Nelle acque italiane più pesticidi che pesci

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L’ultimo Rapporto nazionale dei pesticidi nelle acque ne rileva la presenza di 175 tipi diversi, più di quante siano le specie di pesci che abitano i nostri fiumi e laghi.

Ho passato la maggior parte della mia vita in luoghi incantevoli. Quelli conosciuti nel mondo come le colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene. Certe mattine, percorrendo la provinciale 36 tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene, la nebbia fitta ricopriva il terreno lasciando alla vista solo i cocuzzoli dei rilievi collinari, simili a un arcipelago perso in un mare morbido e bianco. Dietro l’incanto però, si nasconde una realtà decisamente meno fascinosa. Oltre a produrre il buonissimo Prosecco, che da autoctono non posso non amare, i vigneti abbarbicati sulle colline hanno riversato sul terreno tonnellate di veleni infiltrati anche nelle falde acquifere, tanto da costringere i sindaci della zona ad approvare due anni fa un regolamento che stabilisce limiti nell’uso di fitofarmaci ancora più restrittivi rispetto a quelli nazionali .

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Il problema dei pesticidi non riguarda naturalmente solo le colline del Prosecco. Secondo l’edizione 2014 del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Italia è significativamente diminuita la vendita di pesticidi per uso agricolo, ma l’inquinamento è aumentato. Basato sull’analisi di campioni prelevati fino al 2012 in 19 regioni – all’appello mancano Molise e Calabria dalle quali non sono pervenuti i dati – il rapporto rivela la presenza di 175 tipi di pesticidi diversi tra acque sotterranee, meglio note come falde acquifere, e quelle superficiali del territorio (le specie di pesci d’acqua dolce presenti in Italia sono molte di meno).

I dati che seguono, come tutti i dati, sono un po’ aridi, ma vale la pena leggerli con attenzione.

Nelle acque superficiali è stata rilevata una presenza di pesticidi pari al 56,9 per cento, con il 17,2 per cento dei casi in cui la concentrazione di sostanze supera il limite consentito. In quelle sotterranee la percentuale invece è del 31 per cento, il 6,3 per cento delle quali supera i limiti.

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Eppure i dati Istat indicano una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari, passati da 147.771 a 134.242 tonnellate (-9,1%). È diminuita, inoltre, in modo più che proporzionale (-30,2%), la quantità dei prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici) mentre è aumentata quella dei prodotti nocivi. Tuttavia la diminuzione nell’utilizzo non si è tradotta in un calo dell’inquinamento a causa di una serie di fattori che vanno dalla lunga durata di certe molecole nel suolo all’uso di pesticidi anche in ambiti non agricoli.

La contaminazione è più diffusa nelle aree della pianura padano-veneta anche grazie a un monitoraggio più puntuale e completo. D’altra parte, laddove l’efficacia del monitoraggio è migliorata, sono state evidenziate aree di contaminazione significativa anche nel centro-sud.

Da tener presente inoltre, che escluse dal monitoraggio sono le sostanze immesse sul mercato negli ultimi anni. Sono assenti ad esempio il glifosate, un diserbante sistemico fitotossico per tutte le piante, e il metabolita AMPA (acido ammino metil fosfonico) che sono le principali responsabili della non conformità nelle acque superficiali.

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In Emilia, terra dove vivo ora (in pratica sono passato dalla padella veneta alla brace emiliana) nelle acque superficiali si ha la presenza di pesticidi nell’82,8% dei punti e nel 50,3% dei campioni. Complessivamente sono state rinvenute 50 sostanze. Nelle acque sotterranee è stata riscontrata la presenza di residui nel 19,5% dei punti e nel 18,7% dei campioni. Sono state rinvenute 35 sostanze. Il livello di contaminazione è superiore ai limiti di qualità ambientale in 14 punti delle acque superficiali e in 8 punti delle acque sotterranee. Bisogna tuttavia precisare che alla Regione Emilia-Romagna va riconosciuto uno dei livelli più alti di monitoraggio, fattore che incide sui risultati finali. Anche se è un po’ poco per stare allegri.

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