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di Anna Ferri

Una tradizione che continua da oltre cento anni senza aver perso il suo fascino antico. In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen. Negli anni il laboratorio ha avuto parecchie collaborazioni di grande rilievo: dal regista del Gattopardo Luchino Visconti a Koki Fregni, il maggiore scenografo modenese del ‘900, disegnatore, pittore e costumista che firmò oltre 150 spettacoli di lirica.

Quando Carmen Reali, giovane donna torinese amante dell’arte, entrò per la prima volta nel laboratorio di costumi della famiglia Barbieri di Modena capì che quello era esattamente il suo sogno. Nella città emiliana era arrivata per presentarsi alla famiglia del fidanzato, Mario Barbieri, conosciuto grazie al telegrafo: lei nell’ufficio delle poste di Torino e lui in quello di Vercelli, dove faceva il militare, avevano parlato per mesi finché Mario non prese il coraggio a quattro mani e le chiese di uscire. Un appuntamento al buio un po’ come succede oggi con le chat su internet. Era il 1940. L’anno dopo erano sposati. Carmen certe passioni le aveva nel sangue: sua madre, Emilia Blan, faceva i busti a mano e la bisnonna era stata alla corte dei Savoia, quando erano a Roma, e con loro si era poi trasferita a Torino.

I nonni di Barbara

“Mia nonna era eccentrica – racconta Barbara Casalgrandi, che ora gestisce il laboratorio di costumi – era nata nel 1914 e voleva fare a tutti i costi l’istituto d’arte. Una scelta azzardata per quei tempi e infatti i suoi genitori glielo impedirono perché avrebbe dovuto disegnare dei nudi”. Appassionata di arte, cucito e ricamo, durante la sua vita confezionò centinaia a centinaia di costumi rendendo il laboratorio della famiglia Barbieri talmente prestigioso da attirare mostri sacri come il regista Luchino Visconti, quello del Gattopardo tanto per capirci, che proprio lì prese alcuni abiti quando, arrivato a Modena per dirigere lo spettacolo teatrale il “Duca d’Alba”, si rese conto che la sartoria romana alla quale si affidava di solito non aveva confezionato abbastanza costumi e così gli fu consigliato il laboratorio di Carmen Reali. A Visconti – scrivono sui giornali dell’epoca – “era bastato il linguaggio della signora per giudicarla costumista di grande valore”.

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A dire il vero, il laboratorio non nasce con la famiglia Barbieri. La storia della bottega di via della Vite, in pieno centro, inizia nei primi del Novecento con Silvio Galli, un personaggio abbastanza noto in città perché, oltre al noleggio dei costumi, aveva una compagnia teatrale, dove faceva pure l’attore e una scuola di danza. Silvio Galli non aveva figli e così quando morì lasciò il noleggio di costumi a Oreste Rubbiani, di cui era padrino. Oreste poi sposò una maestra di nome Marta Barbieri, che negli anni Venti e Trenta del Novecento era molto famosa perché insegnava alle Polle, sull’Appennino modenese a circa cinquanta chilometri dalla città, e ogni anno partiva a piedi all’inizio della scuola per raggiungere la sua classe e tornava prima dell’estate. Marta aveva due sorelle e un fratello, che era appunto quel Mario Barbieri che poi sposò Carmen Reali di Torino.

Siamo negli anni Quaranta: Carmen arriva a Modena e chiede di collaborare con il laboratorio di costumi. Da Torino inizia a mandare dei cappelli creati da lei, gli anni passano e dà alla luce due bambine. A quel punto tutta la famiglia si trasferisce a Modena, dove sia lei che il marito Mario iniziano a lavorare alle locali poste. Il lavoro d’ufficio dura poco perché un bel giorno Carmen decide che vuole seguire la sua passione per i vistiti e l’arte e allestisce il laboratorio nell’appartamento doveva viveva con il marito e le figlie, che è poi quello dove ora vive la nipote Barbara: “Allora era più facile perché c’era meno burocrazia. Mia madre e mia zia hanno sempre odiato i costumi perché si trovavano i clienti anche in bagno. Mia nonna piano piano ampliò il laboratorio e comprò l’appartamento di una cugina, al piano di sopra, dove negli anni Settanta è stata trasferita la bottega. Da lì incominciò a confezionare abiti su abiti, soprattutto d’epoca”.

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Oggi il laboratorio, che è stato trasferito vicinissimo alla prima sede, in via Ruggera, conta circa mille abiti, la maggior parte sono pezzi unici creati proprio da Carmen. Negli anni furono parecchie le collaborazioni: da Luchino Visconti a Koki Fregni che firmò oltre 150 spettacoli di lirica e infine Carmen Reali fu anche protagonista di un’importante mostra in Giappone, dove andò lei stessa tornando a casa con un kimono che ancora oggi spicca nella collezione di abiti insieme ad un altro, nero e decorato, confezionato da lei.

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(Scusa e buona lettura)

Barbara iniziò a frequentare il laboratorio già da bambina, quando faceva da modella per la nonna. Da ragazza iniziò a lavorarci part time e infine, dopo la morte di Carmen il 30 dicembre 2003, ne prese in mano la gestione: “Mia madre e mia zia mi chiesero se volevo continuare. Io dissi di sì. A quel punto ci trasferimmo in via Ruggera 13, dove siamo ancora oggi”. Con lei lavora il marito Luca e insieme portano avanti una tradizione di famiglia. “Non ho mai indossato dei costumi in vita mia – racconta Barbara – ma amo vestire gli altri. E’ un lavoro faticoso e divertente: tutti i clienti strani li abbiamo noi. A volte ci sono situazioni esilaranti: a carnevale hai diversi clienti di cui non conosci il nome e li chiami in base ai costumi, per esempio Biancaneve come va? Oppure Il gladiatore è a posto? e a quel punto tutti scoppiano a ridere. E’ un lavoro bello e creativo, ci divertiamo a mischiare costumi e creare nuovi personaggi”.

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Mentre siamo nel laboratorio incantati dai costumi che ricoprono le pareti e riempiono le stanze squilla ancora una volta il telefono e Barbara risponde: dall’altra parte del filo c’è qualcuno che insiste dicendo che conosce perfettamente la taglia che serve e sentiamo Barbara con una calma esemplare rispondere che no, non è come andare in un negozio e il costume va provato e nel caso modificato. La conversazione dure alcuni minuti e noi ci fermiamo a pensare che in effetti non deve essere facilissimo. Quando attacca la cornetta c’è uno sguardo di intesa e lei ci spiega che “da qui passano dal ragazzino di 15 anni alla signora della Modena bene che vuole il costume a misura perché veniva quarant’anni fa quando c’era mia nonna”. Viene da chiedersi come siano cambiate le richieste, da quando c’era Carmen a governare quel piccolo regno, fino a oggi. A quanto pare, negli anni Settata e Ottanta l’epoca che andava per la maggiore era l’Ottocento, lo stile di Rossella O’Hara di “ Via col vento”. Poi sono arrivate le rievocazioni storiche, la prima a Castelvetro e poi a Mirandola, nella provincia modenese, negli anni Settanta, e poi a Modena negli anni Ottanta e Novanta, che portarono con sé il vento del rinascimento e Carmen si adeguò cucendo costumi adeguati.

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Per il carnevale di Venezia invece è il Settecento ad andare per la maggiore. Per chi se lo chiedesse come abbiamo fatto noi, sì, ci sono persone che si prendono su un week end solo per indossare un costume da favola in piazza San Marco. Per quanto riguarda il carnevale, invece, Barbara ci tiene a sottolineare che qui non si seguono le mode: “Se avessimo avuto un costume da Peppa Pig per adulti lo avremmo noleggiato almeno 20 volte. Però non è la nostra filosofia. Noi abbiamo abiti dai romani agli anni Cinquanta. In mezzo ci sono Biancaneve, maghi, fate, principesse e nani”. Poi ci sono gli evergreen, come lo smoking, che per un uomo va sempre di moda e infatti fioccano le prenotazioni per le cene e le feste eleganti organizzate dalle grandi aziende. Per le donne invece il discorso cambia, perché appunto esistono le varie tendenze. Nel laboratorio si trovano abiti lunghi neri molto classici oppure i charleston anni Venti, che ancora vanno a ruba. Per quanto però non si voglia seguire la moda, è la moda che segue noi: allora scopriamo che, per esempio, negli ultimi anni Pierrot ha visto crollare le sue quotazioni perché considerato troppo triste, mentre Arlecchino, che da tempo sembrava aver perso il suo fascino, ha riscoperto una seconda giovinezza. Un must sembra essere anche il vestito da bagnante dell’Ottocento, quel pigiamone a righe bianche e rosse arricchito da una paglietta – che poi è un cappello – che ricorda le vignette umoristiche o le barzellette.

Sarebbe sbagliato pensare che noleggiare un abito sia una semplice transazione, perché in realtà racchiude molto di più: quell’abito, nella maggior parte dei casi, significa realizzare un sogno. Barbara ammette che “in questo lavoro c’è anche tanta psicologia, perché spesso c’è un sogno ma li clienti non te lo dicono e allora sei tu che devi capire e aiutarli. Dopo ore e ore di prove si riesce a trovare il costume giusto che li rende felici. A quel punto si prendono le misure e facciamo le modifiche del caso in base alla taglia, che ovviamente non può essere molto distante da quella dell’abito. Il cliente viene a ritirarlo e poi lo può tenere quattro giorni”. Prima di andare via chiediamo se la crisi economica è arrivata fin qui, tra le parrucche e le calze colorate, tra gli specchi d’epoca e le gonne che si gonfiano tra pizzi e pieghe. “La verità – risponde Barbara – è che non c’è più la tradizione che c’era una volta, quella dei veglioni di carnevale dove tutti, ma proprio tutti, si mascheravano. Ora il lavoro è spalmato su tanti mesi invece che concentrato su pochi momenti. La voglia di travestirsi c’è sempre e per questo ci si inventano feste ed eventi. Ne affittiamo molti per le lauree, ad esempio, cosa che qualche anno fa era impensabile. Non ci sono più canoni definiti: una volta andavano le befane, adesso al loro posto ci sono i Re Magi”. E Babbo Natale, chiediamo con una voce che tradisce un po’ di ansia. “Babbo Natale? – risponde Barbara sorridendo – Lui resiste ancora”.

Anna Ferri