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di Rossella Famiglietti

Nell’epoca del Grande Conformismo, dove tutti i movimenti di militari occidentali in giro per il mondo sono “missioni di pace” o virtuose “esportazioni di democrazia”, vale ancora la pena chiedersi il senso e il valore di un’educazione militare. Cosa spinge, oggi, un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza del soldato? A rispondere ci aiuta anche un insospettabile Gabriele D’Annunzio, in mostra a Modena, in una delle accademie militari più antiche al mondo.

Se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo. Se non conosci il nemico ma conosci te stesso, le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle della sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso, ogni battaglia significherà per te la sconfitta.
Sun Tzu, L’arte della guerra (VI sec a. C.)

Andare a conoscere il nemico. Ecco quello che succede ad un antimilitarista quando entra nell’Accademia militare di Modena, con la scusa di visitare la mostra, aperta tra dicembre e febbraio, dedicata a Gabriele D’Annunzio soldato. I cimeli delle avventure militari del Vate, l’immaginifico, il soldato della Grande Guerra sono in prestito infatti alla storica Accademia che si fregia del motto “Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi”.

L’ingresso dell’Accademia è solenne: lapidi alla memoria e fuochi perpetui.
Oltre il portone centrale si accede, infatti, al Lapidario con incisi su marmo i nomi dei 7811 Ufficiali, ex allievi, caduti nelle guerre per l’Unità, l’Indipendenza e la Liberazione. Il sabato pomeriggio è facile imbattersi nei cadetti in libera uscita per le vie del centro, oppure a colloquio con i loro familiari in visita in salottini a cui è vietato l’ingresso agli estranei. Vietato ai visitatori è il passaggio attraverso il Cortile d’Onore del Palazzo ducale che ospita l’Accademia e, in occasione della mostra, la sorveglianza è strettissima. Quando Francesco I d’Este arrivava a cavallo nel grande cortile, tutta la corte e la cittadinanza erano pronti ad acclamarlo e a vederlo salire a cavallo lo Scalone d’onore, almeno così vuole la leggenda. Da quando, nel 1861, il Palazzo è diventato zona militare, la cittadinanza si è vista privata di questo spazio.

Pronti ad agire, in ogni situazione, in Patria e all’estero

«L’Accademia Militare ti prepara per diventare Ufficiale dell’Esercito Italiano e un comandante di uomini. Oltre ad un percorso di formazione completo ed avvincente, l’Accademia Militare ti permette di apprendere tutto ciò di cui hai bisogno per essere pronto ad agire in ogni situazione, in Patria e all’estero», così recita il sito dell’Esercito italiano-Ministero della difesa alla voce “Arruolamenti”. Due sono le domande che balzano alla mente. La prima: cosa possa spingere oggi un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza che impone il codice militare. La seconda: come sia stato possibile assimilare il più sfrenato amante del piacere e della disobbedienza di inizio Novecento a un baluardo di ordine e disciplina.

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Come risposta alla prima domanda, probabilmente, resta ancora valida quella che diede involontariamente Federico II di Prussia, campione di militarismo: «se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file».

In questo palazzo, il più antico istituto di formazione militare al mondo, direttamente legato all’Accademia militare di Savoia, fondata il 1º gennaio del 1678 per volontà di Carlo Emanuele II e della reggente Maria Giovanna di Savoia Nemours, sono passati 116.000 allievi, sei Presidenti del Consiglio e trentuno ministri, oltre a Vittorio Emanuele III, Umberto II di Savoia Re d’Italia, Edmondo de Amicis, Giovanni Agnelli, Armando Diaz, Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, Francesco Baracca, uomo di culto per le sue imprese aviatorie spericolate sotto il marchio del cavallino rampante, recentemente omaggiato nel museo dell’Accademia con l’esposizione di uno degli aerei da lui pilotati nel primo conflitto mondiale.

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Ingoiare lacrime in silenzio

Questi uomini hanno appreso l’arte del comando, e conseguito una Laurea, tra le altre, in Scienze Strategiche, Ingegneria o Medicina e Chirurgia, sottoponendosi ad un addestramento il più possibile realistico, come spiega il prof. Marco Costa, docente di Psicologia generale dell’Università di Bologna e dell’Accademia, nel suo “Psicologia militare. Il mestiere delle armi” (2002). Gli allievi devono sentire l’odore della guerra, devono percepire lo stesso e identico pericolo, solo così saranno il generale che tutti sognano di essere: quello con le truppe disposte a morire per lui. Non tutti riescono a tenere testa al duro addestramento: bisogna imparare ad «ingoiare lacrime in silenzio», come ricorda il motto di “Mamma” Accademia. Il periodo più difficile è quello iniziale, quando gli allievi sono solo “aspiranti” e i superiori mettono alla prova la loro motivazione, come si legge nella sentita rievocazione del generale Chiavarelli, conservata sul giornale on line “Pagine di difesa”:

«Si era aspiranti allievi, un qualcosa d’indefinito, materia informe da sbatacchiare, maltrattare, strapazzare dalla mattina alla sera per testare se la voglia di fare l’ufficiale era reale, ponderata, convinta ed eliminare i tiepidi e i deboli. Eravamo assolutamente certi che tutti ce l’avessero con noi e manifestassero il loro livore urlandoci contro dalle sei del mattino fino al momento di coricarci. Ogni spostamento andava fatto di corsa e sembrava che un sadico avesse fatto in modo che le lezioni e gli addestramenti fossero sempre dalla parte opposta a quella in cui ci trovavamo. Di continuo, plotoni di centometristi affannati, sudati, puzzolenti, si incrociavano per scale e corridoi gridando “Tenere la destra! Tenere la destra!” Chi non lo avesse fatto sarebbe stato inesorabilmente travolto».

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I suicidi in Accademia

L’Accademia militare di Modena ha registrato negli ultimi anni cinque suicidi. L’ultimo, del 24 gennaio 2012, riguarda non un cadetto ma un dipendente civile in servizio presso il Palazzo Ducale. Il primo suicidio risale al 1996, quando il cadetto napoletano ventenne Pierpaolo Signudi, dopo essersi svegliato alle 6.30 e aver messo in ordine la stanza, ha atteso l’uscita dei suoi compagni per buttarsi, in divisa, dal quarto piano. Cento giorni dopo sarebbe diventato sottotenente dei carabinieri. A distanza di soli sei mesi, il 28 novembre dello stesso anno, il diciannovenne ennese Luigi Chirdo, indossata la divisa, si è lanciato dalla finestra del bagno per schiantarsi, dopo un volo di quindici metri, nel Cortile delle Colonne. Luigi ha lasciato una lunga lettera in cui chiede perdono ai genitori che lo volevano in divisa, dichiarandosi un fallito. “La vita militare l’ha affrontata volentieri”, dichiara il Professore Aragona, preside del Liceo scientifico frequentato dal ragazzo, alle pagine de L’Unità, “per fare un piacere ai genitori che ci tenevano molto. Forse si è scontrato con una realtà troppo dura”. Come se non bastasse la preoccupazione scatenata da queste morti, enorme scandalo hanno suscitato le dichiarazioni dell’allora comandante dell’Accademia, generale Bruno Loi.

«Non ci serve chi è in lotta con se stesso, per loro non c’è futuro nell’esercito», ha dichiarato il generale nel corso nella conferenza stampa seguita ai due suicidi e ha poi aggiunto: «è un periodo nefasto per la nostra società. Questi ragazzi sembrano incapaci di far fronte agli impegni, davanti al primo problema si mettono a piangere». A queste parole fredde e distaccate hanno risposto con una lettera gli ex compagni di scuola del cadetto, come rivela l’archivio storico del Corriere della sera: «non si può essere sempre un generale» e ancora «lui era, come tutti noi, in lotta con se stesso». Gli alti comandi non hanno ceduto alle provocazioni sul presunto cinismo del militare e hanno ciecamente difeso le sue posizioni, ribadendo l’estrema durezza della vita militare, a cui spesso, secondo loro, i giovani si votano con superficialità, magari per puro interesse economico. Queste dichiarazioni ricordano le parole del generale Cadorna, di cui pure si celebrano le gesta nella mostra sulla prima guerra mondiale, all’indomani della disfatta di Caporetto. Oggi gli storici sono concordi nell’attribuire gran parte delle colpe ad una strategia spietata ed anacronistica del generale, oltre che ad una serie di ritardi e ambiguità nei comandi, eppure nel bollettino di guerra emanato il 28 ottobre 1917, il generale scarica tutte le colpe del disastro sulle truppe «vilmente ritiratisi senza combattere» o «ignominiosamente arresesi al nemico».

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Il 12 maggio 2000 Francesco Antuono, militare di leva, l’ha fatta finita sui binari della Stazione di Modena lanciandosi contro il Pendolino diretto a Milano. Poi ancora nel 2003, quando il 26 gennaio un altro diciannovenne, Roberto Ciampa, decide di uccidersi buttandosi dal quarto piano e solo pochi mesi dopo, a marzo, il suo coetaneo Ermir Haxhiaj, figlio di un colonnello albanese, si impicca in bagno con una catena. Qualcuno ha parlato di frustrazione e di episodi al limite tra goliardia e nonnismo. Sono queste le ipotesi emerse dalle inchieste, senza considerare la condanna del 2012 a un anno e otto mesi di reclusione ai danni di un docente riconosciuto colpevole di abusi sessuali, perpetrati nove anni prima nei confronti di due cadetti, con la promessa di facilitazioni agli esami.

Spending review? Non per i militari

Entrare all’Accademia militare di Modena è impossibile o quantomeno difficilissimo, come rimpallano i forum degli aspiranti ufficiali. Nessuno fa cenno a timori di natura psicologica o a eventuali contrasti interiori, anzi quanto maggiori risultano le difficoltà di ingresso in questo glorioso olimpo, maggiore risulta, a quanto pare, l’autostima, la fierezza e la motivazione ad andare avanti. L’aspirazione a far parte di un ordine privilegiato è, oggi più che mai, purissima. Il riconoscimento si misura dall’ammirazione di madri e fidanzate, dallo stipendio percepito di 900 euro al mese per i primi due anni e di 1.600 euro dal terzo anno, con incrementi in base al grado, impensabile oggi per qualsiasi studente di quell’età, e dal rinnovato vigore dello spirito militarista che pervade la società italiana. Basti pensare all’incremento delle spese militari del 2015, in barba alle politiche di austerity. All’interno del budget del Ministero per lo sviluppo economico, sono stati, infatti, stanziati 2 miliardi 800 milioni (200 milioni in più rispetto all’anno scorso) solo per i caccia Eurofighter, le fregate Fremm e il programma di blindati Vbm.

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D’Annunzio, l’eroe e il ribelle

Questo lusso militare avrebbe sicuramente ottenuto l’approvazione di Gabriele D’Annunzio, che del lusso ha fatto uno stile di vita e che l’Accademia militare ha deciso di celebrare come un simbolo di ineccepibile inflessibilità guerriera.

Quando si arruola volontario nella Grande Guerra, l’autore de “Il Piacere”, ha ormai 52 anni e un passato alle spalle di vita spericolata, amori appassionati e controversi, ambiguità politica e letteraria, un carico di debiti frutto di una vita “opera d’arte” vissuta al di sopra delle proprie possibilità, che lo costringe ad un esilio forzato in Francia per mettersi in fuga dai creditori. In Italia, nel fatidico, e non ancora completamente chiaro, periodo che intercorre tra lo scoppio della guerra, il mutamento di alleanze e la stipula del Patto segreto che porterà il Paese a girare le spalle ad Austria e Germania e a schierarsi con Francia e Inghilterra, abbagliato dalla riconquista delle terre irredente e dall’esaltazione della guerra in nome della Nazione, D’Annunzio ha il fondamentale ruolo di agitatore sociale in favore dell’intervento, insieme con Benito Mussolini e altri intellettuali interventisti. La mobilitazione delle masse e l’invenzione di una comunicazione politica violentemente emotiva hanno il potere di cambiare il corso della storia. Sono i giorni del maggio radioso quando, in aperta sfida con l’opinione dominante ai più alti vertici dello Stato italiano, nell'”Arringa al popolo di Roma in tumulto”, D’Annunzio annuncia solennemente «Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo».

Per D’Annunzio è finalmente il momento di incarnare il Superuomo, abilmente mutuato da Nietzsche a suo uso e consumo, già protagonista dei suoi romanzi: è il momento dell’azione, dove azione sta per sfida alla morte e all’autorità. «Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori», scrive ne Le vergini delle rocce, e ancora «abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita». Laddove la psicologia militare esalta lo spirito di corpo e addestra gli allievi alla compattezza, alla marcia all’unisono, all’omologazione della postura, del viso e, persino, dello sguardo – “Una acies“, una sola schiera, pronunciano a gran voce i cadetti in marcia come se fossero uno solo – D’Annunzio risponde con l’azione spettacolare del singolo, anche a costo di disobbedire agli ordini dei superiori. Il Superuomo non fa gioco di squadra; è, per definizione, guida ispiratrice del gruppo ed è per questo che il suo compito primario è dare spettacolo di sé: «Sono e rimango individualista ad oltranza. Un individualista feroce», dice in un’intervista a Prezzolini.

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Le azioni di guerra più celebrate del soldato D’Annunzio, di cui alcuni cimeli sono stati esposti all’Accademia militare, sono irriverenti e provocatorie. Nella Beffa di Buccari, lancia un messaggio di sfida che celebra i marinai d’Italia, «che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile». Alla realizzazione del famosissimo Volo su Vienna (9 agosto 1918), ideato fin dal 1915, si oppongono i vari Comandi che reputano impossibile un volo di mille Km, di cui 800 su territorio nemico e con apparecchi ancora primitivi. Poi, fra tutte, la conquista di Fiume in opposizione alla “vittoria mutilata dell’Italia”, anticipata da un articolo intitolato “Disobbedisco” contro il capo del Governo Francesco Saverio Nitti, in cui si legge: «Ci fu chi credette ch’io fossi per dire: “Obbedisco”. Il verbo è vecchio, se bene garibaldino; e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in utile regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai “superiori”. Dissi invece, a voce chiara, a testa alta: “Disobbedisco”».

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Da un punto di vista antimilitarista anche questo cialtrone egocentrico, che mai ha accettato di sottoporsi alle rigidità dell’addestramento militare, che mai ha dimostrato interesse per un compenso o un privilegio che non provenisse dalla propria conclamata presunzione di eccezionalità culturale e artistica, si rivela degno di rispetto nel suo gioioso anticonformismo, in opposizione a un mondo grigio fatto di divieti esaltati dal luccichio di mura solenni, ma pur sempre mura di una prigione.

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“Il nemico ci ascolta”?

L’unico modo per cercare risposte che un antimilitarista non è in grado di dare, è la caccia al cadetto, scattata nel fine settimana. Il sabato e la domenica pomeriggio è facile incontrarli per le strade di Modena. Presso un negozio di forniture militari accanto all’Accademia, una cadetta fa shopping. Di fronte alla semplice domanda sul modo in cui si svolge la sua vita militare, risponde che loro non sono autorizzati a parlare di tali argomenti. Che i loro superiori preferiscono che le cose dell’Accademia restino in Accademia. Facciamo altri tentativi. Ma la risposta è sempre la stessa: il silenzio.

E non è dunque dato sapere con precisione che cosa accada fra le mura della zona militare, né che cosa spinga un giovane a fare una scelta di vita di questo tipo. Quanto possa costare l’asprezza dell’addestramento. Che sensazione si provi davanti alle urla di comando dei superiori. Che segreti abbia portato con sé chi non ce l’ha fatta. E soprattutto, se a questi giovani non sia mai venuta voglia di disobbedire, se sappiano davvero chi è stato Gabriele D’Annunzio.

Rossella Famiglietti

Tutte le immagini che accompagnano questo articolo sono riprese dal sito “World War 1 Propaganda Posters“.