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Una tradizione ancestrale, un’importante attività economica e turistica, una garanzia di presidio del territorio e controllo della fauna molesta. Questa è la visione nobile della caccia, che costa però ogni anno decine di morti e un centinaio di feriti solo in Italia.

caccia“In una frase: le ferite di caccia sono brutte”. A parlare è Daniele, un chirurgo di un ospedale del nord della Sardegna. Il suo è un osservatorio privilegiato per monitorare morti e feriti degli incidenti di caccia: quello dell’ospedale, in particolare del pronto soccorso e della chirurgia d’urgenza. “Dopo essere stati colpiti non si continua a correre come nei film, perché al primo colpo il muscolo è distrutto, spappolato, esploso. Le ferite da arma da fuoco sono gravissime”.

Una prima spietata regola del proiettile è che i più anziani hanno meno probabilità di sopravvivere dei più giovani: “In genere vengono colpite persone sane e giovani, perché chi è anziano o malato e magari rischia un infarto per fare dieci chilometri in un bosco su sentieri accidentati, è meglio che a caccia non ci vada proprio” spiega il medico. “Da un lato questo è positivo perché se viene colpita una persona sana, giovane e forte, con una fibra più robusta e senza problemi di salute precedenti, ha più possibilità di riprendersi rispetto a un anziano. D’altro canto, se il trauma è grave e potenzialmente mortale, sofferenze e agonia si possono prolungare per mesi e mesi. Fino al decesso”.

Secondo i dati Lav nella stagione di caccia 2014/2015, chiusa recentemente, in Italia ci sono state 88 vittime umane: 22 morti e 66 feriti. Questo in soli quattro mesi, tra il settembre 2014 e il 29 gennaio 2015. Va aggiunto che si continua a cacciare anche fuori stagione, dunque questi dati si riferiscono solamente alla stagione venatoria e sono basati sulle notizie apparse sui giornali, il che li rende parziali.

Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva

In più, c’è chi conteggia anche gli incidenti che coinvolgono cacciatori in “ambito extra-venatorio”, ad esempio in casa mentre si pulisce l’arma, o durante litigi terminati con un colpo di fucile. C’è chi si spinge un po’ troppo in là, arrivando a conteggiare perfino i casi di infarti o altri malori avvenuti durante la caccia, come fa la Lega per l’abolizione della caccia (LAC), che nelle proprie statistiche inserisce perfino il caso di uno sfortunato cacciatore bergamasco annegato in un laghetto nel tentativo di salvare il suo cane.

E’ evidente che inserire questo dato tra gli incidenti di caccia è inutile e tendenzioso e ha il solo scopo di gonfiare inutilmente le statistiche. I malori e gli incidenti sono frequenti anche tra i cercatori di funghi, ma non per questo si chiede l’abolizione della raccolta dei funghi o si considera questa attività pericolosa.

A fare la differenza, nella caccia, è la presenza di un’arma mortale come il fucile, di solito non necessario quando si va a funghi. I casi più frequenti di incidente sono quelli dei cacciatori che si sparano tra loro, un fenomeno leggermente in calo negli ultimi 5 anni ma sempre diffuso. Provocano ferite gravi, a volte mortali, e complicano la vita a medici e soccorritori.

“Il primo ostacolo per aiutare i feriti è il terreno” spiega il medico. “Spesso gli incidenti capitano in zone impervie e di difficile accesso ai soccorritori, anche dagli elicotteri. La condizione critica del ferito viene aggravata dai ritardi nei soccorsi e dunque, se la ferita è molto grave, i tempi di soccorso la possono trasformare in mortale”.

“Le ferite non mortali più comuni sono sotto l’ombelico, perché i cinghiali sono bassi e il più delle volte si spara basso. Se si spara alto hai più possibilità di colpire organi vitali, e allora in ospedale neanche ci si arriva, si muore sul colpo, ma non è una regola fissa. Il regolamento prevede l’utilizzo della palla singola, che è grossa e fa molto danno. Ma sempre meglio dei pallettoni che sono tanti, grossi e fanno ancora più danno. Il foro di entrata è piccolo, ma dentro il corpo l’onda d’urto del proiettile devasta i tessuti e il foro d’uscita è di norma abbastanza ampio”

Il punto è questo: il proiettile non è intelligente. Una volta che si punta e si preme il grilletto, il proiettile farà il suo dovere, cioè causare il maggior danno possibile a qualsiasi cosa si trovi nella sua traitettoria. Una volta partito dalla canna del fucile, che si tratti di un cinghiale, di una volpe o di un impiegato delle poste, il proiettile non farà differenza e attraverserà la carne lacerandola e causando danni spesso mortali. Se vi trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato o morite sul colpo, o vi ritroverete sotto i ferri del chirurgo.

Ma come succede? Prendiamo un esempio recente, una notizia del 29 gennaio 2015. Un incidente avvenuto a Sassari, in una riserva di caccia autogestita. Un cacciatore considerato esperto partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con gli amici. Si chiama Pino Masnata, è un vetraio di 54 anni di Porto Torres. La compagnia di cacciatori si divide in gruppi per gli appostamenti, quando uno dei componenti spara verso un cespuglio convinto che ci sia un cinghiale. Ma si sbaglia: in quel cespuglio c’è Pino Masnata, che viene colpito alla testa. Arriva l’ambulanza ma ormai l’uomo è morto.

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A volte invece le vittime non sono i compagni di battuta: a finire nel mirino può essere chiunque si trovi in campagna durante i giorni di caccia. Parenti, amici non cacciatori che accompagnano i cacciatori in una battuta, ma anche agricoltori, escursionisti, forestali, ciclisti o chi fa una passeggiata con il cane: chiunque può trovarsi sulla traiettoria del proiettile scambiato per una specie legalmente cacciabile.

Altro caso recente: Sarno, 21 febbraio 2015 (dunque a stagione venatoria chiusa), zio 59enne e nipote 31enne sono a caccia su un’altura, al buio, in un terreno impervio e scivoloso. L’anziano sta camminando alle spalle del nipote quando scivola e gli parte un colpo che raggiunge il giovane al gluteo, recidendo l’arteria femorale. Lo zio va a cercare aiuto, ma il posto è difficile da raggiungere, tanto che i carabinieri ci mettono un’ora a mezza ad arrivare. E una volta lì trovano il giovane morto dissanguato.Molte altre morti sono da attribuire indirettamente alla caccia, perché derivano dall’uso “scorretto” dell’arsenale della porta accanto. Delle milioni di armi detenute legalmente in Italia, la gran parte sono a scopo venatorio: ma nulla di concreto impedisce a mariti, mogli e figli, colleghi, vicini e concittadini, di maneggiarle con disattenzione, farne uso durante un eccesso d’ira o con piena premeditazione.

Si è discusso spesso anche della presenza dei bambini durante le battute di caccia, momento vissuto spesso come rito d’iniziazione soprattutto nelle regioni dove la caccia è una forte tradizione.

Nel 2012, nelle campagne di Irgoli, in Sardegna, un ragazzino di 12 anni, Andrea, partecipa a una battuta di caccia al cinghiale con il padre e il fratello. E’ appostato fra i cespugli quando un proiettile lo raggiunge alla testa. Viene trasportato con un elicottero nel più vicino ospedale, i medici tentano di tutto, ma inutilmente: Andrea muore.

Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni

“Fra i diversi pazienti con ferite maggiori, ricordo un ragazzo colpito all’anca da un proiettile durante una battuta di caccia al cinghiale” racconta il medico. “Femore polverizzato, arteria femorale tranciata, un lago di sangue. Operato dai chirurghi generali per la ricostruzione dell’arteria, e poi dagli ortopedici per il femore, ne è uscito abbastanza bene essendo giovane”.

Ma più si è anziani e meno si è fortunati. “Ricordo il caso di un signore più anziano: il proiettile è entrato nel gluteo, spappolando la zona inguinale con arteria e vena femorale incluse, e uscita davanti provocando una voragine di 15 centimetri. Operato ricostruendo l’arteria, l’arto rimasto senza sangue al ripristino della circolazione ha avuto la temuta sindrome compartimentale post-rivascolarizzazione: ossia i muscoli in ischemia sono stati danneggiati dal ritorno del sangue, gonfiandosi e comprimendo i vasi sanguigni. Questo circolo vizioso manda i muscoli in gangrena, che immettono in circolo sostanze tossiche che danneggiano i reni, per cui si muore letteralmente gonfi per l’insufficienza renale, nonostante la dialisi”.

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I cacciatori, oltre a essere significativamente diminuiti – dai quasi due milioni degli anni Ottanta ai 750mila del 2007, in contrasto anche con l’aumento della popolazione italiana – sono diventati sempre più anziani. Secondo la Coldiretti, in base a dati Istat e Federcaccia, la maggior parte dei cacciatori ha tra i 65 e i 78 anni. Si tratta dunque di anziani che girano in campagna armati mettendo in pericolo se stessi e gli altri spesso proprio a causa dell’eccessiva sicurezza che gli dà l’età e l’esperienza.

“Un altro signore arrivò ferito da una fucilata, era alticcio, forse si era ferito saltando un muretto e dal fucile caduto per terra era partito un colpo. Anche qui femore in frantumi e proiettile uscito dal gluteo, ma nel tragitto a parte osso e muscoli non sono state colpite le arterie femorali. La situazione al pronto soccorso è spesso drammatica, diciamo molto pulp, e si arriva a usare la morfina” racconta il chirurgo.

Quando l’incidente non è troppo grave, non serve nemmeno come deterrente, e chi viene colpito continuerà a cacciare:“Fra i feriti minori, come quelli provocati dai pallini che non fanno grossi danni e si possono togliere in anestesia locale, nessuno ha mai manifestato paura o avuto ripensamenti, tornando subito dopo a cacciare. Nel corso degli anni il numero di feriti è stato più o meno stabile, non essendoci state grandi innovazioni delle tecniche di caccia dall’introduzione della polvere da sparo. Mentre gli incidenti di caccia mortali distruggono anche la vita dell’omicida colposo, sia materialmente che psicologicamente”.

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Infatti se il colpito può guarire dai danni fisici, chi ha sparato può restare seriamente ferito dai danni psicologici.

Pensiamo a un caso recente. Cessapalombo, Macerata, gennaio del 2015. Un uomo sta passeggiando con i suoi cani quando si trova davanti un cinghiale. L’animale attacca i cani, l’uomo si spaventa e grida aiuto. In quel momento arriva un cacciatore, nonché suo amico, che interviene per aiutarlo. Il cacciatore scende dalla jeep, carica il fucile ma scivola in un cespuglio e dall’arma parte un colpo che attraversa il braccio e l’addome dell’amico. L’uomo cade a terra morto. Voleva aiutarlo e invece l’ha ucciso.

I cacciatori diminuiscono e secondo i dati Eurispes 2014 il 74,3% degli italiani è contrario alla caccia. Ma il peso della cosiddetta “lobby delle doppiette”, nonostante il contrasto di animalisti sempre più rumorosi e influenti, non è calato. La lobby dei cacciatori rappresenta ancora un bacino di elettori che fa gola ai partiti politici.

Quello della caccia è anche un ottimo giro d’affari: per chi costruisce armi, come la Beretta di Brescia, per chi costruisce i proiettili, come la Fiocchi Munizioni di Lecco, e per chi vende abbigliamento da caccia o giornali di settore. Basti pensare che il Cacciatore italiano – bimestrale dedicato alla caccia – ha una distribuzione di 400mila copie, secondo quanto dichiarato dall’editore. E in edicola sono tante le riviste dedicate all’argomento.

Infine la caccia è un buon guadagno anche per lo Stato, dato che i cacciatori, per poterla praticare legalmente, devono versare molte tasse. Dunque una ventina di morti all’anno, e un centinaio di feriti, più qualche escursionista della domenica spaventato dagli spari, non sono abbastanza per imporre maggiori limitazioni a una tradizione dura a morire.

Manlio Ferretti