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Il più feroce tra tutti gli animali è l’uomo. Capace di trasformarsi in crudele predatore, è l’unico essere vivente a lasciarsi andare alle più efferate violenze per puro piacere. Esiste un legame – un link – tra le violenze su animali compiute soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza e successivi comportamenti criminali. In Italia, chi ha capito più e meglio questa stretta connessione che nei paesi anglosassoni è oggetto di rigorosi studi scientifici, è la malavita organizzata. Che utilizza la violenza su animali come palestra d’addestramento per i propri adepti.

di Eva Ferri, Davide Lombardi, Davide Mantovani

VIDEO / The link – Viaggio nell’incubo

Un lungo viaggio in macchina per intervistare una donna sotto protezione, vittima della violenza dell’ex marito, diventa l’occasione per una discesa negli inferi del legame tra la crudeltà di ogni tipo nei confronti di animali e i comportamenti altrettanto violenti compiuti nei confronti degli essere umani.

REPORTAGE / Il capro espiatorio

Lo chiamano link, legame. Quel filo rosso che collega un bambino che maltratta gli animali e un uomo che picchia la moglie. Sottile, quasi invisibile ma reale. “Esiste uno strettissimo collegamento tra crudeltà sugli animali e crimine, in particolare il crimine violento – spiega Francesca Sorcinelli, educatrice specializzata in ecopsicologia e zooantropologia e fondatrice dell’associazione Link Italia – tant’è che si parla di link”. Legame, appunto. Qui non si tratta di teorie animaliste o chiacchiere da bar, ma della ricerca scientifica sviluppata nei paesi anglosassoni a partire dagli anni ’60. Nell’intento di comprendere le cause dello sviluppo di personalità devianti, gli studiosi – criminologi, psicologi e psichiatri – si sono puntualmente imbattuti in questa variabile. Attraverso una sconfinata serie di studi retrospettivi, molti dei quali condotti dall’FBI, è stato verificato che la maggior parte degli autori di crimini violenti – omicidi, serial killer e sex offender – ha iniziato commettendo atti di crudeltà nei confronti di animali nell’infanzia o nell’adolescenza. La dinamica si ripete sempre uguale, come un disco rotto: in un contesto famigliare fatto di privazioni e abusi, il minore, saturo di sofferenza, inizia a riversare all’esterno la violenza subita e lo fa infierendo su un animale. Questo atto, ripetuto nel tempo e non arginato da risposte educative o freni interiori, va sofisticandosi in parallelo al processo di crescita e involve in comportamenti via via sempre più gravi, fino a sfociare in crimini violenti contro le persone.

“Il maltrattamento di animali, come la piromania e il vandalismo, – spiega Francesca – fa parte dei sintomi del Disturbo della Condotta codificati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’International Classification of Mental and Behavioural Disorder (ICD-10). Questi comportamenti – continua – oltre a essere segnali di una possibile situazione critica in cui il minore sta subendo violenze e abusi, sono considerati il primo step potenziale di un’escalation che può condurre nell’età adulta a comportamenti antisociali o criminali come rapine, borseggi, stalking, violenze sessuali e omicidi”.
La consapevolezza che “la crudeltà sugli animali è tirocinio di crudeltà verso gli uomini”, espressa fin dall’antichità da poeti e filosofi come Ovidio, Pitagora, Platone, Leonardo Da Vinci, Rousseau e Kant, acquisisce dunque la dignità di evidenza scientifica: “Gli atti di violenza sugli animali non devono essere considerati come fenomeni isolati ma come anelli predittivi di un ciclo di violenza che va ben oltre”.

Il peccato originale

La ricerca di affetto e approvazione dai propri simili è alla base dell’esistenza umana; la soddisfazione di questo bisogno – comune in realtà a tutti i mammiferi – è garantita in natura dall’epimelesi: quella spinta ancestrale che porta i genitori a prendersi cura del cucciolo. La durata di questo periodo varia da specie a specie: nel cane e nel gatto – ad esempio – si esaurisce in pochi mesi; mentre nell’essere umano, il più complesso e sociale degli animali, assume tempi record. Non a caso quindi – secondo gli etologi – la natura ha dotato la specie umana di un istinto di cura senza eguali, talmente forte da spingere i genitori a dedicarsi alla prole per diversi anni. Sentendosi amato e accettato dai genitori e apprendendo da essi modelli di comportamento sani, il bambino prova soddisfazione e acquisisce sicurezza e fiducia nelle relazioni con il mondo esterno. Se tuttavia ciò non accade, questo prezioso equilibrio naturale – capace di garantire il benessere del singolo e delle comunità – rischia di spezzarsi: in questo casi, secondo alcuni studi psicologici condotti negli USA, la frustrazione può portare il bambino a trasferire il risentimento e la collera che sente per i genitori su altre creature più deboli – non di rado un animale – per rivendicare, seppure in modo distorto, la propria dignità.

Non a caso “è stato riscontrato – spiega Francesca – che si infierisce sempre su animale abbastanza piccolo da rendere possibile il successo dell’azione, ma abbastanza grande da soddisfare l’impulso sadico. Le dimensioni sono proporzionate all’età del carnefice: anche maltrattamenti su piccoli animali, fatti da bambini piccoli, non devono quindi essere sottovalutati. E’ quindi molto importante non essere indifferenti, non minimizzare, perché in questo modo non si fa che rafforzare quel comportamento, dando spazio all’eventualità che il minore possa farlo ancora e nel tempo strutturare una relazione con l’altro – non solo l’animale – basata sull’aggressività, sulla prepotenza e sul controllo”.

Una testimonianza raccolta dalla giornalista Mary Edwards Wertsch per un approfondimento sui figli di militari americani, racconta: “Mi vergogno a dirlo. Mi ricordo di aver portato una volta questo cane nel corridoio e ricordo di aver chiuso tutte le porte così che non potesse scappare e di aver preso una cintura e di averlo frustato. (…) E di aver provato piacere nel sentirlo piangere. Potrei mettermi a piangere ora a pensarci. (…) Poi mi ricordo che tentavo di abbracciarlo per fargli capire che lo amavo veramente. E non mi sono mai perdonata per questo. So anche che ho dovuto farlo per sopravvivere. Ho dovuto mettere in atto la mia situazione psicologica. Anche mio fratello era molto crudele. Era solito gettare del pane dalla finestra per attirare gli uccelli e poi li uccideva. Proprio come nostro padre che era solito provvedere a noi per poi intrappolarci”.

Anche le storie di vita di molti serial killer, esaminate dall’FBI nell’ambito di studi retrospettivi, la dicono lunga su questa dinamica, confermando che l’atto di crudeltà su animali, compiuta in tenera età, costituisce una specie di archetipo delle violenze perpetrate in età adulta nei confronti di vittime umane: le pulsioni oscure che hanno spinto a infierire e le modalità concrete di azione sono esattamente le stesse. Ne è un esempio la storia di Carrol Edward Cole: nato a Siux City, Iowa nel 1938 e giustiziato a Carson City, Nevada nel 1985 dopo aver ucciso 16 persone. La vita del piccolo Carrol viene sconvolta nel 1943, quando il padre viene chiamato in servizio durante la Seconda Guerra Mondiale; in assenza del marito, la madre costringe Carrol, che all’epoca aveva 5 anni, a guardarla mentre ha rapporti sessuali con altri uomini, minacciando di picchiarlo se l’avesse detto a qualcuno. La madre diventa sempre più crudele nei confronti del figlio, punendolo fisicamente e forzandolo a vestirsi come una ragazza e a servire il caffè a lei e ai suoi uomini. Il ritorno del padre non migliora la situazione: il segreto che Carrol e la madre nascondono lo costringe a vivere nella paura di lei e lui ritiene che il padre non sia un “vero uomo”, perché non si accorge di ciò che la moglie gli agisce alle spalle. Dopo l’ennesima aggressione della madre, a 8 anni, Carrol si rifugia in cantina dove nessuno, eccetto il cucciolo di famiglia, lo raggiunge. Arrabbiato, sfoga quindi la tensione stringendo il collo del cucciolo fino a ucciderlo. Sebbene sorpreso e triste per aver assassinato l’animale, prova comunque maggior senso di potere che rimorso, sentendo come di aver strangolato la madre e tutti quelli che lo hanno molestato. Lo stesso giorno, esce con gli amici per andare a nuotare al porto e quando un amico lo molesta chiamandolo “Sissy”, con grande sorpresa dei compagni, lui lo atterra prendendolo a pugni. Poco dopo, lontano dal gruppo, assale di nuovo l’amico e lo uccide affogandolo. Non è noto quando Carrol abbia ucciso la sua prima vittima da adulto, lui stesso non ne è certo. Le vittime sono tutte donne sposate adescate nei bar e strangolate poco dopo in luoghi isolati. Egli stesso ha dichiarato: “Il vero pensiero di vendetta, nonché di strangolare mia madre e ogni donna, mi venne in mente mentre ero seduto su un albero, subito dopo la morte del cucciolo. L’atto di strangolare, come metodo di uccisione lo misi a punto inseguito e a causa del soffocamento del mio cane. E’ un modo orribile di assassinare qualcuno, pensai, anche se poi divenne un’ossessione morbosa”.

Secondo Link Italia – che ha effettuato il primo studio nazionale sulla correlazione tra crudeltà su animali e violenza interpersonale – anche in Italia il fenomeno è notevolmente diffuso: nel 78% dei casi di violenza presi in esame è coinvolto un animale, per un totale di 278 casi comprovati. I casi di reato sono soprattutto la violenza domestica (31%) e gli abusi sessuali (26%, di cui il 42% sono casi di pedofilia); seguono lo stalking (10%), il bullismo (10%) e la criminalità organizzata (7%).

Il quadro emerso da questa prima indagine sul territorio italiano conferma le tendenze rilevate negli Usa, in cui – come si diceva – il fenomeno è stato scoperto e riconosciuto più di cinquant’anni fa: il 71% delle donne vittime di violenza domestica riferisce che l’aguzzino ha minacciato di ferire o uccidere i loro animali o l’hanno fatto; il 38% delle donne maltrattate con figli dichiarano che questi hanno ferito o ucciso degli animali; il 40% delle donne abusate testimoniano infine di essere state costrette dal marito o dal compagno ad atti sessuali con animali. Anche i crimini sessuali sono negli USA particolarmente connessi al fenomeno del link: il 48% degli stupratori e il 30% dei molestatori di bambini hanno infatti commesso atti di crudeltà verso animali nell’infanzia o nell’adolescenza; il 15% degli stupratori pratica violenze sessuali anche su animali. Nell’80% delle famiglie in cui sono stati riscontrati abusi o trascuratezze su animali erano stati in precedenza rilevati anche abusi o incuria nei confronti di bambini.

“Negli Stati Uniti – spiega Francesca – la crudeltà contro animali è considerata un indicatore potentissimo ed efficace di potenziale violenza domestica: una denuncia di maltrattamento fa immediatamente scattare l’intervento di una task force specializzata che, oltre a mettere in salvo l’animale, attiva una serie di controlli sul contesto famigliare, in particolare sulle condizioni di donne e minori”.
Il maltrattamento di animali si intreccia di frequente con situazioni di violenza domestica e casi di stalking perché è un efficace strumento di violenza psicologica. “Siamo nell’ambito della predazione – spiega Francesca – in questi casi infierire serve a instaurare un clima di terrore e controllo sulla vittima umana, che è il vero bersaglio. In questo modo il carnefice manda un messaggio ben preciso: Stai attento perché quello che faccio al nostro animale lo potrei fare a te, se pensi di andartene, non fare quello che ti dico, non sottometterti alle mie regole”.

Un bambino vittima di un contesto di violenza, fisica o psicologica che sia, corre il rischio che quella violenza si radichi in lui come un seme oscuro e cresca interferendo con la sua crescita, portandolo da adulto a ricreare inconsciamente le stesse condizioni che hanno rovinato la sua infanzia. Questo può avvenire in due modi, apparentemente opposti ma complementari: il bambino può identificarsi con la vittima oppure con il carnefice. “Anche l’identificazione con la vittima è un contesto deviante – dice Francesca – perché porta a uno stato di impotenza appresa: nello sviluppo non è stata strutturata l’aggressività, un istinto sano, che garantisce la salvaguardia della specie e dell’individuo. Chi è in questo stato è come un elefante al circo: in qualunque momento potrebbe staccare la catena, ma psicologicamente non ce la fa. Molte donne che subiscono violenza domestica vivono questa condizione e per questo spesso vengono tolti loro i figli: non essendo in grado di difendersi sono un pericolo per se stesse e per gli altri. La violenza – continua Francesca – è l’altro polo deviato dell’aggressività: se chi si identifica con la vittima ne è spogliato, chi si identifica con il carnefice si veste di violenza senza averne però sviluppato i freni regolatori. “Mio padre mi costringeva a guardarlo mentre picchiava il nostro cane – racconta ai volontari di Link-Italia un quattordicenne con una lunga serie di abusi alla spalle, dopo aver ucciso il gatto della famiglia affidataria – ho imparato da lui, è normale: il pesce grande mangia il pesce piccolo”.

Si salvi chi può

“Per anni ho avuto delle fobie che mi rendevano dipendente da mio marito; dopo un percorso terapeutico ho trovato un equilibrio inaspettato e lui ha vissuto questa trasformazione come una minaccia. Ha improvvisamente iniziato a essere sgarbato nei miei confronti: toni volgari, insulti, atteggiamenti litigiosi e aggressioni verbali; a queste cose non facevo tanto caso, non lo ritenevo capace di farmi male per davvero, ma quando è arrivare a minacciare di fare del male ai miei animali mi sono preoccupata. Aveva anche iniziato a giocare d’azzardo e a bere; le cose andavano sempre peggio e io, esaurita da questi comportamenti, gli ho detto che volevo lasciarlo. Da quel momento la situazione è precipitata fino a quando un giorno, rientrando a casa fuori di sé per aver perso al gioco, dopo avermi minacciata, ha picchiato il mio gatto. Mi sono chiusa in una stanza con l’animale e ho chiamato le forze dell’ordine, che tuttavia si sono rifiutate di intervenire: secondo loro, visto che se l’era presa con il gatto io ero al sicuro. Il giorno dopo sono andata a sporgere denuncia in caserma, dove mi è stato ribadito il concetto: signora, se se la prende con il gatto è un buon segno, non se la prenderà con lei, può stare tranquilla. Sentendomi in pericolo ed essendo preoccupata per l’incolumità dei miei animali – un gatto e due conigli – mi sono rivolta ai servizi sociali, che mi hanno subito offerto una sistemazione in albergo, ma i miei animali non potevano venire con me. Così sono stata costretta rifiutare la proposta, perché non me la sentivo di lasciare gli animali in balìa di mio marito”.

Fortunatamente la protagonista di questa storia è venuta in contatto in quei giorni con l’associazione Link-Italia, che le ha dato la possibilità di mettere i propri animali al sicuro in un Rifugio-Link e di allontanarsi dal marito, che tuttavia ha continuato a perseguitarla, minacciando di fargliela pagare. Oggi lei e i suoi animali sono tornati a vivere insieme e stanno bene. Cosa sarebbe successo se non le fosse stata offerta la possibilità di metterli in salvo?
“In Italia purtroppo è così – ammette Francesca – i servizi sociali offrono protezione alle vittime di violenza, ma sugli animali c’è il vuoto. Una donna che ha urgenza di allontanarsi da casa, perché viene picchiata, si trova nella condizione di scegliere se abbandonare i propri animali nelle mani dell’aguzzino o restare lei stessa nella condizione di pericolo. Se poi si tratta di una donna con figli la situazione diventa drammatica: i servizi premono affinché venga immediatamente avviato il programma di protezione e, se la donna non accetta, rischia che venga messa in discussione la sua capacità di prendersi cura dei bambini”.

Homo homini lupus

Il nostro Paese non ha ancor fatto proprio il concetto di link in termini istituzionali, sociali e culturali; il maltrattamento su animali è ancora considerato un reato minore, slegato da dinamiche di violenza a danno delle persone. L’unica organizzazione che lo riconosce e lo applica – in negativo – con precisione scientifica è la criminalità organizzata: la malavita non solo se ne avvale da sempre per mandare messaggi intimidatori – recapitando di solito a casa della vittima una testa di animale con in bocca un numero di proiettili pari ai componenti della famiglia – ma sfrutta il fatto che la crudeltà contro gli animali sia un tirocinio di violenza capace di rimuovere i freni regolatori dell’aggressività e se ne avvale per addestrare i criminali di domani. “E’ nel circuito dei combattimenti tra cani che vengono reclutati e addestrati i giovani delinquenti – racconta Francesca – i minori vengono coinvolti in tutte le fasi del combattimenti con l’intento consapevole di privarli della sensibilità e farli diventare macchine da guerra”. Esattamente come accade per i cani coinvolti in queste competizioni, si istiga il minore a diventare uno psicopatico antisociale. Ai minori viene chiesto di procurare piccoli animali da dare in pasto vivi ai cani, li si fa assistere ai combattimenti, si dà loro un cane mezzo morto e gli si dice vallo a buttare dove ti pare. Una pratica molto frequente e particolarmente efficace nel tirocinio di violenza, è il fare in modo che il ragazzino si affezioni a un cane per poi costringerlo a ucciderlo con un colpo di pistola. Ed è qui che scatta il link, il legame con un futuro – spesso – segnato dalla violenza.

Eva Ferri

FOTO / Sedotti, maltrattati e abbandonati

Homo, hominis lupus

Siamo andati al canile intercomunale per incontrare dei cani vittime di maltrattamenti; alcuni sono stati sequestrati ai proprietari, altri sono stati trovati vaganti. Grazie all’impegno dell’ufficio diritti animali del Comune e al canile intercomunale di Modena, vengono salvati ogni anno molti animali dalla crudeltà umana. Ecco alcuni di loro. Di Davide Mantovani.   VAI ALLA GALLERY