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Disarmonicità cinetiche, tuberosità ischiatica, trasferimento energetico capacitivo resistivo e sovraccarico improvviso dell’unità cinetica muscolare. Benvenuti nel mondo misterioso e inquietante della traumatologia sportiva. Perché il corpo umano è una struttura forte e allo stesso tempo fragile e succede che a volte si rompe. VIDEO

di Martino Pinna

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Il calcio e la via del dolore

Siamo un agglomerato di carne, fasci muscolari, spigoli, sangue, punte, ossa, organi: centomila miliardi di cellule e quindi infinite possibilità di dolore. Ci si può strappare un muscolo mentre starnutiamo. Ci si può fare male anche stando fermi. Ma più mettiamo in moto questa complessa struttura e più andiamo incontro al rischio di traumi. Incidenti dovuti a sfortuna, incoscienza, scarsa preparazione: qualche minuto di gioco, anni di dolore.

L’amputazione delle gambe di Gabriel Omar Batistuta

Ne sa qualcosa Batistuta, ex Fiorentina, Roma e nazionale Argentina, che nel 2005 ha smesso di giocare a causa di una serie di terribili infortuni. In una recente intervista a un canale sportivo argentino, l’ex calciatore ha parlato del suo rapporto con la sofferenza: “Non riuscivo a camminare e per un mese, pur avendo il bagno a 10 metri, urinavo a letto perché non avevo la forza di alzarmi”.

Il problema era questo: le ossa di Batistuta non avevano più tendini e cartilagine ed erano costrette a sostenere da sole l’intero peso dell’atleta, circa 86 chili. In una situazione di questo tipo ogni movimento diventa faticoso e doloroso.  Un giorno Batistuta vede Oscar Pistorius, l’atleta considerato l’uomo più veloce del mondo senza gambe, e gli viene un’idea molto semplice: “Sono andato dal medico e gli ho chiesto di amputarmi le gambe. Pensavo che quella sarebbe potuta essere la soluzione migliore. Mi disse che ero pazzo”.

L’operazione di amputazione non si farà: Batistuta subirà un’altra operazione molto dolorosa e le sue condizioni, lentamente, miglioreranno. Oggi ha cambiato idea sull’amputazione delle gambe. Ma il fondo toccato dall’ex campione argentino non è un caso isolato. Anzi, è una situazione che molti altri sportivi conoscono bene.

Roberto Baggio e il sentiero del sacrificio

L’argomento, per chi aveva orecchie per sentire, è venuto fuori un po’ di tempo fa proprio dove meno te l’aspetti. Ovvero al Festival di San Remo, un luogo dove la parola dolore di solito viene usata al massimo in qualche canzonetta per fare rima con cuore e amore, ma quando sul palco è salito Roberto Baggio gli spettatori si sono trovati ad ascoltare qualcosa di sincero e inaspettato.

Non commettete l’errore di sottovalutare questo momento: Baggio ha avuto molto tempo per scegliere le poche parole che avrebbe pronunciato dinnanzi alla platea più nazional-popolare che ci sia. E cosa ha scelto di dire l’amato Numero Dieci?

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Leggendo un messaggio dedicato ai giovani ha sì ricordato quanto sia importante la gioia e la passione nello sport: e fin qui nulla di strano. Ma poi si è soffermato più volte sulle sue “sei operazioni alle ginocchia”, ricordando l’importanza del sacrificio nello sport.

“Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. “

Attenzione: non si tratta del famigerato “no pain no gain” degli esaltati dell’aerobica e del culturismo, ma qualcosa di più vicina alla consapevolezza e all’accettazione del dolore come componente fondamentale e inevitabile della vita.

Dunque più del Pallone d’Oro, dei gol, degli scudetti e dei numerosi successi (raggiunti e mancati: tutti ricordiamo un certo calcio di rigore) Baggio ha scelto, nelle sue poche e semplici parole, di parlare a milioni di italiani delle sue ginocchia. Perché?

È facile cedere alla tentazione di etichettare il tutto come un’evidente influenza buddista. In effetti Baggio è buddista, ed è stato il Buddha in persona a dire che “la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; l’unione con quel che dispiace è dolore; la separazione da ciò che piace è dolore; non ottenere ciò che si desidera è dolore; in una parola, dolore sono i cinque elementi dell’esistenza individuale”.

Ma semplificare in questo modo sarebbe fare un torto a Baggio e alla sua esperienza. È evidente che dietro le sue parole ci sono più lacrime e sudore che pieghe nei libri. È qualcosa che il campione ha imparato sulla sua pelle. O meglio: sulle sue ginocchia. Vera filosofia sul campo. Dove il campo ovviamente è quello di calcio. E chiunque abbia giocato a pallone sa che c’è soprattutto un nemico da temere: il menisco.

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Il tallone d’Achille dei giocatori di calcio

La storia la conosciamo tutti, più o meno: la bella Teti immerge suo figlio Achille nelle acque del fiume Stige per farlo diventare invulnerabile. Da qualche parte però lo deve tenere, altrimenti finisce che il pargolo affoga. E Teti lo afferra per il tallone. Risultato: il tallone di Achille non è invulnerabile: è il suo punto debole.

Saltiamo di qualche secolo e arriviamo a oggi. Sembrerebbe che le madri dei calciatori li abbiano immersi nello Stige tenendoli per il menisco. Praticamente tutti i professionisti, presto o tardi, scoprono i dolori del menisco. Che in realtà, per essere precisi, nel ginocchio sono due: uno interno e uno esterno. Il menisco mediale e il menisco laterale. Ma perché questa parte del ginocchio è così importante?

“Si tratta di una struttura che migliora la funzionalità dell’articolazione del ginocchio, facilitandone il movimento” ci spiega il dottor Sergio Lupo, esperto medico sportivo e direttore di Medicina Sport. “Un’alterazione al menisco può causare fenomeni artrosici, anche gravi, con un elevato deficit della funzionalità del ginocchio”.

Non esiste una ricerca di questo tipo, ma è probabile che se si analizzassero tutti gli articoli di giornale che parlano di calcio degli ultimi trent’anni una delle parole più ricorrenti nei titoli sarebbe “menisco”. Non ci credete? Facciamo un veloce esperimento con le notizie delle ultime settimane: “Infortunio per Saponara: dovrà operarsi al ginocchio ”, “Vicenza, Salvatore D’Elia operato al menisco”, “Rossi, è un calvario: stop di 4-5 mesi dopo l’operazione al menisco”. Per Giuseppe Rossi detto Pepito non è la prima volta.

Un breve elenco dei suoi infortuni (prendete il respiro prima di leggere): lesione del menisco esterno, stiramento del crociato anteriore destro, distorsione della caviglia, prima rottura del legamento crociato del ginocchio destro, seconda rottura del legamento crociato del ginocchio destro, poi lesione del collaterale del ginocchio destro con sollecitazione del crociato e infine – per ora – la temuta rottura del menisco mediale. Oggi ha 27 anni e ha passato gran parte della sua carriera sportiva tra un infortunio e l’altro.

Ma fra i traumi distorsivi del ginocchio non c’è solo il menisco a turbare giorni e notti di calciatori, manager e tifosi. Ci sono anche i famigerati legamenti, come sa bene Owen, pallone d’oro nel 2001, che nel 2013 ha annunciato il suo ritiro dal mondo del calcio.

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Stephen Owen e il crociato fantasma

L’ex stella del Liverpool e della nazionale inglese ha avuto una carriera all’insegna dagli infortuni: caviglia spezzata, distorsioni, strappo del bicipite femorale della gamba e via dicendo. Il ragazzo ha provato un po’ di tutto. È ritornato sempre in campo, ma ovunque, nei bar e nei giornali, si è sempre detto “il talento ce l’ha, il fisico no”.

Ritorniamo al 21 giugno del 2006.

Coppa del Mondo. In campo l’Inghilterra contro la Svezia. Gli inglesi sono in attacco: Owen riceve la palla, la restituisce al suo compagno in uno dei più classici uno-due e subito dopo lo vediamo uscire dall’inquadratura in una posizione buffa e innaturale.

È caduto da solo.

È come se l’intero stadio – e i milioni di spettatori a casa – avessero sentito un gigantesco, fragoroso crac, un rumore che non promette nulla di buono. Mentre l’azione prosegue vediamo Owen sgattaiolare a carponi fuori dal campo, chiudere gli occhi, stringere i denti. E mentre il replay impietoso ci mostra quello che è accaduto, il campione viene portato fuori dal campo in barella.

Distorsione del ginocchio. Rottura del legamento crociato. Sublussazione.

Ovvero, secondo la medicina, “la perdita parziale dei normali rapporti anatomici tra i capi articolari”. Per Owen seguono 10 mesi di stop. Gli viene messo un nuovo legamento crociato appartenuto a un atleta morto. Owen ritorna a giocare, anche se poi ci saranno nuovi infortuni, nuovi stop, nuovi dolori.

Ma finché ti chiami Owen e hai talmente tanto talento – e milioni di euro – da permetterti le migliori cure del mondo, il tuo sacrificio ha un suo perché. È il tuo lavoro: la rottura del legamento crociato fa parte degli infortuni sul lavoro di un giocatore di calcio professionista. Ma questo genere di traumi sono frequenti anche tra chi il calcio lo pratica a livello amatoriale e dilettantistico, magari per la classica partita a calcetto con amici e colleghi.

Il disastroso infortunio dell’ingegner Rossi

Stiramenti. Strappi. Distorsioni. Fratture. Tendiniti. Fegati spezzati in due da una gomitata. E l’incubo sempre presente della pubalgia, cioè l’infiammazione della radice della coscia, di cui anche Totti sa qualcosa.

“Praticare una sola partita di calcetto a settimana è il modo migliorare per far lavorare gli ortopedici” dice il dottor Sergio Lupo. “Senza un allenamento di base qualunque sport fa solo rischiare gravi infortuni.”

Se i professionisti sono preparati atleticamente e seguiti da medici, preparatori atletici e massaggiatori, il calciatore amatoriale, quello che fa due tiri con gli amici dopo il lavoro, spesso non è preparato a certi movimenti. Inoltre, per questioni di portafoglio, non ha accesso ai trattamenti moderni che in seguito a un infortunio riescono in alcuni casi a fare miracoli, sebbene questa parola nella scienza e nella medicina non abbia motivo di essere usata.

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Ultrasuoni, ionoforesi, correnti diadinamiche, laserterapia, fino a trattamenti fantascientifici come la tecartecapia, ovvero il Trasferimento Energetico Capacitivo Resistivo, un trattamento a radiofrequenze che stimola l’energia dall’interno dei tessuti biologici con l’obiettivo di riattivare i processi riparativi e antiinfiammatori.

È quello che può succedere se si prende la Via del Dolore. Gli stimoli dolorosi vengono inviati alla corteccia cerebrale tramite un sistema complesso passando per nervi somatici, il fascio spino-talamico e il nucleo postero-leterale, fino alla circonvulzione postero-laterale della corteccia cerebrale. Divinità nuove e antiche, amici e parenti prossimi di amici vengono da secoli evocati in questi momenti.

È successo anche quando l’ingegner Rossi, da non confondere con Rossi Giuseppe detto Pepito, che gioca a calcetto il venerdì sera con i suoi vecchi amici di sempre, preso da un inspiegabile sussulto agonistico – forse perché la posta in palio era il posto auto in ufficio, o pagare la cena dopo la partita, o per vecchi rancori, chissà – si è lanciato in una improbabile e disastrosa rovesciata e, imboccando la Via del Dolore, ha capito nell’istante in cui toccava terra e a stento tratteneva le lacrime che alle rate della macchina avrebbe dovuto aggiungere qualche mese di fisioterapia. E soprattutto avrebbe dovuto spiegarlo a sua moglie.

Quindi: chi gliel’ha fatto fare?

A lui, un uomo tranquillo, uno che se vince o perde la partita non sarà licenziato o condannato dai giornali e dai tifosi, uno che in aereo si toglie la cintura di sicurezza solo quando lo dice l’apposito segnale, un impiegato onesto e pulito, un cittadino esemplare totalmente privo di sogni arditi e spirito d’avventura, che non si fida dei rischi finanziari, che non fa la settimana bianca perché ha paura di farsi male e poi la bambina prende freddo, che controlla sempre la data di scadenza delle cose che compra, uno che di certo non può permettersi le migliori cure del mondo: chi gliel’ha fatto fare?

Perché l’ingegner Rossi ora si trova a terra in una posizione che lo fa assomigliare a un cigno fulminato da una scossa elettrica e agli amici grida “non mi toccate, non mi toccate”, ben sapendo che per almeno qualche mese non potrà più portare a cavalluccio sua figlia Sonia?

La domanda per ora resta senza risposta.

Ma un fatto è certo: anche i milioni di euro e i migliori medici del mondo in alcuni casi non riescono a risolvere problemi apparentemente irrisolvibili. È il caso di Pato, detto il Papero.

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Il mistero dei 17 infortuni di Pato

“Pato si infortuna di nuovo” è uno dei titoli più frequenti sui giornali. L’attaccante brasiliano è stato un enfant prodige anche nel campo del dolore: inizia a 10 anni, si fa male a un osso e i medici notano la presenza di un tumore al braccio. Pato viene operato. Come inizio non c’è male, la dea bendata ce l’ha con lui.

Ma il giovane Alexandre Rodrigues da Silva detto Pato (papero), ex Milan – oggi rientrato in Brasile al San Paolo, ha talento da vendere e nemmeno gli infortuni possono fermare quella che sembra una strada spianata verso il successo. A soli 16 anni è già un fenomeno. E infatti – ci perdoni per questa battuta – il papero prende il volo.

Ma è soprattutto quando arriva al Milan, ed è già un campione, che la carriera di Pato inizia a collezionare tanti gol quanti infortuni. A dire la verità ogni infortunio sembra la ricaduta dell’infortunio precedente, come se Pato fosse intrappolato in loop di replay dove continuamente cade, si fa male, si rialza, cade di nuovo si fa male e ricomincia da capo. Si arriva a 17 infortuni in pochi anni.

Diciassette.

Un numero che notoriamente non rappresenta una grande fortuna. E in effetti sembra che la dea bendata faccia volentieri un’eccezione e sollevi la sua benda per puntare con più precisione sul calciatore brasiliano. Ma è solo semplice banale sfiga? Oppure c’è qualcosa di più?

Sul mistero Pato si è discusso ampiamente nei luoghi più idonei a questo genere di discussioni: i banconi dei bar. Ma anche sui giornali più seri è intervenuto qualcuno per confutare tesi ardite e pseudoscientifiche e leggende metropolitane e indagare meglio sul perché il Papero brasiliano continui a infortunarsi.

Scrive Giorgio Rondelli sul Corriere della Sera:

“La prima ipotesi da tenere in considerazione è che si sia verificato uno squilibrio fra un rafforzamento muscolare indubbiamente notevole, confrontandone la muscolatura attraverso una serie progressiva di immagini, che ne ha aumentato la forza esplosiva e i lavori complementari per migliorare anche la forza elastica. Perché se una non va di pari passo con l’altra l’infortunio è sempre dietro l’angolo.”

È la teoria del “Rambo fragile”: molti muscoli ma poca elasticità. E così il Rambo si rompe. Ma non è tutto. Sempre secondo il preparatore atletico Rondelli, non è da sottovalutare la componente psicologica: “Cioè in campo andrebbe un giocatore non tranquillo, sia per il tarlo di rifarsi male, sia per la difficoltà di mantenere il posto di titolare”.

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Il dottor Lupo conferma che l’elemento testa non è da sottovalutare: “La riabilitazione dopo un intervento chirurgico ha una importanza pari al 50% del totale per il ritorno alla completa efficienza fisica. Una riabilitazione non ben eseguita allungherà i tempi di recupero e lo renderà molto più difficile”.

Era proprio la situazione in cui sembrava essere finito Pato: entrava in campo con il terrore di uscirne in barella. La riabilitazione non sembrava servire e ogni volta Pato tornava al punto di partenza. Diciassette volte. Una situazione da cui però sembra essere uscito ora che è ritornato in Brasile, dove pare che la dea bendata (o i preparatori atletici) abbia deciso di lasciarlo in pace.

La testa è importante, non solo per gli aspetti psicologici. È anche una delle tante parti del nostro corpo che possiamo danneggiare quando giochiamo a pallone. Ad esempio.

I colpi di testa

Un’azione sbagliata, il portiere recupera la palla e la rinvia lunga a centrocampo. Un lancio di 35 metri: la palla arriva a centrocampo a circa 50 chilometri orari e un giocatore della squadra avversaria la respinge di testa. E prima o poi tutti si fanno questa domanda: ma non fa male? Se non nell’immediato, a lungo andare respingere palle così usando proprio la testa – cioè una parte del corpo che normalmente proteggiamo da ogni genere di trauma – può provocare danni cerebrali?

La risposta è sì.

In questi casi viene spontaneo dire: “E ci voleva la scienza?”. Ma sì, ci voleva la scienza.

L’Albert Einstein College di New York – un istituto di ricerca biomedica – ha pubblicato i risultati di due ricerche sui colpi di testa nel gioco del calcio. E cosa dicono? Che i colpi di testa frequenti aumentano il rischio di lesioni cerebrali e deficit cognitivi. Non si parla di scontri accidentali come quello del centrocampista tedesco Christoph Kramer durante la finale tra Argentina e Germania: un trauma che ha provocato addirittura un’amnesia nel giocatore, che tuttora non ricorda di aver giocato quella partita e quindi vinto il mondiale.

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I ricercatori non hanno preso in considerazione nemmeno le pallonate accidentali, ad esempio quelle prese in un calcio di punizione o, quando eravamo piccoli, quelle lanciate per pura cattiveria dal vicino di casa più grosso di noi. No. Si parla di semplici colpi di testa volontari, comunissimi nel calcio. I ricercatori dell’Albert Einstein College hanno chiesto a un campione di 38 calciatori di fornire il numero di colpi di testa che davano nel corso di un anno.

Si trattava di calciatori non professionisti ma che fin da piccoli avevano giocato a calcio. È venuto fuori che se si superano i 1500 colpi di testa all’anno si arriva a lesioni cerebrali simili a quelle osservate nei pazienti con commozione cerebrale. E attenzione: 1500 colpi di testa non sono poi tanti. Si tratta più o meno di quattro colpi al giorno, una media del tutto normale per chi gioca abitualmente.

Il dato significativo è che i giocatori con la più alta frequenza di colpi di testa hanno ottenuti i risultati peggiori nei test di memoria verbale e velocità psicomotoria. Il limite oltre il quale i colpi di testa diventano rischiosi è stato individuato tra i 1000 e i 1500.

Negli Usa il dibattito sui colpi di testa è esploso dopo la morte del calciatore 29enne Patrick Grange, colpito da sclerosi laterale amiotrofica. Dall’autopsia vennero fuori “significative lesioni localizzate in prossimità del lobo frontale”, e la cosa non passò inosservata dato che Grange era noto come gran colpitore di testa. La correlazione non è dimostrata, ma i medici considerano l’ipotesi probabile e questo è bastato per scatenare negli Stati Uniti la paura dei colpi di testa.

Quindi, dalla prossima partita, iniziate a contare il numero di volte che colpite la palla di testa. E tenete il conto, finché ci riuscite. L’ingegner Rossi ha iniziato a contarli. Ma smettere di giocare, quello no.

Martino Pinna

Illustrazione di Chiara Dattola