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La storia di Hajar, indecisa tra i tacchi e il velo. Ma anche di Lira e sua madre Fanja, modenesi originarie del Madagascar, per le quali “negro” è meglio di “di colore”. E poi di Moro e Chiara, due giovani fidanzati, marocchino lui e modenese doc lei. Tutti protagonisti, ognuno a modo proprio, di quello strano e complesso fenomeno che chiamiamo integrazione.

di Eva Ferri, Mattia Rossi e Antonio Tomeo

VIDEO / Razza modenese

Sono una delle prime famiglie immigrate a Modena, dove abitano dal 1973. Lira è una neurobiologa, dipinge e non si sente del tutto italiana “perché c’è sempre qualcuno che ci ricorda che non lo siamo”. Sua madre Fanja ricorda i primi tempi in Italia: “Il razzismo c’era quando siamo arrivati, ma soprattutto verso i terroni”.

REPORTAGE / Orgoglio e pregiudizi nell’Italia di oggi

Hajar ha 14 anni ed è bella e intelligente. Tutti lo pensano, molti la ammirano, alcuni la invidiano e nella comunità marocchina c’è chi guarda a lei con seria preoccupazione.

La si può incontrare alla fermata dell’autobus, all’uscita da scuola, con il sole in faccia e il vento nei capelli – in jeans, maglietta e felpa col cappuccio – che ascolta gli One Direction con l’mp3, scrive sms e scherza con gli amici. La sua famiglia è musulmana, sono arrivati in Italia per cercare fortuna quando lei aveva solo 3 anni e, da allora, abitano in un quartiere popolare. Il suo papà lavora in fabbrica, la sua mamma è casalinga ed indossa il velo. Lei e sua sorella no: il vessillo della tradizione è stato sacrificato per evitare alle figlie di essere emarginate o prese di mira.

“Meno male – pensa Hajar, che tante volte vive le regole dell’Islam come una specie di inutile gabbia – ci mancava solo quello”. Anche se non le è concesso di truccarsi né di avere un profilo Facebook, è considerata una delle ragazze più carine della scuola. Ha tanti amici e gli insegnanti stravedono per lei: “Ha decisamente una marcia in più”, dicono. Se non fosse per il nome e per il colore della pelle la si potrebbe tranquillamente scambiare per italiana, anzi, modenese.

Gli ultimi saranno gli ultimi

Hajar è figlia di uno di quei padri con i denti consumati e le unghie sporche di lavoro, che ai ricevimenti insegnanti riescono appena a farsi capire.

Nonostante abbia la media dell’otto e una passione per le materie umanistiche, in sede di consiglio di classe le è stato ufficialmente indicato di iscriversi a un istituto tecnico commerciale. E’ davvero un peccato – se ne rendono conto anche i professori – perché Hajar avrebbe tutte le carte in regola per andare al liceo, laurearsi ed aspirare ad un ruolo professionale d’alto livello. Ma come si fa con una situazione così alle spalle? Questa ragazza va messa in condizione di imparare un mestiere che le consenta di immettersi nel mercato del lavoro in un tempo ragionevolmente breve, per guadagnarsi da vivere. Poi nulla vieta che un domani faccia comunque l’università, se non le sarà passata la voglia e se i suoi genitori glielo consentiranno.

La storia di Hajar non è un caso isolato. Ogni anno il Ministero dell’Istruzione esegue un monitoraggio sugli alunni di origine straniera e, puntualmente, salta fuori che ci sono forti disparità rispetto agli italiani nella scelta degli indirizzi di studio. Dai dati raccolti nell’anno scolastico 2012/2013 emerge che circa l’80% dei ragazzi immigrati di prima e seconda generazione si concentra negli istituti tecnici e nei professionali.

Vale a dire che ci sono due principali chance per loro: chi è bravo – come Hajar – viene orientato verso l’istruzione tecnica (40%), mentre per chi lo è di meno c’è la formazione professionale (40%). Per gli italiani le categorie di scelta sembrano spostate un gradino in su: indirizzi liceali (quasi 50%) per i più dotati e studiosi, oppure istituti tecnici (circa 40%) per coloro che non sono altrettanto brillanti. Così gli italiani tendono sempre più a scarseggiare nelle scuole professionali, mentre gli stranieri restano una rarità all’interno dei licei. In modo simmetrico, ma rovesciato, i due universi si controbilanciano: sembra una legge meccanica, che genera separazione.

Viene quasi da chiedersi se gli studenti stranieri siano per caso affetti da qualche deficit, che preclude loro l’accesso alle scuole più impegnative e prestigiose, o se la scelta sia anche condizionata da forme di pregiudizio degli adulti, che tendono a valutare italiani e stranieri – in termini di capacità e chance – con due pesi e due misure.

Paradossalmente, un bravo studente straniero e un italiano svogliato potrebbero ritrovarsi allineati, alla pari. Questo capita all’interno del sistema scolastico italiano, in cui – come nella maggior parte dei Paesi europei – vige un sistema di selezione precoce, che, a soli 13 anni, va a ripartire gli studenti in settori, sulla base delle competenze e delle prospettive lavorative. Questo impone una scelta – e forse anche un’etichetta – che può risultare prematura e di ostacolo ai fini di un possibile riscatto sociale.

Dimmi che lingua parli e ti dirò chi sei

Se c’è una possibilità di effettiva integrazione per i giovani migranti, passa attraverso la scuola, che dovrebbe dare a tutti – anche a loro – la possibilità di esprimersi e di tirare fuori il meglio di sé, in modo che un domani possano avere successo, nel lavoro e nella vita sociale.

“Purtroppo è così solo in teoria”, spiega Teresa Carbone, sociologa, che ha svolto una tesi di dottorato sull’integrazione dei giovani immigrati a Modena. Nella sua ricerca ha riscontrato che il confino degli studenti stranieri negli istituti professionali è dovuto solo in parte alla volontà dei genitori e dei ragazzi di rivolgersi a scuole che insegnino un mestiere da spendere al più presto nel mondo del lavoro. In molti casi i giovani sono stati indirizzati dagli insegnanti della scuola media verso percorsi “più facili e adatti a ragazzi poco volenterosi”.

Qualcuno, ad esempio, voleva fare il liceo scientifico perché era bravo in matematica, ma i prof. lo hanno convinto a frequentare un professionale per i servizi commerciali, “perché così poteva andare a lavorare subito”. Altri invece sono finiti lì dopo essere stati bocciati in una scuola più performante. “Ho fatto la prima al liceo scientifico – racconta una ragazza – ma la prof. di lettere mi metteva sempre in difficoltà. Non dico che sapessi la lingua benissimo, ma c’erano italiani che parlavano peggio di me. Mi hanno bocciata e per qualche mese ho provato a ripetere l’anno, poi ho pensato fosse meglio non rischiare e sono venuta qui”.

A quanto parte è la perfetta padronanza della lingua il fattore x, ciò che può fare la differenza tra un percorso scolastico decoroso ed uno fallimentare.

In teoria, “con chi non ha ancora un livello di italiano che gli permetta di esprimere tutto quello che ha in testa – spiega Fabiana Fuoco, alfabetizzatrice – è previsto un lavoro per obiettivi minimi”. Questo termine, che d’impatto può suonare svilente, consiste nel valutare i contenuti, ciò che è stato capito ed elaborato, andando oltre l’imperfezione formale.

In questo modo la persona ha la possibilità di esprimere il suo punto di vista e le sue capacità di ragionamento e impara la lingua più velocemente. Un po’ come quando in passato si poteva prendere 7 in matematica, nonostante gli errori di calcolo, se si azzeccava il procedimento.

“Anche in certi istituti professionali a prevalenza maschile, che vengono comunemente considerati dei ghetti – assicura Fabiana – in questo modo vengono fuori pensieri di sorprendente interesse e profondità”.

Purtroppo nelle scuole è molto difficile fare questo tipo di lavoro. I ragazzi che ne avrebbero bisogno sono tantissimi: molti di loro sono qui da anni, o addirittura sono nati in Italia, ma quasi tutti parlano un italiano di base, che non basta per andare bene a scuola. Poi c’è il problema del sovraffollamento delle classi, il rapporto medio è di 1 insegnante per 27 alunni. In ogni scuola c’è un docente di riferimento per l’integrazione, che di solito ha le idee ben chiare su come lavorare con gli studenti stranieri. Ma non è così per tutti.
Vuoi per la complessità che si trovano a gestire, vuoi per una certa dose di rigidità, molti professori restano ancorati a schemi vecchi e, incapaci di cedere il passo alla contemporaneità, si trovano ad arrancare. Sembrano non capacitarsi del fatto che gli allievi siano così diversi da quello che loro si aspettano e, rifiutandone la diversità, finiscono talvolta per rifiutarli in toto.

Orgoglio e pregiudizio, ovvero: come italiani e stranieri hanno imparato a stare “ognuno a casa sua” pur abitando nella stessa città

“Quando chiedi a qualcuno se è razzista – osserva Teresa Carbone – è facile che ti risponda di no. Ma poi, spesso, aggiunge qualcos’altro: che sono sempre gli immigrati che causano problemi, che alla fine sono loro che si devono adattare”.

Per Teresa viene fatto un uso edulcorato e superficiale della parola “integrazione”; non si considera che accettare la diversità è tutt’altro che facile. Per esempio, tanti italiani sostengono di rispettare la scelta di chi indossa il velo islamico, ma è raro che qualcuno riesca a parlarne senza avvertire un moto di disappunto. Sulla carta, in una città come Modena in cui il tasso di immigrazione è alle stelle, l’integrazione sembra perfettamente realizzata: lo dicono le ricerche. Ma, se si va ad approfondire, si ha l’impressione che, in fondo, ognuno nella vita di tutti i giorni e al di là della facciata si percepisca come separato.

A detta di tutti, ad esempio, la presenza dei meridionali al nord è un fatto ormai accettato, eppure capita ancora di sentire discorsi razzisti nei loro confronti. Teresa stessa – che vive a Modena ma è foggiana – racconta che, in quanto meridionale e quindi migrante, è stata accettata più facilmente dai ragazzi stranieri che ha intervistato. Più di una volta, approcciandosi a loro, si è sentita dire: “Tu sei come noi”. E alla sua risposta: “No, io sono italiana”, è stato ribadito: “No, tu sei del sud, sei come noi”.

A scuola i giovani modenesi si adattano alla convivenza con compagni di origine straniera, ma fuori non li frequentano – dice Teresa – non ci pensano neanche. Dicono che “gli stranieri fanno casino”, ma non sanno dare altre spiegazioni e viene da pensare che ripetano cose sentite dagli adulti, o alla tv. Certo, ci sono anche le eccezioni, ma non sono così frequenti.

Dal canto loro i ragazzi stranieri hanno la stessa distinzione in testa – solo rovesciata – e, a differenza degli italiani, la esprimono in modo molto esplicito e radicale. Non si fanno problemi a parlare di “bianchi e neri”, anzi, si vantano di essere neri, di essere diversi e migliori dei bianchi e si dichiarano orgogliosamente contrari al fatto di mischiarsi. “Le nere che vogliono fare le bianche non vanno bene”, dicono alcuni ragazzi neri, che tuttavia non disdegnano affatto di uscire con le italiane, ma solo “perché sono mignotte: le nigeriane non te la danno, le italiane sì”.

Soprattutto nelle scuole e nei quartieri “ghetto” – spiega Teresa – la stessa questione si ripropone identica tra migranti. Si creano delle nicchie: nigeriani, divisi dai ghanesi, marocchini, filippini, pakistani, napoletani. I più aperti sono gli albanesi, che stanno con tutti – stranieri e meridionali – basta che non siano modenesi.

In questa Babele dei giorni nostri, ci si continua a chiedere se gli stranieri “si comportano male” perché gli italiani li emarginano, o viceversa, e non ci si rende conto che il pregiudizio è un circolo vizioso. Gli unici che potrebbero interromperlo, forse, sono gli insegnanti, ma non sempre ci riescono, perché sono anche loro parte in causa.

“Una volta un ragazzo marocchino ha fatto delle battute volgari su di me – racconta Teresa – e quando il professore gli ha chiesto di motivare il suo comportamento, ha risposto che non aveva colpe, ero io dovevo coprirmi di più per non essere guardata, come previsto dal Corano. Così è iniziata una discussione in cui il professore giudicava la religione islamica e i ragazzi sono arrivati a insultarsi tra di loro, chiamandosi: munnezz (immondizia), albanese ladro, negro di merda, marocchino gay, turtlèn (tortellino)”.

Una ragazza nera racconta che da piccola, appena arrivata in Italia, è stata per molto tempo isolata all’interno della classe. I compagni la prendevano in giro, le dicevano “lavati la faccia, perché sei sporca” e lei, per tutta risposta, non faceva altro che morderli. E’ riuscita a superare la difficoltà di quei primi anni perché, all’epoca, il papà le aveva fatto capire che gli altri fanno fatica ad accettare ciò che è diverso.

Forse, invece di fare convegni e progetti in cui si parla di come le cose dovrebbero essere, è più utile parlare con i ragazzi di come le cose sono in realtà ed insegnare loro a riflettere e a rispettare gli altri. Il problema è che per farlo bisognerebbe prima mettere da parte i nostri, di pregiudizi.

Oltre il velo

Hajar è arrabbiata e delusa perché i suoi professori l’hanno giudicata non adatta a un liceo. Si è sentita tradita, poi inadeguata, poi di nuovo tradita. Ha pianto, ha chiamato una sua amica, si è sfogata. E si è sentita meglio, ma le è rimasta la preoccupazione di affrontare suo padre. Forse la sgriderà o forse, peggio, sarà d’accordo con i professori e le imporrà di frequentare una scuola di cui non le importa niente. Lei vuole fare l’università, vuole diventare una psicologa, o una sociologa. Le interessano le persone, non vuole fare la segretaria tutta la vita “solo perché l’hanno deciso quei rimbambiti di professori”. A loro non importa niente di lei, perché dovrebbe fare quello che dicono?

Sta accadendo quello che è successo in Francia. “Là l’immigrazione c’è dagli anni Sessanta – spiega Fabiana Fuoco – e ormai ci sono le cosiddette terze e quarte generazioni. I nipoti e i pronipoti di coloro che, tanti anni fa, hanno lasciato la loro terra per trovare lavoro in Europa e dare un futuro migliore ai propri figli”.

Ormai, sulla carta, sono tutti cittadini francesi e, proprio per questo, in teoria non è nemmeno più possibile fare studi etnici. Ma questa è teoria. In pratica, esistono diversi tipi di cittadini: les Français de souche, i francesi veri, les Arabes, discendenti degli immigrati magrebini e les Blacks, i neri, originari del Centro Africa. Da alcuni studi, portati avanti da sociologi francesi di origine straniera, emerge che coloro che non hanno un cognome francese – les Arabes e les Blacks – non hanno le stesse chance dei Français de souche. Vivono confinati nelle banlieue, quartieri periferici delle grandi città francesi, nati negli anni Sessanta, come sede per residenze a basso costo destinate alla manodopera straniera. Avrebbero dovuto essere alloggi provvisori, ma poi sono diventati la dimora definitiva di intere generazioni di immigrati. Si tratta di ghetti, caratterizzati da degrado, sovraffollamento e mancanza di infrastrutture.

I bambini e i ragazzi che crescono lì frequentano le scuole della banlieue, dove stanno tra di loro e in cui lavorano insegnanti a inizio carriera, che, fatta un po’ di gavetta, vengono trasferiti in scuole più centrali. In questi quartieri si parla la cosiddetta langue de la banlieue – uno slang – che è un misto di francese e termini presi dalle lingue di origine dei migranti.

Sempre più spesso i giovani banlieusard protestano contro l’emarginazione sociale, scagliandosi con violenza verso un potere che li tiene schiacciati sempre un gradino sotto. Basta disparità, vogliono le stesse chance degli altri, non se ne fanno un bel niente dei diritti civili, se mancano i diritti sociali. A differenza dei loro nonni – gli immigrati di prima generazione, che si sono adattati a tutto, pur di integrarsi e lavorare – loro rivendicano la loro identità, le loro tradizioni, la loro religione, la loro lingua. Non vogliono essere assimilati, non vogliono più essere tenuti in scacco per la loro diversità. Vogliono il diritto di realizzarsi senza essere diversi da quello che sono, senza rinunciare alle loro radici. “E in questo – osserva Fabiana – sono straordinariamente moderni”.

Hajar ha preso la sua decisione, nonostante suo padre, come al solito, le abbia dato filo da torcere. L’ha messa in difficoltà in tutti i modi, per vedere come reagiva. Ma alla fine le ha detto “fai come ti pare, ma ricordati che la responsabilità di questa scelta è tua e dovrai portarla fino in fondo, costi quel che costi”.

A settembre Hajar andrà al liceo. E non vede l’ora. Ma questa non è l’unica novità. Frugando nell’armadio in cerca di qualcos’altro, ha ritrovato un abito tradizionale – con foulard – che suo padre le aveva comprato l’ultima volta che sono tornati in Marocco. Se l’è provato e guardandosi allo specchio – proprio lei, che ha fatto più battaglie di indipendenza di uno stato americano – si è piaciuta. Ha fatto anche una foto, di lei sorridente con il velo e le è passato per la testa che forse dall’anno prossimo, nella nuova scuola, le piacerebbe indossarlo. Adesso no, i suoi compagni la conoscono come “quella socievole ed estroversa”, ci rimarrebbero troppo male.

“Portare il velo non significa essere tristi – le ha detto sua mamma – e comunque devi fare quello che ti senti, non sei obbligata”. Hajar non ha ancora le idee chiare, sul velo, sull’Islam, su tutto. A volte alza la musica a palla e si trova a fantasticare di incedere con passo deciso su un paio di tacchi alti, verso l’ingresso di una discoteca, per andare a ballare tutta la notte. E si sente vibrare.

Altre volte, invece, sentendo il profumo di tè, in casa, assapora tutta la pace e l’eleganza del modo di vivere che le hanno insegnato i suoi genitori, nella loro semplicità. E si sente già stanca, a quattordici anni, di tutto il rumore di questo mondo. E’ un gran casino, deve pensarci su.

Eva Ferri

FOTO / Melting Pot

Melting pot

Moro e Chiara: 30enne marocchino lui, 19enne modenese doc lei. Fidanzati da qualche mese, vivono separatamente. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY