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Matteo non è in grado di controllare la propria vita: la colpa, secondo lui, è di due microchip che ha dentro di sé che lo controllano e lo manipolano.

Mi sono avvicinato alle tesi di Matteo progressivamente. Me lo presentò un paio di anni fa Giovanni, un amico in comune nonché mio fixer a Piacenza e provincia. “Vuoi vedere che cosa fa la disoccupazione cronica all’uomo?”, mi chiese una sera d’inverno. I posti in cui trovare Matteo erano sempre gli stessi: la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico “Rifugio Segadelli” e la biblioteca comunale “Passerini Landi”. Talvolta lo incontravo per strada, nel quartiere della stazione o in qualche bar economico del centro. Non era un vizioso ma d’inverno si riscaldava volentieri con qualche bicchiere di vino rosso a buon mercato.

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Matteo è un ragazzo piacentino di 35 anni, senza fissa dimora, disoccupato di lunga durata che conta sul mondo dell’associazionismo solidale per vivere e sull’elemosina. E’ più di un semplice disoccupato cronico. La prostrazione e le disistima per la sua condizione lo hanno portato prima alla rassegnazione e alla totale sfiducia nel futuro, e poi a una forma di auto-sabotaggio e di alienazione. Così almeno appare: Matteo afferma infatti che la sua ricerca di impiego è una causa persa “perché essi mi impediscono di lavorare, basta che premano un bottone e bloccano qualsiasi mia iniziativa personale”. Secondo il dott. Vito Antonio Scagliusi, uno psichiatra dell’Asl di Piacenza, la disoccupazione può avere “effetti psicologici devastanti, il dolore che ne deriva può portare alcuni soggetti a proteggersi, a non autocolpevolizzarsi, ad autoassolversi e a non assumersi la responsabilità del proprio fallimento per sfuggire alla sofferenza di una condizione soffocante e di un presente di miseria”.

Matteo ritiene di essere manipolato mentalmente attraverso l’inserimento di oggetti nel corpo che annichiliscono la sua volontà. La sua vita non è nelle sue mani, ma in quelle di una misteriosa setta massonico-mafiosa che gli impedirebbe di lavorare. Non è padrone del suo destino perché la sua libertà personale sarebbe stata compromessa fin dall’infanzia da due microchip che gli sono stati inseriti nell’organismo. Secondo Matteo il primo congegno è sottocutaneo “come quello dei cani” e gli è stato impiantato nella nuca in tenera età. L’altro, “più sofisticato”, sarebbe stato collocato nella sua gamba sinistra a tradimento dai medici del pronto soccorso di Piacenza, durante un intervento chirurgico a seguito di un incidente stradale quando aveva 23 anni.

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Nonostante la patina brillante della ricca e tranquilla città di provincia, l’impatto della crisi economica su Piacenza è stato violento. La città conta 100mila abitanti e secondo un recente rapporto dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro, i disoccupati a Piacenza, nel quinquennio 2009-2014, sono quadruplicati: cinque anni fa erano 3mila, oggi 12mila. Il 2014 è stato l’anno più nero per il lavoro in città e provincia: la percentuale di disoccupazione provinciale ha raggiunto il 9,4 per cento, una media superiore a quella della Regione Emilia-Romagna.

Secondo il rapporto, nel 2014 sono 8mila 356 le persone che si sono rivolte ai centri per l’impiego della Provincia, facendo registrare il massimo afflusso dall’inizio della crisi economica: il 51% sono donne, il 35% hanno meno di 30 anni e il 47% sono di età compresa tra i 30 e i 49 anni. Gli italiani rappresentano il 66% del totale, mentre gli stranieri sono il 34%.

Ad aggravare il quadro, i dati della Caritas di Piacenza relativi al 2014 esposti in un seminario ad inizio maggio. Le famiglie in difficoltà economiche sono triplicate e 50mila borse viveri sono state distribuite nel 2014 a Piacenza e provincia, un territorio che conta circa 280mila residenti. Nel 2014, solo dalla sede centrale della Caritas di Piacenza sono state distribuite 5700 borse viveri, 700 in più dell’anno precedente e alla mensa dell’organizzazione cattolica sono stati consumanti 8mila pasti in più rispetto al 2013 (38mila in tutto, a fronte dei 30mila dell’anno prima).

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Eppure la patina resiste. In una piccola città di provincia essere poveri equivale all’emarginazione: ci si batte con le unghie e con i denti per non apparire in difficoltà, per non rientrare fra i “perdenti”, “gli sfigati”, i “pescegatti” come li chiamano localmente. Non c’è un luogo deputato più di altri per farsi notare, l’intera città è un red carpet in cui gli inestetismi della miseria emergono inesorabilmente. Diventare poveri e invisibili è l’incubo sociale principale degli abitanti di una cittadina profondamente conformista, arricchitasi grazie all’agricoltura. Più che la condizione economica in senso stretto è la perdita dello status sociale che terrorizza il piacentino medio.

Nelle piccole realtà è più difficile dissimulare il proprio disagio e lo stigma della miseria rimane un’onta. Non c’è spazio per chi appare in stato di povertà. E’ come un corpo estraneo nell’armonia borghese. Anche Matteo ha un corpo estraneo dentro di lui, anzi due. Sono i microchip che ha nel cervello e nella gamba sinistra e che gli impediscono di lavorare, di invertire la tendenza, di risollevarsi dalla palude della più cupa rassegnazione.

Parla attraverso metafore, Matteo: “Un terzo dell’Umanità è nella mia stessa condizione, un terzo dell’Umanità è mentalmente manipolato: siamo stati scelti per essere impiantati e per avere o un destino radioso o un’esistenza miserabile, io faccio parte della seconda categoria”. Secondo Matteo fra le persone che sarebbero state impiantate ci sono, in ordine sparso, Adolf Hitler, Giacomo Casanova, Jim Morrison, Matteo Messina Denaro, Silvio Berlusconi e forse anche Gandhi.

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“Attraverso questi congegni, la massoneria più oscura in alleanza con alcune ‘ndrine calabresi mi controllano, inducendomi depressione e blocco motorio”. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, Matteo cambierebbe anche fisionomia, a causa dei microchip, aumentando o diminuendo in altezza e in peso nello spazio di pochi minuti. “Addirittura in certi casi sembra che io possa diventare invisibile oppure scatenare un odio immotivato nei miei confronti da parte di chi mi sta intorno”. Altra metafora dell’indifferenza generale alla sua condizione di miseria: l’invisibilità del disagio più palese.

Qualche anno fa Piacenza scoprì l’orrore dell’indigenza più totale. Un giorno di fine novembre, con le prime illuminazioni natalizie a decorare le strade, la città si è svegliata tentando di dare un nome a un “invisibile” con la pelle scura, ritrovato senza vita nei sotterranei del cosiddetto “Grattacielo dei Mille”. Un giovane uomo di origine pachistana era morto di freddo nello scantinato dell’unico grattacielo della città, un edificio di venti piani dove risiedono ricchi professionisti e esponenti della vita politica locale. Alì si chiamava quell’uomo di trentun anni, veniva dal sud-est asiatico: è morto per inedia nel sotterraneo dei ricchi.

Alì non avrebbe potuto accedere al dormitorio pubblico in quanto clandestino, nessuna struttura d’accoglienza di proprietà comunale o meno lo consente. “Avessi saputo dove dormiva gli avrei portato immediatamente del tè caldo e qualche coperta: è l’unica cosa che posso fare in questi casi. Ho sentito tanta rabbia per la morte di quel giovane, un’enorme sconfitta per la nostra società”, disse all’epoca Giovanni Bonadè, presidente dell’Associazione “La Ronda della Carità e della Solidarietà”, il gruppo che gestisce il “rifugio Segadelli”, un centro di prima accoglienza di proprietà comunale situato a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

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Aperto nel 2002, il “rifugio” è un dormitorio per soli uomini e dispone di otto posti letto. “Ogni sera devo rifiutare l’entrata ad almeno tre persone che cercano riparo, per mancanza di posti letto o perché sono irregolari. E’ durissima dire loro di no, sapendo che dovranno cercarsi qualche angolo in cui allestire il loro giaciglio improvvisato”, afferma oggi Giovanni Bonadè. Il dormitorio Segadelli ha censito circa 800 accessi nel 2014, ossia il 20% in più dell’anno prima. 800 “utenti”, termine che gli operatori sociali adoperano per definire le persone di cui si prendono cura.

Per un periodo Matteo ha frequentato il rifugio Segadelli, fino a qualche anno fa era una presenza abituale del dormitorio. Con lui c’era anche Johnny che era già un uomo di mezz’età quando è arrivato da Milano a Piacenza. Era di origine americana, del New Jersey. A quarant’anni, Johnny, uno stimato professionista nel ramo delle assicurazioni, perse il lavoro. Per un periodo lottò, cercò e trovò un impiego come portinaio, accettando il declassamento professionale pur di continuare la sua vita famigliare con la figlia piccola e la moglie, una donna di origine piacentina. Poi sbanda, comincia a bere sempre di più e a giocare d’azzardo. Sua moglie lo lascia e si trasferisce con la bambina a Piacenza dai nonni. Così Johnny, pur di stare nella stessa città della figlia e della moglie, di cui era ancora innamorato, si trasferisce anche lui qui in Emilia. Gli inutili tentativi di ricucire i rapporti con la moglie che gli impedisce anche di vedere la figlia gli danno il colpo di grazia.

L’ultima volta che ho visto Johnny, a marzo 2015, era al bar-tabacchi dietro a casa mia a bere vinaccio di domenica pomeriggio: era dimagrito, emaciato, il viso colore rosso era ricoperto di acne. Stava bevendo da solo. Era molto ubriaco, gli chiesi come stava e lui mi rispose in inglese:”I’m gonna drink all night, then I’ll kill myself”.

Gli inestetismi della miseria non passano inosservati in piccole città di provincia come Piacenza. E la povertà provoca una traformazione quasi fisica del soggetto. Forse è la trasformazione fisica di cui faceva menzione Matteo. Johnny, per esempio, è passato in pochi mesi dagli eleganti completi Armani con i pantaloni a sigaretta e le candide camicie Burberry ai jeans Carrera usurati, alle giacche sformate e ai sacchetti di plastica del Lidl con dentro tutta la propria vita.

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Matteo e altri senzatetto vivono una routine di elemosina e di lunghe giornate trascorse fra la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico e la biblioteca comunale. Frequentano la biblioteca per usare il bagno, per navigare gratis su internet, per il caffè della macchinetta a 50 centesimi e per le sigarette e gli spicci che gli studenti offrono loro con più facilità. “D’inverno è dura, la biblioteca ci offre soprattutto un riparo durante i lunghi pomeriggi freddi. Quando la biblioteca chiude è già l’ora di cena alla mensa pubblica”, mi spiega un altro ragazzo senza fissa dimora.

Secondo Matteo le persone mentalmente manipolate sarebbero un problema sociale. Ma è l’isolamento e la mancanza di relazioni umane che Matteo cerca di spiegare, a modo suo:”Le persone hanno paura di me, non mi salutano più perché giustamente spaventate e impressionate dai miei improvvisi cambi di fisionomia. Le persone vedendomi mutare di aspetto cambiano a loro volta il proprio atteggiamento nei miei confronti, alcuni hanno addirittura dei comportamenti violenti: sembra che, alle volte, possa innescare un odio in chi mi sta accanto senza che io faccia o dica niente. Vogliono aggredirmi e farmi del male: di recente, uno sconosciuto ha cercato di colpirmi con un oggetto contundente, subito dopo mi ha chiesto scusa affermando di non sapere il motivo che lo aveva spinto a tentare di picchiarmi”. Questa è un’altra metafora dell’esclusione sociale assoluta di chi è senza lavoro, senza casa, senza affetti.

Per Matteo il mondo si divide in eletti e dannati:”Con il mio impianto si potrebbe in teoria far funzionare il cervello al 40% delle sue potenzialità. E’ un privilegio di pochi che rimarranno nella Storia, diventeranno dei miti. Per chi non serve come me, invece, la vita diventa un inferno, non riesci più a fare niente”. Ogni suo progetto si scontra con forze oscure più grandi di lui.

L’unica “consolazione” è che Matteo, come l’indigenza, non è un caso isolato. Anzi, a Piacenza sono circa 12 mila le persone colpite dal suo stesso male; non è un calcolo a caso, sono i dati relativi alla disoccupazione in città oggi. Famiglie intere sono coinvolte in questa grande macchinazione:”Io non sono pazzo – assicura Matteo – sono mentalmente controllato e non posso lavorare, ma il mondo è pieno di persone come me: molti ritengono che siamo dei mostri e che dovremmo scomparire dalla faccia della Terra”.

Matteo non è lo scemo del villaggio, né un tossicodipendente o un alcolista. Espone le sue idee con molta calma e apparente lucidità. E’ l’assenza di prospettive, la lotta quotidiana per la sopravvivenza che gli sembra impari e l’emarginazione sociale che lo hanno portato a perdere le coordinate e a proteggersi, ideando un mondo ostile, colorato di tinte fosche, di complotti, di malavita e di piani massonici cospirazionisti planetari. Oppure, il mondo secondo Matteo potrebbe essere solo un’ingegnosa allegoria della violenza della nostra società.

Gaetano Gasparini