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Da millenni filosofie e religioni si interrogano su cosa accade dopo la morte e offrono consolazioni a chi resta. Ma l’unica certezza raggiunta sul “dopo” è una (quasi) perfetta macchina organizzativa che gestisce la fase finale delle nostre esistenze. Ecco cosa ci succede una volta esalato l’ultimo respiro, in pratica.

di Martino Pinna

VIDEO / La città dei morti


Un cimitero considerato un capolavoro di architettura, i cui disegni sono esposti al MoMa di New York. “Vengono i pullman di giapponesi a vederlo” spiega un dipendente della polizia mortuaria. Ma in realtà il cimitero di Aldo Rossi, un progetto innovativo e visionario, pensato come “una chiesa di tutte le religioni”, non è mai stato completato e ai cittadini modenesi non piace: “Molti non vorrebbero mai farsi seppellire qua”. Perché?

REPORTAGE / La realtà della morte

Accertare la realtà della morte. Nel linguaggio tecnico, freddo ma a suo modo poetico, si dice così. È il momento in cui il medico necroscopo visita la salma e ufficializza il decesso. Sembra una pura formalità, ma non è così: è un passo importante, quello in cui la morte diventa definitiva, si passa dal registro dei vivi a quello dei morti, da soggetto con dei diritti a oggetto senza diritti. Significa che per lo Stato non esistiamo più come persona fisica ma solo come corpo da gestire e sistemare, nel massimo rispetto e nel migliore dei modi possibili. Ma il viaggio, in un certo senso, è solo all’inizio.

Cosa succede dopo la morte?

Nel momento della morte il nostro corpo cessa definitivamente di funzionare. È a questo punto che si mette in moto la macchina organizzativa statale ormai rodata ed efficiente, che si incarica di gestire il cadavere e portarlo alla sepoltura. Se non ci fosse questa precisa organizzazione le cose sarebbero molto complicate, e non solo dal punto di vista igienico-sanitario, ma anche da quello sociale, culturale: toccherebbe a noi, personalmente, occuparci del cadavere dei nostri cari, ma anche, chissà, di quello di uno sconosciuto trovato per strada. Per fortuna non è così. Tutto è studiato, regolamentato e organizzato in ogni minimo dettaglio.

Per capire qualcosa di più della morte, e di quello che succede dopo, ho parlato con un esperto di medicina legale, uno che in trent’anni di carriera ha accertato la morte di centinaia di cadaveri. “La maggior parte delle persone muore fuori dall’ospedale” spiega il dottore. “Solo un terzo muoiono qui, dove lavoro, e credo che la tendenza generale non sia molto diversa. Gli altri muoiono sul territorio, in casa o sulla pubblica via”. Può trattarsi di incidenti, malori improvvisi per strada, morti sul lavoro, omicidi o suicidi.

La quindicesima ora

Se invece si muore in casa, cosa abbastanza frequente, il medico necroscopo deve recarsi a domicilio per accertare la morte. È una cosa che capita spesso? “Più volte al giorno. Quando la persona muore in casa, e aveva qualche malattia, la diagnosi di causa di morte viene fatta dal medico di base, o da un medico che conosceva la persona e sapeva quali erano i suoi problemi di salute”. Si compila il modulo Istat per le statistiche sulla mortalità. Prima erano azzurri per gli uomini e rosa per le donne, ora sono tutti uguali e vanno specificati il sesso e la modalità della morte, a scelta fra: accidentale, suicidio, omicidio, infortunio sul lavoro. Sopra lo spazio della firma del medico c’è scritto “dichiaro che le cause della morte secondo scienza e coscienza, sono quelle da me sopraindicate”, sotto, il tratto punteggiato dove firmare.

La persona però non è ancora ufficialmente morta. Clinicamente probabilmente sì, ma diciamo che per il diritto è in una sorta di limbo, in attesa che la sua morte sia accertata. Per ufficializzare il decesso è necessario compilare un altro modulo, quello di accertamento della realtà di morte. E questo è di competenza del medico necroscopo: “Entro la quindicesima ora ci rechiamo sul luogo dove si trova il morto e constatiamo la realtà della morte, rilasciando l’apposito certificato, che viene poi portato all’ufficio di stato civile”. Dal momento in cui il morto è ufficialmente morto e viene cancellato dal registro dei soggetti viventi, non è più soggetto di diritto, non gode più dei diritti della persona, dato che non esiste più.

La diagnosi di morte

Se non ci sono richieste di approfondimento dell’autorità giudiziaria, cioè l’autopsia, l’accertamento della morte avviene abbastanza semplicemente tramite l’osservazione del cadavere. “Ci sono fenomeni di trasformazione che intervengono sul corpo che permettono di fare una diagnosi di morte in modo certo”. Quali sono? “La rigidità, la comparsa di macchie ipostatiche, l’abbassamento della temperatura corporea sono i tre parametri di facile osservazione in qualsiasi tipo di ambiente senza l’ausilio di strumenti. E in genere alla quindicesima ora si sono già manifestati”.

Nel caso si arrivi prima della fatidica quindicesima ora, o se per qualche motivo questi fenomeni che testimoniano in maniera inequivocabile la morte non si siano ancora manifestati, il medico deve eseguire un elettrocardiogramma. “Lo facciamo in ospedale o a domicilio con un elettrocardiografo portatile. Si esegue per 20 minuti, e se il tracciato è piatto per 20 minuti consecutivi… Be’, allora è morto senza dubbio”.

La morte apparente

Quindi la morte apparente, l’incubo di risvegliarsi in obitorio o addirittura di essere seppelliti vivi, è solo un mito appartenente a un passato ormai, diciamo così, morto e sepolto? “Sostanzialmente sì, è un rischio che non esiste più” risponde il dottore. “Negli ultimi 30 anni ricordo forse due casi in cui era stato commesso un errore in pronto soccorso e la persona era stata trasferita in camera mortuaria dove qualcuno si era accorto che in realtà non era morta. Oggi è praticamente impossibile”. Nonostante questo il regolamento di polizia mortuaria (D.P.R. n.285 del 1990) insiste più volte su questa possibilità, pur senza mai parlarne esplicitamente. In più articoli si dice ad esempio che “il corpo deve essere posto in condizioni tali che non ostacolino eventuali manifestazioni di vita”. Insomma, non si è mai troppo sicuri. “Il fatto è che prima di ogni spostamento del cadavere da un posto a un altro viene fatto l’accertamento: non si dà per defunto un soggetto senza aver accertato con certezza la realtà della morte. E poi non ci sono patologie che possono portare a una morte apparente, sarebbe un assurdo biologico pensare che con uno di questi fenomeni, rigidità, abbassamento della temperatura eccetera, si sia ancora in vita”.

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La nuova casa

Il prossimo passo è il seppellimento. La polizia mortuaria si occupa della gestione dei cimiteri e delle sepolture, mentre le onoranze funebri si occupano delle pratiche amministrative, della fornitura del necessario per la sepoltura ed eventuale funerale (cassa, addobbi, decorazioni floreali) e del trasporto. Le scelte sono tre: sepoltura a terra (inumazione), in loculi o cappelle (tumulazione), oppure la cremazione.

La cremazione è in aumento, ma la tumulazione, in loculo e in tomba, resta ancora il metodo più scelto. I dati relativi alle forme di sepoltura in Italia nel 2012 dicono che il 33,50% riguarda la sepoltura a terra, il 49,88% la tumulazione e il 16,62 la cremazione, che però è data ovunque in aumento (dati SEFIT). I loculi hanno costi diversi in base alla posizione: più sono in alto e meno costano, perché sono più scomodi e difficili da raggiungere. “C’è però chi fa dei sacrifici pur di avere i propri cari ad altezza uomo” spiega una dipendente del cimitero. “Ricordo una donna a cui era morto il marito. Aveva qualche difficoltà economica, ma aveva voluto comunque un loculo basso in modo che i figli, ancora piccoli, potessero andare a trovare il padre”.

Polvere sei e polvere ritornerai

Nel caso si scelga la cremazione – la soluzione realmente definitiva, corrispondente all’ammonimento biblico “polvere sei e polvere ritornerai” – le opzioni sono tre: affidamento delle ceneri, cioè te le porti a casa, tumulazione, in una celletta o nella tomba di famiglia, oppure dispersione. L’ultima opzione, la dispersione, può avvenire nell’apposita area prevista nei cimiteri oppure all’esterno, in natura, con l’autorizzazione. Curiosità: la Chiesa cattolica in passato condannava la cremazione, oggi non più, ma continua a vedere nella dispersione delle ceneri qualcosa di ambiguo, un po’ troppo new age, come se il riferimento di questo rituale fosse un dio cosmico non meglio definito, insomma non quello della bibbia, e per questo la sconsiglia.

L’urna, uno scomodo soprammobile

Il responsabile del cimitero mi spiega che nei casi di affidamento delle ceneri quasi sempre, dopo qualche anno, capita che i parenti del defunto cambino idea e le riportino in cimitero. “All’inizio sono convinti, ma dopo un po’ di tempo sorgono problemi”. A volte di tipo pratico: se muoiono più parenti, diventa difficile conservare in casa tante urne funerarie, soprattutto col passare del tempo. Passata l’emozione del lutto, l’urna funeraria diventa solo un oggetto in più che non si sa dove mettere. Altre volte invece sorgono problemi di tipi psicologico: “Ricordo un signore” continua il responsabile del cimitero, “che dopo diversi anni ha riportato le ceneri della moglie in cimitero perché diceva che tenendole in casa non riusciva a superare il lutto”. La cremazione comunque, al di là delle proprie convinzioni personali e religiose, resta il metodo più efficiente, di sicuro quello che prende meno spazio e provoca meno problemi. Per la tumulazione invece le cose sono un po’ più complicate.

Le tre sepolture

Di solito succede così: la cassa viene chiusa ermeticamente e infilata nel loculo, poi viene messa la lapide, azione che sembra chiudere definitivamente il percorso del morto, ma non è così. Gli spazi del cimitero infatti sono dati in concessione, cioè vengono affittati dal comune ai cittadini. Le concessioni però scadono e gli spazi devono essere rinnovati o liberati. Ogni cimitero ha un proprio ciclo: ogni 10 anni devono essere dissotterrati i resti e ogni 30 anni devono essere liberati i loculi. “Noi avvertiamo i parenti tramite raccomandata” spiega il responsabile del cimitero, “ma in moltissimi casi sono disinteressati alla cosa, oppure non vogliono pagare, o non possono. A volte si tratta di eredi, o di lontani parenti, e allora ci dicono: fate voi, non ci interessa”. Anche perché l’operazione ha un costo. Costo che, in caso di disinteresse da parte dei parenti, va a carico del Comune.

La mineralizzazione impossibile

Nel caso della sepoltura a terra viene eseguita l’esumazione, cioè il dissotterramento del cadavere, ogni 10 anni. Dopo questo periodo i resti ossei vengono spostati nell’ossario. Invece per il metodo più diffuso, la tumulazione, non è così semplice. In teoria si apre la bara, si raccolgono i resti ossei e si mettono nell’ossario comune, lasciando così spazio ai nuovi morti. Nella realtà però non va quasi mai così, perché le casse di zinco previste dalla legge non agevolano quella che tecnicamente si chiama “mineralizzazione” e “scheletrizzazione” del corpo. Per dirla brutalmente: il corpo non si decompone del tutto. Capita così che si apra la cassa e oltre alle ossa si trovi anche qualcos’altro.

“Il cadavere è fatto di tessuti molli e tessuti scheletrici” spiega il dottore. “Quando il corpo muore i tessuti molli vanno incontro a una degradazione, cioè a una progressiva semplificazione delle molecole, fino a ridurre tutto ad acqua e anidride carbonica. Le ossa invece restano. Il problema è che la modalità di sepoltura attuale ostacola la degradazione della materia biologica e quindi nella maggior parte dei casi si trovano cadaveri non ancora del tutto scheletrizzati, con le ossa ma anche con parti dei tessuti molli”. In questo caso, molto frequente in tutti i cimiteri, va fatta una seconda sepoltura.

La fine, quella vera

I resti vengono messi in una rete (o “feretro biodegradabile per salme non mineralizzate”, costo 64 euro) e quindi nel terreno, e si attendono 5 anni. Dopo questo periodo si effettua lo scavo e a quel punto è praticamente certo che ci siano solo ossa. Con la rete vengono raccolti i resti ossei che andranno nell’ossario. “Non è molto funzionale, ma è così” continua il dottore. “Non si può fare niente per accelerare il processo, perché per legge ci dev’essere l’involucro, cioè la cassa di zinco, sostanzialmente per prevenire la fuoriuscita di liquami. Però è un sistema che obiettivamente non agevola il naturale processo di scheletrizzazione”. Va precisato che l’intera procedura può avvenire alla presenza dei parenti, se ne fanno richiesta, anche se non è sempre uno spettacolo piacevole e normalmente le persone tendono a evitarlo. Così come tendiamo a evitare qualsiasi cosa abbia a che fare con la morte.

FOTO / Pietra e silenzio

Cimitero vecchio, fiori finti

Capolavori vecchi e nuovi, tra le forme pure di Aldo Rossi e l’eleganza ottocentesca di Cesare Costa. I due cimiteri sono così diversi eppure così uguali: in entrambi regnano la pietra e il silenzio, e ovviamente i fiori. Anche se “oggi la maggior parte delle persone compra quelli di plastica” spiega un fioraio.  VAI ALLA GALLERY

La vista della morte

E invece chi lavora da anni a stretto contatto come reagisce di fronte ai cadaveri? Ci si abitua? Lo chiedo al dottore. “Se si tratta di cadaveri freschi, quindi in condizioni di conservazione ancora buone, l’approccio è abbastanza tranquillo, ci si abitua. Quando invece si tratta di soggetti che vengono trovati in casa… sa, persone che abitavano da sole, e magari vengono trovati dopo molti giorni… hanno già avuto fenomeni di decomposizione importanti, quindi hanno un aspetto pesantemente modificato, con l’emanazione di odori fastidiosi, allora l’approccio è più complicato, non è piacevole per nessuno. C’è chi si adatta meglio e chi meno. A me ad esempio hanno sempre causato problemi i cadaveri di soggetti morti per omicidio, quindi la vista della violenza, degli effetti della violenza. Questo mi crea un forte disagio”.

La rimozione della morte

Il medico legale, così come gli addetti del cimitero, sono quotidianamente a contatto con la morte. Noi comuni mortali abbiamo uno strano atteggiamento nei confronti della morte: facciamo semplicemente finta che non esista. Non ne parliamo mai, e se solo si pronuncia la parola si ha la sensazione di aver detto qualcosa di sbagliato o sconveniente. “Penso che la morte non sia mai stata accettata così poco come ai giorni nostri” dice il dottore. “C’è un rifiuto della morte e soprattutto la difficoltà di accettare che si possa morire senza evocare responsabilità di nessuno. Questa oggi è una cultura molto diffusa, secondo me perché abbiamo perso un rapporto equilibrato con la natura. La tecnologia, il benessere, l’evoluzione, ci hanno portato a dominare la natura, e la stessa medicina, così tanto progredita, lo fa così tanto nella misura in cui si manifesta tramite le malattie, da far pensare che l’uomo abbia vinto la sua contesa contro la natura. In realtà non è così, né potrà mai essere così”.

La morte come fallimento

Il punto, dice il dottore, è che la medicina, per quanto progredita sia, dovrà sempre fare i conti con i propri limiti, che ci sono e ci saranno sempre. Per dirla semplice: si continuerà a morire, e né il dottore né il paziente ci possono fare niente. L’età media di vita si è allungata (il numero di persone che oggi hanno un’età pari o superiore ai 60 anni è raddoppiato rispetto al 1980, fonte: Ministero della Salute) ma soprattutto sono migliorate le qualità di vita e la vecchiaia si può vivere abbastanza dignitosamente. Detto questo, la morte resta un destino ineluttabile. Eppure, oggi viene vista come un fallimento dei medici, come un errore, e non come la naturale conclusione della vita. Tanto che si arriva spesso a casi di accanimento terapeutico prima e di ricerca esasperata di responsabilità dopo. “Bisognerebbe recuperare un rapporto equilibrato con la natura per accettare i nostri limiti, le nostre finitezze, le nostre fragilità, insomma il fatto che siamo granelli di sabbia nell’universo”.

Il modo migliore di morire

Chiedo al dottore come vorrebbe morire, se avesse la possibilità di scegliere. La risposta è interessante: di tumore. “Non sono come quelli che sperano di avere una morta improvvisa, senza accorgersene. Io spero di avere una malattia di cui avere coscienza e sapere che mi porterà a morire. Ma non solo: se questa malattia avesse una certa durata, questo mi permetterebbe di mettere a posto tutte le cose in sospeso e preparare quel passaggio senza lasciare niente di incompiuto”.

Secondo il dottore, che sembra averci riflettuto profondamente, morendo improvvisamente si lasciano problemi aperti e cose non finite. E la morte, come sappiamo, è un fatto che riguarda i vivi, cioè chi resta. Quindi è anche un fatto di responsabilità: “Non vorrei lasciare problemi ai miei cari, agli amici o ai colleghi. E poi mi piacerebbe avere la possibilità di dire le ultime cose alle persone a cui voglio bene”.

Il senso della morte

Ci sono cose che non si possono dire se non in punto di morte, perché in quei momenti il coinvolgimento emotivo rende le cose più facili: “Nel romanzo ‘La montagna incantata’ di Thomas Mann la malattia viene vista dall’autore come un aumento della sensibilità che permette di arrivare a una visione più profonda della vita. Io ho vissuto da vicino esperienze di questo tipo, sono un calvario, ma la sofferenza non mi spaventerebbe: penso che riuscirei moralmente a sostenerla e valorizzerei gli aspetti positivi. Certo, l’ideale sarebbe compiere questo percorso e magari poi guarire…”.

Il punto è riuscire a dare un senso alla nostra morte. Per darle un senso bisogna però prima prenderne coscienza. In molti casi capita che proprio al diretto interessato non venga detto che sta per morire, e non abbia quindi l’occasione di fare un bilancio, di dire qualcosa ai propri cari, di chiudere il cerchio.

“La malattia fa parte della vita, la morte fa parte della vita. E può avere questo valore: ti insegna qualcosa. E sarebbe importante che anche noi medici avessimo questa consapevolezza per evitare di ipertrofizzare il nostro ego, che significa investire le tecnologie e le risorse scientifiche di potestà che ancora non hanno e forse non avranno mai. Si continuerà a morire” conclude il dottore. “E se la morte non la possiamo combattere possiamo almeno riuscire a morire bene”.

Martino Pinna

Nella foto di copertina l’opera di Jan Fabre “Merciful Dream (Pietà V)” – Galleria civica di Modena. Foto di M.Pinna.