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“Per chi si prostituisce, il cliente non è che l’altra parte di una transazione e quello che si vende non è il proprio corpo – quello è lo strumento di lavoro – ma un servizio. Il cliente che non paga o maltratta non è nemmeno considerato tale, è un criminale; allo stesso modo il “cliente salvatore” o, peggio, quello che si innamora, è un problema. Per chi lavora nel mercato del sesso il cliente è uno solo, quello che paga l’accesso a una relazione professionale: ci sono quelli squallidi e quelli con cui ci si trova bene, come in tutti i mestieri”.

A ribaltare i luoghi comuni coi quali siamo abituati a considerare il “mestiere più antico del mondo”, ci ha pensato il documentarista e antropologo Nicola Mai col suo docu-film “Normal”. 48 minuti per raccontare sei storie, sei sfaccettature di uno stesso controverso spaccato di vita: donne vittime di tratta, costrette a prostituirsi con la violenza e con l’inganno e altre che invece scelgono di farlo in proprio, per soldi. Giovani uomini etero che per mestiere vendono sesso “ai froci”, ma fanno solo “gli attivi”. Papponi: quelli che trattano bene la loro “socia”, onde evitare che li metta nei guai in futuro, e quelli che invece reclutano studentesse da avviare a tradimento nel giro della prostituzione. Transgender richiestissimi sul mercato del sesso, che con “l’uccello” ci mantengono i genitori anziani.

“Ho raccolto le testimonianze di persone che vivono sulla propria pelle la realtà della prostituzione – spiega l’autore – per raccontare questo mondo nella sua complessità, con le sue contraddizioni e al di là dei luoghi comuni. Quando si trattano certi argomenti – continua – si entra in un campo minato: la condanna sociale nei confronti della prostituzione è un marchio devastante, quasi peggio dell’omofobia. La persona si vergogna e la telecamera è come un faro accecante. Da qui la necessità di ricorrere alla fiction: le testimonianze raccolte nel film sono interpretate da attori, per proteggere l’identità dei protagonisti, ma anche per mantenere una posizione critica di distacco emotivo”.

Dopo Londra, Copenhagen e New York, “Normal” è arrivato anche a Modena, proiettato in una delle “zone calde” della città, quella del Tempio, in cui sempre di più i residenti protestano alla vista di prostitute in strada e chiedono sdegnati l’intervento delle autorità. E “normalizzare” il fenomeno risulta un concetto indigesto alla platea. Perché accettare la messa in discussione della propria ben radicata idea della prostituzione come piaga sociale su cui intervenire lancia in resta, per salvare donne e uomini automaticamente “vittime di abusi”, sarebbe una rivoluzione copernicana. Un mettere a nudo delle convinzioni talmente radicate da essere parte integrante dell’identità personale. Dei singoli e di un’intera città, a Modena come altrove.

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Mai, che vive a Londra da 17 anni ma è nato a Modena, non si stupisce: “Un documentario si può fare in tanti modi, dipende da chi te lo commissiona: ci sono i militanti pro sex work che lottano per i diritti della categoria, le ONG che vogliono sensibilizzare e i governi che vogliono spendere il tema per fare campagna elettorale. Questa non è né una storia di ‘puttane felici, né un dramma ideologico, ma un tentativo onesto di raccontare un pezzo di realtà per quello che è, dando voce a chi lo vive sulla propria pelle”.

Intanto “non è vero che tutte le persone che si prostituiscono sono costrette – spiega Mai –, anzi, la maggior parte lo fa per scelta”. L’85% sono migranti: arrivano in cerca di quel benessere materiale che si vede alla tv, nella pubblicità, e trovando una realtà radicalmente diversa. Vedono nella prostituzione una chance. Alcuni lo fanno per avere soldi facili, altri per sfamare la famiglia; le motivazioni sono completamente diverse, ma sempre di scelta si tratta. Molte prostitute sono in un giro di sfruttamento: hanno un pappone con cui spartiscono i ricavi al 50% in cambio di protezione; è un contratto di reciproca collaborazione.

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“Il fatto è – osserva – che viviamo in un mondo in cui la vita è mercificata, sotto tutti i punti di vista. Siamo tutti fragili e sfruttati. La prostituzione è legata al diritto del lavoro e all’immigrazione, che sono temi caldi per la politica; in questo contesto la retorica della tratta ha una grande risonanza e si presta molto facilmente a strumentalizzazioni, perché serve a farci notare che c’è comunque qualcuno più sfruttato di noi”.

Cosa fare dunque della prostituzione? Nonostante si tratti del ‘mestiere più vecchio del mondo’, c’è chi pensa di poterlo eliminare attraverso politiche di proibizionismo, come sta accadendo in Francia e in Svezia: le prostitute vengono viste come vittime da salvare e gli interventi passano per la criminalizzazione dei clienti. “Visto che a cercare sesso a pagamento sono quasi esclusivamente gli uomini – spiega Mai – la causa del problema viene individuata nella sessualità maschile, predatoria e patriarcale. Di principio sarebbe giusto cambiare questo approccio – che incide in tutti i settori della società, non solo nella prostituzione – ma nella pratica l’unico risultato è che le prostitute sono esposte a molti più rischi: il tutto avviene comunque, ma in modo più nascosto e di conseguenza pericoloso”.

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Anche la regolamentazione, a quanto pare, non è la risposta: “basta guardare a quello che è avvenuto in Olanda e in Inghilterra, in cui queste politiche non hanno fatto altro che rendere ancora più dura la segmentazione sociale. Considerando che l’85% delle persone che battono in strada sono immigrati clandestini, un intervento di questo tipo rischia di tradursi in un modo per prenderli e mandarli tutti a casa. L’unica cosa da fare – continua Mai – sarebbe chiedere il parere delle prostitute. E quello che dicono, quando glielo si chiede, è ‘niente’, semplicemente decriminalizzare la prostituzione, perché qualunque legge o provvedimento o lotta al fenomeno finisce inevitabilmente per criminalizzare le prostitute e aggravare la loro situazione”.

Eva Ferri

Foto di Davide Mantovani