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di Anna Ferri

Carla Cortesi è stata per quasi quindici anni la scenografa dello Zecchino d’oro, la rassegna canora di musica per l’infanzia andata in onda ininterrottamente dal 1959 fino ad oggi e che è diventata parte del patrimonio culturale italiano. All’inizio disegnando solo i bozzetti, poi realizzando con le sue mani praticamente l’intera scenografia. Il suo maestro? Il leggendario Paul Campani.

Oggi, Carla Cortesi ha quasi ottant’anni, uno sguardo affilato e dita lunghe e magre che muove nervosamente mentre dice che “i disegni fatti al computer non hanno anima. Sono morti” e per essere chiara cita i cartoni giapponesi “che hanno gli occhi vuoti e la bocca che si apre e chiude senza che ci sia il labiale”. Ai suoi tempi, dentro gli studi della Paul Film di Modena, si macinavano disegni su disegni per rendere credibile un personaggio che parlava: un lavoro talmente lungo e complesso che “quando la gente iniziò a lasciare la ditta perché le cose andavano male vennero saccheggiati gli archivi con i disegni delle bocche che si muovevano”.

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Il Mago Zurlì. Fonte immagine: Amici di Mago Zurlì

Erano gli anni Cinquanta e lei era una giovanissima studentessa dell’istituto d’arte che iniziava a muovere i primi passi dentro il magico mondo di Paul Campani. Quando il sogno si sbriciolò, alla fine degli anni Sessanta, andò a lavorare a Bologna in uno studio pubblicitario. I suoi disegni vennero notati da padre Berardo Rossi, che allora gestiva l’Antoniano dove si faceva il famosissimo Zecchino d’oro presentato da Cino Tortorella (meglio conosciuto come il Mago Zurlì), affiancato dalla inossidabile direttrice del coro Mariele Ventre. Padre Rossi decise di portare la Cortesi a lavorare con sé in quella trasmissione cult il cui titolo era stato ispirato dal Pinocchio di Collodi.

Era il 1973. Dal 1969 lo Zecchino d’oro veniva trasmesso in Eurovisione e, giusto per dare la dimensione del suo incredibile successo, in quell’anno raggiunse la bellezza di centocinquanta milioni di spettatori, superato solo dallo sbarco sulla luna.

Nei primi anni ’70 non esistevano certo le stampanti 3D, i computer per creare le immagini o gli studi virtuali e anche per la televisione si lavorava con forbici, taglierini e pennelli. Carla Cortesi fu subito messa all’opera come scenografa e dopo un paio di prove ritenute non soddisfacenti, creò un mondo parallelo che ricorda un po’ quello di Mary Poppins: i bambini cantavano dentro un enorme nido circondati da uccellini colorati e fischiettanti. Fu un successo. “Ero giovane e piena di idee. Facevo i modellini in scala e se andavano bene diventavano reali”.

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All’inizio c’era un cartellonista che ingrandiva i disegni e li dipingeva, ma una volta seguendo sul monitor la registrazione vide l’ombra del carbone sotto il colore. Insomma, un lavoro non fatto a regola d’arte come piaceva a lei, e quindi: niente più cartellonista. Iniziò a dipingere e ingrandire lei stessa i disegni. Poi ci fu un problema con il falegname che tagliava il compensato. Carla Cortesi si tirò su le maniche e iniziò a usare il taglierino: “Il falegname alla fine mi armava solo le sagome per metterle in scena”. A quel punto divenne una specie di mito: “Quando venivano le squadre della Rai dicevano ‘è qui la scenografa che lavora?‘ perché invece di limitarmi a disegnare il bozzetto, facevo tutto”. Ma il suo lavoro non si limitava a quello di scenografa, molte delle copertine degli lp che venivano pubblicati a manifestazione conclusa, portano la sua firma (quella di questo articolo rimanda al brano Volevo un gatto nero che raggiunse una popolarità mondiale). O come quella dell’edizione del 1975 in cui la scenografia riproduceva un ufficio gigantesco, col Piccolo Coro raccolto in una macchina da scrivere.

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Qualche anno fa Carla Cortesi ha incontrato uno dei bimbi del coro, che nel frattempo è diventato ovviamente adulto, che le ha confessato che lui – come quasi tutti gli altri bambini che negli anni sono passati per il Coro – rimaneva incantato a vederla lavorare, anche se lei li cacciava sempre via. Non è difficile immaginarla giovane, seduta a terra a lavorare, sempre magrissima, mentre con lo sguardo diretto e la voce dura dice ai bambini di sparire “che non ho mica tempo da perdere”. In effetti, fare le scenografie era abbastanza complicato: si usava un compensato sottile sul quale veniva data una base con il colore da muro, un bel bianco “di buona qualità”, poi lo stesso bianco si mescolava agli acrilici per fare i colori. Un lavoraccio. E oggi invece? “Il computer ci ha tagliati fuori”, risponde secca Carla Cortesi.

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Nell’immagine, Carla Cortesi è la seconda a destra

Ci fu anche il periodo dei pittori naif, come la modenese Anna Martani Gasperi, dai quali prese ispirazione per alcune scenografie. “Le migliori sono le idee che arrivano di getto” racconta Carla Cortesi, che all’Antoniano è rimasta per 13 anni, finché non firmarono un contratto con la Rai dove si diceva che lo scenografo lo portavano loro: “C’era uno che aveva una scuola di disegno e doveva sistemare i suoi studenti” commenta lei oggi, ancora con una certa amarezza.

Così iniziò la sua seconda vita di disegnatrice, l’avventura con la Pia Opera Fratini, il centro missionario francescano dell’Emilia Romagna: oggettistica da cerimonia, illustrazioni e i biglietti di Natale. Già, perché c’è ancora qualcuno che ama mandare cartoncini colorati per fare gli auguri di buone feste ad amici e parenti, invece di una mail con un biglietto virtuale che dura il tempo di un click e poi sparisce nell’infinito archivio dell’etere.

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Da quasi trent’anni, Carla Cortesi, inventa un biglietto ogni Natale: “Sono molto richiesti dalle suore, dai preti e dalle scuole”, spiega. I più gettonati sono i classici ma lei ogni tanto si lascia ispirare dalla vita reale e trasforma il biglietto in una riflessione sulla società contemporanea. Nel 2012, anno del terremoto nella bassa modenese, c’erano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù che offrivano un monolocale con riscaldamento autonomo a chi più ne aveva bisogno mentre quando è arrivata la crisi economica ha disegnato i Re Magi che chiedevano l’elemosina a un Gesù bambino un po’ perplesso. Non sempre però queste sue interpretazioni sono state capite e a volte ammette di essere dovuta tornare a cose più semplici e immediate, magari con una citazione di Papa Francesco come per quello di quest’anno. Carla Cortesi racconta che l’illustrazione è sempre stata la sua passione e che da piccola passava l’estate a disegnare “anche le bisce morte che mi portava mio fratello”, poi sono arrivate le belle arti e la scuola di nudo, dove il risultato “dipendeva molto anche dalla modella, perché i fisici legnosi e secchi, quelli senza curve, vengono male”. Al centro di tutto c’era la matita: “Oggi invece si tende a dimenticare che parte tutto da lì”.

Anna Ferri