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C’è chi lancia un programma di dating per pet lovers e chi da vent’anni insegna a cani e padroni a lavorare insieme. Ci sono le gattare, che danno da mangiare al loro bisogno di libertà. E persone disabili che trovano nell’equitazione una terapia d’amore. Storie di uomini e animali, al di là dei luoghi comuni.

Di Eva Ferri, Mattia Rossi, Davide Mantovani

VIDEO / Bau!


E’ possibile tramutare una passione in un lavoro? Tre ragazze ci provano con una startup. Poco lontano, Giuseppe e gli altri si preparano a salvare delle vite per il puro gusto di farlo. Cosa li accomuna? Bau! Bau! Bau!…..

REPORTAGE/ Memorie di una gattara

“Boia d’un mondo ladro, qui le gatte stanno partorendo. Dovete fare qualcosa”. A tuonare dall’altra parte del telefono era il signor Rovatti, 81 anni, che da diversi giorni ci chiamava senza sosta all’associazione protezione del gatto. Era una mattina di maggio.
Inutile spiegargli che la primavera non era scoppiata solo a casa sua, facendo scattare con precisione svizzera l’orologio biologico: nelle verdi distese della Bassa Padana i gatti selvatici stavano proliferando ovunque. Dagli anfratti in cui avevano trascorso l’inverno – case abbandonate, fienili, sfasciacarrozze, officine, canteri, cimiteri, mense aziendali, locali caldaia e persino case di riposo – spuntavano come funghi e si moltiplicavano.
E così, coloro che all’inizio dell’inverno si erano inteneriti alla vista di queste creature smagrite e arruffate, iniziando a dar loro da mangiare, si rendevano improvvisamente conto che da lì a poco si sarebbero trovati a dover sfamare un esercito. Combattuti tra il sentirsi responsabili per quegli animali e il desiderio di farli sparire per sempre, chiamavano allarmati perché qualcuno facesse qualcosa, senza sapere cosa.

Trottolino amoroso

C’è chi dice che il gatto si affeziona alla casa e non al padrone. Come tutti i luoghi comuni è una mezza verità. A differenza dei cani e dei lupi, i felini non hanno l’esigenza di trovare il proprio spazio in una gerarchia. Se ne infischiano i gatti, dei ruoli e delle autorità, di proteggere e di essere protetti. E’ l’ambiente in cui vivono – a prescindere che si tratti di un appartamento o di una discarica – il riferimento fondamentale. E’ per loro un centro, non solo esteriore, da cui partire per esplorare il mondo e in cui tornare, quando vogliono, per nutrirsi e riposare. Vagando per traiettorie solo apparentemente casuali, possono spingersi lontano chilometri, passo dopo passo. Ma, se li si prende e li si porta via – in un trasportino, o peggio, al guinzaglio – soffrono. Arrivati a destinazione si appiattiscono al suolo, immobili, con le orecchie basse e lo sguardo avvilito, in cerca di un nascondiglio dove resteranno a lungo, prima di ritrovare un equilibrio – fatto di odori e di forme – che gli dia la forza di uscire e riiniziare tutto da capo. Allontanarli dal loro territorio è forse il torto peggiore che si possa fare a queste creature ed è evidente che in questi casi la presenza del padrone non compensa in alcun modo l’improvvisa perdita del loro regno. Questo non significa che non amino vivere in compagnia, con i propri simili e con altri animali, tra cui l’uomo. Conoscono bene i vantaggi del vivere insieme. Vantaggi materiali, certo, come il procurarsi cibo, l’avere un riparo e il potersi accoppiare, per procreare. Ma anche il piacere di scambiarsi effusioni, dormire vicini e giocare, quando ne hanno voglia.
Un’altra convinzione piuttosto diffusa nei confronti dei gatti è che non possano essere educati. Un gatto fa tendenzialmente quello che gli pare, quando gli pare, senza curarsi del giudizio di nessuno. Per questo c’è chi ritiene che sia meglio adottare un cane, “perché il gatto – dicono – dà poca soddisfazione”. Senza dubbio questi animali non sanno cosa sia l’obbiedienza, non è contemplata. Li si può punire o premiare e con ogni probabilità questo gli farà capire quali comportamenti sono graditi e quali no. Ma non per questo si adegueranno, facendo ciò che il padrone si aspetta, per avere la sua approvazione. Non basta il metodo del bastone e della carota per educare un gatto, serve una specie di alchimia.
C’è una fase molto importante, nello sviluppo di tutti i cuccioli: si chiama finestra di socializzazione. In questo periodo il cucciolo apprende, attraverso la madre, tutto ciò che sarà fondamentale per il resto della vita. Se un gatto adulto entra in un rapporto di empatia con il padrone – tale da rievocare in lui le sensazioni del contatto con la mamma nei primi mesi di vita – la finestra di socializzazione si riapre e, in questo stato di grazia, il gatto può imparare cose nuove. Per lo stesso principio tuttavia, se in queste prime settimane il gattino non ha contatti con gli esseri umani, diventerà selvatico e sarà destinato a vivere senza casa né padrone.
Una colonia felina è un gruppo di gatti che vivono liberi e la legge vieta a chiunque di maltrattarli o allontanarli dal loro habitat. Non importa se il luogo che hanno scelto sia pubblico o privato, in campagna o in città, edificato oppure no: lì hanno trovato condizioni adatte al loro vivere e lì hanno diritto di stare e di essere lasciati in pace. Quasi sempre, dicevamo, si tratta di animali selvatici, la cui propensione al contatto con l’uomo è legata esclusivamente alla possibilità di ricevere cibo e difficilmente supera la distanza di un metro e mezzo.
Una colonia felina si forma perché qualcuno si accorge della presenza di queste piccole belve e inizia a dar loro da mangiare. Accade negli angoli dei cortili, sul retro delle aziende, nel tragitto casa lavoro, sul marciapiede di fianco al supermercato, sulla ciclabile dietro casa. Diventa un appuntamento, talvolta un pensiero fisso, un legame. Niente li obbliga ad andare, se non il fatto che i gatti li stanno aspettando, pronti a corrergli incontro.

Nella tana delle tigri

Rovatti abitava appena fuori Modena, in località San Matteo, in una casa colonica a ridosso dell’argine; all’ingresso si vedono ancora due colonne di cemento rosse. Credo avesse sempre vissuto lì, con la famiglia, coltivando la terra; poi era rimasto solo. La moglie era morta, i figli se n’erano andati lontano e la casa era stata ristrutturata e smembrata in parti più piccole che erano state vendute. A lui era spettato un appartamentino a pian terreno. E’ lì che lo trovai quella mattina di primavera, seduto ad aspettare davanti alla porta di casa. Mi indicò subito il maschio dominante, con il corpo smilzo e le guance possenti, che si aggirava come un pirata in cerca di femmine da montare e rivali da sfidare, marcando il territorio con schizzi di urina resa acre dal testosterone. C’erano un paio di femmine in amore, che si muovevano sinuose strusciandosi dappertutto, rotolandosi beate e sollevando il posteriore. “Ce ne sono altre che sono gravide – mi aveva spiegato Rovatti – e altre ancora che hanno già partorito, ma è difficile vederle”. Le mamme gatte scrutavano il mondo dalla sommità del fienile con gli occhi sbarrati e scendevano furtive solo per mangiare. Nessun nuovo accoppiamento finchè i gattini non fossero svezzati. E’ per questo che talvolta i gatti maschi, non sapendo aspettare, uccidono la prole. Poco dopo ne vidi passare una, rincorsa da quattro maschi alla conquista. Saltò su un albero da frutto, gonfiando il pelo e soffiando inviperita. I maschi, da terra, l’avevano accerchiata: l’aspettavano al varco lanciando grida di amore e di guerra. Il signor Rovatti andò a smarrirli, bestemmiando fragorosamente. Era impressionante il contrasto, tra la potenza della sua voce e la fragilità della sua andatura. Doveva essere stato un uomo molto forte, un tempo.
“Ecco signorina! – sbraitò orgoglioso estrendo da un frigorifero deserto e bisunto un enorme bolo di carne cruda avvolto nel chellophane – Mangiano meglio che al ristorante!”. Scartò l’ammasso di carne e, ridendo di gusto, lo lanciò in mezzo al cortile. I gatti accorsero come saette – ne contai ventidue – a cibarsi di quel tripudio di frattaglie spappolate al suolo. Aveva fatto un accordo con il suo macellaio: conservava per lui gli scarti della carne e glieli vendeva già impacchettati a un prezzo davvero onesto. Così lui poteva congelarli.
C’era un grosso lavoro da fare: gli adulti dovevano essere sterilizzati e i cuccioli addomesticati, prima che fosse troppo tardi, per essere dati in adozione. Se fosse rimasta anche una sola gatta fertile, nel giro di qualche mese la situazione a Rovatti sarebbe tornata punto e a capo. Ogni femmina mette al mondo una media potenziale di dieci cuccioli l’anno, ciascuno dei quali la primavera successiva inizierà a sua volta a riprodursi allo stesso ritmo. In pratica, a conti fatti, basta la presenza di una sola madre per generare nel giro di un anno e mezzo una colonia felina di oltre venti esemplari.
“Posso offrirle qualcosa, signorina?”, mi chiese Rovatti verso le dieci e mezza; adesso che aveva sfamato i gatti toccava a me. Gli risposi che prendevo volentieri un caffè ma a queste parole il vecchio Rovatti si fece improvvisamente buio. Abbassò lo sguardo e con la mano destra sollevò la sinistra, mostrandomi che era inerte. “Vede signorina – mi spiegò – qualche tempo fa ho avuto una cosa, non ho capito bene cosa, mi hanno fatto tante visite. Questa mano non funziona più come prima: non riesco a chiudere la caffettiera”. Aveva avuto un’ischemia, o qualosa del genere, che gli aveva in parte tolto l’uso della mano sinistra.

L’odore della solitudine

In ogni sopralluogo arrivava quel momento, in cui mi trovavo, mio malgrado, ad addentrarmi in spazi privati altrui e si presentava quella sensazione di violazione e di pericolo che mi portava a chiedermi: “Cosa ci faccio qui?”.
Mi venne in mente quella volta in cui ero stata a casa della signora Nives, una gattara del centro storico. Dopo il sopralluogo aveva insistito per invitarmi a casa sua, voleva farmi conoscere sua figlia. Nella stanza c’era poca luce; c’erano ovunque oggetti sparsi e impolverati, che davano l’idea di essere lì da tempo immemorabile – una specie di caos immobile – e c’erano due potrone sfondate, avvolte da un soffocante alone di polvere, misto a cappa di sigaretta. Su una di queste potrone c’era una persona sui quarant’anni, scheletrica, che fumava con lo sguardo assorto nel nulla. Sembrava un uomo minuscolo, ma era la figlia della signora Nives. Indossava pantaloni da uomo grigi di infinite taglie in più, tenuti su da una cintura a cui erano stati fatti troppi buchi extra. Mi guardai intorno cercando un modo rapido ed indolore per uscire da lì e incontrai lo sguardo della madre anziana, che si sforzava di sorridere.
Attraversai il corridoio di casa Rovatti ed entrai in bagno, per riempire la caldaia della moka. Anche qui c’era penombra, le piastrelle erano piccoli rettangoli rosa e riconobbi quell’odore: una mescolanza variabile di ristagno e di miseria. Buttai l’occhio al lavandino incrostato, privo di effetti personali e al rubinetto che sgocciolava sconsolato, nostante l’avessi richiuso. E decisi per quel giorno poteva bastare.

I trucchi del mestiere

Tornai molte volte dal signor Rovatti. Avevo portato la trappola per catturare i gatti. Si tratta di gabbie metalliche, lunghe e strette; su un lato c’è un’apertura “a ghigliottina” collegata ad un semplice congegno meccanico a cui è fissata una corda di spago. Sul fondo di questo cul-de-sac, all’estremità opposta, viene posizionata un’esca di cibo. Una volta che il gatto si è addentrato si tira la corda che fa scattare l’innesco e così il varco gli si chiude alle spalle, con un tonfo secco. Quando accade i gatti hanno violente reazioni di panico: sbattono in modo convulso contro le pareti della gabbia, come palline del flipper, fino a farsi sanguinare. Per evitarlo è sufficiente premunirsi di un telo da lanciare sulla gabbia al momento della chiusura: in questo modo restano istintivamente immobili. Non è assolutamente automatico che i gatti entrino in trappola, all’inizio sono molto diffidenti. La gabbia va posizionata, scarica, nel punto in cui sono abituati a mangiare e il cibo deve essere dato all’interno per diversi giorni, in modo che gradualmente diventi per loro parte integrante dell’habitat.
Avevo appena spostato faticosamente una gatta dalla trappola al trasportino, nel cortile di Rovatti, quando lo sentii urlare angosciato e lo vidi avvicinarsi in fretta. Con gli occhi lucidi mi porse un gattino di meno di tre mesi, agonizzante, disteso sul palmo delle mani. Mettendo in ordine degli attrezzi, vicino al fienile, aveva visto questa pelliccetta rossa buttata come uno straccio a lato del vialetto. Il vicino di casa doveva averlo schiacciato mentre usciva con l’auto. La parte posteriore del corpo era come morta. Mentre stavo per avvertire la veterinaria che arrivavo con un’urgenza, il telefono squillò.

Il gatto e la volpe

Era la signora Seidenari, gattara storica di Modena. Pochi giorni prima ero stata nella sua colonia, nel quartiere Sacca. Portava da mangiare da tempo immemorabile ad un gruppo di gatti selvatici in una casa diroccata, nel bel mezzo di una zona residenziale. Il rudere era circondato da quello che una volta doveva essere un giardino e che oggi era un coecervo spettrale di cose vecchie, avviluppate dalla vegetazione incolta. Su tutti i lati della recinzione arrugginita c’erano cartelli di pericolo che vietavano l’ingresso. La signora Seidenari aveva divelto un pezzo di rete e aveva messo in croce il marito perché fabbricasse un aggeggio sgangherato, con un lucchetto, per consentire a lei e ai gatti di entrare e uscire liberamente, ostacolando l’accesso di cani e di altre persone. A fronte dei continui esposti presentati dagli abitanti del quartiere, a causa del degrado, al proprietario dell’edificio era stato intimato di risolvere il problema e questo, per tutta risposta, l’aveva messo in vendita. Ovviamente nessuno si era fatto avanti; l’unica a prendere sul serio la cosa era stata la signora Seidenari, che da allora viveva nell’angoscia che da un momento all’altro i gatti venissero sfrattati. Non ci dormiva la notte. Quando arrivai sul posto era già lì, in compagnia di un’altra gattara: armeggiavano indaffarate tra i ferri vecchi, spargendo spropositate quantità di cibo per gatti in tutti gli angoli. Appena mi videro smisero di colpo tutte le attività ed iniziarono a lamentarsi come prefiche, perché i gatti erano in pericolo e perché non avevano abbastanza cibo per nutrirli. “Abbiamo la pensione minima noi – insistevano – ci dovete aiutare, ci dovete dare le scatolette”.
La signora Seidenari era sorda – diceva – e la sua socia era praticamente cieca. Peccato che le rispettive presunte disabilità si palesavano, come l’asso di briscola, ogni qual volta conveniva loro non sentire ragioni. Chiedevano, ad esempio, che qualcuno andasse a catturare i gatti, per sterilizzarli, ma poco prima dell’appuntamento andavano di nascosto a dar loro da mangiare, sapendo che, non essendo affamati, gli animali si sarebbero ben guardati dall’entrare in trappola.
Esasperata, risposi al telefono. “Quando me le porti le scatolette?”, esordì, senza nemmeno salutare. Provai a spiegarle che era un brutto momento, che avevo un cucciolo morente tra le mani e dovevo portarlo subito dal veterinario. Confidavo che, amando i gatti, almeno stavolta, avrebbe lasciato perdere. Mi sbagliavo; andò avanti a parlare, ignorando la mia voce. Urlai con tutta la forza che avevo, che non potevo aiutarla, oggi, domani, mai più. Ci fu un lungo attimo di silenzio. Poi riattaccò, senza dire nulla.

Morale della favola

La storia del rapporto tra l’uomo e gli altri animali si perde nella notte dei tempi. Non c’è momento storico in cui questa relazione non sia stata in qualche modo significativa. Anche oggi che, in teoria, degli animali non ci sarebbe più alcun bisogno – se non per scopi alimentari – sempre di più le persone ricercano la compagnia di queste creature e danno ad esse un valore quasi al pari di un componente della famiglia. Certo, questo deriva dal fatto che certe bestie hanno imparato a vivere con l’uomo, che le ha addomesticate, perché per entrambe le parti questa alleanza è risultata vincente dal punto di vista evolutivo. Ma non è solo questo: l’avvalersi degli animali per scopi di utilità, legati al lavoro e alla necessità di difendersi, non è altro che il risvolto materiale di un’inclinazione atavica. Da sempre l’uomo, che è un animale giudicante, ha la possibilità di rispecchiarsi nelle altre bestie per guardare da fuori le proprie qualità più viscerali. Si pensi ad esempio agli antichi bestiari medioevali, in cui le diverse specie incarnavano i vizi e le virtù umane; o ancora prima, le favole. Attraverso questi racconti simbolici, popolati da animali pensanti e parlanti, i bambini di tutte le epoche hanno imparato a riconoscere aspetti e dinamiche che sono alla base dell’esistenza umana.
Molte volte nella mia carriera di gattara mi sono chiesta cosa spinga le persone a prendersi cura dei gatti selvatici. E soprattuto perché dietro una colonia felina problematica ci sia così spesso un essere umano che fa fatica a relazionarsi con suoi simili. E l’unica risposta che mi sono data è che ci sono persone in cui la spinta all’autonomia è talmente forte da renderle sole e in alcuni casi vedono in queste creature, libere dalla paura del giudizio e dal desiderio di potere, un proprio corrispettivo più felice.

Eva Ferri

FOTO / Love Therapy

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Il primo a riconoscere i benefici della compagnia degli animali fu lo psichiatra infantile Boris Levinston; era il 1960 e le sue teoria divennero ben presto realtà. Foto di Davide Mantovani VAI ALLA GALLERY