resistenze quotidiane – perché anche oggi ogni giorno ci sono persone che lottano per i diritti civili e la libertà – il cui racconto presto prenderà forma anche fuori dal web.

pordoi

Giulia ha diviso i sei giri di Ermanno in due grandi itinerari: uno ad agosto sulle Dolomiti e uno a ottobre sugli Appennini: “Mio nonno aveva vent’anni mentre io ne ho quasi venti di più: per ogni sua tappa ci ho messo il doppio del tempo. Sulle Alpi ho fatto una parte che lui non era riuscito a percorrere a causa del maltempo e nel suo quaderno l’itinerario era tratteggiato. Vedere quello che lui non ha visto è stato emozionante”. Giulia ha osservato le tracce del passaggio della linea gotica e dello scontro con i tedeschi che, vedendosi mancare il terreno sotto i piedi, si sono vendicati sui civili durante il secondo conflitto mondiale; ha visto le lapidi che hanno segnato la grande guerra sulle Dolomiti; fino a tornare indietro al cammino di Garibaldi, che nel 1848 perde la Repubblica Romana e va verso nord a Venezia inseguito da tre eserciti.

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In Appennino, invece, la Storia si è intrecciata alle storie delle persone che hanno incontrato lungo la strada e che spesso l’hanno ospitata per la notte, come “a Firenze abbiamo dormito da un amico nel quartiere Isolotto, dove don Enzo Mazzi, prete illuminato, solidarizzò con i cattolici che non si riconoscevano nella politica democristiana e nel 2009 ospitò Beppino Englaro”. Un po’ come aveva fatto Ermanno prima di lei – perché se l’itinerario era molto preciso, della parte logistica l’unica traccia è una lettera di raccomandazione di un prete per trovare alloggio presso una parrocchia nella provincia di Lucca – Giulia ha trovato ospitalità grazie al passa parola sul web e si è vista aprire la porta di casa da amici di amici di amici ed è riuscita a dormire anche in alcune parrocchie e associazioni: “Grazie a tutte le persone che mi hanno accolta sono venuta a conoscenza di tante storie, come quella della Fiera delle Donne di Urbania, dove le giovani in età da marito arrivavano agghindate dalle colline dei dintorni per cercare uomini degni di sposarle. Tornati a casa abbiamo scoperto che anche la zia di Glauco era una di loro”. Un viaggio tra passato e presente dove i quaderni ora sono due – quello di Ermanno e quello di Giulia – e dove le fotografie si confondono tra paesaggi e pose simili di nonno e nipote, uniti nel percorrere insieme quel pezzo di strada che porta all’età adulta.

ciclo

I viaggi di Ermanno sono solo sei perché a un certo punto decide di arruolarsi nell’esercito, rinunciando al rinvio per motivi di studio – frequentava la facoltà di chimica – perché gli amici andavano in guerra e quindi parte anche lui. Il racconto dettagliato dei viaggi Giulia lo trova in una lunga lettera dell’estate del 1942, quando suo nonno era ricoverato all’ospedale militare e trova quindi il tempo di scrivere agli amici, specificando però che quella corrispondenza la rivoleva indietro per tenerla nei suoi ricordi personali, a futura memoria. Come faceva Ermanno, appena ventenne, ad avere questa consapevolezza del suo ruolo nel mondo? Cosa ha trasformato un giovanotto interessato alle corse in bici in uno dei protagonisti della politica del Novecento? “Salendo in bicicletta mi sono messa alla ricerca delle tracce di quella maturazione che avverrà poi nel corso della lotta partigiana e si trasformerà in quell’impegno politico e civile che andrà avanti per tutta la vita”. E per una volta, sorride Giulia, non sono io la più giovane dei due. Già, perché con suo nonno aveva già lavorato fianco a fianco alla stesura di un libro nato da una ricerca sulla Repubblica di Montefiorino: “Un giorno a tavola dissi che lavorare nella redazione di un tg significava fare riassunti. Qualche giorno dopo mio nonno venne da me e mi chiese ma questa cosa dei riassunti? Così iniziammo a lavorare insieme per trasformare la sua ricerca in un libro. Io avevo 28 anni e lui 84. Oggi, io ne ho 38 e lui 20”.

Anna Ferri