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di Martino Pinna

Circa 150 anni fa, milioni di italiani lasciarono le proprie case diretti verso l’America, il paese dei sogni, quello delle grandi opportunità. Si partiva col sorriso, ma giunti a destinazione le facce erano cambiate.

C’era chi moriva durante il lungo e per niente comodo viaggio, chi veniva discriminato all’arrivo, a Ellis Island, dove si veniva classificati in base al colore della pelle (e quella degli italiani in alcuni casi non era abbastanza bianca) e ad altri parametri oggi discutibili. Milioni di famiglie italiane si adattarono, facendosi strada tra mille difficoltà, povertà, razzismo e quelli che noi oggi chiameremmo “problemi di integrazione”, in cambio di una speranza che in Italia non avevano trovato. Ma 150 anni dopo cos’è rimasto? Chi sono gli italoamericani di oggi?

italian american country crew
La crew di Italian American Country

Se lo sono chiesti tre reporter, Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri, in un tour di 35 giorni coast-to-coast, percorrendo 10mila chilometri sulle tracce dei discendenti di quelle famiglia partite 150 anni fa. L’obiettivo finale di questo viaggio è produrre un libro e un documentario che raccontino questi lontani cugini italiani, “tra football e bocce, Sangiovese e Coca Zero, padri minatori e figli governatori”. Per farlo è stata lanciata una campagna di crowdfunding attualmente in corso sulla piattaforma Indiegogo. Parliamo del progetto “Italian American Country” con Paolo Battaglia.

Parto da una premessa: il regista Werner Herzog una volta definì gli Usa “il paese più esotico del mondo”.

Gli Stati Uniti che abbiamo attraversato con il nostro viaggio più che esotici li definirei distanti: le smalltown che abbiamo conosciuto e le persone che le abitano sono infatti davvero distanti dal nostro modo di concepire la vita. Per come l’ho compresa, nelle smalltown si vive ancora una vita di frontiera, in cui la consapevolezza che ogni scelta può essere temporanea è unita allo slancio e all’entusiasmo per le nuove sfide. Come direbbero gli americani “a world apart” (un mondo di distanza) dal nostro modo di vivere.

saloon di paradise valley
Il saloon di Paradise Valley

Quali sono le cose più strane e bizzarre che avete sentito/visto in questi 35 giorni sulle tracce degli italo-americani?

Ne cito una che vale per tutte: dopo avere percorso decine di chilometri di nulla in mezzo al deserto del nord Nevada, arriviamo a Paradise Valley e la prima persona a cui ci rivolgiamo per avere indicazioni sugli italiani del luogo è un’anziana signora. Le sue prime parole sono: “Benvenuti alla fine del mondo!”. E Paradise Valley sembra davvero essere alla fine del mondo, o almeno sembra essere la fine di un mondo che sta scomparendo con il suo saloon, gli edifici in legno allineati sull’unica strada del paese e le persone che scrutano l’orizzonte da sotto la visiera dei loro cappelli come se stessero cercando le tracce della prossima carovana di pionieri.

Gli italoamericani cosa pensano dell’Italia di oggi? Che immagine hanno? La stessa che hanno gli altri americani?

Per alcuni, soprattutto tra i più anziani, è un rapporto di amore e odio: amore per la terra dei loro antenati, odio per quella terra che non era stata in grado di offrire loro un futuro. Per la maggior parte degli italo-americani, l’Italia è però un luogo di sogno in cui tornare, a volte per riscoprire le radici della propria famiglia, ma più spesso da semplici turisti. E oggi possiamo dire che l’Italia, per quanto ci possa sembrare strano vivendola, è un “brand” che per tutti gli americani è carico di significati positivi. Una piccola grande rivincita per gli italo americani che dopo essere stati oggetto di discriminazione per decenni si sentono finalmente invidiati per la storia e la tradizione di cui sono eredi.

discendenti di pesactori siciliani in california
Discendenti di pescatori siciliani in California

Quanta Italia è rimasta in loro?

Quasi tutti si rammaricano di non essere in grado di parlare l’italiano che già per la seconda generazione nata negli Stati Uniti era stato quasi completamente dimenticato. Abbiamo trovato molto interessante il fatto che molti degli intervistati ci abbiano citato come esempio positivo quello degli immigrati messicani che pur cercando di integrarsi nel tessuto sociale americano hanno mantenuto la loro tradizione linguistica. Mentre per gli italiani, la storia che ci siamo sentiti raccontare identica in ogni luogo che abbiamo visitato era che per favorire l’inserimento dei figli nati in America, i nostri immigrati impedivano loro di parlare italiano appena varcata la soglia di casa.

modena
Modena, New York

Per il resto, pur mediate e stemperate nelle abitudini americane, restano molto vive alcune tradizioni legate principalmente alla tavola, dalle ricette, all’abitudine a considerare i pasti come momenti fondamentali della vita sociale e famigliare. Per la storia delle nostre comunità, la tradizione di coltivare piccoli orti, di allevare animali da cortile e di essere in grado di produrre salumi, conserve, vino è stata anche fondamentale nella storia; infatti, è stato grazie a queste conoscenze tradizionali che il periodo terribile della Grande Depressione degli anni Trenta ha colpito in modo più blando le comunità italiane che, rispetto alle altre, avevano qualche mezzo di sussistenza in più.

giudice micheal aloi west virginia
Il giudice Michael Aloi, West Virginia

Voi vi siete concentrati su quelli che ce l’hanno fatta, they made it. Ma avete trovato anche le storie di chi invece non ce l’ha fatta?

In realtà non abbiamo parlato solo con quelli che ce l’hanno fatta, ma anche con persone molto normali che sentono però l’orgoglio di essere riusciti a cavarsela nella nuova nazione che aveva accolto i loro antenati. Abbiamo sentito alcune storie di fallimenti, ma anche in quel caso si trattava di storie raccontate con la consapevolezza che chi le aveva vissute aveva avuto la possibilità di tentare, una possibilità che in Italia non avrebbero avuto.

Una vicenda per tutte è quella di uno dei primi abitanti italiani di Lake Village in Arkansas, un ragazzo che proveniva da una famiglia marchigiana di 7 fratelli. Al momento di partire i fratelli avevano estratto a sorte chi sarebbe dovuto andare in America perché tutti erano convinti che il fortunato avrebbe trovato strade lastricate d’oro e avrebbe potuto aiutare anche il resto della famiglia rimasta in Italia.

valdese north carolina
Valdese, North Carolina

La realtà che si trovò ad affrontare era ben diversa perché gli italiani arrivati a Lake Village furono costretti a vivere in semi-schiavitù e a lavorare nelle piantagioni di cotone e anche lui si trovò a dovere sopravvivere per tutta la vita come bracciante, come ci ha detto una nipote: “senza potere risparmiare neanche i pochi dollari del biglietto da restituire ai fratelli rimasti in Italia”, ma nonostante questo non pensò mai di tornare in patria perché sentiva che i suoi sacrifici sarebbero serviti ai suoi figli e ai suoi nipoti che infatti oggi sono proprietari di una buona parte dei campi in cui lavorava il nonno.

lo scultore carrarese giuliano in vermont
Lo scultore carrarese Giuliano in Vermont

Esiste ancora un atteggiamento di intolleranza, se non proprio di razzismo, nei confronti degli italoamericani o ormai è storia passata?

Per fortuna è una storia passata, anche se esistono ancora oggi associazioni nazionali come Unico che tra i propri scopi statutari hanno quello di proteggere le nostre comunità dagli stereotipi che a volte vengono proposti dai mass-media.

Qui il crowdfunding del progetto. E a seguire il video di presentazione: